che concerne la parte intrinseca musicale e quelle di Rameau per il recitativo si arriverebbe forse ad altri risultati. La riforma fu del resto preparata come vedemmo dagli enciclopedisti francesi e noi troviamo le stesse idee di Gluck nel -Saggio sopra l'opera in musica- del Conte Algarotti (1757). Nè si dovrebbe dimenticare, che Gluck s'è formato intieramente alla scuola italiana e che è l'opera italiana che egli riformò. Soltanto dopo, egli che aveva in sè degli elementi germanici e che studiò la musica francese e specialmente la declamazione, cercò di innalzarsi all'arte internazionale, -musique propre à toutes les nations- come egli scrive. Gluck, più giusto dei suoi contemporanei e posteri, non disconobbe il genio di Piccinni ed altri, ed in una lettera scritta al -Mercurio- di Parigi rivendica il primo onore del nuovo indirizzo al suo poeta Calzabigi. Costui aveva saputo, sebbene inferiore ai due poeti prediletti dai musicisti, Apostolo Zeno e Metastasio, sceverare dall'azione drammatica tutte le lungaggini inutili, solo buone ad aggiungere un numero sproporzionato di arie e duetti, accrescendo così l'interesse e sostituendo all'amore, soggetto quasi perenne delle arie, anche altre passioni umane. La riforma del libretto si fermò però a mezza strada, perchè vi rimasero tutte le arie, che sono sosta nell'azione e perciò contro la verità drammatica. Le opere di Gluck che hanno qualche cosa della precisione e nitidezza degli antichi bassorilievi, hanno molti punti di confronto colle tragedie greche. Grandezza, semplicità, chiarezza ed oggettività, una certa rigidezza sono proprio d'ambedue. Tutti i lenocini della forma e dell'effetto vi sono schivati e mancano gli effetti passionali come li sentiamo noi. Ciò ci toglie il punto di vero contatto tanto colle tragedie greche che colle opere di Gluck. Noi ammiriamo ma restiamo internamente freddi nè ciò si cambierà, non esistendo quella corrente fra autore ed uditore, che è necessaria perchè un'opera d'arte possa veramente interessarci e scuoterci. Perciò non è da credere ad una vera rinascita delle opere di Gluck, tante volte tentata, essendo la loro musica ormai troppo lontana dalla nostra umanità. L'influsso esercitato da Gluck sulla musica drammatica non fu tale quale poteva attendersi e se i suoi immediati successori, influenzati dalle sue teorie e mossi dal suo esempio, cercarono di raggiungere la verità drammatica, ciò nonostante dopo non molti anni le tradizioni di Gluck erano pressochè dimenticate. Parigi restò tuttavia, come per Gluck, la meta a cui tendevano i musicisti drammatici e la moderna grande opera seria, iniziata da lui, ebbe la sua culla in quella metropoli, quantunque fossero quasi sempre stranieri quelli che in essa dovevano eccellere e segnare una traccia nella storia del dramma musicale. L'influenza di Gluck è palese in -Etienne Mehul- (1763-1817) che ci lasciò nel suo -Giuseppe ed i suoi fratelli- (1807), un capolavoro di nobile semplicità e naturalezza. Maggiore di lui ed a ragione annoverato fra i sommi fu -Luigi Cherubini-, fiorentino (1760), scolaro di Sarti, che dopo essersi provato con fortuna nella sua patria in più opere, venne in Francia, vi si stabilì e vi giunse in gran fama. Egli morì nel 1842 dopo aver diretto per venti anni il Conservatorio di Parigi. Cherubini, italiano di nascita e naturalizzato francese, ha per il suo ideale artistico somiglianza coi grandi maestri tedeschi. Il suo genio è di natura riflessiva; le sue melodie non hanno la vera impronta nazionale italiana ma tengono piuttosto del carattere istrumentale, come pure pari a quella dei più grandi geni di Germania sono la sua sapienza teoretica, l'arte delle combinazioni armoniche ed orchestrali, l'assoluta padronanza della forma, la grande perfezione e la purezza del suo stile, mentre la declamazione ed il ritmo sono accentuati ed in ciò si avvicinano al carattere francese. Forse appunto per questo le opere di Cherubini rimasero pressochè sconosciute in Italia e neppure il tentativo recente di far risuscitare la -Medea- si può dir riuscito. Ciò però non vuol punto dire che Cherubini fosse un imitatore dei maestri tedeschi, che anzi quella certa mancanza di bellezza sensuale della sua melodia, quella freddezza aristocratica, che è propria alla maggior parte delle sue opere, è tutta sua. Piuttosto è vero che i maestri tedeschi appresero molto da lui, compreso Beethoven che lo chiama il primo fra i contemporanei e Weber che lo dice pari a Beethoven. Delle sue opere drammatiche, -Il portatore di acqua- (1800) resterà un modello insuperabile del genere semiserio, mentre la -Medea- (1797) per la nobiltà di linee e meravigliosa fattura raggiunge le migliori delle opere della letteratura musicale d'ogni tempo. La -Medea- iniziò la -grand'opera- divergendo dai drammi di Gluck per la maggiore ricchezza armonica, per gli effetti ricercati, per l'orchestrazione più svariata e finalmente per i pezzi d'assieme, che di rado si trovano in Gluck. Le altre opere, quantunque contengano una quantità di tratti geniali, sono oggi dimenticate ad eccezione delle -ouvertures-, che per la freschezza, ispirazione e stupenda fattura appartengono alle migliori del genere. «Non bisogna però credere che queste opere, perchè non sono più in repertorio, siano morte; è soltanto una metempsicosi, che è successa e noi le sentiamo nelle opere di altri maestri dieci e cento volte di nuovo» (Hauptmann). Difatti è incredibile quanti elementi moderni, specialmente descrittivi e romantici, esse contengono, che poi vennero sfruttati da altri. E non soltanto le opere della maturità ma anche alcune di quelle scritte nella gioventù in Italia p. e. l'-Ifigenia-. Così p. e. nell'-Elisa- (1794) e nell'-Anacreonte- (1803) c'è ormai il romanticismo posteriore e molto della nota elegiaca schumanniana, nella -Medea- vi sono punti di contatto con Beethoven (coro dei prigionieri) e persino l'unisono dell'-Africana- è un vero tratto cherubiniano. Cherubini si ritirò disgustato dall'opera per dedicarsi alla musica da chiesa, per la quale egli scrisse più opere, che vanno annoverate fra le sue migliori, come le -Messe-, i grandiosi -Requiem-, specialmente quello in -re minore-, degno d'esser messo a paro col -Requiem- di Mozart, e un -Credo- a 8 voci, senza dubbio una delle opere più meravigliose che dopo Palestrina mai fossero state scritte. Egli scrisse pure musica da camera, quartetti, ecc., che si avvicinano alle opere classiche ed un celebre trattato di contrappunto e fuga. Suoi scolari furono -Auber-, -Halévy-, -Adam-, -Carafa-, -Fétis- ed altri. Straniero fu pure il successore di Cherubini nei trionfi dell'Opera di Parigi e di nuovo un italiano: -Gasparo Spontini- di Majolati presso Jesi, nato nel 1774, morto nel 1851. Dapprima a Parigi nell'era napoleonica, venne dopo la Restorazione a Berlino, dove raggiunse i più alti onori ma che dovette poi abbandonare, quando la sua rigidezza e l'orgoglio nazionale ebbero a cozzare contro la coscienza germanica che si risvegliava. Se Cherubini colla sua -Medea- ed il -Portatore d'acqua- avea sentito l'influsso dei tempi, e le idee di libertà e la nobile arditezza di pensiero avevano