la tastiera del cembalo sembra che dormano due mani pesanti; qualche violoncello ha le corde rotte, filtra l'alba, i candelabri sono morti. La storia d'una ragazza vecchia è sempre un'immagine, perchè le sue voluttà non furono che sogni. * * * (Quivi ritorna il Cavalier Compare, in elegante abito da passeggio, discorrendo con un signor grave in tuba e marsina che lo intrattiene d'argomenti serii.) =Il socio della Lega per la protezione degli animali:= Ho veduto stamane un pavone senza coda, un'anitra zoppa, un asinello gonfio di bastonature, un uccellino in gabbia, un luccio agonizzante, la coda d'una volpe conservata come trofeo... nè saprei dire quanti altri segni delle inique torture che l'uomo infligge al regno animale. Soltanto il popolo inglese ha leggi draconiane contro chi sevizia le creature inferiori, e questa non è l'ultima fra le ragioni che lo condussero all'egemonia. Terrò su l'argomento una conferenza. Intanto proibisco a mia moglie di portare piume d'uccelli paradisi o pellicce alla moda; così, mentre diminuisco la strage di questi poveri animali, faccio anche una pietosa economia. Se mio figlio trapassasse con uno spillo una farfalla viva, credo che lo rinnegherei; l'uomo che cammina sopra un formicaio non può essere buon padre di famiglia e merita che lo si arresti. Questa è la mia opinione. * * * (Il Cavalier Compare, da buon compare, gli dà tutte le ragioni e volentieri accede a far parte di questa lega operosissima la quale fra poco avrà salvato il bestial genere così dalle fruste come dalle roventi padelle dell'uomo. In quel mentre scocca fra le quinte il rimbalzo di due sonori schiaffi, ed un pover'uomo d'aspetto quasi cenobitico vien spinto a forza nel mezzo della scena da un attaccabrighe battagliero come Orlando, che dopo averlo percosso con virulenza, ora con enfasi lo deride.) =Lo spadaccino:= Sissignore! Le ho camminato sui piedi, le ho dato due schiaffi, adesso le sputo in faccia, e se non le accomoda, mi mandi due padrini! * * * (Il Cavalier Compare, da buon Compare, libera il malcapitato e dà un poco di ragione a tutt'e due. Ma il cenobita rifiuta le armi e il mangia-spade non decampa, sicchè, udita la causa dell'incidente, il Cavalier Compare propone che la vertenza venga sottoposta ad un Giurì d'Onore. Le parti accedono. Il Cavaliere della Films li prega di sedere, nonchè di soprassedere a qualsiasi ulteriore commento su la faccenda, rimanendo chiuso nella più cavalleresca impassibilità fin tanto ch'egli vada in cerca di tre integerrime persone disposte a costituire il triumvirato salomonico. Per avventura passa di lì un perito giudiziario al quale dal Cavalier Compare viene offerta la presidenza. Questi accetta, facendo nondimeno qualche premessa.) =Il perito:= Noi abbiamo per insegna la Virgola della Sibilla Cumana e per osservatorio la specola di Cagliostro. Il Perito è un uomo che si trova in imbarazzo, che mette in imbarazzo, che lascia in imbarazzo; per uscirne, vadasi da un altro Perito. * * * (Per l'appunto in fondo alla scena che rappresenta ora, benchè semivuota, l'elegante sala d'un «tea-room» alla moda, siedono a due tavole non distanti un giovine filosofo alcoolista, il quale già disamina il settimo whisky della sua giornata, e un ben rasato marchese, giovine di bel mondo che fa colazione un po' tardi con qualche panino di giambone burrato e con una tazza di tè roseo-nuvolata. Il Cavaliere della Films conosce quest'ultimo.) =L'uomo che centellina il suo settimo whisky:= Osservare la gente traverso l'invetriata d'una bottiglieria non è la stessa cosa che guardarla dal terrazzo d'una casa. Qui la si comprende meglio, perchè l'alcool incatena forse leggermente i piedi, ma rischiara di molto il cervello. L'alcool è il vero amico dell'uomo, gli si affeziona più che il cane e invece d'abbaiare canterella. tiri -- tiri -- tiri -- tiritì! Il Blak-and-White Whisky non ha mai potuto nuocere neanche ad un tubercoloso, anzi uccide i microbi. È la bevanda più salutare che sia mai stata fatta per sostituire l'acqua, elemento neutro dove infuriano milioni di bacilli. L'acqua io la capisco nel bagno dove, per sentir l'odore della pulizia, la rinforzo con l'energico alcool della menta pepata; oppure la capisco nel suo stato solido inquantochè serve a raggelare i coak-taïls. Chi ha scritta quella favoletta: -- il fuoco l'acqua e l'onore?... Graziosa, ma io direi senz'altro: -- il fuoco il whisky e l'onore; perchè il Blak-and-White Whisky è la filosofia dell'uomo di spirito. Quando si dice uomo si dice anche donna; i contrarii esprimono sempre la stessa cosa. pere -- pere -- pere -- perepè! I miei amici contano i whisky che bevo per sapere come devono trattarmi; il «barman» li conta per farmeli pagare; il solo che non li conti sono io, per modestia, perchè non tengo ad umiliare nessuno. Toh! mi fischia l'orecchio sinistro, lato del cuore... È probabile che si parli di me; forse la mia amante mi sta facendo le corna... A me non importa quasi niente. Il Blak-and-White Whisky è migliore che la donna. curu -- curu -- curu -- curucù! =Il giovine