Olandesi erano scritte nella prima epoca ordinariamente a tre poi a quattro, cinque e più voci. Esse sono con probabilità quasi esclusivamente vocali e soltanto nell'epoca della decadenza si usava sostituire ad una o l'altra voce istrumenti di solito a fiato. Alle note nere vengono sostituite le bianche e si fa uso qualche volta del semitono, che del resto di solito si ommetteva di segnare perchè sottinteso. Gli accidenti erano conosciuti ormai prima, giacchè se ne trova menzione negli Antifonari dell'epoca Guidoniana. Col progresso dell'arte mostrandosi la rigida diatonica del canto gregoriano insufficiente, si trasponevano le tonalità e si adoperavano gli accidenti, donde deriva la -musica ficta- (falsa, finta) coi due sistemi -durum- e -molle-, a seconda che il tono di chiesa era nella sua posizione naturale o si trasponeva alla quinta superiore o quarta inferiore, riducendo p. e. il tono misolidico a dorico, il dorico a eolico ed innalzando la settima, il -subsemitonum-. Le opere della scuola Olandese anteriori ad Orlando hanno però per noi con poche eccezioni soltanto un interesse storico. Il motivo sta nel nostro modo di sentire la musica affatto diverso di quello dei secoli anteriori e soltanto in seconda linea in quella certa durezza d'armonie e mancanza di scorrevolezza, che è inerente alla maggior parte delle opere fiamminghe. Il nostro sistema era affatto sconosciuto ed ignota l'importanza, il carattere e l'essere dell'accordo. La differenza si potrebbe forse spiegare, dicendo, che i Fiamminghi pensavano e sentivano la musica orizzontalmente mentre noi la pensiamo verticalmente. Allora si trattava cioè di unire più voci distinte e diverse per melodia, poco curandosi dell'accordo che ne risultava e l'orecchio seguiva le singole voci. Manca una legge musicale suprema alla quale si sottopongono le voci, le quali anzi mantengono il loro ritmo proprio tanto che in molte composizioni polifoniche non si accordano neppure gli accenti principali. Oggi invece l'importanza sta nell'armonia risultante dalle melodie combinate. Se noi dunque leggeremo le opere di quei tempi alla nostra maniera, sarà impossibile trovare un punto di contatto con esse e non potremo mai apprezzarle come lo meritano. Lo stesso principio vale almeno in parte anche per il maggior numero delle opere di Palestrina e successori. Ma in queste oltre la maggiore sapienza e padronanza dei mezzi sono altri elementi che le avvicinano più ai nostri tempi. L'antico sistema basato sulla scala melodica cede il posto a quello dell'armonica, già preparato da Willaert e Gabrieli ed ancor più dalla musica popolare. Kretschmar osserva giustamente che quel certo sentimento di poesia che però troviamo anche nelle opere dei primitivi fiamminghi dipende dai temi usati che o sono tolti o somigliano alle canzoni popolari e che quelle opere seguono la sorte delle tavole dipinte dai maestri nordici del quattrocento delle quali possono piacere le teste delle figure ma non il resto, perchè goffo e mancante di misura. Contemporaneamente allo sviluppo della musica pratica venne perfezionandosi e formandosi la teoria che prendeva gli esempi e formava le regole sulle opere dei musicisti, abbandonando l'antico ed ormai vieto sistema speculativo e cercando di dar una guida utile allo studio della musica e non una semplice esercitazione filosofica e mistica. Già -Enrico di Zeelandia- avea tentato di scrivere un trattato della composizione. Più pratico e chiaro è -Giovanni Tinctoris- di Nivelles (?) nel Brabante, morto a Napoli nel 1511 (?), dove Ferdinando aveva istituito una apposita cattedra per l'insegnamento della musica. Egli fu autore di molti trattati, scritti in latino chiaro ed arricchiti d'esempi tolti dalle opere dei celebri musicisti dell'epoca. (-Liber de arte contrapuncti- -- -Terminorum musicae diffinitorium-.) -Ugolino da Orvieto- (1400?), arciprete in Ferrara, fu suo precursore e commentò con acume d'idee e chiarezza il trattato di -Muris-. Contemporaneo di Tinctoris fu -Franchino Gafor- di Lodi (1451-1522) che insegnò musica a Milano alla corte di Lodovico Sforza, uno dei più grandi e profondi teorici del suo tempo, autore del celebre trattato -pratica musicæ- (1496). Va pur nominato -Pietro Aaron- toscano (1516) autore del trattato -il Toscanello in Musica-, libro chiaro, interessante e spigliato. Uno dei più grandi teorici italiani di tutti i secoli fu -Giuseppe Zarlino- di Chioggia, nato nel 1517 (?), scolaro di Adriano Willaert, e successore di Cipriano di Rore al posto di direttore di cappella in S. Marco in Venezia. Più che per le sue composizioni egli divenne celebre per le sue opere teoretiche, fra le quali la maggiore -Le istituzioni armoniche- (1562) fu più volte stampata. Zarlino morì nel 1590. Anche egli, uomo gentile e di carattere mite, ebbe a subire le critiche dei musicisti invidiosi, e se le invereconde invettive e le contese tutt'altro che accademiche, che avevano avuto luogo fra Gafor e Spataro, Burci e Ramis Pareja (1440), non si ripeterono, fu tutto merito suo e non del suo accanito avversario Vincenzo Galilei, padre di Galileo. Soltanto con lui venne a sparire l'aborrimento della terza nell'accordo di chiusa e si ritennero definitivamente come consonanze la terza e la sesta. Fra i teorici tedeschi (-Adam de Fulda-, -Virdung-, -Agricola-, ecc.) il maggiore di tutti è -Henricus Loritus- detto -Glareanus-, nato nel 1488 a Glarus in Svizzera, autore del celebre -Dodekachordon- ricco di esempi e di notizie biografiche († 1563). LETTERATURA Kiesewetter -- -Ueber die Verdienste der Niederländer-, Amsterdam, 1829. E. van der Straeten -- -La musique aux Pays-Bas avant le XIX siècle-, Bruxelles 1872 e seg., 8 volumi. F. H. Haberl -- -Wilhelm du Fay.- Leipzig, Vierteljahreschrift für Musik. John Stainer -- -Dufay and his contemporains-, London, 1898. Brenet -- -Jean de Okeghem-, Paris, 1893. W. Baümker -- -Orlandus de Lassus-, Freiburg, 1878. A. Sandberger -- -Beiträge zur Geschichte der bayrischen Hofkapelle unter Orlandus Lassus-, 2 vol., Lipsia, 1891-95. A. W. Fritsche -- -Glarean-, Frauenfeld, 1890. Riemann H. -- -Zerlino als musikalischer Dualist.- Vol. XIII delle -Mittheilungen für Musikgeschichte-. Wagner P. -- -Geschichte der Messe.- I Theil bis 1600, Lipsia, 1913. Composizioni fiamminghe contengono: Fr. Commer -- -Collectio operum musicorum batavorum.