trovato un eco nella sua musica, quella di Spontini è ancor meglio lo specchio del tempo in cui fu scritta, giacchè essa incarna l'idea napoleonica colla sua grandiosità marziale, larghezza di stile, potenza delle masse ed il suo realismo. Le tre opere capitali di Spontini sono la -Vestale-, il -Fernando Cortez- e l'-Olimpia-, scritte per Parigi. Su tutte s'innalza la -Vestale- per la ispirazione, verità di carattere e sentimento. L'elemento eroico trova nei grandiosi finali l'espressione più adeguata e si avvicina all'epica grandezza dei cori di Händel. Ma Spontini sa toccare anche le corde più sensibili del cuore nelle ispirate scene tra Giulia e Licinio, e se è meno sapiente di Cherubini lo supera certo in espressione e grandezza di concezione. In -Fernando Cortez- l'ispirazione non è sì ricca quanto nella -Vestale-, ma vi sono ammirabili la pittura dei caratteri ed il colorito, i contrasti e la suprema padronanza delle masse come nel grandioso finale. L'-Olimpia- non ebbe a Parigi il successo delle sorelle, nè il pubblico, felice di cullarsi nella pace della Ristorazione, poteva più infiammarsi alla rappresentazione di quei fatti che gli richiamavano alla memoria i burrascosi tempi napoleonici. Le opere che Spontini scrisse a Berlino segnano una decadenza sensibile nelle forze del maestro, nè per quanto esse contengano pregevolissimi squarci seppero resistere al tempo. Spontini ebbe il rammarico di vedersi alla fine della sua vita trascurato e quasi dimenticato. Egli fu insuperabile direttore, severissimo e mai soddisfatto; l'orchestra sotto la sua bacchetta era elettrizzata e suonava con una precisione meravigliosa. Successore di Cherubini e Spontini nel ramo della grande opera fu -Gian Francesco Lesuer- (1763-1838), l'autore della fortunata opera -I Bardi-, e di molta musica da chiesa. Egli fu il compositore prediletto di Napoleone. LETTERATURA A. Marx -- -Gluck und die Oper-, Berlin, 1863. Tiersot -- -Gluck-, Paris, Alcan, 1910. A. Schmidt -- -C. W. Gluck-, Lipsia, 1854. Ferrettini E. -- -Cristoforo Gluck-, Torino, 1914. Desnoiresterres -- -Gluck et Piccinni-, Paris, 1872. Spitta -- -Spontini- in «-Zur Musikgeschichte-», Berlino. C. Robert -- -L. G. Spontini-, Berlino, 1833. O. Foque -- -Lesuer- in «-les Revolutionaires de la musique-», Paris, 1882. Pougin A. -- -Mehul-, Paris, 1889. Picchianti -- -L. Cherubini-, 1844. Gamucci -- -L. Cherubini-, 1869. Hohenemser -- -L. Cherubini-, Lipsia, 1913. CAPITOLO XVI. Haydn -- Mozart -- Beethoven. La musica istrumentale anteriore ad Haydn non si occupava della traduzione di un pensiero poetico, d'un'idea coi mezzi della musica, ma cercava piuttosto nella bellezza dei temi, nella forma, nella combinazione degli accordi, nei coloriti, la sua meta. La musica istrumentale bastava a sè stessa ed in sè trovava la sua soddisfazione. Per ciò essa è principalmente oggettiva. Il continuare per questa via era impossibile senza cadere nel convenzionalismo e manierismo e quando il piacere della forma per la forma non fu più sufficiente allora si sviluppò anche nella musica istrumentale il soggettivismo. Questo nuovo elemento non fu del resto introdotto da Haydn, chè anzi noi lo vediamo farsi strada ormai in molte composizioni di Bach e successori, in Dom. Scarlatti e Fil. Em. Bach specialmente nelle -Toccate-, -Fantasie-, -Improvvisazioni-, ecc., i quali generi di composizione libera procedevano dall'ispirazione poetica. Ma questo nuovo indirizzo, questa individualizzazione del sentimento, il prevalere dell'elemento poetico, la traduzione dello stesso in toni che lo concretano con mezzi musicali, prima appena accennati, noi li troviamo palesi in Haydn le cui composizioni, oltre le qualità tecniche ed essenzialmente musicali delle anteriori, offrono allo uditore un elemento poetico, senza che egli, come suol succedere nella musica descrittiva, sia inceppato nei voli della sua fantasia. La nuova musica istrumentale basa sulle forme della -sonata- e della -sinfonia-. L'opinione che queste derivassero dalla sonata antica, da molti propugnata, è molto discutibile, quantunque quest'ultima abbia senza dubbio influito grandemente sulla sinfonia e sulla sonata moderna. Ma assai più che la sonata antica, poco differente dalla -suite- valse a formare la sinfonia e la sonata moderna l'antica -ouverture-, quale fu introdotta da Alessandro Scarlatti che si divideva in tre parti unite, -allegro-, -adagio- ed -allegro- e che coll'andare del tempo si usò nei concerti istrumentali suonare in tre tempi, dividendo le parti ed introducendovi il -minuetto-, tolto dalla -suite-. La caratteristica principale della nuova musica è il passaggio dalla polifonia all'omofonia. Le melodie sono ormai chiuse ed esse sono veramente accompagnate. C'è il primo e secondo tema colla ripresa dopo lo sviluppo tematico. Le composizioni perdono certo qualche cosa della loro monumentalità ma diventano molto più varie e ricche di contrasti anche improvvisi, che mancavano intieramente alle opere anteriori. Cessa pure il predominio delle tonalità minori. La dinamica è più varia e non bastano più gli effetti dell'eco (piano e forte), le tonalità cambiano nei diversi tempi e non è raro di trovare la melodia cominciata da uno strumento e finita da un altro, ciò che prima non succedeva. Fino a pochi anni fa era quasi incomprensibile la differenza che passa fra le opere anteriori ad Haydn e le sue e lo si soleva chiamare il padre della sinfonia e del quartetto. Torchi e Galli avevano bensì dimostrato che la forma della Sinfonia si trova ormai abbastanza sviluppata nelle opere di G. B. Sammartini, maestro di Gluck e che Haydn ebbe in Tartini un precursore nel quartetto per non parlare di Boccherini, che fu contemporaneo di Haydn e che certo non conobbe le sue opere. Oggi però s'è fatta almeno in gran parte la luce in seguito ai nuovi studi di Ugo Riemann e Guido Adler per i musicisti tedeschi e Fausto Torrefranca per quegli italiani. Le conclusioni sono però divergenti. Riemann difende la tesi che fu la scuola di Mannheim, dove esisteva un'orchestra eccellente e modello delle altre, a continuare la riforma della musica istrumentale già preparata da Bach ed Händel col connubio della monodia col contrappunto. In realtà non si trattava che dell'imitazione dello stile dell'aria nella musica istrumentale. Le -Six Sonates à trois ou avec toute l'orchestre- di -Giovanni Stamitz- (1717-1757) op. 1 (1752) sono per Riemann l'evangelo della nuova arte ed egli da a quest'opera la stessa importanza che all'-Ars nova- ed alla nascita dell'opera del Seicento. È innegabile che nei Trio di Stamitz si palesa un nuovo stile ben differente dall'anteriore e già Arteaga chiama Stamitz creatore d'un nuovo stile ed il Rubens dei compositori. Lo stile di -Stamitz- è pure quello di -Francesco Richter- (1709-1789), -Cannabich-, -Toeschi- ed altri maestri che vissero prima di Haydn. Nelle opere di Stamitz, che è il caposcuola, troviamo già sviluppato il dualismo dei temi, il lavoro tematico, che è lo spirito creatore della musica istrumentale quasi altrettanto che la melodia; anche la forma della sonata e sinfonia in quattro tempi è pressochè stabile. Le opere di questa