E poi molti mi parlarono del sacrificio, molti mi lodarono l'evangelismo di questa o di quella fra le passioni che possono allettare lo spirito umano; molti mi dipinsero come sommo bene l'ignoranza e la semplicità. Io li ascoltai tutti ma non potei credere ad alcuno. Allora supposi che nei libri vi fosse la vita, e trascorsi ad un incirca tutti que' libri per dove il pensiero dell'uomo fece strada innanzi di giungere sino a me. Ho trovato che il primo, qualunque fosse, fu il migliore. Aveva se non altro il dono di pensare, falsamente come gli altri, ma con una falsità semplice. Da quando si credeva che il cielo fosse un tendone azzurro curvo sopra la terra e che nel suo ragnare il buono spirito notturno v'appendesse le luminarie delle stelle, da quel tempo, dico, infino ad oggi, se il pensiero ha strappato la tenda non ha rinunziato al notturno spirito nè ad alcun'altra leggenda, e non fece che mutare i termini od ampliare le distanze. Sicchè mi scelsi un poeta per cercare la verità nel lirismo e per credere almeno, se il falso è inevitabile, in una falsità musicale. Omero mi parve un po' greco; Virgilio mi venne a tedio per opera di Dante; l'Allighieri, trovai che da cinque secoli troppa gente lo deificava, il Petrarca mi parve una meravigliosa canzonetta napoletana. Baudelaire, l'avevano sciupato già tutti coloro che di professione fanno il decadente; Shelley, che avrei potuto amare se fossi stato un inglese, in Italia patì l'oltraggio d'una soverchia voga. Non mi rimaneva che abbracciar Heine; l'abbracciai. Sorpresi nel suo spirito fustigante qualche segno terribile della potenza d'un uomo; trovai bellissimo questo cavaliere solitario che crociava contro tutti. Ma un giorno venni a sapere che il Tedesco flagellatore della Germania viveva con la pensione pagatagli da un ministro Francese. Per me non aveva più scritto l'«Idillio di Montagna»; non era più crociato libero il poeta di Atta Troll! Non pensai che avesse peccato, il povero e grande Heine, poichè «il perdono verso tutti» è la prima rosa che mi sboccia ne' rosai; ma non era più il Don Chisciotte senza Ideale, quegli che ride per ridere o che ferisce per ferire! Ancor qui debbo dirvi che «il perdono verso tutti» non è punto il fior soave delle parabole galilee, ma il perdono forte, il perdono che ride, il perdono che si avventa fin su l'orlo della vendetta... poi la regala! E nuovamente nomade, con il mio spirito e co' miei passi, fra i dedali di questa bella terra ove soltanto per nascere nascono primavere, vado in cerca dell'uomo che sappia essere quel che Heine non fu: -- il Cavaliere dello Spirito Santo. Poichè ad ognuno piace parlare per la bocca degli altri nonchè darsi un bel nome, in voi parlo dietro la maschera, o Personaggi della Commedia, e con voi ride su la storia d'un giorno il Cavaliere dello Spirito Santo! =Vale nec parce, spectator!= PAUSA. TRA LA FIAMMA DEGLI ARCHI NEREGGIA SPARENDO IL SUO MANTELLO BUIO. * * * (Nel frattempo avrà mutata veste la bellissima etèra Meridiana; ed ella torna, piacevolmente conversando con quei sorrisi e quelle cortesie che si pratican nei saloni di ricevimento, -- fra molto numero di signore allettevoli e dolci, le quali nella sceltezza degli abiti e nelle delicate sembianze quasi gareggiano, benchè non tutte, con lei. Ma la scena, in luogo di raffigurare una sala, rappresenta un bel giardino di parco signorile, ove nel fondo tra l'imboschire degli annosi alberi s'intravvede lontanamente il palazzo. Quivi è la scena tutta una fioritura di maravigliose ortensie che son di colori variati e soavissimi, da quelle tutte d'un bianconeve, quasi enormi piumini per la cipria, a quelle che son d'un roseo nativo come i più pallidi coralli o d'un cilestre tenue che par soffiato su la bianchezza dei petali come polvere di turchese. L'ora è dolce, piove tra gli alberi una rarefazione d'aria che par risplendere, cammina un ruscello tortuosamente fra l'erbe dei prati. La Comare, bellissima etèra Meridiana, porta un abito che va con il tempo e riluce senza possedere in sè alcuna visibile cosa che brilli. È una stoffa d'un color malva con drappeggi e seterie che si tingono di viola, ma forse nelle cuciture, forse nelle bottoniere, forse tra i fronzoli della seta corre una invisibile trama di fili d'oro che lampeggiano. Camminando trascina con negligenza un mantello di viverra o di martora, che tra il bruno e il vaio manda un colore quasi rosso, ed ella seco lo porta caso mai nascesse vento. Son queste le signore amorevoli, che in tutta la lor vita sempre peccarono d'amore). =Il Coro delle Signore che han sempre avuto un amante:= (-Nell'Orchestra una musica di dedizione, voluttuosa e varia; tutti gli strumenti.-) Dicono i Quattro Evangeli: «Molto le sarà perdonato perchè ha molto amato». In attesa del pentimento, noi ci chiamiamo tutte Marie Maddalene; donne povere di virtù ma ricche di sentimento, che demmo gran filo da torcere alla gelosia dei nostri mariti. Abbiamo avuto un amante non appena ci fu possibile; tralasceremo solo di avere un amante quando proprio non ci riesca più. Fummo curiose, questa è la definizione; ma curiose di noi stesse, cioè di «conoscere» il nostro corpo attraverso molteplici carezze. Poichè fermandoci alla prima si può anche ignorarlo, ed il profumo della nostra carne può tormentarci come l'odore d'un cofano chiuso; anzi, -- e non ascoltino le ragazze da marito, -- anzi è molto probabile che s'ignori... Curiose fummo di sapere se potevamo anche noi, col nostro semplice corpo, provare quel che provano le eroine dei romanzi francesi. Ora, dopo una lunga esperienza, possiamo dirvi che s'arriva tutt'al più, col nostro semplice corpo, a quello che provano le eroine dei romanzi italiani... Fra la letteratura