- 12 volumi (1840-1857). R. I. van Maldeghem -- -Trésor musical, collection de musique sacrée et profane des anciens maitres belges- (1865 e seguenti). Gli ultimi volumi dei -Denkmäler der Tonkunst in Oesterreich- (Vienna, Artaria, 1900 e seg.) contengono una scelta di opere fiamminghe tratte dai celebri Codici del Capitolo di Trento ora a Vienna. CAPITOLO VII. Le canzoni popolari. Trovatori e Minnesänger. Mentre nella quiete dei monasteri e nelle stanze dei dotti si studiavano i canoni della teoria musicale e si cercavano nella filosofia ed astronomia le ragioni degli stessi, mentre la polifonia nasceva da rozzi principi e si dibatteva fra le pastoie scolastiche, il popolo poco si curava di tutti questi studi e cantava come sempre aveva cantato a seconda dell'estro e dell'ispirazione del momento. Egli non pensava nè a musica -mensurata- nè all'-organum- nè ad altro, ma coll'istinto naturale precedeva la scienza e le somministrava il materiale primo, che essa poi riduceva a regole. La musica dotta si perdeva in astruserie, ma il popolo poetava e cantava canzoni, che già portavano l'impronta di vere melodie. Chi gliele insegnava? Nessuno lo sa; esse sorgevano senza che alcuno ci pensasse, si replicavano e si tramandavano di generazione in generazione. «La musica come tutte le arti usciva di chiesa per farsi profana; s'inebriava un cotal poco dell'aria aperta, tastava le belle villane e diceva fioretti alle gentildonne, ballonzolava per le piazze, per le sale e per le corti» (Carducci). Le notizie sulle canzoni popolari più antiche sono scarsissime per tutte le nazioni ma in special modo per l'Italia. Ma ciò non può affatto servir di prova che l'Italia non abbia avuto al pari delle altre nazioni canti popolari anche nei secoli lontani del Medio Evo, mancando ogni motivo per simile credenza, ma è piuttosto da ascriversi al caso, alle condizioni del paese stesso. Le continue invasioni, le guerre, il formarsi della lingua volgare dal latino plebeo vi ebbero certo influenza. Nè è escluso che questo buio si rischiari se si faranno studî diligenti, i quali pur troppo ancora mancano del tutto per la parte musicale. Uno dei primi monumenti della poesia popolare italiana cantata, quantunque non nella forma che ci resta, pare sia il canto delle scolte Modenesi del 924 o 899: -O tu qui servas- scritto in neumi. Forse appartengono pure alla poesia popolare i Canti dell'Anonimo genovese sulla vittoria di Lajazzo (1294) e senza dubbio la ballata sull'Assedio di Messina del 1282, riportata in parte dal Villani: -Deh, com'egli è gran pietate- ed una cantata a Reggio nel 1243 -Venuto è 'l lione-, come pure altri canti storici e religiosi ed alcuni Lamenti o -Lai- del Milledugento. Tutte queste poesie popolari o divenute tali si cantavano perchè la vera canzone popolare è indissolubile dal canto. In due codici vaticani trovasi allato delle poesie di Lemmo Orlandi l'osservazione: -et Casella diede il suono-, quel Casella del quale Dante parla nel -Purgatorio- (II, 112) e sotto una poesia di Lapo degli Uberti «-secondo la melodia di Mino d'Arezzo-». Il popolo cantava ora da sè ora adattava ai suoi canti componimenti intieri della poesia colta p. e. la ballata di Dante -Per una ghirlandetta- che esiste in due lezioni alquanto diverse certo per le esigenze del canto. Considerando il genere della poesia non è presumibile che queste fossero vere canzoni popolari ma non è improbabile che le melodie fossero popolari e note. Nel -Decamerone- di Boccaccio sono assai numerosi i passi dove si parla di canzoni e storie che si cantavano a voci sole o con accompagnamento di liuto, viola, ribeca, ecc. I -cantori a liuto- che si distinguevano dai -cantori a libro-, coltivavano certo di preferenza la musica popolare come lo dice il loro nome in confronto degli altri, i dotti, che cantavano e suonavano col libro. Affinità colla musica popolare hanno le Canzoni di -Franco Sacchetti-, il celebre novelliere (1330) che si cantavano con melodie dell'autore stesso, o di altri come si può arguire dalle soprascritte alle sue poesie (p. e. -Francus dedit sonum- oppure -fatta per altrui-). La sua nota canzone: o vaghe montanine pastorelle, Donde venite sì leggiadre e belle? si cantava e suonava a liuto ed egli fa cantare «un fabbro il Dante come si canta uno cantare (Nov. CXIV) ed un asinajo canta il libro di Dante (Nov. CXV)». Molto diffuse erano pure le canzoni cosidette giustiniane dal loro autore -Leonardo Giustiniani- (1388), erudito procuratore di S. Marco nelle terre della Repubblica, dilettante di musica «alla quale mi trae, come scrive, la natura stessa, che mi guidò per facile via al pieno possesso d'ogni musica, non il volere». Che fossero note e ricercate lo mostra il fatto che il duca di Milano Sforza incaricò il suo ambasciatore a Venezia di raccogliere «tutte le canzoni de domino Leonardo Iustiniano, che sieno belle e le note del canto per intendere l'aere venetiano». Musica popolare erano i -cantari-, eseguiti dai cantastorie con accompagnamento di liuto e viole, di carattere narrativo in strofe da cantare tutte su di una stessa melodia ed in certe città c'erano persino luoghi destinati ai -canterini- o -cantimpanchi- p. e. in piazza di S. Martino a Firenze, come pure le -frottole- originarie, disordinate nel metro e da distinguersi dalle posteriori. Antonio Squarcialupi, che troveremo ancora, coetaneo ed amico di Giovanni dei Medici, era di solito il musicista delle frottole, che si cantavano la festa di S. Giovanni alle radunanze all'aperto o nei palazzi da liete brigate, delle quali Giovanni dei Medici era l'anima. Alla musica e canzone popolare appartengono finalmente le -Canzoni dei Battuti- e le -Laudi medioevali- nate col movimento religioso dell'Umbria nell'anno dell'Alleluja (1233). Molte di queste ci sono conservate nel testo ed alcune anche nella melodia (bibl. Magliabecchiana). Fra i poeti di Laudi è da nominarsi -Jacopone da Todi-, il giullare di Dio, il supposto autore dello -Stabat Mater-, -Feo Belcari-, -Lucrezia Tornabuoni-, madre di Lorenzo dei Medici e -Lorenzo- stesso. Le melodie sono simili a quelle del canto gregoriano e delle sequenze ma vi sono ormai uniti altri elementi profani o la melodia è tolta intieramente da qualche canzone popolare nota. Così si cantava la lauda di Belcari: -Chi non cerca Gesù con mente pia- secondo la canzone rammentata da Boccaccio: -Chi guasta l'altrui cose fa villania-, l'altra: -o vaghe di Gesù, o verginelle- secondo la canzone di Sacchetti già citata: -o vaghe montanine pastorelle-, ecc. Questo sistema non aveva allora nulla di sconveniente e Gerolamo Savonarola lo favoriva anzi per diffondere sempre più le laudi, ciò che riuscì tanto bene, che Alessandro d'Ancona riporta nel suo libro: -La poesia popolare in Italia- il primo verso di più di duecento canzoni popolari del secolo XV e XVI citate nelle raccolte di Laudi spirituali. Affini alle canzoni popolari sono pure le -maggiolate- ed i -canti carnascialeschi-. Il Lasca che ne fece una edizione (1559) così ne parla: «Il primo canto o mascherata che si cantasse in questa guisa era di uomini, che vendevano berriquocoli e confortini: composta a tre voci da un certo Arrigo tedesco, maestro allora della cappella di S. Giovanni, e musico in quei tempi reputatissimo. Ma dopo non molto ne fecero pur a quattro e così di mano in mano vennero crescendo i compositori così di note come di parole». I poeti sono Lorenzo dei Medici, Jacopo Nardi, Dovizio Bibbiena, ecc.; i compositori: il Tromboncino, Arrigo Tedesco (Heinrich Isaak), Agricola, ecc. I canti carnascialeschi pubblicati recentemente da Masson sono quasi tutti a quattro voci e constano di due parti, una in