-Oscar Strauss-, -Ziehrer-, -Fall-, ecc.) ad onta degli incomprensibili successi sono opere di meschinissimo valore artistico e non vivono che di motti salaci o di allusioni politiche, avvicendandosi in essa la sentimentalità di cattivo gusto col libertinaggio, le romanze patetiche con quelle da trivio, le pose drammatiche con quelle grottesche ed acrobatiche. Quasi contemporanea dell'opera romantica tedesca è la -grand-opéra- francese di -Auber-, -Rossini- e -Meyerbeer-. Come la prima anch'essa è figlia del suo tempo, e quantunque nata all'epoca della Ristorazione, essa preludia ai tempi che si preparavano, alle nuove idee che dovevano produrre la Rivoluzione di Luglio (1830). La grande opera nacque in Francia, non perchè essa fosse l'opera nazionale, ma perchè Parigi era un centro internazionale, al quale s'indirizzavano i maestri d'ogni nazione. Così noi vediamo il fiorentino Lulli fondare l'opera classica francese, Cherubini e Spontini l'opera dell'epoca della rivoluzione dell'impero, Rossini e Meyerbeer la grande opera francese, giacchè Auber, quantunque il primo della triade, risente gli influssi di Rossini e di Weber. La grande opera si distingueva dall'antecedente più negli elementi esteriori che nell'intrinseco. Il soggetto abbandona la mitologia ed il classicismo ed è di solito storico, l'importanza principale si concentra nella situazione, nei grandiosi quadri, nelle descrizioni, nel mettere in moto grandi masse, in una parola nell'effetto raggiunto col lusso d'una musica brillante, delle decorazioni, del ballo. La grandezza ed idealità inerenti alla -Muta- di Auber ed al -Tell- di Rossini vanno sempre più perdendosi in Meyerbeer, che manca di sincerità e d'unità di stile e sacrifica ogni cosa all'effetto. Il primo a scendere nel nuovo agone fu -Daniele Auber- (nato a Caen nel 1782, morto a Parigi nel 1871). Dapprima destinato alla mercatura, si dedicò in seguito alla musica, che studiò con Boieldieu e Cherubini. Quantunque il suo genio lo portasse all'opera comica, nella quale ci lasciò veri modelli del genere come il suo -Muratore e fabbro- (1825), -Fra Diavolo- (1830), -Domino nero- (1837), -i Diamanti della corona- (1841), -la parte del Diavolo-, ecc., lo spirito di libertà, che nei primi lustri del secolo si faceva sentire, non rimase senza influsso sul suo animo facilmente impressionabile ed egli gli diede la più faconda espressione nella sua -Muta di Portici- (1828), la cui altezza e genialità egli non seppe più raggiungere. In esse sono la franchezza e spontaneità dell'ispirazione, la passione, l'ardire del declamare ampio che ci attraggono. Magistrale poi ne è il colorito locale quasi pari a quello del -Tell-. La -Muta- appartiene ad un nuovo stile che potrebbesi giudicare nato dal connubio dell'opera nazionale francese col genio rossiniano. Ma se Auber seppe apprendere da Rossini, egli non perdette l'impronta nazionale, che anzi conservò evidentissima anche in questa opera, unica che scrisse del genere. Eppure la -Muta- non è oggi più «calda sino a bruciare», come la dice Wagner ed essa si sostiene più per i ritmi piccanti, le scene di colorito nazionale e le danze che la passione dei suoi canti ed è perciò che il -Fra Diavolo- sopravviverà senza dubbio alla -Muta- come il -Barbiere- al -Guglielmo Tell-, perchè i maggiori meriti di Auber si trovano nelle sue opere comiche, nelle quali egli sviluppa i suoi pregi, quali la suprema grazia, la facilità e varietà ritmica, la accuratezza della forma aristocratica, e non ultimo fra questi l'aver saputo togliere alla forma stereotipa della canzone francese la durezza e rigidezza. A lui, che fu per molti anni direttore del Conservatorio di Parigi, la sua nazione deve senza dubbio gran parte della sua supremazia nell'opera comica. Come la -Muta di Portici- risente l'influenza di Rossini per quel che riguarda specialmente la melodia, così il -Guglielmo Tell- di quest'ultimo, la seconda opera del nuovo genere (1829), mostra l'influsso della musica francese non sulla facile melodia italiana, ma nella ritmica, nella struttura dei pezzi e nell'accuratezza dei particolari. Il -Guglielmo Tell- è l'opera d'un genio che ripete il prodigio di Mozart, d'aver saputo cioè assimilarsi gli elementi d'ogni scuola nazionale, amalgamandoli in un tutto essenzialmente organico senza perdere l'impronta originale. In essa ammiriamo la spontaneità melodica, la profondità del sentimento semplice e vero, la leggiadria ed il colorito locale e la caratteristica. Perciò il -Guglielmo Tell- è una di quelle pochissime opere, come il -Don Giovanni-, che cessano d'essere il patrimonio d'una singola nazione per diventarlo di tutte, perchè esse raggiungono gli ideali comuni a tutte. Rossini vi s'era preparato col -Mosè- rifatto e l'-Assedio di Corinto-, che però ad onta dei loro pregi non possono servire di paragone, per cui quando comparve il suo -Tell- la sorpresa pareggiò l'immenso successo. Chi raccolse il retaggio di Auber e di Rossini fu di nuovo uno straniero, -Giacomo Meyerbeer-. Negli ultimi tempi la moda, che non di rado anche in fatto di musica esercita i suoi supremi diritti, lo scelse a capro espiatorio facendogli scontare quel tanto di lodi iperboliche delle quali lo aveva prima colmato. Come al solito la verità sta nel mezzo e se non è giusto il voler annoverare Meyerbeer fra i più grandi genî musicali, altrettanto ingiusto è il voler negare che egli fosse uno dei più fortunati musicisti drammatici e che molte parti delle sue opere, specialmente degli -Ugonotti- e del -Roberto-, appartengano alle più geniali e potenti ispirazioni. Il difetto capitale di Meyerbeer è la mancanza di sincerità artistica. Egli è maestro dell'effetto raggiunto con ogni mezzo ed a questo egli sacrifica e verità e naturalezza. Egli non segue l'impulso interno, ma calcola e specula quasi sul gusto del suo tempo e gli fa concessioni. Egli è eclettico fino all'eccesso, ma non sa come Mozart e Rossini unire gli elementi disparati delle diverse scuole, sicchè le sue opere non fanno l'effetto di un'opera organica. Egli esagera e cerca nascondere l'intima povertà sorprendendo le masse colla virtuosità del canto, coi grandiosi finali, con un'azione spettacolosa. Ma questi suoi difetti principali non devono renderci ciechi per le sue grandi doti, quali l'intuizione drammatica, la ricchezza melodica, la suprema padronanza dei mezzi e la sua potenza coloritrice nell'orchestra. Meyerbeer, quantunque caposcuola e prototipo di molti musicisti posteriori, non è originale come Rossini, Weber ed altri, nè il suo stile, per quanto di questo si parli ha un'impronta speciale e propria, ma esso è piuttosto l'apparenza d'uno stile sapientemente artificioso. Il motivo per cui la reazione posteriore si fece strada è del resto più profondo che per avventura si creda e dipende dagli ideali dell'opera drammatica moderna del tutto diversi da quella meyerbeeriana. La prima non li scorge più nei contrasti non motivati, nella grandiosità delle masse, nè