Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica. Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di averne su per giù trenta. A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna, ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con lʼauto–suggestione. Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio, lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un grande ironista. Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè, se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più riesce anche ad esserlo. Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi. La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano un poʼ scuri, e metterne due di porcellana. Ella ne mise due di porcellana. La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo grado. Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva durante il primo viaggio di nozze. Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento. Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù. Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda. Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné. Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati. Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne addirittura quella dʼuna bambina. E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate. Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua canonica età!... Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni, tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!... Bisognava trovare un rimedio. Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette. Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo. Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia abitudine. Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino. Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto. Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola, glielo disse con molto garbo: --Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins? --Pourquoi, Linette? --Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui durent parfois très longtemps, Madame... Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un uomo di buona famiglia,--purtroppo decaduta. E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese? * * * * * Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette. Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi unʼeducazione. Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a conversare con gli Accademici. Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè, fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino. Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e docile come una vera donna. Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino, e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia dello scibile quotidiano. Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare il tango. Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza. E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale: «Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez.... etc.» Era la sua storia. Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la manìa di far strada nella Capitale. Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che le dette il primo brivido. Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città. Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno. E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa: «que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en allassiez, quʼils sʼen allassent...» E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...». Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto gaudio alla letteratura dei coniugi Willy. Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe forsʼanche sposata. Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine, allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!... [Illustrazione: DECORAZIONE] No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza, una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua emula ed amica Dorée dʼArnac. Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto. Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente. Invece non perdonò. Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca parente. In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio. --Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,--disse con la sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia dellʼaccento americano.--Venez à Londres avec moi. Nous danserons à lʼHippodrome. Cʼest la «Season». --Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack! * * * * * Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese. Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.--precede il nome. Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale semaforico. Quello di un Tedesco è un diploma universitario. Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la madre patria. Lord G. A. M. F. B.--precede il nome--era un uomo che su tutte le cose aveva il suo punto di vista. Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista. Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse Americano, aveva le lacrime agli occhi. Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe. Così fu. Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica. Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in media, vinsero due volte su tre. Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro lʼuniverso. Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la prese in giro. Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto. E rimasero buoni amici. Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto, credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosa non le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco a poco in un singolare spavento. Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene. Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la pregava di non darle noia. Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack. --Assieds–toi là, Jack. Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di boccate, la mise tra le labbra di Jack. La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack. Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica al suo costante vizio di tenere le mani in tasca. --Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir? Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso, infine riferì: --Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous donnera cinquante louis par soirée. --Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas? --Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette. --Est–ce vrai, mon pauvre Jack? Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato. --Tu es un boudeur, Jack! --Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu. --Pourquoi méchante? Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia, come suol fare chi spartisce una bella criniera. --Avez–vous la fièvre, My Blu? --La fièvre? Mais jamais de la vie! --Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal? --Pas du tout. Voilà mon pied. Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità, come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un delicato piacere. --Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée? --Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit. Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere la porta. --Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais que ma mère est très curieuse. Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne gli parevan degne dʼun interesse molto limitato. --My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez voir: des pas extraordinaires! --Vrai? Encore une valse? --Non pas; un Rag–Time. --Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre. --Oui, levez–vous, Bliouette. Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto. Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova, lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?» Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne prendersi un amante nuovo. Lo capiva súbito. Di questo Rag–Time impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la definizione di Jack. Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto. * * * * * --Jack, mon petit...--disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,--une chose pourtant mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du sang? --Question très grave,--rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo affermò:--Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise. --Moi aussi. Au fond je préfère. --Comme cʼest gentil de votre part, My Blu! --Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai toujours hantée par ce doute. --Yes, très grave,--ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al giorno senza fumarne che un paio di boccate. --Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître? --Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas. --Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack? --Quite right, My Blu!--egli rispose con una brevità quasi arrabbiata. Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse: --Je nʼen ai pas envie, Jack. LʼAmericano si strinse nelle spalle. --Très bien. Alors cʼest un fils de Lord. --Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi, prends la plume et écris ce que je vais te dire. Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto. Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo: --Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un passo di Rag–Time?... La santa donna se ne andò via dolcemente. --Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même. Ecris: «Cher ami, Jʼai quelque chose à vous dire...--Non, efface!--«Cher ami, jʼaime autant vous le dire sans trop de détours...» --Doucement, doucement...--pregò Jack, il quale ballava meglio che non scrivesse. --«...détours--deux points, majuscule:--Je suis enceinte de vos œuvres, et cela interrompt ma carrière, sans compter...» --Pooh! indeed!--bestemmiò Jack, buttando via la penna.--Comment faire, à present que vous ne pourrez plus danser? --On ne dansera pas, cʼest très simple,--disse Bluette in modo affabile.--As–tu écrit? --Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très bien... --Chut... Ecris et laisse–moi faire. Jack ripetè: --«...ma carrière, sans compter...» --«...sans compter que, avoir un gosse»--virgule--«pour une femme sans mari»--virgule--«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui arriver!»--Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non: dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras. --Je comprends,--disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti che gli eran ordinati.--Vous désirez que le Lord vous épouse. --Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:--«Une fausse–couche me serait impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:--«Que faire? Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de moi–même... Le médecin mʼa dit»--virgule--«quʼayant un défaut dans la matrice»--virgule--«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout; mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.» --Quei est le médecin qui a dit ces bêtises? --Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la matrice. --Ah... --Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais au moins corriger ton accent transatlantique. Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè, con il suo francese yankee: --«...serait fetell pour moi.» --Point.--«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je devais avoir...»--Points de suspension... «... et rien!» Point dʼexclamation!--«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin, je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit depuis sept jours...» --Trois jours. --La barbe! Jʼai dit sept!--«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta pauvre petite Bluette» A présent relis ce que tu as écrit, Jack. Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento. --Relis encore une fois, Jack. Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli. --En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer une dépêche. --Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente. --Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire, la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe. Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì. [Illustrazione: DECORAZIONE] Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le cose complicate si accomodaron come per incanto. Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo, ritraversò la Manica. La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere nevrastenici come i popoli continentali. Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di Doyen. Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un sesso, per uggia della vita. E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a scegliersi un posto nel cimitero. My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili», anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie femminili che producono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in premio della sua faticosa maternità. Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi fugaci paradisi. Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle, per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva, che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale divinità. Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità pericolosa dellʼanima. E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità. Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai. Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello, che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.ͬ Le Bargy. In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare. Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei giornali di Francia. Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie, che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla biografie così verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco si convincono dʼaverle vissute. Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della Rue de la Paix. Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le gambe assai meno del necessario. Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo. Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi piedi ora si domandava lʼoriginalità. Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack. --Poco male,--pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se il pubblico ne avesse avuto il desiderio.--Poco male, My Blu. Andremo in cerca dʼun altro inventore. Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e su misura. --Su misura,--preferì lʼImpresario.--Non solo, ma bisogna poi distruggere il figurino. --Benissimo. Allora portatela qui, che la veda. E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti. Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My Blu. Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu. Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso allʼAccademia degli Immortali. Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace quanto più il corpo si mostrava nudo. Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano frivoleggiava nel contempo con altra gioventù. Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo. Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime. Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac. Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,--forse un palmo più di Linette--ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente. Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati. Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici. Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità. La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini. Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello. Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera, ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio, varcò il limitare senza guardarla. --Monsieur désire?--fece Linette. --Passez ma carte à Madame,--rispose il conte, porgendo il suo biglietto stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe: --Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré? --Hein?....--fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si mise a ridere:--Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là, là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît drôle! --Et à moi!...--fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:--Mais, ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous. --Chez nous? Tiens, comme tu dis ça! --Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que je suis établie chez elle. --Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler mot, hein? --Tu dis? --Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette. --Tout court? --Mais, pardi! Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a guardarlo con ammirazione. --Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque! --Bien sûr, ma chérie.--– Poi borbottò, in modo abbastanza intelligibile:--Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma soeur chez My Blu! --Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des vues sur ma patronne, rien à faire ici! --Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac. Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie. Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve: --Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau... Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette. Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui. Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau. --Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame... --Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,--corresse il conte con molto garbo.--Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit. Linette esitava. --Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit service?--domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la graziosa Linette.--Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison. Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia. --Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le temps!--Poi alzò le spalle:--Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre! --Sale fripouille!--gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo biglietto da visita. My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente umore. --Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa carte. E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo. --Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun? --Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer. --Sans doute que oui, puisque je le connais. --Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac? --Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette? --A moi?... Rien du tout, Madame! --Et alors? --Alors je vais lui dire que Madame lʼattend. Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il naso, e recitò: --Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend Monsieur le Comte. --A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois plus sommaire!... Ed entrò. Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina dellʼAlmanacco di Gotha. Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré; e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu. Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui: lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto gli occhi di Roré. Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala con il suo passo da gatto. Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera. --Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,--gli sibilò, cattiva cattiva. --Nʼessaye pas, mignonne,--rispose con dolcezza il soddisfatto Roré. Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba. E My Blu pensava:--Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu! E fece correre la pallina,--che diede, in quel frangente, il numero 27. Il numero 27--come tutti sanno--è «rouge, impair et passe». [Illustrazione: DECORAZIONE] Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue, digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me souffler ce salaud de Roré!» Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome. Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria, chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato, e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla. Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria. Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu nondimeno costretto a dirle: «--Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les fourrures se vendent très mal cette année!» E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale invece amministrava--per mezzo del suo più forte azionista--una casa di pneumatici venuta in molto favore. Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,--e fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o piacque ad unʼaltra,--e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo, è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor proprio fra donna e donna. Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di Mimi Bluette. Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non volle più saperne di lei. Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per tornare dʼattualità. Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci; poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla. My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più, da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito, con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno, continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero, il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei, purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato. Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle prova di amore e di munificenza. Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare. M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000