tempo pari, l'altra in dispari ed arieggiano lo stile popolaresco se non veramente il popolare. Di grande importanza per la canzone popolare italiana e la musica popolare in genere sono finalmente le numerose composizioni di liuto, molte delle quali come appare e dai titoli che portano e ancor più dal carattere della musica stessa sono trascrizioni di canzoni o danze popolari. La ricostruzione dell'originale non presenta le stesse difficoltà che per le canzoni che servivano da canto fermo nelle composizioni polifoniche, perchè queste sono quasi sempre cambiate nel ritmo ed anche nella linea melodica, mentre le canzoni e danze per liuto mantengono anche per l'impossibilità di riprodurre l'intreccio delle voci e perchè appartenevano più alla musica di divertimento che alla dotta, molto più fedelmente ed il ritmo e la melodia. Finalmente dipendono in certo riguardo dalla musica popolare anche le posteriori -villanelle- e -frottole-, perchè per quanto concepite nello stile polifonico esse hanno pure degli elementi che non troviamo nella musica dotta e che derivano dall'influenza inconscia della musica popolare. Ad onta di tutto ciò non è improbabile che la poesia e musica popolare sia stata più diffusa nei paesi nordici che nell'Italia, perchè la canzone deriva in ultima linea dalle Sequenze della Chiesa d'origine germanica, che in Italia furono sempre accettate a malincuore e delle quali soltanto cinque furono riconosciute dalla Chiesa. Nè è da dimenticarsi che i canti latini rimasero sempre inintelligibili ai popoli non romani, per cui era naturale che essi cercassero crearsi una poesia e musica popolare propria. Altri motivi che valgono ancor oggi sono da cercarsi nel carattere del paese e della nazione stessa. Maggiori notizie ci sono conservate sulla canzone e musica popolare dei paesi nordici. Tacito racconta che i Germani cantavano inni al loro dio Tuisco e che tanto questi che i Bretoni ed i Galli avevano già nei più remoti secoli bardi, specie di rapsodi, che cantavano le gesta degli eroi nazionali accompagnandosi coll'arpa od altro strumento. Tutti questi canti, che si dice abbia fatto raccogliere Carlo Magno, sono andati perduti, nè si possono chiamare canzoni popolari i pochi frammenti conservatici sulla battaglia di Fontenay (842) o sulla vittoria di Clotario II sui Sassoni (662) in versi latini, scritti senza dubbio da qualche monaco. Una vera canzone popolare sembra invece essere il -lied-: -Einen Kuning weiss ich- del 882. Altre canzoni popolari vennero indirettamente formandosi dai canti della chiesa e specialmente dalle frasi melodiche del -Kyrie eleison-, che erano le uniche che venivano intonate anche dal popolo in chiesa. Come dalle -iubilationes- dell'Alleluja s'erano formate le sequenze, nacquero dai melismi del -Kyrie eleison- canzoni popolari con testo tedesco che si dicevano -Leise- (corruzione di -Kyrie eleison-). Molte notizie su canzoni popolari profane e parte del testo di queste ma nessuna melodia contiene -la cronaca di Limburgo-, un manoscritto del secolo decimoquarto. E che qui si trattava di vere canzoni popolari lo dicono in modo più che esplicito questi due passi della cronaca: «In quel tempo (1531) si cantava nelle terre tedesche una canzone, che si poteva fischiare e trombettare a diporto d'ognuno. -- Un monaco degli Scalzi lebbroso ed impuro faceva allora (1374) sul Meno le più belle canzoni; e tutti le cantavano volentieri e le fischiavano ed era un gran piacere a sentirle». Una raccolta preziosa di canti popolari contiene il -Locheimer Liederbuch- del 1452, le di cui canzoni sono senza dubbio molto più antiche. Fra le 41 canzoni di questo libro vi sono vere perle melodiche, fresche ed espressive, con movimento ritmico svariato, sentimento e semplicità affettuosa. Alcune sono a tre voci di condotta naturale e correttissima ed in esse già si palesa decisamente il sentimento della musica dotta ancora ligia alle tonalità di chiesa. Alla diffusione delle canzoni pensava l'infinita coorte medioevale dei musicanti girovaghi e cantastorie, gente abbietta disistimata, specie di straccioni ed istrioni, che giravano di terra in terra, cantando ed accompagnandosi con pifferi, arpe, rote, cornamuse ed altri strumenti, scacciati da per tutto e chiamati e pagati viceversa ai balli, alle nozze, ai funerali; privi di diritti, malmenati e taglieggiati. Soltanto coll'andare del tempo venne a cessare l'istinto nomade di questa gente e si fondarono confraternite e gilde con statuti e diritti proprî. La prima di queste fu quella di S. Nicolò di Vienna (1288) a capo della quale stava il re dei pifferari con statuto e giurisdizione propria e che durò fino al 1782. Nel secolo XV vennero poi formandosi nella Germania le istituzioni dei pifferari di città, che durarono fino al secolo scorso e che sono le antenate delle bande civiche. In Francia simili associazioni prosperarono pure e già nel 1295 abbiamo notizia d'un -Jean Charmillon- nominato da Filippo il Bello a -roy des menestriers-. Nel 1330 fu poi fondata la -Confrèrerie de St. Julien des menestriers-, i di cui membri abitavano tutti in una contrada e dipendevano dal -roy-, persona influente, l'ultimo dei quali fu Jean Pierre Guignon, -roy des Violons- (secolo XVIII). Tutte queste associazioni erano non solo conseguenza dello spirito dei tempi ma ancor più del bisogno di trovare nell'unione una difesa contro la mancanza di ogni diritto. Tali confraternite non esistevano in Italia, perchè la natura italiana è aliena a simili associazioni e perchè la posizione sociale dei suonatori non era così meschina come negli altri paesi. Qualche cosa di simile troviamo però in Firenze, dove già nel 1292 e 1298 esistevano suonatori di tromba (-tubatores-) e cennamellari, stipendiati dalla Signoria, che dovevano abitar insieme in San Michele. Il loro compito era d'escire dalla città «-in exercitum vel cavalcatam- e d'intervenire nelle solennità del Comune -facendo maitinatas-». In seguito vi si aggiunsero suonatori di piffero, bombarde e cornette. Simili notizie troviamo negli Statuti della città di Pisa, Arezzo, ecc. A Perugia venivano stipendiati nel secolo XV musicisti poeti detti -Canterini-, che dovevano cantare ed accompagnare canzoni alle mense dei Priori e sulle piazze. Noi abbiamo veduto l'influenza delle nuove idee del Cristianesimo sulla musica medioevale. Quando l'Europa meridionale non fu più agitata dalle immigrazioni barbare e si vennero formando regni stabili e fiorenti, anche l'arte risorse e si destò un novello sentimento di vita. Le Crociate, la Cavalleria, sorta nel secolo XI, le romanzesche guerre, gli amori il culto della donna non potevano a meno di trovare un'eco nella musica, che coi suoni richiamava alla memoria dei cavalieri i lontani lidi dell'Oriente, le ardite gesta dei caduti, le parole di amore delle dame del cuore. La poesia e musica dei trovatori, la -gaya scienza-, ebbe la sua culla nella ridente Provenza alla corte dei conti di Tolosa e Barcellona. Primi fra i trovatori (-arte de trobar-) dei