scuola sono sonate a tre, quattro e più istrumenti col basso numerato ed appartengono, almeno come si pubblicarono, apparentemente alla musica antica. In realtà però si eseguivano in Germania senza basso numerato sostituendovi più istrumenti a fiato, che non vanno all'unisono cogli archi ma o hanno note tenute oppure eseguiscono piccoli contrappunti. Guido Adler cerca invece di rivendicare almeno parte dei meriti dei musicisti di Mannheim a quelli di Vienna anteriori ad Haydn come -Matteo Monn-, -Wagenseil-, -Filz-, -Dittersdorf-, ecc. Ma tanto Riemann che Adler sembrano dimenticare che tutti questi musicisti boemi od austriaci erano direttamente od indirettamente influenzati nelle loro opere dai maestri italiani sparsi per tutta la Germania e che la musica vocale ed istrumentale che si eseguiva in quel tempo a Vienna era quasi esclusivamente italiana. Fausto Torrefranca ha fatto negli ultimi anni studi esaurienti sulla musica istrumentale specialmente per cembalo dei maestri italiani di quell'epoca ed è arrivato alla conclusione persuadente, che il nuovo stile non venne nè da Mannheim nè da Vienna ma che il movimento lirico istrumentale è nato in Italia e conduce attraverso la sonata per cembalo, la sinfonia da camera, la sonata a tre direttamente ad Haydn e Mozart. Egli è entusiasta di -Giovanni Platti-, un veneziano che fu alla corte vescovile di Würzburgo e ne studiò le Sonate pubblicate nel 1740, pur troppo ancora inedite, che come si può giudicare dalle copiose citazioni sembrano davvero aver precorso i tempi. Se si conoscessero meglio anche le Sonate di Pergolesi, Zipoli, Caldara, Galuppi, Rutini, della Ciaja e tanti altri si vedrebbe che essi sono molte volte più moderni ed arditi che Haydn e Mozart. La loro arte è fatta «di fugacità melodiche, di sfumature ritmiche, di brevi arabeschi, di contesture sottilissime ma dalle quali una cosa sopratutto vi colpisce, la signorilità inventiva, che ne adorna senza posa il trasparente tessuto». (Bastianelli). Torrefranca ha pure studiato alcune delle sinfonie di -G. B. Sanmartini- (1704-1774?) che pare abbia scritto un'infinità di opere istrumentali, che ai suoi tempi godettero fama, come racconta Carpani nelle -Haydine-. Le sinfonie ancora esistenti di Sanmartini per archi ed oboi, anche con corni e trombe, «hanno un'architettura sottile e snella come di alberelli giovani ed una straordinaria ricchezza di motivi irrequieti, che svariano all'improvviso in poche battute. La vivacità, la ricchezza, il brio di queste musiche sono indicibili» (Torrefranca). Confrontando tutte queste opere italiane con quelle tedesche, costruite su temi assai semplici e senza grande varietà ritmica è ben palese la superiorità delle prime anche sulle sinfonie giovanili di Haydn, ultimamente pubblicate, che mostrano molte incertezze, del resto naturali in un esordiente. Forse però si da troppo importanza tanto ai maestri italiani che tedeschi nominati ed è più facile comprendere la grande modificazione che subì la musica istrumentale pensando che essa è quasi contemporanea all'immensa diffusione dell'opera italiana nel Settecento, e che il nuovo stile somiglia in molti punti a quello dell'opera. E perchè questa era minore nella Germania del Nord che in altri paesi, fu appunto lì che lo stile rimase più a lungo polifonico. Ciò nullostante l'egemonia della Germania dalla metà del Settecento è ormai palese nella musica istrumentale, che si diffonde anche nella Francia ed Inghilterra mentre nell'Italia dopo la morte dei grandi violinisti anche per la mancanza di orchestre stabili e società musicali la musica istrumentale va rapidamente decadendo. Se si esaminano gli antichi cataloghi degli editori tedeschi e francesi si deve arguire che mai un'epoca fu sì amante di musica istrumentale. Sono centinaia di Sinfonie, Quartetti con e senza pianoforte, Terzetti, Serenate, Divertimenti, Cassazioni, ecc., che si stampavano e ristampavano continuamente. Tutte queste opere sono oggi dimenticate ad eccezione di quelle di Haydn, ciò che successe anche perchè molte di esse erano scritte col basso numerato del quale si venne perdendo la pratica e che ben pochi sapevano eseguire. -Giuseppe Haydn- nacque il 31 marzo 1732 a Rohrau sul confine ungherese, vicino ad Haimburg, dove imparò le prime nozioni di musica. Nel 1740 venne assunto fra i cantori della cappella di S. Stefano in Vienna per la sua bella voce e vi rimase continuando gli studi musicali, finchè cambiò la voce. Gli anni susseguenti fino alla sua nomina di direttore di cappella del principe Esterhazy furono per Haydn pieni di privazioni e di disinganni. Nella residenza principesca del suo Mecenate, la cittadella di -Eisenstadt- in Ungheria, il suo meraviglioso ingegno ebbe campo di svilupparsi e gli anni che ivi passò (1760-90) alla testa di un'eccellente orchestra, che era a sua disposizione e dalla quale avea appreso a conoscere tutte le particolarità degli istrumenti, furono feraci di composizioni istrumentali come sinfonie, quartetti, terzetti, sonate per piano, operette, opere ed una quantità di pezzi per -baritono- (specie di violoncello), istrumento ora dimenticato, che suonava il principe Esterhazy. Nel 1790 e 1794 andò a Londra, per la qual città scrisse le sue più belle sinfonie. In età ormai avanzata compose i suoi due famosi oratori, la -Creazione- (1797) e le -Stagioni- (1801). Haydn scrisse 157 sinfonie, fra le quali sono celebri la -Reine-, la sinfonia col colpo di -timpani-, la -Oxford-, la -Militaire-, ecc. Haydn morì ai 31 maggio 1809 a Vienna durante l'assedio dei francesi. Haydn fu principalmente compositore istrumentale. Nelle sue prime composizioni egli cerca ancora la sua strada e l'influenza del suo autore prediletto, Filippo Emanuele Bach, è ancora sensibile, ma ben presto sa liberarsi da ogni imitazione ed ispirare alla forma della sonata, del quartetto e della sinfonia novella vita. I suoi temi sono efficaci, plastici e suscettibili d'ogni trasformazione e sviluppo; le sue opere sono organicamente costruite e l'unità delle parti è sorprendente. Grande merito di Haydn fu poi quello d'aver individualizzato gli istrumenti e liberato la musica dalla monotonia ritmica di prima, che è una della principali cagioni per cui noi nelle composizioni anteriori non possiamo arrivare ad un piacere estetico complesso, tormentandoci sempre il metro troppo eguale. Il carattere predominante della musica di Haydn è la naturalezza, la freschezza unita ad una certa giovialità e semplicità di sentimento. Ma egli sa altresì toccare le fibre più interne del cuore coi suoi ispirati adagi e commuoverci colla potenza dell'espressione, che alle volte raggiunge il tragico. Insuperabile è la vena, la fantasia, la volubilità dei suoi minuetti. Questa specie di danza aristocratica e severa, con lui perde il suo fare austero e arcigno e diventa ora il più leggiadro giuoco di suoni, ora vi si frammischia una nota melanconica, una specie di umorismo sano, ora si avvicina allo scherzo di Beethoven quasi presentendolo. L'arte di Haydn è meravigliosa senza che egli abbia fatto uso di mezzi straordinari e senza che essa appaia come tale, tanta ne è la perfezione. La sua