-- Bambina che sei!... Penso a te, a te sola. -- Questo lo dicevi anche allora, poi... -- Ma è stata un’aberrazione, come ti ripeto ancora. I nervi e nulla più. -- Già... i nervi, tu li fai servire a tutto! Sollevata sui gomiti, s’empì le mani de’ suoi capelli sciolti e mi fasciò la gola. -- Scommetto, -- prese a dire, fra scherzosa e titubante, -- che vi pensi ancora un poco... -- Nemmeno per sogno, mai. -- Qualche volta sì però... senza volerlo... Dimmi la verità! -- Ma no, amore: ho dimenticato assolutamente. -- Giùralo!... cioè è inutile, perchè i tuoi giuramenti non contano. -- Se vuoi, te lo giuro. -- E, dimmi: quando le volevi bene, le volevi bene più che a me? -- Non ho mai amato come ti amo. -- Ma era più bella, però... -- Era diversa. -- Cioè, come? bionda? -- Sì, bionda. -- Grande? -- Un poco più di te. -- Con gli occhi azzurri? -- Mi fai sempre le stesse domande!... -- Non importa, rispondi: che occhi aveva? -- Scuri. -- Allora ti piaceva più di me! -- Amore, mi fai ridere! Se mi fosse piaciuta sarei dunque rimasto con lei. -- Non hai un suo ritratto? -- Me li hai fatti bruciare tu. -- Ma certo ne avrai altri, nascosti... -- No. -- Giùralo... cioè... bene: giura lo stesso. -- Te lo giuro. -- Ed io non ti credo! Bada!... Vorrei venire una volta nella tua casa... Chissà quante cose nascoste vi sono!... -- Eh!... una quantità! -- Però lei ti scrive... -- Non una lettera, non una sola. -- Che fa? -- Lo ignoro. Nella camera gonfia d’estate filtrava un pallor di crepuscolo, denso di luminose ombre; le cicale a poco a poco affievolivano il loro canto; i galli rumorosi empivano di chiacchierate il cortile. Un poco d’oscurità le si raccolse nel viso affaticato; aveva i seni erti, la gola bianca, e l’amavo. IX Tre giorni appresso, lasciata Edoarda poco dopo le cinque del pomeriggio, m’affrettai verso casa, dove sapevo che il d’Hermòs sarebbe venuto a salutarmi, dovendo egli nella serata ripartire per Milano e Parigi. Lo trovai difatti che m’aspettava su la terrazza, fumando. -- Sono in ritardo; scusa. È molto che sei qui? -- Dieci minuti appena. -- E parti proprio stasera? -- Sì, alle otto e quaranta. -- Allora, senti: mi cambio in cinque minuti e vengo a pranzo con te. -- Non voglio che ti disturbi; tu non sei uso a pranzare così presto. -- Che importa? Ho quasi fame. Vieni di là, così non perdo tempo. Ludovico mi aveva tutto apparecchiato, e mi spogliai rapidamente. -- Dunque, -- disse il d’Hermòs, -- prima che si parli d’altro, ricordati che ho la tua promessa per la fine d’Agosto. -- Puoi contarvi. Nell’ultima settimana d’Agosto verrò ad incontrarti ove sarai, e passeremo un mesetto insieme. Edoarda in quel tempo sarebbe stata in viaggio col marito e, senza dubbio, con il Capuano. -- Guai a te se manchi di parola! -- Se mancassi... al diavolo queste camìce stirate così male!... dunque, se mancassi, ti do il diritto di venirmi a prendere con la forza. Ludovico! Ludovico! -- Via! non ti affannare così. Abbiamo tutto il tempo necessario. E, dimmi: per Elena nessuna commissione? -- Nulla, nulla! È cosa finita. La vedrai? -- Probabilmente, se non ha lasciato Parigi. -- Qualora tu le parlassi, non raccontarle nulla di me. Se poi ti chiedesse mie notizie, -- cosa improbabile, -- dille semplicemente che vivo una vita tranquilla. -- Era necessario che tu me ne avvertissi perchè le avrei detto proprio il contrario, e cioè che impieghi molto bene il tuo tempo, -- esclamò con intendimento. -- Che vuoi dire? -- obbiettai sorridendo. -- Eh, via! Posso ammirare il tuo riserbo senza lasciarmi però ingannare. Poi, francamente, non ci vuole molta penetrazione; credo anche di sapere con chi... -- Forse te l’ho lasciato supporre io stesso: ma tu, per fortuna, sei un uomo discreto. -- E guai se non lo fossi! Hai cambiato colore: una bruna. C’è la legge dell’equilibrio anche in questo. Era del resto inevitabile. Si torna sempre. Tutta la vita è un ritorno verso quello che poteva essere, mentre invece non fu. Che vuoi?... l’uomo è un bizzarro animale pieno di controsensi! Del resto io non posso che invidiarti. Una deliziosa creatura, un tipo diverso dal comune; poi, quella sensualità romana... -- Scusa, dove l’hai veduta? -- Non ti ricordi d’avermi una sera mostrato in teatro una signora, nel terzo palco a destra, in seconda fila? Era vestita di velluto nero. -- Ah, sì! Ma tu arguisci troppo!... -- Ebbene, se mi sbaglio, pazienza! Io lasciai cadere il discorso ed invece gli dissi: -- Mi sembri oggi un uomo soddisfatto; devi certo aver condotto a buon termine gli affari che ti conducevano a Roma. -- Quali? -- Questo poi lo ignoro. Chi mai può sapere qualcosa di te? Gli affari che ti premevano, insomma. -- Era una perlustrazione, credimi, e nulla più. -- Su che terreno? -- Oh, su tutti! Ogni terreno è buono per chi sappia scavare. -- A Roma poi gli scavi dànno sempre