-- Ebbene: è la verità, o almeno una parte della verità, quella che tutti
sanno.
Ella intrecciava le dita insieme, poi le scioglieva, standovi attenta,
come se quel lento gesto bastasse ad avvincere il suo pensiero.
-- Ed ora ditemi una cosa, -- domandò. -- Perchè me lo avete nascosto?
-- Se ve ne spiegassi la ragione, forse non credereste.
-- Forse. Ma ditela in ogni modo.
-- Ebbene, perchè sapevo, perchè speravo, che un giorno voi ed io si
sarebbe riusciti a vivere insieme. Allora non volevo lasciarvi supporre
che l’avessi abbandonata per causa vostra.
-- Oh!...
-- Ve l’ho premesso; non credereste. Ma è tuttavia così, proprio così. Ho
doveri gravissimi verso questa fanciulla, e non li posso più compiere.
Sono miserie che ho preferito nascondere. Ve l’avrei detto più tardi.
-- Per qual motivo non li potete più compiere?
-- Perchè in certi momenti mi pare quasi di odiarla. È crudele a dirsi,
ma ora, da qualche tempo, i miei nervi non la sopportano più.
-- L’avete amata?
-- Mi è sembrato, una volta.
-- E lo sa?
-- Lo intuisce; ma finora non ho avuto il coraggio di farle questa
confessione. Temo di vederla troppo soffrire.
-- Oh!... ma dunque le donne vi amano tutte così?
-- No, non scherzate! La cosa è troppo triste.
-- Io v’aiuterò, -- ella disse gravemente, dopo una pausa.
-- A far cosa?
-- A compiere il vostro dovere.
-- Elena, vi ripeto, non burlatevi di me!
-- Non mi burlo affatto. Se questo che mi avete detto è vero, non
esitate, non esitate un istante, perchè, Germano, la cosa più terribile
al mondo è quella di aver fatto soffrire.
E mi parve che un’ombra fugace passasse nel suo pallore.
Le andai presso; raccolsi nelle mie mani le sue, come per meglio
comunicarle il mio pensiero:
-- Elena, mi siete veramente un po’ amica? Posso parlare con voi? Posso
dirvi tutto?
-- Ma sì, certo, certo.
Allora le raccontai la mia storia tristissima, le dissi di questo
legame, contratto quasi involontariamente, e che diveniva ogni giorno
più la catena insoffribile, il giogo sotto il quale avrebbero cercato
invano di curvare la mia indipendenza.
-- Sapete, -- le dicevo, -- io mi domando sempre come avvenne. Furono gli
amici, le circostanze, dovrei dire il destino, se vi credessi. Vivevo a
quel tempo una vita fastosa, inutile, sfrenata, e c’era una fanciulla
che mi amava, che professava per tutto quanto era mio una religione
appassionata e silenziosa. Cominciarono alcuni amici con dirmi: «Sai,
Guelfo, sarebbe quasi tempo che prendessi moglie anche tu. Una fanciulla
che ti vuol bene, graziosa, enormemente ricca, senza parenti fuorchè una
vecchia zia... ebbene, cosa puoi desiderare di meglio?» -- «Di meglio che
la mia libertà? -- risposi. -- Nulla!» -- E nemmeno vi pensai. Ma, vedete,
qualche volta nasce contro un uomo, per condurlo a commettere una
sciocchezza, quasi una vera e propria congiura di piccoli avvenimenti,
che più tardi non si ricordano nemmeno più. Io, che la conoscevo appena,
ebbi da quel tempo frequentissime occasioni di vederla, e quando le
parlavo, la sua faccia s’imbiancava come se le facessi male. Sapeva
tutto di me; aveva letti alcuni miei libri di viaggi; possedeva un mio
quadro di molti anni addietro, che si chiamava, mi ricordo: -La svernata
in Abbruzzo-; insomma ella mi venne incontro come chi ha sete va
incontro alla fontana. Questo non mi diede nessuna gioia, tranne una
grande stupefazione. Era la prima volta che imparavo a conoscere
un’anima di signorina. Finchè, un giorno, in un albergo di campagna...
E le confessai la mia colpa, nel modo più naturale, come se parlassi
d’un altro e raccontassi una storia udita per caso. Ella mi ascoltava
senza perdere una sillaba, ritta contro il camino, con le due mani
protese all’indietro verso il tepore del fuoco. Un contorno di luce
rendeva più ferma l’immobilità de’ suoi lineamenti.
