delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto chilometraggio scoppia in modo esauriente; la dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d’affari assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di prigionìa, mentre, al sopravvenire de’ gendarmi, il rovinato ingoiatore di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania, consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti, le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella... Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «-Pathé Frères-» Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante dramma, spesso mormorando improperi contro l’operatore, il quale cancellava dallo schermo con troppa fretta i lunghi titoli che illustravano l’avvicendarsi delle scene. Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell’anima sua e proclamò ad alta voce: --¡Que muera el ladron! È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V’è poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro prossimo;--per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza quelle persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di Pubblica Moralità. Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, a mio giudizio, altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa. Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io m’inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con avvisi ne’ giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets digestibili del miracoloso Tot. Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l’odissea del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che guarisce l’avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini, che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore. Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza l’irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com’essi erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia delle gloriose nostre ridicolaggini? Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale gloria di Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d’oro di Atene, retto insomma da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell’Impero, l’amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto? Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto che, magari fra duemil’anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone commemorativo i calzoni a mantice dell’ex-Presidente Fallières, le cacce affricane dell’intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l’ossario dannunziano di Ida Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati, quando penso ch’essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell’arresto di Madame Steinheil, e vedranno le Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all’Accademia di Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che buffoni, poveri noi, que’ nostri venerabili antenati!...» Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi perfettamente buia, nell’angusto palco, mi stavate vicina con morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il vostro calmo respiro prendesse origine in me. Avevate su le spalle una stola d’ermellino, ch’era fredda quasi come l’ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando, frugando, nell’oscurità, in cerca di un’anima dalla quale farsi comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi sentivo malato di voi sino alle radici dell’essere, ma così deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne; anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio; eravate in me confusa, come s’io portassi qualcosa di voi nelle mie tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa era nata fra noi: l’intimità, la complicità, la memoria d’essere stati proprio su l’orlo, proprio al confine di quell’istante meraviglioso che scioglie fra due vite ogni paura e le confonde in una. Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell’anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un’anima nel tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu. Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s’è alzata nel cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli un odore voluttuoso d’alberi stillanti. L’Urumea porta nel mare, con la sua lenta ondata grigia, le foglie che l’autunno fa cadere giù... ---- Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di quella indefinibile seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito romperebbe il filo. Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina Anastasia Mikailovna, figliuola d’un Boiardo ucráino; certo è che tutti gli scapoli dell’albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d’altruismo quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche bríciola del suo fascino slavo. Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui, comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni. Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non devono far altro che radunarsi all’intorno e tacitamente guardare. Io, per l’appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze tersicoree dell’hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del carattere inglese. Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata nel più intimo salottino dell’albergo e stava con molta lassitudine appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé quanto irresistibile, dolcemente le andava parlando, non saprei dire se con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva il golf di lana color viola del pensiero. Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun vede, a leggere -I Fioretti di San Francesco-, od a scrivere lettere alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina Maria Cristina. Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a prendermi allegramente sotto braccio. Anzi mi propose--fatto molto singolare, data la sua naturale pigrizia--di fare con lui una passeggiata. --Volentieri, Lord Pepe--gli risposi.--Ma dove andremo? verso la Concha? --Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve, saltando, poichè prive d’importanza, le mie numerose interruzioni. Disse Lord Pepe: «Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte, perchè avete spesso la faccia stanca, e non c’è bisogno di prendere la letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. Poi non dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d’amore, servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la letteratura: più si legge e meno la si comprende.--Pausa--Io mi sono accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui s’en fiche!--Pausa--La sola cosa davvero importante è questa: che in otto mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale mio padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due parole irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue, secondo il paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si dice: «Niente più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive telegrammi, ha una forza di carattere davvero inflessibile. «Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque bisogna ch’io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come dovrebb’essere un canale degno del popolo Inglese.--Pausa--Mio padre, banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello ch’io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen fino al principio dell’inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe forse a Usted, e non divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore come in tutte le cose preferisce sempre all’abitudine la novità. È stato un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d’incontrare un’altra donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a Usted che questo è il solo modo ragionevole d’innamorarsi. Claro? Dunque volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani traverserò la Manica. Fra otto giorni--poichè ci vuol sempre circa una settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti--sarò di nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch’essendo amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a me, in privato, permetterà di fare una certa economia.--Pausa--Ora penso di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y distinguido caballero como Usted.» Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma; lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspre -Elegantes emboquilladas-, delle quali entrambi eravamo sprovvisti. Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a braccetto: --Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio amico... Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna. ---- Ella tese a Lord Pepe la sua lunga mano inguantata, con un saluto sobrio e semplice, come se quella partenza definitiva non dovesse durare che lo spazio di ventiquattr’ore. A piè del treno, presso il montatoio, ella stava immobile vicino all’amante, lasciandogli nella mano la sua mano aperta e guardandolo negli occhi senza il minimo segno di dolore. --Good bye. Friend. Kiss for me London... Non v’era in lei turbamento visibile, ma neanche la più piccola simulazione. Otto mesi d’amore o di giornaliera intimità finivano per lei senza una lacrima, invece con una stretta di mano, con un sorriso da signorina, da miss inglese, limpido, illibato, sarcastico. --Good bye, Friend. Kiss for me London... Il marciapiedi bianco d’elettricità rifletteva la sua lunga ombra; il cappellino frivolo e serio, l’abito a giacca, gli stivaletti luccicanti, parevano stranamente adatti ad accrescere la sua impassibilità. In quel momento era più che mai onesta, più che mai signora, e signora inglese in tutta l’estensione del termine; tantochè ripensavo, quasi per amore del contrasto, alla sua bella camicia di linon, fina come un ragnatelo. L’express Paris-Madrid allungava sotto la tettoia della stazione imbandierata le sue vetture luccicanti, collegate insieme da un passaggio a mántice; nel mezzo del treno il salon-restaurant sfavillava di luce come una sala da ballo. I pranzi ormai eran finiti, le tavole sparecchiate; nel lunghissimo corridoio del treno molte cuccette chiuse custodivano il sonno dei viaggiatori già coricati. Altre lasciavano intravvedere dagli sportelli aperti i preparativi notturni d’una coppia inglese che ammobigliava il proprio home, d’una parigina irrequieta che trasformava il suo scompartimento in un profumato boudoir, con bagaglio ad armacollo e piuma tirolese, infine d’un diplomatico turco in perpetua vacanza, che avrebbe offerto molto volentieri alla sua vicina di parete