Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare in lungo ed in
largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta brizzolata.
-- Bene, -- feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, -- avevi
probabilmente qualcosa a dirmi?
Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le
nocche irrequiete.
-- Già, certo... avevo qualcosa a dirti.
-- Coraggio! issa fuori! -- esclamai, ridendo.
-- Sai, mio caro, -- prese a dire con risolutezza -- che ho inteso parlare
di te in modo assai poco lusinghiero.
-- Per bacco! -- esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; -- non sarà
la prima volta.
Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva
sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva tra noi la scrivania. Prese una
sigaretta, si tolse l’occhialetto, e facendolo ballare fra due dita
cominciò con dirmi:
-- Devi sapere che a Roma non si parla d’altro: l’avventura di Guelfo, il
duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.
-- Non me ne curo, -- dissi con indifferenza.
-- Hai torto. C’è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono
spiaciuti per te.
-- Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li inviterò a darmi
ragione dei loro commenti.
-- Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo. Se te ne vengo
a parlare, vuol dire che ti convien pensare ai casi tuoi, ma seriamente.
-- Cosa dicono, infine?
-- Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo fidanzamento con
Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono, anche di più... E per quanto
si bisbigliasse già che andavi cercando mille pretesti per procrastinare
le nozze, ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi
tempi non è quella... insomma, perdonami, non è quella di un gentiluomo!
-- Eppure tu sai... -- feci, smettendo la baldanza.
-- So tutto, -- egli rispose con un gesto di acquiescienza. -- Ed è appunto
per questo che mi faccio un dovere di parlarti a cuore aperto. Hai molti
nemici, e nessuno ti risparmia. Colgono anzi l’occasione per commentare
la tua vita passata, presente, le tue condizioni finanziarie, le tue
abitudini, che non furono mai quelle di un francescano. C’è chi ti trova
sciocco, vedendoti compromettere un matrimonio invidiabile per un
capriccio, ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta la testa.
-- Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! -- esclamai,
collerico e beffardo.
-- Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi; ma pur troppo
io sento le voci che corrono, indovino i sottintesi, e me ne rodo per
te.
-- Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in fondo so benissimo
che anche tu pensi come loro.
-- Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma ieri sera, ad
esempio, in casa Del Rovere, donna Carla usava parole molto severe sul
tuo conto. Diceva che ormai non saresti più nel caso di retrocedere,
checchè tu senta per l’una o per l’altra, e che d’altronde i tuoi
propositi veri non possono essere quelli che ostenti, perchè «in fin dei
conti, un uomo come Guelfo certo non ignora cosa valgano i milioni di
casa Laurenzano. Dunque, operando in tal modo, conta senza generosità su
l’amore di quella povera Edoarda». Invano io m’affaticavo a spiegare
come in tutto ci sia dell’esagerazione, come il tuo carattere sia sempre
stato così, e come infine questa tua recente avventura non debba esser
altro che un diversivo, una specie di commiato un po’ focoso dalla tua
vita di scapolo.
-- Ebbene hai fatto male, -- risposi tranquillamente.
-- Ho fatto male? -- egli esclamò stupìto.
-- Sì, certo; perchè l’avventura che tu chiami un diversivo è invece una
cosa molto grave, molto seria.
-- Non credo, -- rispose Fabio, dopo avermi fissato a lungo. -- Non ti
posso credere. Sarebbe una grande sciagura!
-- Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo. Definiscimi
per quello che vuoi, ma la verità è molto semplice: me ne sono
innamorato. E ti faccio grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera,
cose che si aggiungono di solito.
Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi, senza nascondere
il suo malumore. Poi fece un soliloquio a mezza voce.
-- Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento per concederti
questo lusso! Per Bacco! Innamorato!... E lo dici così, come si dice:
Buona notte. Macchè! Non può essere! Io trovo che ci s’innamora d’una
donna quando non è possibile far altrimenti per averla.
A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile, finchè,
piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:
-- Ammettiamo pure, -- concluse. -- Ora, cosa intendi fare?
-- Non so.
-- Questa non è una risposta. Occorre sapere.
-- Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare. Non è da oggi nè
da ieri che vedo l’impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai.
-- Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto a quello che
abbandoni?
-- Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono giunto a questa
conclusione: che la mia vita con lei sarebbe per entrambi un’agonia di
tutte le ore. Vi sono due morali e due logiche; una, inflessibile, che
dice: «Hai data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina,
carpisci una dote.» L’altra, meno rigida ma più umana, la quale, fra due
disonestà, fra due disgrazie, consiglia di scegliere la minore. Io,
purtroppo, non sono mai stato padrone de’ miei nervi.
-- Ebbene senti, -- rispose con un tono persuadente, -- credi a me, non
cedere ai nervi. Ragiona freddamente. Siccome ti voglio bene, avrei
voluto vederti sposar Edoarda. Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la
rifiuti, e sia. Da uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista,
devo ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza. Però
tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse unicamente di te. Ma
Edoarda? questa fanciulla di cui distruggi la vita con una tranquillità
così gelida?
-- Ah? e tu credi ch’io non abbia pensato a lei? che non mi sia torturato
fino allo spasimo, prima d’arrendermi all’evidenza di questa
impossibilità?
Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione, con preghiera:
-- Senti... se tu mi volessi aiutare!
-- A che?
-- Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione, insomma; perchè,
da solo, io non vi riuscirò mai.
Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne,
pareva emanasse dalla sua persona.
-- Io? proprio io ti debbo aiutare? -- domandò con lentezza.
-- Sì, tu solo. Sei amico d’entrambi ed hai un’anima così dolce, quando
vuoi. Dille ciò ch’io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti
sarà più facile.
-- Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? -- egli domandò
ambiguamente.
-- Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la
via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento
indefinibile avviene in me, che tu stesso l’hai notato di sovente... Col
pretesto dell’ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar
Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera,
saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!
-- Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi
sembra iniqua.
-- Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!
Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi
il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un
po’ fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la
triste fatica di un simile pensiero.
Poi d’un tratto mi domandò:
-- Partirai con l’altra, naturalmente?
Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.
-- E chiami questo avere pietà?
-- Le voglio bene.
-- Oh... tu!... -- fece, con una scrollata di spalle.
-- A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è naturale. Ma
viene un giorno, anche dopo i trent’anni... E poi, tu non la conosci
ancora.
-- Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la stessa cosa. Vedi: ho
molti capelli bianchi.
-- Insomma, Fabio, acconsenti?
Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso, mi guardò.
-- Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda sincera, da
uomo ad uomo... Cerca d’intendere bene quello che voglio dire. Credi tu
che un’altro, volendola più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?
-- Che domanda mi fai... -- risposi abbassando gli occhi. -- Del resto non
si sposerà.
-- Questa è la tua opinione. Ma v’è un medico per tutte le giovinezze: il
tempo. Rispondimi dunque.
-- Ebbene, sì, lo credo, -- risposi affrettatamente.
-- E sei deciso in modo irrevocabile?
-- Sì, Fabio, con tutta la mia forza.
-- Su la tua parola d’onore? -- E mi tese la mano.
-- Su la mia parola d’onore, Fabio.
Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la mano, mi parve
che ne’ suoi occhi fermi passasse un tremito impercettibile; poi disse
con asprezza:
-- Ebbene, sia!
VIII
Erano circa le sei della sera quando giunsi all’albergo di Elena con la
notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato alcuni giorni ad annunziarle i
miei propositi, perchè temevo ancora ch’ella rifiutasse. Ma quel giorno
volevo dirle ch’ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che
potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun tempo a chiudere
il nostro amore nell’antica solitudine di Torre Guelfa.
Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi alla sua porta:
nessuno rispose.
Allora sospinsi l’uscio ed entrai. La stanza era vuota; rimaneva
nell’aria il profumo di lei come una presenza invisibile.
-- Uscita? -- pensai. -- E dove, a quest’ora?
M’avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare. Sopra un baule
c’era un abito smesso; una camicetta di pizzo ed un manicotto in una
scatola aperta. Su le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua
persona, come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un cappello con
due grandi ali bianche, ed un velo ancor appuntato all’intorno.
Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma lacerato
a metà, l’altra metà a terra. Ebbi la tentazione di leggerlo, poi la
cosa mi parve indiscreta. Ascoltai presso l’uscio: nessun rumore. Un
poco arrossendo, quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere, le
raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti avvicinarmi alla
finestra e sollevare una tendina. Il telegramma era in tedesco e diceva:
«Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere, Franz.»
Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo. Rimasi perplesso
dapprima; lessi un’altra volta, più volte ancora. Mi sentii tutto
rimescolare; poi macchinalmente riposi una metà del telegramma su la
pettiniera, l’altra per terra, com’erano prima, esattamente.
Scesi. Nell’atrio domandai al portiere:
-- E’ molto che la signora è uscita?
-- Non saprei, signor conte, -- mi rispose. -- Non l’ho veduta passare.
Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in un cerchio doloroso,
entro cui passavano torme di pensieri veloci, lontani fantasmi,
fisionomie di persone straniere, inafferrabili.
Era una serata chiara in quella mitezza dell’inverno romano. L’aria, tra
bionda e rosea, pareva percorsa da un oscillar continuo di bagliori, che
facevano splendere i lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e
lontano tutte le cupole, tutte le cose aeree.
Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l’andirivieni continuo della
gente; un senso di novità m’invase, come s’io fossi per la prima volta
nella moltitudine di una città straniera, fra persone che avessero
costumi, facoltà, istinti, piaceri e tristezze assolutamente diverse
dalle mie.
Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano ad assediarmi la
mente con una persistenza dolorosa. Infine m’accorsi ch’ero sempre lì,
fermo, dinanzi all’albergo, su l’orlo del marciapiede, che molte persone
mi urtavano passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce
andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi, dinanzi a me.
Una carrozza signorile passò: vidi la contessa di Casciano affacciarsi
allo sportello; pur avendola guardata in viso, dimenticai di salutare.
«Duvally a Roma può provvedere... -- Duvally? Franz?
Chi erano mai costoro? Ed Elena dov’era in quel mentre?
Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro quel formicolìo di
persone, quasi per cercarla, per riconoscere di lontano l’alta e snella
figura di lei, od il colore della sua gonna, od il mantello che usava
portare. E mai come allora conobbi l’oppressione della folla, misurai
l’implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si moltiplica, si
muta, nascondendovi ciò che vi appartiene, mescendo le sue mille voci in
un solo clamore, vasto e pressochè immobile.
Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente, che
potevano «provvedere per lei?» Mi aveva dunque ingannato nell’affermarmi
di non conoscere alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi la
storia della sua vita.
Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata ironia. Ero fermo
sull’angolo di una strada, e l’avrei veduta giungere, così da un lato
come dall’altro, senza tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo
simulare una perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua
doppiezza; d’altronde, con il possesso di questo nome, il giorno dopo
avrei potuto scoprire facilmente chi fosse questo Duvally. Ma per la
prima volta, pensando ad Elena, soffersi nel vedermi dominato da lei,
provai sordamente la vergogna d’essere costretto a spiarla come un
volgare amante od un burlesco marito che abbiano sentore d’infedeltà.
Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava in me per abitudine
antica si divertì nel molestarmi con le più aspre ironie.
Or pioveva per l’aria dorata un crepuscolo vaporoso, pieno di
corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con i presagi,
nell’inverno, della imminente primavera.
Quand’ecco, di lontano, intravvidi la figura di Elena. Veniva rasente il
muro, con un passo rapido sebbene affaticato, non volgendo mai gli occhi
alla strada nè alle vetrine. Camminava tenendo con una mano accostato ai
fianchi un lembo del suo mantello, che le scendeva lungo la persona con
poche pieghe simmetriche, delineando la forma del braccio ed oscillando
all’incedere d’ogni passo. Nell’altra mano teneva una piccola borsa,
ch’era una maglia d’oro tenuissima, con la cerniera lucente; ad ogni
chiarità di vetrina la sua faccia e l’oro splendevano insieme. Molti si
fermavano a guardarla; io stesso la contemplai con un senso di
stupefazione. Due sfaccendati la seguivano, tenendosi per braccio,
scambiando fra loro sorrisi e parole che parevan grossolane. Quand’ella
entrò nell’albergo, i due si fermarono irresoluti.
