la tastiera del cembalo sembra che dormano due mani pesanti; qualche
violoncello ha le corde rotte, filtra l'alba, i candelabri sono morti.
La storia d'una ragazza vecchia è sempre un'immagine, perchè le sue
voluttà non furono che sogni.
*
* *
(Quivi ritorna il Cavalier Compare, in elegante abito da passeggio,
discorrendo con un signor grave in tuba e marsina che lo intrattiene
d'argomenti serii.)
=Il socio della Lega per la protezione degli animali:=
Ho veduto stamane un pavone senza coda, un'anitra zoppa, un asinello
gonfio di bastonature, un uccellino in gabbia, un luccio agonizzante,
la coda d'una volpe conservata come trofeo... nè saprei dire quanti
altri segni delle inique torture che l'uomo infligge al regno animale.
Soltanto il popolo inglese ha leggi draconiane contro chi sevizia
le creature inferiori, e questa non è l'ultima fra le ragioni che lo
condussero all'egemonia. Terrò su l'argomento una conferenza.
Intanto proibisco a mia moglie di portare piume d'uccelli paradisi o
pellicce alla moda; così, mentre diminuisco la strage di questi poveri
animali, faccio anche una pietosa economia. Se mio figlio trapassasse
con uno spillo una farfalla viva, credo che lo rinnegherei; l'uomo
che cammina sopra un formicaio non può essere buon padre di famiglia e
merita che lo si arresti.
Questa è la mia opinione.
*
* *
(Il Cavalier Compare, da buon compare, gli dà tutte le ragioni e
volentieri accede a far parte di questa lega operosissima la quale
fra poco avrà salvato il bestial genere così dalle fruste come dalle
roventi padelle dell'uomo. In quel mentre scocca fra le quinte
il rimbalzo di due sonori schiaffi, ed un pover'uomo d'aspetto
quasi cenobitico vien spinto a forza nel mezzo della scena da un
attaccabrighe battagliero come Orlando, che dopo averlo percosso con
virulenza, ora con enfasi lo deride.)
=Lo spadaccino:=
Sissignore! Le ho camminato sui piedi, le ho dato due schiaffi, adesso
le sputo in faccia, e se non le accomoda, mi mandi due padrini!
*
* *
(Il Cavalier Compare, da buon Compare, libera il malcapitato e dà
un poco di ragione a tutt'e due. Ma il cenobita rifiuta le armi e
il mangia-spade non decampa, sicchè, udita la causa dell'incidente,
il Cavalier Compare propone che la vertenza venga sottoposta ad un
Giurì d'Onore. Le parti accedono. Il Cavaliere della Films li prega
di sedere, nonchè di soprassedere a qualsiasi ulteriore commento su
la faccenda, rimanendo chiuso nella più cavalleresca impassibilità
fin tanto ch'egli vada in cerca di tre integerrime persone disposte a
costituire il triumvirato salomonico.
Per avventura passa di lì un perito giudiziario al quale dal Cavalier
Compare viene offerta la presidenza. Questi accetta, facendo nondimeno
qualche premessa.)
=Il perito:=
Noi abbiamo per insegna la Virgola della Sibilla Cumana e per
osservatorio la specola di Cagliostro.
Il Perito è un uomo che si trova in imbarazzo, che mette in imbarazzo,
che lascia in imbarazzo; per uscirne, vadasi da un altro Perito.
*
* *
(Per l'appunto in fondo alla scena che rappresenta ora, benchè
semivuota, l'elegante sala d'un «tea-room» alla moda, siedono a
due tavole non distanti un giovine filosofo alcoolista, il quale
già disamina il settimo whisky della sua giornata, e un ben rasato
marchese, giovine di bel mondo che fa colazione un po' tardi
con qualche panino di giambone burrato e con una tazza di tè
roseo-nuvolata. Il Cavaliere della Films conosce quest'ultimo.)
=L'uomo che centellina il suo settimo whisky:=
Osservare la gente traverso l'invetriata d'una bottiglieria non è la
stessa cosa che guardarla dal terrazzo d'una casa. Qui la si comprende
meglio, perchè l'alcool incatena forse leggermente i piedi, ma
rischiara di molto il cervello. L'alcool è il vero amico dell'uomo, gli
si affeziona più che il cane e invece d'abbaiare canterella.
tiri -- tiri -- tiri -- tiritì!
Il Blak-and-White Whisky non ha mai potuto nuocere neanche ad un
tubercoloso, anzi uccide i microbi. È la bevanda più salutare che sia
mai stata fatta per sostituire l'acqua, elemento neutro dove infuriano
milioni di bacilli. L'acqua io la capisco nel bagno dove, per sentir
l'odore della pulizia, la rinforzo con l'energico alcool della menta
pepata; oppure la capisco nel suo stato solido inquantochè serve a
raggelare i coak-taïls.
Chi ha scritta quella favoletta: -- il fuoco l'acqua e l'onore?...
Graziosa, ma io direi senz'altro: -- il fuoco il whisky e l'onore;
perchè il Blak-and-White Whisky è la filosofia dell'uomo di spirito.
Quando si dice uomo si dice anche donna; i contrarii esprimono sempre
la stessa cosa.
pere -- pere -- pere -- perepè!
I miei amici contano i whisky che bevo per sapere come devono
trattarmi; il «barman» li conta per farmeli pagare; il solo che non li
conti sono io, per modestia, perchè non tengo ad umiliare nessuno. Toh!
mi fischia l'orecchio sinistro, lato del cuore... È probabile che si
parli di me; forse la mia amante mi sta facendo le corna... A me non
importa quasi niente.