marchese:= La signora elegantissima di cui sono -- sia detto inter nos -- l'amante, mi ha telefonato ieri al club per domandarmi se potessi accompagnarla al tè-tango della principessa. Pur troppo sono giunto in ritardo, perchè stavo giocando a baccarà e non ero, fra l'altre cose, in «dorsay.» Mi son presa quindi una ramanzina coi fiocchi, due anzi: la prima da lei, molto ironica; la seconda, molto affettuosa, dal marito... pazienza! Il mio mestiere è di fare il giovine marchese: non so veramente se mi diverto più io, o si divertono più gli altri. La mia vita somiglia molto al meccanismo d'un prodigioso fantoccio di stoppa; ho da quando son nato la soddisfazione di sentirmi chiamare signor marchese; so che la gente mi crede un imbecille, e quasi quasi lo credo anch'io. Ma non ho mai sentito il bisogno d'essere intelligente; forse questa è la ragione per cui non lo sono. Si può vivere con molto spirito senza darsi la pena d'essere intelligenti. La vita è stata per me un bel tappeto di damasco e vi sono passato sopra senza lasciarvi nessuna impronta. Le donne mi hanno amato, gli amici mi hanno adulato, gli uomini d'ingegno m'han fatto qualche bell'inchino; so vagamente che si può esser poveri, mangiar male, aver sfortuna, trovarsi presi nella tragedia... ma tutto questo è quasi una piccola storia che mi sembra d'aver letta in un bizzarro libro. So per conto mio che lo scopo della vita è questo: godere per abitudine, godere con noia, godere con facilità. Mi resta solo da decidere in cosa consista il godimento. Alle volte provo quasi la tentazione che mi capiti una disgrazia, per poter godere anche il dolore, quest'unica gioia che non ho sofferta mai. * * * (Con affabilità il giovine Marchese accoglie, sebbene occupatissimo, l'invito del Cavalier Compare a far parte di questo Giurì, e per amore di sollecitudine il Marchese presenta il Cavaliere della Films al giovine filosofo alcoolista, che offre da bere, indi accetta. Il triumvirato quindi si ritira, e nell'attesa del responso le parti contendenti se ne vanno per i fatti loro. Ma già quivi la bellissima etèra Meridiana ritorna constellata della veste più bella che mai mettesse, cerulea tanto che par tessuta con l'aria d'un giorno di primavera. Una rete impalpabile ricopre la stoffa eterea, dentro questa rete s'impigliano gemme. Così bella è, che tutta una schiera di giovini le muove appresso per corteggiarla.) =Entra il Coro degl'Incompresi:= (-Nell'Orchestra in sordina voci funebri ma irate; sinfonie di strumenti bizzarri; ocarine, oboè.-) Nunc et in hora mortis nostrae... Amen. Noi siamo la Genialità che il mondo non vuol conoscere, siamo le finestre dalle quali non guarda mai nessuno, i fuochi ai quali anima viva non si scalda. Altri agitano il tirso che in sè non portano alcun Dio; noi viviamo in campi d'ortiche mentre il lauro cresce nei giardini altrui. L'epoca non ci comprende; siamo nati cent'anni prima della nascita nostra, pensiamo col cervello d'una gente che verrà. Il solo conforto è per noi leggere le biografie di quei sublimi, ch'ebbero gloria quando furon polvere. Nunc et in hora mortis nostrae... Amen. Di questi giorni è il tempo dei mediocri, talora degl'infimi; riesce oggi chi puttanescamente si vende al favor popolare. Laddove si celebra l'immortalità d'un poeta che scrisse persino un endecasillabo con dodici piedi, io diedi alla mia terra un poema primordiale in 61 canti che nessuno volle stampare e nessuno lesse; laddove girano il globo le operacce di maestri che non sanno il contrappunto, (e sono debolissimi nell'orchestrazione,) tu, Flavio, nella tua «Sinfonia delle Foglie Gialle» hai spinto di qualche passo più oltre l'anima beethoveniana. Mentre un pittor d'affreschi murali passa per Tiziano risorto (-- e falla in tutte le prospettive per disconoscenza del disegno! -- ) tu, Clodomiro, nel tuo «Notturno in luoghi Morti» hai ottenuto forse la più grande rarefazione di colore, il più profondo singhiozzo di luce che mai pittura tentò di esprimere... Ma che serve? Tutto questo piace alla Beozia regnante, come piacerebbe alla mummia d'un Faraone! Sì, le parole più significative della vita nuova noi le abbiamo dette, solo non furono comprese! La Fama, che sarebbe nostra donna d'amore, passa davanti a noi scordevole, o co' suoi veli trasparenti ci adesca mentre va in letto con altri... Così noi camminiamo per via malinconici, a fronte bassa, con il fegato un po' gonfio, mentre la strada plaude sfrenata perchè si corona imperatore un Asino! La nostra famiglia è grande; vi sono Incompresi anche fuori dall'arte; inventarono, amarono, vollero, fecer mille prove per venire a capo di un'idea fissa, tentaron senza tregua di spiegarsi, ma non furono compresi mai... Poveri e tetri, la nostra parola è forse questa: -- mai. Nunc et in hora mortis nostrae... Amen. * * * (Non anco è fuor di scena la irata e lamentosa teoria, che già viene avanti una schiera più calma e più forte, quali solitarii, quali a brigatelle che in bel modo e con acuta ponderatezza, di amene favole vanno insieme ragionando. Son costoro i colpevoli dell'aver condotto a sì amare tetraggini quei delusi corteggiatori della bellezza o della fama, ed or vengono per iscusarsi dinanzi alla Patronessa di beltà, la ceruleo-vestita Meridiana.) =Entra il Coro dei Critici:= (-Nell'Orchestra sinfonia cadenzata ma talora quasi gaia di stromenti d'ogni genere; qualche solitario violoncello, moltissimi tamburi.