istrumentazione è semplice, ma nella semplicità, svariatissima e piena di contrasti, chiaroscuri e luci, che l'animano. Perciò le opere di Haydn, e fra tutte specialmente i quartetti, oggi dopo più di cento anni nulla hanno del barocco ed antiquato ma conservano ancora la freschezza dei primi giorni. La superiorità delle sue sinfonie e dei quartetti non sta tanto nella bellezza melodica dei temi quanto nella sapienza di sapersene servire. Noi possiamo studiare nelle sue opere come si sviluppi sempre più il lavoro tematico e come egli arrivi poi a costruire i suoi tempi con brani del tutto insignificanti del tema ma specialmente adatti al lavoro tematico. L'importanza degli oratori di Haydn non è pari a quella per la musica istrumentale, quantunque le -Stagioni- ed ancor più la -Creazione- segnino una nuova via e s'innalzino di molto sopra le composizioni dell'epoca. In esse non è a cercarsi la grandiosità di Händel nè la profondità di Bach, ma vi abbondano invece la fantasia, la naturalezza, la grande varietà ed il sentimento della natura che si palesa in una quantità di tratti caratteristici. La musica da chiesa di Haydn sente l'influsso dell'epoca in cui fu scritta e va annoverata a quel genere di composizioni che non appartengono nè al sacro nè al profano e che perciò non corrispondono all'ideale della musica sacra. Haydn nella triade di genî germanici della musica istrumentale moderna è quello che è meno conscio del suo ingegno e scrive quasi per istinto ciò che l'ispirazione gli detta, senza occuparsi gran fatto di idee secondarie e di problemi sociali. Con lui l'elemento umorista, quel misto fra il serio e lo scherzoso, una leggiera ironia che sorride alle debolezze umane e guarda le miserie della vita colla serenità del filosofo, entra nella musica, quell'umorismo, che doveva avere la sua espressione più alta in Beethoven, il quale dalla più triste e lugubre disposizione di animo passa spesso alla gioia più sfrenata e bacchica. Le opere di Haydn specchiano il suo carattere. Egli fu di temperamento sereno, ilare, modesto. Innovatore da principio, fu sorvolato dal genio di Mozart, di lui più giovane, del quale risentì l'influsso negli anni posteriori, donde la grande differenza fra le opere anteriori e le seguenti. Gli ideali del giovane Beethoven e la rivoluzione musicale, che questi cagionò trovarono Haydn ormai vecchio ed incapace di seguire le nuove orme. Quello che vedemmo succedere in Palestrina e Bach, i quali sembrano quasi chiudere un'epoca della storia dello sviluppo musicale, concentrando in sè e perfezionandolo il frutto ed il complesso delle conquiste anteriori, si replica in -Mozart-, forse il maggior genio musicale che mai visse, quell'uomo, che senza peccare d'esagerazione, puossi chiamare il genio incarnato della musica. Mozart è universale; egli appartiene a tutte le nazioni e mai si unirono in un uomo gli elementi più disparati per formare un complesso più perfetto. Egli ha la ricchezza melodica, il sentimento drammatico degli Italiani, la sapienza, l'idealità poetica, la delicatezza e castità d'ispirazione dei Tedeschi, la varietà ritmica, l'argutezza e volubilità comica dei Francesi. In lui non si scoprono incertezze, tentennamenti, ma egli arriva ad altezze inesplorabili, sviluppandosi organicamente e necessariamente. Ha tutte le qualità di Gluck più il genio specificamente musicale di gran lunga maggiore. Confrontato con questo noi non troviamo nelle sue opere l'austerità, la ferrea conseguenza dell'espressione drammatica del primo ma invece la grandezza del genio che tutto nobilita, l'istinto che tutto trova senza cercare. Egli basa sull'opera italiana, ma col suo istinto geniale la nobilita e l'innalza. A tutte queste somme qualità egli aggiunge poi una sapienza della forma, una conoscenza sì grande dell'arte, che gli rende facile sciogliere qualsiasi compito, ed in modo che l'arte grandiosa non serva che a scopi più alti. Egli sa esprimere tutti i sentimenti, tutti gli affetti; nessuno lo supera nella rappresentazione dell'amore in tutte le sue fasi, dall'amore casto ed ideale all'amore sensuale. Nessuno come lui sa delineare i caratteri femminili e scrutarne meglio gli affetti. -Volfango Amadeo Mozart- nacque ai 27 gennaio 1756 in Salisburgo, dove suo padre Leopoldo, eccellente musicista ed uomo dotato di buon senso e conoscente del mondo, era direttore della cappella dell'arcivescovo. Il piccolo Amadeo fu un talento precoce quale mai prima nè dopo si vide. A sei anni suonava benissimo il pianoforte, conosceva il violino e componeva sonate, sicchè il padre gli fece intraprendere lunghi viaggi, destando stupore ed entusiasmo. Nel 1768 scrive la sua prima Opera, -La finta semplice- e nel 1769 viene nominato per opera di Martini membro dell'Accademia Bolognese. L'Italia fu la prima a festeggiarlo come compositore drammatico ed il suo -Mitridate re del Ponto- (1770) riscosse a Milano grandi applausi. Ritornato in patria, dove era stato nominato dall'arcivescovo maestro concertatore, continuò i suoi studi e scrisse una quantità di opere drammatiche ed istrumentali. Le prime sono ancora scritte nello stile dell'opera italiana e solo quà e là vi si mostra la potenza di Mozart che supera il convenzionalismo formale. La prima opera, nella quale il genio di Mozart si palesa ormai nella sua interezza, è l'-Idomeneo- (1781) scritta per Monaco, in cui, se le reminiscenze dello stile di Gluck sono ancora sensibili, il genio musicale specificamente melodico supera il modello. Ancor in quest'anno Mozart da principio ad altro lavoro. -Il ratto del serraglio-, la prima vera opera della scuola tedesca, scritta in uno stile molto differente dall'-Idomeneo-, si libera dalla posizione indegna e servile che lo teneva legato all'arcivescovo di Salisburgo, incapace di comprenderlo e si stabilisce a Vienna. Gli anni susseguenti portano ricca messe: -Le nozze di Figaro- (1786), il -Don Giovanni- (1787) scritto per Praga, -Così fan tutte- (1790), -La clemenza di Tito- ed -Il flauto magico- (1791). Mozart morì ai 5 Dicembre 1791, quando l'imperatore lo nominava direttore della Cappella di S. Stefano ed egli avrebbe potuto così dedicarsi, senza le cure della lotta per l'esistenza, alla composizione di tanti altri capolavori che dormivano nella sua grandiosa mente. La vita di Mozart è quella dell'artista moderno. Per lui l'arte è scopo supremo. Le miserie della vita non lo toccano e lo lasciano indifferente. Egli è spensierato, gioviale, noncurante del domani, dedito ai piaceri, ma altrettanto serio, indefesso, tenace al lavoro, capace di astrarsi in mezzo ad una società clamorosa e continuare il lavorìo della fantasia. La sua importanza sta nell'opera drammatica che con lui raggiunse la perfezione del genere, quale l'epoca sua poteva comportare e che ancor oggi fra le lotte delle scuole resta intangibile. Ed in questa egli seppe, come nessuno prima e dopo di lui, cambiare di stile a seconda del soggetto. Nell'-Idomeneo- è palese la forma classica di Gluck, nel -Don Giovanni- il romanticismo non nelle esteriorità fantastiche ma nell'elemento tragico e satanico, nelle -Nozze di Figaro- l'opera cosidetta di conversazione, fine