-- E v’era, -- continuai, -- v’era, ve lo confesso, anche un’altra ragione.
Il mio denaro sfumava. Di giorno in giorno vedevo la rovina giungermi
sopra a grandi passi. Oltre a ciò, la noia, la stanchezza di vivere a
quel modo, il bisogno di rinnovarmi un poco... infine la promessa!
Mi era quasi appena caduta dalle labbra, che già mi pentivo di averla
data. Un soffio disperse tutto, l’amore, la riconoscenza, i calcoli... e
non rimase che la paura di spezzare quell’anima fragile nel confessarle
che tutto era stato un’illusione, impossibile a continuarsi,
necessariamente finita...
E soggiunsi:
-- Fra qualche mese, al termine d’un suo lutto recente, l’avrei dovuta
sposare.
Ella mi ascoltava ora con la testa un poco abbandonata all’indietro, le
palpebre socchiuse, come sentendosi rapire da un pensiero dilettoso e
crudele. La sua gola riversa biancheggiava, palpitando per il respiro
troppo frequente, ed aveva in sè una similitudine di colomba, una
similitudine di cosa immacolata.
Ed ancora narrai le terribili angosce sofferte per tenere in vita questo
amore che finiva, le lotte affrontate, le finzioni, le piccole menzogne
necessarie, le volte ch’ero andato per dirle: «Sai Edoarda...» -- per
dirle tutto, -- e me n’ero tornato indietro, più vile, più
lamentevolmente spossato, col mio secreto nel cuore.
Infine le domandai:
-- Ora, ditemi: è più onesto sposare una donna in queste condizioni od
avere il grave coraggio che può essere necessario per non morire in due?
Quella immobilità di statua fu scossa come da un brivido; vidi che una
lotta veemente si dibatteva in lei; pensò a lungo, in silenzio, poi
repentinamente levò la faccia. Gli occhi le splendevano di una luce
oscura, nel mezzo della fronte aveva una piccola ruga e le vagava su la
bocca un sorriso delicatamente crudele. Le sue mani si posarono aperte
su le mie spalle, strinsero, strinsero forte...
-- Non so! non so nulla! non so nulla! -- rispose con precipitazione. Poi
d’un tratto, avvinghiandomisi al collo:
-- Taci! Non parlare più!...
Le sue labbra, con irosa gioia, si lasciarono cogliere su la bocca il
primo nostro bacio d’amore.
Sentii che la stanza, i fiori, la luce, l’anima, tutto spariva in un
vuoto profondo come l’oblio.
VI
La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con
un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo
di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell’ora
forse terribile che per me s’apparecchiava. Tutto nel mio spirito era
giocondità, sorriso, luce.
Godevo il piacere insaziabile di respirare l’aria, di bagnarmi nel sole,
di camminare con rapidità nell’ingombro dei marciapiedi; provavo la
gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi,
elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei
loro muscoli e dei loro pensieri.
Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile
apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona
fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di
comprimere dentro il cuore tutta l’esuberanza di questa immensa gioia,
per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna
sopra menzogna, forse a concedere una speranza.
Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni
discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente
avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D’altronde, come
le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un
giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era
passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m’ero vôlto con
prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della
portiera nel cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava
nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad
una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella
orribile finzione?
Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano
senz’alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano,
provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e
le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di
cordiale accoglienza.
Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per
dirmi ambiguamente:
-- Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E’ stato malato
forse?
-- Un po’ indisposto; nulla, nulla, -- risposi con brevità.
E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la
schiena, tirandolo per la falda della livrea.
Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte,
per dirmi che uno dei cavalli s’era azzoppato e la signorina gli aveva
detto di mostrarlo a me... quando venissi.
-- Va bene, -- risposi. -- Scenderò dopo la colazione.
Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa
tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui
nell’anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose
maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell’onor
familiare.
Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul
tappeto, appoggiandosi alla parete, nell’ombra.
-- Credevo che non saresti venuto mai più....
Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare
quello che facevo sempre, volli darle un bacio.
Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:
-- Vieni, la zia ci attende.
Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa
poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di
lana.
Whisky, il piccolo -terrier- dal musetto bianco e nero, le sonnecchiava
davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse
incontro saltellando, abbaiando forte.
-- Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? -- feci allegramente, per
nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie gambe,
mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e
carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una vecchia signora
corpulenta e piena d’infermità, mi accolse in un modo appena urbano.
Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel
mio malessere continuo, la febbre, l’arrivo di un amico da Palermo,
l’incidente spiacevole con l’Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo,
ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l’emicrania...»
Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse
con amarezza ogni mia parola. Poich’ero assai confuso, Whisky sopra
tutto m’interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue
capriole sui cuscini, vispo come un furetto.
-- E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? -- io dicevo,
schioccando le dita per provocare la sua vivacità.
Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno
ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.
-- Mi ha detto il cocchiere, -- profferii timidamente, per interrompere il
gelido silenzio -- che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione bisognerà
che lo andiamo a vedere.
-- Sono già due giorni, -- ella disse, guardando a terra.
-- Non fu chiamato il veterinario?
-- No: credevo che sareste venuto.
Ancora un lungo silenzio.
-- Non avete altri duelli in vista? -- fece dottoralmente la zia.
-- Nessuno ch’io sappia, -- risposi, volendo riderne.
-- Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai
giornali, perchè voi, naturalmente...
Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.
-- Preferivo dirlo a voce, -- risposi, -- e siccome non ho potuto venire
ieri...
-- Già, l’emicrania! -- disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi
soggiunse:
-- Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli
Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De
Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe
sapere la causa vera di questo famoso duello?
-- Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho
detto.
-- Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il
battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme
se ne dà un’altra.
-- Un’altra?... -- feci evasivamente. -- Mi stupisce. Sebbene dovrei sapere
ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli Ardizzò, le De
Gennaro e tutta questa brava gente.
-- Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! -- fece la
zia sogguardandomi sopra gli occhiali.
-- Non voglio notare la sua ironia. L’incidente mi creda, si è svolto
così...
E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura
dell’Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia
pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi
ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo
per reprimere il suo dolore.
Quand’ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una
specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di
traverso:
-- Bene, bene, -- concluse: -- a me sembra semplicemente, che, in date
condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...
-- Zia... -- profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.
-- Tu sei una sciocca, Edoarda! -- rispose la zia, eccitandosi. -- Dovrò
pure parlar io, visto che tu taci.
-- Zia, ti prego! -- supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli occhi.
-- Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di sbrigarvela
a modo vostro; io, dopo tutto, non c’entro.
E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto
tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.
-- Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per
voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque
il mio gomitolo! Whisky, qui!
Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il
mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere.
Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna,
esortandomi a giocare con lui.
Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora
non era mai di cattivo umore, sebbene prima s’inghiottisse tutta una
spezieria di medicine.
Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse
involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato
rosso e dalle grandi scansìe, con l’effige della trisavola campeggiante
su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato
fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone
involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine
di donna, esprimente in ogni sua forma l’impetuosa gioia di vivere, la
felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il
troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno
sguardo pieno di smarrimento.
Ero lì, ma l’anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.
... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall’addobbo severo,
che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico
e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano
intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che
avevo dovuto vendere l’anno prima per causa de’ miei dissesti, ad uno
speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l’arcigna e
barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la
quale provocava l’ilarità di Elena, specialmente per la struttura del
suo naso e la lunghezza delle sue dita.
Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l’anima generosa di
quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole
negli occhi un’ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra,
bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua
bocca rossa, quando si staccava dall’orlo del bicchiere, umida per uno
scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di
estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al
sole.
Non v’erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi
scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un
rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano
aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con
ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di
soffocarsi entro la cenere.
Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po’
simile all’eliotropio, quell’odore che reca talvolta il vento della
primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte.
Ero ad un’altra tavola, davanti al dolore di un’altra, ma il mio
pensiero infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella
del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia
liberazione.
Ma come ardire?
Non ella era venuta verso me con l’anima sul palmo della mano, perchè io
vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la
giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma
come un turbine, come una devastazione.
Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto
nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un’anima?
E d’altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a
lei, nell’ora in cui sentivo di potermi scagliare con l’impeto più
giovanile della mia forza verso i miracoli d’una vita nuova? Condurre la
mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:
«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t’ho amata!»
Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo
considerando meco stesso l’imminenza di un colloquio con Edoarda.
Allora, per quel senso d’improvvisa divinazione che mi ha sempre
soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo,
che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente,
compresi tosto l’assurdità ed anche la ripugnanza d’una scena di
commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.
Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con
arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco
la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del
perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno
soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell’animo
suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a
misurare un desiderio di vendetta.