-) Microscopio. Lente. Siringa. Tanaglia da dente. Noi, con mansuetudine, avveleniamo la vita degli artisti. Noi, con beatitudine, conduciamo a spasso le nove sorelle Muse. Noi, con rettitudine, facciamo sì che non tutti i maschi e non tutte le femmine della specie umana, dal demente all'analfabeta, si mettano a creare opere d'arte. L'opera d'arte è la cosa che l'uomo, -- anche la donna, -- partorisce più volentieri, senza doglia, e con instancabilità. Se non ci fossero i Critici, l'umanità finirebbe sotto il diluvio delle opere d'arte. Ma per fortuna ci siamo noi con microscopio; lente; siringa; tanaglia da dente. Noi crediamo che il vizio d'essere artisti fu imparato nell'antica Grecia, e prima dell'Ellade gli uomini -- anche le donne -- avessero qualcosa di meglio a fare che crear opere d'arte. Però non ne siamo sicuri, tanto questo vizio è radicato nel cerebro e nella carne della specie umana. Se non si fosse Critici, forse anche noi ci abbandoneremmo alla foia del creare opere d'arte. Ma fors'anche no, tanto è grande la delusione che provammo nel condurre a spasso le nove sorelle Muse. Inoltre dobbiamo dirvi che la madre di queste nove fraschette era una bella matrona che la si chiamava per l'appunto Critica; onde noi, che fornicammo con la madre, non si potrebbe senza vergogna donneare con le sue garzette. Oh, se gli artisti potessero comprendere la nostra malinconia! Per leggere un bel verso, noi dobbiamo andarne diecimila che pungono come ortiche o salivano come bisce! Per vedere una tela semplicetta, una semplice statuetta, la quale ci riconcilii con la forma del corpo umano, dobbiamo traversare una tebe di goffaggini e risalire un nilo di terrifiche mostruosità! Le nove sorelle Muse, ohi noi! si danno anche a sodomia, e questo fanno quasi cotidianamente, forse perchè vengono dalla Grecia, paese dov'era costume. Or chi farebbe la critica dei critici se non la facessimo noi? quand'è venuto in evidenza che per essere buoni giudici d'un sonetto bisogna per lo meno conoscere la scienza del finito nell'infinito e dell'infinito nel finito, nonchè saper mettersi nell'intuizione come in una comodissima trottola che giri a maraviglia da sè? Tuttavia noi Critici siamo ancora più numerosi e più smaniosi di partorire che i sullodati creatori d'opere d'arte; così per uno di noi che la matrona Critica di leggieri accolse nel talamo de' suoi deliri, dieci al fiume li mandò perchè prendessero anguille con la barbaia. Sicchè fra noi stessi dobbiamo scegliere con microscopio: lente: siringa: tanaglia da dente. * * * (Or avendo la Comare Meridiana indossata una così bella veste, súbito la voce per intorno vola, nè passa gran tempo anzi che vengano insieme a visitarla due giovini vagheggiatori della bellezza muliebre, assidui del paro nel suo culto ma non da essa con egual sorte ricompensati. Di séguito poi vengono taluni altri personaggi, non tanto bramosi della etèra che porta una veste cerulea, quanto chiamati a fiutar l'aria dal rumore della novità.) =Entra il Dialogo fra l'Uomo che ha fortuna con le donne e l'Uomo che non ha fortuna con le donne.= -- Veramente, o Paride, non è la tua persona più allettevole che la mia; d'età siamo gemelli e ci vestiamo dal medesimo sarto. Vuoi dirmi, o Paride, perchè mai tutte le donne ti rincorrono, mentre fuggono me? -- Ascolta Menelao; non vorrei farla da saccente, ma temo che tu non le sappia forse prendere per il lor verso. -- Veramente, o Paride, abbiamo fatto i medesimi studî; la nostra cultura non divaria gran fatto, e per quello ch'è fantasia, nè tu mi ritardi nè io t'avanzo. Tu se' forse un po' stanco di troppi certami d'amore, laddove io sono sovreccitato per non poterne far mai. Ho il rovescio della tua sorte: ogni sera devi tu scegliere fra cinque belle che si contendono i tuoi baci, ogni sera io mi corico amaramente, pensando a cinque belle che m'hanno detto di no. Spiegami qual'è il sortilegio che fai per essere così amato. -- Ascolta, Menelao; non faccio sortilegio alcuno. Questa è la mia sorte: s'io guardo per avventura una donna pensando al mio cane, costei con evidenza mi sorride, arrossisce, impallidisce. Se vado a trovare la moglie d'un amico per darle una cattiva notizia, la moglie dell'amico mi conduce nella sua camera nuziale. Se in un albergo suono per la cameriera con il proposito di farmi attaccare un bottone, la cameriera d'albergo, giovine donna e soccorrevole, cade fra le mie braccia. Quando ne' treni passeggio per il corridoio nell'attesa che l'impiegato prepari la mia coltre, vengono le americane a domandarmi vuoi quant'è lunga la galleria sopravveniente, vuoi se in Italia qualchevolta nevica... Ho tre casse piene di lettere amorose, io che mando solo cartoline