natura italiana è aliena alle nebulosità ed alle preziosità in cui va isterilendosi l'arte francese odierna. Ma essendo gli italiani arrivati gli ultimi, essi si contentano ancora di imitare certi procedimenti tecnici nuovi ed innestarli alle loro opere concepite ancora secondo le vecchie tradizioni. Ma non tutti però, giacchè ci sono anche giovani musicisti italiani, che sono ormai decisamente progressisti sinceri. Non ancora per il successo ma più per la novità dei suoi tentativi sta oggi in prima linea fra i sudetti -Ildebrando Pizzetti- colla sua -Fedra- (1915), un musicista che aveva fatto già parlare di sè quando scrisse la musica per la -Nave- e gli intermezzi per la -Pisanella-, dunque tutte opere poetiche di Gabriele D'Annunzio. Il suo credo, che egli enunziò in scritti e conferenze, è messo in pratica nella Fedra, giacchè le altre opere sono troppo poco numerose ed importanti per farsi una chiara idea delle tendenze dell'autore. Il quale vorrebbe riannodare ai principî della Camerata fiorentina e non vede nè nell'opera di Gluck nè di Wagner realizzato il vero dramma musicale, perchè esso ha sempre più o meno la forma di cantata e perciò manca di vera essenza drammatica. Siamo dunque di nuovo all'eterna questione del connubio o dissidio fra musica e poesia, forse meno importante di quanto si crede. E ciò lo dimostra Pizzetti stesso, che scegliendo la Fedra divenne inconsciamente infedele ai suoi supremi principî. Difatti le tragedie del poeta sono, e ciò può sembrare un paradosso, troppo musicali nella lingua e nelle immagini per adattarsi veramente al dramma musicale almeno come lo pensa o vorrebbe Pizzetti od hanno bisogno di un genio per musicalmente compenetrarle e rendere tutta la poesia lirica che vi domina. A tanto non arriva certo la potenza musicale di Pizzetti, che non è veramente un creatore ma piuttosto un dotto ricercatore e scrutatore. D'Annunzio scrisse, che non c'è una sola nota nell'intera partitura della Fedra, che contrari il ritmo spontaneo e ciò sarà vero. Per l'uditore però ciò non ha che un'importanza secondaria ed egli trova invece in quella musica troppa monotonia, neppur rialzata da un'orchestra veramente colorita e ricca di timbri speciali, sicchè è da temersi che l'opera di Ildebrando da Parma resti un nobile e serio tentativo ma che non diventi la Fedra «indimenticabile». Pizzetti vi ha fatto uso dei modi antichi, che egli ha profondamente studiati e dei quali si servì anche nei cori della Nave. La Trenodia che inizia il terz'atto se anche non è, come la disse D'Annunzio, uno dei vertici della musica moderna, degna di essere paragonata alle più alte pagine dei maestri del secolo XVI e XVII italiani, è certo uno squarcio di nobilissima musica. L'aspettarsi un grande vantaggio dall'uso molto frequente dei modi antichi nella musica moderna sarà però una speranza vana, perchè la loro trasformazione nei nostri di maggiore e minore non fu la conseguenza di velleità e studi di studi ma il frutto di una evoluzione logica e naturale. Ben altra tempra di artista, più spontanea, più irruente, è invece quella del trentino -Riccardo Zandonai- (1883). Mentre Pizzetti si affatica a mettere in pratica quello che per speculazioni e studi gli sembra essere l'unica via per ispirare nuova vita al melodramma italiano, Zandonai coll'istinto del vero musicista di razza si è fatto strada e messo al primo posto nel teatro musicale italiano dei nostri giorni. Già la sua prima opera, -il Grillo del focolare- si innalza di gran lunga sulla produzione contemporanea tanto per la spontaneità d'ispirazione che per la fattura accurata. -Conchita- ha ormai ad onta dello stile frammentario una nota personale spiccatissima ed una potenza caratteristica assai grande. -Melenis- oltre i pregi di Conchita ci palesò un altro lato del talento di Zandonai, la facoltà cioè di dipingere grandi quadri con mano maestra e di trovare melodie dalla linea ampia ed espressiva. Ma se in queste opere si scorge ancora l'incertezza di un giovane, che non si è ancora formato una lingua tutta propria ed alle volte vi manca l'unità organica, la -Francesca da Rimini- (1914), nella cui musica l'autore ha saputo ben più felicemente che Pizzetti trasfondere tutta la poesia della parola ed ambiente dannunziani, sembra invece avvicinarsi al sogno di un dramma lirico moderno, quale tutti desiderano ed aspettano e dove alla musica non tocchi l'ultima parte. Zandonai, certo il più sicuro e sapiente degli operisti italiano, si risente ancora qualche volta delle opere di Wagner e di altri ma egli è fra tutti i giovani quegli che discende in linea diretta dal Verdi dell'Otello e Falstaff ed il più italiano di tutti, perchè italiana è la sua melodia, sempre scelta e spesso assai ispirata e felice, italiana la concezione dell'opera complessa, chiara e senza nebulosità, italiano il sentimento e l'espressione drammatica, ora dolcissima ed insinuante, ora irruente ed aspra. Zandonai ha studiato certo i maestri moderni ma ha saputo evitare un'imitazione pericolosa sicchè la sua musica nulla ha della evanescenza snervante della musica francese nuova e delle complicazioni cacofoniche straussiane ma è sana e forte. -Vittorio Gui-, -Dom. Alaleona-, -G. Fran. Malipiero-, -Alberto Gasco-, -Vincenzo Tommasini-, -Vincenzo Davico-, -A. Casella- e -Gianotto Bastianelli- sono pure fra i giovani quelli, che nutriti di forti studi e di tenace volontà cercano d'innalzare le sorti della musica italiana e fecero già buona prova. -Ottorino Respighi-, autore di squisite romanze, e composizioni orchestrali (sinfonia dramatica, ecc.), s'è preso a modello la polifonia ed in genere la musica di Strauss nella sua -Semirama-, un'opera di grande colorito, però ineguale nell'ispirazione e che non può valere che come una promessa, quantunque la tecnica sia ormai sicura. Non molto dissimile a quella dell'italiana fu la sorte della -musica francese- negli ultimi decenni del secolo scorso. Anche in Francia essa fu quasi fino all'epoca tragica del Settanta arte di lusso e passatempo nè l'educazione musicale degli artisti e del pubblico era gran fatto superiore a quella della nazione sorella. Le ultime opere di Gounod erano pallide ombre del passato, Berlioz era affatto trascurato ed uno dei maggiori geni musicali che mai ebbe la Francia, Giorgio Bizet, s'era spento in giovane età, senza poter vedere riconosciuta ed ammirata la sua opera. Alcuni musicisti seppero però colla tenacia e serietà dei loro propositi tener fronte alla corrente d'indifferenza e finirono coll'imporsi all'attenzione. Il primo di questi è senza dubbio -Camillo Saint-Saens- (1835) che i francesi hanno già assunto fra i classici nazionali. Se con ciò non si vuole riconoscere che la sua suprema maestria tecnica, non c'è dubbio che egli merita questo onore. Saint-Saens ha scritto opere di tutti i generi (musica da camera, Concerti per pianoforte, violino, violoncello, suites, poemi sinfonici, sinfonie, rapsodie, canzoni, musica per organo, opere teatrali -- -Sansone e Dalila-, -Etienne Marcel-, -Enrico VIII-, -Proserpina-, -Ascanio-, ecc.). Ma in fondo egli non ha saputo farsi un vero e proprio stile, ma s'è lasciato influenzare da ogni stile assimilandoseli sapientemente. Egli è un artista equilibrato, elegantissimo e di grande talento ma fatto principalmente di riflessione, sicchè la sua musica quasi sempre ci interessa ma raramente ci conquide. Gounod giudicò molti anni fa così di lui e le sue parole possono valere ancor oggi, perchè il suo talento non ha subito poi alcuna evoluzione rimarcabile: «Saint-Saens è una delle personalità musicali più caratteristiche, che io