e la vita c'è una sproporzione spaventosa. Ve ne possiamo accertare noi, che siamo vittime di questa letteratura. Oh, non saprete mai quante ragazze, un po' turbate sotto il velo di spose, pensino già involontariamente a un nome, -- il nome della Rue de la Paix, che vuol dire Parigi, -- o al nome d'una di quelle tante strade, un po' antiche, un po' morte, ove s'annidano i quartierini dell'adulterio, dove si consumano tutte le disgrazie o tutte le fortune dei mariti di Francia, dove si può dire che «avvenga l'amore», in quell'ora grigia sottile nascosta che piove su l'inverno parigino, fra le quattro e le sei... Sì, non c'è bisogno d'aver letto molto; il romanzo francese ormai s'è sciolto nell'aria, fluttua per l'atmosfera di tutto il mondo civile; ogni ragazza lo respira quando cominci a sentirsi donna, ogni sposa lo vive leggermente quando si spoglia, e la signora onesta lo subisce ogni volta che vede il marito uscir di casa con tranquillità. La sua potenza è tanto straordinaria, che noi cerchiamo per anni l'amante il quale ci dica una tal cosa letta in un tal libro, forse una cosa da nulla, ma che piace come piace un profumo insolito, come piace un fiore strano... Non si trova quasi mai l'uomo che ce la dica, e sarebbe così facile suggerirla... ma come nessuna di noi vorrebbe sciupare una musica delicata, così nessuna di noi vuol suggerirla... -- e si tace. Se per caso accade che su le labbra d'un amante fluttui quel profumo insolito, sbocci quel fiore strano... oh, allora si aprono gli occhi grandi grandi, e questa volta... è l'amore! Purtroppo non è quasi mai l'amore, per la ragione semplice che ridiventiamo curiose. Il nostro peccato fondamentale vince il sentimento, e siamo ancora quelle che si chiameranno per sempre Marie Maddalene. Non dovete credere che questo peccato c'impedisca d'essere madri ottime dei nostri bambini, talvolta buone mogli per i nostri mariti. Vi racconteremo d'alcune fra noi che si sono spogliate, sacrificate, sottomesse da martiri al bene d'un ragazzo cattivo o d'un marito ingiusto, e che pure non sapevano impedirsi, verso quell'ora grigia e nascosta, la loro piccola curiosità... Nel matrimonio v'è qualcosa che non è ben risolto ancora, qualcosa di forse irrimediabile, che noi stesse non sappiamo riconoscere nè definire con esattezza. Ma certo il matrimonio del giorno d'oggi non è ancor tale che risponda pienamente allo spirito ed ai sensi della donna qual essa è venuta formandosi nella nuova società. Come si guarda in una lontananza, così a noi pare confusamente che la vita possa essere più bella di così, più viva per i nostri sensi femminili e per la nostra mente che si apre. Su dieci donne venute al loro tramonto, ve ne son nove che si fanno buie con il cuore insoddisfatto, con la carne persuasa d'aver sciupata una grande voluttà. Ora, vedete, questo indefinibile rimedio, questa vaga lontananza, è la cosa che noi cerchiamo nell'Amante. Egli può non comprenderlo; infatti non lo comprende quasi mai. Succede allora che si muti, e si muti sempre con una curiosità più acre, con una fiducia meno forte, finchè il bisogno d'un amante assume per noi qualcosa di molto simile al bisogno che abbiamo di andare dalla sarta, o forse, -- quando gli anni passano, -- al bisogno di trovare sempre un uomo che sappia col suo fresco desiderio coltivare la nostra femminilità. Egli non è più l'Amante; è «un amante», ossia nient'altro che la derivazione, la complicazione, della parola: marito. Dunque in noi, fra molto peccato, v'è pure un piccolo senso di dolore; per questo, anche prima del pentimento, chiamateci sempre con il bel nome di Marie Maddalene. * * * (In questo vago giardino, così di belle ortensie come di belle donne fiorito, il Cavalier Damo ritorna con molti uomini di sua conoscenza, i quali vengono per discorrere del più e del meno in compagnia di queste amorevoli signore che, per non fare le lucrezie, sono appunto le più dilettose agli uomini. Ed è il Cavalier Compare in abito a dorso moltissimo attillato e chiuso in cintola da un sol bottone, cosicchè la bianchezza prodigiosa del panciotto gli forma tra i rovesci un'apertura ovale, dove scorre il nodo esiguo della cravatta scura. La tuba lucente, la mazza in legno di malacca, gli stivalini a ghetta, l'occhialetto arguto, il capzioso fiore d'orchidea, il ciuffo del fazzoletto che gli traspare dal taschino, tutto questo insieme conferisce alla sua pieghevole persona il vero brio, la genuina compiutezza del cavaliere moderno. Con lui vengono l'autore drammatico più fortunato nelle alcove comitali che su le ribalte infide; lo studentello che fa le sue prime armi con qualche filosofo nubiloso e con qualche dama svaporata; l'uomo di mondo che non neglesse fra le cure galanti una sua cavillosa erudizione; l'uomo di governo che protegge con il suo portafogli qualche marito indulgente; il principe o re in esilio, che i fornitori citano per via d'usciere ma le nobildonne ossequiose chiamano ancora Maestà; lo scienziato non del tutto austero, che rivela con affabilità le sorprese mirifiche de' suoi laboratori, o trascina per i divani delle sale qualche ossigenata chioma di cometa; il medico di nervi bello e grigio, carezzato assai dalle signore, cui si compiace di scoprire, nonchè di mettere a nudo prima o poi, la fonte recondita d'ogni nevrastenia... l'uomo garbato, ch'essendo poco, adula molto; l'uomo che arriva con le tasche imbottite d'episodii gustosi, e quello che n'è vittima; colui che nel mondo si ama per la sua virtù d'eccitatore, d'ingaudiatore, d'abbellitore della vita, e colui che agli spossati nel desiderio, come alle anime ancor prese di paura, vende una voluttà più rara, che si chiama penitenza. Ecco, entrano.) =L'autore fischiato:= Il pubblico dei teatri non è la folla passiva che assiepa le arene gl'ippodromi le assemblee le piazze le chiese; il pubblico dei teatri diventa un personaggio attivo che nessun autore drammatico ha mai saputo conoscere a fondo. Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è -- almeno in massima, -- un'opinione; decidere invece qual sia la commedia che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia. Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due; il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre; le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori d'astuzia o di poesia; le commedie che fischiano tutti, sono -- certamente -- irreparabili asinità. Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori più loquaci. Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore, d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso ilarità. Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee. Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se non per il buco del telone, la faccia delle platee. =L'uomo di governo:= L'uomo viene al mondo con la mania di salire al governo, perchè il piacere della vita è di stare sopra gli altri. Nel sistema metrico decimale vi sono due numeri importanti: Uno e centomila. Dai giorni di Babele sino a quelli di Bebel tutta la cronistoria del genere umano si riduce alla perpetua contesa dell'Uno contro i centomila, dei centomila contr'Uno. Molti han parlato d'anarchia come d'una efferata e nuova bellezza del pensiero moderno. Ma Bruto, -- sebbene la storia gli abbia dato un altro nome, -- Bruto era più nudo anarchico di Caserio, e nell'esercito d'Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia militavano tanti anarchici petrolieri quanti oggi non ne raduna la santa Moscovia di Niccolò. Assourbanipal, autocrate di tutte le Assirie, questo grandioso plagiario padrone del mondo conosciuto che fece copiare le Piramidi e il Tempio di Rhâ da' suoi architetti decadenti, questo magnifico e dolce Nerone ch'ebbe tutta la vita l'ossessione di somigliare a Ramsete II, poche leghe fuori dalla vertiginosa Ninive, per la bassa valle del Tigri, aveva nel riottoso Elam i suoi filosofi nichilisti e la sua piccola Patterson. Dunque l'anarchia non distruggerà i Governi. =Il re in esilio:= La piccola valigia che porto è piena di calze rattoppate; cammino come Diogene con una lanterna in mano; però non cerco l'uomo, io cerco il Diritto Divino. =Entra il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato.= -- O Egesippo, che male ti feci mai, perchè tu vada spargendo ai quattro venti la mia diffamazione? Tu racconti ch'io trovo da vivere vendendo agli amici danarosi l'onestà della mia legittima consorte: questo è sì poco vero che, se un uomo le facesse affronto, io gli sparerei nel petto a bruciapelo! -- Buon Demetrio, giuro sui Sette Sacramenti che questa chiacchiera non l'ho bandita io per le strade. Apollione, truffatore impenitente, figlio di falliti e marito d'una ragazza che gli andò al talamo come si esce da un lupanare, Apollione il quale oggi vive coi denari che il suocero guadagna esercitando in anonimo una bisca, Apollione tuo concorrente in commercio è forse una delle fontane onde scorrono le tue calamità. Fammi la grazia di non tradire questa confidenza perchè sono padre di famiglia. -- O Egesippo, non dirò nulla, stanne certo. Sono troppi anni che mi dibatto contro la calunnia; citarmi un nome di più significa solo accrescere il mio dolore. Qualsiasi cosa io faccia non uscirò dalla mia veste di calunniato perpetuo, come tu, qualsiasi cosa tu faccia, non potrai toglierti la fama d'essere un calunniatore. Nasce la calunnia intorno all'uomo incolpevole come il bozzolo in torno al baco da seta; quando il bozzolo è fatto, come si potrà mai ritrovare il bandolo del primo filo? -- Buon Demetrio, la calunnia, quest'arma forte e sicura che uccide gli uomini a distanza, non fu mia ne' tuoi riguardi, e mi puoi credere per quello che ti dirò. Me ne sono infatti armato parecchie volte, quindi la conosco. M'hai creduto l'origine della maldicenza che ti tormenta perchè a tutti son noto come un terribile calunniatore. Infatti lo sono; mi piace avere in mia mano l'onestà degli altri, nella quale non credo; ma su te, buon Demetrio, forse per avventura non apersi bocca. Inoltre senti: non c'è mai nessuno che inventi una calunnia, le calunnie volano in giro da sè. Guarda, io cammino per le strade con un fiore all'occhiello, con la sigaretta in bocca, e nel camminare ascolto. Ascolto; l'aria mi viene a dire: quella tale è l'amante del tale; Tizio truffa Sempronio; Caio sodomizza Martino. L'aria mi viene a dire che c'è un sotterfugio nella tal faccenda, un'ambiguità nel tale testamento, un ricatto nella tal lettera d'amore... Non puoi credere come l'aria conosca tutti i segreti della sua città! Mi osserverai che i tre quarti, se vogliamo, di questi episodii non sono cose vere? E sia pure, te lo accordo; ma corrono, volano, l'aria li sa. Puoi chiudere tutte le finestre all'aria? Puoi soffocare la sua voce volubile, vasta, che filtra per ogni serratura? E chi le inventa queste calunnie? Altro mistero. Non io certo, buon Demetrio, non io che faccio il calunniatore! -- O Egesippo, e dunque perchè lo fai? -- Buon Demetrio, per molte ragioni. Talora per inavvertenza. L'aria m'ha soffiato nei timpani una favoletta graziosa, ed io senza troppo esaminarla, così, tra il fumo d'una sigaretta, la ripeto. Altre volte perchè non conosco la persona designata nè mi preoccupo del male che possa venirle; oppure perchè appunto la conosco, non è di quelle che amo, e calcolo fumando la mia piccola vendetta. Se bene osservi, o buon Demetrio, ti accorgerai che due persone le quali parlan