una bottiglia di Champagne... Ormai, pare impossibile, non v’è treno di lusso che solchi l’Europa in qualsiasi direzione senza contenere la Parigina e il diplomatico Turco, questi due esponenti così caratteristici dell’umanità del ventesimo secolo. Gli eleganti controllori della Compagnie Internationale des Wagons Lits, bei giovani, che talvolta, nel cuore della notte, una viaggiatrice solitaria chiama con romantiche scampanellate, ora ciarlavano fumando a piè de’ montatoi; altri andavano preparando i lettini candidi, altri esaminavano fasci di tessere o facevano saltare il tappo d’una bottiglia di Pale Ale. Sopravvenne un Herr Doctor bavarese, viaggiatore di seconda classe, con occhiali a stanghetta e fasce di lana verde ai polpacci, uno di quelli che il Creatore stampò con la creta che gli rimase dall’ippopotamo. Costui andava da una vettura all’altra agitando uno scontrino dell’Agenzia Cook. Dopo aver seccata molta gente, alla quale non spettava occuparsi di lui, trovò finalmente un capotreno che gli diede retta, ed osservato il numero dello scontrino, gli disse in un tedesco irreprensibile che la sua cabina era stata riservata per un Ispettore Generale della Compagnia--sede di Bruxelles--qualcosa come il vice-padrone di tutti i treni a dormitoio che ánsano e vólano traverso l’Europa. Altro dunque non rimaneva per lui che rassegnarsi alla suprema ragion di Stato. Da ultimo il capotreno si volse ad un impiegato che passava, e gli disse con l’aria più serena del mondo: --Fous-moi que’que part ce sacré diable d’Alboche! Un cuoco enorme, il quale sporgeva con tutta la pancia dalla finestrucola della sua cucina, sfogliava un numero dell’-Assiette au beurre-, fumando con regale voluttà un eccellente sigaro Avana. Trofei di bandiere appese dappertutto ostentavano le sigle unite del Regno Iberico e della Repubblica Francese;--tra pochi giorni il Primo Cittadino di Francia, con i suoi Ministri, avrebbe traversato i selvaggi Pirenei per volgere a profitto delle tariffe doganali e del «Mediterraneo lago francese» quella simpatia che il giovine Re Alfonso, nel frequentare le regate ed i five o’ clock di Biarritz, aveva saputo inspirare alle belle donne che governano la Francia. La Compagnie Internationale des Wagons Lits mi sembra, nel ventesimo secolo, un organismo sociale d’importanza e di significazione per lo meno equivalenti a quelle ch’ebbe nei secoli trascorsi la benemerita Compagnia di Gesù. Essa è davvero una forza, una ruota, un’ala della vita moderna, come l’altra era una catena ed una potenza della vita medioevale. Quel treno lungo, sottile, snello, fatto d’acciaio terso e di legno levigato, che trascinerebbe nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di specchi e d’elettricità, che brucerebbe la distanza come il fuoco arde la miccia d’una mina, quel treno pressochè ingioiellato, carico di belle donne, d’uomini ricchi e di bagagli costosi, per cui le frontiere dei regni più non divengono che fermate frettolose, quel treno dove corrono tutte le monete, dove si parla ogni linguaggio, dove s’intrecciano avventure veloci, e che al mattino si profuma nel suo tepido corridoio di soave cipria e d’Acqua di Lavanda, era, per chi bene sapesse intendere, un segno dei tempi nostri, della vita nostra, di quella nuova e transitoria bellezza verso la quale ora cammina il mondo. Roma costruiva con la pietra millenaria, noi costruiamo con la delebile velocità:--e questo mi pare più grande. Per quanto gli spiriti amici del palinsesto, coltivatori instancabili della polvere di museo, trovino che su la terra nulla di nuovo accade, ma tutta la bellezza e tutto l’esempio a noi provenga dagli antichi, pure io sono profondamente persuaso che nessuno fra quei sapienti selvaggi che a noi diedero la seccatura di possedere una tradizione potè mai concepire l’eleganza, o nulla d’equivalente all’eleganza d’una lady inglese che saluta il proprio amante con un semplice shake hand sotto i finestrini di un velocissimo express. Cleopatra e l’amica di Petronio mi fanno sorridere quando penso a Madlen Green. Povere belle donne d’una volta!... ormai servite al cinematografo, per sollazzare gli ozi domenicali delle nostre ancelle, che al buio sopportano con brividi la mano dell’innamorato contrabbandiere... Lord Pepe indossava, per traversare la Manica, un soprabito da viaggio così ampio e così adatto all’emigrazione, ch’era impossibile chiedere alla fantasia d’un sarto qualcosa di più conforme alla fuliggine dei treni ed alla inclemenza dell’acqua marina. Portava inoltre un berretto scozzese, ben calzato fino ai sopraccigli, una camicia floscia, un collettino di seta chiuso da una spilla doppia, che lasciava dondolare con il voluto disordine la gala d’una cravatta ferroviaria. Lord Pepe rappresentava in quel momento l’uomo che viaggia; perfino le sue ghette sembravano fatte apposta per andare in treno; chiunque l’avesse veduto in quel perfetto abito da grand-express, avrebbe detto senz’altro:--Ecco un uomo che traverserà l’Europa. Egli teneva tra le sue la mano di Madlen, senza dirle cosa alcuna, e tuttavia sembrava turbato. In lui nulla esprimeva il turbamento, fuorchè la sua bocca ben rasata, che si stringeva ogni tanto come per formulare una impronunciabile parola. Allontanarsi da una donna è sempre cosa triste, perchè ogni donna possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non sarà con altre; l’amore che finisce è un’illusione perduta, un gioiello che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se pure non comprendono il senso di questa grave tristezza. La cosa più amara che sia nell’amore non è forse l’abbandono in sè stesso, quanto il suono indefinibile della parola: addio. Si può talvolta essere giunti fino alla sazietà, fin quasi all’avversione, ma nel momento in cui ci si dice addio, nel momento in cui la donna che fu nostra ridiviene per noi la forestiera, e quando pensiamo che l’amore d’un altro l’inseguirà, la gioia d’un altro la possiederà, ecco, ritorna in mente un bacio, una parola, una musica del passato, e nasce nell’anima di chi parte una desolata voglia di piangere. Povera piccola Madlen!... s’era innamorata di lui per avergli veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, in una sala del Rat Mort--e questa era senza dubbio una cosa molto gentile;--povera piccola Madlen!... aveva cambiati al suo fianco centinaia d’abiti uno più bello dell’altro, stritolate co’ suoi dentini scintillanti un infinito numero di «crevettes grises», sorseggiate con le sue rosse labbra tante coppe di amaro Sciampagna, giocato vicino a lui, con una storditaggine ammirevole, tanti e poi tanti fasci di que’ larghi biglietti da mille, che a lui mandava il suo ricco sfondato padre, banchiere a Londra... povera piccola Madlen!... aveva inoltre fatto con lui tanti gentili capricci, tante adorabili sciocchezze, tante piccole civetterie... si era lasciata per così lunghe notti baciare, stancare da lui... tutto questo non valeva dunque la pena ch’egli sentisse, nell’abbandonarla, una piccola malinconia?... Sì, certo; poichè queste cose per l’appunto sono l’amore; sono l’amore di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche se la forza del buon senso cerca di reprimere in noi questa insoffocabile poesia. Forse Lord Pepe se ne sarebbe dimenticato in poche ore, perchè il suo cuore non aveva memoria, i suoi sensi non avevano fedeltà; ma in quel momento era triste; io lo vedevo. Ed infine le disse: --Ecrivez-moi une lettre, Madlen, si vous n’avez rien de mieux à faire... --Yes, dear. --Je serai votre ami tout de même... Le dava del voi, con un rispetto sincero. Fece tuttavia un movimento, come se volesse baciarla su la bocca; ma il braccio di lei, teso, lo trattenne. Egli piegò il capo sovra la sua mano inguantata, vi pose leggermente le labbra, e salì nel treno. Ella disse ridendo: --Ecco, il treno parte in ritardo. E non so perchè ridesse, non so perchè ripetesse ancora due volte questa osservazione, che non era nemmeno esatta:--Il treno parte in ritardo. Lord Pepe, venuto al finestrino, si abbottonava i guanti. I suoi guanti erano color fuliggine; gli stavano bene. Mentre le ruote cigolavano, accese una sigaretta. Io vidi a poco a poco allontanarsi, biancheggiare nell’ombra il cuoco del Salon-restaurant, che fumava con regale voluttà un eccellente sigaro Avana. Poi non vidi altro, laggiù nella notte, che un fanale rosso trascinato verso il mare di Francia; un fanale rosso, un po’ d’amore, nulla: un punto sottile come l’oblìo, pallido come la distanza, che disperdeva la cenere d’un amore nella polvere della strada infinita... Rimanemmo lì, noi due, silenziosi, a guardare le bianche rotaie. E la voce di Madlen ripeteva nel mio cuore un po’ deserto: --Good bye, Friend... ---- --Cosa facciamo alla stazione ora? --Nulla; andiámocene. --Sì, e dove? --Ritorniamo a piedi, se volete. --Ritorniamo. --Che ore sono? --Le undici. Il vento agitava le stelle disseminate nel lontano spazio; un odore forte d’ondata marina investiva la terra buia. Nel passare frammezzo a due nuvole un filo di luna batteva su qualche fredda invetriata. Le diedi il braccio; e camminammo. Si muoveva con leggerezza, quasi con gioia, rovesciando un po’ la fronte all’indietro per immergere la bocca nel vento profumato. Era stranamente simile a qualcosa che avevo già veduto, ad una sensazione che avevo già provata. Non so dove, non so quando, forse ne’ miei lontani anni, quando credevo all’amore; all’amore come ad un miracolo che ogni giorno può nascere per via, all’amore come ad un profumo che venga da fuori di noi. E pensavo:--«Adesso è tardi; la fontana che in me cantava ora si è spossata; il mio cuore non è più così giovine; per troppe strade ho trascinata questa mia deserta anima di navigatore.» La città era sepolta sotto un grande velario di stelle; nuvole azzurre, trasparenti, vi correvano sopra, si urtavano, si sfasciavano, senza riuscire a spegnerle. Gli alberi, gonfi di notte, carichi d’autunno, facevano stridere sotto i nostri piedi qualche foglia gialla. Nei giardini della terra di Guipuzcoa la vecchia estate si andava consumando in nuvole di profumo. E allora Madlen si fermò, chiuse gli occhi, mi tese la bocca. Un orlo di leggera umidità bagnava la sua fina veletta. Mi disse: --Non dovete credere che vi ami... --Appunto non lo credo; ma che importa? C’è forse bisogno d’essere innamorati per provare tutto quello che può essere nell’amore? --Ecco, voi dite assai bene. Voi dite come si dice da noi: «to be in Love--essere nell’amore.» Questo mi piace. Vivere con un poco d’ansietà, fra il desiderio e l’immaginazione; stare con l’anima e coi sensi