conosca. Egli è un musicista munito di tutte le armi; egli sa la sua arte meglio d'ognuno, conosce a memoria tutti i maestri, suona l'orchestra come il pianoforte ed ha una facoltà d'assimilazione prodigiosa, non esagera mai, non è nè violento nè enfatico, non vuol riformar nulla ma scrive come sente e sa, perchè è un grande musicista di razza». Non egual importanza ebbero -Edoardo Lalo- (1823-1892) e -Beniamino Godard- (1849-1895), il primo, musicista di serî propositi, che ebbe ben poco successo in vita. Le sue opere principali sono due Concerti e la Sinfonia spagnuola per violino ed orchestra, una Rapsodia norvegese per orchestra, il ballo -Namouna- e l'opera -Le roi d'Ys-, che ha delle pagine veramente belle. Godard scrisse musica sinfonica e opere teatrali, che ebbero qualche successo. Ma l'autore prediletto del grande pubblico francese fu ed è forse ancora -Giulio Massenet- (1842-1912). Dotato di mediocre potenza drammatica egli dopo essersi più volte provato nella grande opera (-Re di Lahore-, -Erodiade-, -Cid-, -Esclarmonda-, -Le Mage-, -Thais-, -Arianna-, -Bacco-) e specialmente nelle prime composizioni con successo, venne poi modificando il suo stile, dando il predominio alla parte lirica (-Manon-, -Werther-, -Saffo-, -Cendrillon-, -Teresa-, ecc.). Ma questa maniera fatta di facili e carezzevoli melodie senza grande originalità ma di belle forme, di ritmi piccanti, di smagliante colorito orchestrale, se conquise specialmente nella -Manon- e nel -Werther-, colla sensualità della sua musica vaporosa e piena d'abbandono, alla lunga non potè ingannarci sulla sua superficialità ed intima vacuità. Massenet è il poeta dell'amore sentimentale senza troppi slanci e senza vera tragicità. Alle volte le sue opere fanno l'effetto di lunghe romanze e la sua musica somiglia a Manon, elegante, volubile, gracile e corrotta. Le ultime opere del fecondissimo autore (-Panurge-, -Cleopatra-, -Amadis-, postume) non ebbero più il successo delle prime, giacchè sono sempre gli stessi procedimenti che si ripetono e perchè la grazia femminile e snervata dell'autore e la melodia goudoniana allungata all'acqua di rose che diventa sempre più insignificante e che finisce quasi col sottolineare semplicemente le parole, non poterono più bastare ai bisogni artistici del nostro tempo, che domanda ben altre e più forti commozioni. Massenet è un artefice perfetto e sa nascondere il lato debole della sua musica con tutte le raffinatezze dell'arte, che per lui non ha più segreti. Ma egli non si servì che ben di rado di questa sua perizia per scrivere un'opera forte ed ha mantenuto forse soltanto nella -Cleopatra- quello che prometteva col -Re di Lahore-, contentandosi di seguire il gusto della moda e di un pubblico di decadenti. Massenet, che aveva cominciato cercando una specie di conciliazione fra il nuovo ed il vecchio, perdette poi il contatto coll'epoca presente e tutto quello di nuovo che c'è nell'aria, lo ha lasciato completamente indifferente. Eppure da lui derivano i più dei veristi moderni compresi alcuni degli italiani, che esagerarono i difetti senza saperlo raggiungere nella perfezione tecnica. L'influsso che ebbe la musica di Wagner su tutti questi autori non fu tale da cambiare o modificare sensibilmente la loro natura, se pure d'un vero influsso si può parlare. Ma dopo il Settanta comincia una vera e nuova era della musica francese, sulla quale la musica e le teorie di Wagner ebbero una grandissima importanza, cosa tanto più strana in quanto che sembrerebbe quasi impossibile che una nazione appena sconfitta dalle armi tedesche abbia potuto scegliere proprio quel momento per rinnovare la sua arte, plasmandola sul modello dell'odiato vincitore. Eppure fu così. Circa dall'ottanta in poi dopo che il successo della musica istrumentale tedesca era stato preparato coi concerti popolari di Lamoureux e Colonne, la conquista wagneriana fece passi da gigante e la produzione di quei dieci o quindici anni se ne risentì talmente, che la musica francese parve quasi perder ogni impronta nazionale. Fra i musicisti di questo periodo, nel quale l'imitazione wagneriana è sensibilissima, vanno nominati -Ernesto Reyer- (1823-1909), autore di un -Sigurd- (Sigfrido, 1884) scritto intieramente sotto l'influsso di Wagner e di -Salambò- (1890) un'opera non senza meriti ma affatto mancante di unità di stile ed ineguale nell'ispirazione; -Ermanno Chabrier- (1841-1894) autore dell'opera -Gwendoline- (1886) musicista ispirato e ricco di potenza drammatica ma intristito nella imitazione wagneriana, che snaturò il suo stile, ed -Alfredo Bruneau- (1857). Quest'ultimo protesta di non essere un wagneriano. «Pour ma part, admirateur fervent de Richard Wagner, je n'ai jamais cessé, dans mes oeuvres et dans ma critique, de défendre la cause de l'art français». Ma più a parole che con fatti, giacchè lo scegliere per i suoi drammi libretti che gli scrisse Emilio Zola (-Le Rêve-, -L'attaque du moulin-, -Messidor-, -Ouragan-, -La faute de l'abbé Mouret-, melodramma declamato, -L'enfant roi-, -Nais Micoulin-) azioni ora estremamente realistiche, ora peggio che accademiche ad onta della prosa nella quale sono scritte, perchè i personaggi non sono veri uomini ma simboli ed astrazioni, non poteva bastare, avendo la musica di questi drammi ben poco l'impronta nazionale e non essendo che del Wagner di seconda mano. E ciò è tanto più da deplorarsi che Bruneau è forte musicista, al quale non manca nè l'istinto del teatro nè la sapienza tecnica. In complesso quello che Bruneau si propone è il dramma musicale verista, lo stesso ideale al quale aspira con tendenze nazionalistiche e simbolistiche -G. Charpentier- (1860) l'autore del romanzo musicale -Luisa- (1898), l'opera sbagliata di un bell'ingegno, che credette poter ispirare vita artistica col mezzo di una musica alle volte elegante, colorita e vivace ma estremamente frammentaria e senza veri voli lirici alle peripezie triviali di una famiglia parigina. Molto minor successo della Luisa ebbe l'ultima sua opera -Julien- (1913) che è quasi un rifacimento della -Vie de pöete-, specie di dramma sinfonico, scritto in gioventù. Julien è venuto ormai troppo tardi e non ci dice più nulla di nuovo. Anche in essa contrastano romanticismo e realismo senza potersi accordare e questo continuo oscillamento toglie ogni unità all'opera nella quale l'ispirazione è assai scarsa e poco eletta. Tanto la musica di Bruneau che di Charpentier sono in sè la negazione di tutte quelle doti che noi eravamo abituati a trovare e cercare nella musica francese, cioè la chiarezza, la misura, la forma. Ambedue furono scolari di Massenet e per quanta differenza passi fra le opere del maestro e degli allievi devesi però sempre riconoscere un'affinità di famiglia ed un incrudirsi di quella maniera di concepire il dramma musicale come una semplice impressione ora sentimentale ora realistica che già si mostra, p. es., nella Saffo di Massenet. Ma quantunque Bruneau e Charpentier fino ad un certo punto tentino nuove vie, essi non si possono annoverarsi a quei pochi musicisti che oggi rappresentano la nuova scuola francese progressista. Il padre spirituale di tutti questi è -César Frank- (1822-1880) un'anima candida, ingenua e profondamente religiosa, che in vita restò quasi sconosciuto e fu solo idolatrato dai suoi scolari. Le sue opere rispecchiano la sua natura e la loro caratteristica è il più puro idealismo. Educato alla musica di Bach egli venne formando il suo stile sulle opere degli antichi ma senza imitarli ed aggiungendovi qualche cosa di mistico che è tutto suo ed elementi affatto moderni specialmente dal lato armonico. Le sue