illustrate. Ascolta Menelao: poche sere or sono, avendo invitato a cena una provatrice d'abiti -- (i francesi, molto meno afflitti da un bell'idioma, le chiamano «mannequins») -- trovai la provatrice d'abiti petulante come un diavoletto e mi parve che fosse ragazza di molto navigata. Lo sciampagna, come ben sai, è un vino allegro, e dopo cena la condussi a casa mia. Quando fummo a lumi semispenti, e tardi alquanto per ripentirci della penombra, ella mi confessò con umile candore che aveva creduto bene farmi dono della sua lunga verginità... Menelao, devi prestarmi fede: era semplicemente vero. Che vuoi? la donna è un rettile commovente! Ma per quante n'abbia conosciute, le ho comprese, o Menelao che a malincuore sei casto, ancor meno di te! -- Veramente, o Paride, quel che tu narri alla mia fame suona tormento, come al digiunatore di tre settimane la storia dei banchetti d'Epulone. Ma in cerca vado più che mai d'intendere la nostra inegual sorte, poichè, ne' suoi rifiuti costanti, nelle sue civetterie perniciose, ne' suoi giochi amari, ho studiata la donna con intelletto, e penso ch'ella non sia tanto illogica nè tanto incomprensibile come tu dici. -- Ascolta, Menelao, questo fu il tuo torto: studiare la donna. Facesti come colui che studiasse la quadratura del circolo, il moto perpetuo, l'altre chimere!... =Interviene l'Uomo che cerca le Chimere:= Sì, passo i miei giorni tentando di quadrare il circolo e di trovare un movimento che non s'arresti mai più. Appunto perchè nessuno v'è riuscito, la mia certezza è che si debba riuscire. Difficile non è tanto render possibile un Assurdo, come dimostrar la ragione per la quale una cosa debbasi ritenere assurda. Vi pare proprio possibile che una data quantità possa contenersi nella forma rotonda e non -- fino al milionesimo di millimetro -- nella forma quadrata? Se ne siete certi, mi dispiace per voi, o microcefali! Per conto mio seguiterò a cercare la quadratura del circolo, il moto perpetuo, l'altre infinite Chimere, finchè un tale non mi dimostri con evidenza qual diversità corra in eterno fra la sua Certezza e la mia Chimera. =Interviene l'Ombra dell'Indefinibile:= Il Vero come il Non vero sono entrambe Verità indefinibili. Questo cercatore di chimere ha espressa un'evidenza che pare falsità. =L'Uomo che ha fortuna con le donne:= -- Ascolta, Menelao; non lasciarti sedurre dai cercatori di chimere! Ammetto che si troverà forse la quadratura del circolo, ma non si troverà mai l'uomo che comprenda la donna. Questo non è necessario d'altronde; perchè il giorno in cui l'avessimo compresa, ella perderebbe la sua maggiore bellezza. Lasciate che le donne siano assurde, e che siano assurde con novità! Noi pure ai lor occhi dobbiamo talvolta sembrar tali. Ecco, tu volevi una ragione? Fors'è questa: Paride sembra loro assurdo, Menelao no. -- Veramente, o Paride, se questa è la ragione, cercherò d'essere o di parere assurdo anch'io. -- Ascolta, Menelao: compiresti un tentativo dannoso e vano. Assurdi si può essere solo per incoscienza ed ogni riflessione bandisce l'assurdità, che fra tutte le cose del mondo è forse la più bella. Non ti provare, non ti provare! perderesti oltre che il tempo anche la pace. -- Veramente, o Paride, ch'io la perda ma che si tenti ancora questo mezzo estremo! Voglio pur io, prima che la giovinezza fugga, profumare di sciolte capigliature il mio guanciale tepido, vedere due belli e turbati occhi piangere di svenimento, e per commosso amore piangere di me! Voglio pur io, ne' miei tardi giorni di vecchiaia, posseder qualche lettera un po' gialla da rileggere sotto il lume! Poichè vedi, o Paride, tu forse hai sfogliato le rose a' tuoi piedi senza conoscere quanto sia dolce il profumo delle rose... Quelli soli che non sfogliarono ghirlanda, san comprendere il profumo che v'è nel calice d'una rosa. -- Ascolta, Menelao; non sono lungi dal darti ragione. Certo non se' tu il primo a conoscere che la rinunzia è il più fino epicureismo della vita, laddove il possedere addormenta e sfiducia come tutte le verità. Da buon amico e da fratello vo' che tu sappia questo: io t'invidio per il tuo digiuno e per la tua sete, per la tua febbre che non si pacifica e per l'anima tua che nel desiderio spera! T'invidio, perchè davanti a' tuoi occhi vive ancora un'immagine che ho perduta: la Donna, e regna nel tuo spirito ancora un miracolo nel quale non credo più: l'Amore. -- Veramente, o Paride, io darei tutte queste belle cose per un bacio comprato senza denaro, e mi piacerebbe assai che la tua sconsolatezza divenisse mia. Mentre le tue parole cercan d'essermi un conforto, io non cesserò dal volgere nello spirito questo enigma insoluto: -- perchè non vollero amarmi le donne, che amarono te? =Interviene la Voce dell'Indefinibile:= Fra voi che siete germani, stava, o germani, la mia vasta Ombra. =Il Parassita che torna da una visita di digestione:= A momenti mi usciva un tale sbadiglio, povera baronessa, che l'avrei fatta inorridire! Oh, la noia suprema di ringraziare la gente che ci ha dato da mangiar male! Queste famiglie ricche