quali esiste memoria, furono -Guglielmo di Poitiers- (1087-1127), -Peirol- (1169-1220?), re -Thibaut di Navarra- (1201-1254) ed il celebre -Adam de la Halle-, il gobbo di Arras (1240). Fra i molti generi di poesia e musica provenzale ricordiamo la canzone, la tenzone, il -lays-, il -rondeau-, l'-alba-, la -serena-, la -serventese-, il -plan- (pianto, lamento), la ballata, l'-estampida-, ecc., quasi tutti di soggetto amoroso. Colla poesia di moltissime canzoni provenzali ci restò pure conservata la musica, scritta in neumi (-nota corale-) sulle linee anche dopo l'introduzione della -nota mensurata-, la quale non era necessaria, perchè il ritmo era dato dalla poesia, che non conosceva che il metro di due sillabe (trocheo e giambo) e ben raramente faceva uso del dattilo ed anapesto di tre sillabe. Le trascrizioni più in uso delle canzoni provenzali sono poco atte a rendercele simpatiche, ciò che dipende dalla maniera sbagliata di leggerle. Ora che finalmente si comprese, che la notazione non è la mensurale ma che le note quadrate ed i neumi corrispondono alle note corali, le goffe melodie di prima si trasformano in vivaci canzoni ritmiche di ben altro effetto. Uno dei primissimi monumenti è un -Estampida- di -Rambaut de Vaqueiras- (circa 1195) gentile e melodica. Nè i venti canti del racconto del secolo XIII, -Aucassin et Nicolette-, su una melodia che si replica, non sono senza qualche pregio anche per noi. In complesso anzi le melodie dei primi trovatori sono più spontanee di quelle dei posteriori, nelle quali l'artificio e la preoccupazione di trovare una melodia interessante e bizzarra nei melismi e nelle fioriture sono palesi. I trovatori appartenevano di solito alla classe nobile e non cantavano le loro composizioni, ma le facevano eseguire dai -Jongleurs- (ioculatores) e -Menestrels- (ministeriales) suonatori e cantanti girovaghi di professione. La poesia e musica provenzale di Francia passò in Italia alle corti di Monferrato, Ferrara, ecc., dove essa però non seppe mai raggiungere quel grado di popolarità e diffusione che aveva in Provenza. Quantunque non ci sieno conservate composizioni dei trovatori e poeti italiani della scuola siciliana e napoletana, è probabile, anzi sicuro, che molte canzoni si cantavano. Il nuovo sviluppo della poesia italiana con Cavalcanti e Guinizelli ed ancor molto più con Dante e Petrarca indirizzarono però l'arte ad altri ideali troppo diversi da quelli della poesia e musica provenzale. Molta attinenza coi trovatori provenzali hanno invece i -Minnesänger- di Germania quantunque la diversità nazionale sia assai palese. Difatti mentre la poesia provenzale era semplicemente amorosa e l'amore vi si mostra piuttosto sotto le forme della galanteria che come un profondo e vero sentimento passionale, la poesia dei -Minnesänger- innesta al culto della donna quello di Maria ed il sentimento della natura, purificandosi da ogni pensiero di sensualità. Oltre a ciò mentre i trovatori provenzali davano eguale o maggiore importanza alla composizione musicale che alla poesia, i -Minnesänger- non erano cantori nel vero senso ma piuttosto rapsodi, pei quali il metro e la declamazione erano più importanti della melodia. L'epoca avventurosa degli Hohenstaufen fu quella del fiore dei -Minnesänger-. I principali fra questi, alcuni dei quali vengono nominati come presenti alla lotta dei cantori alla Wartburg, se pure essa ebbe mai luogo (1207), sono -Wolframo d'Eschenbach-, l'autore dei poemi del Parcival e Titurel, -Goffredo di Strassburgo-, (1210), il poeta del Tristano, -Gualtiero di Vogelweide- (1160?), -Tannhauser- (1270?), -Enrico Meissen- detto Frauenlob, che le donne di Magonza per rendergli grazie delle sue canzoni in loro onore portarono alla tomba (1318), -Osvaldo di Wolkenstein- (1387), il primo, che alle sue canzoni unisce vere melodie, mentre quelle dei suoi antecessori somigliavano piuttosto a declamazioni cadenzate ed alle salmodie del canto gregoriano. La musica dei -Minnesänger- mostra una certa differenza con quella dei Trovatori, perchè la poesia tedesca ha il ritmo sillabico e non quello degli accenti, donde deriva una maggior varietà, perchè si potevano cambiare gli accenti. I provenzali cercavano di ovviare alla monotomia coll'introdurre nella loro musica una quantità di melismi, ciò che non era che un ripiego di varietà. Con Osvaldo la poesia dei -Minnesänger- decade celermente e va a finire coi -Maestri cantori-, che durarono sporadicamente fino al secolo scorso (1839). La poesia dei -Maestri cantori- non ha più nulla di elevato e non è che un miscuglio di trivialità e pedanteria, che ben s'addiceva ai membri di quelle società, che erano o fabbri o ciabattini e simili. L'unico Maestro cantore, che si eleva sopra gli altri per una certa lepidezza ed originalità fu -Hans Sachs-, il cantore ciabattino di Norimberga (1484-1576), autore d'una quantità di azioni carnevalesche, ad altre opere. Scopo dei -Maestri cantori-, uniti in corporazioni speciali con privilegi e diritti era il culto della canzone di carattere religioso. Il testo delle canzoni era quasi sempre tolto dalla Sacra Scrittura. Le melodie erano affini a quelle del canto corale ma deturpate da cambiamenti e non avevano alcuna relazione col testo. Esse portavano nomi stabili scelti fra i più barocchi e strani, p. e. il tono rosso, azzurro, sanguigno, delle scimmie, del cane da tasso grasso, ecc. La pedanteria più ridicola presiedeva alle sedute periodiche dei Maestri che coprivano cariche diverse. Le regole erano contenute nella cosidetta -Tabulatura-. Gli strumenti coi quali i Trovatori, i -Minnesänger- solevano accompagnare i loro canti ed i menestrelli e musicanti girovaghi eseguivano le loro musiche sono assai numerosi e diversi. Una enumerazione quasi completa è contenuta in una poesia del -Roy di Navarra-, riportata da Forkel nella sua -Storia della musica- (Vol. IIº, pag. 747). Noi dobbiamo contentarci di nominare i principali. Fra gli strumenti a corda predominavano l'arpa, il liuto, la chitarra, la teorba, il mandolino. Molto diffusa era la -vielle-, specie di viola a cinque corde (-sol, re, [=sol], [=re], [==re]-), che si suonava coll'arco senza ponticello (donde il -bourdon-), la -rota-, specie di violino, la -ribecca-, il -ribecchino-, la -giga- d'origine araba ed introdotta dopo le Crociate. In Germania usavasi pure il -Trumscheit-, -tromba marina-, specie di monocordo in forma di un lungo cassetto risonante con una corda da toccarsi coll'arco, che può chiamarsi l'avo del contrabasso. Altri strumenti di questi secoli erano il -salterio- da suonarsi col plettro, l'-organistro-, strumento a manovella, la -fiedel- e -viole- di ogni specie, tutte senza ponticello; fra gli strumenti a fiato di legno: -flauti- lunghi di più specie da suonarsi come i nostri clarinetti, -flauti traversieri-, -corni ritorti-, -cornamuse- (-calamus-) -bombarde- e -cornetti- (-Zinken-) -- fra gli strumenti di metallo: trombe e tromboni (i nostri corni sono di molto posteriori). LETTERATURA A. D'Ancona -- -La poesia popolare italiana-, Livorno, Vigo 1878. Carducci -- -Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV-, Pisa, Nistri, 1871. -- -Musica e poesia.