opere principali sono gli oratori -Les Beatitudes-, -Psyché-, la sua musica da camera e per organo, alle quali non fanno certo difetto l'ispirazione ma il sentimento della misura e della forma, che alle volte sembra embrionale. In ultima linea è però assai dubbio, se si possa annoverare Frank fra i musicisti francesi, perchè son troppi gli elementi stranieri, che si trovano nella sua musica. Ma l'importanza di Frank sta forse più che nelle sue opere nella sua grandezza morale e nell'immenso influsso che ebbe sui suoi scolari, fra i quali contano i migliori musicisti odierni di Francia. E fu per questi che fu superato il periodo di imitazione wagneriana che minacciava snaturare l'arte nazionale e che oggi dopo un'interruzione di più secoli si può davvero parlare di una vera arte francese, la quale vuole, come proclamava Charles Bordes, uno dei più valenti maestri e fautori «le discours libre dans la musique libre, la melopée continue, la variation infinie, la liberté en un mot de la prose musicale. Nous voulons le triomphe de la musique naturelle, libre et mouvente comme le discours plastique et ritmique comme la danse antique». A questo ideale ben ancora lontano da esser raggiunto tendono i conati del nuovo Cenacolo, alla cui testa sta da anni -Vincent d'Indy- (1851), talento complicato di erudito, pensatore e musicista, fervido cattolico, battagliero, che cerca il rinnovamento dell'arte nella conoscenza profonda dell'arte medioevale. Eppure anch'egli sacrificò dapprima a Wagner come in genere tutti gli altri francesi del suo tempo e tanto la sua sinfonia -Wallenstein- che la sua opera -Fervaal- (1897) e specialmente -le Chant de la Cloche- mostrano una palese derivazione dalla musica wagneriana. Nelle opere posteriori (-Etranger-, Sonata per pianoforte e violino. Quartetto, -Symphonie sur un thème montagnard-, ecc.), è innegabile la nota personale, che è fatta più di arte e di serietà che di spontanea ispirazione. In fondo d'Indy è un artista conscio e sicuro ma freddo, aristocratico e troppo eclettico per veramente commuoverci. Della musica -tedesca- moderna, in quanto essa cerca nuove vie, parleremo nel seguente capitolo. Ma non tutti i musicisti di Germania seguono le orme di Riccardo Strauss, Max Reger e Gustavo Mahler. La maggior parte continua le vecchie tradizioni, imitando or questo o quel maestro. Nell'opera è Wagner, che è diventato la guida quasi sempre fatale e quantunque la produzione annua sia ancora ingente, le opere che non perirono nel mare della dimenticanza sono pochissime. Una di queste è -il Barbiere di Bagdad- di -Pietro Cornelius- (1824-1874), nata ancora ai tempi del soggiorno di Liszt a Weimar, ricca di gentile ispirazione ma senza vera potenza drammatica. Maggior fortuna ebbe la fiaba -Hänsel und Gretel- di -Engelberto Humperdink- (1854), felice connubio di canzoni popolari colla polifonia e la maniera dei Maestri cantori di Wagner, nota anche in Italia, dove ebbe pure successo l'altra opera -Figli di re-, una leggenda composta alla stessa maniera. Ma quando Humperdink abbandonò il campo delle fiabe, allora si mostrò la sua deficienza di vera forza drammatica e le opere posteriori non ebbero alcun successo. L'-Evangelimann- di -Guglielmo Kienzl- (1857) ebbe pure gran successo ma più per il libretto sentimentale e commovente che per la musica appena mediocre. E così pure vero successo non può dirsi quello più recente di -Tiefland-, l'opera di -Eugenio D'Albert- (1864), miscuglio di tutti gli stili con predominanza di quello italiano moderno. -Sigfrido Wagner- (1869) ebbe come musicista la sfortuna di essere figlio di Riccardo Wagner. Le sue opere hanno specialmente nelle scene popolari di carattere comico una certa freschezza sana. Ma i libretti simbolico-mistici, che egli sceglie ed il voler oltrepassare i limiti postigli dalla natura, gli fecero finora fallire la prova. Ben maggiore potenza e serietà mostrano invece -Max Schillings- (1868), l'autore di -Ingwelde-, -der Pfeiferstag- e -Moloch-, e specialmente -Giov. Pfitzner- (1869) (-il povero Enrico-, -la Rosa del giardino d'amore-), quantunque anche essi sono imitatori di Wagner e soffocano in una complicatissima polifonia dell'orchestra la linea melodica. Gli autori tedeschi di musica istrumentale sono infiniti ed è affatto impossibile il parlarne qui, sia perchè ciò oltrepasserebbe il compito di questo manuale sia perchè oltre Riccardo Strauss e Max Reger mancano personalità spiccate. Il maestro della maggior parte dei giovani più noti fu -Lodovico Thuille- (1861-1907) scolaro e poi successore di Rheinberger a Monaco, un romantico, che però seppe seguire i tempi e che come maestro aveva doti specialissime. Ma come egli nelle sue opere fu un brahmsiano con infiltrazioni moderne anche i suoi scolari diretti od indiretti oggi in vista (-Braunfels-, -Noren-, -Bleyle-, -Lampe-, -Bischoff-, -Weissmann-) seguono la sua strada e sono seguaci or di Brahms or di Strauss. Le loro opere mostrano serietà di volere, sapienza e sicurezza tecnica ma difettano di vera originalità ed ispirazione. Quasi tutti poi si risentono delle nuove conquiste armoniche e cercano di usufruirne senza però che le loro opere si possano dire moderne nel senso della parola, perchè il loro fondo è in realtà ancora classicista ed il modernismo non ne è sincero. LETTERATURA Colombani A. -- -L'opera italiana nel secolo XIX-, Milano. Prati R. -- -Giuseppe Martucci-, Torino, 1914. Bastianelli Gianotto -- -Pietro Mascagni-, Napoli, 1910. Torrefranca Franco -- -Giacomo Puccini e l'opera internazionale-, Torino, 1912. Pfohl R. -- -Die moderne Oper-, Berlino, 1894. Serviéres G. -- -La musique française moderne-, 1897. Hervey A. -- -French Music in the XIX Century-, London, 1903 Neitzel O. -- -Camille Saint-Saens-, Berlino, 1900. Angè de Lassus -- -Saint-Saens-, Paris, 1914. Louis R. -- -Die deutsche Musik der Gegenwart-, 1909. D'Indy V. -- -César Frank-, Paris, 1906. CAPITOLO XXIII. L'ora presente. La fine del secolo decimonono avrà probabilmente nella storia della musica una certa importanza, perchè essa chiude quasi un periodo e segna l'inizio di una nuova epoca. Noi contemporanei non possiamo nè giudicarne dell'importanza ed ancor meno fare da profeti circa il futuro, perchè ci manca l'oggettività e la facoltà di contemplare da un punto di vista più dominante e lontano il nostro tempo e perchè quello che forse sarà la musica futura, oggi non si presenta ancora che appena allo stato embrionale. Il compito di uno che scrive della musica contemporanea non può essere dunque che quello di un cronista o di un semplice critico che esprime le sue opinioni personali. I nomi dei musicisti della seconda metà del secolo scorso che passeranno alla posterità non soltanto come suoni vacui sono ben pochi. Gli altri verranno dimenticati assieme alle opere dei loro autori oppure si ricorderanno come quelli dei pionieri di una nuova arte che già batte alle porte. I rappresentanti di questa sono tutti stranieri e precisamente tedeschi e francesi. Il più noto e discusso è certo -Riccardo Strauss-, nato nel 1864, l'anno della morte di Meyerbeer, col quale egli ha almeno la somiglianza della natura avida di successo. Questo barbaro magnifico e temerario dagli occhi chiari, come un giorno lo chiamò Gabriele D'Annunzio, è oggi il conscio duce di molti musicisti moderni e l'eroe dell'ora presente. Se però si studiano veramente le sue opere, non sarà difficile il conchiudere, che in fondo non è tanto la sostanza quanto la forma ed i mezzi di estrinsecarla, che si possono dire nuovi. La musica di questo talento complesso per eccellenza, di quest'anima eternamente