-- Se così fosse non avrei consentito fin dal primo giorno, e tu, come dicevi appunto, avresti per me rinunziato anche alla scena. -- Certo. Ma perchè te ne penti ora? -- Non mi pento; però non posso mutare il mio modo di sentire. Sarà per orgoglio, se non vuoi credere che sia per amore, ma in ogni modo, quando ti vedo fra quella gente, ne soffro, ed anche mi vergogno... è vero! Ella sorrise ambiguamente, piegando il volto in cui nasceva una grande ombra. -- Ti vergogni?... Ah sì? Perchè lavoro, perchè vedo finalmente avverarsi un mio sogno di tanti anni, perchè tento di provvedere da me alla mia vita, ecco ti vergogni?... -- Fece una lunga pausa, dolorosa, gonfia di lagrime contenute, poi seguitò: -- Ma... dimmi? Quando te ne sarai andato, quando non ti rammenterai nemmeno più ch’io viva, cosa farò di me allora? Oh, questo è semplice, tu dici! Dopo di te... un altro! Dopo di te, che importa s’io divenga una donna di strada?... Bah, che importa se pure io mi venda?... E così che pensi? I folti capelli spargevano di una dorata oscurità il suo bianco volto; grosse lacrime le rigavano la faccia. -- Non parlare così. Tu stessa non puoi credere a quello che dici. -- E le andai vicino, mansuetamente, per consolare la sua tristezza. -- Senti!... -- ella esclamò, afferrandomi le mani con un moto repentino, -- vuoi che lasci il teatro? Vuoi che torni a vivere per te... per te solo? Dimmelo! Se questo ti piace, il sacrifizio non mi costerà nulla. Vuoi? -- No, no... sei buona, ma non voglio questo. Ella si mise a ridere nervosamente. -- Poi sarebbe anche inutile!... inutile... -- mormorò tra quel riso. -- Perchè? Rimase un attimo a guardarmi con fissità, poi disse: -- Tanto non mi ami più! -- E covertasi la faccia con i due palmi, ruppe in un pianto incontenibile. Cercai di abbracciarla, mi respinse; le dissi parole tenere, le ricordai molte memorie nostre, sentii nel cuore un desiderio di lacrime anch’io... ma ella scoteva il capo con ostinazione, senza credere, senza udire, parendo ascoltasse una sua voce profonda. Questa debolezza fu breve. Sùbito si ricompose; levò il capo e rividi la donna forte che un giorno credevo incapace di lacrime, la donna ch’era stata mia senz’appartenermi e che avevo amata con un perenne timore. -- Dunque -- ella concluse rapida, -- noi ci dobbiamo lasciare. La sua voce sonò così ferma, le sue parole furon tanto inattese, che non seppi trovare alcuna risposta e solo profferii smarritamente il suo nome. -- Sì, -- riprese, -- questa è l’unica via. Lasciarci quando ancora non ci sono fra noi rimorsi, e prima che sia necessario. Sappi anzi che vi penso già da lungo tempo. Queste parole si dicono spesso tra amanti per rendere più dolce la continuazione dell’amore; si dicono anche per misurare la sensibilità della persona amata, ed anche per rammentarsi a vicenda che nell’amore tutto è caduco, e può dissolversi, e deve morire. «Noi dobbiamo lasciarci... » Ecco: noi che fummo uno spirito solo, noi che inoltrammo il nostro desiderio, la nostra confidenza, le nostre voluttà, fino a comporre insieme un’unica e necessaria vita, ecco, noi dobbiamo tornare due esseri distinti e indifferenti, ridere su le nostre debolezze, considerare tutto il passato come un episodio fatalmente chiuso, e simili a due pellegrini che abbiano insieme percorso un faticoso cammino, dividerci ad un bivio, senza lacrime, senza rimpianti, per andar soli, o con altri, verso le case lontane. «Noi dobbiamo lasciarci... » dobbiamo seppellire tutte le speranze del nostro amore, sentire a vicenda una immensa pietà delle nostre povere illusioni perdute... Questo voleva dirmi la donna che mi aveva tanto appartenuto, la sola per la quale non avessi considerato l’amore come una dolce avventura che passa e fluisce. Tanta strada si era compiuta per giungere ad una parola così ragionata e calma, dopo aver creduto alla indissolubilità, al sempre, al mai, a tutte le speciose favole degli amori che invece tramontano. Ahimè!... v’era una tristezza profonda, così nell’offrire, come anche nel rifiutare un simile patto. La guardai fiso, ed una specie di sgomento mi fasciò l’anima, perchè le sue pupille non tremavano, la sua bocca era ferma, e tutto in lei segnava una risoluzione immutabile. -- Hai scherzato... -- le dissi, con un sorriso che aveva paura di sè. -- Puoi credere che voglia scherzare in questo momento? -- mi domandò, coprendosi la faccia con le mani un po’ tremanti. -- Ma dunque... Ella non mi lasciò finire; levatasi, mi venne accanto, così da costringermi a guardarla bene in viso, e disse: -- Ascolta: fra noi, uno solo ha amato. Non vorrai convenirne, anzi ti parrà necessario spendere molte parole inutili... ma invece non obiettare nulla; quella sola son io. Feci un moto con la mano come per interromperla, ed ella mi prese la mano fra le sue, con dolcezza, facendomi segno che tacessi. -- Abbiamo passato insieme ormai due anni; è quasi la primavera, ti ricordi? la primavera di Torre Guelfa... I suoi occhi si empirono di