Pensai: «S’ella sapesse odiarmi!»
E l’idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l’odio,
questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più
bella.
«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch’ella seppe infondere
nell’amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di
giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di
un’anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»
Ma ecco, facendo questo pensiero, d’un tratto m’apparve la visione di
Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un
nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi
levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la
creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio
pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce
del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza
di quegli occhi mansueti.
Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola
buona. Le dissi piano:
-- Tu non sai come soffro nel vederti così...
Su la sua povera bocca, ne’ suoi tristissimi occhi azzurri, brillò
rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di
sconforto inutile, di rassegnazione stanca.
E soggiunsi più forte:
-- Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.
La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:
-- Benedetta ragazza! benedetta!
Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure.
Senza volerlo, come in forza d’una abitudine antica, il suo sguardo
ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un
desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per
me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena il mio calice
era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne:
rapida, ella mi diede il suo pane, intatto -- e sorrise perchè le
sorrisi.
Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:
«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere,
tutelando la mia pace».
Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel
giorno.
Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle
mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza
del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua
prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in
tanto faceva capolino col musetto su l’orlo della tavola per lambirmi
l’orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi
fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi
della mia tracotanza.
Dall’insieme di questi e d’altri piccoli fatti compresi come un poco di
destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che
sufficienti a riparare senz’altro l’accaduto. Ma questo pensiero mi
dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani
dall’ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove,
allo spirare d’un lutto, avrei dovuto entrare, fra un’allegrezza di
sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.
La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le
sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una
scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente,
senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che
per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le
scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl’invitati ve
n’erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse
tenuto conto! Così, quand’io venivo, Edoarda faceva ella stessa il
caffè, in una macchina di rame a filtro, e c’erano per lei e per me due
piccole chicchere uguali, d’una porcellana tenue come la madreperla.
Quelle servivano per noi, solo per noi.
La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.
E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.
La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona,
e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un
bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un
giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, -- e
s’addormentava.
C’erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima
conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi
antichi, l’altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra --
esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera
durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di
soprassalto, chiamava con voce grossa:
-- Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.
Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava
semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per
abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.
Quel giorno, quand’ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per
«I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi
scendemmo a visitare il cavallo.
Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.
Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo
condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo
muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese,
dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.
-- Povero Good Bye! Vedi come zoppica! -- esclamò Edoarda.
Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci
scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l’animale non
dava il più piccolo segno di dolore.
-- Quando lo avete attaccato l’ultima volta? -- domandai al cocchiere.
-- Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi la
mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.
-- Bisognava sferrarlo, -- dissi.
-- Ma il dolore dev’essere nella spalla.
-- Non importa; va sferrato. -- Mi detti a comprimere la spalla
dell’irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore.
Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle
dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.
-- È una spallata, -- dissi. -- Forse avrà dato nel battifianco o si sarà
coricato male. Fategli una buona fregagione d’«-Embrocation-» e
mettetegli un po’ di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni
modo.
-- Povero Good Bye! -- fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella
narice bianca.
Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel
mezzo della corte, al sole.
-- Dove andremo? -- le domandai.
-- Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.
Quel pomeriggio, in sul morir dell’inverno, era quasi tepido come una
primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.
-- Sopra, -- io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo.
Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto,
salendo più rapida sino al pianerottolo.
-- Edoarda, che hai?
-- Perchè cerchi di fingere? -- mi rispose tristemente.
-- Sei molto ingiusta con me!
Allora ella chiuse l’uscio dell’anticamera, in faccia a Whisky che
voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia
sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci
una sua particolare memoria.
Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali,
muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai
cuscini, ch’erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un
po’ languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata
fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe
fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra
un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola
d’argento si accendeva d’una raggiera insostenibile, ferita in pieno da
quel raggio di sole.
In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza
d’un’abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov’io sedevo di
consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei,
sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.
Di fronte v’era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla
foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con
incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete,
un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d’ottone
istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una
bambola di Norimberga.
-- Germano, -- ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi, le
palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, -- ti ricordi
quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra,
quando mi amavi ancora?
-- Perchè dici così? Nulla è mutato.
-- No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non
piangere... Ah! non voglio piangere!...
E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza
il desiderio d’essere asciugata.