tormentata da nuovi problemi, non ha la forza persuasiva di quella dei grandi maestri ma piuttosto ci conquide colla violenza e ci fa ammiratori con riluttanza, perchè la sua qualità principale non è tanto l'emozione sincera quanto la ferrea ed indomita volontà, che essa continuamente palesa. Strauss è il musicista meno ingenuo e semplice che si possa pensare ed il processo generativo della sua mente è dei più complicati. Apparentemente invasato dal sacro furore dell'arte e conquiso dalla situazione, dalle parole e versi, egli resta in realtà internamente freddo e quasi spettatore di sè stesso come qualche grande artista drammatico, che sembra vivere la vita delle persone che rappresenta ed invece non ne imita che con maestria i gesti e le parole. Egli è un cerebrale, che non fa che esperimentare e siccome nessuno lo supera oggi nel volere e sapere e nella sicurezza dell'istinto od almeno del conoscere gli istinti degli altri, le sue opere non hanno come quelle di tanti altri nulla di frammentario, appunto perchè non conosce la semplicità ed ingenuità. Altra volta uno degli elementi principali per giudicare dell'originalità o dell'altezza del talento d'un musicista era l'esame della sua melodia. Ora ciò non è più di moda. Se però si vuole ancora provare l'esperimento, si troverà che una melodia straussiana non esiste, mentre invece ne esiste benissimo una mozartiana, beethoveniana, verdiana, ecc. E non solo ciò ma anzi che i pregî di Strauss sono in genere da cercarsi in tutt'altro che nella melodia, perchè i suoi temi melodici sono ben di rado veramente felici e perchè egli si contenta molte volte di frasi comuni e di spunti che nulla hanno di peregrino. Ad onta di ciò è innegabile che questa deficienza melodica delle opere di Strauss non ha grande influenza sul loro valore, che dipende piuttosto dalla complessività di esse e dalla maniera di concepire l'opera d'arte. Ne è punto giustificato il voler chiamare la musica di Strauss astrusa e se tale molte volte si giudica, ciò dipende non dalla sostanza ma dall'estrema complicazione dell'apparato, dalla sopraposizione dei contrappunti, chè anzi il maestro, come lo dimostrò nella scelta dei soggetti, è natura certo speculativa ma con una buona parte di sensualismo. Strauss ha incominciato come tutti i musicisti coll'imitare i maestri precedenti e suoi contemporanei e fra questi specialmente Brahms. La prima opera in cui egli veramente si palesò fu il poema sinfonico -Macbeth- (1887), seguito con breve intervallo dal -Don Giovanni- (1888) e dal -Tod und Verklärung- (-Morte e trasfigurazione-) (1889), ancor oggi la sua opera più popolare. Tutte queste opere derivano da quelle di Liszt ma Strauss seppe trarre ben altre conseguenze dallo stile programmatico che il suo iniziatore. Egli non si fa mai veramente schiavo del programma ma è in grado di esprimere con mezzi semplicemente musicali tutto quello che vuole. Questa potenza gli è anzi tanto propria che egli molte volte ne abusa. In confronto di Liszt egli ha non solo maggiore padronanza dei mezzi e della tecnica ma anche più grande facoltà inventiva, le quali doti gli rendono possibile di mantenere l'architettura musicale e la divisione logica del pezzo, mentre gli altri seguaci di Liszt finiscono nella più completa anarchia. In un certo riguardo Strauss è anzi un formalista, ben inteso alla sua maniera, giacchè in tutto il suo procedere si può sempre osservare un certo sistema che consiste nella anatomizzazione e disgiunzione dei temi musicali e nel tener fermo alla forma ritmica, che è quasi l'ossatura ferrea della composizione. Un'altra delle sue qualità è la ricerca della caratteristica, che non rifugge da alcun mezzo, poichè a lui poco importa come risuoni la sua musica, purchè dica ciò che egli vuol esprimere. Documenti di questa tendenza sono rintracciabili in tutte le sue opere ma specialmente nella -Vita d'eroe-, e nello -Zaratustra-, dove vi sono brani di musica assolutamente brutta, se tale si può ancora chiamare e voluta così di proposito. Tendenza questa che non si deve confondere col cosidetto realismo o verismo musicale, del quale del resto le opere di Strauss mostrano molti esempî ma arte d'esprimere coi suoni materiali ed i mezzi della tecnica musicale sentimenti astratti ed idee che mai prima si tentò di tradurre. L'arte di Strauss è tutta personale ed è questa che nelle sue opere assume tale importanza da farle distinguere da quelle degli altri maestri. O meglio detto, essa cessa quasi di essere solamente arte e tecnica ma diventa cosa quasi principale, facendo passare in seconda linea l'idea ed il pensiero musicale. Le vie percorse da Berlioz e Liszt non avevano condotto a buon fine; Berlioz non seppe mai liberarsi dallo schema formale della sinfonia di Liszt e non scrisse che schizzi geniali di forma frammentaria. In una parola Berlioz fu troppo musicista e Liszt troppo poeta. Strauss proseguì per la strada segnata da questo ma evitandone i pericoli. L'idea poetica genera la forma ma egli non abbandona la logica musicale. E che ciò non sia impossibile egli mostrò in due delle sue migliori opere, nel -Don Chisciotte-, scritto in forma di variazioni e nel -Till Eulenspiegel- in forma di rondò. La musica dei poemi sinfonici di Liszt è essenzialmente omofona. Strauss vi sostituì invece una complicatissima polifonia melodica simile a quella dei Maestri Cantori di Wagner. La quale, se in certo modo è un compenso alla mancanza dello sviluppo tematico tradizionale, rende però l'opera musicale molto più difficile a comprendersi, perchè l'orecchio s'affatica a voler seguire le combinazioni di tre o quattro temi molto più che se si trattasse di contrappunti per quanto complicati della maniera antica, perchè questi seguono pur sempre leggi formali, che Strauss rifiuta. Insuperabile, anzi unica è invece la sua arte d'orchestrazione, che sorpassa quella di Berlioz, Wagner e di ogni altro. Strauss è colorista per eccellenza e tale lo fa non tanto l'uso di alcuni strumenti ma l'istinto geniale degli impasti e la maniera di usare degli istrumenti, per trarne effetti affatto nuovi, ora di infinita dolcezza e soavità, ora di stragrande potenza. E perchè egli concepisce le sue opere orchestralmente, è quasi impossibile giudicare di esse studiandole al pianoforte. Molte cacofonie, molte stranezze spariscono sentite nell'orchestra o quasi non si avvertono, mentre al pianoforte ci riescono insopportabili. Quasi sì personale che l'istrumentazione è l'armonia di Strauss, che è impossibile spiegare e comprendere alla stregua delle antiche norme, che per lui più non esistono. L'ultima opera sinfonica di Riccardo Strauss e forse, se non la più ispirata, la più perfetta, fu la -Sinfonia domestica-. Il programma è appena accennato ed è quasi inutile giacchè è comprensibile anche senza di esso. La domanda se nella musica di Strauss domini più l'elemento sinfonico che il drammatico è ormai superflua. La musica istrumentale moderna è sì pregna di elementi drammatici, che i confini della musica sinfonica e drammatica, che prima erano ben definiti, vanno quasi scomparendo. Un fenomeno strano è anzi che la musica di Wagner ha avuto maggior importanza per la musica sinfonica che la drammatica. Le opere di Strauss sono in realtà piccoli drammi senza parole e tutta la sua natura lo predestinava al dramma. Eppure egli vi arrivò tardi, giacchè il -Guntram- (1894) è un'opera scritta sulla falsariga di Wagner, del quale il giovane Strauss allora subiva il prepotente influsso. Vera musica di Strauss è invece quella della seconda opera -Feuersnot- (-Senza fuoco-) (1901). Il libretto, lardellato di frasi