lacrime, ed ella scosse il capo all’indietro, per resistere a quel pianto. -- Bah... non importa! E passato, è lontano... si dimenticherà. -- Elena, mio amore, -- la pregai, -- non continuare... Tutto questo fa male; poi è profondamente assurdo! -- No, è ragionevole. Voglio dirti una cosa molto ragionevole: tu non puoi vivere con me. Feci un rapido gesto di collera, ed ella mi contenne con soavità. -- Forse ora ti parrà un sacrificio, ma dopo me ne sarai grato. Non è colpa tua, nè mia; vi sono ragioni che rendono questa vita insostenibile, almeno a te. Io, che da lungo tempo vedevo sopraggiungere la necessità di un simile colloquio, mi sentii ferito, quando le sue parole, con tanta fermezza, ne affrontarono l’argomento. Ebbi quasi bisogno di offenderla. -- Fra noi, -- presi a dire schernevolmente, -- una sola ebbe coraggio; e questa sola sei tu -- sei ancora tu. Oh, non v’è dubbio! La tua fermezza è ammirevole! Fra la Elena di Torre Guelfa e la Elena d’oggi sono passati, non due, ma dieci anni di vita. Con un bel raggiro mi offri il mio commiato. Bah... me l’aspettavo, quindi non me ne stupisco affatto. Ella mi fissò profondamente, senza rimprovero, senza collera. Sorrise; quel sorriso mi parve, su la sua bocca, una pietà generosa che venisse dall’anima d’una sorella. -- Bisogna sempre difendersi, -- rispose. -- E tu, per difenderti, mi accusi. È umano, in fondo; ma sai benissimo che non è vero. La mia colpa fu in principio; se avessi avuta la forza di lasciarti allora, non saremmo giunti mai a queste umiliazioni. -- Parole, parole! -- feci amaramente. -- So che da molti mesi nascondi nell’animo il pensiero di abbandonarmi. Questa sera me ne parli: ti ascolto. Bene: fissiamo il giorno. Tutto e sempre finisce così... Si era distesa in una poltrona profonda, e premendosi il petto respirava con ansia. -- Come sei crudele! -- mi rispose. Gli occhi suoi fissavano un punto invisibile nella oscurità della stanza. -- Come sei crudele! Ancora, guardandola, mi sembrò che fosse tanto bella come nessuna cosa fu mai bella nel mondo, e un infinito smarrimento s’impossessò dell’anima mia. -- Tu chiami crudele un uomo che si dibatte contro il suo destino, -- dissi, cercando anch’io nell’ombra quell’ombra che i suoi occhi fissavano. Tra noi cadde un lungo silenzio; nella memoria e nell’anima passaron cose molteplici; un desiderio di lacrime ci soffocò entrambi. Allora, quasi continuando un mio sogno, le ripetei sottovoce: -- Io ti volevo amare per sempre... -- Ma non si può... -- mi rispose con una voce rassegnata. -- Quante cose belle non si possono avere nella vita! Noi stessi uccidiamo ogni giorno qualcosa del nostro amore. -- Questo è vero. -- Anche tu lo sai, Germano? -- E come non lo saprei, se ti amo, se ti ho amata sempre con tanto dolore! -- Un’altra pausa interruppe le nostre parole; lunghe torme di visioni attraversarono la memoria evocatrice. -- Germano, -- ella disse, -- come tutto è triste qui! La mia voce stessa mi fa male. Vorrei tacere, tacere sempre... Portai una seggiola vicino alla sua poltrona e posando i gomiti sul bracciuolo, mi raccolsi la faccia nei palmi delle mani. Sentivo il suo respiro scorrermi su le falangi. -- Ti ricordi? -- le dissi; -- a Torre Guelfa c’era una stanza... -- Sì, una stanza grande... -- E con la mano accennò la memoria. -- Un letto alto e profondo. -- Sì, un letto immenso. -- Poi, la mattina, il sole veniva fin su la coltre. -- E le contadine cantavano. -- Ed il glicine folto entrava quasi nella stanza. -- Ogni mattina se ne coglieva un ramo. -- Come tu mi amavi allora, Elena! -- Taci!... -- E ti ricordi quelle sale così vuote, così grandi? -- Sì, sì... -- Ed il giardino? -- Oh, il mio giardino, come lo ricordo!... -- E Lazzaro? -- Lazzaro, la sua cavalla saura, che volava! -- Ed i pranzi che facevamo sotto il pergolato, ed il nostro balcone azzurro, dal quale guardavamo le stelle prima di coricarci?... -- Taci, taci! Sì, mi ricordo tutto, ma taci! -- Che bella casa!... -- Che bella casa!... -- Non vorresti ritornare laggiù, Elena? -- Oh, quanto lo vorrei!... -- Ed aperse le braccia, come in un gesto d’inutile desiderio, immenso. Allora mi chinai su la sua bocca e baciai le lacrime che vi erano trascorse, in silenzio. -- Perchè mi baci ancora? -- ella domandò affannosamente. -- Non vedi che ogni volta mi fai più male? -- Ma pensa che ti desidero ancora, io, come la prima volta! più della prima volta! Ella rise, tra le lacrime, con la gola riversa, un po’ turgida, il seno inquieto. Le ciglia chinate oscuravano il pallore del suo volto. -- Per quanto tempo ancora ti ricorderai di me? -- domandò, stringendosi tutta contro la mia persona. -- Non voglio ricordarmi, voglio averti sempre, sempre! Le sue mani mi lisciavan ora i capelli, dolcemente, lentamente. -- No, ascolta. Io non son stata gelosa, finchè ti ebbi: lo diverrò terribilmente quando sarai lontano. Non ridire a nessuno quello che hai detto a me... non voglio. Perchè t’ho appartenuto come nessun’altra e vorrei