Quanti erano? Quante migliaia erano?
Impossibile a contarsi, quell’immenso numero di cristiani, del quale si
gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci,
cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della
penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l’ostia, mondi
come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese
l’anima della bianca pascolatrice.
Era già questa l’ora, dopo le campane del vespero, quando i
pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario
per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani
Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse
con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d’abeti. Il bianco
fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand’ella venne
al guado, e la compagna e la sorella passarono per l’altra riva, e
sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor
confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di
fragranti resine.
Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità,
e la processione cominciò a salire l’erta del Calvario. Di là dal ponte,
sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes
la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si
andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e
d’ombra. D’un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida
e tremula fiammella s’accese; poi divennero cento, poi mille, poi
divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un
fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava
i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio,
che vacillando pavimentava l’immensa Esplanade come una specie di
terrestre firmamento.
Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio,
dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del
Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della
umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua
crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d’un Dio.
E là, nel fuoco della Basilica, l’altare incendiato folgorava come un
braciere splendidissimo.
Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di
perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei
Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi
come il sangue, gli smeraldi verdi come l’oltremare, le riviere di
brillanti che nessuna donna mai possedette:--questo possedeva la pallida
Signora di Lourdes, l’Apparsa con un manto azzurro nel sogno della
povera pascolatrice.
Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, e questa
voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro
i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così
abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.
Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce
sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle
ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come
plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d’argento, con vescovi
regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan
le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona
il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per
suggellare opere ch’egli maledisse!...
Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che
s’inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la
dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri
mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le
bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana,
tristezza della dolce terra, dolore del mondo...
La chiesa era bella; era tutta un arazzo d’argento, un portico d’oro, un
teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le
turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d’un rito mirabile; un
rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il
trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che
potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e
sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.
Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza dei portatori di
fiaccole, servo io pure dell’idolo scintillante, e la mia voce sommessa
canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco
del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine
condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.
Pensavo:--«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine
de’ miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.
E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio
monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose
cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole
staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell’inverno,
serrato fra le corregge dei sandali d’umiltà. Una squallida barba
castana, con qualche filo biondo, contornerà l’inciso pallore del mio
volto notturno...»
Pensavo:--«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una
sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna
oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà
la sorella dell’altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido
Uomo di Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu
scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Pensavo:--«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che
brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove
l’anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse
patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a
vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»
E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?
Essi cantano:--«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma
di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di
credere. Date a noi, Vergine Maria, l’altezza d’amore ch’è sopra il
dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi
scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»
Essi cantano:--«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi
non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la
eterna luce dell’eterno infinito, la buona e verace ala che noi
raccoglierà dal peso della polvere.»
Essi cantano:--«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra
carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha
ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome;
libera uno dei mille dal marchio dell’inguaribile infermità; muovi la
mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che
i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di
Lourdes, Madre di Dio...»
La chiesa era bella; era tutta un arazzo d’argento, un portico d’oro; i
ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da
ogni pietra saliva in Cristo l’anima del pellegrino inginocchiato.
Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia,
che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell’anima grande
che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse
per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso
della purificazione mistica era in me tanto più vuluttuoso, quanto più
sentivo di essere vicino all’amore di una donna, e quanto più sentivo il
braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio,
quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il
solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia
vita lontana.
Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la
gioia della sua bellezza invadermi, l’ardore del suo desiderio
possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d’anima che pareva mi
volesse dividere dalle gioie della vita.
Forse quest’amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini
biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l’organo balenante cantava, e mia
diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla
miseria di tutti i pentiti, tra quell’incenso pregno d’immaterialità,
che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell’idolo
scintillante.
In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai
sensi e pativo l’odore della sua carne, intravvedevo le altezze della
mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere
insieme l’ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più
logorante peccato.
Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima
duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un’amante cerca di
comunicarsi al piacere dell’amante. Ne’ suoi occhi pieni di nord non
avevo mai veduta più ombra.
Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta--morta
nella sua gioventù--ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno
di trine, seminuda, co’ suoi capelli ancor segnati dall’ondulazione, con
tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come
sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...
Ma era viva, e diventerebbe vecchia,--una piccola vecchia gialla, col
mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale,
quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in
miseria, qualcuno direbbe ch’era stata una prostituta; le darebbero, per
marcire, due metri di terra santa...
E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del
pallido Uomo di Galil, quand’Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla
cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall’odore delle
sue fine ciprie, dal peso de’ suoi fulgenti braccialetti, bella come la
rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i
peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei
conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...