scabrose e quasi lubriche e di allusioni a Wagner e Strauss stesso non è tolto da una fiaba olandese come dice l'autore ma ricorda la leggenda medioevale del mago Virgilio e «la torre dove stette in due cestoni «Virgilio spenzolato (BERNI). Ma Strauss possiede una vena satirica assai pronunziata ed una dose di sensualità, che gli fecero scegliere quell'azione mista di lirismo nordico e vena boccacesca. La musica non differisce gran fatto da quella dei poemi sinfonici e vi predomina l'elemento sinfonico. Non mancano però momenti felici di lirismo nei canti di Kunrad, per quanto faccia difetto l'intensità della passione e della vita interiore, mentre c'è una certa giocondità primaverile nelle scene popolari, che non è priva di poesia. Da Feuersnot a -Salome- (1905) passa una differenza abbastanza grande, quantunque forse non tanta quanti molti vogliono. Dal lato dell'ispirazione musicale anzi si può dire che Feuersnot è opera più spontanea ed originale e che la differenza è più da ascriversi al soggetto ed alla tecnica più complicata e più perfezionata dal punto di vista dell'autore che ad altri elementi. Il dramma di Oscar Wilde, per quanto non sia certo un capolavoro, ha delle qualità che dovevano attrarre un musicista della natura di Strauss, perchè l'arte di Wilde ha molte e grandi somiglianze con quella di Strauss, che è fatta più che di vera e sincera commozione di stravaganze, violenze, frenesie da un lato e di preziosità, ricercatezze e coloriti e tinte più svariate da un altro. Considerata come opera musicale uno dei maggiori pregî di Salomè è lo stragrande movimento, la rapidità che sostiene tutto l'edificio e le dà un'unità che non hanno neppure i drammi di Wagner, rendendo la musica eminentemente suggestiva. L'-Elettra-, venuta pochi anni dopo (1909), è scritta nello stesso stile e non supera la Salome che forse per ancor maggior irruenza ritmica e per l'asprezza rigida. Ad ambedue le opere è comune la deficienza melodica e la povertà dei temi, che di solito consistono di poche note, che traggono il loro significato più dal ritmo che dalla linea stessa. Il difetto maggiore di Salome ed ancor più di Elettra è l'eccesso, che quando è continuato, perde ogni effetto e produce monotonia. Tutto vi è spasmodico, turbinoso, delirante, convulsivo. Questa musica ha senza dubbio una grande potenza sugli uditori ma essa piuttosto di ammaliarli, li piglia di sorpresa tanto che essi poi non sanno rendersi una vera ragione dell'effetto subito. Perciò riudendo queste opere, si potrà scoprirne molti particolari interessanti sfuggiti la prima volta ma l'effetto e l'impressione iniziale non si raggiungono più, perchè bisogna alla fine persuadersi, che c'è ben molta posa in tutta questa musica, apparentemente sì calda ed in realtà sì fredda. Il successo che ebbero tanto la Salome che l'Elettra fu grande e fino ad un certo punto anche sincero. È però assai dubbio il dire quanta parte ne tocchi al poeta e quanta al musicista. Tutti e due i poemi sono opere più di letteratura che di vera poesia e Strauss seppe scegliere bene il momento propizio a simili prodotti, in cui isterismi sessuali si mescolano a preziosità letteraria e sotto una forma smagliante di immagini e parole si maschera un'intima povertà di vero contenuto. Il voler giudicare della musica di questi due drammi alla stregua dei principî del dramma lirico compreso quello di Wagner è del resto fatica inutile. L'autore rinuncia ad ogni forma musicale ed ormai non vuol che seguire la parola più fedelmente che possibile, ciò che esclude naturalmente ogni simmetria musicale. Ciò sarà forse giustificato, ma dal momento che tutto il dramma musicale non basa che su di una finzione è pure permesso il domandarsi, se non sarebbe ancor più logico contentarsi della sola parola. Dopo la Salome e l'Elettra, -il Cavaliere della rosa-, la nota comica dopo la tragica. Il poeta Hoffmannsthal, che non sa che rifare per quanto virtuosamente le cose altrui, collo scetticismo cinico del viennese decadente offrì al maestro un libretto settecentista un po' boccaccesco, un po' goldoniano, appesantito di elementi teutonici con una figura goffa e volgare quasi ributtante, un po' di colorito locale e non dimenticando l'italiano intrigante e subdolo, che sembra di prammatica (-Flauto solo- d'Albert, -Arianna a Nasso-) insomma un poema che offende il nostro gusto latino e ne è ben lontano. Lo stile del Cavaliere della Rosa è un misto di elementi eterogenei sapientemente mascherati. La parte migliore è forse la sentimentale, mentre la comica è bizzarra ed esagerata. Quantunque Strauss si sforzi di essere chiaro e melodico, egli non ci riesce e cade alle volte persino nel regno dell'operetta. Le due ultime opere di Strauss sembrano destinate a non rimanere che un intermezzo nella sua produzione. L'idea di mettere in musica il -Bourgeois gentilhomme- di Molière e specialmente il piccolo dramma -Arianna a Nasso- che vi è contenuto ha attratto Strauss, lo scettico umorista, per il funambolismo della situazione buffonesca e lirica. Egli sciolse il problema da grande artista che sa far tutto ma senza poter creare un'opera vitale per la mancanza di ogni sentimento umano e per la pretenziosità troppo palese. Eppure anche quest'opera contiene pagine stupende or di umorismo or di dolcezza erotica. E non più che un capriccio di artista nordico e perciò complicato di simbolismo filosofico fu quello di scrivere l'azione coreografica -la leggenda di Giuseppe-, trasportata al tempo del barocco berniniano, pure di Hoffmanthal, natura affine di Strauss per il predominio dell'erotismo più o meno palese e congiunto modernamente ad elementi anche più bassi. Ma il simbolismo non si comprende e non resta che un'azione coreografica di mediocre interesse, nella quale domina non la danza sana e popolaresca del Cavaliere della Rosa ma quella dionisiaca o baccante del Zaratustra, della Salome ed Elettra. Comunque, l'opera complessa di Strauss resterà un documento importante del tempo, mentre la credenza che da lui cominci una nuova era non è certo più giustificata, giacchè fra la sua musica e la cosidetta futuristica c'è troppa differenza e completa disparità di principi. Arte ben più moderna è invece quella di Debussy e la nuova musica mette più o meno capo al -Pelleas et Melisande-, perchè essa riassume le nuove tendenze e conquiste e perchè fu per lei che venne a cessare in grandissima parte l'incubo wagneriano ed i musicisti si videro aperte altre strade. In ciò sta forse più che nel valore intrinseco dell'opera la sua importanza per la storia musicale. Il suo successo al nostro tempo di indirizzi così realistici è senza dubbio assai strano. O forse esso a pensarci meglio è spiegabile appunto per legge di contrasti. La nostra epoca combina l'opportunità della vita pratica col bisogno d'un certo misticismo claustrale, che ognuno ha in fondo all'anima senza rendersene conto. In sostanza è lo stesso fenomeno del successo dell'impressionismo e di tutte le sue suddivisioni nella pittura nonchè delle ricercatezze arcaiche della letteratura. -Claudio Debussy- (1862) che a tempo perduto è anche critico di arte ci ha dato in uno dei suoi articoli la sua professione di fede: «L'arte è la più bella menzogna. Per quanto ci affatichiamo di rappresentare la vita nelle sue forme e colori usuali, non si arriverà mai ad un risultato soddisfacente ed appunto perciò è desiderabile che l'arte resti una menzogna, se essa non deve abbassarsi fino al più triste opportunismo dozzinale. Come? Non cerca ognuno l'oblio nell'arte e non è l'oblio una speciale forma della menzogna? Il nostro compito è di mantenere