ed arguta, nel -Ratto- il romantico misto all'umorismo, in -Così fan tutte- l'opera buffa allegra e biricchina, nel -Tito- di nuovo l'opera seria classica coll'elemento eroico. Nel -Flauto magico- poi egli seppe da un'azione spettacolosa e destinata ad un teatro di sobborgo, creare un'opera in cui l'elemento simbolico e morale predomina ed il genio arriva alle più grandi altezze. Ad onta di ciò, Mozart non fu un rivoluzionario ma un riformatore, un eclettico geniale, che senza trovare forme assolutamente nuove, alle antiche ed usate ispirò nuova vita. «Il genio tedesco, scrive Wagner, sembra destinato a cercare presso i suoi vicini quello che non è dato alla sua patria, per poi toglierlo dai suoi stretti confini e creare qualche cosa di universale. Mozart creò i suoi capolavori sull'orma dell'opera italiana senza punto cambiarne la forma. Eppure quale superiorità sulle opere dei contemporanei italiani!» Si suol dire che Mozart col -Flauto magico- fu il vero creatore dell'opera tedesca e quegli che diede il colpo di grazia all'opera napolitana. In realtà però le opere teatrali di Mozart appartengono ben più all'opera italiana che alla tedesca (15 opere su testo italiano e 5 su tedesco) (-Singspiele-) e non solo per la lingua ed il numero ma ben più per l'intimo carattere della musica, ciò che è anche naturale se si pensa che la Germania e l'Austria del Settecento erano in riguardo del teatro musicale vere provincie italiane. Eppure le opere di Mozart non ebbero in Italia neppure ai suoi tempi che un successo effimero, molto minore che quelle del tedesco italianizzato -Simone Mayr- (1763-1845), il primo maestro di Donizetti, che fu il primo che in Italia tentò lo stile della grand'opera francese e predilesse un'orchestrazione molto nutrita. Questo minor successo delle opere di Mozart dipese e dipende dalla povertà di veri accenti drammatici nei recitativi, nel non avere l'istinto infallibile dell'effetto, dalla mancanza di plasticità della forma specialmente nell'opera seria come pure dal predominio della forma strofica di canzone breve e succinta, che è una caratteristica dei musicisti tedeschi del suo tempo. Mozart è senza dubbio più sicuro ed efficace nell'opera buffa, che s'adattava anche di più al suo carattere, quantunque anche in questa egli segue le orme dei nostri maestri italiani Anfossi, Piccinni e Paisiello, che non si conoscono che di nome mentre se si studiassero le loro opere si apprenderebbe che molto di quello che noi chiamiamo specifico mozartiano si riduce ad elementi italiani del secolo XVIII. Comunque ciò sia, Mozart resterà sempre uno dei più grandi genî musicali d'ogni tempo, perchè molte delle sue maggiori opere corrispondono a quell'ideale d'arte ed a quei principî che pel mutare dei tempi non possono cambiare e noi ricorreremo sempre a lui come ad una sorgente di pace serena, alla quale si può sempre attingere senza che si esaurisca. La musica istrumentale di Mozart forma un anello di congiunzione fra Haydn e Beethoven. Le più celebri opere sono le -sinfonie- in -sol minore-, in -do maggiore- (-Iupiter-), i sei -quartetti- dedicati ad Haydn, il -quintetto- in -sol minore-. La differenza fra Haydn e Mozart si scorge nel primo e nell'ultimo tempo delle sue opere che hanno temi molto più cantabili, più lunghi ed espressivi. Haydn era maestro nel cavare dagli strumenti sempre nuovi effetti ma in certo modo non si serviva di loro ma serviva a loro; i suoi motivi sono molte volte quasi nati dagli istrumenti stessi e ci interessano principalmente per l'uso che ne fa l'autore. Mozart si serve invece degli strumenti per parlare la sua lingua, i suoi motivi sono più espressivi e presentono già Beethoven. Il confronto fra i quartetti dedicati ad Haydn con quelli di quest'ultimo anteriori e posteriori mostra palese questa differenza ed è toccante il vedere come il vecchio maestro cerchi nelle ultime opere raggiungere la profondità e la calda espressione del giovane. Le sonate per pianoforte, i Trio, ecc., sono con poche eccezioni (-fantasia in do min.-, -sonata in do min.-) opere d'occasione senza grande importanza e di valore ineguale. Superiori a queste sono i -Concerti per pianoforte- (-Re min.-, concerto -per l'incoronazione-, ecc.), scritti con intenzioni sinfoniche. Delle sue musiche da chiesa vale quanto fu detto di quelle di Haydn. Da eccettuarsi sono però l'-Ave verum-, una -Messa- ed il grandioso -Requiem-, la sua ultima opera che non potè finire, e che quantunque faccia concessioni allo stile dell'epoca tendente al drammatico ed al profano, pure è concepita con grandiosità e serietà di stile ed è sì ispirata da far dimenticare ogni principio e tacere ogni obbiezione. Quali opere Mozart ci avrebbe ancor dato, se gli fosse durata la vita, è impossibile il pensare; ma che egli avrebbe subìto una trasformazione quale vediamo poi succedere in Beethoven, è difficile l'ammetterlo. Mozart è essenzialmente oggettivo, nè mai dimentica d'essere sopratutto musicista. Per lui la musica non è un mezzo, ma scopo e ad essa egli sacrifica ogni intenzione a lei secondaria. L'idea musicale si presenta a lui complessa ed imperiosa senza essere semplicemente la traduzione d'un pensiero o d'un'idea poetica, come quasi sempre succede in Beethoven. Perciò Mozart, per quanto il suo genio musicale sia maggiore di quello di Beethoven, per noi figli dell'epoca moderna, comincia in molte delle sue opere a sembrare antiquato, perchè in esse non vi troviamo abbastanza riprodotte tutte le sensazioni, gli affetti, le passioni nostre. Con -Beethoven- comincia un'altra epoca che per noi è la più importante. La musica del secolo decimonono porta l'impronta del soggettivismo. L'umanità ha perduto nelle lotte la serenità dei tempi passati; l'eterno dolore, (il -Weltschmerz- dei filosofi e poeti tedeschi) il pessimismo, il dubbio che rode, diventano la nota dominante. Con Beethoven la musica non è più soltanto un'arte ma diventa l'arte universale; essa impara ad esprimere tutte quelle sensazioni, quei pensieri, quelle aspirazioni più intime che la parola non sa esprimere e definire. Beethoven non è più solamente musicista come Mozart e specialmente Haydn, ma altresì pensatore profondo, che dei problemi sociali e delle nuove idee si occupa e pel quale la Rivoluzione non è rimasta senza lasciare grande e potente traccia. Per lui la musica non è soltanto per sè esistente ma ha un più alto significato morale e quasi sempre incarna un'idea. Perciò la maggior parte delle sue composizioni, specialmente quelle della maturità e le ultime, non sono soltanto l'espressione d'un sentimento indefinito, ma vere poesie musicali, che specchiano i diversi pensieri, le fasi di questi, quasi un'azione in toni. Le sue opere gli vengono ispirate, come egli scrive, «da impressioni che il poeta traduce in parole ed egli in toni che si accavallano, sgorgano potenti e disordinati fin che si ordinano nella sua mente». Perciò alcune sue opere hanno un carattere programmatico palese (-Egmont-, -Coriolano-, -Leonora-, -sinfonia pastorale-, ecc.) ed altre e son le più numerose un programma latente. Egli dopo le incertezze naturali e necessarie della gioventù, scuote