E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d’un tratto vidi, o mi
parve, un largo drappo d’oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e
vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d’ogni altra che
mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli
biondi e bui, con braccialetti d’oro che si attorcevano a’ suoi polsi
come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di
voluttuosa pubertà, uno specchio d’argento che brillava sul tappeto
scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare
le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea
svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni parte
ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle
Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell’alba e
nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più
sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell’orgia la natura
vieta...
E questo, ch’io vedevo, era uno splendido abbaglio de’ miei occhi, già
pieni di quella erroneità ch’è fuori dalle cose presenti, ma che il
forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più
dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed
il largo drappo d’oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna
ch’era mia, la danzatrice di Mágdala.
I ceri ardevano, l’organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul
fervore delle turbe inginocchiate; l’altare, circonfuso di fumo,
tramandava dagli ori de’ suoi tabernacoli quel senso dell’eterno e
dell’immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche
millenarie.
Dietro quell’altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi
pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di
Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade;
là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d’oro della
danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo
specchio d’argento...
Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la
gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d’un
Dio.
Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel mezzo della Basilica,
sul drappo d’oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre
saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo
avvolto in una musica di fiamme, e l’alta chiesa bruciava come un
padiglione di sole--di fuoco e di sole--ov’erano tutti i peccati, le gioie
della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della
perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su,
in un vortice di sole--di fuoco e di sole--ubbriaca, nei paradisi
terrestri, l’infernalità dionisiaca della vita...
E la voce del mio spirito a lei gridava
--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le
donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la
treccia, Maria Maddalena...»
La chiesa era bella; era un arazzo d’argento, un portico d’oro, una
vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel
fuoco settemplice dell’arcobaleno.
E la voce del mio spirito a lei gridava:
--«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le
peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di
Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore;
esso è vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di
posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»
Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d’argento, dal suo drappo
d’oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata
sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell’incenso cristiano,
trasparente come l’elevazione dello spirito, casto come l’anima delle
creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente
come l’umano dolore.
Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue
forcelle d’oro bruciavan nella capigliatura scintillante.
Ma d’un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella
ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato
come sono i firmamenti nel mese d’Aprile.
Cadde.
Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte
penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla
come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s’immerse ne’ suoi
capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di
Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di
Galil:--«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia
treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
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Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la
caverna de’ caprifogli e degli spini.
Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe
di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica
dell’ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della
vallata e spaziose murature circondavano l’accesso alla Grotta del
Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva
dell’antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini
primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure
nella roccia, che ne formavan l’entrata e l’uscita; odor rancio di
candele consunte appestava l’aria sotto la volta affumicata; le labbra
dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel
fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo
d’acqua, scarso, debole, che ogni tratto s’interrompeva.
Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve
della pascolatrice.
Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite
migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una
specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e
gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, e tutta
la rupe, intorno all’accesso della Grotta, se ne vestiva come d’una
tragica e squallida reliquia di martirio.
I fedeli si stipavano all’ingresso, ov’era, contro il palco del
predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I
cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le
labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell’angusto presepe,
che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo,
tramortiti, nel vedere l’acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il
lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina
Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di
sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un
silenzio, non interrotto che dallo strisciar de’ piedi, lasciava udire
il gorgoglio che l’acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la
folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo,
a procedere fra le pareti anguste, fino all’uscita.
Là, pareva che l’aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come
per chi esce d’improvviso da una galera sotterranea.
Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si
accolse davanti allo stupore de’ miei occhi, e questa orribil fiera di
atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri
lebbrosi dell’Oriente, questi eran fatti segno all’adorazione della
folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare
della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il
pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.
Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure a ginocchi; gli
altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi
murati vivi entro macchine d’ortopedìa. Quasi fossero gli attori
spaventosi d’un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e
campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore
delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome,
con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a
creature che a cadaveri dissepolti.
Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i
monti; un po’ di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave.
L’odore dei timi, l’odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la
immensa folla che si andava perdendo nell’oscurità. Qualche lembo di
giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un
cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia
inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre
dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d’una
umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo
del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell’azzurra Signora di
Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano
migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce
spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici
abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra
più non produce balsamo, e tanto è l’orrore che fanno, da inibire a chi
li guarda il senso della pietà.
Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il
tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell’alchimista non ha
finora imprigionata. E questi reietti da ogni bene del mondo amavano
ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare
distruzione sotterranea, questi pervasi dall’amor di Cristo amavano
ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da
esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in
mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che
cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò
che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non
vuole spegnersi:--e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la
vita.
Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta
fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l’avrebber cercata
forse nell’inferno; e que’ bracci monchi, e que’ labbri tumidi, e quelle
facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica
irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva
risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano
estorcere un ultimo giorno di vita.
E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del
combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada
ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità
sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti
que’ nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento,
alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso
all’inguaribile dolore.
E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la
sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione
cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a
guardare nel dolore altrui, come in uno specchio dove la propria
calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior
poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del
gaudio superiore, l’umiltà come un segno di forza, la fede come un
elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi,
congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan
saputo giungere oltre il bene dell’annientamento, ecco levarsi dalle
vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le
terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o
nelle fredde catapecchie:--«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è
forse l’ultimo piacere della vita.»
Così parlava quest’Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di
quella ricerca d’amore ch’è il fondamentale senso della vita, un
appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria
gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l’amore altrui.
Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre
sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua
bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal
male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare
alla vita le sue crudeltà indispensabili.
Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all’isolamento. Questo
grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci
paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori
«dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo
percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli
altri»; e quando, da tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come
ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran
fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel
costato per affrettarne la tenace agonia, quest’uomo ch’era vissuto come
un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo
d’Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i
suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo
«degli altri.»
Eppure anch’egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a
sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva
liberarsi dall’odore delle sue fine ciprie, dal peso de’ suoi fulgenti
braccialetti, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda
nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...
E questa musica d’amore,--forse la più bella che mai nascesse dai
giardini della terra fiorita--questa bianca storia della danzatrice di
Mádgala e dell’Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere
in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale
dello spirito, l’eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli
della umana poesia.
Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera
che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti
alla Grotta fiammeggiante. Com’eravate nella Basilica, davanti al mio
sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò
l’immagine della vera Maddalena.
E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita,
forse più liberi ci condusse davanti a quest’ora definitiva. La terra
buona e dolce, voi e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il
supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.
Le due maniere di vivere, qui per noi s’incontravano al bivio necessario
ed inevitabile.
Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente
m’innamorava in un modo così affascinante, che l’attesa della vostra
dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi
stessa non eravate più quella d’una volta, ma la donna forse della
vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all’inizio d’ogni
cosa della vita, e godeva d’esser stata impura, per meglio poter
conoscere alfine, la perfetta colpa.
Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del
miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del
lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il
tormento, e la notte io v’attendevo, nella stanza piena di stelle,
sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...
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Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le
grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come
otri, consunti come cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue,
scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di
lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva
l’attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su
l’asfalto; l’odore dello iodoformio stringeva la gola.
Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano
innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che
volessero avvolgere, stringere, l’enorme idolo della Signora di Lourdes.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei
paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un
distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce
burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere
alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt’e due le braccia, di
scatto, con un gesto d’automa, e gridava:
--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...
La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa
nell’oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido
fanatico:
--Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»
E l’urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva
nell’eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte:
«le miracle!... le miracle!...»
C’era una monaca:--un decrepito corpo sfasciato, un pacco di vestimenti
religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale
non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva
come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro,
immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga
più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran
entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè
gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva
occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse
come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle
sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo
le sillabe dell’invocazione al miracolo.
I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che
partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti
forieri dell’epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i
contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde,
parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle
dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d’eczema,
aveva due dita di barba. All’altro, senz’orecchi, usciva di dietro il
cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n’era un altro, dalla
statura d’uomo, con la fisionomia d’un infante, il quale agitava i suoi
bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell’anche, mentre le
sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio,
cosicchè dondolava tutto d’un pezzo, come una catasta di sedie che stia
per rovesciarsi.
--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano
con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non
perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.
--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva
qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Poi v’erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse
labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le
pappagorge dei tacchini; v’erano i mostri dalla faccia di mops,
rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una
cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di
ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli
cerchi d’oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d’un seno
flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano
ripetendo con espressioni percosse dall’imbecillità il grido di qualche
animale; ma contraffatto anch’esso, pregno di un opaco dolore, gonfio
d’una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad
ascoltarsi, come la voce dell’uomo che stia per diventare bestia.
Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti,
le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una
volta su mille s’incontran nelle vetrine de’ musei anatomici, si erano
adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile
da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a
zanne, che si eran confitte nell’osso del mento; facce prive di ogni
sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere
che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da
quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una
spalla, in guisa da superare l’altezza del capo; facce voltate quasi
all’indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan
composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall’altra;
catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in
una specie d’immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia
del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come
la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di
lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come
la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.