il mondo nelle sue illusioni e di non scuotere brutalmente gli uomini dai loro sogni per mostrar la cruda realtà. Contentiamoci del mondo fantastico, giacchè esso solo ci dà conforto, esso solo è capace di farci intravedere una bellezza che non passa, perchè eterna». Il Debussy non si contentò di parole ma cercò di mettere in pratica le sue teorie. Uscito dal Conservatorio di Parigi e scolaro di professori più che ortodossi scrisse la cantata -La demoiselle elue- su poesia del preraffaelita Rossetti, che ispirò spavento ai suoi pedanti maestri e che mostra già tutte le caratteristiche dell'autore. Le quali sono completo abbandono delle forme tradizionali, soppressione di ogni simmetria musicale, dissoluzione della linea melodica in piccolissime frasi e melismi per produrre un'atmosfera musicale piena di vaporosità, il canto in modo di recitativo quasi come nelle opere di Peri e Caccini, imitando cogli intervalli l'alzarsi ed abbassarsi della voce parlata, tessuto armonico, in cui l'accordo sta quasi da sè e non si collega cogli antecedenti e posteriori, un'armonia armoniosa, come la chiama Laloy, che ha principio e fine in sè stessa. Il prodotto di tutte queste qualità in parte negative è uno dei più originali della musica moderna. Gli stessi principî messi in pratica da un musicista mediocre avrebbero condotto necessariamente a qualche cosa di disgustoso ed estremamente monotono. Debussy arrivò invece per questa via a darci opere sulle quali si potrà certo discutere e che ci sembreranno a seconda delle nostre inclinazioni e studi strane e forse antipatiche ma che non si potrà far a meno di riconoscere come il frutto di un talento singolare ed originale. La -Demoiselle elue- fu presto dimenticata ma Debussy sorprese il pubblico con un'altra opera ancora più combattuta e dapprincipio rifiutata, che poi finì per far il giro delle sale di concerto di tutti i paesi. Questa volta l'autore scelse una poesia di Mallarmè, -L'après midi d'un faune- per scriverne un preludio d'orchestra (1892). -C'est une sauce sans lièvre- ebbe a dire un celebre musicista francese e secondo il comune modo di vedere non a torto. Difatti questo preludio fa ai pugni con tutto quello che noi intendiamo per un preludio, -ouverture- o poema sinfonico, perchè qui non c'è tema sul quale s'imperni l'opera, non c'è sviluppo tematico ma solamente un'indefinibile incertezza della frase melodica, un continuo svolgimento di modulazioni strane. Eppure che effetto poetico l'autore sa trarre da un tutto, che ci pare inorganico, quale compenetrazione della poesia, quale tavolozza smagliante ad onta della delicatezza! Il nostro istinto si ribella contro questa musica rivoluzionaria, sì diversa dalla nostra e nel medesimo tempo quei suoni, quelle armonie ci ammaliano e quasi ci convertono alla nuova arte. Ed i -Nocturnes- e gli schizzi -La mer-, -Images- ed i 24 preludi per pianoforte? Un nulla forse, quasi bolle di sapone iridescenti e vaporose ma un tutto eminentemente suggestivo e poetico. Queste opere come pure il suo -Quartetto- in sol minore, molte canzoni ed alcuni pezzi per pianoforte non avrebbero però certo potuto rendere sì noto il loro autore quanto lo è, perchè tutta questa musica è troppo esclusivamente aristocratica per arrivare al pubblico. Invece il suo dramma musicale -Pelleas et Melisande- (1902) fu quello che mise Debussy in primissima linea fra i musicisti francesi dei nostri giorni. Data la qualità del suo talento, egli avrebbe ben difficilmente potuto trovare una azione più adatta di quella del dramma di Maeterlink, vera tragedia del fato, nella quale le persone ci sembrano ombre ed il tutto un sogno. Debussy ha fatto opera concorde al poema, che è da giudicare con altri criterî che i soliti se si vuole comprenderla e nella quale non si deve cercare quello che non ci vuol essere. «Io ho tentato con tutte le mie forze, scrive Debussy, e con tutta la sincerità di identificare la mia musica colla sostanza poetica del dramma. Prima di tutto studiai il carattere delle persone e volli che parlassero esse stesse. Io ascoltai le loro parole e tentai di riprodurle. L'uditore è abituato, ascoltando un'opera, a provare due impressioni, quella della musica e quella delle persone che agiscono e sente di solito queste impressioni una dopo l'altra. Io ho tentato di congiungerle. La musica possiede un ritmo proprio, i sentimenti dell'animo ne hanno un altro più istintivo e sottoposto agli avvenimenti. Da ciò non può risultare che un perenne conflitto. Perciò l'uso della forma sinfonica (Wagner) non solo non può giovare ma anzi opprime ed annienta la musica drammatica». C'è chi vuol far derivare Debussy da Wagner. Ma ciò non è giusto. Il Pelleas è anzi una specie di atto di rivolta contro l'arte di Wagner e quantunque non è vero che quest'opera di un solitario rappresenti la vera arte francese, dalla quale si trova forse agli antipodi, è ben difficile trovarvi raffronti colla musica di Wagner, giacchè per poter dir ciò non basta qualche piccola somiglianza, che deriva piuttosto dall'ambiente musicale dei nostri giorni, che da una qualsiasi imitazione di Wagner. Nella musica di Debussy non ci sono leitmotivi, non c'è vera polifonia, non simmetria musicale. Il musicista non vuol essere architetto e darci costruzioni contrappuntistiche complicate, anzi i suoi temi come tali perdono ogni importanza e diventano quasi semplici melismi; la musica segue il testo parola per parola senza alcuna preoccupazione musicale, il periodo non obbedisce a leggi ma non cerca che di sottolineare e di dipingere, la musica viene quasi disciolta nei suoi elementi originari. Il risultato è una rara compenetrazione di musica e poesia, una evocazione mirabile dell'ambiente con colorito poetico incredibile, che Debussy raggiunge con un'arte incantevole nel trattare l'orchestra. Egli preferisce le mezze tinte, le penombre, per cui tanto più sfavillanti appariscono quei momenti, nei quali irrompe irresistibile la passione e tutto sembra ardere e divampare. Debussy è un prodotto della nostra epoca sì tormentata da ogni sorte di problemi. Volendo si può trovare nelle sue opere anche qualche somiglianza con quelle dei poeti simbolisti Mallarmè, Verlaine e Baudelaire ed ancor più coi pittori di Batignolles Monet, Manet, Césanne, ecc., giacchè egli compone come dipingevano quei pittori, cioè avendo gli uni per suprema legge il colore ed egli il suono. Ma colori e suoni hanno bisogno di anima per non rimaner materia bruta. E forse si può anche pensare al giapponesismo nella pittura ed il tutto si riduce ad un impressionismo e simbolismo quasi patologico. La musica di Debussy è basata armonicamente, e l'armonia ne è senza dubbio la parte più nuova, sulla trifonia ed esafonia, dalle quali dipende il suo colorito strano. Gli accordi adoperabili che ne risulterebbero almeno secondo il nostro sistema non sono in sè che quattro, dunque pochissimi, ma per comprendere la nuova armonia bisogna abbandonare i nostri antichi criteri e considerare i nuovi accordi altrimente che come fecimo finora. Per molti la sua musica è un libro chiuso a sette sigilli, per altri un evangelo e l'autore un nuovo Messia. «La musica di Debussy ha un carattere primitivo, georgico, sensuale e faunesco, che pur essendo proprio alla persona dell'autore è e sarà veramente il carattere principale dell'arte, della letteratura e della filosofia della nostra epoca forte e sana. Il misticismo dell'opera di Debussy al di là di ogni formola antica, intieramente fatto di sensazioni interiori sempre più complesse e di una sensualità carnale e naturale profondamente e sapientemente semplice è veramente