ogni influsso e la sua individualità domina sovrana. Egli è forse meno musicista di Haydn e di Mozart, ma li sorpassa ambidue nell'idealità, perchè egli emancipa la musica da ogni formalismo e sacrifica tutto all'idea. Questa tendenza al liberarsi dalla materia viene poi sempre più accentuandosi, quanto più la sordità lo distacca dal mondo esterno ed essa arriva in alcune delle sue ultime opere alla morbosità. Allora egli, attraverso lotte e contrasti, giunge all'assoluta contemplazione immateriale, in cui tacciono le cure e gli affanni ed il sentimento della suprema conciliazione addolcisce le miserie della vita. La serietà è il suo carattere dominante, ma anche essa può, bensì fugacemente, cambiarsi in gioia quasi bacchica, come nella -IX Sinfonia-. Egli non ha la naturale ilarità di Haydn, nè l'olimpica oggettività di Mozart, ma vede il suo ideale nell'esposizione dei contrasti della vita, nella lotta dei diversi affetti. Beethoven, come in genere i tedeschi, non fu un rivoluzionario ma un gran riformatore. Egli accetta tutte le conquiste del passato e continua l'edifizio sulle stesse basi; ma egli centuplica la forza espressiva non limitandola alle parti principali ma allargandola anche al resto che assume ben altra importanza di prima. Senza rompere od abbandonar di progetto le forme antiche, come altri fece dopo di lui, egli le trasforma grado grado mantenendo le linee originarie ed i principî cardinali. Ciò egli raggiunge fra altro cambiando l'elemento figurativo e melismatico, che prima non era che gioco di suoni, in elemento melodico ed espressivo a somiglianza della parola cantata ma con maggiore intensità, perchè egli poteva coi suoni esprimere anche quello che la mente concepisce e l'animo sente ma la bocca non sa esprimere a parole. I fascicoli che contengono gli schizzi musicali ci palesano il segreto della generazione delle sue opere. Ad onta dell'assoluta padronanza dei mezzi noi vediamo lottare il genio colla materia per costringerla ad ubbidirgli. Sono continui cambiamenti e pentimenti, lavori di lima paziente ed instancabile. Ma da tutto questo lavorio sorte alla fine l'opera completa che nulla palesa della dolorosa creazione. Ad onta di ciò studiando specialmente le ultime opere ci accorgiamo che il contenuto quasi trabocca dalla forma usata e spesso mal vi si adatta, quantunque il maestro tenti continuamente di ampliarla e modificarla. E ciò è naturale se si pensa che le sue melodie avevano ormai ben altro significato che quello puramente musicale e che egli creandole non pensava soltanto alla possibilità di sviluppi e lavori tematici. -Ludwig van Beethoven- vide la luce ai 17 Dicembre 1770 a Bonn dove suo padre, d'origine olandese, era addetto alla cappella di quella città. Anch'egli fu un talento precoce e nel 1785 poteva ormai assumere le funzioni d'organista e suonare in orchestra. Nel 1793 andò a Vienna, che scelse dipoi a sua stabile dimora e dove trovò tosto nell'arciduca Rodolfo, nel principe Lichnowski e in Van Swieten potenti Mecenati. Continua i suoi studi un po' con Haydn, Schenk e specialmente con Albrèchtsberger e pubblica nel 1795 la prima sua opera, i tre -Trio-, fra cui il celebre in -do minore-, che ormai segna una nuova orma nella storia dell'arte. Il periodo seguente fu fecondo di nuove opere, fra le quali i 6 Quartetti d'arco (op. 18), i terzetti pure per archi, molte sonate per piano, le due prime sinfonie, il delizioso settimino (op. 20), ecc. Nel 1802 comincia a mostrarsi la malattia della sordità, che venne poi sempre crescendo ed amareggiandogli l'esistenza e fu in quell'anno che egli scrisse il suo testamento, quello scritto che mostra la grandezza del carattere di Beethoven. Seguono la -Sinfonia eroica- colla -Marcia funebre- (1802), la -Pastorale-, la sua unica opera drammatica, il -Fidelio- (1805), che ebbe alla prima esecuzione poco successo e che, ad onta di grandi bellezze, mostra che a Beethoven mancava l'istinto drammatico teatrale, la -Sinfonia- in -do minore- (1808), forse il suo capolavoro, in cui la sua potenza di creare da un tema insignificante un vero poema è piuttosto unica che meravigliosa. L'influsso della sua incurabile malattia venne in seguito sempre più accentuandosi nelle sue opere posteriori, che per quanto geniali non vanno esenti da bizzarrie ed oscurità e che quasi fin oggi, mentre da molti sono proclamate quale l'espressione più alta del genio di Beethoven, subirono le critiche più disparate. Esse sono piuttosto l'espressione individuale di un uomo condannato all'isolamento che il frutto di idee riformatorie. Perciò sembra inutile il tentativo di volerle considerare come l'Evangelo della musica futura, perchè la loro concezione è troppo personale. A queste appartengono la -Messa in re- (1816-1823), la -nona Sinfonia- con coro e soli (1822), gli ultimi -Quartetti- e le ultime -Sonate- per pianoforte (1824-1826) che assieme alle potenti -Variazioni- su un tema di Diabelli sembrano scritte più per chi le comprende cogli occhi che per chi le vuole eseguire. Beethoven morì ai 27 Marzo 1827 di idrope. La -Messa in re- non è da considerarsi dal punto di vista della musica da chiesa, ma è piuttosto l'espressione individuale dell'anima di Beethoven, della sua religione. Il testo della Messa perde il suo significato oggettivo e liturgico per esprimere le idee dell'autore. Essa è quasi la preghiera, il grido di dolore di un uomo moderno, che aspira alla Divinità dalle miserie della terra, non l'espressione della quieta e fiduciosa devozione d'un credente. La -Nona Sinfonia- è una delle più grandiose composizioni istrumentali della nostra epoca ed ancora la maggiore. In essa specchiasi quasi la vita di Beethoven nella descrizione delle lotte contro la sorte (1º -tempo-), dell'abbandonarsi alla gioia sfrenata per dimenticare (-scherzo-), della contemplazione ed ispirazione dell'ideale (-andante-) e della suprema conciliazione degli elementi lottanti in un inno di gioia e di giubilo all'umanità (-finale-). Mentre le prime opere palesano l'influsso di Haydn e Mozart, questo va presto perdendosi nelle seguenti, che portano marcata l'impronta personale dell'autore. La forma della sinfonia s'allarga e diventa più significante, al minuetto vien di solito sostituito lo -scherzo-, che perde quasi intieramente il carattere di danza per esprimere un umorismo che può arrivare fino al tragico; il -finale-, prima nella forma di -rondò-, diventa alle volte la parte più importante dell'opera (p. es. nella sinfonia in -do minore- e nella -Nona-). I temi apparentemente più insignificanti assumono nello sviluppo tematico e nelle trasformazioni importanza e varietà grandissima. Dove si palesa meglio la profondità dell'anima di Beethoven è però negli Adagi, che nessuno seppe più eguagliare. Ma la grandezza del genio di Beethoven non si palesa soltanto nella sinfonia. Le sue sonate per pianoforte, fra cui le più note sono la -patetica-, la -sonata au clair de lune-, quella in -la bem.