nella ampollosità della frase, ma nella verità di sentimento e dei caratteri. Del resto tanto il -Tell- che le opere di Meyerbeer appartengono ormai alla storia e per giudicare adeguatamente è necessario aver riguardo all'ambiente ed all'epoca dei loro autori. -Giacomo Meyerbeer- (Jacob Beer) nacque ai 5 settembre 1791 in Berlino da ricca famiglia. Già nel 1800 egli si distingueva come virtuoso di pianoforte e dava motivo alle più alte speranze. Compiti gli studî musicali presso l'abate Vogler a Darmstadt (1810), si provò con poco successo sui teatri di Germania. Venuto in Italia, dove Rossini col suo -Tancredi- aveva destato gli entusiasmi del pubblico, si mise ad imitare con fortuna lo stile di questo, specialmente nel suo -Crociato in Egitto-. Dall'Italia passa in Francia e vi dà il suo -Roberto il Diavolo- (1831) con successo inaudito. A questo seguono -Gli Ugonotti- (1831), senza dubbio la sua opera più perfetta ed ispirata, il -Profeta- (1849), la Dinorah (1859), e dopo la sua morte (2 maggio 1864) l'-Africana- (1865). Gli stessi principî di Meyerbeer segue pure -Giacomo Fromental Halèvy- (1799-1862), autore dell'-Ebrea-, -Guido e Ginevra-, -Carlo VI-, la -Valle d'Andorra-, ecc. Invece una nuova nota troviamo nelle migliori opere di -Carlo Gounod- (1818-1893) che col -Faust- (1859) arrivò alla gloria. Oggi è specialmente in Germania di moda di parlare con un certo sprezzo di questa opera, che per molti anni contò fra le più fortunate ed eseguite e che ancor oggi sa resistere in molte parti agli oltraggi del tempo. Ma per giudicarla non si deve confrontare il libretto musicato da Gounod coll'originale di Goethe ma apprezzare quello che vi ha di poetico e veramente sentito nella sua musica, perchè i problemi filosofali e morali del -Faust- nulla hanno da fare nell'opera di Gounod nè egli volle o credette scioglierli od anche soltanto musicalmente adombrarli. Gounod non fu certo un grande genio creatore ma nessuno potrà negare che egli seppe trovare note commoventi ed ispirate nell'esprimere l'amore, i misteri e le estasi di un'anima che ama o soffre. Gounod scrisse più opere, fra le quali contano come le migliori accanto al -Faust-, -Giulietta e Romeo- (1867) e -Mireille- (1864) come pure due oratorî (-Redemption- e -Mors et vita-) ed altra musica da chiesa, le ultime di poco valore. Gounod non fu un innovatore, eppure in certo riguardo il -Faust- è molto dissimile dalle opere dei maestri anteriori e fu per suo mezzo che in un'epoca in cui fuori di Germania nulla si sapeva di Wagner, si cominciarono a conoscere nuove forme ed una lingua, alla quale erano frammisti alle concessioni usuali pure dei nuovi elementi. E perciò Gounod ebbe nella sua patria e fuori molti imitatori. Non veramente uno di questi fu -Ambrogio Thomas- (1811-1896), l'autore di -Mignon-, -Amleto-, -Francesca da Rimini-, ecc., talento di secondo rango senza vera fisonomia ma non privo di una certa facilità melodica ed eleganza tutta francese. Superiore ad ambedue in ogni riguardo ci appare -Giorgio Bizet- (1838-1875), uno dei maggiori genî musicali della Francia, spento sul fior degli anni, quando egli si sentiva ormai sicuro di arrivare alla gloria. Anch'egli cominciò coll'imitare Gounod ma per poco, giacchè il suo stile si palesa già nei -Pescatori di perle-, -La bella fanciulla di Perth- e dopo -Djamileh- scrive: «Ho ormai la certezza assoluta di aver trovato la mia via. Io sono conscio di ciò che faccio». Bizet è vero, ispirato, originale e nuovo. Egli scolpisce con pochi tratti un carattere, ci descrive con alcuni tocchi una situazione e colla sua stragrande disposizione all'esotismo ci disegna un ambiente come pochi lo sanno fare. Le sue due opere capitali sono la musica per l'-Arlesienne-, il dramma di Alfonso Daudet (1872) di grande potenza suggestiva e profondo sentimento della natura e la -Carmen- (1875) un'opera che ammirano i seguaci di ogni scuola e che sembra imperitura. Bizet mantenne quasi sempre le antiche forme e forse in ciò sta uno dei suoi più grandi pregi, di aver cioè dimostrato che non è punto necessario rinnegare il passato per fare vera opera d'arte. Eppure la -Carmen- e l'-Arlesienne- non ebbero in principio alcun successo. Jauré si domanda in occasione della millesima rappresentazione di -Carmen- (1904) come fosse possibile che la musica di Bizet, fatta di eloquenza, verità, chiarezza, colore, sensibilità ed eleganza non abbia tosto conquistato il pubblico. Fra i maestri francesi dell'opera comica del secolo XIX è da rammentare oltre il nominato Daniele Auber, -Fr. Boieldieu- (1785-1834) (-Giovanni da Parigi-, -La Dama bianca-, -Chaperon rouge-, ecc.), senza dubbio il più geniale di tutti gli altri, elegante, melodico, spiritoso, con una vena sentimentale e grande inclinazione alla canzone popolare e le sue forme. Simili qualità ma in grado molto minore troviamo in -Ferd. Hérold- (1791-1833) (-Zampa-, -le pré aux clercs-) e -Adolfo Adam- (1803-1856) (-Postillon de Lonjumeau-, -Giralda-). Dopo questi l'opera comica francese comincia a decadere e se Auber seppe mantenerla ancora per alcun tempo ad un certo grado di altezza artistica, essa si avvia verso il Vaudeville e l'operetta dalla quale però si distinguono in qualche modo le opere di -Aimé Maillard- (1816-1871) e -Vittorio Massé- (1822-1884). Il padre dell'operetta è -Giacomo Offenbach- (1819-1880) musicista dotato di facile melodia ed abilità tecnica, fecondissimo e satirico. Il suo campo è quello della satira politica e sociale. L'ultima opera -I racconti di Offenbach-, eseguita dopo la sua morte ci palesò specialmente nell'ultimo atto di quanto egli sarebbe stato capace se avesse voluto. I migliori autori di operette francesi sono -Florismondo Hervé- (1825-1892), -Carlo Lecocq- (1832), -Roberto Planquette- (1840-1903), -Ad. Audran- (1832-1901) ed -Andrea Messager- (1853). Una posizione a parte occupa -Leo Delibes- (1836-1891) noto più per la musica elegante e fine dei balli -Coppelia- e -Silvia- che per le sue opere (-Le roi l'a dit-, -Lakmé-, ecc.). LETTERATURA Servières G. -- -Weber-, Paris, 1906. Barbedette -- -C. M. Weber: Sa vie et ses oeuvres-, Paris. Max M. v. Weber -- -K. M. von Weber-, Lipsia, 1866-68. A. Reissmann -- -K. M. von Weber-, Berlin, 1883. L. Nohl -- -Weber-, Lipsia, Reclam. Gehrmann -- -Weber-, Berlino, Harmonie, 1900. L. Spohr -- -Selbstbiografie-, Cassel, 1860. Schletterer -- -L. Spohr-, Breitkopf u. Härtel, Lipsia. L. Nohl -- -Spohr-, Lipsia, Reclam. Wittman -- -Marschner-, Lipsia, Reclam. Niggli -- -Giacomo Meyerbeer-, Lipsia, 1884. De Curzon -- -Meyerbeer-, Paris, 1910. Dauriac L. -- -Meyerbeer-, Paris, 1913. Blaze de Bury -- -Meyerbeer-, Paris, 1866. Jouvin B. -- -D. F. E. Aube-r, Paris, 1864. Chaherbe C. -- -Auber-, Paris, 1911. Hubert H. -- -G. Bizet-, Paris, 1899. Gatti G. -- -Giorgio Bizet-, Torino, 1914. Bellaigne C. -- -Gounod-, Paris, 1910. P. Hillemacher -- -Gounod-, Paris, Laurens. CAPITOLO XVIII. Gioachino Rossini e l'Opera italiana del secolo XIX. La