Il Blak-and-White Whisky è migliore che la donna.
curu -- curu -- curu -- curucù!
=Il giovine marchese:=
La signora elegantissima di cui sono -- sia detto inter nos -- l'amante,
mi ha telefonato ieri al club per domandarmi se potessi accompagnarla
al tè-tango della principessa. Pur troppo sono giunto in ritardo,
perchè stavo giocando a baccarà e non ero, fra l'altre cose, in
«dorsay.» Mi son presa quindi una ramanzina coi fiocchi, due anzi:
la prima da lei, molto ironica; la seconda, molto affettuosa, dal
marito... pazienza! Il mio mestiere è di fare il giovine marchese: non
so veramente se mi diverto più io, o si divertono più gli altri. La mia
vita somiglia molto al meccanismo d'un prodigioso fantoccio di stoppa;
ho da quando son nato la soddisfazione di sentirmi chiamare signor
marchese; so che la gente mi crede un imbecille, e quasi quasi lo
credo anch'io. Ma non ho mai sentito il bisogno d'essere intelligente;
forse questa è la ragione per cui non lo sono. Si può vivere con molto
spirito senza darsi la pena d'essere intelligenti. La vita è stata per
me un bel tappeto di damasco e vi sono passato sopra senza lasciarvi
nessuna impronta. Le donne mi hanno amato, gli amici mi hanno adulato,
gli uomini d'ingegno m'han fatto qualche bell'inchino; so vagamente
che si può esser poveri, mangiar male, aver sfortuna, trovarsi presi
nella tragedia... ma tutto questo è quasi una piccola storia che mi
sembra d'aver letta in un bizzarro libro. So per conto mio che lo scopo
della vita è questo: godere per abitudine, godere con noia, godere con
facilità. Mi resta solo da decidere in cosa consista il godimento. Alle
volte provo quasi la tentazione che mi capiti una disgrazia, per poter
godere anche il dolore, quest'unica gioia che non ho sofferta mai.
*
* *
(Con affabilità il giovine Marchese accoglie, sebbene occupatissimo,
l'invito del Cavalier Compare a far parte di questo Giurì, e per
amore di sollecitudine il Marchese presenta il Cavaliere della Films
al giovine filosofo alcoolista, che offre da bere, indi accetta. Il
triumvirato quindi si ritira, e nell'attesa del responso le parti
contendenti se ne vanno per i fatti loro. Ma già quivi la bellissima
etèra Meridiana ritorna constellata della veste più bella che mai
mettesse, cerulea tanto che par tessuta con l'aria d'un giorno di
primavera. Una rete impalpabile ricopre la stoffa eterea, dentro questa
rete s'impigliano gemme. Così bella è, che tutta una schiera di giovini
le muove appresso per corteggiarla.)
=Entra il Coro degl'Incompresi:=
(-Nell'Orchestra in sordina voci funebri ma irate; sinfonie di
strumenti bizzarri; ocarine, oboè.-)
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
Noi siamo la Genialità che il mondo non vuol conoscere, siamo le
finestre dalle quali non guarda mai nessuno, i fuochi ai quali anima
viva non si scalda.
Altri agitano il tirso che in sè non portano alcun Dio; noi viviamo in
campi d'ortiche mentre il lauro cresce nei giardini altrui. L'epoca non
ci comprende; siamo nati cent'anni prima della nascita nostra, pensiamo
col cervello d'una gente che verrà. Il solo conforto è per noi leggere
le biografie di quei sublimi, ch'ebbero gloria quando furon polvere.
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
Di questi giorni è il tempo dei mediocri, talora degl'infimi; riesce
oggi chi puttanescamente si vende al favor popolare. Laddove si celebra
l'immortalità d'un poeta che scrisse persino un endecasillabo con
dodici piedi, io diedi alla mia terra un poema primordiale in 61 canti
che nessuno volle stampare e nessuno lesse; laddove girano il globo le
operacce di maestri che non sanno il contrappunto, (e sono debolissimi
nell'orchestrazione,) tu, Flavio, nella tua «Sinfonia delle Foglie
Gialle» hai spinto di qualche passo più oltre l'anima beethoveniana.
Mentre un pittor d'affreschi murali passa per Tiziano risorto (-- e
falla in tutte le prospettive per disconoscenza del disegno! -- ) tu,
Clodomiro, nel tuo «Notturno in luoghi Morti» hai ottenuto forse la più
grande rarefazione di colore, il più profondo singhiozzo di luce che
mai pittura tentò di esprimere...
Ma che serve? Tutto questo piace alla Beozia regnante, come piacerebbe
alla mummia d'un Faraone!
Sì, le parole più significative della vita nuova noi le abbiamo dette,
solo non furono comprese! La Fama, che sarebbe nostra donna d'amore,
passa davanti a noi scordevole, o co' suoi veli trasparenti ci adesca
mentre va in letto con altri...
Così noi camminiamo per via malinconici, a fronte bassa, con il fegato
un po' gonfio, mentre la strada plaude sfrenata perchè si corona
imperatore un Asino!
La nostra famiglia è grande; vi sono Incompresi anche fuori dall'arte;
inventarono, amarono, vollero, fecer mille prove per venire a capo
di un'idea fissa, tentaron senza tregua di spiegarsi, ma non furono
compresi mai... Poveri e tetri, la nostra parola è forse questa: -- mai.
