--Ah... je ne crois rien, je suppose...
Litzine si mise a ridere. M.me de Lonard mi contemplava con occhi
svenevoli, forse perchè avevo ascoltato per un quarto d’ora le storie
de’ suoi trionfi americani.
M.me Fellner si rovesciò contro la spalliera della seggiola, gonfiando
il suo seno vedovile, poi disse con il suo più profondo sospiro:
--Ah, mio Dio, che buona cosa è stringersi accanto ad una persona di
fiducia, la sera, quando ci si addormenta... Solamente, volete credere?
io sono ormai avvelenata... sì, proprio avvelenata! Nel momento più
decisivo dell’amore, quando si perde la testa, mi accade spesso di udir
la voce del mazziere, che annunzia d’un tratto:--Rouge perd et la
couleur...
--Alors, assurément, le coup est perdu!--fece, con diabolica prontezza,
l’avvocato di Nimes.
Pudica, M.me de Lonard si coverse gli occhi; ma Litzine, Madlen, la
contessa ed io ne ridemmo di gran cuore.
Frattanto il custode notturno era venuto a sparecchiare la tavola dai
magri avanzi della nostra cena. Litzine era distesa sul divano,
leggermente ebbra, e fumava. Fumava con gli occhi sperduti nei circoli
azzurri, nelle ondeggianti nuvole della sua profumata sigaretta. Poichè
teneva le ginocchia un po’ sollevate, si vedevan nell’ombra della gonna
le sue belle caviglie delinearsi come lunghi fusi. Que’ capelli così
biondi, così leggeri, davano al suo viso d’educanda un non so che di
celestiale. Madlen le sedeva presso; il capo d’entrambe affondava nel
medesimo cuscino. L’avvocato di Nimes, dal bracciolo della poltrona, era
sdrucciolato nel grembo di M.me de Lonard, che, sebbene fingesse di
respingerlo, pur si lasciava con benevolenza perquisire dalle sue mani
curialesche.
Allora, con un altro sospiro, M.me Fellner disse:
--Oh, com’è tardi, amici miei! Vi prego, lasciatemi andar via...
--Sì, avete ragione, contessa. Ora verremo noi pure. Vedo che Litzine e
Madlen hanno bisogno di raccoglimento. Questo giovine signore, che
purtroppo non è il vostro tipo, le aiuterà probabilmente a spogliarsi,
ed è opportuno che noi provinciali, noi, gente a modo, non assistiamo a
questi gravi disordini...
--Provinciale io?--brontolò M.me Fellner, gialla di stizza.--Per vostra
norma son vent’anni che ho il mio appartamento in Boulevard Hoche!
--Non dico di no, cara contessa. Ma le donne che al giorno d’oggi si
contentano ancora di andare a letto con un uomo--voglio dire
semplicemente con un uomo--voi, di grazia, come le chiamate? Per conto
mio le chiamo provinciali, mentre giudico addirittura prive di
educazione quelle che ancora si permettono di avere un figlio... Dopo
ciò, non mi rimane altro che augurare a tutti quanti la buona notte!
----
Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si
diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.
Un incerto chiarore d’alba scendeva dal promontorio verso il mare;
correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di
nebbia, che si sfasciavano contro l’ondata. Il molo della Zurriola si
perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento
l’Ammiraglio de Oquenda pareva un grand’uomo. Il lampione ad arco del
teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde
elettriche il suo globo spento.
Una d’esse mi chiamò:
--Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les airs
à la découverte d’une nouvelle planète?
--Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J’observais l’Amiral de
Oquenda; il vient de s’enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez
historique.
--Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...
--Jamais de la vie!
--Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de
domicile.
--Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui
oserait s’en plaindre?
Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il
mio braccio destro, l’altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine
disse:
--N’exagerez donc pas, cher poëte!... L’aube est froide, et vous allez
vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...
Madlen soggiunse:
--Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se
choisissent désormais des couleurs à la mode!...
Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con
irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino
leggermente si arruffavano.
Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella
notte lontana.
--Embrasse-le donc...--la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole,
premendosi contro la mia spalla.
--Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi
d’abord.
--Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.
--Ni moi non plus.
--Tu as peut-être tort...
--Peut-être.
Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola
striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul
mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella
infinita ombra.
--Dis-lui qu’il s’en aille, Litzine; j’ai très sommeil... l’aube est
froide... fermons la fenêtre.
Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai a Litzine tutto
quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a
difendermi.
--Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer
un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la
comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l’heure...
Car, ma petite Mad, si c’est vrai que la nature est banale, rien n’est
plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi
aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du
Pomméry...
--Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec
lui!--l’interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:--Moi je vous
regarderai...
E rise.
Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d’educanda, mi guardò,
la guardò, poi disse:
--Mais... c’est de toi qu’il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!
Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine,
mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella
voce:--Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?
Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:
--Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...
Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:
--Si c’est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit
service.
--Non, ma foi, non! C’était pour autre chose... Tu me connais, Litzine;
j’ai parfois des idées irréalisables...
--Rien n’est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d’ailleurs, Monsieur
Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales...
voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.
--Bonsoir, Litzine...
Ma nonostante questo commiato Litzine non se n’andava. Mi domandò una
sigaretta, che io le diedi. Poi, nell’accenderla, toccai la sua mano. La
sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un
piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più
limpidi e più calmi de’ suoi. Era gentile come l’innocenza. Il suo
labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel
mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine
guardava me.
Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del
mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la
forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli
dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva
tutto il campo.
Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia,
colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente
bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella
ricchezza buia ed incendiata.
Disse a Litzine:
--Dégrafe-moi ça...
Le si era impigliato un uncino dell’abito in un’ásola del copribusto.
Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia,
che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.
Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con
fulgore, tra un nembo di elettricità.
Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un
grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l’uncino,
profondamente v’immerse la bocca.
Madlen rovesciò la gola, e rise.
Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo
per la prima volta in lei.
--Tu es bien gentille de m’avoir aidée; je te remercie, Litzine...
L’abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la
specchiera. Madlen ora si pettinava.
--Où est ta chambre, Litzine?
--Que sais-je? elle doit être par là...
Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la
camera; poi disse:
--Couche donc ici, Litzine. J’ai un si grand lit et je suis toute
seule...
--Vrai?
--Oui, sans doute.
Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di
fumo della mia profumata sigaretta.
Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che
precede l’alba era su l’infinito.
--Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,--le rispose
Litzine dopo una lunga riflessione,--car je n’aime pas être seule dans
des lits nouveaux.
Allora Madlen mi disse:
--Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de
Litzine.
Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza
produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli
si richiede.
La borsa d’automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava
poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua
fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d’Acqua di Lavanda.
Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di
M.me de Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua
piccola forcella.
--Oui... mais vous n’allez pas assister à notre toilette, j’espère...
--Pourquoi pas?
Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non
le concedeva di lasciar cadere l’abito, perciò camminava nella stanza
con un visibile impaccio.
--Tout de même j’ai honte!--esclamò ridendo Litzine.--Les poëtes surtout
m’intimident, lorsque je me déshabille.
--Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une épaule
très bianche, eux ils ne pensent qu’à l’orner d’une rime décrépite. Oh,
je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère Litzine, je ne
serai au pis aller qu’un poëte du vingtième siècle, pour qui Orphée
n’est plus qu’un mediocre tzigane, Mercure un employé du téléphone,
Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus une belle
fille comme vous.
--Oh! mais alors il ne nous reste qu’à suivre l’exemple de cette Déesse,
qui dépensait très peu pour ses toilettes, préférant se promener toute
nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les
volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa
chemise, et moi, si vous atténuez la lumière, je vous avouerai tout bas
que, pour mon compte, la Grèce n’a eu qu’un poëte: ce poëte était une
femme, son nom était Sapho...
Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva
il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave
stanza.
Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or
novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo
torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.
Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco
mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si
rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è
per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la
sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La
forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la
tentazione di esprimere un’idea con note musicali. Poichè la musica
viene dall’amore. Viene da quell’amor sensuale, da quella tendenza verso
l’amplesso, cui tutto l’universo ubbidisce.
Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo
femminile. La voluttà è sublimazione d’intelletto, stupenda e grave,
poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla
umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta,
poichè s’inoltra verso l’ingaudibile.
Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui
biancherie delle due bellissime cortigiane. Que’ trasparenti involucri
di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore
l’involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor
profumato calore. Un po’ assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto
io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel
profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e
di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d’acqua e di
braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di
qua, di là, tra l’urto continuo de’ pettini e de’ cristalli; tutto ciò
nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti
vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l’unica lampadina
ripercoteva nelle specchiere luccicanti.
Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo
che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al
piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era
passato il desiderio degli uomini come l’impeto lirico in una concitata
poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro
sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la
bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l’artefice d’un’opera
d’ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.
Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale,
non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la
lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste
obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser
madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il
marchio dell’assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di
tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da
ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro
vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o
regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per
qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.
E nel guardarle pensavo all’infinito gregge perpetuo delle madri di
famiglia, le opache femmine d’un solo padrone, sovente a lui avverse,
umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da
una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si
disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla
distruzione d’ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami
coniugali, e mi pareva che qualcosa d’ingiusto fosse ancora nella sorte
della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi
per l’intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure
tentazioni l’insoffocabile amore della ubbriacante novità.
E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si
consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli
usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove
l’infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.
Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre
delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d’Oriente custodiron
nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell’apogeo
del suo secolo d’oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti
navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli
immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de’ suoi
Cesari e l’Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella
fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni Dei
mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori
dell’Ellesponto?
Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della
bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere,
la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la
bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove
ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la
sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio
immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero
costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de’ lor
occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita
piegarono gli scettri dei monarchi; una d’esse fu anche la più
innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,--e si
chiamava Maria Maddalena.
Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente
in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei
fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i peccati, l’amica dei
centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il
buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al
delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di
gioielli abbaglianti come l’estate, la più soave di tutte le peccatrici,
la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.
E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili
nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la
sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:--«Ti
amo, forestiero che vieni dal paese d’oltre monte. Préndimi! la strada è
bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale
profumato...»
Poi andò con lui, perdutamente, una sera d’estate.
E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi,
ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera,
presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.
Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava
con occhi sinistri la luce de’ suoi capelli così biondi; un ruvido
maschio di Giudea, taciturno come l’uomo che ha patito, rugginoso come
il pugnale che s’insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra
le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini,
dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure,
contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta
imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza
di Cesare, contro il vile Tetrarca.
Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che
i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non
sapeva liberarsi dall’odore delle sue fine ciprie, dal peso de’ suoi
fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli
uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come
il vento, e sempre gli diceva con amore:--«Préndimi, báciami, forestiero
del paese d’oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la
mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la
rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza
delle spade, l’eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il
rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe
creatrice d’ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre
al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il
suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente
cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di
rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito
parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a
camminare coi sollevatori di plebe, con l’uomo che il folle Giovanni
aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.
E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma
lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua
paziente anima tanti secoli d’incatenata civiltà, Roma costruttrice
d’anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva
sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua
medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per
le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie
decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare
le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi
discepoli, narrava il pallido Galileo.
Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè
l’altr’uomo insonne, il ruvido maschio d’Israele quegli che fedelmente
lo seguiva dall’alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava,
ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da
lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra
riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano
dagli elevati picchi dell’Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il
fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l’uomo dal
tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:--Giuda Iscarioth...
. . . . . . . . . . .