storia della musica ci insegna quale importanza ed influsso possa esercitare l'epoca in cui nacque il musicista sulla sua opera, e non soltanto per quel che riguarda la parte materiale, cioè l'arte per sè stessa nei suoi mezzi, ma anche sulla sostanza dell'opera d'arte stessa. Il compositore, quando rare volte non precede col suo genio i tempi, è lo specchio fedele di questi e gli avvenimenti esteriori politici e l'indirizzo del pensiero informano il suo sentimento estetico e le sue idee, dando loro un consimile obbiettivo. Questa verità indiscutibile la vediamo di nuovo avverarsi in -Rossini-. Come Cherubini col suo -Portatore d'acqua- esprime le idee di libertà ed è in quest'opera il musicista della Rivoluzione, come Spontini incarna l'epoca Napoleonica imperiale, così Rossini è l'autore dell'epoca della Ristorazione. I popoli erano stanchi di guerre, di battaglie, di stragi che gravavano su loro come un incubo; essi aspiravano alla pace e agli ozi di questa; i loro orecchi non volevano più udire canzoni guerriere e bellicose, ma melodie insinuanti e dolci, che facessero loro dimenticare gli orrori passati, canzoni che li cullassero nel piacere disusato della quiete, della vita agiata e pacifica. Rossini era l'uomo capace di appagare questi desideri. Le sue melodie fluivano limpide, chiare, ammalianti, nè avevano altro scopo che quello di piacere per sè stesse. Esse mancavano alle volte bensì di verità e forza drammatica, a loro mancava spesso la caratteristica, ma a tutto ciò supplivano l'ispirazione e la varietà inesauribile e con esse le voci dei celebri cantanti del tempo trovavano ampio campo di farsi ammirare, perchè il maestro conosceva a fondo il meccanismo e le prerogative della voce umana. Ed appunto per ciò, quando i tempi cambiarono e la campana della rivoluzione di nuovo battè a stormo, la stella rossiniana tramontò ed il maestro coll'intuizione del genio presentì i tempi e nel suo canto del cigno, il celebre -Tell-, si librò su più forti e potenti ali. -Gioachino Rossini- (nato ai 29 febbraio 1792 a Pesaro, morto ai 13 novembre 1868 a Passy presso Parigi) fu scolaro di Mattei in Bologna. Le opere di Haydn e Mozart ebbero un grande influsso sul suo genio, e specialmente da quest'ultimo egli molto apprese. Dopo alcune opere buffe di poca importanza, il suo -Tancredi- (1813) lo fece d'un tratto celebre e festeggiato. E infatti quest'opera, per quanto essa a noi appaia debole ed ineguale, pei suoi tempi segnava un grande progresso. Per capir ciò basta confrontarla colle opere dell'epoca. Paesiello e Cimarosa erano quasi dimenticati e non si eseguivano che opere di forme tradizionali e stereotipe di -Simone Mayr-, -Ferdinando Paer- ed altri maestri di secondo rango. Le melodie di Rossini scorrevano più limpide ed ispirate, il recitativo era più declamato e meno monotono, una leggiera tinta di malinconia prestava loro maggior attrazione, i ritmi erano più vari e vivaci, i pezzi d'assieme come pure l'orchestra, avevano maggiore importanza ed una sana sensualità informava tutta l'opera e le dava un che di giovanile e cavalleresco. Ma il -Tancredi- conteneva altresì i difetti dello stile di Rossini, non però del Rossini del -Barbiere- e del -Tell-, quali la mancanza di caratteristica e verità drammatica, la discordanza fra testo e musica, la predilezione della forma per la forma senza intendimenti alti. Al -Tancredi- seguirono moltissime opere più o meno felici, ineguali in valore, ispirate e geniali in qualche parte, trascurate ed insignificanti in altre. Fra queste più note sono l'-Italiana in Algeri- (1814), -Otello- (1816), opera che nel terzo atto contiene le più felici ispirazioni di Rossini e palesa di quanta verità egli fosse capace; -Cenerentola-, -Gazza ladra-, -Semiramide-, -le Siège de Corinthe-, -Mosè-, -Conte Ory-. Ma se in queste opere è il Rossini tipico che ci si presenta e si ripete, in una, per non parlare del -Tell- che sta da sè, nel -Barbiere di Siviglia- (Roma, 1816) abbiamo il capolavoro di getto, l'opera perfetta indistruttibile e resistente ad ogni cambiar di gusto, in cui all'eterna freschezza, all'ispirazione, al realismo sano, alla comicità che mai arriva al grottesco, ed alla festività ilare e gioconda sono pari la verità e la caratteristica, il sentimento drammatico, la ricchezza delle tinte e dei ritmi, dei particolari e la cesellatura del lavoro. E quando si pensa che quest'opera, modello del genere, fu scritta in pochissimi giorni, e che Rossini dopo scritto il -Tell-, a 37 anni, quando gli altri cominciano, si chiuse in silenzio, involontariamente devesi domandare quali capolavori avrebbe potuto il mondo ancora aspettarsi da simile genio. «Simili uccelli canori come Rossini non ritornano ad ogni primavera ma soltanto ogni secolo. Chi può calcolare quanti milioni di cuori egli ha dilettato da un mezzo secolo sui più diversi punti della terra? La somma darebbe un grande popolo di uomini ilari e sorridenti. Se ai conquistatori ed eroi, che fanno infelici innumerevoli moltitudini, si elevano monumenti ed essi si cantano in epopee, cosa meriterebbe un tale consolatore e spenditore di infinite ore felici? Sommandole ne risulterebbe un'età dell'oro, un'epoca saturnicamente bella dell'umanità, come la sognano i poeti e sopra un simile popolo e regno della felicità riderebbe perenne il sole come nell'-Ecco ridente- in cielo!» Auree parole del vecchio e fine musicista e critico Maurizio Hauptmann scritte molti anni fa ma che valgono anche oggi come allora. Fra le poche opere di Rossini non appartenenti al teatro è da nominarsi il suo -Stabat Mater- opera ispirata ma punto scritta per la chiesa e nello stile ad essa conveniente. L'entusiasmo che destarono ovunque le opere di Rossini ed il dominio che queste esercitarono sul repertorio di tutti i teatri, quel dominio al quale dovevano cedere e Beethoven e Weber a Vienna, non poterono restare senza conseguenze, e difatti specialmente e principalmente in Italia l'opera -rossiniana- fu il modello di moltissime opere di altri autori, che del maestro imitavano lo stile, ma erano lontani dall'averne il genio. Fra questi contemporanei e posteriori a Rossini basterà nominare i principali: -Saverio Mercadante- (1795-1870) l'autore del -Giuramento-, opera piena di pregi, che in un certo significato precorse il suo tempo; -G. Pacini- (1796-1867), il felice autore della -Saffo; Generali, Pietro Raimondi-, celebre contrappuntista, emulo degli antichi fiamminghi nello sciogliere problemi armonici e contrappuntistici; -Nicolò Vaccai-, l'autore della -Giulietta e Romeo-, ancor oggi non del tutto dimenticata; i fratelli -Luigi- e -Federico Ricci-, autori dell'opera buffa -Crispino e la Comare-, piena di brio e festività comica. Maggiori di tutti questi furono -Vincenzo Bellini- e -Gaetano Donizetti-. -Vincenzo Bellini- (nato a Catania nel 1801, morto a Parigi nel 1835, allievo del Conservatorio di Napoli) scrisse le sue opere in un'epoca in cui alle speranze della rivoluzione