- colla marcia funebre, la -Waldsteinsonate- formano come i preludî e le fughe di Bach, uno dei capisaldi del repertorio pianistico e sono una collana di fulgide perle. Fra le -ouvertures-, quelle per l'-Egmont- di Goethe, per il -Coriolano-, la grande -ouverture N. 3 Leonora-, ci ammaliano colla grandiosità delle linee ed il colorito. Dei suoi 17 Quartetti, i primi sei, quelli dedicati a Rassumowsky, quello in -do diesis minore-, rimarranno esempi imperituri di ispirazione, euritmia e sviluppo tematico. Beethoven fu un grande infelice. Le circostanze ed il suo carattere lo resero tale. La malattia incurabile della sordità gli tolse ogni speranza quando il suo nome era grande e l'avvenire gli sorrideva. La suprema sventura che possa toccare ad un musicista, l'esser privato dell'udito, non fu risparmiata a lui, il re dei suoni. Egli ne rimase annientato ed un'amarezza infinita l'oppresse. Amori infelici, discordie famigliari finirono per renderlo iracondo, impaziente e distaccarlo dal mondo. Egli conobbe il suo genio e seppe farlo valere senza protervia ma con dignità ed energia, non stimandosi da meno dei grandi della terra ed innalzando la dignità dell'artista. È difficile il pensare quale indirizzo avrebbe preso la musica senza Beethoven. Oggi tanti anni dopo la sua morte, le sue opere sono ancora il prototipo della musica istrumentale. I suoi successori non hanno saputo trovare che qualche nuovo effetto d'orchestrazione, qualche cambiamento di forma ma null'altro di nuovo che non sia o palese od almeno accennato nelle sue opere. Ai suoi quartetti, alle sue sinfonie noi non sappiamo metter a paro nessun'opera, meno poi una che le superi. Egli è ancor oggi il modello insuperabile, a cui tutti ricorrono, il maestro dei maestri. Wagner paragona Beethoven a Tiresia il cieco veggente. Egli guarda coll'occhio della mente ed ascolta le infinite e recondite armonie che risuonano nel suo animo. Il mondo esterno non gli sa più dir nulla. LETTERATURA Brenet M. -- -Histoire de la symphonie depuis ses origines jusqu'à Beethoven-, Paris. Brenet M. -- -Haydn-, Paris, 1909. C. F. Pohl -- -Josef Haydn-, Berlino (incompleto). G. Carpani -- -Le Haydine-, Padova, 1823. L. Reissmann -- -I. Haydn-, Berlino, 1879. L. Schmidt -- -I. Haydn-, Berlino, Harmonie, 1889. O. Iahn -- -W. A. Mozart-, 3ª ediz., 1891. A. Fleischer -- -W. A. Mozart-, 1900. Bellaigue -- -Mozart-, Paris. T. de Wyzewa et G. de Saint Foix -- -Mozart et son oeuvre-, Paris, 1912. Curzon -- -Mozart-, Paris, 1913. E. Dens -- -Mozart's operas-, London, 1913. Schiedemayr L. -- -Beiträge zur Geschichte der Oper in der Wende des 18. u. 19. Jahrhundertes- (-Simon Mayr-), Lipsia, 1907 e 1910. B. A. Marx -- -L. Beethoven-, Berlin, 1901. L. Nohl -- -Beethovens Leben-, 1864. A. W. Thayer -- -Beethoven-, Berlino, 1866-1879, trad. dall'inglese. R. Wagner -- -Beethoven-, 1870. Wasielewsky -- -Beethoven-, 1895. Rolland R. -- -Vie de Beethoven-, Paris, 1907. Bekker P. -- -Beethoven-, Berlino, Schuster und Loeffler, 1912. Chantavoine -- -Beethoven-, Paris, 1907. CAPITOLO XVII. L'Opera romantica e la grand'Opera francese. Il romanticismo, come nella letteratura, è anche nella musica di data più remota di quello che per solito si ammette. Quantunque l'epoca della musica romantica sia per eccellenza il principio del secolo XIX, noi troviamo traccie di essa già in Bach, Mozart ed ancor più in Beethoven, nè è sempre giusto il separare la musica d'indirizzo classico da quella influenzata dal romanticismo. Ogni nazione ne ha più o meno sentito gli influssi, ma quella che per natura ed indole gli è più vicina è senza dubbio la tedesca, in cui il culto della donna, il sentimentalismo, la predilezione dell'elemento fantastico delle leggende, l'amore della natura, dei boschi, dei monti, la vita intima del pensiero hanno più importanza che per le nazioni romane, a ciò più indifferenti per la somiglianza ed affinità coi popoli classici dell'antichità portati all'oggettivismo. Il romanticismo del principio del secolo scorso non era in origine che il desiderio di ritornare al sentimento della natura e di abbandonare il convenzionalismo della coltura pseudo-classica del settecento più superficiale che profonda. E se tutta la letteratura se ne risentì, ancor più ne fu influenzata la musica giacchè essa era più adatta a seguire le nuove idee per la possibilità di conciliare meglio della poesia il contrasto fra il mondo reale ed il fantastico. La caratteristica del romanticismo letterario sta nell'aspirazione allo straordinario, (Novalis definisce per romantico ciò che sorprende), nella predilezione per l'elemento popolare e nella guerra alle forme e pastoje classiche. Gli elementi del Romanticismo musicale sono analogamente da cercarsi nell'armonia, istrumentazione e nella pittura musicale, insomma essi sono più di natura esteriore che interna. E. T. Hoffmann († 1822) poeta e musicista, l'autore delle novelle fantastiche e il creatore della figura strana del Kapellmeister Kreisler, forma l'anello di congiunzione fra il romanticismo letterario ed il musicale. Il romanticismo musicale ebbe la sua espressione tanto nella musica drammatica che nella lirica. Della prima sono rappresentanti -Weber- e -Spohr-, della seconda -Schubert-, -Mendelssohn- e -Schumann-. -Weber- non fu una vera natura drammatica, ma ebbe squisito sentimento del colorito locale e seppe parlare al cuore della sua nazione colla semplicità toccante delle sue melodie ispirate, coi suoi quadri della natura che c'introducono nelle oscure e paurose selve, nelle tranquille case di campagna, perdute in mezzo al verde, colle sue evocazioni dei secoli cavallereschi, colle sue fantasmagorie di gnomi. Il successo del -Freischütz- deriva in special modo dall'aver Weber saputo innestare alla sua musica la canzone popolare tedesca ed averla idealizzata. Il popolo, incapace di seguire e comprendere il genio di Beethoven e d'altro canto estraneo all'opera seria che trattava soggetti a lui ignoti, trovò sè stesso e le sue canzoni nel -Freischütz-, che somiglia ad una grande ballata popolare, ed alcune melodie di quella fortunata opera divennero patrimonio della nazione. Nell'-Euriante- Weber tentò di conciliare i due elementi disparati della melodia assoluta e della vera espressione drammatica continuata, ma il tentativo non riuscì, perchè la conciliazione era impossibile. La potenza drammatica talvolta gli manca, ma egli ci risarcisce con mille geniali particolari, che egli deve specialmente alla sua grande arte d'istrumentare, nuova e caratteristica, all'uso tutto speciale degli istrumenti a fiato, specialmente di quelli di legno nelle note basse. Grande poi è la sua facoltà di descrivere l'elemento satanico, appunto perchè esso appartiene al descrittivo, in cui Weber era vero maestro. Da ciò deriva il grande successo del -Freischütz- ed il minore dell'-Oberon- e dell'-Euriante-, la sua opera prediletta, nella quale si palesa la mancanza di sentimento drammatico ad onta della grandiosità e dello studio maggiore. Abbiamo già detto che si suol chiamare Mozart il creatore dell'opera tedesca. Ma ben più a diritto si può ascrivere questo onore a Weber, perchè fu veramente egli che col -Freischütz- creò l'opera nazionale, che abbandonò i libretti di soggetto classico e vi sostituì azioni di carattere nordico e prettamente romantico, adattandovi una musica affine al