rimanere nella tua memoria, io sola... -- Che bambina sei! Devi pur comprendere che non ti lascerò. -- Ma si deve... non c’è rimedio. Se non m’avessi conosciuta, oggi avresti una famiglia, saresti ricco, libero, allegro. Invece non ridi mai... Forse mi vuoi bene, un poco, ma mi odii anche, perchè sono la tua catena e ti penti oggi di non esserti sposato... come dovevi. -- Ma no, Elena, t’inganni. -- La donna che ama non s’inganna mai. Vedi chiara la tua sorte e pensi ad una salvezza. È così giusto in fondo! Poi, voglio confessarti anche una mia piccola indelicatezza... -- Dimmi. Le avevo slacciato l’abito e le baciavo la gola. -- Che fai? -- Nulla. Respiro il profumo che hai qui... un profumo di rose fresche. -- Allora, mi ascolti? -- Sì. -- L’altro giorno hai lasciato sulla tua scrivania due lettere di Fabio Capuano. Mi sono immaginata che le avessi lasciate apposta perchè le leggessi, e, per la prima volta, sono stata indiscreta: le ho lette. Me ne rimproveri molto? -- No, affatto, anima mia; non ho secreti per te. -- Però le nascondevi sempre. -- Oh, Dio... quell’uomo ha certe sue fissazioni! Mi seccava che tu leggessi certe bizzarìe... Ad ogni modo poco importa. -- Da quelle due lettere ho immaginate le altre, ed anche le tue. Così mi sono persuasa che devo trovare il coraggio di renderti la tua libertà. -- Non gli badare; è un pazzo! -- No, è invece un uomo di buon senso, e ti vuol bene. Poi, non vedi quante cose si mormorano a Roma sul tuo conto? Insomma non c’è che una strada: quella che il Capuano t’insegna, e, se io te l’impedissi, mi crederei colpevole della tua rovina. -- Elena, se tu mi volessi bene veramente non parleresti così. Non credo a questi sacrifizi. -- Ma nell’anima si può morirne, forse... Che ne sai tu? Compresi che il momento era venuto per una intera sincerità. -- Ascoltami bene, -- le dissi, prendendole i due polsi, come per non perdere un solo battito delle sue vene, ma insieme per stringerla nel dominio della mia volontà. -- C’è una cosa vera: continuando in questo modo si andrebbe incontro all’irreparabile; tu lo comprendi, e come rimedio mi offri un sacrifizio il quale, a parer mio, supera la natura dell’amore. Ma voglio credere alla tua franchezza. Ora senti, Elena: di me conosci molte cose, molte anzi che vorrei tu non sapessi... A questo punto mi pentii d’avere cominciato un discorso così grave e cercai un mezzo per evitarne la conclusione. Ma ella, vedendomi esitare, mi sollecitò con una frase che mi dette coraggio. -- Sai pure -- disse, -- che per te sono anche una vera amica. -- Bene, allora continuerò; sebbene le parole che sto per dirti mi brucino veramente le labbra. Senti: io ti voglio bene, davvero, profondamente; non ho amato che te, con l’anima e coi sensi; tu mi sei necessaria; il resto della mia vita non fu che scherzo, fumo, polvere, nulla. Se ti avessi conosciuta prima, forse mi avresti anche insegnato l’amore della famiglia, dei bimbi, della quiete, cose che non conobbi mai. Sei venuta troppo tardi, e il nostro amore dovette soffrire le conseguenze di tutta una vita anteriore. Ma non ti voglio perdere; non voglio, capisci? -- perchè ne proverei tale uno schianto, che non oso nemmeno pensarvi. Quindi ho ragionato a lungo, in silenzio, anch’io. Senti: un rimedio c’è, ma non è onesto. Vuoi che lo esaminiamo? Poichè la guardavo direttamente, ella chinò gli occhi e rispose: -- Volentieri. Esitai lungamente, un rossore mi coverse la faccia, guardai altrove, impacciato. -- È una cosa orribile... -- mormorai. -- Ma non sempre la vita lascia una libera scelta fra i mezzi opportuni. D’altronde, che fa? Ti voglio bene; questo solo è vero. Dunque ascolta. So benissimo che potrei tornarmene a Roma, ed in poco tempo, nonostante l’accaduto, rimediare a tutto. La mia salvezza unica si riduce infatti a questo matrimonio. Ebbene, senti... lo farò, lo farò contro il mio cuore, ma ad una sola condizione: che tu mi appartenga lo stesso... -- Basta! Non proseguire; ho compreso, -- ella disse con indulgenza, per abbreviare la mia vergogna. Di nuovo le sue falangi lievi, con un gesto di consolazione, mi passarono tra i capelli, e nel lungo silenzio ch’ella frappose dinanzi alla risposta, forse dalla malinconia del suo sguardo, forse dalla tristezza del sorriso che le rischiarava la faccia, compresi di aver commesso un grande fallo e mi sembrò di aver aperta in quell’anima una profonda ferita. -- Germano, -- ella mormorò; -- se avessi avuto ancora un piccolo dubbio su ciò che si chiama il tuo amore, queste parole mi avrebbero tolta l’ultima illusione. M’hai fatto comprendere con evidenza quella verità che avevo solo intuita. E le lacrime scorrevano piane, lente, per la sua faccia cosparsa di pallore. -- No, -- riprese. -- Ognuno ha la propria fierezza, la propria gelosia nell’amore. Vedi, lo hai detto tu stesso: il rimedio non è onesto, e nemmeno sincero forse. Lo proponi, conoscendone l’assurdità. Di fatti, se pure l’accettassi, provvederebbe la forza delle cose a renderlo vano. Ma