insieme oltre i cinque minuti van sempre calunniando qualcosa o qualcuno, perchè nella vita c'è un istinto di sopraffare gli altri che non dorme quasi neanche nel sonno e, secondo le battaglie, afferra l'arma che può. Nelle conversazioni degli uomini l'argomento è sempre uno solo: parlare «di sè» o parlare «per sè», quindi, rovesciare gli altri. Esamina la tua coscienza, buon Demetrio, e vedrai che forse, tu vittima, sei stato sovente il sacrificatore. -- O Egesippo, talvolta mi son difeso con impeto, e per difendermi dovetti assalire. -- Buon Demetrio, hai fatto bene; hai fatto solamente quel che faccio anch'io. =Lo studente mondano:= Mi mette in un grave imbarazzo, bella signora! Trovarle un aforisma, una sentenza, un pensiero d'uomo celebre per il suo album d'autografi? Ne so tanti che non saprei quale scegliere... ecco, le scriverò un motto di Niszche: -- l'imperativo categorico sono Io! =L'erudito:= Questo motto non è di Federico Nietzsche, ma di Federico Hebbel un genio appena scoperto e che pare abbia creata la Germania. Tanto per mettere le cose a posto, Nietzsche si scrive con ti-zeta-esse-ci-acca (ovverossia: tzsch). «Niet», in russo, vuol dire: no; «zsche», non vuol dir niente. Sono sicuro che non vuol dir niente in nessuna lingua, (viva nè morta), salvo forse in esquimese, idioma che mi dolgo d'ignorare. NB. Per me l'ignoranza è un dolore, per altri una beatitudine; non credo quindi ozioso aggiungere che Federico Hebbel (-- con due b --) è nato a Wesselburen nell'Holstein, il giorno 11 di Febbraio dell'anno 1813; verso -- (pare) -- le nove di sera. Quel giorno -- (anzi quella sera) -- nevicava. =L'adulatore:= Il signore di La Rochefoucauld ha detto: «L'amor proprio è il più grande di tutti gli adulatori.» Io sono dunque «l'amor proprio» degli altri. Quando mi vedete adulare il mio prossimo, voi credete sempre che vada chiedendogli qualcosa per me. Non sempre. L'adulazione è anche una gentilezza dell'animo, una gentilezza servile, ma gentile. Io vedo con molta evidenza i meriti del mio prossimo, anche i più piccoli, anche quelli che sono solamente un desiderio, -- e li lodo. Fra il pessimista che vi critica a tutt'oltranza e me che scopro il vostro valore più insignificante, non son forse nella vita un compagno più benefico io? Sì credetemi, c'è nell'adulatore uno spirito servidoresco e da ruffiano ma v'è anche un segno impercettibile di nascosta bontà. =L'astronomo:= Più che una scienza, l'astronomia è un istinto della razza umana, perchè non v'è creatura che passi nel mondo senza chiedersi cosa mai sono le stelle. Sono i vertici dell'infinito, lo spazio che non finisce mai. Ma v'è qualcosa che va più lontano, che giunge anche al di là dall'essere: il nostro pensiero; e forse le stelle brillano solamente nel nostro pensiero. Lo Zodiaco nell'Almagesto era un disegno semplice, ora è diventato un labirinto come la nostra vita perchè noi complichiamo anche il cielo. Tolomeo Copernico Keplero Newton sono le spinte per cui l'Universo da immobile divenne roteante; può darsi che a furia di moto si stanchi e si torni a fermare. Bisogna che l'astronomo possieda molta rettitudine per non diventare un astrologo; noi vediamo infatti succedere cose tanto sublimi ed inverosimili che siamo tratti ad immaginarne di più inverosimili ancora. L'universo è appena microscopico per l'uomo che non conosce l'astronomia; nel cervello d'un uranologo v'è tanto infinito quanto non ne contenne il sogno d'un popolo morto, l'anima d'una età spenta; eppure viviamo anche noi delle vostre cotidiane miserie, vicini, assidui, senza che questo si veda. =Il frenologo, medicatore di nervi:= In tutti gli uomini c'è un pazzo; badate che non si svegli. Quando l'uomo sano fa un ragionamento il suo pazzo interiore cerca di capirlo, poi gli dice: -- Non è vero. Quando l'uomo sano è molto triste il suo pazzo interiore scoppia dal ridere. Il pazzo interiore ha una grande ammirazione per l'uomo sano e cerca d'imitarlo, però se questi non si sorveglia prende il sopravvento ed è il pazzo che crede d'essere diventato l'uomo sano. Vi avverto che il ragionamento è un segno di pazzia; l'uomo sano agisce con istinti ragionativi ma riflette poco. L'amore della gloria è anche una pazzia. Vi avverto che la mancanza di ragionamento è anche segno di pazzia; la donna sana agisce con istinti irragionevoli, ma riflette molto. L'amore della donna per il sacrificio è anche una pazzia. =Entra il Dialogo fra il Mercante d'afrodisiaci ed il Maestro di penitenze.= Cantaride! fosforo! zenzero! Cilicio... preghiera... pietà... -- Dioniso ardente, rosso celebratore della vita, ghirlanda barbara e folle della vittoria primordiale, io Antonio re della Tebaide, re dei taciturni, ti saluto. -- Antonio angoscioso, nemico acerrimo della parola Voluttà, squallido epicureo, satrapo della rinunzia, ti saluto. -- Dioniso ardente, forse tu vieni dal Convito che uccide nutrendo, che ubbriaca i sensi di torpore; lo spirito dell'orgia ti vive nella carne come la fiamma nei tulipani rossi. Hai sentito gemere la nudità nelle tue braccia con un grido che non ti parve mai forte, hai voluto che la gioia ti desse con delirio il suo dolore più vuoto. -- E tu, angoscioso Antonio, forse vieni dall'Astinenza che nutre spossando, che ubbriaca i sensi di tentazione. Forse vieni da un sacrario pieno di silenzio, dove il profumo che arde negl'incensieri è il profumo della colpa, dove la grande ombra dei colonnati è sonora di musica, dove la parola più casta è gonfia di voluttà. Hai messo i tuoi nervi nudi a contatto con le frenesie della vita e mentre li recidi quel gemito che ne sgorga è gioia. Vieni forse dal predicare che la colpa sia nel desiderio, affinchè nella ricerca dei desiderii da uccidere