Allora, traversando la strada, entrai nell’atrio, dove molti forestieri
qua e là seduti leggevano il Baedeker come si legge la Bibbia o
nascondevano i nasi inforcati d’occhiali dietro l’edizioni ampie del
-New York Herald- e del -Times-.
Salii. Quand’ella intese picchiare, venne senza indugio ad aprirmi.
-- Sei già stato a cercarmi, non è vero? -- disse tosto, posandomi le due
mani su le spalle e baciandomi.
-- Sì, una mezz’ora fa, -- risposi. Guardai distrattamente verso la
pettiniera: il telegramma non v’era più.
-- Verso le cinque son uscita per prendere una boccata d’aria, -- ella
spiegò. -- Mi doleva il capo: sono così stanca oggi!
Di fatti era molto pallida; ne’ suoi gesti medesimi v’era un certo
abbandono; anche nel sorridere una specie di stanchezza.
-- Che hai? -- feci amorevolmente.
-- Non so... -- E pianissimo, sorridendo: -- Sono stanca, molto stanca...
Me lo disse vicino alla faccia, con le labbra che appena mi toccavano.
Poi si mise davanti alla specchiera e con un pettine d’avorio cominciò a
ravviarsi i capelli che le sfuggivano dietro la nuca. Io le sedetti
accanto, e presi a giocherellare con i vari oggetti che ingombravano il
vetro della pettiniera.
-- Dove sei stata? -- le domandai con naturalezza.
-- Avevo alcune piccole commissioni, -- rispose, continuando a pettinarsi.
-- Vedi: quel mazzo di nastri, una veletta, un paio di guanti... poi
dovevo anche andare alla Posta.
-- Ma non ricevi le tue lettere all’albergo? -- le domandai, fingendo di
esaminare attentamente la sua scatola per la cipria, ch’era d’avorio con
le iniziali ed una corona di smalto.
-- Non tutte, perchè non sapevo a quale albergo sarei scesa.
La sua voce non tradì la minima incertezza; solo, prima di rispondere,
ella fece un atto come se il pettine le si fosse impigliato fra i
capelli.
-- E tu non mi racconti nulla? -- continuò Elena, posando i gomiti sul
cristallo per unire le mani e raccogliervi la faccia. -- Mi sembri di
cattivo umore.
-- No, affatto, Elena.
-- Ah... mi era sembrato.
-- E tu?
-- Io non lo sono più adesso. Ma ho pianto tutto il giorno: ero triste.
E piegandosi verso di me.
-- Ora non mi dài neppure un bacio?
L’attrassi nelle mie braccia, perchè non potevo a mio malgrado
resisterle, e perchè nell’amaro sospetto mi pareva che le sue labbra
avessero un sapore più forte.
Nel baciarla su gli occhi m’accorsi che s’inumidivano.
-- Perchè piangi ora?
-- Te l’ho detto: sono triste. Poi, quando mi baci tu, sento il cuore che
mi fa male.
-- Perchè quando ti bacio «io?» Forse ti baciano anche altri?
-- Sciocco! -- ella rispose battendomi leggermente una guancia. -- Non ti
dirò più nulla!
Per un momento scordai tutto: ella mi teneva nella sua bellezza come in
una prigionìa; m’avesse detto: -- Inginòcchiati! -- e mi sarei
inginocchiato.
-- Senti, -- le mormorai presso la bocca, -- fra qualche giorno potremo
partire insieme; andremo in un mio castello non lontano dal mare.
Quasi con violenza le sue braccia m’avvinsero, e nascose il volto contro
di me.
-- Lo sai che debbo andar via... lo sai che non posso!...
Feci come se non avessi udito e continuai:
-- È una grande casa antica, silenziosa, fatta per l’amore. Laggiù, fra
poco, verrà la primavera.
Sollevò la faccia illuminata, mi passò le mani fra i capelli:
-- Ah sì? una casa nostra? una casa per noi?...
Ma bruscamente si ribellò: -- Non posso! Non posso!
