difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così opposti -- o, se vuoi, così rassomiglianti -- vengano proprio a coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua. Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa cura farà molto bene alla tua salute.» ---- Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l’aiuto promesso, ed anzi di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi. La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose decrepite, suscitare improvvise giovinezze. Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite, con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi castelli; v’erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico, letti profondi, e per tutto quell’odor diffuso del buon legno antico, della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse. Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che le serrature fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte. V’era, per esempio, nella sala grande, legato all’intarsio d’uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario di vent’anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre -- Santa Cecilia Vergine -- un venerdì. Oh, com’era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent’anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto la mano calma dell’abitatrice non aveva potuto sfogliarlo più.... Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca d’ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore. Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti. Il giardino era vasto, invaso dall’esuberanza dei fiori selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un torrentello sotto l’arco d’un padiglione arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo continuo sotto le dense capigliature dei rami; l’acqua corrente alimentava le molteplici fontane. Dall’altro lato era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s’arrampicava il caprifoglio selvatico. E i galli, dall’uno all’altro pollaio, prolungavano il loro canto con impetuosa emulazione. I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand’ella usciva nel giardino. La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia nuova ne’ miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare, di accogliere più sensi dentro l’anima, di espandere tutte le mie forze fino all’esaurimento. I giorni passavano per noi con una rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell’ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci a volte sotto l’eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale. Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima cadeva sotto il dominio vigile de’ miei sensi, ed il mio spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei. Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si rigenerava. Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all’avventura, di riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando anche l’amore come un episodio del suo viaggio, come un incontro necessario fatto per via. Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano adagiate su la falda. L’aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero. -- Tu non sai quanto sono felice qui! -- mi diceva talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell’atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni che venivano per l’aria, le musiche delle fontane pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo che formavano all’orizzonte le torme di nubi fuggiasche, raggiando l’apoteosi d’un incendio su la invisibile magnificenza del mare. In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un’arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano a lei, non eran che segni diversi d’un’armonia sola, e la sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell’aria dov’era passata. Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera. Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all’altezza d’una fronte d’uomo si fendeva in due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s’innalzavano, prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando quasi l’immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di contorsione. Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta che non sia l’erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo, ch’esso pareva comunicarsi anche all’aria circostante, all’ombra delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un po’ ebbre da quella magnificenza floreale. Avevano per l’aria, quelle innumerevoli corolle, un’apparenza di filigrane delicatissime, una leggerezza d’ali di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento, un’improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra, l’erba, le siepi, spandendo nell’aria soave una balsamica fragranza di miele. II Finalmente venne il giorno dell’arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato. Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi: -- Tu mi farai condurre verso un’ora del mezzodì quel tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a Terracina. Un’ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di fronte alla casa. Lazzaro non ristava dall’ammirarla e dal girarle intorno, mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani. -- Guardate un po’, signore, la groppa e l’arcatura del collo! -- mi diceva, inorgoglito. -- Sta su le zampe così d’appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr’anni, signore. La dentatura parla. Io l’ho pagata quaranta marenghi d’oro, ma non la vorrei dare per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova. La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra, facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava: -- Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l’attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata. -- Non darti pensiero, Lazzaro; n’ho portati altri ch’erano ben più focosi. -- Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano. Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l’ala di un grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla. -- Piano a guardarla negli occhi, signora mia! -- esclamò Lazzaro, interponendosi. -- Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a me, signora. Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge della balzana, che allungava il collo golosamente. -- Ecco, signore, -- disse il gastaldo; -- se voi salite, io la tengo ben forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra. Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla impaziente. -- Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la bella! Oh, la bella!... Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il piede sul montatoio. -- A rivederci, Lazzaro! -- salutai, quand’ella fu seduta. -- Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la frusta. Buon viaggio! E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa impetuosa. Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l’aria sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi. -- Hai paura? -- domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che fischiava. -- No, no, -- ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con l’altra si teneva l’ala del cappello. -- Mi piace volare così! -- E gentilmente sorrideva dalla faccia china. Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l’ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l’un l’altro in una fuga opposta, come sbarre di un enorme cancello. -- Gesummaria! -- udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono. Più oltre, nell’incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini che v’eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un’eco. Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese un’andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo trasudato. -- Che fuga! -- esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a guardare indietro. La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo si delineava nella trasparenza del cielo. Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant’Anastasia e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante d’una collina bianca di sole, il convento francescano dei Frati Zoccolanti, e d’un tratto, all’uscir da una folta cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo. Di fronte si apriva l’anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e Ventotene, constellate all’intorno da un navigar lentissimo di vele, che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso i remoti valichi dell’orizzonte. Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide «brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea. La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi, attenuandosi, diventando azzurro come l’aria o verde come l’acqua, in lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare. -- Guarda, -- io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l’apparir confuso di Ventotene, -- vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù? -- Vedo, -- ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per meglio discernere. -- Quello scoglio -- ripresi, -- è sorto dal mare con un tragico destino. Divenuto ai nostri tempi un’isola di ergastolani, fu, nella storia di Roma, l’esilio e la tomba delle Imperatrici. -- Raccòntami, -- ella fece, tornando a guardare verso la raggiante isola. -- La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le cortigiane, Giulia, figlia d’Augusto, vi è morta di fame. Agrippina d’esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent’anni... -- Che sorte! -- profferì Elena, contemplando l’isola maledetta. -- Immàgina, -- esclamai, -- immàgina l’agonia di quelle tre anime imperiali, quando, nell’ultima sera, videro forse, o credettero vedere, oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che celebrava le orgie de’ suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi, l’ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui mosaici del Tempio d’Augusto e raggiava su le pietre milliari della fatale via Appia, la via di Roma... -- Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! -- ella esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato. La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali, attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell’anno scendono dal lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche della terra. -- Eccoci arrivati ormai, -- dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi abituri e toccando le prime case di Terracina. -- Ti ricordi quando venimmo? -- ella domandò con tenerezza. La guardai, sorrisi, e mi sentii felice. -- Ecco, -- ella riprese; -- io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le persone ch’erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l’arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po’ lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l’uomo non udisse.... Poi, d’improvviso, in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l’ultima salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene? Io l’avvolsi d’uno sguardo innamorato e riconoscente. -- Pare già così lontano, -- dissi, -- ed invece.... -- Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo. -- Sì, una cosa... -- osservai. -- Quale? -- Amarsi, amarsi. Elena! Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la briglia. Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l’atrio della stazione. Alcuni d’essi mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d’Inglesi accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte Circello. -- Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? -- Elena mi domandò, appoggiandosi al mio braccio. -- Due giorni al massimo, -- risposi. -- Almeno lo spero; è un uomo discreto. Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili elettrici, sotto la tettoia; l’arrivo del treno era imminente. In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione. -- Buon giorno, signor conte, -- egli disse fermandosi e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. -- Le annunzio la visita di mio padre per dopodomani. -- Che vuole vostro padre? -- gli domandai, un po’ tediato. -- Non so. Credo sia per la solita faccenda... l’ipoteca. -- Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora. -- Glielo dirò, signor conte, -- rispose il giovine con una ironia garbata. Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti. -- È uno dei Rossengo, -- spiegai ad Elena sottovoce. -- In quell’abito? -- ella esclamò, incredula. -- Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario. Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch’essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de’ miei dissesti e della donna ch’era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l’imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi. Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d’una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena. -- Veramente, signora, -- egli disse con un leggero inchino, -- io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d’un comune amico intimo. E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua faccia un po’ rude. Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla partì di buon trotto. -- Che delizia poter fumare! -- esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E spiegò: -- A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori. -- Fumate molto anche voi? Come Germano? -- Elena gli domandò. -- Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile, signora mia! -- E null’altro? -- esclamò Elena, ridendo. -- Sì, ancora una cosa, -- io dissi. -- E un cuore da monachella sotto le spoglie d’un tiranno da commedia. -- Ahimè!... -- egli fece traendo un gran sospiro, -- come sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della mia tristezza? -- Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, -- ella rispose con allegria. -- Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c’è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... -- disse Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia. -- Ma quando sei stato qui? -- gli domandai. -- Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi? -- Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue molte avventure, -- spiegai ad Elena. -- Era un’attrice, bellissima. -- Povera Emilia, com’è finita male! -- esclamò il Capuano. -- L’hanno uccisa, è vero? -- Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia. -- E come mai siete capitati a Terracina? -- Dopo la sua malattia girammo un po’ dappertutto, alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell’antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti.... -- Era una buona compagna, -- io rammentai, -- quantunque avesse il difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale. -- Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d’arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole. -- E quell’altra sua manìa... te ne ricordi? -- Già, la manìa dell’isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico! Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione. -- Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, -- disse al Capuano. -- Che volete mai? Sto diventando bianco. Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell’aria color di cenere passavano i primi brividi della sera. -- Pensa! -- io dissi a Fabio; -- più di duemil’anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore. Egli sorrise dell’allusione velata, ma cercò di eludere il discorso. -- Duemil’anni di storia!... -- esclamò. -- E noi qualche volta troviamo lunga un’ora! Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in quell’ora d’innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell’Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un’apoteosi di sole, unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate. -- Guardate ora! -- esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio della montagna. -- Guardate: Torre Guelfa è là! III Elena, semivestita, versava gocce d’essenza di rosa nei catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era fresca come la primavera. Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca. -- Senti, -- mi disse piano, abbracciandomi, -- vorrei che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due. -- Forse domani Fabio partirà, -- le risposi. -- Te lo ha detto? No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa. -- Eh!... non hai veduto com’è grande? Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che morbidezza e profumo. Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d’aurora, i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d’essenza di rose. Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò: -- Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto? -- Buon dì, -- gli risposi affacciandomi. -- Ora scendo sùbito. Come hai dormito? -- Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... -- egli fece, stirandosi con voluttà. Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere. -- Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino? -- Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore. -- Che santo è oggi? -- Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti all’altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l’estate. Voi dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando le donne hanno rovesciati i canestri. -- Dura parecchi giorni? -- domandai. -- Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante maraviglie produce la terra nostra. -- Bene, -- risposi; -- tieni pronta la cavalla. E prendendo Fabio sottobraccio, m’inoltrai per i viali profondi. -- Dunque, -- gli domandai, -- cosa pensi di Elena? -- È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene. -- Sì; è l’amante più perfetta che possa desiderare un uomo. -- E tu l’ami? -- È il primo, il solo sentimento della mia vita. Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d’uno sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch’io parlassi. Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che stormivano sommessamente. Un’erma biancheggiava tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l’alta erba selvatica su l’orlo del sentiero. -- Come sembri diffidare di me! -- gli dissi. -- . Non ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice. -- Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo mi fa paura. -- Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che l’amerò per sempre. Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d’una gaia canzone di Piedigrotta. -- Poi, -- ripresi, -- non la devi giudicare come si giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile. Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott’acqua, e scivolando fra le due rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando il vento s’inoltrava nei rami con folate improvvise. -- Vedi, -- riprese Fabio, -- non la giudico affatto; anzi l’ammiro, e t’inganni se credi ch’io non sappia essere imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio amico, di riparare a’ tuoi disordini e rimanere in quella società ove sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto. -- Bah! -- risposi con millanteria, -- la vita è una avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà! -- Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire, è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano. -- Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era troppo tardi per rimediare. -- Non è mai troppo tardi: basta volere. -- Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita. Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi prese per un braccio. -- Lo credi? -- esclamò, con voce ambigua. -- Certo, lo credo. -- Ebbene, senti... -- egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. -- Voglio farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t’inganni. Anzi, una confessione grave. Fece una pausa e d’un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita. -- Io, -- disse, battendosi le due mani sul petto, -- io stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda.... -- Tu? -- esclamai, pieno di stupore. -- Via!... non è possibile! -- Si, l’ho amata, -- egli rispose, ridendo di un riso beffardo. -- Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza. -- Oh, Fabio, che strana cosa mi dici... E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di nuovo, sorridente: -- Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. -- E, dopo una pausa, con voce tranquilla: -- Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non prendere quell’aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso! -- Perchè non me ne hai parlato prima? -- gli domandai dopo un silenzio. -- Mi parve inutile, com’era inutile in fondo che te lo dicessi ora. -- Ma quando avvenne? -- Oh, fu nei primi tempi... -- egli accennò quasi con vergogna. -- Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso? -- Me ne ricordo. E fu per questo? -- Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi... E scoppiò in una risata piena d’amarezza. Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione. -- Ora, -- egli soggiunse, -- non parliamone più. Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente. -- È stato un episodio ridicolo! -- ripetè, alzando le spalle. -- No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora. -- Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più. Fra le sue sopracciglia virili s’incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue. -- Certo -- egli riprese, -- ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti? -- Se vuoi, -- risposi tristemente. -- Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d’Edoarda. Oh, se tu vedessi com’è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece! Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell’ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch’erano foderati d’una stoffa delicatissima dal colore un po’ languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d’una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov’ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell’ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...» E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto. -- Ti ha parlato di me? -- domandai a Fabio. -- Sì, vagamente. -- Cosa ti ha detto? -- Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi? -- Sì, -- risposi per consolarla. -- Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre. -- E che diceva Edoarda? -- Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo. -- Infatti, non potrò tornare... -- profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima. Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi: -- Tu m’hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell’irriflessione di un amore che ti rovinerà. -- Che vuoi? -- gli risposi; -- la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto. -- Insomma cosa decidi? -- egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura. -- Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c’è che una strada. -- Ma Edoarda potrebbe anche morirne! -- egli mi suggerì, con la voce piena d’angoscia. Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni risposta in quel momento fosse troppo crudele. -- Tu non hai pensato a questo! -- egli esclamò nervosamente. -- L’amore, -- balbettai dopo una pausa, -- l’amore ha qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono! Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere. -- Poi non c’è rimedio, ti ho detto. Non c’è rimedio! -- ribattei con eccitazione. -- Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s’aggroviglino al tuo piede, t’inceppino e non ti lascino camminare, mentre la tua sete cresce, diventa un’angoscia, un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare. -- Povero amico! -- egli esclamò tristemente. -- Anche tu mi fai pena. -- Vedi, -- continuai, ansimando forte, -- io non sono un eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è ammissibile, non è neanche umano!... Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si rabbuiò, ma non rispose. -- Ascoltami, -- gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce affettuosa; -- tu sei troppo sensibile, hai l’anima d’una suora di carità. Eppure, dimmi: se l’amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un’elemosina? -- Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, -- rispose Fabio; -- ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono. -- Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L’amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l’essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l’immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l’amo più. Mi conosce troppo e non s’inganna; credimi, non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell’animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L’amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un’altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d’accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l’amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l’amore debba mostrarsi vile, mai! -- E più crudele, secondo me, quest’analisi che ora tu fai, -- rispose Fabio. -- Del resto è naturale: contro il rimorso non v’è che l’ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un’azione davvero disonesta.» Su la faccia dell’erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all’ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l’acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana. -- Germano, -- egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, -- tornerò domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti hanno tutti un loro inevitabile destino. -- Grazie, Fabio, -- gli risposi, tendendogli la mano. -- Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a distruggere un’anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un’ora simile anche per te.... Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest’uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme. Lì, nell’antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell’anima, tremare vagamente il presagio di una sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della sua costante ironia. -- E tu che farai? -- mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio fioriva. -- Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io! -- Sarai felice almeno? -- egli domandò ancora, mentre con attenzione attorcigliava un ramo d’edera che aveva strappato camminando. -- Sì! -- esclamai con ardore. -- Ne sono certo. I miei desideri sono ormai tanto semplici; Elena sola mi colma di una totale felicità. In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la casa, una voce chiamò più volte: -- Germano! Germano, dove sei? E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio le meraviglie dei lor mille colori, vidi Elena venirci incontro, simile ad una creatura che portasse, nella sua limpida voce, ne’ suoi chiari occhi d’amante, nell’anima sua d’innamorata, un divino soffio della splendente primavera. IV Le campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per l’aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei Fiori. Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate in gran corteggio portando i fiori all’auspice benedizione. Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de’ finimenti; altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d’un drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000