la diligenza iscopra fin quelli che non sarebbero stati mai. Salutami, o suo profeta lontano, il Cavaliere Cristo! -- E tu, suo pertinace coribante, salutami Pan! -- Pan, -- forse non lo ignori, -- è morto. «Parce sepulto quibusque cecinerunt!» Io, Voluttà dionisiaca, vivevo prima della sua nascita, come tu. Voluttà rinunziatrice, prima di Colui che cantò nel mondo i poemi della tentazione. Noi siamo, l'uno e l'altro, i due fondamentali colori della vita; l'uomo non può chiamarsi che Antonio o Dioniso, Dioniso l'inebbriato oppure Antonio il santo. Alle cose del mondo bisogna ministrare lo zenzero o infliggere il cilicio, altrimenti sono la morte. Chi di noi sia più voluttuoso, nessuno, mio squallido avversario, ben sa. E nemmeno chi vi metta più cerebro e chi più sensi. L'uomo vivendo cerca l'eccitazione, perchè nelle sue midolle v'è qualcosa che perpetuamente si spegne. Ad alimentare la fiamma vacillante vi son due materie che brucian come resine: lo zenzero e quella che tu inghiottivi nel deserto polvere di locuste. -- L'una e l'altra, o Dioniso ardente, le son droghe terribili che affrettano la morte. -- Ma regalano agli uomini, o Santo, la delizia del piacere artificiale. I nostri sensi, ahimè, come natura li fece sono povera cosa, quando il cerebro in essi non scenda e con divini malefizî non li esalti. O Santo, e la gioia dell'uomo è una finestra pallida che s'apre davanti all'incendio... l'anima è l'ala dei sensi, il volo di tutto l'essere verso un impossibile godimento. Noi siamo appunto i Maestri che al bivio insegnano le Due Strade. Il parossismo è ciò che seduce gli uomini; ma siccome la natura foggia esseri calmi, per giungere al parossismo è necessaria, come ti dissi, la droga; i folli son coloro che in addietro, dal sangue atavico, ricevettero troppa droga. Epoche intere vanno per la tua sparsa di rovi, o per la mia ricca di pampini e vendemmiata strada; ma la meta che invano si cerca è sempre una, chiamala se vuoi salvazione, se vuoi felicità. -- Ben dici, o Dioniso ardente; ambedue traversiamo la Fiera umana, la rumorosa ondeggiante Fiera ove s'ergono di contro la Basilica ed il Teatro, dicendo agli uomini dubitosi: «Volete voi vivere con più respiro e con più sete?» Noi diciamo: «Ecco la droga!» Tu vendi, o Dioniso, il tuo zenzero caldo, muscoso, profumato, che provoca delirii fosforici e spossa come l'uccisione; io vendo i miei cilici freddi aridi aspri, che ognuno da prima respinge finchè l'abuso del tuo zenzero non gli scopra come il dolore possa divenir gioia. Noi siamo, hai detto con evidenza, i due colori della vita: perchè una bellezza sia bellezza, una passione passione, un vizio vizio, bisogna, o Dioniso ardente, che s'accenda nel colore d'uno di noi. Se l'Umanità ci mettesse a morte, avrebbe rinunziato a vivere o scoperto Dio. Cantaride! fosforo! zenzero! Cilicio... preghiera... pietà. * * * (Ma d'improvviso, mentre nel giardino delle ortensie, di così variate amenità si conversa, un leggero velario di nuvole scende su la bocca d'opera ed al proscenio rimangono soli presso la nicchia del Suggeritore il Compar Damo, Cavaliere della Films, e la Comare, bellissima etèra Meridiana. Costei dice: «Fra un attimo il giardino sarà distrutto e su gli sterri delle vaghe ortensie vedrete correre il marciapiede, il marciapiede formicolante frettoloso e tardo, pieno di forza e d'indecisione, che serpeggia come un cavo d'acciaio nel cuore delle capitali camminanti. Sarà verso quell'ora della sera, quando le vetrine lanciano a gara su l'ombra della folla su gli asfalti neri la loro luce violenta e livida, mentre infuria sotto il telaio dei fili elettrici l'ira dei campanelli fra lo stridore delle cigolanti rotaie, l'ansia delle cornette rauche, lo schiocco e il sibilo delle fruste, il rumore ondoso delle moltitudini, lo strillo monotono de' giornalai. E vedrete passare in questa fantasmagoria di vita crepuscolare, le povere mercantesse di voluttà che per la strada vendono l'amore. Il marciapiede formidabile come un torrente in piena le ha prese nella sua corsa torbida, e finchè non vacillino tramortite, finchè non cadano morte, il marciapiede non le lascerà. Dietro queste donne imbellettate, o troppo giovini o troppo vecchie, derise ma forti, percosse ma brutali, che al volgere di quest'ora fosca intraprendono la giornata, vedrete alcune maschere del marciapiede camminar d'un passo frettoloso per inseguirle, o timidamente rispondere alle lor occhiate procaci. Ecco, e la Nuvola s'alza.») =Entra il Coro delle Belle Ragazze Notturne:= (-Nell'Orchestra in sordina il rumore della strada, cupo e forte.-) Fernanda Smeralda e Mimì sono fioraie della via, vendon ad ogni manigoldo il fior d'amore per un soldo. Sciaman fuori all'Avemmaria, rincasan ch'è già chiaro il dì, e dicono: -- «Bravo signore, comprate il mio piccolo fiore che sa odore di pacciulì!» Un crespo di capelli finti, un'occhiataccia d'occhi tinti, fan: psst! al cagnetto Buby... e son fioraie della via Fernanda Smeralda Mimì. Avevamo un protettore: Francesco Crispi. Per sciagura dell'Italia Francesco Crispi è morto. Adesso i nostri protettori ci prendono a legnate, vogliono vestirsi come il Principe di Galles, fumare come il Gran Turco. La squadra del buon costume ogni tanto ci sfratta in branco ed in malo modo come bestie contagiose, ma siamo farfalle notturne avvezze a quei trenta lampioni e torniamo ad una ad una sul nostro marciapiede perchè ci soffoca tetramente la nostalgia della città. Abitiamo, ai quarti piani delle case ambigue, certe camerette sinistre dove c'è una catinella che dondola nel suo cerchio di ferro, un asciugamano giallo, un canterano mezzo vuoto che scricchiola, con sopra una boccia di cristallo appannato, un ferro per farsi