Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.
Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per
acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi
le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di
averne su per giù trenta.
A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte
lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna,
ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con
lʼauto–suggestione.
Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio,
lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un
grande ironista.
Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè,
se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più
riesce anche ad esserlo.
Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.
La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano
un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.
Ella ne mise due di porcellana.
La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva
il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo
grado.
Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva
durante il primo viaggio di nozze.
Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.
Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.
Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.
Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.
Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in
allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.
Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare
in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne
addirittura quella dʼuna bambina.
E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.
Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso
Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ
suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo
indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua
canonica età!...
Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni,
tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...
Bisognava trovare un rimedio.
Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.
Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi
lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e
ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.
Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia
abitudine.
Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.
Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua
bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto.
Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola,
glielo disse con molto garbo:
--Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?
--Pourquoi, Linette?
--Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui
durent parfois très longtemps, Madame...
Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e
semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un
uomo di buona famiglia,--purtroppo decaduta.
E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?
* * * * *
Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande
Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.
Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle
avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette
come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la
quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni
argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi
nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi
unʼeducazione.
Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a
conversare con gli Accademici.
Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più
diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè,
fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce
monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun
laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.
Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e
docile come una vera donna.
Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino,
e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia
dello scibile quotidiano.
Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare
il tango.
Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.
E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la
quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale:
«Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un
sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez....
etc.»
Era la sua storia.
Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato
incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la
manìa di far strada nella Capitale.
Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che
le dette il primo brivido.
Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani
diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi
delle stupende città.
Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.
E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa:
«que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en
allassiez, quʼils sʼen allassent...»
E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».
Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto
gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.
Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine
commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe
forsʼanche sposata.
Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine,
allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo
lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza,
una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert
Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée
dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le
braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una
ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua
emula ed amica Dorée dʼArnac.
Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto.
Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.
Invece non perdonò.
Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra
riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande
Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca
parente.
In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.
--Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,--disse con la
sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia
dellʼaccento americano.--Venez à Londres avec moi. Nous danserons à
lʼHippodrome. Cʼest la «Season».
--Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!
* * * * *
Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in
delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le
pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese.
Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor
occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison
fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con
la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel
suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio
forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.--precede
il nome.
Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale
semaforico.
Quello di un Tedesco è un diploma universitario.
Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la
madre patria.
Lord G. A. M. F. B.--precede il nome--era un uomo che su tutte le cose
aveva il suo punto di vista.
Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva
imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.
Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse
Americano, aveva le lacrime agli occhi.
Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.
Così fu.
Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande
Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.
Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo
su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le
ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come
les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un
popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò
non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di
Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora
proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più
il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in
media, vinsero due volte su tre.
Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si
era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord
in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia
pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro
lʼuniverso.
Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la
prese in giro.
Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.
E rimasero buoni amici.
Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare
in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola
con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto,
credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosa non
le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco
a poco in un singolare spavento.
Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva
essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima
che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò
che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi
piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.
Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la
bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette
cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la
pregava di non darle noia.
Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.
--Assieds–toi là, Jack.
Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto
vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi
bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due
guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di
boccate, la mise tra le labbra di Jack.
La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack.
Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica
al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.
--Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?
Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso,
infine riferì:
--Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous
donnera cinquante louis par soirée.
--Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?
--Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.
--Est–ce vrai, mon pauvre Jack?
Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui
cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva
come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve
schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.
--Tu es un boudeur, Jack!
--Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.
--Pourquoi méchante?
Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e
deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e
leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia,
come suol fare chi spartisce una bella criniera.
--Avez–vous la fièvre, My Blu?
--La fièvre? Mais jamais de la vie!
--Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?
--Pas du tout. Voilà mon pied.
Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità,
come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua
liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un
delicato piacere.
--Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?
--Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand
secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte
dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.
Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora
non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere
la porta.
--Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais
que ma mère est très curieuse.
Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per
terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My
Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di
conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne
gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.
--My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez
voir: des pas extraordinaires!
--Vrai? Encore une valse?
--Non pas; un Rag–Time.
--Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.
--Oui, levez–vous, Bliouette.
Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di
scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si
formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli
indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.
Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova,
lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra
le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il
tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»
Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne
prendersi un amante nuovo. Lo capiva súbito. Di questo Rag–Time
impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la
definizione di Jack.
Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.
* * * * *
--Jack, mon petit...--disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando
le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,--une chose pourtant
mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou
bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du
sang?