non temere: io non son donna da scendere a questi patti. -- Elena, -- balbettai, -- perchè mi comprendi così male? Oh, se avessi taciuto! Il rossore, il turbamento, il rimorso, fecero di me in quel momento una creatura bassa ed umiliata. Con un atto di vera debolezza m’inginocchiai davanti a quella donna, che ancora una volta mi si mostrava bella e pura; nascosi la faccia nel suo grembo e piansi. Sentii le sue mani congiunte posarmi sul capo, con la lievità d’una carezza, e l’intesi dirmi, piano, come si profferisce un voto: -- Io ti faccio una sola promessa: quella di non amare mai più, nulla, nessuno, dopo di te, -- neanche te, se ti potrò dimenticare. Nella vita bisogna essere statue, simulacri di creature umane, ma soffocare l’anima, soffocare l’anima con gioia! Sono stata una cosa tua, cercando sempre di non lasciarti comprendere fino a qual segno ti appartenessi; ma ora mi riprendo, per tornare la zingara di una volta, e non ti farò subire la noia del mio dolore. Guarda: io posso guarirmi sùbito... posso anche ridere! In quella stanza, nel silenzio della notte già inoltrata, il suo riso mi parve tragicamente sinistro. E questo pazzo cuore, che mai conobbe la natura de’ propri sentimenti, provò il bisogno di protendere ancora la sua volontà gelosa e forte su quel dominio che gli sfuggiva, onde mi parve che l’amor mio crescesse, fino a divenire un tormento, fino a sentirsi capace d’improvvise violenze. -- Tu non puoi non appartenermi! -- esclamai con ira. -- Non puoi dimenticarmi, come io non posso dimenticare te. Ella si levò diritta, rimase un momento, muta, rigida, fissandomi quasi con odio. -- Lo credi? -- rispose con una voce piena di scherno, che mi sibilò fin nel cuore. Dall’alto paralume della lampada le pioveva sui capelli color dell’oro e del bronzo una diffusa luce, formandole intorno al capo quasi un’aureola splendente. Ed io, come se l’avessi già perduta, mi ricordai la sua carne viva, posseduta con tristezza e con furore, mi ricordai le sue labbra che sapevano di primavera e le parole che mi avevano mormorate nelle notti d’amore. La vidi camminare per la stanza, fermarsi davanti ad uno specchio, alzar le due mani con pigrizia per ravviarsi i capelli. Le andai vicino, e la baciai. Ella divenne tutta bianca, cercò di respingermi, poi, d’un tratto, si mise a ridere. Lo specchio, di fronte, le rimandava il suo riso convulso. Allora, sotto gli occhi, negli angoli della bocca, nel cavo del mento, su le tempie, alle radici dei capelli, nel solco profondo che le si formò tra i sopraccigli, vidi apparire un’ombra che non conoscevo, quell’ombra che somiglia quasi alla paura dell’anima quando incomincia la voluttà. Fra le sue labbra socchiuse i denti scintillavano, minuti e crudeli; la sua gola scoperta era gonfia di riso e di singhiozzo; intorno ai polsi, per la inquietudine de’ suoi movimenti, si udiva un tintinnire di braccialetti che mandavano splendore. Dal sommo della fronte al lembo della gonna ella era tutta una voluttà sola. X Il denaro atteso mi giunse da Roma, con una lettera del Capuano, dov’egli giustificava il ritardo spiegando le varie difficoltà incontrate nel procacciarmi un nuovo credito. Tuttavia compresi di dovere a lui solo questo generoso favore, e poichè sapevo ch’egli non era un uomo ricco, la sua bontà mi commosse tristemente. Ma ebbi vergogna, e nel ringraziarlo finsi di non aver compreso. Verso quel tempo il d’Hermòs fece ritorno a Parigi. Nutrii la speranza nascosta ch’egli potesse aiutarmi ancora, ma invece doveva sùbito partire per l’Egitto, dove, ad ogni costo, mi voleva con sè. Non mi sentivo l’animo d’intraprendere viaggi e molte risoluzioni urgenti stringevano la mia perplessità. Quello che accettai senza discutere fu di recarmi a Londra una seconda volta per vendere un buon numero di pietre sciolte e consegnare una collana di rubini ad un certo personaggio misterioso, che venne appositamente dalla Scozia per incontrarsi meco. Sulle pietre feci un lauto guadagno, e, quanto alla collana, il d’Hermòs mi disse che avrei ricevuta la mia parte in séguito, quando la si vendesse. Intanto si avvicinava la scadenza dell’ipoteca fatta con il Rossengo di Terracina, e da Roma l’amministratore mi tempestava di lettere, sollecitando la mia presenza ed avvertendomi che il creditore non era questa volta propenso ad alcuna transazione. Risposi che non avevo denaro per riscattar la terra, e trattasse pure una vendita vantaggiosa, che presto sarei venuto. Non v’era più salvezza: bisognava chinare la fronte. Raccontai queste cose ad Elena, ed ella mi domandò semplicemente: -- Quando andrai via? Risposi: -- Non so. Forse domani, forse mai. Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci; entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe ore nella sua camera, spesso con l’uscio aperto; la vedevo star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su, in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni giorni; andavo da una stanza all’altra, ozioso, trasognato, sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio. Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall’irrequietudine, poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili, e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie il rombo d’una voce interiore, che mi andava gridando con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!» Mangiavamo a lato a lato, in silenzio. Cosa passò in quell’anima? nella mia?... Chi potrebbe mai dirlo? E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell’anno anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno, avanti, indietro, come se la città intera s’allietasse nel visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un lato all’altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori, di nozze nuove, di cortesi galanterie, d’allegrezze primaverili. Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure, muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere la primavera invano. Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte, poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio terrazzo e sollevò il paniere. -- Atténdimi, -- le dissi; -- ora scendo. E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme. Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com’erano, su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza inutile. Povere violette, povere rose, povero me stesso che le avevo portate! Dal poggiolo aperto, l’alito primaverile scorreva sovr’esse, agitando i cálici colmi di gocciole splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo per un amore condannato! E guardandole mi rammentai quel giardino di Torre Guelfa, dove c’era una pergola tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai ch’essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei fiori d’Italia, e mi sovvenne del giorno ch’eravamo partiti insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera. Volli chiamar Elena per dirle: -- Guarda: sono gli ultimi fiori... -- ma compresi che avrei pianto, e l’avrei fatta piangere, mentre nel nostro immenso dolore la sola cosa benefica era il silenzio. Quando entrò, li vide. Con i suoi occhi lucenti mi mandò un sorriso e fece scorrere la mano sui fiori, delicatamente, come avrebbe fatto per carezzare la testa di un bimbo. Poi li portò nella sua camera, sempre in silenzio. Intanto i giorni passavano, in quella perplessità simile allo sgomento; noi fummo come due sconosciuti che facessero insieme una veglia di morte. Ma un pomeriggio, mentre in ozio fumavo nel mio scrittoio pensando a cose lontane, ella entrò, sorridente, leggera, e mi disse come per ischerzo: -- Vieni, ora faremo i tuoi bauli. Ogni linea del suo viso tradiva uno sforzo incredibile di volontà; la guardai meglio; mi parve che ci fossero nella sua persona i segni d’una profonda stanchezza; mi ricordai che ogni tanto la vedevo passarsi una mano su gli occhi, o premerla contro il petto, con un sospiro quasi di soffocazione. Inoltre non camminava più così diritta; c’era nella sua persona quasi uno sfiorire lento. La seguii senza rispondere; aveva già fatti portare i bauli nella mia camera, e s’accinse a riempirli, volendo che l’aiutassi. Vuotò i cassetti, dispose le biancherie sul letto, gli abiti a mucchi su le poltrone, le scarpe da un lato, i libri, le cravatte, i profumi dall’altro, poi, mettendosi a ginocchi dinanzi al baule aperto: -- Mi darai le cose ad una ad una, -- disse; -- io le riporrò. La stanza era piena di sole; anche la coltre, i cuscini, gli abiti sparsi, le camice fresche di stiratura, i libri scompigliati, le boccette de’ profumi, l’avorio dei pettini, le scatole, i gingilli, tutte le cose che si preparano a chi va via, tutto brillava, mandava una luce vivissima in quel giocondo sole. Ed i suoi capelli anche; i suoi capelli, quando si abbassavano verso il fondo del baule, traversando una striscia di sole, davano qualche lampo di straordinaria luce. Ella parlava naturalmente, come se fossi andato per un viaggio breve, e già, partendo, si pensasse al ritorno. Invece no. Partire per sempre, dirsi un’ultima volta, perdutamente, addio... sentire che dopo, che mai, quel bene sarebbe ricuperato. Non sapere più nulla, mai più nulla di ciò che avverrebbe all’altro; portare via negli occhi l’ultima, la più bella immagine dell’amore perduto. Partire: mettere tra l’uno e l’altra la lontananza e non l’oblio, l’ignoto e non la pace. Portare con sè un grave peso di desiderii non estinti, e sapere che la vita dovrà necessariamente continuare per entrambi, arida, squallida, come una terra devastata. E lentamente rievocare tutto il passato, le ore più dolci, le ore più tristi, e le vicende che si ebbero, le parole che si dissero, le promesse che furono scambiate, e sentir crescere nel profondo cuore una terribile disperazione muta... Poi un altro pensiero subitaneo, crudele, tagliente, come una lama ben affilata: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.» La guardai. Stava un po’ china