i ricci, qualche spillone rotto, una fotografia. Si sente l'odore della povertà e l'odore tenace dei visitatori che vi rimangono venti minuti. Qualchevolta sul davanzale della finestra nasce un geranio tisico, spuntano da un piccolo vaso le foglioline dell'erba ruta. Il nostro scendiletto, su l'ammattonato ruvido, rappresenta quasi sempre un geroglifico di pomi od un intreccio di grappoli d'uva. Quando si muore, i preti hanno schifo di toccare il nostro letto, i medici guardano attenti se qualche moneta ultima luccichi sul tavolino, tintinni ancora nelle tasche della borsetta vuota. Così è. Nei sifilicomî si vede la miseria del mondo, la disperazione del mondo, assai più che in galera. Così è. E lo scopo della nostra vita è di salire quante più volte si possa in una notte quelle nostre scale buie fredde anguste, con un cerino fra le dita, mentre un uomo silenzioso vien dietro e nel salire ci tasta i polpacci. E il difficile della nostra vita è quello di soffermare sul marciapiede, all'angolo d'un vico deserto, il nottambulo di buona volontà. Fin che abbiamo venticinque anni ci lasciamo vedere di faccia, sotto un lampione; poi di profilo, a testa bassa, dove la strada è buia. E la bellezza della nostra vita è d'avere un amante anche noi, che ci faccia male ma che ci faccia piangere, che muova nelle nostre amiche più giovini qualche gelosia, che abiti per più di venti minuti la nostra vita deserta. Bere con lui verso il mattino, dietro l'invetriata fumosa d'una bottiglieria notturna, -- quando già le strade cominciano a popolarsi d'ombre veloci, e quando fra poco avremo sonno, -- bere con lui che bestemmia una tazza di caffè bruciante, un bicchierino di mistrà forte, questa è la gioia che possediamo noi, malvagie creature senz'amici nel mondo. Portiamo, quando son arrivate fino alle nostre piccole sarte, le mode faticose delle signore parigine, che non lasciano camminare come Dio volle o che nelle notti d'inverno ci fanno rabbrividire dal freddo. Se un piccolissimo cane bizzarro diventi nostro e qualcuno gli faccia male, siamo pronte a batterci ferocemente per lui. Dove c'è da rubare si ruba, o talvolta, se un uomo vuole, si ammazza. Siamo già così piene d'infamia nella stima degli altri, che fra il delitto e noi c'è ben poca distanza. Il giorno più triste dell'anno è la sera di Natale; a messa, quando l'organo canta, si piange di malinconia. Noi siamo fuori dalla legge, il nostro diritto non esiste: mentre di tutte le colpe la società studia un perdono, a noi, se anche siam timide, nessuno parla mai di perdono. Del resto non lo vogliamo! è un torto credere che si diventi a poco a poco la Bella Ragazza Notturna, è un torto pensare che siamo colpevoli: si nasce così... E son fioraie della via Fernanda Smeralda e Mimì. =Il Negro che ha il diavolo nei piedi:= I poveri negri sono la gente migliore del mondo: sanno fare tutte le musiche più difficili con la suola delle scarpe, sanno dare coi pugni certi «swings» così terribili che nessun bianco può sopportare; ma i negri sono buoni e picchiano soltanto quando son ubbriachi. Noi vogliamo bene ai bianchi, non troppo in verità, ma quel tanto che possiamo, perchè hanno molti buoni dollari e molte belle donne tutte bianche; loro invece vogliono farci andar via dalla terra dicendo che beviamo troppo gin. All right! Bisognerebbe dunque picchiarli di santa ragione anche prima d'aver bevuto il buonissimo gin! Oh, guarda che bella ragazza! e mi chiama biondo!?... Biondo io?... veh! non me n'ero mai accorto! =Il vegetariano:= Come avrei potuto far parlare di me le mie conoscenze qualora non avessi fatto il vegetariano? Si dice d'un uomo che vegeti quando mangia ogni sera la sua fetta di manzo e vi tracanna sopra un quartuccio di vino. È un controsenso: quel mangiatore di cadaveri fa la iena, mentre chi vegeta sono io. La carne offre già bastevoli tentazioni senza che la si mangi, e co' prezzi attuali di questa merce sanguinolenta l'idea vegetariana farà passare qualche brutto quarto d'ora a quegli scannatori cotidiani che si chiamano macellai. Nel regno vegetale sta l'avvenire dell'uomo; il Codice Napoleonico potrà essere venduto all'asta quando tutti si nutriranno di bietole o di spinaci; vivremo certo meglio, forse più a lungo, e faranno fallimento i dentisti. Per capire la civiltà bisogna crearsi una pancia moderna. Oh, guarda che bella ragazza! E mi chiama: giovinotto! Vado per i quarantasette... ma ecco i vantaggi della mia dieta! Vegetariano sì, tuttavia la carne in letto mi piace, anzi me ne piace molta. =Il bibliotecario:= Il libro è ciò che rende vere per sempre le cose non vere del mondo. Oh, guarda la bella edizione! rilegatura di lusso! Olà! se non costasse troppo caro per la mia borsa... E mi dice: moretto!... Moretto io? se non ho un pelo?... =L'uomo che ha «la sua» concezione del mondo:= In principio v'era un circolo di fuoco. In questo circolo cadde un granello di materia ch'era il Nulla e parve Materia perchè il fuoco non aveva mai conosciuto in sè nè all'infuori di sè, altro che fuoco. Ma il granello era incombustibile e in dodici milioni di quadrisecoli, col vento che faceva roteando, spense una gran parte del fuoco. Il granello era il Centro; nel Centro v'era l'Immobilità; l'Immobilità roteava; il movimento fu Dio. Allora il granello divenne un pugno di materia, il pugno divenne la montagna, la montagna divenne l'astro, l'astro divenne l'Infinito. Dopo settecentotredici bilioni di quadrimillennii, uscendo l'elissi mondiale dalla sua decima fase risolutiva, nella materia entrò il Soffio, cioè il movimento non più roteante bensì verticale, e quindi capace di generare la Vita. Fu allora che apparve su la Terra già decrepita, l'animale Anteuomo, grande come una