non hanno palato, trangugiano qualsiasi cosa, ed io mi guasterò lo stomaco se non cambiano i cuochi. L'ho fatto capire alla baronessa con bella maniera. Conosco tre sole case dove s'imbandisce una buona tavola, ma nel mio giro non vengono che tre volte al mese. Per fortuna ho potuto provvedermi d'un buon sigaro e di qualche sigaretta egiziana mentre aspettavo la vecchia baronessa. Temo però che il maggiordomo se ne sia accorto, -- questa volta oppure un'altra, -- perchè nell'anticamera m'ha guardato male. Questi lacchè non perderanno mai il vizio di spiare traverso le serrature! Stasera sono invitato a pranzo da un rimbambito che mangia solo carni bianche, -- mi farò prestare cento franchi, -- e in teatro da una vedova che affligge il prossimo con tre orribili signorine. Il palco è d'angolo, avrò dunque la delizia di non vedere un bel niente! Questi sono inviti che si chiamano passività... Oh, la bella veste! la bella veste! =L'Uomo che arriva dal giro del mondo:= I negri ballano il tango e pagano le tasse; i gialli ballano il tango e pagano le tasse; agli antipodi si balla il tango e si pagano le tasse; qui si balla il tango e si pagano le tasse. La sterlina, il dollaro, il franco, la peseta, il rublo, la rupia, il peso, il reis, il sen: ecco la mia storia del giro del mondo. Per vedere questo potevo starmene a casa mia... Oh, la bella veste! la bella veste! =Il Caricaturista:= Quando l'uomo non si vigila somiglia a sè stesso; quando si vigila somiglia a chi lo guarda. Nelle facce più tetre io vedo -- poichè so penetrare i lineamenti, -- una grande allegria. Sotto la faccia d'ogni uomo ve n'è un'altra che in qualche momento traspare; il buon caricaturista è quegli che sa disegnarle tutt'e due... Oh, la bella veste! la bella veste! =L'«Interwiewer»:= Ho intervistato 46 regnanti; 142 scrittori celebri; 716 glorie della scena; 17 anarchici; 9 miliardarii; tutti i delinquenti; 16 animali; 8 cadaveri; 11 persone che non son mai esistite. Se l'arte è creazione, dell'arti l'Intervista è la prima. L'«interwiewer» è insistente come l'assicuratore su la vita, ma infine gli si apre la porta perchè assicura la notorietà. Io lascio credere volentieri che le belle cantanti mi abbiano ricevuto nel loro «boudoir»... Oh, la bella veste! la bella veste! =Il Gran Rabbino:= Vi sono certi individui che sono brava gente, buona gente, magari ottima gente, ma fanno in modo che il loro prossimo non li possa vedere... Questo sono gli Ebrei. Vi sono certi individui che non mancan di nulla per esser felici, fuorchè d'una piccola cosa... Questo manca agli Ebrei. Vi sono certi individui che sono molto intelligenti, ma pensano ancor oggi col cervello dei tempi di Salomone... Questo accade agli Ebrei. Io sono il Gran Rabbino antisemita... Questo è il dovere degli Ebrei. Oh, la splendidissima veste! =Il bambino che fa le bolle di sapone:= Quando sarò grande permetterò a' miei bambini di fare fin che vogliono le bolle di sapone, perchè sono belle, sono rotonde, c'è dentro il sole, scoppiano, e le macchie sui tappeti con un po' d'acqua si mandan via. Papà dice: -- Guai se ti vedo fare le bolle di sapone! Mammina dice: -- Impara piuttosto a fare il compito bene. Io dico: -- Non sono mai riuscito a fare la terza bolla prima che scoppino le altre due. Taracium! cium! cium!.. Quando sarò grande farò il soldato. Oh, guarda, che sembra un Albero di Natale quella bella signora! * * * (Senonchè, già stanca di udir vantare la cerulea sua veste, con quella instabilità ch'è propria delle donne troppo lusingate la bellissima etèra Meridiana dice al suo Damo che amerebbe andarsene di bel nuovo a diporto per la città, e sol le manca di mutarsi l'abito, ciò ch'ella farà con speditezza mentr'egli cerchi di patrocinare la Commedia senza che gli ascoltatori languano di soverchia noia. Con bel garbo il Damo Cavaliere l'accompagna fino al limitare dello spogliatoio, e veduta quivi una lavatrice di panni la manda in scena perchè faccia ridere. Ma costei non è loquace, ond'egli, affacciatosi al corridoio, vede passarvi una mascheretta che già l'uditorio accolse con qualche mormorio benevolo durante la sua prima e rapida parlata. Non essendovi per di lì a quell'ora maschere molto allegre, il Cavalier Compare crede opportuno di mandarla una seconda volta in scena, e con brio la riconduce.) =La lavandaia:= Gli uomini somigliano alle proprie mutande, le donne al loro copribusto. =La signora che i francesi chiamano «cocotte»:= Domando scusa del disturbo se vengo a parlare due volte, mentre tutti non parlan che una; ma son tanta parte nella vita sociale, che per questo -- se non per cavalleria -- mi si perdonerà. Le mie lagnanze non riguardan soltanto il nome; pur troppo ne ho ben altre! Sono da tutti maltrattata, io che faccio la dispensatrice di bene. Ho cura di non scontentare mai nessuno fra i signori che si rivolgono a me. In cambio questi signori mi denudano, -- anche nelle loro conversazioni, -- con tanta libertà che diventa una sconcezza! Mentre ad ogni donna si deve un poco di rispetto, nessuno vuol serbarne un briciolo