qualcosa... -- Già, dicono. Ma dovevo anche trovare due persone: una di queste ora è assente; ma tornerà fra poco, ed anzi t’incaricherò di farle una commissione. -- Volentieri; purchè non si tratti d’una commissione, come direi? troppo delicata! -- Tutt’altro; sai che le indelicate non uso affidarle a te. -- D’accordo. E ora usciamo; sono pronto. Vedi come ho fatto presto? -- Un lampo! E sei tuttavia d’una eleganza irreprensibile. Hai quell’aria «grand seigneur» tanto necessaria all’uomo che non lo è più. Non so davvero perchè ti ostini a voler trascinare questa mediocre vita del gentiluomo decaduto. È un lusso, mio caro! Il gentiluomo si fa quando se ne hanno i mezzi. -- Via, buffone! Scendemmo le scale chiacchierando. Stavamo per uscir dal portone, quando una carrozza, che veniva impetuosa, si fermò di colpo, lo sportello s’aperse e ne balzò fuori il Capuano, ansante, col viso terreo, esterrefatto. -- Eh, non sai!... -- mi gridò. -- No, cosa? -- esclamai trasalendo. -- S’è ammazzato Piero De Luca! Tutto il mio sangue si rimescolò. -- Ammazzato?... ma come? dove?... -- Oggi, a Torino, al Concorso Ippico. È caduto, è rimasto sul colpo. Lo hanno telefonato or ora al Circolo perchè si avverta la moglie. Sono corso a casa sua: non c’è. Giro da mezz’ora per cercarla, e non la trovo... Che non glielo dicano in istrada, per l’amor di Dio! Sai dov’è? -- Non so, -- balbettai, tutto agghiadato e fuor di me stesso. -- Via, non fare commedie! Se lo sai, dillo. -- Non lo so... -- Bene, va, cercala tu pure. Io corro di nuovo al palazzo. Saltò nella vettura e scomparve. Rimasi lì, sul marciapiedi, inebetito, intontito. Alcuni passanti, all’udir quello scambio di parole, si erano fermati all’intorno, ed Elia d’Hermòs, che non aveva compreso bene, mi prese per un braccio domandandomi: -- Cos’è accaduto? Chi è quel tale che s’è ammazzato? Mi passai le mani sugli occhi come per riprendere conoscenza, e poggiandomi al suo braccio lo trassi via. -- Andiamo, andiamo... La mia voce usciva in esclamazioni di maraviglia, confuse, interrotte. -- S’è ammazzato... capisci!... il marito... è caduto sotto il cavallo... -- Ma di chi? -- Di lei... di lei!... Oh, Dio santo, che notizia! Ma sì, ne parlavamo poco fa, di sopra... non ti ricordi?... -- Ah... pazienza! E tutto lì? -- egli fece candidamente. -- Avevo paura che fosse accaduta una disgrazia a te. -- Come, è tutto lì?... Ma tu non comprendi allora?... -- Ma sì comprendo benissimo! Anche troppo! -- Allora, senti, fammi un piacere: tu non partire questa sera; puoi? -- Oh, Dio... veramente non mi è comodo, ma insomma, se è per farti piacere... se proprio hai bisogno di me? -- Sì, rimani, ti prego. Ed ora, ch’io la cerchi è inutile: rincaserà. Prendiamo una vettura e corriamo al Circolo per aver notizie. -- È inteso: non parto e andiamo dove tu vuoi. Ma prima riméttiti un poco, perchè mi hai l’aria d’un uomo bastonato, e con quel viso farai molto ridere. -- Sì, hai ragione. Ma è stato un colpo sai!... -- Che colpo, ragazzo mio!... Sono cose che capitano a chi monta a cavallo. N’ho vedute io d’assai peggiori nella mia vita. Fin che toccano agli altri... pazienza! Che ci vuoi fare? -- Eh, via!... Tu scherzeresti anche dinanzi ad una bara! -- Caro Guelfo, sii giusto. Io non lo conosco nemmeno! Me ne duole, se vuoi, ma non posso piangerne. A me questo caso provoca invece un’ordine d’idee del tutto diverso, che mi sembra inutile spiegarti ora. -- Ma, sai, la cosa ha dell’inverosimile... Io non me ne capàcito! E dire che oggi stesso, un’ora fa... -- La vita, mio caro!... E c’è chi la prende sul serio! -- Pover’uomo!... -- balbettavo a me stesso; -- cade da cavallo, s’ammazza sul colpo... È una cosa orrenda! E lei? Ora certo partirà sùbito. Io dovrei parlarle, vederla, scriverle almeno; ma come fare? S’è ammazzato... non c’è più!... poveretto!... non c’è più... all’età sua! -- Scusa, -- fece il d’Hermòs con una voce piena di candore, -- ma non riesco ad intendere bene se la cosa proprio ti addolori, o se invece, in un certo qual modo... -- Via, non essere così cinico! M’indisponi. E vedo bene che lo fai apposta. Capirai: ho qualche rimorso... -- Ma che colpa ne hai tu? -- Nessuna; questo però non toglie... -- Ah, baie! Tu sei nato con quattro camice indosso! Ecco quel che vedo io. Mi fermai di schianto: -- Perchè dici questo? -- Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua. -- Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura e andiamo al Circolo. -- Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi entri a quel modo farai ridere. Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine, sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e più non potei disuggellare la bocca. Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo; mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne’ miei. Al Circolo v’era un tumulto insolito; si parlava concitatamente; stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono. Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono. -- Dunque che è stato? -- domandai a’ primi che vidi. -- Il povero De Luca... -- disse uno. -- Ma è vero? -- Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati al telefono sinora. -- È proprio morto? -- E mi lasciai cadere sopra una seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento. -- Morto immediatamente, senza dire una parola. -- E come fu? Si fece innanzi Camillo Ainardi: -- Mah?... il destino! Montava -Califourchon-, quel magnifico saltatore, ma caparbio. All’ultima altezza del muro gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido, era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato il cavallo. -Califourchon-, quando si rifiuta, si mette su le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto l’ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d’una pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent’anni... è una cosa orrenda. -- Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che non fosse così grave, e sono corso qui. Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo che pare un sorriso, con quell’attenzione fredda e scrutatrice che vi si figge addosso e vi penetra come una lama, quando c’è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non possa dirsi per rispetto a voi solo. -- Chissà la moglie!... -- fece uno, vicino a me, malignamente. Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre, in una visione rossa, il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne’ miei. Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole d’orrore dei sopraggiunti, lo squillo d’altre telefonate; poi uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero andati a Torino per portarla. A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» -- e sconciamente ne ridessero. Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè, scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè mi seguisse, ed uscimmo. -- Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, -- gli dissi quando fummo in istrada. -- Andiamo verso il palazzo; non è lontano. -- Frequentavi la sua casa? -- egli domandò. -- No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se parte stasera. -- Certamente sì. -- Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c’è quello che dovevi prendere tu. -- Fa dunque una cosa: trovati alla stazione. -- Alla stazione? Certo ve l’accompagneranno, e forse non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che sappia se parte proprio a quell’ora. -- Non v’è dubbio. -- Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi potrà informare. -- Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi sarà certo un grandissimo andirivieni di gente. -- Hai ragione, -- dissi fermandomi. -- Allora, senti, fa una cosa: vuoi andar tu? -- Io?... Se non conosco nessuno? -- Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera; informati se la signora è stata avvertita interamente o solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare con lui. Egli pensò un momento, poi disse: -- Va bene, ora vado. E tu? -- Io passeggio qui e t’aspetto. Prendi una vettura per far più presto. -- Gli diedi l’indirizzo ed egli andò. Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava; la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale? Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni di morte. Era già quell’ora di requie nella vita febbrile delle grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri, sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti, pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in cerca d’una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena, che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell’aria tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi di primavera nell’estate, sotto il cielo ancor rosso e tra la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti mi si vestirono d’irrealità. Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò, gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce, travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono della eterna spensieratezza umana, dell’eterno passare, benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da burattini. Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore, trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille catene. Mi pareva d’esser caduto in mezzo ad un mondo d’automi, ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno. Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando di tratto in tratto. Ricordo che un vecchio lacero s’era fermato contro il muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli e tre volte l’aria li spense. Alla luce della fiammella il suo volto rugoso e barbuto s’illuminava d’un giallor di cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava, minacciandolo con la mazza. Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone a volta a volta un boccone ciascuna, e quand’ebbero solo il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad un perno. Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi fosser memorie intimamente confuse nell’angoscia di quella sera. Finalmente il d’Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la realtà riprese il sopravvento. -- Ebbene, -- domandai ansioso, mentr’egli pagava il vetturino, -- hai saputo nulla? -- Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere il mio italiano; poi c’era una tale confusione in quella casa!... La portineria e l’anticamera sono assediate; finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e quaranta, come si prevedeva. -- Grazie. Non hai potuto sapere altro? -- Null’altro. C’era troppa gente; le persone di casa parevano impazzite. -- Ed il Capuano? -- L’ho veduto passare in anticamera un momento; correva, tutto stravolto in viso. L’ho chiamato, ma non rispose; non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a preparar la borsa perchè accompagna la signora. -- Grazie ancora, -- risposi stringendogli la mano. E guardai l’orologio. -- Senti, Elia, sono quasi le otto; va tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione. -- E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno. -- Dove m’aspetterai? -- Al Circolo, se poi vi pranzeremo. -- Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al Colonne. Sai dov’è? -- Sì, press’a poco. Del resto ti accompagno qualche passo ancora, poi prenderò una vettura. -- Dunque dicevi che v’era molta gente? -- Moltissima: ne arrivava ogni momento. -- E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia ricevuta la notizia? -- Questo non ti saprei dire. L’ho anzi domandato al maggiordomo: egli mi rispose due volte: -- «Eh, capirà!... capirà!...» In tal modo non ho capito niente. Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo: -- Ho teso l’orecchio per ascoltare se arrivassero gridi, ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli; sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me, dire al compagno: -- Chissà l’altro!... -- L’altro dovevi esser tu; ma il séguito mi è sfuggito. -- Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla. -- Che vuoi? È involontario. Un’associazione d’idee, null’altro. Anch’io penso a te. -- Cosa pensi, se è lecito? -- Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell’antico palazzo... -- Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al Colonne. -- C’è un proverbio che dice: -- «-Mors tua, vita mea-». Sai il latino? A rivederci. Giunto alla stazione, mi fermai davanti all’entrata per attender Edoarda. Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo, biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore, mentre per l’aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive, e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole, splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore dell’autunno, quando la città neroniana esalava nell’aria pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia. Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d’un tratto vidi sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la carrozza fu giunta, m’avvicinai, tenendomi rispettosamente a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto. Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando: -- Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di giorni... -- E si allontanò. Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige, la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì. Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno. Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto. Un po’ tremando, anch’io m’avvicinai; le tesi la mano: ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi si mise a camminare. L’accompagnai fin nell’atrio della stazione; vidi allora, nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con una fissità quasi d’allucinata; i suoi lineamenti eran fermi nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva l’orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito. Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti. -- Volevo almeno vederti... -- le dissi piano. -- Ora ti lascio. -- Sì, lasciami; è una cosa orrenda... -- ella rispose con una voce priva d’accento, senza quasi muovere le labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un modo appena intelligibile: -- Ti scriverò poi... Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de’ miei baci...» -- Tutto nella vita è così: un’irrisione, un gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l’amore, la morte, si mescon necessariamente insieme, come nell’intreccio di una commedia imprevedibile. A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo della sala, immobile come un’erma, sotto il velo nero. Andai vicino a Fabio con un po’ di titubanza e gli dissi: -- Posso aiutarti a far qualcosa? Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano, i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo sportello. -- No, no, grazie -- rispose mordendo i biglietti; -- faccio tutto da me. -- Dopo essersi bisticciato non so a qual proposito con l’impiegato, cacciò tutto alla rinfusa in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio. Lo seguii con una specie di obbediente umiltà. Gridò al domestico, ai facchini: -- Su dunque, fate presto! portate qui la roba! -- Ma spedisce anche questo, il signore? -- obbiettò il domestico, mostrando una sacca di tela grezza. -- Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora. E tu, -- disse alla donna, -- stalle vicino! Cosa fai qui? Edoarda era sempre nella medesima positura, con la fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l’osservavano bisbigliando. Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si volse a me rapidamente: -- Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall’amministratore dei De Luca -- sai, l’Agostini -- e digli che provveda per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l’annunzio, ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci. E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè il treno fischiò, e non ebbi l’ardire di seguirli dentro la stazione. Ma dovunque mi volgessi, m’appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, che nell’ánsito estremo cercava di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte. X Questa è la lettera che m’inviò Edoarda, tre giorni dopo il suo ritorno, quando già il corpo dell’infelice barone giaceva sotto la terra e su la fossa recente si andavano sfogliando le corone appassite: «È forse orrendo quello ch’io faccio -- amore mio, -- ma sei la sola persona che me lo possa perdonare, la sola che possa guardarmi nell’anima senza provarne un senso di paura. Metterò questa lettera in buca nell’andare domattina, come ogni giorno, al cimitero... Vedi: è atroce. Ma come fare altrimenti? Mi disprezzerai anche tu, Germano? Io, dentro di me, ne son tutta rabbrividita. Non pensiamo, non pensiamo a quello che è stato! Vi son coincidenze che atterriscono... Mi ripeto senza requie: «Dov’ero, dov’ero mentr’egli moriva?...» E se credessi molto in Dio ne dovrei temere una grande vendetta. Cerco invano di persuadermi ad un cinismo che non sento, e mi dico: «Egli forse mi ha sposata solamente per il mio denaro; forse non mi amava, nè in fondo gli dovevo alcuna gratitudine...» Eppure, che vuoi?... queste incerte parole non bastano; la coscienza, ribelle a tutte le vane parole, mi si lacera dentro. Poi, non scompare così tragicamente un uomo, del quale si è pur stata la moglie, senza che se ne provi un’angoscia viva, come se lo si avesse veramente amato. Una voce interiore mi assilla di continui rimproveri, e mi dice: «Anche tu l’hai sposato per opportunità, perch’egli almeno ti rendesse una vita fittizia, quando l’altra, la vera, te l’avevano spezzata.» E infatti è stato buono con me. Senza darsi la pena di troppe indagini, forse per un naturale istinto, aveva indovinato il mio cuore, aveva compreso che anima ero, cosa potevo dargli ancora di me stessa, e per indifferenza o per bontà se n’era contentato, studiandosi di rendermi la vita serena e dolce. Quindi a lui, come uomo, non debbo che riconoscenza. Per questo avrei voluto serbare intatto il suo nome, vivergli vicino tranquilla, chiusa ne’ miei sogni, senz’amore ma senza inganno. Ti giuro che, sposandolo, il mio proponimento era ben questo; e di te pensavo: «Nemmeno se tornasse a ginocchi... mai! mai!...» Pensavo così, e per rimanergli fedele ho lottato... sì, con tutte le mie forze ho lottato! Ma, che vuoi?... mi avevi conosciuta fanciulla, sapevi com’ero, mi avevi tanto fatto soffrire... per te dev’essere stato facile riprendermi, facile, quanto era per me impossibile il non abbandonarmi. Anzi, più lottavo, e più, con uno sguardo solo, annullavi tutta la mia volontà. Ti vedevo tornare come una volta e mi pareva che in ogni cosa, nel mio respiro medesimo, ci fosse una forza irresistibile che mi trascinasse verso di te. Io son nata per volerti bene, per essere tua; tutto il rimanente non fa che passare accanto alla mia anima. E, vuoi che ti dica la verità? Sposandomi, oltre a quel proposito, avevo anche un desiderio diverso: volevo rinnovarmi, vivere io pure una vita rumorosa, rendermi vietata, invidiata... ma solo per piacere a te. Credevo che la mia forza bastasse per godere questa intima vendetta senza lasciarmi vincere da lei. Perdonami dunque se ora cerco in te un rifugio contro il mio rimorso. Ora egli è scomparso. Poich’era