- Saggi letterari, Livorno, 1860. Gaspary -- -Storia della letteratura italiana-, Vol. I. Oscar Chilesotti -- -Saggio sulla melodia popolare del cinquecento-, Milano, Ricordi e C. A. Restori -- -Per la storia musicale dei trovatori provenzali.- Rivista musicale, Torino, anno II e seg. -- -Il canto dei soldati di Modena-, Vol. VI. Rivista musicale, Torino. -- -Musica allegra nei secoli XII e XIII-, Parma, 1893. I. B. Beck -- -Die Melodien der Troubadouren-, Strassburgo, Trübner, 1908. Pierre Aubry -- -Trouvéres et Troubadours-, Paris, 1909. T. H. von der Hagen -- -Minnesänger-, Lipsia, 1858, vol. IV. Schletterer M. -- -Studien zur Geschichte der französischen Musik-, Berlin, 1884. A. Puschmann -- -Gründlicher Bericht deutschen Meistergesanges-, pubb. da R. Jonas, 1888, Halle. Kurt Mey -- -Der Meistergesang-, 1900. Reissmann -- -Das deutsche Lied-, Cassel, 1861. Schurè Ed. -- -Histoire du lied-, Paris, 1868. Schneider -- -Das musikalische Lied in geschichtlicher Entwickelung-, Lipsia, Breitkopf und Härtel 1864 e seg. Gius. Zippel -- -I suonatori della Signoria di Firenze-, Trento, Zippel. A. Rossi -- -Memorie di musica civile in Perugia-, 1874, nel Giornale d'erudizione, fasc. IV. A. D'Ancona -- -I canterini del comune di Perugia-, in Varietà storiche e letterarie. Vol. I. Milano, Treves. Iulien Tiersot -- -La chanson populaire en France-, Paris, 1889. Coussemaker -- -Oeuvres complétes du trouvére Adam de la Halle-, Paris, 1872. -Denkmäler der Tonkunst in Oesterreich-, vol. IX (canzoni di Osvaldo di Wolkenstein). P. M. Masson -- -Chants de Carnevals florentins.- Texte musical, Paris, 1913. CAPITOLO VIII. L'«Ars nova» fiorentina ed il Rinascimento musicale in Italia. All'Italia, patria d'ogni bell'arte, a questa figlia della Grecia, era riservato l'onore d'ispirare alla musica un caldo alito di vita ed informarla ai principi dell'estetica. Il motivo del risorgimento e della nuova evoluzione della musica nei secoli XV e XVI è lo stesso di quello del Rinascimento delle altre arti belle. Le nuove idee, l'umanesimo, la riforma religiosa, le nuove scoperte, la stampa ed altri fattori vi influirono, e se la musica ebbe il suo Rinascimento posteriore alle altre arti, e se Palestrina nacque dopo che Dante, Petrarca, Raffaello erano morti, la ragione non è tanto da cercarsi nel caso quanto nella natura della musica stessa, la più giovane di tutte le arti, nella mancanza di documenti antichi, che servissero d'esempio come nella scultura, e nella circostanza molte volte osservabile, che il fiore d'un'arte non sempre va a paro con quello d'un'altra. Le fasi di questo meraviglioso sviluppo della musica sono simili a quelle della scultura e pittura presso i Greci. Dapprincipio, come nella statua di Giove di Fidia, tutta l'espressione era concentrata nel volto ed in nulla veniva ricercato l'effetto; così nella musica della grande epoca di Palestrina l'idea della divinità domina nella sua austera grandezza, poco curandosi dei lenocinii della melodia, della ricercatezza della forma e degli effetti strani. Il coro come espressione della massa predomina e l'accompagnamento degli istrumenti, appunto perchè individualizza l'idea, è bandito. Posteriormente col perfezionarsi della tecnica l'artista perde la semplicità e l'espressione sintetica di una figura, derivante da tutto il corpo e dalla persona in azione, l'attrae e gli desta il desiderio di rappresentarla nella sua verità. Anche ciò ripetesi nella musica nella quale agli alti ideali succedono le passioni umane individuali donde nasce la monodia, l'opera, che le esprime. Quando poi il materialismo predomina e subentra la virtuosità, si propagano la ricerca della caratteristica e dell'effetto, il manierismo e la superficialità e l'arte decade. La storia della musica in Italia prima dell'influenza fiamminga era fino a pochi anni fa ben povera di notizie. Ora però dopo novissimi studi si va facendo la luce anche su questo periodo e le recenti ricerche e la pubblicazione di molte composizioni di musica mensurata tolte dai più antichi codici (cod. Laureziano, modenese, panciatico, parigino, ecc.), che sono più di quattrocento, condusse alla scoperta di una scuola fiorentina ed in genere italiana di somma importanza, la cui arte Ugo Riemann chiama in contrapposto a quella anteriore francese o parigina -ars nova fiorentina-. Gli inizî di questa scuola sono da mettersi al principio del secolo XIII a Firenze. È difficile spiegare donde sia nata questa -Ars nova-, che arriva già ai tempi di Dante. Forse vi influì l'elemento provenzale che sappiamo quanta parte abbia avuto anche nella poesia italiana antica. Ma più probabilmente essa derivava dalla canzone popolare paesana, della quale non ci restano monumenti musicali ma più testimonianze dell'esistenza nelle opere letterarie contemporanee. La differenza che passa fra l'-Ars antiqua- e l'-Ars nova- fiorentina è grandissima. Mentre la prima traeva le melodie del canto fermo della chiesa ed era essenzialmente arte sacra, l'-Ars- fiorentina è mondana, crea liberamente le melodie e si serve di una seconda voce più bassa che diventa un vero accompagnamento ciò che era il rovescio del procedere anteriore. La declamazione del testo, che è quasi sempre una poesia di qualche merito, è più accurata e più libera. L'armonia è più ricca e meno dura, perchè vi abbondano invece degli intervalli di quarta, quinta ed ottava, le terze e le seste; il ritmo non è sempre a tre e la notazione diversa dalla francese in molti riguardi. Insomma queste musiche ben poco hanno a fare collo stile vocale a cappella. Riemann è dell'opinione che le opere dell'-Ars nova- fossero scritte per voci umane con accompagnamento di strumenti (viole, basso, arpe) ciò che non è improbabile anche astraendo dalle conclusioni che Riemann vuol trarre da un passo di Franco Sacchetti (Nov. LXXIV «lo dicea con molte note come se dicesse un madriale») e da un altro passo di un trattato antico di -Johannes de Grocheo-, che pare alluda ad un accompagnamento istrumentale delle canzoni. Difatti la parte di basso ha carattere deciso di accompagnamento istrumentale e non di voce cantata, mentre le parte o parti superiori sono sì ricche di melismi e fioriture da non poter credere che venissero intieramente cantate. Riemann si provò a sottoporre le parole del testo alle parti ma con poco successo. Allora gli venne l'idea di separare le parti e trarne una vocale e più istrumentali. Egli è forse andato troppo innanzi e non è rimasto nella trascrizione sempre fedele all'originale ma è innegabile che il risultato è sorprendente e che queste opere così ridotte ci fanno un'impressione ben più gradita di quella che si ha udendo le opere della polifonia antica. Ed è altresì in queste opere che si potrà cercare la prima origine della grande riforma posteriore del Seicento. I rappresentanti di questa scuola