sovrapposizione di almeno quattro mammuts, con un occhio solo su la sommità del cranio ed una barba tale che, incendiandosi, bruciava per oltre ventiquattr'ore. Il resto ve lo spiega Darwin. Oh, guarda che bel fossile! Cosa dice? se vogliamo andare a divertirci?... peuh... peuh... e perchè no?! =Il domestico del signor Principe:= Voglio permettermi di dire una sentenza del tutto nuova, ed in francese, lingua che pronunzio molto bene: «Il n'y a pas de grand homme pour son valet de chambre.» Oh, guarda che tipetto chic! Per stasera che son libero non mi andrebbe neanche male... Come dice?... comment, comment? vous êtes Française?... oh, mademoiselle!... * * * (Quivi s'avanza verso la ribalta il Compare, Cavaliere della Films, che volge all'uditorio queste affabili parole: «La cura somma che ho di non offendere con equivoche argomentazioni o con evidenza di cose non timorate i fini timpani e i verecondi occhi delle Nobili quivi convenute Patronesse nostre, mi vieta che la Nuvola tardi oltre nello scendere su queste ambiguità stradaiuole. E scenda la Nuvola con ispessore, più rapida che non salì! Volge nonpertanto la decima ora della Commedia, nè potrebbe la Dama ch'io servo rimanere oltre senza mutarsi d'abiti. Le strade a quest'ora, Messeri e Nobildonne, sono pressochè deserte in vicinanza del teatro; a vero dire non saprei qual personaggio mandarvi alla ribalta, che non vi sia causa di sbadigli, bensì vi disannoi nel tempo come sapete non fulmineo che la bellissima etèra Meridiana disporrà per il suo decimo vestimento. Noi sappiamo che il Cavaliere dello Spirito Santo, nella prima parlata che fece, non riuscì molto gradito al pubblico, il quale assai più cose voleva da un tale fattosi annunziare con tanto buio. Lo s'incolpa d'aver dette improvvisazioni alquanto saltuarie, poi con una forma or di parabola or di satira che non parve nè limpida nè gustosa. D'acritudine sopratutto e d'orgoglio lo si accusa per il suo motto: «Vale nec parce», che modesto infatti non è. Ma se troppo tedio non vi lasciò negli spiriti questo nomade Cavaliere dell'Oscurità, ecco Egli mi prega d'annunziare che fra poco tornerà su la scena, per parlarvi di cose che non saranno l'amore bensì molto vicine all'amore, e parlarvene chiaramente, sì che alfine possiate comprendere questo Cavaliere chi sia. Poichè aveste la buona grazia di ridere a la celia del negro che s'intese chiamar biondo, vogliate, amabili Patroni e Patronesse, ridere con altrettanta schiettezza delle cose ch'Egli vi dirà dall'ombra, con l'intendimento particolare che la seconda sua parlata sia triste. Ecco, Egli viene.») Pausa. Gli Archi elettrici di colpo sono spenti. Un Violino canta solitario lontano. Buoni e piccoli amici miei, sparsi per la terra grande che ho traversata sognando, immaginate ancora una volta la malinconia del mio cuore nomade, che viaggia dentro di me senza morire nè vivere, cullando una profumata morta nel suo letto più voluttuoso, nella coltre fatta con il mio spirito per lasciarla dormire, nel vuoto sacrario d'una tomba che soltanto è rovina, ma che a volte per lei s'inazzurra come un bel cerchio di paradiso! Talvolta per divertire costei che dorme, bella tra le sue fasce morbide com'era bella in vita, io l'adagio in una stellata vetrina di limpidi cristalli, pieni di rogo e di sole come se ancora chiudessero in sè l'anima della fiamma che li produsse; con paura l'adagio in questa vetrina stellata al pari d'una bella morta nella sua veste nuziale, con il capo alto su tre guancialetti morbidi così che senza fatica possa chiaramente guardare nel mondo. E vado in giro di lei scotendo incensieri di profumo, adunando a' suoi piccoli piedi le ghirlande più voluttuose che manda la primavera. Io l'amo, questa piccola morta; è il mio cimitero nascosto; è la donna che amai. Talvolta nei giorni d'estate, quando l'ora scende tra una fiamma di nuvole dagli orli di fuoco ed il colore dell'ombra pénetra per l'emisfero dondolante come le ventate immense di profumi che dalle praterie di montagna salgono per invadere l'azzurrità, quando l'ebbrezza del polline ubbriaca i giardini e dalle case degli uomini cominciano i frastuoni a volar via, quando la sera come una voce senza limiti porta verso le vertigini del sentimento i sogni che non possono dormire... talvolta io siedo presso il capezzale della mia piccola morta, e guardandola nel suo profilo perfetto incomincio a parlare con lei. Non le parlo con parole definite, poichè, sia pure nel lirismo, la parola è troppo rozza per esprimere alcune malinconie; ma come da un violino invisibile, di cui le corde fossero i miei sogni ed archetto l'amore, a questa morta lontana e prossima suono le canzoni più inverosimili che musicista compose mai. La morta che dorme nel mio cuore come la bella nel bosco addormentata, per un prodigio di musica e d'evocazione lentamente rinasce dalla morte, muove come da un letargo vinto il collo soavissimo, dischiude le labbra respiranti, apre gli occhi d'una volta, i calmi occhi d'una volta, e nel suo miracolo mi guarda. Sapete voi chi sia questa bella nel mio cuore addormentata? Volete voi conoscere la sua storia, o nomadi amici dispersi per la terra distante? Camminava. Era una Bellezza venuta per traversare il mondo, per dare a qualche anima tetra la pace ch'ella portava con sè. Camminava con una forza disperata, con un viso di sfinge, mascherata e limpida, senza peccato ma forse crudele; camminava con voluttà e con sperpero, incomprensibile, accanita, come portasse nel cuore la tempesta ma nel colore degli occhi una infinita serenità... Un giorno di sua mano si spense. Morì nella primavera della città più grande, morì sola, senza gettare un grido, come si esce da un giardino. Aveva buttato in faccia alla vita la sua bellezza terribile, come una donna irata lancia un mazzo di violette fragranti su la bocca abominevole dell'offensore. Aveva detto di no al destino che la voleva sottomettere, s'era uccisa con enigma e con splendore, come da sè, prima di lasciarsi vincere, s'uccidono i veri Ideali. Ecco perchè le canto canzoni tra un profumo d'incensieri e di ghirlande, nei crepuscoli dei giorni d'estate. Personaggi della Commedia, Maschere in cerca del carnovale per la terra distante, non avete forse ancor voi «una morta che vi dorme nel cuore come la bella nel bosco addormentata?» Cercatela e datele fiori, ch'ella dev'essere in voi, perchè nessuno può viverne senza, come senza di lei non vive il Cavaliere dello Spirito Santo. =Vale nec parce, spectator!