nel pericolo di provare un grande brivido. In fondo è sempre l’immaginazione quella che dà le gioie meno volgari e più sottili. Ma io non vi amo, siate certo, non vi amo. Anzi voi siete qualche volta così lontano da me... --Questo è preferibile. Così non correremo il rischio di abbandonarci alle ineleganze del vero amore. Due persone come voi e me, se per caso provano un sentimento hanno anche il dovere di nasconderlo. È il dovere della nostra buona educazione, il senso di quella giusta misura in tutte le cose che deve a noi proibire l’uso del «sempre», del «mai»--le due famose parole tanto ridicole, che fanno somigliare i dialoghi di tutti gli innamorati alla prosa del Segretario Galante. --Cos’è il Segretario Galante? --Non lo sapete, Madlen? Oppure questo libro non si trova nelle biblioteche d’Inghilterra? Può darsi. La vecchia Inghilterra è certo un paese molto ragionevole. Ma l’Italia, penisola piena di fuoco, possiede fra l’altre dovizie anche un amabile prontuario delle frasi d’amore. Siccome in Italia il parlarsi d’amore è un’abitudine nazionale come quella di giocare al Lotto, così cápita che la persona più eloquente finisca una volta ogni tanto con rimanere senza parole. In questo caso un tale che, per esempio, ha un’innamorata e non sa più cosa dirle, si compera il suo bravo Segretario Galante, vi dà un’occhiata prima di abboccarsi con lei, quindi le snócciola tutto il più dolce frasario, le più infocate e pittoresche immagini che mai seppe mettere in carte l’ardente fantasia de’ poeti d’amore. Non solo; ma dovete per esempio sedurre qualche bella recalcitrante con mandarle una epistola gonfia di sospiri?--Ebbene, guardate l’índice:--a pagina tale, eccovi la lettera conveniente al caso vostro, una lettera che struggerà il cuore della donna più agghiacciata e produrrà un effetto altrettanto rapido quanto infallibile. --Oh!--disse Madlen--come dev’essere comodo far l’amore nel vostro paese! --Così è di fatti, amica mia. Non solo comodo, ma variato e pieno di originalità. Le frasi d’amore che dicono le donne italiane, come del resto quelle che si leggon ne’ libri de’ romanzieri d’Italia, son dolci come la liquirizia, profumate come il muschio, ed hanno tal forza di persuasione che, per resistere alla loro seduzione, bisogna proprio possedere un cuore sette volte impermeabile. È per questo che noi Italiani abbiamo all’estero la fama di far bene all’amore, come gli Inglesi hanno quella di bene giocare al foot-ball. --E, ditemi: voi pure vi considerate un «champion»? --Non ancora, Madlen. Pur troppo non ho mai saputo far uso del Segretario Galante. Questo è il mio difetto. E siccome non riesco a farne uso neppure nei libri che scrivo, così da molti è vituperata la leggerezza ed il mal costume della mia letteratura. --Vi compiango, mio povero amico. --Oh, non importa, Madlen! Chi ama le proprie idee, può anche far a meno di vederle applaudite; come si può far a meno di tutte le cose davvero superflue, tra cui l’amore. --Dunque non datemi il braccio... preferisco. Le case che dormono sembrano tutte uguali. Gli uomini che dormono tengono i piedi verso le finestre, il capo al muro, per vedere in faccia il sole non appena tornerà. Anche le umili case, nella notte, sembrano solenni. Il loro colore invade lo spazio. Il respiro di chi dorme trema nelle finestre. La notte confonde ogni fisonomia, distrugge i limiti, che consistono sempre nei colori; cerca in tutte le cose il loro profondo scheletro. --Dove mi conducete, amico mio? --Non so; perdiámoci. Si fermò a guardare dentro un vicolo, dove la notte, la luna, il silenzio, davano l’impressione che si dovesse d’un tratto vederne sbucare l’ombra d’un assassino. Poi disse: --Chissà quante persone fanno l’amore in questo momento su la faccia della terra... E disse queste parole senza un brivido, senza riso, ma con una specie d’angustia involontaria, di tentazione opaca. Io risposi: --È questo un vizio antichissimo della razza umana. Bisogna credere che ciò diverta gli uomini, e, qualche volta, anche le donne. --Diverte anche voi? --Forse... ma non sempre. E voi? --Non vi saprei dire con esattezza la mia opinione. --Peccato! È la sola che oggi vorrei conoscere. --Le opinioni cambiano... --Beninteso, Madlen. Ed è ridicolo, in tutte le cose, avere un’opinione costante. La bellezza del mondo è nella sua mutabilità. I desiderî hanno un valore perchè sono provvisori. Ma dove andremo a finire camminando così? Volete che torniamo? --Sì, torniamo. Il rumore dell’ondata rotolava su la Zurriola deserta; l’oceano scuro, immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo l’ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile d’acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch’ella pensava con un po’ di dolore, con un po’ di sogno, al veloce treno di Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch’egli era necessario al nostro amore; partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli, davanti all’improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è delusione. La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare. Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la disparità fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Una ondata conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile d’oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l’artifizio, l’intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d’opera che si chiama l’amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche, melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams, sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d’un rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i dentisti e perfino le poetesse dicono:--«Ti amo!...» «Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c’è un uomo, c’è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...» Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si poteva sperare che l’uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino al gomito... No! Fruga e fruga, l’uomo ha di nuovo ucciso per queste vecchie due parole: «Ti amo...» Ah, basta per l’amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile! Basta, per l’amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste vecchie due parole: «Ti amo...» Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che una specie d’irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente. Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come globi d’elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel dedalo delle vecchie strade, verso l’altra spiaggia di San Sebastiano, la bella Concha, ove pensai che fosse più vita. Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell’onda notturna su l’arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell’edificio, come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche, soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su la torre dell’isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri. --Vi prego, non andiamo al Casino,--disse Madlen. --No? E dove andremo? --Non saprei. Ho sete. Lungo la Calle de Alameda le terrazze dei caffè rigurgitavano ancora di pubblico rumoroso. Là c’incontrammo con alcune persone, le quali tornavano dal Casino ed erano dirette verso l’albergo Maria Cristina. Ci unimmo a questa comitiva: quattro donne con un uomo. Costui era un Francese, avvocato a Nimes, piccolo di statura, molto largo di spalle, con la cravatta nera svolazzante, come usano i poeti che fanno il bardo nazionale nei cabarets di Montmartre. Egli ora tormentava la sua amante, incolpandola di aver giocato male.--«Vous avez joué comme un pied, ma chère... oui, comme un pied!» La sua amante, M.me de Lonard, si professava per una celebre cantatrice; subiva le rimostranze dell’avvocato di Nimes solfeggiando qualche leggera nota. Era molto alta, un po’ matronale, non bellissima di lineamenti, però con una stupenda capigliatura. Vicino a lei camminava una piccola donna, dalla faccia viziosa ed artefatta, che certo era passata senza volersene avvedere oltre l’età canonicale, anzi aveva l’aria di credersi ancora molto vezzosa, molto appetibile. Non lo era. I tacchi esagerati rialzavano la sua piccola statura; un busto ingegnoso cercava di costringere all’obbedienza i suoi mal conservati centri di gravità. Parlava un francese duro ed ingrato, nel quale ogni tanto faceva capolino qualche residuo di un caparbio accento tedesco. Perciò la contessa Fellner si diceva russa di nascita, come in genere si dicono russe rumene o scandinave tutte le tedesche stabilite in Francia. Ma la contessa Fellner era un’assidua delle case da giuoco; avrebbe saputo far a meno del cibo, non delle carte. Pretendeva di avere a Parigi un amico serio ed altolocato, un ricchissimo finanziere, innamorato di lei come un pazzo... La terza donna della comitiva era la sua cameriera, tanto bellina e tanto giovine quanto la contessa invano pretendeva di essere ancora. Ho detto contessa, poichè sopra il suo astuccio per le sigarette, legato al polso, figurava una corona di diamanti con nove punte. Nelle case da giuoco e negli alberghi eleganti è difficile incontrare personaggi che non portino titoli di nobiltà. Certo è questa una nobiltà creata dagli albergatori e che finirà lentamente con invadere l’Almanacco di Gotha. I domestici, quando ricevono buone mance, non sanno far a meno di rispondere:--«Merci, madame la Comtesse; à vos services, Monsieur le Marquis!»--A furia di sentirsi attribuire questi lusinghieri appannaggi, un tale finisce poi con iscoprire tra i suoi bisavoli un glorioso Cavaliere delle Crociate. Il suo patriziato figura con eleganza nell’albo de’ forestieri, ed in fin dei conti anche la nobiltà è un’opinione, come tutto il resto. L’ultima era Odette Litzine, la quale aveva da qualche anno perduto il suo illustre e munifico protettore; però di lui conservava, con i vestigi della sua liberalità, l’ultime sillabe del suo nome: un principe Galitzine. Era una squisita giovine creatura, molto bionda, con la carnagione trasparente come se fosse in porcellana di Sèvres. Aveva due magnifici occhi, appassionati come gli occhi d’una educanda la quale si strugga di solitario amore; il suo corpo era esile ma ben formato, voluttuoso più de’ suoi occhi, attraente come la sua pericolosa innocenza. Quel giorno era venuta in automobile da Biarritz verso l’ora del tè; anch’ella, come Socorrito fiore di Siviglia, sperava che si giocasse alla «roulette». Aveva trovato invece quell’orribile «trente et quarante,--«où jamais je n’ai été fichue de gagner une thune!...» Si era messa a giocare verso le sei e terminava ora, senz’aver mangiato che qualche «sandwich», con un bicchiere di Porto, nell’intervallo fra un mazzo e l’altro. --Pense donc!