Andò rapida verso una grande specchiera che occupava tutto il portello
dell’armadio e con le dita si ravviò i capelli di nuovo scomposti; poi
lasciò cadere le braccia, si volse, appoggiando la schiena contro il
cristallo, e vi rimase, con la faccia sollevata, gli occhi volti
all’alta ombra, un po’ rigida, muta.
Per un momento la rividi com’era il primo giorno, quando entrò nella mia
casa, fiera e triste, avendo alla cintura un gran mazzo di viole. Mi
parve, da quel giorno già lontano, di non conoscerla affatto meglio, di
non aver penetrato ancora nessuno dei suoi molti segreti. Le vedevo
serpeggiare appresso i desiderii degli uomini che l’avevano inseguita, e
quei desiderii obliqui si avventavano contro di me come tanti colpi di
staffile vibrati al mio geloso amore.
-- Insomma, -- le dissi quasi ruvidamente, -- una volta o l’altra ti
risolverai a spiegarmi questi continui misteri!
-- Che significa, Germano? Perchè mi parli così? Hai veramente una
fisionomia stranissima oggi!
-- Ti pare? -- feci con ironia. -- Devi pur ammettere che le tue misteriose
contraddizioni possano irritarmi un poco. Davvero non ti comprendo. Mi
hai affermato in tutti i modi possibili di non avere alcun legame, dici
anzi di volermi bene, mentre non fai che ripetere: Dobbiamo lasciarci!
debbo andar via!... Dunque una ragione ci dev’essere. La vorrei sapere.
-- Ma perchè vuoi sempre sapere tutto? conoscere tutto? Che bisogno c’è?
L’anima di una donna, la vita di una donna come me, sono cose a cui val
meglio lasciare il loro velo. Io, per esempio, quando posseggo un
oggetto che mi sia prezioso, lo tratto con estrema delicatezza, per non
sciuparlo, per non lasciarlo cadere. E frugare troppo addentro nella
intimità di un’anima è sempre farle correre il rischio grave di cadere a
terra, di andare in frantumi. Non ti pare?
-- Belle parole... nient’altro! E se t’illudi ancora di potermi
convincere con due frasi abili, t’inganni! Tanto più che ho forse
qualche ottima ragione per non credere a nulla di quanto mi dici.
-- Oh, questo poi!... -- esclamò raddrizzandosi in tutta la sua fierezza.
-- Dico la verità e non devi esserne offesa. Tu ti diverti ad ingannarmi
ed io cerco di non lasciarmi ingannare, almeno fin dove posso.
-- Cioè?
-- Cioè... nulla! Io so molte cose che tu non sospetti nemmeno.
-- Invece, se tu le conoscessi davvero, forse non parleresti così, --
rispose con tristezza, camminando a passi lenti per la camera. Poi mi
venne vicino e prese a carezzarmi i capelli con una soavità materna ed
infantile insieme.
-- Dimmi: cos’hai contro di me?
-- Null’altro che un poco di rancore perchè mi esasperi e mi addolori
continuamente.
-- Mi credi cattiva? -- E si era seduta su le mie ginocchia cingendomi il
collo con un braccio.
-- Sì, un poco, -- risposi.
-- E credi che non ti voglia bene?
-- Me ne vorrai, forse, a tuo modo...
Mi passava una mano, lentamente, su e giù per il braccio, guardando il
suo proprio gesto. Era singolarmente dolce, singolarmente triste.
-- E quale sarebbe questo «modo mio?»
-- Concederti un momento e poi sùbito aver paura d’essere afferrata;
pensare con la stessa calma all’oggi, che sei qui, e al domani, che
sarai chissà dove; non abbandonarmi che una piccola parte di te stessa,
ed ancora con moltissime restrizioni; mescere insieme i baci e le bugie,
il sentimento e l’indifferenza, come un bel mazzo di rose e d’ortiche...
Ecco, press’a poco la tua maniera di amarmi.
Piegò il mento sul petto e sogguardandomi sorrise.
-- E tu, -- fece -- quando parli a questo modo, sei meno franco di me,
perchè sai benissimo che tutto questo non è vero.