sono per nominarne solo alcuni -Giovanni da Cascia- o -Johannes de Florentia-, organista a Firenze poi ai servigi di Martino della Scala (1329-1351), -Don Paolo da Florentia-, -Gherardello-, -Laurentio-, -Paolo-, -Bartolino da Padova- e -Francesco Landino- (1325-1397) il cieco degli organi («cieco del corpo ma dell'animo illuminato, il quale così la teoria come la pratica di quell'arte sapea e nel suo tempo niuno fu migliore modellatore di dolcissimi canti, d'ogni strumento suonatore e massimamente di organi» -- lettera di Rinuccini). Le forme dominanti sono la -Caccia- (scene e descrizione di caccie) spesso a guisa di canone, la -ballata-, il -madrigale-, tutte scritte a base armonica e melodica nel senso moderno della parola. O sono canzoni a sole voci o a voci ed istrumenti o forse per soli strumenti come l'arpa, viole, strumenti a fiato o l'organetto portatile. E che questo genere di musica fosse assai diffuso, si può argomentare da una rozza poesia di un tal -Jacobus- che viveva a quei tempi. Tutti fan da maestri. Fan Madrigali, ballate e motetti Tutti infiorano Filippotti[1] e Marchetti[2] Si è piena la terra di magistroli Che loco più non trovano i discepoli. Quanto siamo ormai distanti dall'organo e dal discanto lo dimostra p. e. una caccia di Gherardello de Florentia che ben meriterebbe venir trascritta, onde dimostrare quanta vivacità e colorito realistico vi abbia in essa. Ecco almeno i primi versi: Tosto che l'alba del bel giorno appare Isveglia il cacciator. Su, su, su, su Ch'egli è 'l tempo. Alletta li can Tè, tè, tè, tè, Viola, tè. Primerate, ecc. Ulteriori ricerche e nuove scoperte potrebbero forse farci cambiare opinione circa l'origine della polifonia e del contrappunto se si pensa al grado di sviluppo dell'-Ars nova- in Italia circa il Trecento e poco dopo ed al fatto che il Carducci riuscì a mettere insieme ben trentatre nomi di musicisti italiani togliendoli dai codici manoscritti. L'-Ars nova- fiorentina esercitò un grande influsso su quella francese e spagnola e molte sono le composizioni di musicisti di quei paesi scritte nello stesso stile. Dal Trecento al Cinquecento si compose in Francia una quantità di canzoni di solito a tre voci con carattere popolare spiccato e maggior mobilità di ritmo e spigliatezza delle italiane. Marchetto da Padova, Filippo de Vitry e Giovanni de Muris stabiliscono le regole della nuova arte e da quel tempo il discanto viene sostituito dal contrappunto (-puntus contra punctum-), giacchè cessava il moto parallelo delle quinte ed ottave. Nel Quattrocento l'-Ars nova- comincia a decadere specialmente dopochè i papi tornarono da Avignone a Roma (1377), e l'Italia subisce l'influsso dei forestieri specialmente dei fiamminghi (oltramontani) che, sia attirati dalla magnificenza delle corti dei principi italiani, sia dalla malìa che l'Italia destò mai sempre sui popoli nordici, per più d'un secolo vennero in Italia, vi si fermarono, fondarono scuole e v'impartirono i loro insegnamenti. La vita italiana di quei secoli era ben diversa di quella degli altri paesi. Mentre l'artista tedesco, legato alle pastoje di casta non era che una specie di artigiano, appartenente ad una delle tante confraternite ed intristiva in un ambiente angusto e pedantesco, le splendide corti italiane gareggiavano nel proteggere le arti ed onorare in ogni maniera gli artisti. E ben altra era pure la coltura delle classi più alte, l'interesse per le scienze ed arti. Un simile ambiente fecondava l'intelletto dell'artista e noi vediamo che i maestri fiamminghi scrissero le loro opere più celebri o in Italia o dopo che vi soggiornarono. Fu pure sotto l'influsso dei maestri fiamminghi, che vennero formandosi in Italia diverse scuole con fisonomia propria e differente come quella di Venezia, Roma e Napoli. Il fondatore della scuola musicale veneziana fu -Adriano Willaert-, nato a Bruges nel 1480, dapprima giurista poscia scolaro di Mouton e Giosquino. Willaert venne nel 1516 a Roma dove già si cantava un suo motetto, attribuito a Giosquino. Dopo il 1527 lo troviamo a Venezia alla chiesa di S. Marco, dove salì in grande fama, ebbe sommi onori e vi restò fino alla morte (1562). Willaert fu il primo ad introdurre i cori spezzati (-separati-) ripristinando l'antico costume della maniera antifonica di cantare i Salmi. L'occasione di tale innovamento fu forse accidentale e suggerita dal trovarsi in S. Marco due organi con separata cantoria. Ma il merito di Willaert non sta tanto in questa innovazione quanto nell'aver egli pel primo abbandonato il sistema fiammingo che basava sul contrappunto e sulla condotta delle singole voci, poco curandosi dall'armonia e dall'effetto generale, e nell'aver dato tutta l'importanza all'-accordo- per sè ed alla tonalità ormai decisa, che si avvicina alla nostra per l'uso frequente della dominante del sistema moderno. A lui spetta oltre a ciò il merito d'essere stato uno dei primi a coltivare il -Madrigale-. Successore di Willaert fu il suo scolaro -Cipriano de Rore- (1516-1565) di Mechel nel Brabante, ardito innovatore che fece largo uso della cromatica, abbandonando sempre più il genere diatonico rigoroso. Cipriano morì a Parma alla corte Farnese. Scolaro di Willaert fu pure Zarlino. Uno dei più celebri maestri della scuola Veneziana antica fu -Andrea Gabrieli- (1510-1586), organista di S. Marco ed il vero rappresentante della scuola veneziana come Palestrina lo è della romana. Con lui lo stile iniziato da Willaert raggiunse l'apogeo ed alla ricchezza e grandiosità egli unisce l'espressione della melodia ed il sentimento. Egli ci lasciò composizioni per organo, per doppio e triplo coro fino a 16 voci, fra le quali il celebre -Magnificat- e la cantata composta per le feste date dai Veneziani sulla Laguna in occasione della visita di Enrico III di Francia. Ambros le caratterizza così: «Nelle musiche di Andrea Gabrieli troviamo lo splendore, la ricchezza, il colorito magnifico e quella folla innumerevole di figure moventesi nella luminosità dell'aria, che noi vediamo nei possenti quadri dipinti nelle chiese sugli altari dai pittori veneziani dello stesso tempo». Maggiore di lui fu il nipote -Giovanni Gabrieli- (1557-1613), nominato nel 1585 organista del primo organo di S. Marco, scolaro dello zio e collega del celebre Hassler e maestro di Schütz. Nelle sue opere l'elemento drammatico e l'espressione individuale incominciano a mostrarsi e rompere l'oggettivismo di prima, segnando il principio della decadenza della grand'arte religiosa. Le sue maggiori doti sono la plasticità, il colorito e la grandiosità della concezione, raggiunta con mezzi relativamente semplici e senza speculazioni ed artefici. Una delle sue opere maggiori, le -Symphoniae sacrae-, contiene una quantità di composizioni vocali ed istrumentali. Alcune delle prime hanno accompagnamento di cornetti, violini e tromboni, che se serve in parte a rinforzare ed a colorire le parti vocali, pure alle volte cammina indipendente e segna i principi della musica istrumentale assoluta. Da