--Question très grave,--rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo
affermò:--Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.
--Moi aussi. Au fond je préfère.
--Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!
--Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai
toujours hantée par ce doute.
--Yes, très grave,--ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My
Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al
giorno senza fumarne che un paio di boccate.
--Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?
--Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.
--Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?
--Quite right, My Blu!--egli rispose con una brevità quasi arrabbiata.
Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:
--Je nʼen ai pas envie, Jack.
LʼAmericano si strinse nelle spalle.
--Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.
--Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi,
prends la plume et écris ce que je vais te dire.
Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.
Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente
allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:
--Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un
passo di Rag–Time?...
La santa donna se ne andò via dolcemente.
--Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses
fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même.
Ecris:
«Cher ami,
Jʼai quelque chose à vous dire...--Non, efface!--«Cher ami, jʼaime autant
vous le dire sans trop de détours...»
--Doucement, doucement...--pregò Jack, il quale ballava meglio che non
scrivesse.
--«...détours--deux points, majuscule:--Je suis enceinte de vos œuvres, et
cela interrompt ma carrière, sans compter...»
--Pooh! indeed!--bestemmiò Jack, buttando via la penna.--Comment faire, à
present que vous ne pourrez plus danser?
--On ne dansera pas, cʼest très simple,--disse Bluette in modo
affabile.--As–tu écrit?
--Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera
ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très
bien...
--Chut... Ecris et laisse–moi faire.
Jack ripetè:
--«...ma carrière, sans compter...»
--«...sans compter que, avoir un gosse»--virgule--«pour une femme
sans mari»--virgule--«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui
arriver!»--Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non:
dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.
--Je comprends,--disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti
che gli eran ordinati.--Vous désirez que le Lord vous épouse.
--Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:--«Une fausse–couche me serait
impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:--«Que faire?
Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de
moi–même... Le médecin mʼa dit»--virgule--«quʼayant un défaut dans la
matrice»--virgule--«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout;
mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»
--Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?
--Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la
matrice.
--Ah...
--Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si
nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais
au moins corriger ton accent transatlantique.
Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè,
con il suo francese yankee:
--«...serait fetell pour moi.»
--Point.--«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres
jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je
devais avoir...»--Points de suspension... «... et rien!» Point
dʼexclamation!--«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin,
je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit
depuis sept jours...»
--Trois jours.
--La barbe! Jʼai dit sept!--«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest
moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu
es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta
pauvre petite
Bluette»
A présent relis ce que tu as écrit, Jack.
Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.
--Relis encore une fois, Jack.
Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.
--En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce
chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer
une dépêche.
--Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.
--Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire,
la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et
rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.
Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le
cose complicate si accomodaron come per incanto.
Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che
i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò
di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se
una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo,
ritraversò la Manica.
La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere
nevrastenici come i popoli continentali.
Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di
non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto
dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di
Doyen.
Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di
andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un
sesso, per uggia della vita.
E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a
scegliersi un posto nel cimitero.
My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili»,
anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno
sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie
femminili che producono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le
sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in
premio della sua faticosa maternità.
Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in
una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa
nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon
odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua
transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi
fugaci paradisi.
Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma
Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare
a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle,
per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva,
che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il
caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la
vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa
grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale
divinità.
Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo
dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una
maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità
pericolosa dellʼanima.
E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per
danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso
dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria
sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.
Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette
lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.
Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di
alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro
ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello,
che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche
uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla
divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè
la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della
Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.ͬ Le Bargy.
In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità
sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali
mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare
Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore
dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.
Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non
gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato
per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la
propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata
nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei
giornali di Francia.
Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed
alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie,
che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con
molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla
biografie così verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco
si convincono dʼaverle vissute.
Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il
mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato
romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna
preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della
Rue de la Paix.
Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio
e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le
gambe assai meno del necessario.
Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in
prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione
del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il
più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.
Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che
inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi
piedi ora si domandava lʼoriginalità.
Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi
non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato
partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica
ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.
--Poco male,--pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche
il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se
il pubblico ne avesse avuto il desiderio.--Poco male, My Blu. Andremo in
cerca dʼun altro inventore.
Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli
mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e
su misura.
--Su misura,--preferì lʼImpresario.--Non solo, ma bisogna poi distruggere
il figurino.
--Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.
E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.
Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My
Blu.
Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.
Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza
caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche
civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My
Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che
verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso
allʼAccademia degli Immortali.
Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero
è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace
quanto più il corpo si mostrava nudo.
Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva
imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti
alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la
torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano
frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.
Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a
portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di
energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.
Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più
pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno;
le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi
capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando
la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le
rime.
Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza,
che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di
motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello
di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato
nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della
sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.
Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare
uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per
nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte
dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la
medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un
albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente
appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,--forse
un palmo più di Linette--ed aveva come Linette, nei capelli ben
spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la
persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ
femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano
invece di una maschilità veemente.
Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il
manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli
mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.
Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche
bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si
vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe
di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée,
prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto
possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva
unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la
sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili
ammiratrici.
Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso,
per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi
mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima
del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano
il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne
son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono
stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni
dʼonorabilità.
La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano
assistere gli uomini.
Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della
palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i
bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta
e suonò il campanello.
Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera
tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera,
ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in
anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio,
varcò il limitare senza guardarla.
--Monsieur désire?--fece Linette.
--Passez ma carte à Madame,--rispose il conte, porgendo il suo biglietto
stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color
canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:
--Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?
--Hein?....--fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si
mise a ridere:--Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là,
là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît
drôle!
--Et à moi!...--fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:--Mais,
ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.
--Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!
--Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que
je suis établie chez elle.
--Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler
mot, hein?
--Tu dis?
--Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte
dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.
--Tout court?
--Mais, pardi!
Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a
guardarlo con ammirazione.
--Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!
--Bien sûr, ma chérie.--– Poi borbottò, in modo abbastanza
intelligibile:--Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma
soeur chez My Blu!
--Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des
vues sur ma patronne, rien à faire ici!
--Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser
dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac.
Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.
Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:
--Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te
fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...
Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession
dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette.
Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità
nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.
Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.
--Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...
--Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,--corresse il conte con
molto garbo.--Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.
Linette esitava.
--Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit
service?--domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la
graziosa Linette.--Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison.
Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.
--Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le
temps!--Poi alzò le spalle:--Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon
est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!
--Sale fripouille!--gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo
biglietto da visita.
My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per
la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo
Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale
Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre
o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il
sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente
umore.
--Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa
carte.
E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.
--Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?
--Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se
faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.
--Sans doute que oui, puisque je le connais.
--Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?
--Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?
--A moi?... Rien du tout, Madame!
--Et alors?
--Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.
Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il
naso, e recitò:
--Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend
Monsieur le Comte.
--A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois
plus sommaire!...
Ed entrò.
Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un
particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse
lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia
squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal
quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina
dellʼAlmanacco di Gotha.
Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré;
e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu.
Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac
e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui:
lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred
Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto
gli occhi di Roré.
Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le
diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala
con il suo passo da gatto.
Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma
lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre
Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.
--Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,--gli
sibilò, cattiva cattiva.
--Nʼessaye pas, mignonne,--rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.
Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua
bella tuba.
E My Blu pensava:--Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une
de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans
la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!
E fece correre la pallina,--che diede, in quel frangente, il numero 27.
Il numero 27--come tutti sanno--è «rouge, impair et passe».
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare
My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue,
digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo
esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me
souffler ce salaud de Roré!»
Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta
di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome.
Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio
e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva
pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria,
chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato,
e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred
Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa
in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.
Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore
di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su
gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.
Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred
Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu
nondimeno costretto a dirle: «--Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra
bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les
fourrures se vendent très mal cette année!»
E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le
pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale
invece amministrava--per mezzo del suo più forte azionista--una casa di
pneumatici venuta in molto favore.
Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,--e
fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o
piacque ad unʼaltra,--e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore
di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo
di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio
di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo,
è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor
proprio fra donna e donna.
Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente
una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo
portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di
Mimi Bluette.
Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle
sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred
Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si
era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di
Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata
un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non
volle più saperne di lei.
Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva
sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per
tornare dʼattualità.
Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla
bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci;
poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la
condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che
vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.
My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo
resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia
lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più,
da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito,
con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco
sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore
agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata
la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo
innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno,
continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad
un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia
naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua
memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa
nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche
spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non
chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a
quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero,
il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e
qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno
se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non
costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei,
purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato.
Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava
nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle
prova di amore e di munificenza.
Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante
che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i
redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare.
M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava
i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli
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