-- Ti ricordi? -- ella ricominciò. -- Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non
verrà nessuno? -- Nessuno. -- Dormirà la zia? -- Dormirà. -- E allora mi
prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi
dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti
leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva
un’eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava
il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti
ricordi?
-- Sciocchezze! -- io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo
pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite
che potei:
-- Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere
il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio
appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero
comuni.
-- E come le piccole cose, anche le grandi, -- ella rispose. -- Tutto è
comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch’io darei non so
cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma,
che vuoi? è più forte di me, non posso! C’è qualcosa nel mio spirito che
mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un
momento del nostro amore.
Poi, d’improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento,
arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:
-- Dimmi, -- esclamò, -- come potremo continuare a vivere in questo modo?
E prima che potessi rispondere:
-- Pensa ch’io t’amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!...
Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!
-- Senti, senti, non parlare così... -- la supplicai. -- Tu soffri per
colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è
come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una
crisi... Allora le infantilità dell’amore passano, com’è naturale,
mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?
Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.
-- No, non cercare d’illudermi: l’amore non è una cosa che si finge.
Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile
compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi
mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola,
ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più
diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia;
non aspetti che l’ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi
più, adesso ne ami un’altra, lo so! lo so... e, guarda...
Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po’ folli; una sua mano fece
l’atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse
un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il
divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:
-- Ecco, mi farai morire!
-- Ti esalti, Edoarda, ti esalti -- le dissi, vinto da una dolorosa
commozione. -- Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure
quanto mi disperano!
Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il
salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come
intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno
sforzo per nascondere le sue lagrime.
Allora le andai vicino, con dolcezza:
-- Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti
che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta
qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua
donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono
a vent’anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella
vita.
-- Non avevi però vent’anni alcuni mesi or sono, -- ella mi disse,
lasciandosi carezzare i capelli.
-- È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo
neppur io.
-- Dimmi, -- ella fece, posandomi le due mani su le spalle, con un sorriso
in cui tremava il dolore del suo martirio; -- dimmi, chi è questa donna
per la quale ti sei battuto?
-- Ma non c’è! non esiste! -- affermai, assolutamente incapace di farla
più oltre soffrire.
-- Sì, che c’è! Raccòntami! -- E dagli occhi fermi le scendevan lacrime su
la bocca sorridente.
-- Cosa ti hanno detto, mio povero amore? -- le domandai.
-- Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.
Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.
-- Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un’antica amante, una forestiera
conosciuta in viaggio, prima di te. L’ho ritrovata qui a Roma, per
istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l’andassi a trovare... Vi andai.
Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.
Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne
altre.
-- Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?
-- Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare
qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e
deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno
sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma
indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si
avranno più. Mi capisci?
-- Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?
-- Poi, non c’è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...
-- Eppure ti sei battuto per lei.
-- Per lei? Ma chi te l’ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza.
Intanto, quell’Albanese, non l’ho mai potuto soffrire. È un vanesio
antipatico e m’irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia
amante...
-- Ma come poteva crederlo, se non era?
-- Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi aveva un giorno
incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami
continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a
stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna
con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora,
le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di
potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio,
che la sua pretesa era un po’ avventata, ma che gli stava bene il
soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si
rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all’altra, si venne ad un
battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella
donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!
-- Ed è così?... -- fece, incredula.
-- È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?
Il suo volto era passato per un’alternativa continua di sentimenti; ora
mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.
E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un’idea, dietro, nei
recessi della mente, un’altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere
la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero
andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di
lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e
miserevole frapposto all’imminenza della mia rovina. Avrei dovuto
recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il
denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto
per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio
supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l’idea mi
parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima,
e con tutte le mie forze m’apparecchiai a dimostrarle man mano questa
necessità.
-- Non mi credi? -- ripresi. -- Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a
Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?
-- Vorrei credere a te solo, se potessi.
-- Ecco il male. Non c’è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre
così piena di sospetti!
-- Oh, non lo dire! Tu sai...
-- Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo,
mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne
ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non
più riconoscermi.
-- Questo è vero, sai!
-- Sì, è vero, pur troppo. Mi s’infiltra nelle vene talvolta una immensa
ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più
nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.
Ci eravamo seduti, m’accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza,
con pietà.
-- Povero amore, -- sospirò, -- vorrei tanto poterti guarire! Ma io... cosa
sono io per te?
-- Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita è
troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa
faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?
Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi
atterriti.