E Litzine disse:
--Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune
homme, dont les yeux m’inquiètent?
--Voilà un cas de conscience, ma chère Litzine! Moi, à ta place, je lui
dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l’obligeance de fermer pour un
instant vos yeux?»
--Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l’esprit si éveillé, à
quatre heures de la nuit, voilà ce que j’appelle être une femme
supérieure!
Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se
fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce
piena di un adorabile pudore:
--Monsieur, voulez-vous avoir l’obligeance de fermer pour un instant vos
yeux?
Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.
Le risposi:
--Mon précepteur m’a appris, lorsque j’avais douze ans, qu’il ne faut
jamais éviter de rendre service à une dame.
E chiusi gli occhi.
Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di
poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i
costumi del secolo. Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse
della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai
si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto
alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito
scriver libri ove bruci l’ardore dei sensi e dove l’anima de’ buoni
credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d’innocenza e
di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi
essere il fedele dipintore.
Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è
bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.
Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva
l’eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si
arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell’altra, come
il fieno scuro nella paglia bionda.
Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la
finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.
Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un
lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.
Lasciai cadere le tende. Fra l’alba e noi ridiscese pesante la notte.
Una lampadina, dietro l’uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava
nella camera torbida il suo mitigato chiarore.
Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa
lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice
d’ogni pensiero della vita, quel tremore dell’anima e dei sensi che i
poveri di spirito non osano chiamare poesia.
Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si
muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre.
Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la
seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come
la tela umida si avvolge al rilievo d’una statua supina. Litzine, con
voce un po’ sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la
storia d’un Commodoro Americano, ch’era giunto a Biarritz con il suo
yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che
nell’atrio del Casino aveva morso non so chi...
La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch’io
vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di
Litzine. Vedevo bene il diverso colore de’ lor capelli. Quelli di Madlen
eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una
specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di
oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine
brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere
la sua perduta nudità in un colore d’innocenza.
I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il
sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale.
Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure.
La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta,
addormentata, in quella femminile promiscuità.
I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre più allacciando, vena
contro vena, per dormire in pace. Così l’una sentirebbe dell’altra il
cuore delicato battere.
La bocca rossa di Madlen s’immergeva, con una specie di semiriso ebbro,
nel respiro di Litzine.
Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d’alba incerta e lontana;
la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo
d’irrealità, radunava ne’ suoi confusi cristalli un pallido colore
d’infinito.
Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei
calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel
caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d’entrambe, che bisbigliava
nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non
dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.
Erano stanche d’aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili,
fiori e piume;--questa, nel mondo, era la lor fatica;--stanche di aver
sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica
e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:--ora potevano
dormire.
Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse
innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa
ebbrietà.
Il desiderio d’amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle,
muoveva con una specie d’insidia le lor mani profumate, istigava in
loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con
esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di
caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare
profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente
necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso
Terrestre. Quell’impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco
della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l’Eden calmo si
addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile
«midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d’alveari e dai
fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa
di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli
delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la
costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta
da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di
lapilli splendenti,--vecchio Adamo, non t’illudere!--nella storia del
genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a
meno di te.
A que’ tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d’irsuti bufali
e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le
vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa
del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che
stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate
come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de’ tuoi
bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve
il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su
le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu
sentivi una specie di trepidazione oscura.
Ma ella si mise d’accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel
Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole.
Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio
Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso
della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l’Eden ai capricci
della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse
gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e
rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l’erba fiorita.
--Come dovrò io comportarmi?--domandava, perplessa, la innocente signorina
Eva.
Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di
smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a
persuadere le donne:
--Fate com’io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando
il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi
e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il
vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore
scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile
favella:--«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite
presso me, inginocchiátevi, ch’io possa con un fascio d’erba intrisa nel
ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l’arsura che
vi diede il sole.» Adamo s’inginocchierà. E gli farete sentire, nel
dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le
cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i
suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano piano, come il
tralcio s’inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente,
il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere,
la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:--«Signore mio,
levatevi...» E andrete via, su l’erba, senza volgervi, camminando piano.