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
*
* *
(Non anco è fuor di scena la irata e lamentosa teoria, che già viene
avanti una schiera più calma e più forte, quali solitarii, quali a
brigatelle che in bel modo e con acuta ponderatezza, di amene favole
vanno insieme ragionando. Son costoro i colpevoli dell'aver condotto
a sì amare tetraggini quei delusi corteggiatori della bellezza o della
fama, ed or vengono per iscusarsi dinanzi alla Patronessa di beltà, la
ceruleo-vestita Meridiana.)
=Entra il Coro dei Critici:=
(-Nell'Orchestra sinfonia cadenzata ma talora quasi gaia di stromenti
d'ogni genere; qualche solitario violoncello, moltissimi tamburi.-)
Microscopio. Lente.
Siringa. Tanaglia da dente.
Noi, con mansuetudine, avveleniamo la vita degli artisti.
Noi, con beatitudine, conduciamo a spasso le nove sorelle Muse.
Noi, con rettitudine, facciamo sì che non tutti i maschi e non tutte
le femmine della specie umana, dal demente all'analfabeta, si mettano
a creare opere d'arte.
L'opera d'arte è la cosa che l'uomo, -- anche la donna, -- partorisce
più volentieri, senza doglia, e con instancabilità. Se non ci fossero
i Critici, l'umanità finirebbe sotto il diluvio delle opere d'arte. Ma
per fortuna ci siamo noi con
microscopio; lente;
siringa; tanaglia da dente.
Noi crediamo che il vizio d'essere artisti fu imparato nell'antica
Grecia, e prima dell'Ellade gli uomini -- anche le donne -- avessero
qualcosa di meglio a fare che crear opere d'arte.
Però non ne siamo sicuri, tanto questo vizio è radicato nel cerebro e
nella carne della specie umana.
Se non si fosse Critici, forse anche noi ci abbandoneremmo alla
foia del creare opere d'arte. Ma fors'anche no, tanto è grande la
delusione che provammo nel condurre a spasso le nove sorelle Muse.
Inoltre dobbiamo dirvi che la madre di queste nove fraschette era una
bella matrona che la si chiamava per l'appunto Critica; onde noi, che
fornicammo con la madre, non si potrebbe senza vergogna donneare con le
sue garzette.
Oh, se gli artisti potessero comprendere la nostra malinconia!
Per leggere un bel verso, noi dobbiamo andarne diecimila che pungono
come ortiche o salivano come bisce!
Per vedere una tela semplicetta, una semplice statuetta, la quale ci
riconcilii con la forma del corpo umano, dobbiamo traversare una tebe
di goffaggini e risalire un nilo di terrifiche mostruosità!
Le nove sorelle Muse, ohi noi! si danno anche a sodomia, e questo fanno
quasi cotidianamente, forse perchè vengono dalla Grecia, paese dov'era
costume.
Or chi farebbe la critica dei critici se non la facessimo noi?
quand'è venuto in evidenza che per essere buoni giudici d'un sonetto
bisogna per lo meno conoscere la scienza del finito nell'infinito e
dell'infinito nel finito, nonchè saper mettersi nell'intuizione come in
una comodissima trottola che giri a maraviglia da sè?
Tuttavia noi Critici siamo ancora più numerosi e più smaniosi di
partorire che i sullodati creatori d'opere d'arte; così per uno di noi
che la matrona Critica di leggieri accolse nel talamo de' suoi deliri,
dieci al fiume li mandò perchè prendessero anguille con la barbaia.
Sicchè fra noi stessi dobbiamo scegliere con
microscopio: lente:
siringa: tanaglia da dente.
*
* *
(Or avendo la Comare Meridiana indossata una così bella veste, súbito
la voce per intorno vola, nè passa gran tempo anzi che vengano insieme
a visitarla due giovini vagheggiatori della bellezza muliebre, assidui
del paro nel suo culto ma non da essa con egual sorte ricompensati. Di
séguito poi vengono taluni altri personaggi, non tanto bramosi della
etèra che porta una veste cerulea, quanto chiamati a fiutar l'aria dal
rumore della novità.)
=Entra il Dialogo fra l'Uomo che ha fortuna con le donne e l'Uomo che
non ha fortuna con le donne.=
-- Veramente, o Paride, non è la tua persona più allettevole che la mia;
d'età siamo gemelli e ci vestiamo dal medesimo sarto. Vuoi dirmi, o
Paride, perchè mai tutte le donne ti rincorrono, mentre fuggono me?
-- Ascolta Menelao; non vorrei farla da saccente, ma temo che tu non le
sappia forse prendere per il lor verso.
-- Veramente, o Paride, abbiamo fatto i medesimi studî; la nostra
cultura non divaria gran fatto, e per quello ch'è fantasia, nè tu mi
ritardi nè io t'avanzo. Tu se' forse un po' stanco di troppi certami
d'amore, laddove io sono sovreccitato per non poterne far mai. Ho il
rovescio della tua sorte: ogni sera devi tu scegliere fra cinque belle
che si contendono i tuoi baci, ogni sera io mi corico amaramente,
pensando a cinque belle che m'hanno detto di no. Spiegami qual'è il
sortilegio che fai per essere così amato.