il nuovo misticismo, che fa palpitare le ali ansiose della nostra gioventù pronta a forti combattimenti per nuove conquiste spirituali, è il misticismo sessuale di Rodin scultore e disegnatore» (?). (Ricciotto Canudo -- Psycologie musicale de Civilisations). Debussy non ha più dato dopo il Pelleas alcun'opera al teatro ed è in genere poco produttivo. Le sue ultime opere sono la musica da scena per -il Martirio di S. Sebastiano- di D'Annunzio, i preludi per pianoforte ed un ballo -Jeux-, che non ebbe successo. Data la sua maniera di comporre ed il contenuto della sua musica, ciò non è difficile a comprendere, perchè nuove opere non potrebbero essere fino ad un certo punto che ripetizioni delle anteriori. Fu detto sopra che sarebbe ben arrischiato il voler considerare la musica di Debussy come un vero prodotto dell'arte nazionale. Difatti in essa è riconoscibile l'influenza dei musicisti moderni russi, specialmente di Borodine e Moussorgsky (per esempio le -canzoni e danze della morte-) e, sia direttamente o di riverbero attraverso i russi, della musica orientale ed esotica in genere. Eppure Debussy ha già fatto scuola nella sua patria e se anche non si può parlare di una vera imitazione, che, data la natura della sua musica, è quasi esclusa, sono fino ad un certo punto gli stessi principî, che propugnano i veri modernisti francesi, fra cui uno dei più estremi è -Maurizio Ravel- (1875), squisito illustratore di sensazioni che gli vengono dal mondo esterno e perciò diverso da Debussy, che è più sognatore e che invece di tradurre le cose ci dà le impressioni che queste gli producono. La sua tecnica è però affatto simile alla debussiana e se ne distingue soltanto per certi procedimenti a lui propri come p. e. l'aggiungere note eterogenee oppure omettere appunto quello che l'orecchio s'aspetta. Melodicamente più ispirato di Debussy egli non gli è inferiore nel colorito smagliante ma nella complessività della sua opera. La sua opera -L'heure espagnole- per quanto cesellata è troppo priva di freschezza comica, troppo lambiccata e contorta per poter piacere al pubblico. Nè i due balli -Daphni et Chloè- e -Ma mère l'oye- per quanto ricchi di finissimi particolari sono opere di vera ispirazione. Migliori sono senza dubbio le opere minori (un quartetto, una Sonatina per pianoforte ed i pezzi per questo istrumento -Miroirs- e la raccolta -Gaspard de la nuit-). Debussy e Ravel sono oggi i rappresentanti più in vista della musica francese moderna. Ma confrontati coi veri maestri essi ci appaiono dei decadenti senza vigore, figli di un'arte affetta di tutte le malattie, di un'ipercoltura, che va in cerca di sensazioni strane, di narcotici e stimolanti ora per destarsi dallo stato di sonnambulismo nel quale si trova, ora per intensificarlo. Debussy e Ravel credono forse di creare una nuova arte e portano invece adosso il peso della coltura musicale di tutti i secoli che gli schiaccia. Più o meno seguaci delle nuove teorie sono pure: -Alberico Magnard- (1865-1914), -Ernest Chausson- (1855-1899), -Alberto Roussel- (1869), -Florent Schmit- (1870), -Deodato de Séverac- (1873), mentre -Gabriele Faurè- (1845) e -Gabriele Piernè- (1863) sono da annoverarsi fra i conservatori. Successo quasi pari al Pelleas ebbe l'opera -Ariane et Barbebleu- (1907) di -Paolo Dukas- (1865) autore di uno scherzo sinfonico -L'apprenti sorcier-, pieno di ritmo e calore e di una Sonata per pianoforte, opera seria ma pesante. Dukas è molto più sinfonista di Debussy, molto più chiaro e ritmico e sta con un piede nel wagnerismo e l'altro nel modernismo. Tutti questi musicisti sono coloritori squisiti e la loro orchestrazione si distingue p. e. dalla straussiana per leggerezza senza esserne inferiori nella varietà di timbri ed impasti. La musica istrumentale francese è oggi senza dubbio la più nuova e più corrispondente al gusto dei moderni esteti. Ma anche gli entusiasti di quest'arte cominciano già ad elevare qualche voce che ammonisce: «La nostra arte musicale è la prima del mondo per le sue qualità aristocratiche ma manca di sangue. Rianimatela! Non si tratta di rinunziare alla sua aristocrazia di gusto e di sensibilità. Ma anche un grande aristocratico deve saper parlare a tutti e domare la folla a mille teste» (R. Rolland). Una delle maggiori preoccupazioni di questi musicisti è certo il tessuto armonico ed è piuttosto nella novità delle loro armonie che in altri elementi che si deve cercare il nuovo delle loro opere. In questo riguardo si può anzi dire che ad onta delle dissonanze e cacofonie volute tutte queste armonie nuove, che non sono più possibili a spiegare col solo concetto di tono maggiore e minore, hanno un sistema ancor latente ma che perciò non manca di una certa logica e che tutto ciò avrà certo grande influenza sulla musica futura. E ad un simile nuovo sistema di armonia cercano ormai i dotti di dare forma scientifica, un sistema che tenta comprendere in sè oltre le nostre tonalità anche le scale liturgiche antiche e combinarle, come pure la musica dei popoli orientali e per il quale non esiste quasi più il concetto antico di consonanza. Nè soltanto l'armonia è nuova ma nuovo è altresì un altro elemento della musica modernissima, che consiste nell'impiegare nella polifonia parti medie che sono affatto indipendenti nella tonalità della composizione e che combinano soltanto colle altre voci nel ritmo. Anche questo processo non è in verità affatto nuovo, perchè già lo troviamo nei primi tempi dell'armonia e nella musica popolare di certi popoli specialmente asiatici. Guido Adler crede di trovare in questa pratica qualche somiglianza colla -Eterofonia-, della quale fa menzione Aristosseno, Plutarco e Platone e prevede una nuova divisione in musica omofona, polifonica e eterofonica. Riconosciute le varie doti, che sono proprie di tutti questi musicisti è però giustificata la domanda, se una musica che non vuol altro che raggiungere un'atmosfera musicale e si bea dei suoni considerati in sè, che è satura di tutti gli elementi estetici immaginabili e che ad onta di tutto ciò e della sua complicazione ha somiglianze con un'arte primordiale, sia quella che veramente potrà aprire nuove vie o invece col suo snervante erotismo ed il suo misticismo malato non sia arte di corruzione, impotente e sterile. Diderot scrisse una volta: -Le gout de l'extraordinaire est le caractère de la médiocrité. Quand on desespére de faire une belle chose, naturelle et simple, on ne tente une bizzarre-. E D'Alembert: -Malheur aux productions de l'art, dont toute la beauté n'est que pour les artistes-. I musicisti nominati appartengono alla scuola impressionista o simbolista, per la quale la musica assoluta quasi più non esiste. I seguaci dell'altra fazione o scuola che cercano nelle loro opere di rivendicare alla musica il suo valore intrinseco e l'indipendenza dalle altre arti non sono sì numerosi quanto i primi. L'eterna e tanto dibattuta questione ha del resto almeno al nostro tempo un'importanza molto secondaria, giacchè in ultima linea qualunque composizione di genere superiore è frutto della fantasia poetica dell'autore, sia che questi sia o no consapevole dell'origine dell'ispirazione. La differenza è perciò da cercarsi più nei procedimenti tecnici che nella sostanza intrinseca. L'odierno maggiore campione della musica che diremo relativamente assoluta è -Max Reger- (1873). I musicisti che non si lasciarono trascinare dall'influenza wagneriana sono pochi e fra questi sta in prima linea Reger, che già colle prime opere si schierò fra i musicisti soltanto musicisti e vi rimase fedele sino ad oggi. A ciò lo trasse la sua indole ed