E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia
predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per
sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse
quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi
ch’erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per
intercessione dell’enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza
e per virtù di preghiere.
Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:
--Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...--Sainte Vierge de
Lourdes ressuscitez nos mourants!...--Jésus, fils de Marie, faites pour
nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»
Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d’attesa
invadeva l’anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un
fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli
occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della
vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva
necessaria ed inevitabile.
Cominciò l’ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la
miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva
pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del
chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora
l’allucinazione di migliaia e migliaia d’anime purificate con il lievito
dell’Eucaristìa.
Nulla impediva ormai che l’impossibile avvenisse.
Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si
stringeva intorno all’idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle
alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte
lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della
contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora
sui ginocchi.
Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco,
tetra e smorta, con occhi freddi come l’argento, in una devastata faccia
terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi
fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono
Ralph...
E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s’egli solo avesse la
forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra
potenza, mentre i tentácoli di quell’unica idra dei flagelli umani
parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida
gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di
Giuda il crocifisso Taumaturgo.
Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto
il fuoco delle torce. Rise anch’egli, forse, per la gioia di sentirsi
immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di
demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d’intercessore del
miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de’
Cristiani vedesse l’immagine dell’Inchiodato sul Gólgota.
Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di
atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di
carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che
potevan per sè stesse generare il miracolo.
Mai vidi un’attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al
compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de’ crudeli
fanatismi arabi, de’ religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano
davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla
violenza d’amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè
un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l’avverarsi di
un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel
mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che
altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere,
Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.
Il senso dell’estorsione, il contagio d’una formidabile volontà, il
potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno
spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di
materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava
con la immateriale sua visibilità l’atmosfera della presenza di Dio,
chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini
taumaturghi.
Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d’argento,
e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di
disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante,
per gridare anch’io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:
--Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le
cadavre surgira...
Da un capo all’altro, fin dove l’ombra li cancellava, le migliaia di
cristiani s’inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano
come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.
--Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...
Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno
di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una
gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.
«Diácono Ralph--(se voi siete il diácono Ralph)--rammentate ancora la
mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul
braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne’
vostri occhi freddi come l’argento tremò la fiamma dell’amore umano, e
su lei vi chinaste con la bocca pallida come la voluttà, nell’odore
delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il
diácono Ralph?...»
Cosa udivo?--Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano
i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate
interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i
tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un
riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un
figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria
danza con un ronzìo de’ labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti
che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che
pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando
mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i
fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature
delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione,
i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi
lagrime di nero sangue raggrumato:--era la voce di tutta la umana
infermità che saliva nella invocazione del cantico:
---Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...-
Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi
orecchini d’oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia
cravatta nera.
Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini,
senza la manica interna, s’inginocchiavano, s’alzavano insieme.
La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin
sotto i gomiti, cercava di pregare anch’ella battendo insieme i
moncherini.
---Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...-
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.
---.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater...-
Diácono Ralph--(se voi siete il diácono Ralph)--rammentate ancora il
profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia
contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere
oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che
scintillava sotto i vostri occhi freddi come l’argento, monaco di
Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...
---.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei...-
La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia.
Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa
investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto
pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal
vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose.
Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore
d’acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime
degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...
Quando la voce del monaco lanciava l’urlo dell’invocazione, si vedevano
i mille storpi contorcersi con una specie di frenesìa convulsa, quasi
volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo.
Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri
apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui
banchi ov’erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una
specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e
squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di
affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma
quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello,
era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo
che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce
invidia riavere per sè tutta la vita.
Si erano aspersi con l’acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e
giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare
l’Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici
e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre
e d’agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de’ monasteri,
nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano
trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire,
toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi
nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e
poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano
disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie
infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe
roventi sotto i rivoli dell’Acqua risanatrice; di giorno, di notte,
null’altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.
Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi,
serviti per carità, non dalle mani rozze dell’infermiere, ma da quelle
talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si
accorgevano a poco a poco d’essere divenuti come brandelli sacri ed
intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più
sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano
che il cielo volesse designarli per dare l’esempio del miracolo. Alcuni
forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per
essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera
di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere
ogni cosa traverso il colore dell’allucinazione: dovesse pure non
accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che
giurerebbero d’averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai
crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i
sacri ciborii, su l’altare della pietà cristiana; que’ mutilati
s’accorgevano d’essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la
torturata creta ove s’imprimerebbe, davanti alle turbe della gente
cristiana, il póllice della divinità.
Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle
fontanelle canoniche, il filo d’acqua espresso dal tocco della divina
Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al
giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena
prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e
la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per
gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni
fessi dai tarli dell’etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni dei
morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde,
plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d’uno stagno; e
le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino
all’agonìa.
Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l’immondizia e la tabe
di tutta la cancerosità umana, l’acqua veniva solo mutata un paio di
volte al giorno, e quelli che chiedevan d’essere immersi erano talvolta
parecchie centinaia. Sul fiore di quell’acqua buia, chiusa da un sipario
di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente
infette, batúffoli d’ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle
úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli
di carne morta. Su quell’acqua micidiale, nefasta, fredda, scura,
galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule,
che formava chiazze d’ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a
vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi
serbatoi della putredine.
Là dentro s’immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla
malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le
femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello
stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla
follìa del mal d’amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano
ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di
superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell’acqua di
gioventù.
Ed ora, dopo notti e giorni d’abluzioni, d’insonnia, d’inedia, di
preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di
contagio mistico, saturi di comunione con Dio, prima di tornare alle
case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in
fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla
Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell’attesa d’un
segno di Dio.
Ed il miracolo si fece.
D’un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile
d’un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò
furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli
abiti apparve seminudo; urlava.
Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso
le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane.
Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli
grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso
convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron
su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più
vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso
nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne
fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si
vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo
immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò
in alto, sopra il mare dei percossi, e l’uomo dalla piaga urlava.
Urlava con una specie d’ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita
insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva,
una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La
piaga si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi
per metà...
Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne’
calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua
piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più
rossa di nascente vita...
Poich’egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni
modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo
stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal
miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo
per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa,
porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare
da tutti, era libero, libero!...
Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si
arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce
sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e
medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non
riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento;
la Grotta fiammeggiava; l’enorme idolo di legno dipinto era là,
sorridente; si udiva passare la musica dell’acqua eterna; il monaco
scomparve.
---Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei...-
Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.
Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi
contro la terra, baciarono la terra benedetta, si picchiarono la fronte
contro il suolo dov’era suggellata la Fonte risanatrice. S’intravvedeva
nella distanza, fin dove l’occhio poteva scernere, uno stuolo di gente
buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia
del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di
Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d’infermieri, di
monaci e di guidatori de’ pellegrinaggi, male impediva che la folla
crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo
spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de’ malati,
per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo;
sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:
---Exultat domus mea, mea lucet benignitas...-
D’improvviso, dal suo congegno d’ortopedica ferraglia, un paralitico
sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi
si levò.
Si levò barcollante, nuovo a quell’equilibrio verticale come un
fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete,
puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.
Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d’un
ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio,
l’apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga
immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue
ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava,
che miracolosamente riacquistava l’elasticità nelle giunture
anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi
morti. E quando fu ben sicuro che il fuoco della vita rifluisse nella
sua carne spenta, quand’egli, come un sonnambulo, pur si accorse di
camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola
singhiozzante, le sue braccia batterono l’aria come le ali d’un
uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti
l’udirono, e cadde all’indietro, senza flettersi, con le braccia aperte
come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.
--Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...
Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano
con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non
perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.
E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il
collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino
e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile
imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche
devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri
spettinate, scarne anch’esse, logore dal contagio che inflissero al
figlio d’un contaminato.
E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio.
Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti
all’enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di
fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un
buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l’immensa ala della
potenza d’un Redentore.
Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle labbra dei
mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le
forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per
sempre, la scientifica impossibilità.
Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee
come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d’acqua
innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva
nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva
ne’ suoi laboratori consci di tutto il sapere d’una secolare
investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio
Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre
consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella
certezza di dover guarire, ch’è la forza incomprensibile di tutte le
guarigioni. La volontà miracolosa passava dall’uno all’altro, si
centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna
prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare
perfino la materia.
E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie.
C’era un angolo del mondo--questa buia Lourdes--ove ancora un Cristo
poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano
da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva
com’era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito
che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva
l’Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul
Calvario.
Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi
dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte
le porte, ora venivano a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per
ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan
ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,--da tutte le
terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati
per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni
speranza d’incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le
vendemmie, ridere le primavere,--da tutte le galere del mondo fedelmente
venivano a lui.
E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi
senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi
artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan
ch’erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere
della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei
sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro
piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende
mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra
contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;--volevano vivere,
splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi
della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che
nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di
Dio.
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