per me; raccontano come faccio e come sono fatta; lo raccontano sopratutto a quelli che potrebbero, se li interessa, venire a domandarlo di persona. Espongono la mia stanza da letto come una di quelle piccole vasche dove nuotano i pesci; vi si può guardare da tutte le parti... questo mi sembra indelicato. Inoltre m'accusano di fingere la commedia del sentimento, -- la commedia del godimento, -- e questo è un poco vero, ma non è d'altra parte ammissibile ch'io debba innamorarmi una, o magari due volte al giorno! Credano i signori uomini che quando posso -- quando non è umanamente impossibile... -- sono sincera. Nella mia vita non c'è niente di bello: siccome sono una donna d'amore non ho l'amore; siccome sono una donna di gioia, non ho la gioia; da ultimo, poichè si dice che appartengo a tutti, non ho nessuno. E per quel piccolo denaro che mi danno con tanta difficoltà, credono i signori uomini che sia lecito non solo disprezzarmi, -- cosa discutibile del resto, -- ma dirmelo anche in faccia, -- cosa brutale. Siccome però il mio mestiere è quello di rider sempre, queste parole un po' gravi le dico ridendo. Anzi, non ho rancore contro nessuno, e mi dispiace solo di non essere tanto ricca da poter fare come faccio, ma un poco più di rado, e scegliendo io stessa quelli che garbano a me. * * * (Quivi, con rapidità non lontana dalla promessa che fece, torna pronta per uscir col suo Damo la bellissima etèra Meridiana. Veste ora un abito da passeggio di squisitissimo taglio e pur semplice, con un cappello scelto forse tra mille, di così fina ed insolita eleganza che veder non si potrebbe in verità il più raro, nè quello che meglio col suo viso e con la sua foggia dell'abito s'accompagni. «In un battibaleno, dice il Damo Compare, muto io stesso d'abito e sono con voi.» La Comare s'abbottona i guanti, poi nell'attendere si sporge fuori dalla finestra narrando all'uditorio quel che vede. Una rondinella trasvola cinguettando sopra l'arco della finestra, ed ella traduce quel che la rondinella nel suo chiacchierìo canta.) =La Rondinella:= Son qui su la gronda che canto gioconda... e vedo, nelle contrade strette, la gente nera, in lunghe file, che va piano -- piano -- piano -- e si muove come l'acqua buia nel fondo dei crepacci. Quello che più mi stupisce degli uomini è la loro pazienza. Chissà mai cosa fanno con tanta pazienza? Li vedo sempre schiacciarsi l'uno addosso all'altro, e li sento cantare con una brutta voce; poi quando fa notte, accendono il fuoco. Ma perchè, se possono coi loro nidi venire così alto nell'aria dove sto io, perchè rimangono sempre laggiù nei buchi dove si trema di pericolo? Talvolta per una finestra entro nei loro nidi e guardo cosa c'è nei loro nidi... Vedo solamente alcuni di questi uomini, che strisciano piano... piano... piano... * * * (Sotto la finestra un vecchio semicieco suona l'organetto di Barberia, mentre il suo can barbone con un berretto rosso fra i denti va in giro chiedendo l'elemosina. -- Ed ella racconta quel che pensano il vecchio semicieco, ed il suo provvido barbone.) =L'Uomo che vive con un organetto e con un can barbone:= Tutte le più belle canzoni vengono a morir d'asma nel mio macinino; quando sono così decrepite che nessuno più le ricorda, povere belle canzoni, me le riportano via!... =Il can barbone:= Io sono il vero altruista: domando l'elemosina per mantenere un tale che non è neanche un cane. * * * (Ma ecco il Damo già torna, ed è vestito con un abito che s'accompagna gradevolmente anzi rassomiglia quasi all'abito di lei. Un simil fiore di gardenia immacolata biancheggia perfettamente nell'occhiello della giacca d'entrambi, ma ella porta guanti che son colore del vin del Reno, egli che son grigi come le perle grigie, con tre sottili frecce nere. Gli archi elettrici per breve attimo spenti dan mezzo allo scenario di raffigurare la lor passeggiata. Ecco, e per istrada incontrano anzitutto gran folla di commessi viaggiatori che vanno a proporre o tornano dall'aver profferite le lor merci svariatissime, delle quali camminan sovraccarichi a simiglianza di muli. Poi qui con gente lieta e là con gente cupa s'incontrano, della quale a vicenda osservando le sembianze tentano per darsi qualche svago di sorprendere i pensieri.) =Entra il Coro dei Commessi Viaggiatori.= (-Nell'Orchestra in sordina, romore di sonagli lungo e monotono.-) Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore! Noi cerchiamo di dare lo sgambetto a chi va innanzi, un calcio a chi vien dietro; portiamo, come i cani, un collare col nome della Ditta e indosso bubboliere sonagliere campani, per essere uditi. Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore! «Viaggiare in un articolo», sembra che voglia dire starvi dentro come in una gabbia; invece significa tentare d'ingabbiarvi un cliente. Così, «fare la piazza», par che indichi la professione d'un selciatore o per lo meno d'un architetto; invece vuol dire traversarla cento volte al giorno, quand'è fangosa nevicosa o rovente, portandosi addosso tutto quello che si può, con un palmo di lingua fuor dai denti e scotendo a tutta forza le bubboliere, sempre con lo scopo medesimo d'ingabbiare, nella ressa, un cliente. Ma il cliente è l'uccello più refrattario a lasciarsi mettere in gabbia. Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore! =Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una buona giornata.= (-Nell'Orchestra, tintinni fischietti motivi d'operette gaie.-) Noi ci freghiamo le mani! Come si sta bene al mondo! Schopenhauer, filosofo pessimista, meriterebbe d'essere messo al palo. Giacomo Leopardi non è il nostro poeta. Noi sentiamo quei poeti, quei musicisti, quei pittori, quegli autori drammatici che hanno messo nell'arte un poco d'allegria! Stasera andremo a teatro. Sì, andremo a teatro, ma vogliamo ridere: drammi niente; il Ferro nemmeno, Parsifal meno che mai! Ecco: la Presidentessa, oppure la divetta Colibrì! Noi ci freghiamo le mani! Spiegateci voi cos'è l'Allegria, se lo sapete? Niente: una ballerina impalpabile che balla nel sangue, una spuma di sciampagna che scoppietta e sprizza nel cervello! Non pare neanche un riso dell'animo nostro, ma una bellezza che da tutte le cose venga verso di noi. Oggi fa quasi freddo, ma l'inverno è piacevole; questa città nella quale viviamo è piena di gente simpatica; tutto potrebbe andar meglio, si capisce, ma bisogna esser nevrastenici per parlar male della vita. Noi ci freghiamo le mani! =Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una cattiva giornata:= (-Nell'Orchestra note plumbee, boati d'organo; accidia, nevrastenia.-) E noi tentenniamo il capo... Cos'è il Malumore? Niente; uno sbadiglio invincibile che sembra venir su dai piedi e propagarsi per tutto il corpo; una lente affumicata che gira intorno al cervello. Forse abita in noi, ma soffia pure da tutte le cose; è una specie di vento, muto lungo filtrante, che annuvola intorno alla nostra persona; è il buio della vita che viene a galla. * * * (Ma non son lungi ancora, che già il messo del teatro sopravviene di corsa per dir loro che tornino in fretta, poichè il Suggeritore Mascherato che improvvisa la Commedia sta per essere senza personaggi, l'uditorio strepita per le melensaggini che si dicono ed Egli vuol anticipare la sua parlata venendo, ma nell'assoluto buio, al proscenio. Balzano perciò in un tassametro e tornati con furia verso il teatro vi trovan alla ribalta un assessore municipale scevro di spirito che blátera, con un giornale in mano, dicendo cose a vanvera le quali scontentan il pubblico, ed un avventuriero magniloquente ma ridicolo che manda in furore la platea.) =L'assessore municipale:= I giornali dicono che le strade sono in cattivo stato. Veh, si capisce!... un dì nevica, l'altro fa sole, così di neve con sole nasce fango. Poi la circolazione di mille migliaia d'individui bestie carri eccetera, lascia un sedimento inevitabile che cresce quanto più lo si gratta. In ogni modo non posso mica scoparle io! Gli spazzini fanno quel che si riesce a fare con una scopa, com'io vado sin dove può giungere la fantasia d'un assessore sovrintendente agli spazzini! Oh, questi giornali! quando non sanno come ingraziarsi gli abbonati attaccano il Municipio. Ma il rimedio lo trovo subito: mandatemi ogni notte una pioggerella che lavi le strade, ogni mattina un bel sole che le asciughi, si vieti la distribuzione dei manifestini, si metta nell'avena dei cavalli qualcosa per produrre la stitichezza... come dice? qualche filo della mia barba? sia pure... ma in questo modo avranno le strade lucide come specchi! Alle volte i meriti d'un uomo dipendono perfino dal tempo che fa. =L'avventuriero:= Datemi per complice l'amore d'una principessa, e le donne d'un regno mi ricameranno la bandiera; datemi per complice una guarnigione che la porti, e ne farò il sudario d'una grande morte o la bandiera d'un re! * * * (Per calmar l'uditorio messo a rumore dalle due non gradite maschere, Compare e Comare vengono alla ribalta, e mentre l'una sorride per conquidere, l'altro così parla: «Giustissima è la vostra ira, Nobili Uomini e Dame Compiute che noi veniamo per servire! Ma non si faccia portar la pena di quel che dissero due maschere infeconde all'intera e numerosa nostra famiglia di comici che pur ebbe sin qui l'onoratezza, o la buona sorte, di sollevare qualche risata. Inoltre voi sapete che una sol Voce qui parla: questo ambiguo e mascherato Suggeritore, che, venuto fra noi dall'inizio della Commedia volle a noi stessi rimanere ignoto. Aveva la morettina su gli occhi e non disse che un nome: -- «Io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. Parlerò per voi, per tutti voi, per ognuno dei centotrenta personaggi che compongono la Commedia, e vi lascerò intero l'incasso. Ma non vogliate sapere chi sono, e studiatevi bene di non profferir parola ch'io non dica. Reciterò la mia parte mascherato, ammantellato, nel buio, nell'assoluto buio, e in tante riprese quante mi piaccia. Siete una famiglia di comici della quale già noto è il repertorio in questa città: vi farò dire cose un poco dissimili dal consueto, le quali appresi nel girare il mondo. Solo, vi