--ella diceva a Madlen;--j’avais sur moi plus de huit mille francs, et je les ai perdus en vingt minutes. Blanche m’a prêté mille francs; Garigou, tu sais, Garigou le tenor, m’en a prêté encore mille... J’ai voulu taper la Direction, mais le caissier, ce vilain chameau, m’a dit qu’il n’y avait pas le Directeur. Penses-tu!... Pour me prêter cinquante louis il fallait déranger le Roi d’Espagne! Alors Blanche a été tout ce qu’il y a de plus gentil; n’ayant plus le sou elle-même, elle a demandé vingt-cinq louis à un monsieur qu’elle connaît à peine. Ça m’a fait encore vingt-cinq louis de dette, mais Blanche est tout de même un noble coeur. En voyant ma déveine, elle a fini par taper de quinze louis le maître-d’hôtel; puis elle m’a dit: «Fiche-les donc à inverse! Il va y avoir une série.» La série vint en effet: douze inverse! J’avais tout rattrapé, avec du bénéfice... mais, zut! pourquoi n’ai-je pas écouté Blanche? Il fallait à ce moment quitter la table et m’en aller dîner avec elle. Non: j’ai voulu faire sauter la banque, pour voir la tête du caissier, ce mufle à lorgnon... et voilà! je sors à présent sans une pièce dans mon sac. Regarde donc, Madlen: quarante sous et ce guignard de fétiche.... c’est gai! Avec ça, le chauffeur qui m’attend à l’hôtel, tandis que je me meurs de faim, n’ayant pas déjeuné le matin ni dîné le soir... charmante journée!» Per l’allegria si mise a ballare in mezzo alla strada, facendo risuonare i quaranta soldi che le restavan nella borsetta vuota. Madlen le disse: --Non penserai tuttavia di ritornare a Biarritz durante la notte, Litzine? --Ma certo lo penso! --È una pazzia. --Forse; ma cosa vuoi che faccia qui ora? Non ho portato neppure una camicia da notte, e domani dovrei far colazione al Carlton con Crisòpulo, il Greco e pranzare con Ned, l’Americano. --Ma neanche per sogno, Litzine! Rimani qui a dormire. Ti darò io tutto ciò che ti occorre, anche il denaro per rifarti domani, se vuoi. Quanto a Ned, gli puoi telegrafare di venire a prenderti. È molto più semplice, non ti pare? --Credi?...--fece Litzine, dubitosa ed allettata. --Ma certamente. --Bene, facciamo così. È infatti più semplice. Ti rimanderò il denaro da Biarritz per telegrafo,--et je te dis merci, chère... --Mais, voyons, quelle blague! La contessa Fellner fece una piccola smorfia, perchè forse aveva già premeditato di chiedere un prestito a Madlen, e Litzine complicava le cose. Allora, sotto un lampione, si mise a rivedere il cartoncino d’una «taglia» di «trente et quarante» ove c’erano state quattordici intermittenze.--«Voilà où je devais me faire une fortune, l’imbécile que je suis!...» Frattanto l’avvocato di Nimes continuava il suo bisticcio con la celebre cantante, M.me de Lonard, la quale, dall’alto del suo bel portamento, guardava con indulgenza il piccolo uomo testardo e cavilloso. La leggiadra cameriera camminava qualche passo dietro la nostra comitiva, seria seria, fissando il marciapiede. Credo ella stesse facendo il suo tirocinio di futura bella donna; ormai non le mancava che d’incontrarsi con il protettore di buona volontà. Nel giardino dell’albergo il meccanico di Litzine aspettava pazientemente, fumando. --Oh, voilà Madame!--fece con tranquilla impazienza.--Je suis là depuis 10 h. du soir, ainsi que Madame m’avait dit. --Vous avez bien raison de vous plaindre, mon pauvre ami!--disse Litzine, con un tono commosso.--Voyez-vous, c’est la vie!... Allez à présent garer votre voiture et vous coucher de suite, car je reste. --Ah... très bien, Madame! Bonne nuit, Mesdames et Messieurs!--rispose il meccanico, senza ombra di malumore. Ciò mi fece pensare che vi son uomini fatti come il tassametro, come l’ascensore, come i becchi dell’acqua potabile, come i cavalli di piazza,--uomini che vanno e stanno, salgono e scendono, aspettano e camminano, senza perdere mai la pazienza. Non sono forse i più infelici. Hanno capito che il tempo ha una ragione d’essere, ha un pregio, solo in quanto serve a far guadagnare il prezzo che costa la vita. Perciò, guadagnarlo stando fermi, è certo il miglior sistema. Una camera fu trovata per Litzine, non lontana da quella di Madlen; ma difficile fu commuovere il custode notturno spiegandogli che Litzine non aveva pranzato, perciò moriva di fame; anzi avevamo fame in parecchi e si desiderava cenare. Dopo avere sollevate mille difficoltà, il custode rispose infine che sarebbe andato a frugare nella dispensa. --Porterete in camera mia tutto quello che troverete,--gli disse Madlen, mentre l’avvocato di Nimes protestava d’aver sonno e di volersene andare a letto, non senza, beninteso, la compagnia della celebre cantante, M.me de Lonard. Però venne anch’egli nella camera di Madlen; anzi tutti vennero, fuorchè la giovine cameriera. Questo avvocato si chiamava Claude; era spiritoso cattivo e maldicente come un perfetto avvocato meridionale. Quello che fece per prima cosa fu di sedersi familiarmente sul bellissimo copripiedi che occupava quasi per intero la coltre di Madlen. Là si mise a contare con iracondia i biglietti ch’erano rimasti nel suo portafogli. Litzine si era sdraiata sul divano e canticchiando fumava; M.me de Lonard aveva chiesto il permesso d’entrare un momento nella stanza da bagno, della quale serrò l’uscio. La contessa Fellner, toltasi il cappello davanti allo specchio, si dava un po’ di cipria sul mento e si ricomponeva con civetteria la capigliatura tinta. --Dio mio!...