ultimo rammentiamo di lui il grandioso Salmo 54º a sette voci, in cui non si sa se più si debba ammirare la sapiente disposizione delle voci o la grandiosità e ricchezza armonica, e la sonata -Pian e forte- per più strumenti (tromboni, fagotti, cornetti, viole e violini) splendida di fasto e colore. Enrico Schütz, il grande precursore di Bach, quando venne per la seconda volta a Venezia per studiarvi il nuovo genere di musica (l'opera) scrisse: «Quando io venni a Venezia, approdai dove aveva passato i miei primi anni di studio alla scuola del Grande Gabrieli. Gabrieli, o dei immortali, quale uomo egli era! Se l'antichità lo avesse conosciuto, l'avrebbe preferito ad Amfione, e se le Muse si fossero sposate, Melpomene (!) l'avrebbe preso per marito». Alla sua epoca appartiene pure -Giovanni Croce- di Chioggia (1560-1609) pregievolissimo e severo autore di musica sacra, come pure di musica profana (-Mascarate- -- -Triaca musicale- -- -capricci-, ecc.). Quantunque la scuola veneziana basi come la romana sui fiamminghi, pure la differenza che passa fra l'una e l'altra è rimarcabilissima. La musica dei maestri veneziani rispecchia la pompa, lo sfarzo delle feste della regina della lagune, dei palagi, dei dipinti di Paolo Veronese e Tiziano. Ai fiamminghi bastavano alcune voci che si contrapponevano ed univano nè essi si servono di istrumenti. I veneziani sostituiscono alle singole voci cori intieri e li rinforzano con istrumenti per colorire e far maggiormente spiccare il disegno. Nella scuola romana il principio conservativo è maggiore e più tenace, mentre la veneziana è decisamente più progressista. Perciò la posteriore riforma musicale trovò a Venezia terreno più ferace che a Roma, tanto che l'opera musicale drammatica si può dire ad eccezione delle origini veneziana. Passando alla scuola romana incontriamo pure una certa affinità fra le due arti della musica e pittura. Come Tiziano e Gabrieli sono i prototipi delle scuole veneziane, così in Roma Raffaello e Palestrina presentano alcuni punti di contatto, che indicano l'intima connessione che passa fra le due scuole, la comunità degli ideali e dei propositi. Alla ricchezza e varietà del colorito veneziano corrispondeva l'effetto grandioso, la pompa dell'armonia e delle voci, forse la sensualità dell'esteriore, diremmo quasi il verismo. In Raffaello e Palestrina l'effetto sta soltanto in seconda linea e cede il primo posto all'intensità del pensiero, all'idea, alla forma perfetta e classica che aborre da ogni lenocinio ed apparenza e da tutto quello, che non sia assolutamente necessario. A Roma dove le antiche tradizioni e le memorie erano troppo vive, perchè venissero dimenticate e messe in disuso, il culto del severo canto gregoriano non poteva fare a meno di influenzare potentemente colle sue melodie la musica. Per questo le opere della scuola classica romana basano sul canto gregoriano, dal quale esse traggono la loro caratteristica, che le distingue da tutte le altre. Fra i molti compositori che fiorirono in Roma prima di Palestrina nominiamo -Costanzo Festa- fiorentino († 1545), grande e dotto contrappuntista, -Cristoforo Morales- di Siviglia, fecondo ed inspirato precursore di Palestrina nella idealità dello stile. Di lui si cantavano ed erano celebri le -Lamentazioni- ed alcuni -Magnificat-. I veri fondatori della scuola romana sono però a reputarsi i fiamminghi e fra questi -Giacomo Arcadelt-, cantore a Roma nel 1540, morto a Parigi, compositore semplice e severo, del quale ancor oggi si eseguisce un'-Ave Maria-, ammirabile per purezza e semplicità di stile, ma non come si credeva prima -Claudio Goudimel-, che pare non fosse mai in Italia e si confonde con -Gaudio Mell-, che forse fu maestro di Palestrina. -Giovanni Pierluigi-, detto -Palestrina- dalla sua patria, nacque nel 1514, secondo Haberl nel 1536, da modesti genitori. Venne presto a Roma dove fu assunto per la sua bella voce fra i ragazzi cantori di S. Maria Maggiore ed istruito nella musica. In seguito divenne scolaro di Arcadelt. Dopo alcun tempo passato come direttore della cappella di Palestrina fu nominato nel 1551 successore di Arcadelt nel posto di -Magister puerorum- nella cappella Giulia. Depose questo ufficio per divenir cantore della papale nel 1555, donde fu scacciato ancor nello stesso anno da Paolo IV con altri due cantori perchè ammogliato. Dal 1555 al 1561 fu direttore in S. Giovanni Laterano, quindi fino al 1571 in S. Maria Maggiore. In questo tempo furono composte le tre famose Messe, fra le quali quella di -Papa Marcello-, a cui la leggenda suol attribuire di aver salvata la musica figurata dal bando della Chiesa. L'occasione fu la seguente. Nella 22ª e 24ª sessione del Concilio di Trento fu stabilito di bandire dalla Chiesa la musica mondana e di rimettere ai vescovi e concilii provinciali le ulteriori riforme necessarie. Pio IV nominò ai 2 Agosto 1564 una commissione di 8 cardinali, che doveva stabilire le riforme da introdursi. Queste si occuparono specialmente del testo ed in seconda linea dei temi delle melodie, che non dovevano esser tolte da canzoni profane. Principalmente poi trattavasi della possibilità di udire chiaramente il testo nelle complicazioni polifoniche, nelle quali s'erano introdotti tali abusi, che il cardinale Capranica ebbe a dire che a sentire i cantori gli sembrava udire un branco di porcellini chiusi in un sacco. Palestrina fu allora incaricato dalla commissione di comporre una Messa che corrispondesse alle esigenze della chiarezza del testo. Egli invece ne compose tre, che furono eseguite ai 28 Aprile 1565 nel Palazzo del cardinale Vitellozzo. L'impressione che la terza, dedicata al protettore di Palestrina, Papa Marcello, fece sugli uditori, fu tale che si decise di desistere da ogni ulteriore riforma e di raccomandarla come modello. Haberl crede che essa fu scritta più anni prima del 1565 e la sua importanza più che nell'intima bellezza che viene superata da altre messe di Palestrina sta nell'uso conseguente dello stile declamato, nel raggruppamento magistrale delle voci e nella varietà di colorito. All'esecuzione di questa Messa seguita due mesi dopo si dice che Papa Giulio IV abbia esclamato: «Un altro Giovanni ci fa presentire nella terrestre Gerusalemme quel canto che l'apostolo Giovanni rapito in estasi sentì nella celeste». In seguito a questo successo Palestrina fu nominato maestro compositore della cappella papale, nella quale carica durò fino alla sua morte, avvenuta ai 2 Febbraio 1594, l'anno di morte di Orlando Lasso. L'importanza di Palestrina per la musica sacra è somma. Sarebbe però erroneo il credere, che egli fosse un riformatore nel senso solito della parola, ma è forse appunto in ciò che sta la sua grandezza, nell'aver cioè saputo coi mezzi conosciuti raggiungere tanta altezza. Anzi considerando le opere dei madrigalisti contemporanei o di poco a lui posteriori, egli è ben meno moderno di questi, che sono col loro stile cromatico i veri romantici del secolo XVI. Egli è piuttosto il genio, che