basti conoscere ch'io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. E nient'altro.» Dame Compiute, Nobili Uomini, Egli è dunque per venire al proscenio; domate la vostra inquietudine perch'io temo che, forse a bella posta, Egli mettesse cose ridicole in bocca delle due maschere precedenti col fine poco nobile a vero dire che la sua propria parlata sembri più concettosa. Ora Egli sta vestendosi del suo mantello buio; mi prega di annunziarvi che il suo motto è questo: «Vale nec parce». Ha dunque una certa fierezza, poichè vi augura salute ma rifiuta fin d'ora il vostro perdono. Dirà cose anche lontane dalla Commedia. Disse frattanto per la mia bocca tutte le cose che finora vi parlai... Con me la bellissima etèra Meridiana si licenzia e vi saluta.») Pausa. L'Orchestra in sordina tace. Gli Archi elettrici di colpo sono spenti. Ammantellato, nel buio perfetto, entra il Cavaliere dello Spirito Santo. Ave ai giorni della vita che sono morti, ai giorni della morte che son per nascere, a voi presenti da me -invisibile- ave. Dico male di tutti e di me stesso, non tanto per amor del bene quanto per ludibrio della verità. Ho parlato e parlo nella voce di tutti quelli che vanno dal confessore, sia questi prete o laico, assolva condanni o rida. Ma confessarsi è una sciocchezza; più grande sciocchezza è credere che ognuno porti un confessore in sè. Noi solo portiamo il nostro Pagliaccio e lo portiamo con serietà; quel giudice interiore nostro che si chiama coscienza è un altro Pagliaccio: lo portiamo con spavento. Più che nemico degli altri, sono terribilmente il mio; gli altri mi fanno pena, laddove di me stesso mi sdegno. Quando avrete imparato a guardare, imparato a pensare, imparato a leggere nel libro della vita non solo i frontespizi ma i sottintesi, non le sole declamazioni retoriche ma quei nodi ambigui di parole dove si chiude il senso della parodia lugubre e del grottesco universale, quando avrete insomma capito che si può far a meno degli altri e perfino di sè stessi, quel giorno mi darete ragione. Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea. Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per vivere, vivere di cecità. Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta! Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice, istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo, per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama giustizia; o miopi, si chiama: Ideale. Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni; sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è disperazione, è logica. Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità. Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni; l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai. Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero; l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore. Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste quand'è la stagione che non fioriscono i rosai. Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà. Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi, dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere. Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete. Ci fu nella mia prima giovinezza un'epoca nella quale mi parve che l'eroe del mio spirito fosse Don Chisciotte; gli rubai di fatti la sua lancia e mi piacquero così fortemente i suoi mulini, che dappertutto ne vedevo; dove non c'erano, li fabbricavo. Più tardi m'avvidi che Don Chisciotte aveva precisamente il torto di portare una lancia e di prendersela coi mulini. A quel tempo Don Giovanni poteva molto su di me; commisi la ridicolaggine di sceglierlo ad eroe della vita, ma finalmente m'accorsi che Don Giovanni doveva la sua bellezza non a sè stesso nè a quel che sapeva esprimere dalle vigne della terra, ma solamente ai novellatori di molto ingegno che scrissero le sue biografie. Don Giovanni era una luminosa figura letteraria, ma tra gli uomini diventava sciatto, pedestre, goffo, ruffianesco, risibile, oltraggioso. Diventava un luogo comune: lo ricollocai ne' libri e mi riapparve un eroe della vita nella sua grande mirabilità. Mi son provato a camminare con i battezzatori usciti fuor dalle tebaidi a spargere il seme della parola d'un dio; con i maestri della violenza che insegnarono come si muove, alzando bandiere nei giorni di ribellione, al saccheggio delle città; mi sono provato a camminare con gli umili, in silenzio, guardando la polvere; coi lirici che irradiano su tutto la voluttuosa demenza d'Orfeo; coi negatori che sovvertono e coi socrati elargitori d'anime, che forse berranno altra volta, nella coppa davvero mortifera, il veleno ateniese... ma vidi che tutti costoro non seppero mai districarsi dalle lettere dell'alfabeto per donare ai popoli della terra qualcosa di meglio nè di più. Un uomo dissemi un giorno che v'era nell'ironia «più vita». Un uomo dissemi un giorno che v'era nella rinunzia «più vita». Un uomo dissemi un giorno che v'era nella sensualità «più vita». 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000