-- Oh, Dio!... ne vuoi la prova?
-- Sì... -- rispose un po’ timidamente.
-- Ebbene, t’ho veduta oggi. So che non sei stata per nulla dove m’hai
detto.
-- Davvero?
Il suo volto rimase impassibile, tranne un rapido solco verticale che si
delineò tra i suoi fini sopraccigli. E soggiunse:
-- M’hai seguita?
-- No.
-- E perchè no?
-- Perchè... non ero solo.
Dopo una breve pausa, disse:
-- Non credo che tu m’abbia veduta.
-- Come non credi?
-- No: mi avresti certamente seguita.
-- Mi ritieni proprio così geloso?
-- Immensamente curioso almeno.
-- Dunque non ti curare del come io lo sappia. Ma so in ogni modo che non
sei stata ove m’hai detto.
-- E’ vero. Vuol dire dunque che sei entrato nella mia camera ed hai
letto un telegramma ch’era lì... Me lo sono dimenticato infatti. -- Però,
-- soggiunse con una voce dura, levandosi, -- io non avrei fatto questo
nella tua casa.
E metteva in ogni sillaba un così altero disprezzo, che di confusione
arrossii.
-- Ho fatto male. Te ne domando scusa. Ma lo feci quasi per inavvertenza,
non pensando mai che si trattasse d’un mistero.
-- Oh, non importa... -- rispose con indulgente ironia. -- Tanto, a me non
devi alcun rispetto!
E camminava con lentezza, tenendo sotto il mento le due mani congiunte,
che avevano la pallidezza di un avorio antico.
-- Via, -- le dissi, -- non essere ingenerosa ora... Ti ho chiesto perdono.
-- Senti, -- esclamò repentinamente, -- cos’hai pensato di me?
-- Niente! -- risposi con nervosità. -- Il telegramma è chiaro. Ho pensato
che andavi da quell’uomo. E del resto sei liberissima di fare quello che
vuoi.
Ella mi venne vicino, quasi con furia, e mi afferrò le mani ruvidamente.
-- Hai creduto allora che v’andassi per lui? -- esclamò con ira. --
Guardami bene in faccia e rispondimi: hai creduto questo?
-- Ma io non so niente! Non ho fatto che leggere. Quando non si ha nulla
da nascondere non si fanno misteri.
E incollerito mi levai, sciogliendomi dalle sue mani con un moto ruvido.
Soggiunsi:
-- Devi anche pensare ch’io non sono avvezzo a queste ambiguità. Volevo
non dirti nulla, per non sembrarti ridicolo, poi non ho potuto. Volevo
lasciarti continuare in silenzio la tua commedia, ma siccome ho la
stoltezza di amarti, così non l’ho saputo fare. Del resto, ti ripeto,
sei libera. Sei nel tuo pieno diritto. Solo bisognerà che tu scelga fra
una cosa e l’altra, perchè io non so dividermi e non accetto comunioni.
Mi ascoltava un po’ curva, subendo le mie parole come continue percosse.
La sua bocca rideva, esprimendo uno scherno dolorosissimo e contenuto.
Poi, con la voce che sibilava:
-- Non puoi credere questo! -- affermò. -- E bada che sopporto le tue
parole solo perchè non credo che tu le pensi.
-- Ma dunque spiégati! -- esclamai con ira. -- Cosa può immaginare un uomo
in questo caso?
-- Naturalmente...
-- Spiégati, Elena. Finisci di farmi soffrire!
-- Rispàrmiami questo! -- ella pregò sordamente; -- poichè ti giuro che vi
sono andata per una causa del tutto diversa da quelle che puoi supporre
tu. E non l’ho nemmeno trovato. Lasciami tacere.
-- Impossibile, Elena. Vorrei poterti accontentare, visto che me lo
chiedi, ma, dopo, non me ne darei pace.
-- Te ne supplico, Germano, lasciami questo piccolo segreto. E’ una cosa
che mi offende, che mi ripugna...
I suoi occhi brillavano stranamente, le sue mani congiunte tremavano.
-- Come vuoi tu! Sei anche libera di non dirlo, -- risposi duramente.