migliore di quanto supponessi, rimane in fondo al mio cuore la memoria quasi d’un amico, ed il pensare a lui mi fa profondamente male. Ma, quando me lo dissero, sùbito, come in un baleno, senza potermelo impedire, il mio pensiero corse a te; fu quasi uno sprazzo di luce nel buio che dentro mi stringeva -- una visione ch’ebbi vergogna di aver guardata... La pietà mi vinse poi, e divenne affannosa quando lo vidi morto, su la bara, con la testa fasciata e sfigurata, le mani chiuse, la bocca torta in uno spasimo di dolore Oh, come ho pianto! E lo devi comprendere, perchè, davanti a lui, mi sentivo infinitamente colpevole. Mi pareva ch’egli avesse tutto sofferto per lasciarmi sgombra la via della felicità. Ora che ti scrivo è notte; non posso dormire; ho quasi paura; tuttavia mi piace la notte perchè nessuno intorno a me cerca di scrutarmi l’anima. Vorrei che l’alba non venisse mai. Lontano, laggiù, nei giorni che non oso guardare, c’è tanto sole, tanto sole!... e cerco di aver più paura, in questo silenzio, nel cuore della notte, perchè i miei occhi non debban sorridere guardando il sole che laggiù brilla... Senti... e poi no! mi devi comprendere senza che io lo dica. Noi dobbiamo avere un’anima sola; e così, tutto quello ch’io sento, ch’io penso, quand’anche fosse una colpa, resta come suggellato in me. Sai? quell’idea mi ha perseguitato fin dal primo istante, per tutto il viaggio, fin là... E più la cacciavo, più mi afferrava la mente, come se, in mezzo alla tortura, mi sentissi crescere nel sangue un’ondata infrenabile di gioia... Volevo tacere, vorrei anche lacerare questa lettera, ne tremo come di un delitto... ma ho tanto sofferto anch’io, che mi sembra quasi di poter essere perdonata. Fra qualche giorno partirò da Roma; andrò per intanto nella mia villa, e forse, dopo, in un solitario villaggio di montagna. Mi dirai dove... Addio.» XI Becchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere. In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi, comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi una sillaba. Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore d’essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon senso, che valuta l’uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità. Tu hai, becchino, l’abitudine della morte; non la temi non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque parlare. Io non ti conosco di persona, ma t’immagino qual sei, anzi mi sembra d’averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino che l’aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può darsi che in lui ci s’imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti suoi... ci s’incontrerà più tardi... Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d’un fenomeno più grande, che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una meta palese. Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto, becchino. Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d’incenso, di chiesa e d’osteria. L’uniforme tetra non riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è naturale. Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere. Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d’ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d’un palazzo, che so io? il custode d’una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient’affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto. Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz’ombra di quella paura ch’esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte l’altre industrie possono allentarsi o far difetto all’operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto. Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch’è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que’ morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un’ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente. Orbene, senza che tu neppure te n’accorga, io ti farò dalla morte le mie confessioni estreme. «Brav’uomo, -- ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, -- brav’uomo, fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d’un fuoco artificiale. Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l’odio per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave. La vita, quand’essa mi piacque, me la ghermii come un’amante barbara; quando n’ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai come d’una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch’ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d’alcuna sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile. Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola ch’io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un disperato limite, che invano tentai di varcare. Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno d’esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e d’ombra una fredda solitudine. Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere. Provengon da un’oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d’inerte potere, al di sopra della turba, e di là, senz’alcuna grandezza, guardavo tuttavia nel mondo come da un’altura. Poichè non la mia vita vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore. Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!... Questo mio corpo che malamente scuoti, fu amato in verità e cosparso di carezze dalle calde labbra e dalle bianche mani di molte donne soavissime. Or queste si affaccian su l’orlo della cassa ove mi poni, e guardano. Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch’elle non mi vedano così bianco! Due più curve stanno, e, quasi più attente, cercano d’interrogare il silenzio, d’indovinare la morte. Una di gramaglie veste, ma l’altra è vestita di sole, perchè i suoi capelli conservano quel colore indefinibile dell’oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo in un velo di scintillante oscurità. Entrambe da me non seppero qual d’esse il mio sterile cuore abbia veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio di piombo mi sia la più diuturna coltre, ora domandano con paura -- (e non le odi tu forse?) -- domandano: «Quale?» Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè non posso io rispondere con le mie suggellate labbra, e tu per me rispondi: «Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò «Perduta», quella che si adornò per lui d’un nome ancora più torbido, «Sconosciuta?...» Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco, le belle frasi ch’io ti suggerisco parranno quasi una celia inconsapevole; ma tu non mutarne sillaba e fedelmente ripeti: «Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata, sebbene quest’uomo che io seppellisco porti con sè nella fossa un cuore povero come la morte.» Ma se colei non t’ascolti che veste le gramaglie della vedova, e l’altra, nei chiari occhi, paia della mia morte pensosa, su questa cùrvati e dille, o buon seppellitore, ma furtivamente, all’orecchio dille, che soltanto lontani, oltre la rinunzia, dopo l’irreparabile, al di là dall’amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità si ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che l’altra, la mia vedova, non oda. Perchè fino all’ultimo giorno ella mi conobbe ormai per un marito fedele, nè io vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi diede. La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida indolenza come la lampada funeraria veglierà fra poco sul marmo della mia sepoltura; nel mondo ella non ebbe altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo àlito il mio stanco disutile cuore...» Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino che mi sei ancor distante, quando la vita è tuttora bella, ed in queste giornate di sole Roma splende, quasi fosse un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la città miracolosa dove il destino d’un uomo, la sua giovinezza, i suoi liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire? Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all’ingordigia dei parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso rumor d’applausi e l’ira delle attonite platee... La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico signoreggiando l’aria verso il monte e verso il mare. Il feudo è risorto; le terre, libere d’ogni gravezza, ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio nome -- la cosa più bella che portai, -- da due anni aspetto con impazienza l’erede. La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche -- bisogna credere -- la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù... Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che scalpita per l’acciottolato. Su l’arco del palazzo Laurenzano splende l’arma dei Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice: «-Placet, si vis, Domine.-» ---- FINE DELLO STESSO AUTORE L’amore che torna -- 1908 Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio -Romanzo- Colei che non si deve amare -- 1910 Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio -Romanzo- La vita comincia domani -- 1912 Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaio -Romanzo- Il Cavaliere dello Spirito Santo -- 1914 dal 41.º al 70.º migliaio -Storia di una giornata- La donna che inventò l’amore -- 1915 Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio -Romanzo- Mimi Bluette, fiore del mio giardino -- 1916 Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio -Romanzo- Il libro del mio sogno errante -- 1919 Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio Sciogli la treccia, Maria Maddalena -- 1920 Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio -Romanzo- -Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000