-- Ascolta, Menelao; non faccio sortilegio alcuno. Questa è la mia
sorte: s'io guardo per avventura una donna pensando al mio cane,
costei con evidenza mi sorride, arrossisce, impallidisce. Se vado a
trovare la moglie d'un amico per darle una cattiva notizia, la moglie
dell'amico mi conduce nella sua camera nuziale. Se in un albergo suono
per la cameriera con il proposito di farmi attaccare un bottone, la
cameriera d'albergo, giovine donna e soccorrevole, cade fra le mie
braccia. Quando ne' treni passeggio per il corridoio nell'attesa che
l'impiegato prepari la mia coltre, vengono le americane a domandarmi
vuoi quant'è lunga la galleria sopravveniente, vuoi se in Italia
qualchevolta nevica... Ho tre casse piene di lettere amorose, io che
mando solo cartoline illustrate. Ascolta Menelao: poche sere or sono,
avendo invitato a cena una provatrice d'abiti -- (i francesi, molto
meno afflitti da un bell'idioma, le chiamano «mannequins») -- trovai
la provatrice d'abiti petulante come un diavoletto e mi parve che
fosse ragazza di molto navigata. Lo sciampagna, come ben sai, è un
vino allegro, e dopo cena la condussi a casa mia. Quando fummo a lumi
semispenti, e tardi alquanto per ripentirci della penombra, ella mi
confessò con umile candore che aveva creduto bene farmi dono della
sua lunga verginità... Menelao, devi prestarmi fede: era semplicemente
vero. Che vuoi? la donna è un rettile commovente! Ma per quante n'abbia
conosciute, le ho comprese, o Menelao che a malincuore sei casto, ancor
meno di te!
-- Veramente, o Paride, quel che tu narri alla mia fame suona tormento,
come al digiunatore di tre settimane la storia dei banchetti d'Epulone.
Ma in cerca vado più che mai d'intendere la nostra inegual sorte,
poichè, ne' suoi rifiuti costanti, nelle sue civetterie perniciose, ne'
suoi giochi amari, ho studiata la donna con intelletto, e penso ch'ella
non sia tanto illogica nè tanto incomprensibile come tu dici.
-- Ascolta, Menelao, questo fu il tuo torto: studiare la donna. Facesti
come colui che studiasse la quadratura del circolo, il moto perpetuo,
l'altre chimere!...
=Interviene l'Uomo che cerca le Chimere:=
Sì, passo i miei giorni tentando di quadrare il circolo e di trovare
un movimento che non s'arresti mai più. Appunto perchè nessuno v'è
riuscito, la mia certezza è che si debba riuscire. Difficile non è
tanto render possibile un Assurdo, come dimostrar la ragione per la
quale una cosa debbasi ritenere assurda.
Vi pare proprio possibile che una data quantità possa contenersi nella
forma rotonda e non -- fino al milionesimo di millimetro -- nella forma
quadrata?
Se ne siete certi, mi dispiace per voi, o microcefali! Per conto
mio seguiterò a cercare la quadratura del circolo, il moto perpetuo,
l'altre infinite Chimere, finchè un tale non mi dimostri con evidenza
qual diversità corra in eterno fra la sua Certezza e la mia Chimera.
=Interviene l'Ombra dell'Indefinibile:=
Il Vero come il Non vero sono entrambe Verità indefinibili. Questo
cercatore di chimere ha espressa un'evidenza che pare falsità.
=L'Uomo che ha fortuna con le donne:=
-- Ascolta, Menelao; non lasciarti sedurre dai cercatori di chimere!
Ammetto che si troverà forse la quadratura del circolo, ma non si
troverà mai l'uomo che comprenda la donna. Questo non è necessario
d'altronde; perchè il giorno in cui l'avessimo compresa, ella
perderebbe la sua maggiore bellezza. Lasciate che le donne siano
assurde, e che siano assurde con novità! Noi pure ai lor occhi dobbiamo
talvolta sembrar tali. Ecco, tu volevi una ragione? Fors'è questa:
Paride sembra loro assurdo, Menelao no.
-- Veramente, o Paride, se questa è la ragione, cercherò d'essere o di
parere assurdo anch'io.
-- Ascolta, Menelao: compiresti un tentativo dannoso e vano. Assurdi
si può essere solo per incoscienza ed ogni riflessione bandisce
l'assurdità, che fra tutte le cose del mondo è forse la più bella.
Non ti provare, non ti provare! perderesti oltre che il tempo anche la
pace.
-- Veramente, o Paride, ch'io la perda ma che si tenti ancora questo
mezzo estremo! Voglio pur io, prima che la giovinezza fugga, profumare
di sciolte capigliature il mio guanciale tepido, vedere due belli e
turbati occhi piangere di svenimento, e per commosso amore piangere
di me! Voglio pur io, ne' miei tardi giorni di vecchiaia, posseder
qualche lettera un po' gialla da rileggere sotto il lume! Poichè
vedi, o Paride, tu forse hai sfogliato le rose a' tuoi piedi senza
conoscere quanto sia dolce il profumo delle rose... Quelli soli che non
sfogliarono ghirlanda, san comprendere il profumo che v'è nel calice
d'una rosa.
-- Ascolta, Menelao; non sono lungi dal darti ragione. Certo non se' tu
il primo a conoscere che la rinunzia è il più fino epicureismo della
vita, laddove il possedere addormenta e sfiducia come tutte le verità.
Da buon amico e da fratello vo' che tu sappia questo: io t'invidio per
il tuo digiuno e per la tua sete, per la tua febbre che non si pacifica
e per l'anima tua che nel desiderio spera! T'invidio, perchè davanti
a' tuoi occhi vive ancora un'immagine che ho perduta: la Donna, e regna
nel tuo spirito ancora un miracolo nel quale non credo più: l'Amore.
-- Veramente, o Paride, io darei tutte queste belle cose per un bacio
comprato senza denaro, e mi piacerebbe assai che la tua sconsolatezza
divenisse mia. Mentre le tue parole cercan d'essermi un conforto, io
non cesserò dal volgere nello spirito questo enigma insoluto: -- perchè
non vollero amarmi le donne, che amarono te?