--sospirava--cosa direbbe ora il mio amico di Parigi se mi vedesse in uno stato simile? --Poichè vi ama, egli direbbe innanzi tutto: «Quanto hai perduto stasera, carina mia?»--rispose, chiudendo il portafogli, l’avvocato di Nimes. --E Pepe?--fece allora, improvvisamente, Litzine. --Pepe...--volle rispondere Madlen, con un certo impaccio,--come, non sai? È partito proprio questa notte, poche ore fa. --Per dove? --Per Londra. È andato a Londra ove dimora suo padre. Tornerà, credo, fra una decina di giorni. Ma non più con me. Siamo divorziati. Era deciso da un pezzo, come ti avevo già detto. --Sì, mi ricordo... mi ricordo.--Litzine fece una pausa, poi soggiunse:--Tanto meglio. Allora si mise a guardarmi con curiosità, pensando probabilmente di scoprire in me il successore. Io conoscevo pochissimo Litzine; a Biarritz avevamo giocato alla medesima tavola qualche rara volta. Ed un giorno, appunto al Casino di Biarritz, mentre stavo per prendere la mia mano ella mi aveva detto, come spesso accade fra giocatori:--«Cinq louis dans votre main, Monsieur?»--«Si vous voulez, Madame...»--Ed avevamo perduto. Questa era la nostra piccola storia. Breve, lieve, sfortunata. Ma non si sa mai cosa possa accadere fra un uomo ed una donna i quali abbiano perduto insieme un colpo di baccarà. M.me de Lonard, tra un rumore d’acqua corrente, rientrava nella camera con aria più soddisfatta. Si era tolta ella pure il cappello ed ora sedeva in una poltrona con posa meditabonda. Accese una sigaretta, poi disse: --Dans un mois je serai en Amérique... La cosa non fece colpo su alcuno. Ond’ella soggiunse con un sospiro: --Ah, les concerts classiques!... je me sens née pour les concerts classiques!... Allora l’avvocato di Nimes, dopo qualche minuto di raccoglimento, espose questa ferma convinzione: --Les concerts classiques, c’est la chose la plus bête qu’il y ait au monde. --Vous croyez?...--rispose con benevolenza l’angelica M.me de Lonard. Intanto sopraggiungeva il custode notturno, con un vassoio pantagruélico. E nomenclò:--«Uova, carne fredda, formaggio, burro, frutte, pasticceria. Pomméry Gréno, extra-sec.» Fece verificare l’«extra-sec» sul collo delle bottiglie non ancora sturate: al che l’avvocato di Nimes rispose con irritazione: --Io dunque berrò l’acqua del rubinetto, perchè questa marca di Sciampagna mi dà i crampi allo stomaco. --Poverino, com’è delicato!--lo compianse Litzine. E presa una coscia di pollo, si mise ad imprimervi con avidità la sua bella dentatura luccicante. L’avvocato Claude neghittosamente si provvide d’un paio d’uova sode e tornò sul letto. --Ebbene,--disse Madlen,--non mangerete sovra la mia coperta? Venite, vi prego, a sedervi con noi. --E dove? In verità non c’era posto; ma l’angelica M.me de Lonard lo invitò a sedere sul bracciolo della sua poltrona. L’avvocato di Nimes era piccolo; ci stava. Sbocconcellò sbadigliando le uova sode, poi ne prese altre due. Avvenne questo: ch’egli solo mangiò per quattro e si bevve quasi tutta una bottiglia di quel Pomméry extra-sec che gli dava i crampi allo stomaco. La contessa Fellner, dopo il gioco e la cena, si lasciava prendere da non so quale desiderio di sensazioni ulteriori. --Oh...--sospirava--quanto mi struggo e mi sciupo in questo maledetto paese! Non solo perdo al giuoco tutto quello che possiedo, ma purtroppo sono anche disperatamente casta fin dalla vigilia del mio arrivo: ecco a momenti due settimane... --Appunto lo s’indovina dai vostri occhi, povera contessa!--rispose con malizia l’avvocato di Nimes.--Per una donna di temperamento la solitudine costituisce un vero guaio... Ma infine, perchè no?...--soggiunse, facendo segno alla mia persona.--Ecco un giovinotto che certo aspetta solo una strizzatina d’occhi... La contessa Fellner arricciò il naso. ---Prima di tutto, caro signor Claude, io non sono per vostra regola una donna così facile!... Poi questo signore non è il mio tipo. --Oh! oh!... illustráteci dunque il «vostro tipo»,--la incitò l’avvocato, che ancora stava trincando. --Io credo quasi di conoscerlo,--rispose Litzine.--Voi, contessa, amate il tipo di Ned, il tipo Americano del Nord, non è vero? --Oh, oui...--confessò, con un brivido artificiale ma prolungato, la casta M.me Fellner.--Sì, è vero, è vero! Amo il tipo di Ned: biondo, sbarbato, molto solido, molto energico... --Molto ricco!--soggiunse l’implacabile Claude. --Insolente! --Che insolenza c’è nel dire che Ned è molto ricco? Ma infine, cara contessa, poichè fra voi e Ned c’è una frontiera, mentre fra voi ed il signore non vi sarà, suppongo, che un mezzo corridoio... spegnete i lumi e pregatelo di parlare inglese. --Andiamo, andiamo, caro avvocato...--lo ammonì la contessa Fellner con una voce grave;--non sapete forse che a Parigi ho un amico il quale mi adora e che io adoro? --Noi sappiamo tutto questo!...--le accordò l’avvocato con enfasi declamatoria. --E quanto poi al signore,--aggiunse la contessa, guardandomi e guardando Madlen,--egli è molto occupato altrove... --Vous croyez, madame?--fece Madlen, con una voce tagliente. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000