La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò,
tornò, e il saggio serpente le disse:
--Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi
sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come
non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere
su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che
dovrete poi attendere l’ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte
meglio si prova il fuoco della tentazione.
--La tentazione?--mormorò la fanciulla.--Cosa è mai questa parola che io
non conosco?
--Ebbene,--le rispose il serpente,--io vi dirò ch’essa è la vostra forza ed
è come il profumo della primavera. Dunque, all’ora delle stelle, voi
dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un
piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente,
vicino alla sua bocca. Poi gli direte:--«Signore mio, le foglie secche
stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia
nuca, piegatelo, e fate ch’io m’addormenti appoggiata su di voi.» Se la
capigliatura v’ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state
ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal
tremore delle stelle.
--Oh, signor serpente,--mormorò la signorina Eva,--io provo già il bisogno
di fare tutto quello che voi dite...
--Allora,--concluse il serpente--non importa ch’io vi dica di più.
E raccolte l’una su l’altra le sue belle spirali smerigliate, questo
vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch’egli avrebbe, la notte
prossima, nello starli a vedere...
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Ma questa vecchia parabola--direbbe l’avvocato Claude,--appartiene alla
letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di
una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del
vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la
coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino
biondo, pesava l’irritazione di quella vita artificiale, di quella vita
prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli
alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano,
mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove
tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v’è più amore, non v’è
più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più
inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l’anima dei
borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane
ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,--vita che lascerà
in noi, dopo tanta fiamma, null’altro che un pugno di cenere...
E voi che sentite ne’ miei libri cantare questa irritata crudeltà,
fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi
direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla
è passato fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla
fu rosso come l’estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua
folle inquietudine.
Direte allora di me quel ch’io penso d’ogni cosa nel mondo, e troverete
il senso della vita in questo freddo e morto peso ch’è la fine di tutte
le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le
anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di
cenere.
Ma or non sentite nell’alba cantare il pallido fiume Urumea?
Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore
delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica
sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini
cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò
che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.
E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa
femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso
dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le
tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa,
Madlen, la perduta che sei...
Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva
che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di
Litzine...
Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone
sorelle?...
Nell’alba lontana--io pensavo--muoiono le bianche stelle. Qualcosa è
laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa
avvince tutte le creature all’eterna distruzione, all’eterna aurora. E
il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve:
nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la
creatura e l’infinito, l’ombra e l’alba, tutto finirà, sparirà...
Muoiono le stelle.
E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la
eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari
opprimeranno le tue dita spente.
Nell’alba lontana--io pensavo--una vela è partita sul mare. Va per le
onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio
dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula,
nella trepidazione dell’alba, da questa povera cosa che io sono, e porta
me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando
fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole,
Nell’alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le
alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti
basiliche... Una vela è partita sul mare.
Madlen, inquieta, parlava con l’altra sottovoce, sottovoce...
Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po’ crudele, un po’ amara, le
sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come
l’addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo
troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di
Litzine...
Fuori, laggiù, nell’alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di
navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo,
cantava in me, non distinta, la folle musica dei bicchieri, la poesia
felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via
dall’anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava
la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la
viva e tremante furia della voluttà inesaudita.
Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano.
E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte a
stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l’ala tesa e ferma
traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche
di stelle, andranno per le vie dell’altomare. E canterà lo spazio, e i
turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell’alta musica, dove la
strada è bella. Rondini, e l’amore vi porterà verso la stella ultima; vi
ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il
sole della terra più lontana.
Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell’esilio, e due
volte nell’anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla
in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...
----
--Bilbao? preferite Bilbao?
--Sì, andiamo a Bilbao.
Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a
Biarritz; l’avvocato Claude, con la celebre cantante M.me de Lonard,
erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in
giorno l’arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente
innamorato di lei...
Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un
telegramma; vera indelicatezza da parte d’un uomo al quale avevamo dato
entrambi tante prove d’amicizia.
Un caldo sole d’autunno dorava l’indolenza del glorioso Atlantico,
quando l’automobile mosse dal peristilio dell’albergo, svoltò e corse
quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città
regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.
Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva
per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò
mai più, nelle profumate albe, l’Urumea cantare...
Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella
eccessiva luce di quella mattinata sfolgorante. In me, nelle mie stesse
vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l’urto, la
potenza, di quella inebbriante velocità.
La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi
elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino
delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel
grembo, la testa un po’ rovesciata sotto la forza ed il profumo del
vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida
e scintillante.
In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia
formicolava di bagnanti mattutini; l’onda era cosparsa d’imbarcazioni
leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e
bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i
blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d’onore
della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran
là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.
Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.
Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che
doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate
scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare
infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo
ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.
Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi
sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua
gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità
contro il genere umano,--me compreso, che sono con voi, e parto,
provvisoriamente, con voi.
Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non
saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all’hôtel de la Reina Maria
Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio,
camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San
Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:
--Volete fare con me un piccolo viaggio?
Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:
--Volentieri.
Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei
voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde
ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi
il monaco Sant’Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su
la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi
lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme
Damian de Churruca, grande stratega d’oceano, che trovò l’abisso e la
gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza,
Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de’ grandi uomini:
servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle
piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati
borghesi.
Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più
se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.
Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v’è qualcosa che non
trema più, non trepida più, quando la vostra bellezza mi guarda, lo sono
quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice
rimasto con le mani pure, su l’orlo e quasi nella perdizione della
vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente
aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre
braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la
gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella
come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo
agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell’atrio dell’albergo,
senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.
Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per
bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando,
rideva col suo bel riso d’adolescente. Più tardi comandò l’automobile,
discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un
gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera
innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.
Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete
una stordita fanciulla di vent’anni, che si abbandona o si regala, senza
nemmeno comprendere il piacere che dà.
Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...
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Bilbao, regina di Biscaglia, città fortissima e serenissima, tra verdi
montagne adagiata su le rive di un largo fiume. E voi, belle ragazze di
Biscaglia, che parlate un idioma incomprensibile, facendo splendere nel
riso i denti saldi e limpidi, voi, giovanissime figlie di una gente
senza origine, larghe di spalle, di seno e di bacino, con occhi
brillanti e fine caviglie, con treccie senza forcelle aggrovigliate su
la nuca rotonda, voi bianche di pelle come lini mondi nel bucato, voi,
senza goccia di sangue arabo stirpe antichissima del divino Atlantico,
il mio cuore di eterno viandante, in questo giorno di gran sole,
felicemente vi saluta.
Era passato mezzogiorno; su le due rive del Rio Nervión la città
insoggiogabile, che invano assediò per fame la dura pazienza dei
Carlisti, si adagiava intorno al suo calmo fiume, pressochè taciturna,
sotto una dorata nuvola di calore. Su la riva destra del Nervión un
groviglio di vicoli senza fondo si arrampicava tra case decrepite, ove i
panni sciorinati tra finestra e finestra pendevano in file innumerevoli
come arazzi di mille colori. Alte barche, stracariche di legnami e di
cereali, scendevano la pigra corrente muovendo su l’acqua liscia le
barre dei loro immensi timoni. Poi, d’un tratto, il fiume svoltava, come
se volesse invadere la città, e su la riva destra si apriva in tutta la
sua magnificenza l’indimenticabile Paseo del Arenal.
O Paseo del Arenal, fresco ed ombroso, che non potrò nelle mie sere
d’esilio, nell’errante mio sogno dimenticare!... La bellezza vera del
mondo è giungere dove ancora non si giunse, guardare alle finestre delle
case dove non si conosce chi abita, essere per la prima volta nei
giardini di una città sconosciuta, frammezzo ad una gente straniera,
com’ero fra i tuoi dorati alberi dolce Paseo del Arenal...