=Interviene la Voce dell'Indefinibile:=
Fra voi che siete germani, stava, o germani, la mia vasta Ombra.
=Il Parassita che torna da una visita di digestione:=
A momenti mi usciva un tale sbadiglio, povera baronessa, che l'avrei
fatta inorridire! Oh, la noia suprema di ringraziare la gente che ci
ha dato da mangiar male! Queste famiglie ricche non hanno palato,
trangugiano qualsiasi cosa, ed io mi guasterò lo stomaco se non
cambiano i cuochi. L'ho fatto capire alla baronessa con bella maniera.
Conosco tre sole case dove s'imbandisce una buona tavola, ma nel
mio giro non vengono che tre volte al mese. Per fortuna ho potuto
provvedermi d'un buon sigaro e di qualche sigaretta egiziana mentre
aspettavo la vecchia baronessa. Temo però che il maggiordomo se ne sia
accorto, -- questa volta oppure un'altra, -- perchè nell'anticamera m'ha
guardato male. Questi lacchè non perderanno mai il vizio di spiare
traverso le serrature!
Stasera sono invitato a pranzo da un rimbambito che mangia solo
carni bianche, -- mi farò prestare cento franchi, -- e in teatro da una
vedova che affligge il prossimo con tre orribili signorine. Il palco
è d'angolo, avrò dunque la delizia di non vedere un bel niente! Questi
sono inviti che si chiamano passività...
Oh, la bella veste! la bella veste!
=L'Uomo che arriva dal giro del mondo:=
I negri ballano il tango e pagano le tasse; i gialli ballano il tango e
pagano le tasse; agli antipodi si balla il tango e si pagano le tasse;
qui si balla il tango e si pagano le tasse. La sterlina, il dollaro, il
franco, la peseta, il rublo, la rupia, il peso, il reis, il sen: ecco
la mia storia del giro del mondo.
Per vedere questo potevo starmene a casa mia...
Oh, la bella veste! la bella veste!
=Il Caricaturista:=
Quando l'uomo non si vigila somiglia a sè stesso; quando si vigila
somiglia a chi lo guarda. Nelle facce più tetre io vedo -- poichè so
penetrare i lineamenti, -- una grande allegria.
Sotto la faccia d'ogni uomo ve n'è un'altra che in qualche momento
traspare; il buon caricaturista è quegli che sa disegnarle tutt'e
due...
Oh, la bella veste! la bella veste!
=L'«Interwiewer»:=
Ho intervistato 46 regnanti; 142 scrittori celebri; 716 glorie della
scena; 17 anarchici; 9 miliardarii; tutti i delinquenti; 16 animali; 8
cadaveri; 11 persone che non son mai esistite. Se l'arte è creazione,
dell'arti l'Intervista è la prima. L'«interwiewer» è insistente come
l'assicuratore su la vita, ma infine gli si apre la porta perchè
assicura la notorietà.
Io lascio credere volentieri che le belle cantanti mi abbiano ricevuto
nel loro «boudoir»...
Oh, la bella veste! la bella veste!
=Il Gran Rabbino:=
Vi sono certi individui che sono brava gente, buona gente, magari
ottima gente, ma fanno in modo che il loro prossimo non li possa
vedere...
Questo sono gli Ebrei.
Vi sono certi individui che non mancan di nulla per esser felici,
fuorchè d'una piccola cosa...
Questo manca agli Ebrei.
Vi sono certi individui che sono molto intelligenti, ma pensano ancor
oggi col cervello dei tempi di Salomone...
Questo accade agli Ebrei.
Io sono il Gran Rabbino antisemita...
Questo è il dovere degli Ebrei.
Oh, la splendidissima veste!
=Il bambino che fa le bolle di sapone:=
Quando sarò grande permetterò a' miei bambini di fare fin che vogliono
le bolle di sapone, perchè sono belle, sono rotonde, c'è dentro il
sole, scoppiano, e le macchie sui tappeti con un po' d'acqua si mandan
via.
Papà dice:
-- Guai se ti vedo fare le bolle di sapone!
Mammina dice:
-- Impara piuttosto a fare il compito bene.
Io dico:
-- Non sono mai riuscito a fare la terza bolla prima che scoppino le
altre due.
Taracium! cium! cium!.. Quando sarò grande farò il soldato.
Oh, guarda, che sembra un Albero di Natale
quella bella signora!
*
* *
(Senonchè, già stanca di udir vantare la cerulea sua veste, con quella
instabilità ch'è propria delle donne troppo lusingate la bellissima
etèra Meridiana dice al suo Damo che amerebbe andarsene di bel nuovo a
diporto per la città, e sol le manca di mutarsi l'abito, ciò ch'ella
farà con speditezza mentr'egli cerchi di patrocinare la Commedia
senza che gli ascoltatori languano di soverchia noia. Con bel garbo
il Damo Cavaliere l'accompagna fino al limitare dello spogliatoio, e
veduta quivi una lavatrice di panni la manda in scena perchè faccia
ridere. Ma costei non è loquace, ond'egli, affacciatosi al corridoio,
vede passarvi una mascheretta che già l'uditorio accolse con qualche
mormorio benevolo durante la sua prima e rapida parlata. Non essendovi
per di lì a quell'ora maschere molto allegre, il Cavalier Compare
crede opportuno di mandarla una seconda volta in scena, e con brio la
riconduce.)
=La lavandaia:=
Gli uomini somigliano alle proprie mutande, le donne al loro copribusto.