sul letto, intenta a ripiegare con somma cura un abito mio che rammento ancora, di un color cenere quasi celeste, a sottili trame, un abito che indossavo sovente perch’era il suo preferito. Quasi ad interrompere il silenzio, le dissi: -- Non riporre quell’abito; lo metterò per il viaggio. Ella sostò nel mezzo della sua faccenda, naturalmente, con un sorriso calmo su le labbra: -- Questo vuoi mettere? Che idea! È troppo chiaro; ti si rovinerà. Stando così, un po’ curva, con le mani poggiate su l’abito, la sua faccia splendeva interamente nella obliqua striscia di sole. -- Che importa? -- risposi. -- Non è questo un abito che ti piaceva? Dunque bisogna sciuparlo. E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile, dall’altra parte del letto. Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli; non rispose, finse di non aver udito e pose l’abito su la spalliera d’una seggiola. Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva dietro lei, dovunque passasse, come una traccia soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate, sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei. Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.» Con gli occhi un po’ ebbri, che l’amore aveva resi esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo, vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto, i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti posso, non ti posso perdere!» Ma invece tacqui; pensai ch’era una sciocca debolezza la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le biancherie, nel sole. Dall’altro lato, sopra un tavolino, in una grande cornice di pelle incisa a gigli d’oro, c’era un suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo, queste parole scritte di suo pugno: «-A toi toujours... -- Hélène-» E una data. Parole vuote in fondo, come tutte quelle che ricordano e promettono l’amore. Ma in quel momento mi parvero singolarmente piene d’irrisione; mi parvero quasi un’ultima, sottile ironia, nella eterna commedia del sentimento. Oh, l’amore, che dice «sempre» -- che dice «mai», che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro infedele spirito! Mi parve in quel momento ch’ella fosse la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo, fasciandomi l’anima d’un involontario bisogno di pianto. E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell’oro e del bronzo, ch’era venuta nella mia casa di Roma, una sera -- una sera d’autunno -- a bere una tazza di tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava, più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera casa! -- pensavo; -- la rivedrò fra qualche giorno, vuota, e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella sera d’autunno, di quel fuoco e di quei fiori....» A un certo momento ella mi venne presso, per cercar qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie. M’interruppe ne’ miei pensieri e l’immagine viva si sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più forte che la volontà; rapidamente l’afferrai per i due polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina. -- Perchè mi respingi? -- le dissi. -- Non vedi come soffro? Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi i polsi ed appoggiandosi appena contro le mie ginocchia. -- Tutto questo non fa male anche a te? -- le domandai, piano, attirandola. Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d’inutilità. -- Credo, -- soggiunsi, -- che non potrò mai partire. Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare tremito, ch’era come il principio d’una parola non detta. Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare la sua tristezza e la mia. -- Se partirò, -- le dissi, -- tu mi dimenticherai sùbito. Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino; dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra un sogno! Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono giù, caddero. -- Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l’ultimo bacio... l’ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi, che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai nemmeno più. Ed anch’io piangevo, dolorosamente. Bisognava godere tutto il supplizio di un’ora così definitiva. -- Guarda, -- continuai; -- le cose nostre avevano presa l’abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere, bisogna dire: «Questo è mio -- questo è tuo.» E domani non troverai più le mie cravatte ne’ tuoi cassetti, nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più libera. Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere nelle mie braccia o rovesciarsi all’indietro; volle ridere, piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa, nella sua camera, chiuse l’uscio a chiave, ed intesi che si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza pensare. Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito d’aria fredda; nell’ora del tramonto quella giovine primavera pareva un grigio inverno. In quella penombra mi guardai d’attorno, come per raccogliere in me una memoria d’ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti, armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo. Lentamente l’ombra cresceva, e con essa i pensieri si facevano più foschi. Dicevo a me stesso: «Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere». E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono? Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null’altro che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza? Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso ti elargisci. La tua natura d’istrione ti soverchia l’anima. Tu l’ami l’amore ed ami il dolore, ma in verità non ami e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha nome. Va! Ti aspetta un’altra vita, la sola che a te convenga. Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!» Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era finalmente l’amore, l’amore triste, inguaribile, angoscioso, pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed inebbria come un liquore. Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi piacque avere nell’anima, per sempre, un flagello, in quest’anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel momento avevo ancora vent’anni. Più tardi ella s’affacciò all’uscio, per dirmi, come diceva sempre: -- Vieni, è l’ora del pranzo. -- Elena... -- la chiamai, sollevandomi con il gomito sui guanciali. Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo vicini, tristemente, per l’ultima volta. Ella vide che avevo pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all’intorno da una grande ombra. -- Perchè non mangi? -- le domandai. -- Non ho fame. -- Indi una pausa: -- E tu? -- Nemmeno. Presi una posata e l’esaminai: v’erano le mie cifre, la mia corona, incise. La feci battere su la stoviglia e dissi: -- Ti ricordi quando abbiamo comperata quest’argenteria? Ella si ristrinse nelle spalle, chiudendo gli occhi, abbassando il viso; -- Sì, mi ricordo. Elena faceva ella stessa il caffè; quando l’ebbe versato nelle tazze, trangugiò in fretta qualche sorso, poi fece atto di levarsi. -- Dove vai? -- Di là. -- Dove? -- Nella mia camera. Detti in uno scoppio di riso acre: -- Ti annoia tanto la mia presenza? Domani non ci sarò più. In silenzio ella tornò a sedere. -- Che male ti ho fatto perchè tu mi debba odiare? -- soggiunsi. -- Non hai pietà veramente! Ora ti conosco bene. -- Chi di noi due non ha pietà? -- ella chiese con la voce spenta, illuminandosi d’un amaro sorriso. E continuò: -- Cosa vuoi da me dunque? che mi butti alle tue ginocchia e ti supplichi di non partire? Questo no! Il mio carattere non lo consente. So che non possiamo più vivere insieme; so che, lontano, puoi ritrovare la felicità, e mi sopprimo assolutamente, scompaio, cerco di render facile quest’ora, che un’altra si compiacerebbe forse di render tragica. Dimmi: cosa puoi chiedere di più ad una donna, e sopra tutto ad un’amante? Le andai vicino, e chinandomi su la sua bocca, poichè sentivo che non mi avrebbe respinto: -- Cosa farai senza di me? -- le chiesi. -- Non so! non so!... -- rispose concitata. E scuoteva il capo, e serrava le palpebre, come per sottrarsi ad ogni pensiero. Le cinsi con un braccio la vita, e lievemente, con il timore delle prime volte, la baciai. Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle infinite. -- Che farai senza di me? -- le chiesi ancora. Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento, un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente, dando a quel lembo di città l’aspetto d’una fiera notturna, che brillasse nella confusa distanza. -- Che bella notte! -- esclamai. -- Che triste bellezza mandano tutte le cose quando si deve partire! Salivano canzoni di gioia, tra le folate d’aria. -- Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono, gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi.... Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti, si vedevano passare carrozze, vetture, l’una dietro l’altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo. Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch’io, di perdermi anch’io, per l’ultima volta, con la donna che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e smoderate ambizioni. -- Usciamo, -- le proposi. -- Mettiti un cappello e vieni con me: qui si muore! -- E là?... -- diss’ella semplicemente. -- Là si canta, c’è molta luce, molto riso... Vieni, ho voglia di stordirmi, di ridere anch’io!... La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini. XI I facchini si caricarono i bauli su le spalle, con fatica, e li portarono giù per le scale. Dalla finestra noi li vedemmo posare sul carro, che mosse barcollando per la strada, fino allo svolto, e scomparve. Stavamo stretti l’uno all’altro, percorsi da un freddo brivido in ogni vena, senza poterci parlare, senza poterci guardare. Avevamo negli occhi entrambi l’ardore della notte insonne, di cui mi sovvenivano i baci e le lacrime come la memoria di una complicità