anche l'indirizzo dei suoi studî i quali devono essere stati sì lunghi ed esaurienti da fargli riuscire facile lo sciogliere ogni problema più arduo di contrappunto ed armonia. Questa è tutta speciale ed ha per caratteristica il brusco cambiamento di tono senza o quasi senza modulazione, il passaggio da una tonalità ad un'altra affatto eterogenea. La base non è già la scala maggiore o minore ma la cromatica; così si arriva tante volte a non poter definire il tono di un pezzo sino alla cadenza che ha un'importanza tutta propria. Confrontata però l'armonia di Reger con quella dei maestri francesi moderni, essa è assai più dura, pesante e caotica e non sa raggiungere neppur lontanamente l'effetto di quella. Nelle prime opere di questo autore troppo fecondo è difficile trovare una nota personale. In quelle di organo è più che sensibile l'influsso di Bach, mentre nelle opere per pianoforte e nella sua musica da camera in genere ricorrono ogni momento reminiscenze di Schumann ed ancor più di Brahms. Dall'opera 50 circa anni l'autore però subì una trasformazione che si palesa già nelle grandi fantasie per organo (op. 46, op. 57, ecc.). La sua opera più rivoluzionaria è forse la Sonata in do maggiore per pianoforte e violino (op. 72), arruffata e confusa, dura negli spunti, melodici tanto per dire. Nè molto diversi sono il quartetto (op. 74), estremamente complicato, ed altre opere anche fra le ultime, compresi il Concerto per violino e quello per pianoforte. Ma fra questo turbinare di opere in cui i contrappunti si sovrappongono uno all'altro e le armonie più disparate ci sorprendono e lacerano gli orecchi, nacquero pure alcune opere come, per es., i piccoli pezzi per pianoforte, op. 82, i due Trio, op. 77, la Suite in stile antico, op. 93, che sono fra le migliori cose che si scrissero negli ultimi anni. Reger predilige come Brahms la forma delle variazioni e vi sviluppa una ricchezza incredibile. Le variazioni e fuga su di un tema di Beethoven per due pianoforti, quelle su un tema di Bach sono da mettersi fra le maggiori e migliori sue composizioni. Le prime opere per orchestra, una Sinfonietta, una Serenata, Variazioni su di un tema di Hiller ed un Prologo per tragedia, sono opere faragginose ed estremamente complicate da rendere assai difficile all'orecchio seguire le parti, che si accavallano in contrappunti, istrumentate massicciamente, quasi l'autore usi piuttosto registri d'organo che istrumenti. Nelle posteriori, una -Suite de ballet-, una Suite romantica, ecc., Reger sembra voler mettersi per una nuova strada ed avvicinarsi alla musica descrittiva, accettando elementi straussiani e debussyani. E così egli si trasforma continuamente, ma non per vera necessità di natura ma più per proposito e per l'indirizzo del tempo, ciò che gli riesce facile per la sua grande potenza assimilatrice ed il suo immenso sapere tecnico. Ma ora che è possibile farsi un giudizio complessivo sulle sue opere, bisogna però conchiudere, che egli è un epigone brahmsiano con molte altre influenze moderne non ancora equilibrate. L'ispirazione melodica non è poi certo una delle prerogative di Reger. La sua melodia è di solito angolosa, frammentaria e quasi mai originale. Ma questa sua melodia è quella della quale egli abbisogna, perchè soltanto essa rende possibile la sua armonizzazione estremamente cromatica e la sua ritmica a scatti. Originale è soltanto il procedere tecnico, la fattura esterna non il nucleo. La musica di Reger non potrà mai raggiungere alcuna vera popolarità, perchè è troppo poco spontanea, troppo fredda e riflessiva ed è più la produzione d'un talento dotato di grandissime doti specifiche musicali specialmente dal lato tecnico che di un'anima esuberante di sentimento commotivo. Se tutti i segni del tempo non ingannano sembra ora che l'egemonia musicale tedesca che durò tanto tempo vada adagio decadendo, mentre invece sono le nazioni latine, fra cui prima la Francia come pure la Russia, che mostrano un vero risveglio e tendenze decisamente progressiste. Questo decadimento cominciò già dalla morte di Wagner, per quanto mai come in questi ultimi anni fossero operosi i musicisti tedeschi. E ciò si può asserire ad onta delle opera di Riccardo Strauss, Max Reger e Gustavo Mahler, certo musicisti di gran valore, specialmente i due primi ma decadenti e soltanto continuatori di antiche tradizioni, quantunque nessuno potrà negare che Riccardo Strauss non influenzi ora in qualche modo la musica europea, che Reger non abbia liberata l'armonia da tante vecchie pastoje, che Mahler non fosse un musicista di larghe e nuove vedute. Considerando le loro opere nell'intima essenza dovremo però conchiudere, che Strauss non è che un Wagner potenziato nella tecnica ma ben inferiore a lui nell'ispirazione e genialità, che la musica di Reger è in ultima linea una figliazione di quella di Brahms, Schumann e di altri maestri più antichi e che Mahler non tentò che seguire le orme di Bruckner, che senza ombra di coltura estetica risolve ben più felicemente i problemi estetici. Il parlare degli altri musicisti moderni di Germania oltre i già nominati, p. e. -Oscar Fried-, -Hausegger-, -Delius-, -Schrecker-, ecc., sarebbe superfluo in un libro come questo, che non ha alcuna pretesa di esaurire la materia. Nè le loro opere sono tali da meritarlo, perchè nessuna di esse mostra veramente l'impronta del genio. Considerando le nuove opere di Schönberg, Stravinski e Scriabine, non solo Reger ma anche Debussy e Ravel sono per i futuristi ormai quasi autori classici. La musica di questi tende a divenire atonale ed armonicamente anarchica, giacchè va perdendo il senso dei rapporti colla tonica e ne trova di più lontani fra tono e tono, che prima non si sapeva intuire. La differenza fra consonanza e dissonanza non viene più riconosciuta ed il ritmo ed ancor più il colore o timbro assumono ben altra importanza di prima. I più noti apostoli del nuovo verbo sono: -Arnoldo Schönberg- (1874), certo il più sovversivo ed inaccessibile. Le sue prime opere (quartetto, sestetto, canzoni, poema sinfonico), si possono ancora spiegare come derivazioni molto arrischiate del Tristano. Le -Gurrelieder-, poemetto lirico ciclico per due voci a solo, declamazione, coro e grande orchestra, scritte con lunghe interruzioni, palesano in parte la trasformazione che andava succedendo nell'autore che in quest'opera di grandi proporzioni ci dà prova di vero talento anche inventivo ed originale. Ma ora Schönberg rifiuta tutto quello che egli scrisse prima e s'è venuto formando un sistema armonico ed in genere musicale che almeno per i nostri orecchi d'oggi sembra condurre al caos musicale, per quanto sia innegabile, che nelle opere più recenti (quartetto con una voce a solo, pezzi per pianoforte e per orchestra, il -Pierrot lunaire-) ci sia come la base di un nuovo sistema, che forse contemporaneamente sentirono anche altri per es. Alaleona, quello cioè della -dodecafonia-, che permette di considerare ogni accozzamento di toni come accordo. Per i più però le nuove opere di Schönberg sono di una monotonia opprimente, potendole ridurre a poche note sempre in un tono ad onta dell'apparente enarmonia. -Alessandro Scriabine- (1872-1915) si trasformò da un romantico chopiniano in un modernista specialmente nelle numerose sonate per pianoforte, perchè la sua musica non conosce più lavori tematici e sviluppi ma nasce piuttosto da poche idee di importanza più armonica che melodica, dalle quali germinano poi combinazioni ed episodi, il tutto espresso in una tecnica pianistica molto nuove per figura e sonorità. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000