soggetto che sa essere or rude or colorita or somigliante a quella delle canzoni popolari tedesche. Weber è in certo riguardo anche il padre della nostra musica, perchè la sua ha ormai una grandissima differenza con quella dei classici. Egli ha perciò esercitato un influsso stragrande ed il dramma di Wagner è già presentito nell'-Euriante- come anche le sue opere per pianoforte precorrono quelle di Schumann e Chopin. -Carlo Maria de Weber- ebbe vita avventurosa. Nato ai 18 dicembre 1786 a Eutin nel Holstein di padre appartenente a famiglia nobile, ufficiale, uomo di affari, musicista, direttore di teatro, inventore, dovette menar vita nomade da una città all'altra nè potè compire un corso regolare di studî musicali. Dapprima scolaro di Michele Haydn a Salisburgo, compose più opere anche per il teatro. Studiò poi col celebre abate Vogler e divenne a diciotto anni direttore del Teatro di Breslavia. Cambiò dimora e carriera per seguire quale segretario il Principe di Württemberg; ritornò scolaro di Vogler a Darmstadt e collega di Meyerbeer al quale fu legato da sincera amicizia. Dopo un breve soggiorno a Berlino, dove si distingue come virtuoso di pianoforte e compone parecchi pezzi per questo istrumento, fra i quali il celebre -pezzo di Concerto- in -fa minore- e l'-Invitation à la danse-, va a Praga nel 1813, e poi nel 1816 a Dresda come direttore. Nel 1821 si eseguisce a Berlino il -Freischütz- con immenso successo, e la -Preciosa-, cui fece seguito nel 1823, a Vienna, l'-Euriante-. Nel 1826 si recò a Londra per farvi eseguire l'-Oberon-, dove ammalò e morì ai 5 Giugno dello stesso anno, lontano dai suoi cari. Nel 1844 le spoglie di Weber furono trasportate a Dresda ed accolte da Riccardo Wagner. Molto di quello che scrisse Weber è ad eccezione del -Freischütz- destinato all'oblio. Ma certo resisteranno alle ingiurie del tempo le -Ouvertures- del -Freischütz-, -Oberon-, -Euriante-, splendide costruzioni musicali senza pedanteria di forma, veri riassunti dell'opera che segue. Weber senza raggiungere la perfezione, le si avvicina per la serietà ed idealità dei suoi propositi. Il popolo tedesco, che egli tanto amò, lo considera tuttora come il suo prediletto ed il -Freischütz- è ancor oggi l'opera più popolare del repertorio tedesco. «Mai è vissuto un musicista più tedesco di te! Dovunque ti portò il tuo genio, esso rimase in ogni regione della fantasia legato con tutte le sue più intime fibre al cuore tedesco, col quale egli rideva e piangeva come un fanciullo che ascolta le fiabe e leggende della sua patria». (Dall'orazione funebre di Riccardo Wagner). Il secondo di coloro che nella musica, e specialmente nel dramma, seguirono il romanticismo è -Luigi Spohr-, nato a Seesen presso Brunswick nel 1784, morto nel 1859 a Cassel. Questo maestro, compositore di gran vaglia in ogni ramo della musica, dall'opera drammatica, la sinfonia e l'oratorio fino agli studî elementari per violino, è caduto oggi in dimenticanza ed in lui si stima piuttosto il celebre virtuoso e pedagogo che il compositore drammatico. Eppure il suo -Faust- e la sua -Iessonda-, opere che non sparirono mai dal repertorio contengono bellezze di primo ordine. Spohr tende all'elegiaco ed al sentimentale; egli è essenzialmente soggettivo e la sua musica porta un'impronta tutta personale che finisce col divenir monotona perchè priva di forza e maschiezza. Nella sinfonia egli fu un precursore della musica programmatica moderna, quantunque in lui essa non scenda mai a farsi pedissequa interprete della parola e dell'azione. La sua musica da camera, i suoi quartetti, gli ottetti, ecc., appartengono ai migliori dell'epoca posteriore alla classica quantunque la forma ne sia molte volte antiquata e convenzionale. Le sue composizioni per violino, i suoi concerti, duetti, ecc., appartengono alle più note ed utili opere per questo istrumento. Come virtuoso egli fu caposcuola e fece celebri allievi. Alla scuola romantica appartiene pure -Enrico Marschner- (1795-1861) autore del -Vampiro-, del -Hans Heiling- e del -Templario-, opere di un certo vigore, potenza drammatica e caratteristica. Marschner dipende da Weber, che supera nel comico e nel gioviale, senza però raggiungere la purezza e la semplicità d'ispirazione del suo modello nelle parti liriche. L'opera romantica per eccellenza come la concepirono e Weber e Marschner venne presto a decadere ed una delle ultime del vecchio stile fu la -Genoveffa- di Schumann. I musicisti tedeschi posteriori che si dedicarono all'opera ad eccezione di Riccardo Wagner e la sua scuola si contentarono di scrivere delle opere senza speciali tendenze e propria fisonomia, servendosi delle vecchie formole a quella stessa guisa che in Italia si scrivevano da maestri di secondo e terzo rango opere destinate ad effimeri successi, tanto per contentare il pubblico, sempre avido di novità. Gli influssi che essi subiscono sono i più vari. Quelli a noi più vicini imitarono per quel tanto che sanno e possono Verdi, Gounod ed altri e poi Wagner ma non nell'idealità della sua musica ma nella maniera esteriore e specialmente nell'uso dell'orchestra. Alcune di queste opere hanno però saputo resistere al tempo per le loro doti specifiche musicali e sarebbe ingiusto il non voler riconoscere ai loro autori delle buone e felici disposizioni per il teatro. Le più note della metà del secolo scorso sono -Il campo di Granada- di -Corradino Kreutzer- (1780-1840) -Marta- e -Stradella- di -Fed. Flotow- (1812-1883) e specialmente le opere comiche di -Alberto Lortzing- (1801-1851), (-Czar e falegname- -- -Ondina- -- -l'Armaiuolo-, ecc.) e le -Allegre comari di Windsor- di -Ottone Nicolai- (1810-1840), che le supera tutte per ispirazione, eleganza e freschezza. Uno dei pochi autori moderni tedeschi che seppero sottrarsi all'influsso prepotente di Wagner fu -Carlo Goldmark- (1830-1914) l'autore della fortunata -Regina di Saba- (1875) ed altre opere colle quali però egli non seppe più raggiungere il successo della prima, ricca di melodia calda e sensuale in una veste orchestrale smagliante, perchè egli fu un eclettico, che tenne fermo alle antiche forme e che quantunque subì l'influenza di Wagner, non ne imitò che qualche elemento della sua lingua musicale senza comprendere veramente l'importanza della sua riforma. Mentre in Germania si pugnava accanitamente pro e contro il Wagnerismo nasceva quasi per necessità di contrasti l'-operetta tedesca-. L'idea non era originale, perchè la Francia ne aveva già dato prima l'esempio. Ma l'operetta tedesca divenne tutt'altra cosa della francese, perchè la sua base musicale è la danza e non il couplet e la parodia delle forme dell'opera. E come la patria delle danze moderne od almeno il terreno dove esse assunsero forme artistiche fu Vienna (-Giuseppe Lanner- (1801-1843), -Giovanni Strauss- (1804-1849)), così furono i maestri tedeschi che si distinsero nell'operetta (-Giovanni Strauss- figlio (1825-1899) -- -Francesco Suppè- (1820-1895) -- -Carlo Millöcker- (1842-1899) -- -Rod. Genée-, -Zeller-, ecc.). Ma ormai la parabola dell'operetta è giunta ben in basso ed i nuovi prodotti (-Lehàr-, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000