= Pausa. Tra la fiamma degli Archi nereggia sparendo il suo mantello buio. * * * (Quivi, riaccesi gli archi elettrici, vedesi che la scena rappresenta un serraglio di bestie feroci durante la rappresentazione di gala, in una di quelle fiere suburbane che il nobil fiore della città per tradizione ama di visitare. Così, rimpetto al gabbione centrale tutto inghirlandato di lampadine elettriche, sta raccolto un pubblico assai raffinato e ciarliero: giovini ufficiali e giovini di mondo con le loro amanti, signorine con istitutrici, dame in crocchio ed operosi cavalieri che le salvaguardano in quei paraggi fuor di mano dalle insidie molteplici dei contatti plebei. Su l'impalcature a tribuna dei secondi e terzi posti fa ressa un gran popolo che svillaneggia le dolci fiere sbadiglianti nelle lor gabbie anguste. Una maledetta orchestra di flauti e tromboni fa più male ai timpani che la risata malvagia del giaguaro, il pianto canino dello sciacallo ed il singhiozzo famelico della iena, mentre il banditore che su l'ingresso fa sbertucciare una scimmia, grida con iraconda raucedine che lo spettacolo incomincia! Un bambino, che ha l'imprudenza d'allungare la mano verso le barre contro le quali sonnecchia un leone accidentato e polveroso, vien redarguito con una burrasca di «teufel! teufel!» da una specie di bestiario alemanno che porta un mezzo camicione blu e va rovistando le gabbie con un lungo arnese di ferro terminato a bidente; tutta la scala cromatica delle bestemmie ferine lo accompagna man mano ch'egli s'avanza di tana in tana. L'orso passeggia nel corridoio a braccetto del suo custode, si dondola e guarda le belle donne; la zebra mangia nel palmo d'un sergente di cavalleria; il canguro batte le sue manine facendo un salto avanti un altro indietro, per la tirannia dello spazio; l'elefante ha un grande successo personale con la furberia della sua proboscide; il gabbione delle scimmie attira il maggior numero di curiosi, forse per la speranza inconfessabile di vederle abbandonarsi ad alcuna delle loro preferite oscenità. Ma quasi più che le prodezze o gli stiracchiamenti dei feroci animali, occupa di curiosità il pubblico la straordinaria eleganza della Comare, bellissima etèra Meridiana, che pare a bella posta essersi adornata di tutto quanto il regno animale fornisce con rassegnazione alla civetteria della donna. Piume d'uccellini microscopici che in duecento non fanno un pennacchio, pelurie di sott'ala strappate vive ai marabù perchè sien più soffici, oppure quella pelliccia della doppia morte che fa uccidere la madre onusta con il suo pargolo non nato, affinchè la pelle che non vide il sole possieda la tenuità d'una carta velina e di pelo sia così docile che sembri temere un soffio. Questo costoso e molle «breitschwanz», pelliccia della doppia morte, raso dell'agnelletto di Siberia, che traluce e svaria da sè, pieno d'iridi e pieno di fiori simili nel disegno a quelli che fa il gelo su le vetrate, questo è il mantello che trascina sopra una rude scranna da serraglio la bellissima etèra Meridiana, lasciando che ne piova sino a mezzo il dorso un collo d'ermellino così dovizioso e nitido che sarebbe impossibile non guardare a lei, per quanto spalanchino fauci sanguigne le splenetiche pantere. Una pioggia di paradisi le rabbuia la nuca, tenuti fermi nel feltro del cappello da fibbie in filigrana di diamanti; i suoi stivaletti a bottoniera han l'asole cucite con filo d'argento e i bottoni son diaspri o topazî varianti che accompagnano il colore pressochè indicibile del cuoio, del cuoio ch'è fatto come d'una composizione di materie soavi, nelle quali entrino a far parte viole di Parma e rose tea, quel viola e quel giallo dell'indaco sciupato e dell'oro spento. Ciò che della sua veste apparisce è una specie di damasco arricciato e mutevole, con trame di fiori che paiono abbracciarle il busto. La borsetta a maglia d'oro che regge al polso è un lavoro d'oreficeria fino come un pizzo, e la mano sua non inguantata risfavilla di tanta luce che forse il pitone se ne incanta. Il Cavalier Damo è severamente abbottonato in un soprabito scuro, dal quale il sarto del re d'Inghilterra volentieri prenderebbe ispirazione; la sua cravatta è di quelle che si fanno a gala, punteggiata ma pressochè invisibilmente; il cappello tondo ha quella giusta piegatura d'ala che conviene all'anno in cui viviamo, e la tondezza precisa che dettò l'arbitro cappellaio londinese. Portar fiori dinanzi alle fiere non sarebbe cosa gran che designata, e vedremo che all'occhiello il Cavaliere della Films ha messo il piccolo nastrino rosso della sua decorazione, come si usa in Francia. La scena è collocata in modo ch'egli si trovi presso all'etèra bellissima, Dama della Doppia Morte, ma poco lontano altresì dal proscenio, e trascorso appena il tempo sufficiente perchè il pubblico del teatro si diletti con il piacere degli occhi, egli s'avanza e dice: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000