-- Ebbene, lo vuoi sapere? -- esclamò con veemenza, quasi gridando. -- Bada
che, dopo, forse ti odierò!... ti odierò perchè mi umilii troppo... Lo
vuoi sapere?
Io tacqui, gelido.
-- Come sei perfido! perfido! Ecco, te lo dico. Sono andata per
chiedergli denaro, perchè a lui... non importa! Ma non mi voglio vendere
a te!... a te no! Volevo amarti senza vergogna, come un’amante vera...
Ecco: adesso lo sai!
Gettava le parole come altrettante lame, con le labbra che fremevano,
livida.
-- Tu hai fatto questo, Elena?... -- esclamai con un tremante rammarico,
afferrandole una mano. -- Perdonami dunque, mio povero amore!
-- Làsciami! làsciami! -- ella comandò, svincolandosi con forza. -- Sì, ho
fatto questo per te!... ho fatto questo, io!
E v’era in quel suo monosillabo un’alterezza di regina.
IX
Più tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia
della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella
creatura.
Mi narrava con malinconia le memorie dell’infanzia felice, nella
tranquillità un po’ severa d’un castello ungherese, dov’erano accolte le
ricchezze di una lunga discendenza.
Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la
madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi
soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava
lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in
abito d’amazzone scendeva presso i cancelli d’un grande parco secolare,
mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici
vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi
rami carichi di neve.
Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una
devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei
una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch’egli tornava dalle
frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre
tutta in lacrime nell’angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano
accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.
Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la
sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.
Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.
Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al
castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la
sua testolina di fanciulla.
Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e
da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata.
Le disse ch’era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe,
nell’ascoltare i discorsi dei domestici, ch’era stato ucciso in duello.
Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che
portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli:
tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per
tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l’intero
dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d’ogni cosa,
poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch’ella
rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:
-- Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e
dovremo partire.
Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.
Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con
l’ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere
eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava
traducendo novelle, romanzi e poesie dall’ungherese, o copiando, se il
bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.
Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un
miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce
quasi eroica. In lei viveva un’anima nascosta, capace delle più grandi
rassegnazioni.
Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose
domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e
ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano
più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la
iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole un piacere
caldissimo per le cose dell’arte. Quando i guadagni divennero più lauti,
ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche,
preparandola man mano ella stessa per un esame d’istitutrice che il suo
pronto ingegno superò senza fatica.
Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von
Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.
Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d’indurla suo
malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua
madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre,
di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l’apoteosi
della città incendiata erano così divinamente belli.
Dopo qualche tempo l’Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e
le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto.
S’era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in
quando per domandare notizie con freddissima urbanità.
Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors’anche di stanchezza; il
lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d’inverno e tutto
scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne
dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano
sole a difendersi contro la vita.
Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni
porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che
desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per
accendere un po’ di fuoco la notte, quand’ella tremava, scarna, sotto la
coltre, vaneggiando.
Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all’ospedale,
Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le
iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati,
rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da
ultimo la modella di un pittore.
E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di
offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle
offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre.
Ungherese di nascita egli pure, -- (e per questo Elena v’era andata) -- si
chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.
Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei;
quell’amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.
Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la
sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata,
un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un
fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave.
Parlava dell’Ungheria lontana, de’ suoi giorni d’infanzia, de’ suoi
sogni d’arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande
quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, -- rapidamente
poich’egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.
Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l’inferma
all’ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della
vita potrebbe mai compensare.
Oh, l’ultima sera in quella nuda stanza d’ospedale presso il letto già
solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il
capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di
morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle
una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora,
diminuendo, fuggendo:
-- Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza... Elena,
mio amore, addio...
Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli
occhi della moribonda volgere verso di lei l’ultimo sguardo umano, e
lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il
loro inestinguibile sorriso...
-- Mamma, mamma mia!... -- aveva ella gridato, cadendo sul cuore della
morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido
fratello, il suo povero amico.
Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le
venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava
denaro, invitandola a partire per la Germania, dov’egli le avrebbe
ottenuto un posto d’istitutrice.
