Mimi Bluette fiore del mio giardino
Guido da Verona
ROMANZO
SETTIMA EDIZIONE--DAL 111º AL 160º MIGLIAIO
R. BEMPORAD & FIGLIO--EDITORI--FIRENZE
MCMXX
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
Stab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.--MILANO--Via Zecca Vecchia, 7
-DELLO STESSO AUTORE:-
Lʼamore che torna--1908
-Ultima edizione--dal 100º al 150º migliaio- -Romanzo-
Colei che non si deve amare--1910
-Ultima ediz.--dal 131º al 180º migliaio- -Romanzo-
La vita comincia domani--1912
-Ultima ediz.--dal 105º al 155º migliaio- -Romanzo-
Il Cavaliere dello Spirito Santo--1914
-dal 41º al 70º migliaio- -Storia di una giornata-
La donna che inventò lʼamore
-Ultima ediz.--dal 96º al 145º migliaio- -Romanzo-
Mimi Bluette fiore del mio giardino--1916
-Ultima ediz.--dal 111º al 160º migliaio- -Romanzo-
Il libro del mio sogno errante--1919
-Ultima ediz.--dal 51º al 100º migliaio-
Sciogli la treccia, Maria Maddalena--1920
-Terza ediz,--dal 101º al 150º migliaio- -Romanzo-
-Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la
ristampa.-
NOTA DEGLI EDITORI
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile,
per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le
quali sono per natura destinate a non esserlo più.
Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva
bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad
un altro di volerle bene insieme con lei.
Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e
giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi
mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio
dʼamido male insaldato.
Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia.
Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile
dannunziano.
Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del
primo amore.
Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani
diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi
delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che
può innamorarsi dʼuno studente in medicina.
Sua madre non ne fu contenta.
Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava
cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e,
quando incontrava taluno che volesse pagarsi--anche a buon prezzo--il
capriccio di verificarlo, non diceva di no.
Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono
mese: qualche volta anche prima.
Entrambe le consigliarono di rinverginire.
In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere
un canino falso, e partì.
Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un
piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non
fosse accaduto niente.
Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.
Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino
di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un
ombrellino da sole.
Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una
tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.
Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia
della vita.
Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne
con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la
seconda sua verginità.
Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso
nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.
Che brava bambina!
Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava
scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita,
rimanere «il suo primo amante».
Cʼera un Irresistibile.
Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva
non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini,
mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava
Conte.
Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle
cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in
sogno.
Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse
allʼIresistibile.
Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.
Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità
lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie
dellʼIrresistibile.
Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo.
Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria
fotografia. Con dedica.
Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era
così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto,
ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava
ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon
numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma
lʼIrresistibile ne trovava, e--pare--con grande facilità.
Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella
portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.
LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma del suo terribile
occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza
fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.
Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.
LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva
di più leggiadro nel suo galeotto paniere.
Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine
con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso
lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.
La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:--«Ma
le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»
Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò
che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece,
descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed
il suo cappello a tuba.
La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:
--Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra
un canapè.
La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande
pericolo non le incuteva una soverchia paura.
Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.
Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.
Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò da lui per
confessargli chʼera vergine...
La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a
persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente
vero;--e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano
verginità.
Sʼinnamorarono.
Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando
lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la
cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.
Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non
saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.
Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di
abiti e con la barba ispida.
Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani
amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande
vertiginosità.
Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la
musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di
esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di
andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case
di convegno.
Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.
La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua
nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine,
come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è
sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia,
che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta i ritrovi della
piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma
non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso,
e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale
sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.
La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che
la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che,
per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in
portineria.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di
Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi
Bluette.
Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori
che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela
cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta
celebri.
Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e
lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava
nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra
quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva
messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo,
che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il
privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo
Pittore.
Le attrici alla moda--quelle che hanno inventata una maniera
trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...--si recavano
soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata,
chiamandolo: Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici
apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi
mettere in cornice da lui.
Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con
alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella
celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca
da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto.
Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere.
Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa
come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica
gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano
lʼappetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza
e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro,
molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè
misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno
speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la
figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie
dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu
parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di
Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita
con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli
propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello
studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia
della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo
battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi
lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi
grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:--Va molto bene, mia cara
piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più
su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore
scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un
facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.
Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare
inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in
compenso era molto originale.
Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano
quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine,
le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo
nome da teatro.
Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»--oppure: «La
felicità di guardarsi nello specchio»--oppure, semplicemente: «Lo
specchio».
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti
che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua
mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario
contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per
avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.
Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.
Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a
Venezia.
Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma
il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.
Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼal più ricevere
due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire
troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.
Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del
sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale
piaceva molto alle malinconiche forestiere.
Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire
strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.
Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla
dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima
nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la
danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla
musica, diventare un giorno ballerina.
Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto
elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili
della vita loro.
Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai
buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione
di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi,
molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche
gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a
compiere gli studi per divenir ballerina.
Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di
somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata
sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli
disse di no.
Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le
fece più maraviglia che dolore.
Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio
della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del
brillante che il Protettore portava in dito.
Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come
per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio,
si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a
slacciarsi la camicetta.
Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.
Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su
la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di
lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua
vita.
Forse, in quel momento, non mentiva.
Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i
maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle
donne.
Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava
traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere
stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore
di novità quasi riconoscente.
Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si
coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto
quella bocca forte.
Egli le prese il piacere nel pianto;--ed infatti ella piangeva di
piacere.
Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore
proibito.
Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche
osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce
ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con
lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda;
con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da
ucciderla,--e questo le piaceva.
Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i
suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza
del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo
i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.
Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state
sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano
contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo
capriccioso amore.
Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente
fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare
nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra
i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,--e tutto
questo con verità.
Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati
al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era
un uomo.
Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si
raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva
profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio,
nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte
le sue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera
stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo
mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere
più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e
gelosa di lui...
Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se
stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:--Anchʼio...
Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor
paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.
Il Protettore si chiamava Max.
Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove
le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò
allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della
gaia Repubblica Transalpina.
Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla
galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del
«Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore
di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno,
diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino
alla morte:--«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»
[Illustrazione: DECORAZIONE]
* * * * *
Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano
di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de
Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo
quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione
gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e
reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si
affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le
retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia
di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle
heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose:
«Merci, bonjour!»--e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la
vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline
illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più
grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise
a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de
lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava
nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con
lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che
lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono
lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice
dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo
senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di
montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le
donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte,
ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di
porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri.
Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli
bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con
trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e
sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione
dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina;
e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti
esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima
Maximum chez Dusausoy--Bouillons Maggi--le Matin sait tout--la Revue de
lʼAlhambra--Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien--Le
Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi
cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta
coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.
Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della
Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che
aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant;
Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie
et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un
emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean
Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un
paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»;
Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e
Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.
Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande
Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss
a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere,
jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente
piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers,
ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori
di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di
gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa
da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che
facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del
Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa
lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del
forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio;
poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali,
durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo
favorito.
Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di
tutto imparò qualche frase dʼargot.
Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette
dimenticarlo.
Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri
tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella
perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma
il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun
forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero
stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o
Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca
Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile
mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.
Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo
piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore
dei buoni provinciali.
La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a
quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua
lunga sigaretta russa: --Fi!... tʼes une gourde!
E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime
labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.
Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo
spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi
attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»
--Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien
fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!
Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.
La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno
per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da
parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due
grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli
rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità.
Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle
sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in
vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.
Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.
Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka,
tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.
Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di
positivo.
Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.
Gli raccomandarono Bluette.
Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:--Faut achalander, ma
poule!...
«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.
Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un
aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:--«Eh, bon Diô! ça vô dire
tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»
Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di
farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un
bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et
tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas
compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»
Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, la Chaloupée e tutto
il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un
numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col
bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto
unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.
Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile
pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque
fu Bluette.
Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.
Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei
franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:--Voyons,
Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à
relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment
veux–tu que jʼen fasse une Commère?
Quanto a Bluette, le disse:--Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi
je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.
Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo
calvo.
Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè
voleva scrivere due parole a sua madre.
«Cara mammina.
Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò
quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire
una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li
avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non
importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si
dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa
e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi
súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile
Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro
di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto
più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini
più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie
da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio
della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese.
Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun
paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon
diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio;
mammina; ti manda un bacio la tua
BLUETTE»
[Illustrazione: DECORAZIONE]
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della
rottura fra Max e Bluette.
In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere;
non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un
patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo
filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde
fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro
giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero
intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.
--Enfin, ce collier?--diceva la Grande Rouquine, con la sua voce
cavernosa e combusta.
--Zut!... laisse–moi dire...--fece Bluette.
--Laisse–la dire, la Grande!--insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi,
con la sua voce di fenomeno da fiera.--Tu vois bien quʼelle les a, ses
perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé
mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!
--Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!--rispose Bluette.--Je ne suis plus une
gourde à lʼheure quʼil est! Mes perles, je les avais données a Lélie,
pour quʼelle me les garde.
--Si tu mʼavais choisi moi,--fece Boblikoff--tʼaurais pas eu tant de
déboires!
Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le
più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti,
color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso
mestiere.
Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik
Audel.
Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno
si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.
Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere
la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla
dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.
--Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand
tu voudras!--gli espose Bluette con le mani sui fianchi.--Voilà quinze
mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...
Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò
velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli
erano ostili.
--Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le
dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût
pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et
lorsque Bluette a dit: La barbe...--zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!
--Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!--bassoprofondò Boblikoff.
--Penses–tu?--fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi,
afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:--Vas–y tout droit, et
rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso
lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe
di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento
le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli
uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni
di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta,
gridava con la sua voce cauterizzata:
--Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je
siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo
lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a
metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando
che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della
«-Noche de Garufa-».
Del tutto inutile anche «-La Noche de Garufa-»! Max, torcendo fra le
sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno.
Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava
tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
--Sauve–moi Koff....--pregava Bluette sottovoce.
--Mince! laisse–la, je te dis!--ruggì Boblikoff, diventando bianco.
--Fous–moi la paix, cosaque!--bestemmiò Max. Allora, col braccio
sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile
ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la
collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un
baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi
un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la
siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro
il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi
tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo
toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola
rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro
Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia,
poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo
colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno.
La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della
bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure
addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con
una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad
altri ciondoli.
Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»
«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a
tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli
pareva dʼavere lo stomaco fracassato.
Quando fu il momento di stendere il processo verbale:--Mais quel
procès–verbal!--celiò la Grande Rouquine.--Ce pauvre Max a tellement bu,
quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse?
Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que
tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu
seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:--«Voyons! quelle
foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout
seul...»
E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo
ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le
cose al posto, il tango malinconico della «-Noche de Garufa-».
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande
Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.
Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale,
stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e
precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.
Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un
fiume, cʼè speranza di vivere in pace.
Così fu.
Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace;
lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale
dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano
abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su
la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente
una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si
chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il
vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque
nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere
al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così
erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria:
in tutto quattordici vite.
Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non
pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le
avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.
Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette,
povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.
Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un
mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e
di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla
chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.
Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato
che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.
Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo
che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle
vedere tutte quelle maraviglie.
Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel
impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle
calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e
linon.
Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le
scritte luminose:--«La Cigale--Mimi Bluette»;--«Gaumont–Palace--Mimi
Bluette dans ses danses».
I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti
la seminuda bellezza di Mimi Bluette.
Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva
ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei,
quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità:
«Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»
Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack
Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una
perfetta istruzione.
Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile
danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine
caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella
portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia.
La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di
muoversi era come una danza innata.
Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di
stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di
desolazione.
Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la
bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle
prostitute.
Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.
Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato
misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di
varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello
napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina
danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ
suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto
di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul
rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso
con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i
piedi.
Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con
benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.
E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita,
una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
--Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e
queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco,
altrimenti non la finiremo più!
Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di
primavera.
--Allez doucement aux carrefours, Robert,--disse al meccanico.--Et ce
bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.
La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della
strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna.
Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale,
un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel
pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani
rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti
la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande
fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai
venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?
Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo
«avec sa momie Américaine...»
Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.
Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da
Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente,
un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.
Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei,
sarebbe stato un vero ingombro!
Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione
di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in
settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che
perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella
levatrice:--Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente
più lasciarmi ripartire...
Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche
liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla
onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora
non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da
padrona di casa che la impensierivano assai.
Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche
un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.--«Oh, se avessi
avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»--soleva dire.
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