-- Perchè mi domandi questo? -- mormorò, con un filo di voce tremula.
-- Te lo domando astrattamente, -- risposi, con uno sforzo per sembrarle
naturale. -- Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci
momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un’assenza di pochi giorni.
-- Ah, sì?... parti?... -- ella domandò soffocatamente, serrando le mani
in croce sul petto per contenerne l’affanno.
-- Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre
Guelfa. Mi scade fra poco l’ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le
terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già
trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe
questioni di forma.
-- Dunque te ne vai... -- disse con desolazione. -- E quando?
-- Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!
-- Ma io ti potrei forse...
-- No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non
mancherò di trovare un ripiego.
Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più
lontana da me, come se avesse paura.
-- E quando ritornerai? -- disse con la voce spenta.
-- Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.
-- Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...
Si rovesciò su la spalliera del divano, un po’ rigida, con le braccia
inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...
-- Mi scriverai da Torre Guelfa?
Le sue parole furon piane come un alito.
-- Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta,
quand’eravamo lontani.
-- Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...
Un sorriso d’evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si
abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza
immateriale.
Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande
anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di
paura ebbi quasi bisogno d’inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose
che si vedono morire.
Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori
dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili,
suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che
avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente
una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca,
su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: -- la
confessione più triste che vi sia.
VII
Quel brav’uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e
faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all’altezza del
mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida
stoffa, non senza una certa pretesa d’eleganza; gli correva sul
panciotto una catena d’oro, grossa d’un pòllice, con un pendaglio
enorme, ch’era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani
villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia
era quella d’un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca
ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a
spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un’epidermide lucente, rasa
ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un’ironia della sorte
portava il nome d’un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva
in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l’usuraio.
Avevo l’onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi
accordava qualche predilezione.
Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola,
centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon
intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.
-- Dunque, signor conte, -- egli diceva, stropicciandosi le mani, -- la
dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!
-- No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè
d’altro colore. Si tratta d’un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che
vorrei liquidare sùbito.
-- Uhm!... -- fece l’uomo con una specie di grugnito; -- in questi mesi è
un affare serio; tutti ingoiano quattrini con una furia che fa spavento,
e nessuno paga, quel ch’è peggio! Tengo un mucchio di cambiali.
-- Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo l’affare, voi
ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se non vi conviene... lo fate
lo stesso!
-- Eh! eh! signor conte!... -- esclamava egli, battendosi un pugno chiuso
nel palmo dell’altra mano. -- Lei sa cosa m’è capitato col figlio
dell’Eccellenza?... Tamquam tabula rasa!
-- Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l’avevo pur detto che suonava di
fesso. Intanto ci tengo a farvi notare che, per quanto mi riguarda, ho
sempre pagato regolarmente.
-- Verissimo: quanto a lei, finora...
-- Come «finora»?
-- Eh, per modo di dire!
-- Insomma, volete ascoltarmi?
-- Ascoltiamo pure.
-- Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte San Biagio, presso
Torre Guelfa?
-- Di vista, signor conte.
-- Sapete che c’è sopra un’ipoteca per garanzia di mutuo?
-- Appunto, -- egli disse, consultando un sudicio taccuino. -- Ipoteca dei
Rossengo di Terracina, 28 gennaio 19...
-- Ah, ne siete al corrente! -- feci, un po’ meravigliato.
-- Che vuole? sono i ferri del mestiere... -- mi rispose con soavità.
-- Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo Capponi!
Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei pagare alla scadenza, e se
voi mi provvederete il denaro, eviterò moltissime seccature.
-- Impossibile, signor conte, -- egli affermò sùbito. -- Le ho già detto...
-- Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana io partirò da
Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato, mi farete avere una
risposta. Va bene?
-- Ma...
-- Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i miei affari meglio
di me: studiate quindi se ancora vi è possibile rendermi un servigio.
Non appena vi sarete deciso per il sì o per il no, mi darete una
risposta.
-- Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta... quantunque posso
anche darla sùbito.
-- Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando via perchè debbo
uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci bene. A rivederci, Capponi.
E lo condussi all’uscio, mentr’egli si grattava il cranio lucido e
masticava il sigaro fra i denti.
Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello squillò, ed
aprendo io stesso la porta vidi entrare Fabio Capuano.
-- Oh, buon giorno! Stavi uscendo?
-- Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?
-- Non c’è male, grazie.
-- Mi pare che tu abbia la faccia scura.
-- Io? Manco per sogno!
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000