L’ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per
salutare la morta. Elena vide ch’egli barcollava, quel giorno.
-- Andate proprio via? -- le disse il giovine con una voce che non era più
la sua, una voce spenta.
-- Sì, -- ella rispose -- domani.
-- Mi scriverete qualche volta?
-- Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...
Egli ebbe un sorriso incredulo:
-- No, Elena, forse mai...
Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi
a quella croce nuda.
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Il tutore l’accolse nella casa dov’egli abitava con la moglie e con due
bambini.
Il terzo giorno dopo il suo arrivo l’Hohenfels la condusse nel suo
studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò
nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli,
aperse il baule, poi disse:
-- Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per
voi.
Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:
-- Quando vostra madre lasciò l’Ungheria mi diede in custodia questi
ultimi residui del suo patrimonio, ch’ella aveva ridotto al nulla per
pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto -- poichè forse già lo
saprete -- i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l’obbligo
giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me
lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed
una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua
volontà.
V’era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch’ella si
rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi
della famiglia.
Tutto ciò le parve l’ultimo sorriso, l’ultimo bacio della sua mamma per
sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia.
Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare
quell’esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la
sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d’istitutrice
in una scuola privata.
Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi
ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli
raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo
sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie
della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire.
Una volta, ricordandosi ch’egli era così povero, andò alla Banca, prese
una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera
squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua
passione.
Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto
ch’egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un
fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo
di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a’ suoi quadri.
L’Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l’invitava nella sua
casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo
familiare, quasi ambiguo.
In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l’Hohenfels si
separò dalla moglie e tenne seco uno dei due figlioli. Circa un mese
dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed
ella consentì.
L’Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la
tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a
pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:
-- Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?
Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una
incomprensibile paura.
Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d’aspetto, che nel
discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei,
rudi, la bocca un po’ sardonica, il naso diritto, gli occhi d’un color
glauco-verde, pieni di volontà.
Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva;
ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare
per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana,
improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero
le porte meravigliose della vita.
Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti,
ch’era solita viaggiare quasi tutto l’anno, la quale accettò di
prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le
preghiere dell’Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di
paesi.
Fu durante uno di questi viaggi ch’io la conobbi.
Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch’era molto incomodo avere
per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli
uomini la corteggiavano e l’inseguivano con soverchia insistenza. Di
nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire
una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi
di sogni che non si sarebbero avverati mai.
Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta l’anima negli
occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose,
aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la
sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi
trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case,
che balenavano come lamine d’oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di
frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi
destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia
di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia
qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l’interminato
azzurro, in cerca d’approdo.
Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias,
che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.
Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi
e le persone più varie, con il coraggio dei vent’anni, con
l’intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a
fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa
randagia, infaticabile, ch’era la sua battaglia per la vita.
A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla
ricerca dell’ignoto, quel rinnovarsi dell’anima in un perpetuo fuggire.
Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva
dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra
della sua, in una città danubiana.
Questi libri l’accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il
vangelo dei diseredati. S’innamorò di quei naufraghi alteri che non
volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una
filosofia nuova della società umana, come dottori all’Accademia, essi,
fra le caraffe d’acquavite.
Allora pensò ch’ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini,
aveva un passato di luce, un avvenire d’ombra. Com’essi era caduta sotto
l’invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza:
quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori,
cioè dall’oggi al domani, con instabilità seguendo l’alea dei nomadi, e
senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».
Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.
E visse di sè, chiudendo nell’anima sua di fanciulla un infinito mondo;
vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato
di giusto e d’ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per
insignorirsi del proprio destino.
Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una
città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo
Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla
vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare,
quand’ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.
Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le
preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato
le si ridestava nei recessi dell’anima.
Il pastore che l’istruiva per la conversione s’innamorò di lei. Non
glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro
di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune
frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una
mano della fanciulla tra le sue.
Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le
domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo
guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte
che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.
Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a
lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole
cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza
guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le
parole segnate.
Un giorno, -- eran nel giardino dell’Asilo, d’autunno, quando i fiori
appassivano tra l’ingiallire delle foglie, -- il pastore venne di nuovo,
più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.
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