=La signora che i francesi chiamano «cocotte»:=
Domando scusa del disturbo se vengo a parlare due volte, mentre tutti
non parlan che una; ma son tanta parte nella vita sociale, che per
questo -- se non per cavalleria -- mi si perdonerà.
Le mie lagnanze non riguardan soltanto il nome; pur troppo ne ho ben
altre!
Sono da tutti maltrattata, io che faccio la dispensatrice di bene. Ho
cura di non scontentare mai nessuno fra i signori che si rivolgono
a me. In cambio questi signori mi denudano, -- anche nelle loro
conversazioni, -- con tanta libertà che diventa una sconcezza! Mentre
ad ogni donna si deve un poco di rispetto, nessuno vuol serbarne
un briciolo per me; raccontano come faccio e come sono fatta; lo
raccontano sopratutto a quelli che potrebbero, se li interessa, venire
a domandarlo di persona. Espongono la mia stanza da letto come una di
quelle piccole vasche dove nuotano i pesci; vi si può guardare da tutte
le parti... questo mi sembra indelicato.
Inoltre m'accusano di fingere la commedia del sentimento, -- la commedia
del godimento, -- e questo è un poco vero, ma non è d'altra parte
ammissibile ch'io debba innamorarmi una, o magari due volte al giorno!
Credano i signori uomini che quando posso -- quando non è umanamente
impossibile... -- sono sincera.
Nella mia vita non c'è niente di bello: siccome sono una donna d'amore
non ho l'amore; siccome sono una donna di gioia, non ho la gioia;
da ultimo, poichè si dice che appartengo a tutti, non ho nessuno. E
per quel piccolo denaro che mi danno con tanta difficoltà, credono i
signori uomini che sia lecito non solo disprezzarmi, -- cosa discutibile
del resto, -- ma dirmelo anche in faccia, -- cosa brutale. Siccome però
il mio mestiere è quello di rider sempre, queste parole un po' gravi le
dico ridendo. Anzi, non ho rancore contro nessuno, e mi dispiace solo
di non essere tanto ricca da poter fare come faccio, ma un poco più di
rado, e scegliendo io stessa quelli che garbano a me.
*
* *
(Quivi, con rapidità non lontana dalla promessa che fece, torna pronta
per uscir col suo Damo la bellissima etèra Meridiana. Veste ora un
abito da passeggio di squisitissimo taglio e pur semplice, con un
cappello scelto forse tra mille, di così fina ed insolita eleganza che
veder non si potrebbe in verità il più raro, nè quello che meglio col
suo viso e con la sua foggia dell'abito s'accompagni.
«In un battibaleno, dice il Damo Compare, muto io stesso d'abito e sono
con voi.»
La Comare s'abbottona i guanti, poi nell'attendere si sporge fuori
dalla finestra narrando all'uditorio quel che vede.
Una rondinella trasvola cinguettando sopra l'arco della finestra, ed
ella traduce quel che la rondinella nel suo chiacchierìo canta.)
=La Rondinella:=
Son qui su la gronda
che canto gioconda...
e vedo, nelle contrade strette, la gente nera, in lunghe file, che
va piano -- piano -- piano -- e si muove come l'acqua buia nel fondo dei
crepacci.
Quello che più mi stupisce degli uomini è la loro pazienza. Chissà
mai cosa fanno con tanta pazienza? Li vedo sempre schiacciarsi l'uno
addosso all'altro, e li sento cantare con una brutta voce; poi quando
fa notte, accendono il fuoco.
Ma perchè, se possono coi loro nidi venire così alto nell'aria dove sto
io, perchè rimangono sempre laggiù nei buchi dove si trema di pericolo?
Talvolta per una finestra entro nei loro nidi e guardo cosa c'è nei
loro nidi... Vedo solamente alcuni di questi uomini, che strisciano
piano... piano... piano...
*
* *
(Sotto la finestra un vecchio semicieco suona l'organetto di Barberia,
mentre il suo can barbone con un berretto rosso fra i denti va in giro
chiedendo l'elemosina. -- Ed ella racconta quel che pensano il vecchio
semicieco, ed il suo provvido barbone.)
=L'Uomo che vive con un organetto e con un can barbone:=
Tutte le più belle canzoni vengono a morir d'asma nel mio macinino;
quando sono così decrepite che nessuno più le ricorda, povere belle
canzoni, me le riportano via!...
=Il can barbone:=
Io sono il vero altruista: domando l'elemosina per mantenere un tale
che non è neanche un cane.
*
* *
(Ma ecco il Damo già torna, ed è vestito con un abito che s'accompagna
gradevolmente anzi rassomiglia quasi all'abito di lei. Un simil fiore
di gardenia immacolata biancheggia perfettamente nell'occhiello della
giacca d'entrambi, ma ella porta guanti che son colore del vin del
Reno, egli che son grigi come le perle grigie, con tre sottili frecce
nere.
Gli archi elettrici per breve attimo spenti dan mezzo allo scenario di
raffigurare la lor passeggiata.
Ecco, e per istrada incontrano anzitutto gran folla di commessi
viaggiatori che vanno a proporre o tornano dall'aver profferite le lor
merci svariatissime, delle quali camminan sovraccarichi a simiglianza
di muli. Poi qui con gente lieta e là con gente cupa s'incontrano,
della quale a vicenda osservando le sembianze tentano per darsi qualche
svago di sorprendere i pensieri.)