del Luglio 1830 era subentrata la prostrazione dell'insuccesso. La gioventù era caduta in un profondo abbattimento ed in uno stato di apatia, avendo veduto svanire i bei sogni di libertà. La letteratura era dominata dal sentimentalismo, dalla malinconia e dalla nota elegiaca. La natura delicata di Bellini vi inclinava per disposizione e trovava nelle idee del tempo il campo più adattato. In questo riguardo il suo stile differisce da quello di Rossini per quanto ne derivi indirettamente. Bellini aveva la vena melodica facile, toccante, elegiaca; le sue melodie sono spesse volte ispirate e portano l'impronta del vero genio. Ed esse, piene di sospiri secreti e di molle abbandono hanno il fiato lungo, il disegno perfetto, nè abbisognano di ricche armonie ed accompagnamenti per mostrarci la loro intima bellezza. Ma per la nota predominante egli diviene alle volte monotono, incolore e la sua musica manca spesso d'energia e di forza. Una volta però nella -Norma- (1832) il suo genio salì alle regioni più alte, un'opera che ad onta di qualche parte debole, puossi mettere fra i capolavori e che contiene pagine di grande espressione, di melodia divina e di verità drammatica. Un gentile idillio è la -Sonnambula- (1831), ricchissima di ispirazione melodica, bella per naturalezza e semplicità toccante. Nei -Puritani- (1834), l'ultima sua opera, il contrasto fra il naturale dell'autore e le esigenze della grande opera è evidente, nè egli seppe assimilarsi lo spirito francese come era riuscito a Rossini nel -Guglielmo Tell- e più tardi a Donizetti nella -Favorita-. Molti musicisti moderni parlano oggi non sempre con rispetto di Bellini. Ma per quanto non sia grande la sua sapienza tecnica e molte volte sia trascurata e povera l'istrumentazione, è innegabile che egli cercò sempre nelle sue melodie la verità d'espressione e che egli in questo riguardo ed in qualche recitativo drammatico p. e. nella -Norma- fu quasi un riformatore. Dopo la morte di Bellini fu -Gaetano Donizetti- (nato a Bergamo ai 27 Settembre 1797, morto nel 1848), che colle sue opere dominò per alcuni anni il repertorio lirico. Egli fu certo un genio ma incompleto, perchè quantunque dotato di fantasia ed ispirazione fecondissima, egli non sa esercitare sulla sua opera i criteri d'una critica severa. Accanto a pezzi felicissimi, ad aspirazioni alte e geniali troviamo parti insignificanti e trascurate sicchè fra tutte le sue opere quasi nessuna mostra vera unità di stile e misura delle parti. Il suo stile è per sè eclettico, senza però che la fusione degli elementi sia naturale e spontanea. A lui mancarono i potenti e severi studi, la pazienza e l'accuratezza dell'artista che scrive per l'arte e non pel mestiere. Ma tutti questi difetti non possono farci dimenticare le molteplici doti di Donizetti e quantunque egli in prima linea non sia che un discendente di Rossini, pure in certe parti egli si innalzò alla verità tragica ed espresse con note divine gli affetti umani, come pure ebbe nelle sue composizioni comiche un'estrema leggiadria e delicatezza di espressione. Donizetti si provò nello stile serio e comico. Fra le sue moltissime opere, le più fortunate sono la -Lucia di Lammermoor-, -Lucrezia Borgia-, l'-Elisir d'amore-, -Don Pasquale-, -la Figlia del Reggimento-, -la Favorita-. Le opere di Donizetti vanno ormai scomparendo dal repertorio ad eccezione di quelle buffe. In queste egli si mostra un vero genio ed esse sembrano scritte ieri per l'inesauribile vena melodica, la freschezza dei ritmi, la naturalezza e quel fare gioviale tutto proprio dell'opera buffa italiana. Quantunque tanto l'-Elisir- che il -Don Pasquale- non raggiungano il -Barbiere-, essi sono due gioielli ed anche le parti più deboli sono meno sensibili nell'ambiente modesto che nelle opere serie. Strano è pure che anche i momenti di vero lirismo abbiano un carattere di maggior verità nelle opere comiche che nelle serie. Le quali ci sembrano oggi monotone e pesanti per la forma stereotipa, sicchè sentitane una pare di conoscerle tutte non salvandosi nel mare magno di accordi di tonica e dominante ed in mezzo ai ritmi ed accompagnamenti più vieti che qualche brano di vera ispirazione, qualche sprazzo di vero genio come nella -Lucrezia Borgia- che è forse la migliore per sentimento e forza drammatica, nella -Favorita- e qualche altra. L'epoca di Rossini, Bellini e Donizetti è pure l'epoca dei grandi cantanti. Tutti questi maestri ebbero ad interpreti delle loro opere una coorte di artisti, il nome dei quali vive ancora, e che conservava le purissime tradizioni del bel canto italiano. Era quella l'epoca delle due -Grisi-, della -Persiani-, -Alboni-, di -Paolina Viardot-Garcia-, della -Malibran-, -Pasta-, -Jenny Lind-, -Guglielmina Schroeder-Devrient-, d'un -Rubini-, -Lablache-, -Tamburini-, -Roger- e -Nourrit-, sommi artisti come oggi pur troppo più non si conoscono, sia perchè il canto non è più oggetto degli studi severi d'una volta, sia perchè i maestri vennero perdendo l'arte in sì sommo grado posseduta dai loro antecessori, di scrivere cioè per la voce umana, sia perchè le nuove esigenze del canto drammatico gli abbiano dato un nuovo indirizzo. Ben diversa di quella che toccò a Bellini e Donizetti fu la missione di -Verdi- nel campo dell'opera drammatica. Egli è il rappresentante di tutte le lotte e crisi per le quali ebbe a passare l'opera italiana per liberarsi dalle antiche pastoje del convenzionalismo ed assurgere alla verità drammatica. Questa progressione si riscontra in tutte le sue opere dalla prima all'ultima; ognuna d'esse segna un passo in avanti, una nuova conquista, finchè egli giunge nell'-Otello- e nel -Falstaff- alla perfezione. La vecchiaia non ebbe sulla sua opera nessun influsso nocivo ma sembrò anzi purificare la sua meravigliosa facoltà inventiva ed affinarla. -Giuseppe Verdi- (nato a Roncole, presso Busseto ai 10 Ottobre 1813, morto a Milano ai 27 Gennaio 1901) va annoverato fra i più grandi compositori drammatici d'ogni tempo. Se egli in gioventù pagò il suo tributo al convenzionalismo e all'effetto, egli mostrò però fin da principio una individualità propria, una fisionomia originale che lo innalza sopra i contemporanei. Quantunque forse non fornito dalla natura della ricchezza melodica di Rossini e Donizetti, le sue melodie hanno un fare franco e largo, una potenza espressiva e caratteristica, che lo designano a compositore drammatico per eccellenza. L'elemento drammatico è perciò la sua dote principale, ed in questo specialmente il patetico, il tragico. Le passioni umane più violente, i contrasti più terribili sono espressi coi mezzi più potenti e vivi della musica. Essa è allora calda, palpitante, commovente, alle volte maschia e fiera, alle volte dolcissima ed elegicamente lirica. I caratteri dei suoi personaggi si staccano dal fondo, agiscono e parlano come veri uomini, non come tipi dell'opera convenzionale. Per raggiungere quell'alta drammaticità egli ha bisogno d'una situazione che lo