indistruttibile. Tutto quel giorno contammo il tempo che passava, muti, gelidi, come se in quel giorno finisse la vita. Poi s’intese l’orologio a pendolo nella sala da pranzo battere cinque pesanti colpi, e ci guardammo nel viso percossi dallo stesso pensiero. «L’ultima, l’ultima ora...» La presi nelle braccia e la strinsi così forte che le dovetti far male; con le labbra aride ci baciammo fino al dolore, quasi per comunicarci nel respiro l’anima. Era stato ancora un giorno di sole; ora, su l’imbrunire, vaste nubi scalavano l’orizzonte, sfioccandosi per l’aria, tra un fresco odore d’acqua vicina. Senza dirci nulla, entrambi andammo nella sua camera; ella si mise un cappello nero guernito di rose, coprendosi la faccia con un velo fitto, e s’appoggiò con il dosso alla specchiera dell’armadio per mettersi i guanti. Una rosa che le pendeva giù dal cappello, su l’ala, da un lato, si guardava nello specchio, tutta sbocciata e vasta, tremolando ad ogni movimento che facevano le sue dita nell’abbottonare i guanti. Per aver libere le mani, teneva un manicotto di lontra chiuso tra le ginocchia, in un solco della gonna, e il brillare delle sue scarpine appariva di sotto la balza, con un riflesso fermo. La prima volta ch’era venuta nella mia casa di Roma, s’era messa così contro il camino, ed anche allora portava un velo fitto perchè non la riconoscessero per via. La guardavo trasognato, credendo ancora, per una aberrazione ultima, che un altro partisse, non io, che un’altra donna m’accompagnasse, non lei. Venne Clara e mi portò il cappello, il soprabito, mi diede anche un piccolo involto, forse un oggetto dimenticato. Presi ogni cosa macchinalmente, guardai da una stanza nell’altra, come per raccogliere di tutte la memoria ultima, guardai e vidi ogni cosa, tutte le più piccole cose: mi sentii vacillare ad ogni passo, e giunsi con Elena fino alla soglia di casa. Clara ci aveva seguiti, ma non osava parlare. Stavo già sul pianerottolo, quand’ella mi disse timidamente: -- Buon viaggio, signore. -- Addio, -- risposi senza volgermi, come se uscissi per una passeggiata. Poi m’avvidi che partivo per sempre, tornai indietro, le strinsi la mano, ben forte; vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime, ed anch’io, sentendo che le mie ciglia s’inumidivano, rivolsi la faccia in fretta. Ella rimase in alto e guardò giù dalla ringhiera. Mentre passavamo, il portinaio venne a salutarmi. -- Parte il signore? -- Sì. -- Vogliono una vettura? -- No, grazie. E ci trovammo fuori, sul marciapiede, fra molta gente che passava rapida. Mi parve che la strada quel giorno, avesse una fisonomia del tutto insolita. Elena teneva la faccia così china che non riuscivo a guardarla negli occhi. La presi a braccio e camminammo rasente i muri, angosciati, eppure insensibili. Tutte le cose circostanti attraevano il mio pensiero, molto lontano, fuori dalla realtà. Passava un cavallo, e pensavo la storia di quel cavallo, zoppicante sul lastricato tutto il giorno; la storia del suo cocchiere, della sua posta; pensavo ad altri cocchieri, li vedevo incrociarsi urlando, facendo schioccar le fruste, rassegnati e grotteschi; mi parevano cose, non uomini, -- cose più miserevoli del loro cavallo. Passava un soldato, e pensavo le caserme, le riviste, le uniformi, le osterie dove si andavano ad ubbriacare, le case turpi ove trascinavano le lor sciabole rumorose; passava una donna giovine, bella, e pensavo all’amante che l’aspettava in una casa recondita, -- una donna brutta, povera, e pensavo alle camere buie, dove i bimbi strillavano, mentre il marito le appestava l’aria con la sua pipa nera di acre tabacco.... E tutte queste visioni riddavano sopra uno sfondo di dolore immenso, ch’era il mio stesso dolore. Di quando in quando una lucidezza terribile mi feriva la mente, e sentivo tutti i miei nervi contorcersi fino allo spasimo. D’un tratto Elena si fermò, poggiandosi contro il mio braccio con entrambe le mani, che si contrassero. -- Non posso più camminare... -- mi disse con un alito. -- Chiama una vettura. Ne passava una; la fermai; vi salimmo. Intorno, per la via popolosa, le vetrine fiammeggiavano, imbiancando i marciapiedi; le carrozze lente, in più file, ogni tanto sostavano per dare il varco alla gente. Rincantucciati nella vettura buia, l’uno contro l’altra, tenendoci le mani, ebbi voglia che il cavalluccio continuasse indefinitamente il suo trotterello stanco, per non giungere mai, per non scendere più. -- Ti senti male? -- domandai. -- No, è stato un momento... nulla. Ora passa... passerà. Le cinsi con un braccio le spalle, delicatamente, come se il mio amore potesse guarirla. Ella si rannicchiò al mio fianco, facendosi piccola, con un movimento pieno di paura. -- Mi scriverai? -- Sì, amore. -- Ogni giorno? -- Se vuoi... -- E tutto mi scriverai? -- Tutto... sì, tutto. -- Fin quando? Ella fece un vago segno, come per dire: -- Chissà? -- Io lo so fin quando... -- risposi. -- Lo sai? 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000