=Entra il Coro dei Commessi Viaggiatori.=
(-Nell'Orchestra in sordina, romore di sonagli lungo e monotono.-)
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
Noi cerchiamo di dare lo sgambetto a chi va innanzi, un calcio a chi
vien dietro; portiamo, come i cani, un collare col nome della Ditta e
indosso bubboliere sonagliere campani, per essere uditi.
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
«Viaggiare in un articolo», sembra che voglia dire starvi dentro come
in una gabbia; invece significa tentare d'ingabbiarvi un cliente. Così,
«fare la piazza», par che indichi la professione d'un selciatore o per
lo meno d'un architetto; invece vuol dire traversarla cento volte al
giorno, quand'è fangosa nevicosa o rovente, portandosi addosso tutto
quello che si può, con un palmo di lingua fuor dai denti e scotendo a
tutta forza le bubboliere, sempre con lo scopo medesimo d'ingabbiare,
nella ressa, un cliente.
Ma il cliente è l'uccello più refrattario a lasciarsi mettere in gabbia.
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
=Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una buona giornata.=
(-Nell'Orchestra, tintinni fischietti motivi d'operette gaie.-)
Noi ci freghiamo le mani!
Come si sta bene al mondo! Schopenhauer, filosofo pessimista,
meriterebbe d'essere messo al palo. Giacomo Leopardi non è il nostro
poeta. Noi sentiamo quei poeti, quei musicisti, quei pittori, quegli
autori drammatici che hanno messo nell'arte un poco d'allegria!
Stasera andremo a teatro. Sì, andremo a teatro, ma vogliamo ridere:
drammi niente; il Ferro nemmeno, Parsifal meno che mai! Ecco: la
Presidentessa, oppure la divetta Colibrì!
Noi ci freghiamo le mani!
Spiegateci voi cos'è l'Allegria, se lo sapete? Niente: una ballerina
impalpabile che balla nel sangue, una spuma di sciampagna che
scoppietta e sprizza nel cervello! Non pare neanche un riso dell'animo
nostro, ma una bellezza che da tutte le cose venga verso di noi.
Oggi fa quasi freddo, ma l'inverno è piacevole; questa città nella
quale viviamo è piena di gente simpatica; tutto potrebbe andar meglio,
si capisce, ma bisogna esser nevrastenici per parlar male della vita.
Noi ci freghiamo le mani!
=Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una cattiva giornata:=
(-Nell'Orchestra note plumbee, boati d'organo; accidia, nevrastenia.-)
E noi tentenniamo il capo...
Cos'è il Malumore? Niente; uno sbadiglio invincibile che sembra venir
su dai piedi e propagarsi per tutto il corpo; una lente affumicata che
gira intorno al cervello. Forse abita in noi, ma soffia pure da tutte
le cose; è una specie di vento, muto lungo filtrante, che annuvola
intorno alla nostra persona; è il buio della vita che viene a galla.
*
* *
(Ma non son lungi ancora, che già il messo del teatro sopravviene
di corsa per dir loro che tornino in fretta, poichè il Suggeritore
Mascherato che improvvisa la Commedia sta per essere senza personaggi,
l'uditorio strepita per le melensaggini che si dicono ed Egli vuol
anticipare la sua parlata venendo, ma nell'assoluto buio, al proscenio.
Balzano perciò in un tassametro e tornati con furia verso il teatro
vi trovan alla ribalta un assessore municipale scevro di spirito che
blátera, con un giornale in mano, dicendo cose a vanvera le quali
scontentan il pubblico, ed un avventuriero magniloquente ma ridicolo
che manda in furore la platea.)
=L'assessore municipale:=
I giornali dicono che le strade sono in cattivo stato. Veh, si
capisce!... un dì nevica, l'altro fa sole, così di neve con sole
nasce fango. Poi la circolazione di mille migliaia d'individui bestie
carri eccetera, lascia un sedimento inevitabile che cresce quanto più
lo si gratta. In ogni modo non posso mica scoparle io! Gli spazzini
fanno quel che si riesce a fare con una scopa, com'io vado sin dove
può giungere la fantasia d'un assessore sovrintendente agli spazzini!
Oh, questi giornali! quando non sanno come ingraziarsi gli abbonati
attaccano il Municipio. Ma il rimedio lo trovo subito: mandatemi ogni
notte una pioggerella che lavi le strade, ogni mattina un bel sole
che le asciughi, si vieti la distribuzione dei manifestini, si metta
nell'avena dei cavalli qualcosa per produrre la stitichezza... come
dice? qualche filo della mia barba? sia pure... ma in questo modo
avranno le strade lucide come specchi!
Alle volte i meriti d'un uomo dipendono perfino dal tempo che fa.
=L'avventuriero:=
Datemi per complice l'amore d'una principessa, e le donne d'un regno
mi ricameranno la bandiera; datemi per complice una guarnigione che la
porti, e ne farò il sudario d'una grande morte o la bandiera d'un re!
*
* *
(Per calmar l'uditorio messo a rumore dalle due non gradite maschere,
Compare e Comare vengono alla ribalta, e mentre l'una sorride per
conquidere, l'altro così parla:
«Giustissima è la vostra ira, Nobili Uomini e Dame Compiute che noi
veniamo per servire! Ma non si faccia portar la pena di quel che
dissero due maschere infeconde all'intera e numerosa nostra famiglia
di comici che pur ebbe sin qui l'onoratezza, o la buona sorte, di
sollevare qualche risata. Inoltre voi sapete che una sol Voce qui
parla: questo ambiguo e mascherato Suggeritore, che, venuto fra noi
dall'inizio della Commedia volle a noi stessi rimanere ignoto. Aveva
la morettina su gli occhi e non disse che un nome: -- «Io mi chiamo il
Cavaliere dello Spirito Santo. Parlerò per voi, per tutti voi, per
ognuno dei centotrenta personaggi che compongono la Commedia, e vi
lascerò intero l'incasso. Ma non vogliate sapere chi sono, e studiatevi
bene di non profferir parola ch'io non dica. Reciterò la mia parte
mascherato, ammantellato, nel buio, nell'assoluto buio, e in tante
riprese quante mi piaccia. Siete una famiglia di comici della quale
già noto è il repertorio in questa città: vi farò dire cose un poco
dissimili dal consueto, le quali appresi nel girare il mondo. Solo,
vi basti conoscere ch'io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. E
nient'altro.»