impressioni nel suo complesso ed egli sa trovare allora coll'istinto e la sicurezza del genio la vera nota senza perdersi in inutili particolari ed analisi come alle volte fa Wagner. Perciò egli non usa anche nelle ultime opere motivi conduttori non volendo far studi di carattere di persone ma farle agire in un ambiente e perchè tutti i sistemi e teorie gli erano alieni. «Io credo all'ispirazione, voi altri alla fattura; ammetto il vostro criterio per discutere ma io voglio l'entusiasmo che a voi manca per sentire e giudicare. Voglio l'arte in qualunquesiasi manifestazione, non l'artifizio, il sistema, che voi preferite». Nelle prime opere l'ispirazione non è sempre la più scelta e la rappresentazione del sentimento drammatico arriva persino alla brutalità; la sua fantasia col progredire del tempo viene però sempre più purificandosi. Eppure il Verdi del -Nabucco-, del -Rigoletto-, della -Traviata- restò sempre fedele al genio nazionale italiano anche nelle opere posteriori fino all'-Otello- ed al -Falstaff- e sono fole il voler trovare nelle sue ultime composizioni l'influenza wagneriana. Quantunque il dividere l'opera d'un artista in periodi separati non abbia alcun valore e di solito non corrisponda alla verità, pure in Verdi questa divisione e questo aspirare alla perfezione sono sensibilissimi e caratteristici, perchè nessuno potrà mettere in una linea il -Nabucco- e l'-Ernani- col -Rigoletto- e col -Ballo in maschera-, nè queste opere coll'-Aida- e l'-Otello-; quantunque già nelle prime si palesano le principali qualità dell'autore che sono la forza creativa, la chiarezza, il senso del positivo e la intuizione sicura. E, ammirevole e rara cosa, quando Verdi era giunto al limite della vecchiaia, egli ci diede l'-Otello-, e pochi anni dopo il -Falstaff-, due capolavori dell'arte drammatica musicale, che basterebbero ad assicurare la palma dell'immortalità e la cui importanza per la musica drammatica italiana è e resterà decisiva, perchè in queste due opere Verdi ha forse stabilito il modello del dramma lirico e della commedia musicale moderna più che Wagner, le cui teorie e principii sono troppo personali e congiunti al suo genio specifico per poter essere abbracciati e messi in pratica da altri. Il pubblico non le ha ancora abbastanza comprese ma non è lontano il giorno, in cui esse se non raggiungeranno la popolarità del -Trovatore- e -Rigoletto- saranno almeno giudicate come meritano. Nell'-Otello- e nel -Falstaff- il sentimento e la verità drammatica dominano supremi; la declamazione è perfetta, la musica sottolinea l'azione, l'illustra, la spiega, la completa senza che mai l'ispirazione melodica ne soffra nè la voce umana diventi schiava dell'orchestra. Tutti gli spedienti dell'arte vi sono impiegati senza ostentazione ma naturalmente, approfittandone per creare l'opera d'arte complessa e perfetta. La vena melodica vi scorre spontanea, ricca, inesauribile senza interrompere il filo dell'azione nè far alcuna concessione al gusto del pubblico od ai capricci dei cantanti. I pezzi d'assieme non vi sono punto esclusi ma usati là dove l'azione li richiede e dalla grandiosa disposizione delle parti e dalla perfetta euritmia del tutto nasce il piacere estetico dell'uditore che ne resta conquiso. E quanta distanza ed evoluzione fra l'-Aida- e l'-Otello-! Ormai Verdi non si preoccupa più del teatro ma mira dritto alla meta, che è la completa compenetrazione del dramma ed allora la sua musica sa o scatenare tutte le forze prepotenti della natura o descrivere lo strazio della semplice ed incosciente anima d'Otello e farlo tacere nell'immensa e paurosa quiete della morte. Il -Falstaff- è il retaggio di un genio alla sua nazione, l'opera più veramente italiana e pura del maestro, perchè in essa tutto è perfetto e congruo e vi si aprono nuovi orizzonti all'arte. La melodia verdiana ha conservato ad onta del grande processo d'evoluzione per il quale essa passò sempre la stessa fisionomia. Alcuni dei suoi tratti caratteristici esterni sono la frequente ripetizione delle note iniziali del tema, una certa rudezza di ritmo ed il fare vibrante ed impulsivo. Essa è di rado sentimentale ma invece quasi sempre appassionata e drammatica. Nelle ultime opere la passione si purifica, perde della sua irruenza ma si approfondisce e diventa più interna. Per comprendere ciò basta confrontare qualche duetto delle prime opere con quello fra Otello e Desdemona del primo atto, una delle concezioni più delicate ed eteree non solo di Verdi ma della musica in genere. Il carattere essenziale della musica di Verdi è la sincerità. Egli è bensì andato alla scuola di Meyerbeer, ma se da lui ha molto appreso nell'uso sapiente dei mezzi, egli non ne ha imitati i difetti, da noi prima menzionati; egli ha studiato le opere di Wagner, ma esse non hanno potuto influenzare il suo carattere specifico italiano. La musica di Verdi ebbe pure un'importanza politica. Egli è il musicista dell'Italia risorta; le sue ispirazioni espressero più volte il grido di dolore del popolo oppresso dalla dominazione straniera; le sue canzoni infiammarono i giovani cuori ad alte imprese ed in certo riguardo la sua musica contribuì al risorgimento nazionale. «Patriotta egli stesso di fervidi sensi, infuse nelle orchestre tanta energia che parve desse voce all'anima del popolo italiano: poco importava che gli proibissero ora la -Battaglia di Legnano- ora i -Vespri Siciliani- e che gli sconciassero i libretti persino nei titoli; quanto le Censure ammettevano era ragione o pretesto a sentire o a manifestare ciò che nel maestro e negli uditori ferveva ed era la loro idea continua e suprema» (G. Mazzoni, l'Ottocento). Sorto dal popolo Verdi è rimasto come egli stesso scrive «un contadino tagliato giù alla buona». La sua musica fu prima popolaresca e perciò egli è il maestro, che il popolo poteva meglio comprendere. D'Annunzio ebbe una frase felice, quando egli disse che ci nutrimmo di lui come del pane e fu nutrimento semplice ma sano, cresciuto e raccolto dalla zolla materna. Verdi restò fino all'ultimo fedele ai suoi ideali, perchè l'evoluzione che subì la mente di Verdi dopo la lunga pausa di raccoglimento fra il -Requiem- (1874) e l'-Otello-, non cambiò punto il carattere essenziale della sua melodia e la maniera di concepire il dramma musicale. È innegabile che nelle opere di Verdi c'è anche della scoria e molta. Ma forse che non ce n'è nelle opere di Bach, di Mozart e persino di Beethoven? E non bastano la suprema bellezza di molti e molti canti, la loro potenza espressiva, la forza ed irruenza drammatica di intiere scene per farcela dimenticare? Le sue opere principali sono: -Nabucco- (1842), -Ernani- (1844), -Macbeth- (1847), -Luisa Miller- (1849), -Rigoletto- (1851), -Trovatore- (1853), -Traviata- (1853), -Un Ballo in maschera- (1859), -La Forza del destino- (1862), -Don Carlos- (1867), -Aida- (1871), -Otello- (1887) e -Falstaff- (1893). Fra le poche non dedicate al teatro citeremo il suo grandioso -Requiem- (1874), opera potente per ispirazione, sapienza ed effetto, scritta colla serietà corrispondente all'argomento, quantunque per le sue dimensioni e per lo stile non atta alla chiesa, un -quartetto- per archi di accuratissima e sapiente fattura, un -Pater noster- per coro ed un'-Ave Maria- per voce sola e finalmente i -Pezzi sacri- (-Ave Maria-, -Le Laudi alla Vergine-, -Stabat Mater- e -Te Deum-) (1898). Accanto a questi maestri di primo rango brillarono per alcun tempo altri autori di opere per il teatro, alcune delle quali compaiono ancora quà e là. La loro caratteristica è l'imitazione dello stile di Bellini, Donizetti ed ancor più di Verdi e la mancanza d'una nota veramente personale. A quasi tutti non fa difetto nè facilità di melodia nè una certa padronanza dei mezzi elementari dell'effetto ma tutti peccano di grande superficialità, di mancanza di alti ideali artistici e la loro arte ha l'impronta palese d'una epoca di vera decadenza. Basterà perciò nominarne alcuni. -Lauro Rossi- (1812-1885) scrisse dapprima opere comiche (-Il domino nero-, -La figlia di Figaro-, ecc.) per poi dedicarsi con poco successo all'opera seria (-Contessa di Mons-, -Cleopatra-). Egli è un vero epigone di poca ispirazione, dotto ma senza originalità. -Antonio Cagnoni- (1828-1896) lo supera di gran lunga per la vena melodica e non gli si può certo negare vis comica, unita assai felicemente ad un tenue filo di sentimentalità, che riesce assai simpatico. -Don Bucefalo- e specialmente -Papà Martin- sono infinitamente superiori a tante opere comiche moderne. Ad -Errico Petrella- (1813-1877) mancarono i forti studi per farne forse un grande maestro. La sua melodia è alle volte bella ed ispirata, ed egli ha il vero istinto del teatro e dell'effetto. Le -Precauzioni-, la -Contessa d'Amalfi- e la -Jone- hanno delle pagine bellissime degne d'un grande musicista. -Giuseppe Apolloni- (1821-1889) scrisse l'-Ebreo-, che non è ancora intieramente dimenticato. Altri rappresentanti del genere comico sono -Nicola de Giosa- (1820-1885), -Sarria- (1836-1883) ed -Emilio Usiglio- (1841), continuatori dell'antica scuola napolitana. -Le Educande di Sorrento- di quest'ultimo ebbero ai loro tempi molta e meritata fortuna, mentre le posteriori -Donne Curiose- si avvicinano all'operetta con tutti i suoi difetti. -De Ferrari-, -Carlo Pedrotti- (1818-1893) e -Luporini- ebbero pure qualche successo nell'opera comica, che ora è in completa decadenza. Fra le opere serie che nei decenni scorsi più si applaudirono vanno contate: -Ruy Blas- di -Filippo Marchetti- (1831-1902), -Dolores- di -Auteri Manzocchi- (1845) ed i -Goti- di -Gobatti- (1852-1914). Tutti e tre questi autori non mantennero poi quello che da loro si aspettava ed il successo non fu che sporadico e dovuto a qualche spunto felice che si trova nelle loro opere. -C. Gomez- (1839-1896) brasiliano di nascita, conobbe pure l'effimero successo col -Guarany- e -Salvator Rosa-. Arte ormai di altri tempi è anche quella di -Amilcare Ponchielli- (1834-1884), l'autore della -Gioconda-, -Promessi sposi-, -Lituani-, -Il Figliuol prodigo-, -Marion Delorme-, quantunque la Gioconda si eseguisca in Italia ancora spesso e sempre con successo. Ponchielli è musicista sicuro ma ben di rado veramente originale. La sua musica tentenna fra l'imitazione di Verdi e di Meyerbeer e cerca con ogni mezzo l'effetto. Ad onta di tutto ciò è però innegabile, che nella musica di Ponchielli c'è non solo grande sincerità ma altresì tanto di musicalmente sano che almeno la Gioconda non sarà sì presto dimenticata da un pubblico, che non va tanto pel sottile, benchè altre delle sue opere siano in certo riguardo più pregevoli. Una posizione eccezionale prende nella musica italiana moderna il -Mefistofele- di -Arrigo Boito- (1842). Rappresentato alla Scala nel 1868 senza alcun successo vi ritornò trionfante alcuni anni dopo, quando i tempi s'erano cambiati e la cultura musicale italiana s'era alzata. Pensando al tempo in cui Boito scrisse la sua opera, essa ci appare ancor più ammirabile per l'elevatezza della forma, l'ampiezza della concezione e l'originalità della musica. Bisogna pensare che Verdi era all'epoca del Don Carlos e non aveva ancor scritta l'Aida. La coscienza che le forme tradizionali non bastavano più non esisteva ancora o forse soltanto in qualche anima solitaria ed in realtà si andava avanti un po' seguendo l'antico andazzo, un po' a tentoni, senza veramente saper dove. Melodia, armonia, ritmo, istrumentazione, tutto mostra in quest'opera un'individualità spiccata sempre in cerca di nuovi effetti, che si adattino ai suoi scopi. Boito è un vero poeta non solo nella poesia ma anche nella musica, che è alle volte d'una potenza espressiva e drammatica meravigliosa. E se egli fu uno dei primi a seguire le teorie wagneriane, seppe però sempre conservare l'impronta nazionale. Oggi dopo quasi mezzo secolo il Mefistofele resiste ancora valido alle ingiurie del tempo se non in tutte le sue parti almeno nelle principali, perchè quest'opera che precorse certo i suoi tempi ha il merito della divinazione, la bellezza giovanile che fa dimenticare certe ineguaglianze ed ingenuità ed elementi di arte imperitura (prologo, morte di Margherita, ecc.). Dopo il Mefistofele il maestro tacque ed invano s'attende il suo -Nerone-. Ma questo silenzio è senza dubbio di tutt'altra natura di quello di Rossini e forse è da cercare nella severità dell'autocritica e nella difficoltà di trovare il perfetto connubio fra parola e nota e nella profondità e complessione del pensiero dell'artefice incontentabile. Nota è la forte ed ispirata poesia del Nerone e si può essere sicuri, che se l'autore si deciderà a pubblicarne la musica, nata senza dubbio dopo lunghe meditazioni e solo nei momenti di estro, essa sarà degna di un gran maestro, di un uomo austero e semplice, che lavorò e lavora sempre senza alcuna preoccupazione di successo. LETTERATURA Radiciotti G. -- -Gioachino Rossini-, Genova, 1914. L. Dauriac -- -Rossini-, Paris, 1905, Laurens. Azavedo A. -- -G. Rossini-, Paris, 1864. Carpani -- -Le Rossiniane-, 1824. Cecchi E. -- -Rossini-, Firenze, 1898. Sittard -- -G. A. Rossini-, Lipsia, 1882. Florimo -- -Bellini, memorie e lettere-, 1885, Napoli. Scherillo -- -Bellini e Belliniana.- Pougin A. -- -Bellini et son oeuvre-, 1868. Cicognetti V. -- -Gaetano Donizetti-, 1864. Gabrieli A. -- -Gaetano Donizetti-, Torino, 1904. Clemente -- -Contributo ad una biografia di G. D.-, 1896. G. Roncaglia -- -G. Verdi e le sue opere-, 1911, Napoli. Basevi Abramo -- -Studio sulle opere di G. Verdi-, 1850. Checchi -- -G. Verdi-, 1887. Pougin A. -- -G. Verdi-, 1896. Bellaigne C. -- -Verdi-, Milano, 1913. A. Soffredini -- -Le opere di G. Verdi-, 1901. Perinello Carlo -- -Gius. Verdi-, 1900, Berlino, Harmonie. Torchi L. -- -L'opera di Gius. Verdi ed i suoi caratteri principali.