La miss cameriera prese in braccio Pompon e scomparve nell’ascensore del
Grand-hôtel de Vizcaya, dopo che il segretario dell’albergo ci ebbe
destinate due belle camere vicine, con -mosquiteros- sui larghi letti,
-en el piso principal-, cioè al secondo piano.
Madlen aveva molta fame, io pure; le proposi un -almuerzo- di color
locale in una -casa de comidas-, e cioè in un ristorante veramente
biscagliese.
Madlen, ch’era un’altra donna quando non aveva su le braccia l’orribile
Pompon, accolse di buon grado la mia proposta; ed insieme uscimmo
dall’albergo, avviandoci verso il Paseo del Arenal.
Le campane di Bilbao, nell’alto sole, battevano il tocco. Un dragone di
Alfonso XIII camminava davanti a noi, come se la sua terribile spada
governasse l’intero mondo. Tra gli alberi profumati alcuni monelli
scalzi fumavano con molta serietà. Una piccola zingara, bruna come le
olive mature, c’inseguiva con un paniere di ciclamini. Su l’argine del
fiume una lunga fila di scaricatori mangiavan radicchi e pesce salato,
mentre un venditore ambulante di bibite ghiacciate li dissetava con
-horchatas de chufas, agua de cebada e zarzaparilla-. Le commesse di
negozio, un po’ larghe di fianchi nelle attillate gonne parigine, si
fermavan tratto tratto a cinguettare con qualche innamorato, snello,
asciutto e fresco di rasatura. Poi si vedevano andar oltre insieme,
tenendosi a braccetto, sotto un chiaro ombrellino. Qualche bella mula
bionda, con forti sonagliere, trascinava piccole vetture coperte da
larghi baldacchini. Le tramvie stridenti scampanellavano contro la folla
sbadata; certe maestose pingui matrone, per traversare la strada,
rialzavano fin sovra i polpacci la doppia e triplice gonnella nera.
Voi, Madlen, non so perchè, mi deste il braccio. Era la prima volta; e
questo atto mi parve una deliziosa intimità, un gentile timido
sentimento d’amore.
Dopo lungo andare, mi accorsi che avevamo sbagliato strada. Un signore
molto grasso, molto amabile, in cappello panama, con un grande ombrello
di cotone grezzo, interrogato da noi, ci spiegò cortesemente che il
ristorante -Antiguo- si trovava in tutt’altra -calle-, poco lontano
dall’albergo de Vizcaya. Per maggior chiarezza, questo eccellente uomo
chiuse l’enorme ombrello di cotone grezzo e tracciò il disegno
dell’itinerario nella sabbia del viale.
--Muchas gratias, caballero!
--Obligado, señor!
Questa volta infatti non sbagliammo. Il ristorante -Antiguo- puzzava
d’olio fritto e di -puros peninsulares-, micidiali sigari del Regio
Monopolio. Nondimeno ci furon serviti ottimi -ordubres-, con
-langostinos y jamón en dulce-; poi, per terrore della -manteca- di
Biscaglia, comandammo -huevos pasados por agua-, nome complicatissimo
delle semplici uova à la coque, ed un rosso -biftec á la parilla-, che
fece onore all’onesto animale dal quale proveniva.
I clienti del ristorante -Antiguo- stavan ora giocando a carte con mazzi
assolutamente lerci, oppure intrecciavano da un tavolino all’altro
conversazioni politiche molto rumorose. Vecchi scapoli, dalla fisionomia
di pretori urbani, pensionati governativi, ex-ufficiali od
amministratori di qualche Lotteria, lasciando cadere nel piattino della
chicchera di caffè la bianca cenere d’un magro Habano, leggevano con
accigliata e scrupolosa pazienza i loro grandi -periodicos-, trovando
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