Dame Compiute, Nobili Uomini, Egli è dunque per venire al proscenio;
domate la vostra inquietudine perch'io temo che, forse a bella posta,
Egli mettesse cose ridicole in bocca delle due maschere precedenti
col fine poco nobile a vero dire che la sua propria parlata sembri più
concettosa. Ora Egli sta vestendosi del suo mantello buio; mi prega di
annunziarvi che il suo motto è questo: «Vale nec parce». Ha dunque una
certa fierezza, poichè vi augura salute ma rifiuta fin d'ora il vostro
perdono. Dirà cose anche lontane dalla Commedia. Disse frattanto per la
mia bocca tutte le cose che finora vi parlai...
Con me la bellissima etèra Meridiana si licenzia e vi saluta.»)
Pausa.
L'Orchestra in sordina
tace.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Ammantellato,
nel buio perfetto,
entra
il Cavaliere dello Spirito Santo.
Ave
ai giorni della vita che sono morti,
ai giorni della morte che son per nascere,
a voi presenti
da me -invisibile-
ave.
Dico male di tutti e di me stesso, non tanto per amor del bene
quanto per ludibrio della verità. Ho parlato e parlo nella voce di
tutti quelli che vanno dal confessore, sia questi prete o laico,
assolva condanni o rida. Ma confessarsi è una sciocchezza; più grande
sciocchezza è credere che ognuno porti un confessore in sè. Noi solo
portiamo il nostro Pagliaccio e lo portiamo con serietà; quel giudice
interiore nostro che si chiama coscienza è un altro Pagliaccio: lo
portiamo con spavento.
Più che nemico degli altri, sono terribilmente il mio; gli altri mi
fanno pena, laddove di me stesso mi sdegno. Quando avrete imparato
a guardare, imparato a pensare, imparato a leggere nel libro della
vita non solo i frontespizi ma i sottintesi, non le sole declamazioni
retoriche ma quei nodi ambigui di parole dove si chiude il senso della
parodia lugubre e del grottesco universale, quando avrete insomma
capito che si può far a meno degli altri e perfino di sè stessi, quel
giorno mi darete ragione.
Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un
lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola
del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la
parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra
impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea.
Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio
agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per
vivere, vivere di cecità.
Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra
sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar
lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei
staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè
nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori
d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta!
Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice,
istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del
pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un
brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii
che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli
tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna
perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo,
per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama
giustizia; o miopi, si chiama: Ideale.
Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere
un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni;
sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel
momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è
disperazione, è logica.
Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le
finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti
rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia
su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che
si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con
entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito
quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità.
Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa
mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi
gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni;
l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai.
Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero;
l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore.
Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due
giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste
quand'è la stagione che non fioriscono i rosai.
Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre
sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun
male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa
provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà.
Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora
io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi,
dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi
selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta
un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i
naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte
false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile
amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma
neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso
che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi
della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo
Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere.
Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete.
Ci fu nella mia prima giovinezza un'epoca nella quale mi parve che
l'eroe del mio spirito fosse Don Chisciotte; gli rubai di fatti la sua
lancia e mi piacquero così fortemente i suoi mulini, che dappertutto
ne vedevo; dove non c'erano, li fabbricavo. Più tardi m'avvidi che
Don Chisciotte aveva precisamente il torto di portare una lancia e di
prendersela coi mulini.
A quel tempo Don Giovanni poteva molto su di me; commisi la
ridicolaggine di sceglierlo ad eroe della vita, ma finalmente m'accorsi
che Don Giovanni doveva la sua bellezza non a sè stesso nè a quel che
sapeva esprimere dalle vigne della terra, ma solamente ai novellatori
di molto ingegno che scrissero le sue biografie. Don Giovanni era
una luminosa figura letteraria, ma tra gli uomini diventava sciatto,
pedestre, goffo, ruffianesco, risibile, oltraggioso. Diventava un luogo
comune: lo ricollocai ne' libri e mi riapparve un eroe della vita nella
sua grande mirabilità.
Mi son provato a camminare con i battezzatori usciti fuor dalle
tebaidi a spargere il seme della parola d'un dio; con i maestri della
violenza che insegnarono come si muove, alzando bandiere nei giorni di
ribellione, al saccheggio delle città; mi sono provato a camminare con
gli umili, in silenzio, guardando la polvere; coi lirici che irradiano
su tutto la voluttuosa demenza d'Orfeo; coi negatori che sovvertono
e coi socrati elargitori d'anime, che forse berranno altra volta,
nella coppa davvero mortifera, il veleno ateniese... ma vidi che tutti
costoro non seppero mai districarsi dalle lettere dell'alfabeto per
donare ai popoli della terra qualcosa di meglio nè di più.
Un uomo dissemi un giorno che v'era nell'ironia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella rinunzia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella sensualità «più vita».
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