- Riv. mus. ital., anno 8º, fase. 2º, 1901. Hanslick E. -- -Die moderne Oper-, Berlino. CAPITOLO XIX. Francesco Schubert ed i romantici. L'epoca posteriore alla morte di Beethoven è nella storia della musica istrumentale quella degli epigoni. Coll'ultima sinfonia di Beethoven sembrò per molti anni che fosse stata detta l'ultima parola e ciò anche perchè essa non era soltanto l'opera di un genio ma anche il prodotto di un'epoca di alte idee. In realtà però non è la sinfonia che era esausta, chè essa è anzi ancor suscettibile di mille trasformazioni come lo dimostra il fatto stesso della differenza fra le sinfonie di Haydn e Mozart con quelle di Beethoven, ma fu piuttosto l'aver considerato l'elemento formale e non il contenuto della sinfonia beethoveniana che produsse questo periodo di sosta. I continuatori si contentano di forme più modeste e di idee più piccole, miniano, studiano, lavorano di cesello e cercano di supplire alla mancante grandezza di concezione coll'intensificare l'espressione dei singoli motivi e creando la sinfonia che si potrebbe dire di genere. Ma ai nuovi maestri per quanto di grande talento e persino di genio mancò in ultima linea la forza di trovar nuove strade, alle quali Beethoven aveva accennato e non fu che molti anni dopo che Wagner e Liszt ebbero il coraggio di creare nuove forme che s'adattavano al nuovo contenuto, poco curandosi della logica formale ma più del pensiero poetico. La patria di questi epigoni fu quasi sempre la Germania. Il motivo non è soltanto accidentale od esteriore ma inerente all'indole della nazione. L'elemento più importante della musica istrumentale è per eccellenza il romanticismo come quello che colla idealità dei suoi pensieri si libra in sfere più alte che la musica drammatica, ed il romanticismo è pure il carattere dominante della nazione tedesca differente dai popoli latini inclinanti all'oggettivismo, all'arte antica, plastica e reale. Già con Beethoven il soggettivismo domina sovrano e la fantasia si libera dalle antiche forme. In lui e nei maestri posteriori l'arte dell'orchestrazione segue altre leggi che in Haydn e Mozart; il carattere dei diversi istrumenti viene impiegato non soltanto onde ricavare effetti precipualmente musicali e contrasti di colorito, ma per esprimere ed individualizzare idee poetiche differenti. Ed appunto in questo campo, che Beethoven divinava ed additava con insuperabili esempi, s'aprivano vasti orizzonti ai maestri posteriori e da ciò doveva formarsi quello stile sinfonico nazionale e caratteristico che impronta la musica tedesca istrumentale. Il più geniale, il più ispirato di tutti questi seguaci di Beethoven fu -Francesco Schubert- (1797-1828). Figlio di un modesto maestro di scuola d'un sobborgo di Vienna, egli ebbe a lottare durante tutta la sua breve esistenza con ogni sorta di privazioni nè fu dai contemporanei compreso e stimato quanto egli meritava. Ma l'influsso degli avvenimenti non ebbe forza bastante per far disseccare la fonte inesausta d'ispirazione di cui egli era dotato, giacchè egli scriveva le sue opere per bisogno interno della sua natura. Soltanto i posteri lo compresero e riconobbero in lui il più grande ed ispirato lirico musicale. Schubert fu un genio essenzialmente lirico e come tale era predestinato a divenire il creatore della canzone, del -lied- tedesco. Esso è di solito diverso dalla canzone strofica di carattere popolaresco ed una specialità della Germania, che per opera di Schubert, Schumann e Franz divenne una forma quasi perfetta e svariatissima a seconda dell'inclinazione degli autori. La storia della canzone tedesca anteriore a Schubert offre ben poco interesse. Prima di lui Mozart, Haydn, Beethoven avevano scritto canzoni ma per questi il genere non aveva importanza nè corrispondeva alla natura del loro genio. L'opera lirica dominava intieramente il campo e mancavano anche i veri poeti che potessero ispirare il musicista. Ciò durò fino a Goethe che però non aveva alcuna simpatia per la musica di Schubert e le preferiva quella di Reichardt e Zelter, talenti di terzo rango. Mentre la canzone tedesca si contentava prima di seguire pedissequa la poesia, Schubert le ispirò tutt'altra vita e ne formò una cosa del tutto nuova, emancipando l'accompagnamento dal dispotismo del canto. Egli sa immedesimarsi nell'intenzione del poeta e trova l'espressione musicale più adeguata. Egli veste di note il pensiero complesso più che il verso e la parola, per cui le sue canzoni ci appaiono quasi sempre organiche e perfette in tutte le parti. Egli ha toni per tutti i sentimenti; le poesie più ribelli alla musica perdono la loro rigidezza e gli ubbidiscono trasformandosi e mostrandosi da un lato a noi prima ignoto. La forza espressiva, la verità, l'ispirazione, la ricchezza dei particolari nelle sue infinite canzoni sono ancor oggi inarrivate. La lirica schubertiana fu una cosa tutta nuova, perchè egli molto più che continuare la lirica anteriore ne creò una nuova per istinto e bisogno della sua natura senza curarsi di principi formali e tecnici e cambiando continuamente a seconda della poesia e dell'estro, sicchè egli non si presta a nessuna classificazione. Per fortuna poi la nascita di Schubert combinò anche col fiore della nuova lirica tedesca (Goethe, Heine, Schiller). I cicli, -il canto del cigno-, -la bella mugnaia-, -il viaggio d'inverno- e molti altri dei suoi -lieder- sono veri poemi, che ci riproducono tutta la scala degli affetti ed in cui il connubio della poesia colla musica è perfetto. La parte del pianoforte cessa d'essere accompagnamento semplice, ma dipinge l'idea e forma l'ambiente nel quale si muove la voce, secondandola e facendo risaltare i momenti principali della poesia. In confronto delle canzoni di Schubert, quelle dei contemporanei e dei maestri antecedenti, pochissime eccezioni fatte, sembrano incolori, convenzionali. Le sue doti principali sono la semplicità e la chiarezza, la sensibilità e l'avvicinarsi alle volte alla canzone popolare, fresca e gentile. Nè minore è la sua importanza come autore di opere istrumentali, quantunque egli non fosse veramente un polifonico ma un armonico geniale di straordinaria ricchezza. La sua sinfonia in -do maggiore-, l'incompiuta in -si minore- resteranno sempre opere da mettersi per la ricchezza di ispirazione se non per la fattura accanto alle più ispirate di Beethoven; lo stesso puossi dire di alcuni dei suoi quartetti, fra i quali il grandioso in -re minore-, il poetico ed ispirato in -la minore- ed il -quintetto delle trote-, vere perle della letteratura musicale da camera. Schubert fu altresì iniziatore di un nuovo genere di musica di pianoforte coi suoi -Impromptus- e -Moments musicales-, colle sue marcie ed altri pezzi di forma libera, precorrendo così le composizioni di Mendelssohn e Schumann. Nell'opera drammatica Schubert non riuscì per l'inclinazione della sua musa essenzialmente lirica e per la mancanza di teatralità delle sue opere, (-Rosamonda-, -Alfonso ed Estrella-, -Fierabras-, ecc.). Schubert appartiene ormai ad un periodo di transizione. Egli tien fermo ancora alle forme classiche ma