chiude una grande epoca che in lui, come la susseguente con Sebastiano Bach, raggiunse la perfezione, quasi concentrando tutte le sue forze e virtù in un uomo solo che le desse l'impronta storica. Nella sua musica è raggiunta la perfezione della forma, la misura del bello non è mai oltrepassata come qualche volta in Orlando; egli non abusa dei melismi, non fa uso di armonie strane e ricercate nè di ritmi originali e insoliti. Le sue doti tecniche principali sono la bellezza e perfezione della linea melodica, la trasparenza delle voci e la chiarezza del testo, difficilissima a raggiungere nella polifonia. Il contrappunto e le più ardue soluzioni non sono mai scopo ma soltanto mezzo, ed egli, adoperandole sovranamente, non ci pensa neppure ma tende più in alto. Da ciò dipende quell'infinita dolcezza, religiosità e mite melanconia che ci destano le sue opere, quel sentimento indefinito di speranza e di aspirazione alle cose alte. Nè perciò Palestrina è mai effeminato, come non lo è Raffaello, mai sentimentale come i posteriori, perchè la sua tristezza è quella d'un uomo, che sa che con lui non è tutto finito ma che la vita eterna, guiderdone dei giusti, lo aspetta. Spitta osserva che se Orlando Lasso fosse nato un secolo più tardi, egli sarebbe divenuto un grande compositore drammatico, ciò che non è pensabile per Palestrina, perchè egli come Bach ha bisogno della solitudine per concentrarsi e trae tutto dal suo intimo. L'intelligenza delle opere di Palestrina non è cosa d'ognuno. Chi le giudica semplicemente coi nostri pensieri e criteri artistici non saprà mai trovarvi quella virtù, che ne è la principale. La musica di Palestrina non vuol essere eseguita in concerto ma in chiesa, per la quale fu scritta. Allora soltanto si capirà quale tesoro d'ispirazione, religiosità e d'arte sia contenuto in essa, in quelle brevi e semplici melodie, che non sono le nostre ma che ci sottraggono alle cure terrene, in quei maestosi accordi, in quell'avvicendarsi di voci ora dolcissime ora potenti e maschie, che sembrano innalzarsi al cielo per chiedere grazia e perdono. Allora soltanto si capirà che questa è arte vera e grande, e che essa non potrà mai perire, giacchè essa è superiore ai capricci del gusto ed immutabile nelle sue eterne leggi. Palestrina fu autore assai fecondo. Fra le sue moltissime composizioni, che Baini, il suo ammiratore e biografo, divide in 10 stili (!), nominiamo la serafica messa -Assumpta est Maria-, forse la più sublime composizione del genere, la Messa di Papa Marcello, il Motetto -Tenebrae factae sunt-, il grandioso -Stabat Mater- a due cori una delle opere più grandiose della musica da chiesa di ogni tempo, in cui il dolore ha accenti celestiali di rassegnazione e speranza; gli -Improperi-, le -Lamentazioni- ed i -Motetti del Cantico dei Cantici- a cinque voci, opera d'una ineffabile dolcezza e soavità, una -Salve Regina- a cinque voci. Wagner nel suo studio su Beethoven ne giudica così: «L'unica progressione nel tempo si palesa quasi soltanto nel più delicato cambiamento del colore fondamentale, che ci fa apparire i più svariati passaggi mantenendo ferma l'affinità più ampia, senza che noi ci possiamo accorgere di un'alterazione di linee in questo cambiamento. Così risulta un quadro quasi senza tempo e spazio, una visione affatto sopranaturale, che ci commuove sì profondamente». Palestrina esercitò colle sue opere un grande influsso sull'arte musicale religiosa dei suoi tempi. Egli fu l'antesignano di quella stupenda e numerosa scuola d'autori italiani, che seguirono le sue aspirazioni ed ideali e le cui numerosissime composizioni sono colle sue il modello della vera musica da chiesa. Lo stile di tutte queste è quello che da Palestrina ebbe il nome e che ha per impronta la semplicità unita alla maestà e grandiosità, un'eterea altezza priva d'ogni sensualità e reminiscenza mondana, una serenità serafica, che trasporta in regioni più alte, la perfezione della forma e della misura, escluso ogni elemento drammatico, o, per dirla con espressione più adattata all'epoca nostra, ogni sentimento di soggettivismo, come s'addice alla Chiesa cattolica che domanda che l'individuo non pensi alle cure terrene ma si unisca in un rapimento di fervore e speranza alla comunità dei fedeli. Eppure se eccettuiamo -Lodovico da Vittoria- (1540-1613?), spagnolo di Avila, direttore della Cappella Sistina, che gli è quasi pari, nessuno dei contemporanei e posteriori seppe raggiungere Palestrina, perchè la sua arte è troppo personale e quasi troppo soprannaturale per venir imitata od essere suscettibile di progresso nello stesso ambito e già Pietro della Valle la chiama -monumento da museo- (1640). Contemporanei di Palestrina furono -Giovanni Maria Nanini- (1540?-1607) che fondò con Palestrina una celebre scuola, dalla quale uscirono insigni maestri quali -Felice e Giovanni Anerio-, Giovanni Animuccia, Giovanni Guidetti (1532-1592) che ebbe l'incarico di rivedere con Palestrina i libri del Canto gregoriano, alla qual difficile impresa egli dovette poi attendere solo, -Francesco Soriano- romano (1549-1631) originale ed ardito innovatore, il celebre -Luca Marenzio- e -Marcantonio Ingegneri- (1550), l'autore dei celebri -Responsori- che fino pochi anni fa si credevano di Palestrina. Fra gli autori dell'epoca dell'incipiente decadenza nominiamo -Gregorio Allegri- (1586-1652) della famiglia di Correggio, l'autore del celebre -Miserere- a due cori, che si canta il Venerdì Santo nella cappella Sistina, composizione stupenda nella sua semplicità di accordi di seguito, i due -Mazzocchi-, -Ercole Bernabei- (1670-1690), -Orazio Benevoli- (1602-1672), direttore a Roma ed a Vienna, da ultimo a S. Pietro, autore di composizioni nelle quali la polifonia raggiunge il numero di 12, 14, 24 e 48 voci, insuperabile nell'arte di aggruppare voci e cori, senza che la chiarezza ne soffra. La sua arte è talmente grande, che ad una voce egli sostituisce un intiero coro e scrive pezzi in stile fugato con entrate per coro invece di singole voci, interrompendo saggiamente la troppa polifonia con brani in cui canta un solo coro e tutte le voci si acquietano in un maestoso corale. Giunti a questo punto non sarà forse senza utilità l'esaminare brevemente i diversi generi di composizione sviluppatisi dopo i primi tentativi polifonici. La musica medioevale dotta appartiene ad eccezione dell'-Ars nova- quasi esclusivamente alla Chiesa. Come la pittura e scultura sceglievano senza eccezione soggetti sacri, così i musicisti fiamminghi e le scuole posteriori fino al seicento dedicarono il meglio delle loro opere alla chiesa. Fra le composizioni sacre spetta il primo posto alla -Messa-, la parte più importante della liturgia. Ma si avrebbe un'opinione ben falsa se si credesse, che i maestri antichi abbiano scelto con predilezione il testo della Messa per la varietà dei sentimenti ed affetti, per la diversità di espressione e carattere delle singole parti, giacchè siamo ancora 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000