la sua musica contiene ormai molti elementi specialmente romantici, che sono sconosciuti anche a Beethoven. Non fornito d'egual genio ma a Schubert in certo modo affine per l'indole lirica delle sue composizioni è -Felice Mendelssohn Bartholdy-, nato ai 3 Febbraio 1809 in Amburgo, morto ai 4 Novembre 1847 a Lipsia, ove era direttore del Gewandhaus. Quantunque egli appartenga a tempi non lontani e sia compositore moderno non solo nell'uso dei mezzi ma anche nell'indirizzo estetico, pure egli, piuttosto che riannodare colle sue opere alle ultime di Beethoven, basa su Bach, Mozart e sul Beethoven della seconda maniera, della sinfonia eroica, di quella in -do minore- e dei quartetti Rassumosky op. 59. Mendelssohn ebbe dalla sorte vita felice, nè mai conobbe le amarezze dell'insuccesso, le lotte della vita per l'esistenza ed i disinganni. Questa sua ventura influì sulle sue opere, che rare volte s'innalzano alla vera grandiosità e commuovono per potenza di contrasti e vigoria. Mendelssohn aveva innato il sentimento, l'istinto della forma ed in questo riguardo egli è superiore al suo contemporaneo Schumann. La sua vena melodica è abbondante, fine ed aristocratica, la sua musica è chiara, limpida, con una lieve tinta di sentimentalismo e melanconia che però alla lunga ci lascia freddi. L'originalità delle sue opere è però discutibile, quantunque esse abbiano una fisonomia tutta propria, che però in buona parte è manierismo e dipende da certe figure e frasi caratteristiche che di frequente si ripetono. Ma per giudicare delle sue opere è necessario pensare al tempo anteriore a lui e posteriore ai classici, un'epoca quasi di sosta, come se la natura volesse riposarsi dopo aver dato al mondo i grandi genî immortali. Di quel tempo non ci rimangono che le opere di Spohr, Hummel, la mediocrissima musica da camera di Onslow ed un'infinità di musica per pianoforte, variazioni, fantasie ed altra roba simile, che oggi nessuno più ricorda. Bach era allora tanto ben dimenticato, che quando Mendelssohn a vent'anni diresse a Berlino la Passione di S. Matteo, quasi nessuno si rammentava più della sua esistenza. Le sue sinfonie (la -Scozzese-, l'-Italiana-, ecc.) non segnano un passo in avanti in confronto di quelle di Beethoven, se non forse per la maggiore individualizzazione dell'idea poetica e per lo smagliante colorito orchestrale. In questo egli è sommo e le sue -ouvertures- sono vere poesie e paesaggi musicali d'una finitezza e d'un sentimento poetico insuperabile, come lo dimostrano fra tutte quelle del -Sogno d'una notte d'estate- e le -Ebridi-. Ed altresì fra la sua musica da camera sonvi brani riuscitissimi, specialmente negli -scherzi- e negli -adagi- dei quartetti, nei primi per la spigliatezza dei ritmi e la suprema leggierezza degli arabeschi rincorrentisi e scherzanti come gnomi ed amorini, nei secondi per la calda espressione e gli spunti melodici ispirati. Mendelssohn, come quasi tutti i moderni musicisti di Germania, cominciò la sua carriera come pianista ed arricchì la letteratura del pianoforte con una quantità di opere, fra le quali le celebri -Canzoni senza parole-, un genere da lui iniziato, che corrispondeva perfettamente alla sua indole lirica e limitata a non troppo vasti orizzonti. E se fra le molte composizioni per questo istrumento alcune sono meno riuscite, esse però appartengono tutte al genere della musica da sala della miglior qualità, nè Mendelssohn si abbassò mai a servire al virtuosismo senza scopi più alti. Nelle sue canzoni Mendelssohn segue le orme di Schubert, senza però raggiungerlo quantunque però tanto fra quelle per una voce come per più voci alcune appartengano alle sue più felici ispirazioni e sieno diventate patrimonio del popolo tedesco. Di Mendelssohn possediamo pure due -oratori-, il -Paolo- e l'-Elia-, più -Salmi-, fra cui il grandioso n. 114, la musica per l'-Atalia- di Racine, -La notte di Valpurga-, i cori per l'-Edipo a Colono-, per l'-Antigone- di Sofocle, ecc. Quantunque in queste opere manchi la grandiosità di Bach e di Händel, pure non è da negarsi che specialmente nel -Paolo- e nell'-Elia- non riviva lo spirito classico di quei due sommi ed all'antica forma della cantata e dell'oratorio non sia ispirato un nuovo alito di vita moderna da rendere queste due opere, magistrali per fattura, le più perfette dell'epoca posteriore alla classica. Una delle sue opere più fortunate è il -Concerto in Mi minore- per violino. Mendelssohn fu chiamato il Mozart del secolo decimonono ed il paragone non è tanto bizzarro se si pensa ad una certa affinità nella euritmia delle loro opere. Ma mentre Mozart continuamente ascende, il genio o talento di Mendelssohn resta stazionario e se si confronta l'-Ottetto- e l'-Ouverture della notte d'estate-, opera della prima giovinezza, colle ultime opere è sempre la stessa maniera, sempre la stessa perfezione formale, sempre la stessa mancanza di profondo sentimento. Contemporaneo di Mendelssohn fu -Roberto Schumann- (nato l'8 Luglio 1810 a Zwikau, morto ai 29 Luglio 1856), uno dei più ispirati e geniali musicisti della Germania moderna, l'eterno giovane colla testa piena di sogni e sempre fuori del mondo, l'ammiratore di Lenau, Jean Paul ed Hoffmann, il vero poeta del pianoforte. La differenza che passa fra Mendelssohn e Schumann è assai grande. Schumann è più intimo, più riflessivo, più profondo; egli domina meno la forma, ha forse minore padronanza dei mezzi, ma scuote e commuove più di Mendelssohn, perchè è più sincero, più spontaneo, perchè la sua musica nasce più istintivamente. Schumann è alle volte bizzarro, strano, arruffato, ma sempre geniale; egli è più originale di Mendelssohn e punto manierato. Sia che egli crei piccole miniature od opere di maggiori dimensioni, egli ha sempre una fisionomia propria, una nota assolutamente personale, che non dipende dalla forma ma dal sentimento. Non basta dire che egli è un maestro romantico per eccellenza, perchè con ciò non si esaurisce la sua originalità che è più complessa e che ha introdotto nella musica la nota schumanniana, qualche cosa di indefinito, poetico, intimo, però senza sentimentalità morbosa. Noi meridionali ci sentiamo attratti dalle sue opere ma non arriviamo forse a comprenderle intieramente, perchè Schumann è piuttosto un talento nazionale tedesco che internazionale. Non c'è dubbio che le migliori opere sono quelle della giovinezza, quando predominava la tendenza al fantastico, alla sensibilità quasi femminea, la predilezione delle mezze tinte, il tutto unito ad un certo humour che è proprio delle nature nordiche. In lui vivevano due anime, una inclinante al misticismo, il fantastico, l'altra piena di foga e passione (-I Davidsbündler- Florestano ed Eusebio). Le opere specchiano la sua vita. Nel primo periodo, il più fantastico, il più geniale egli dà sfogo alla sua fantasia impetuosa e ne nascono le prime opere i -Papillons-, il -Carnevale-, la -Kreisleriana-, i 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000