tuttora in Marsiglia e in altri luoghi. Pare che i nostri esiliati da
Moulins ripassino la Francia per andare nel Belgio e nell'Inghilterra,
giacché la Svizzera li ha rifiutati. Montaliegri ha ottenuto di restare
in Orleans».--Lett. 9ª, 7 agosto '33 al padre: da 15 giorni malato di
febbri, è in tanta miseria che si è deciso a vendere il tabarro; insiste
per avere un sussidio e il certificato del viceconsole francese.--Lett.
10ª, 10 settembre '33: ha ricevuto il certificato rilasciato a suo
favore dal Gonfaloniere di Ravenna, legalizzato dal viceconsole, e se ne
varrà per chiedere di esser trasferito al deposito di Dijon, dove
potrebbe far gli studi alla facoltà di diritto; se non ottiene, seguirà
a Lorient i compagni che già vi sono andati: «Duillio mi scrive che
entro il corr. mese spera di rientrare in Italia»; ha sentito con dolore
che il padre è malato; si lamenta del proprio stato; «Spada è nel Belgio
insieme con altri esigliati da Moulins, ed ora si trova in Gand: sono
stati distribuiti in tre alberghi e percepiscono 40 soldi al giorno; si
va ad aprire una forte sottoscrizione: egli si lagna perché la famiglia
non ha spedito ad esso alcun soccorso».--Lett. 11ª, 29 ottobre '33:
ringrazia per l'aiuto procacciatogli di denari raccolti tra gli amici;
credeva di aver ottenuto di andare a Dijon, non senza indennità di via,
ma invece gli hanno concesso di andare a Poitiers, dove è pure la
facoltà di legge: «Barbetti passò da Moulins ai primi di giugno, deciso
di andare in Portogallo; non valsero ragioni per farlo prendere altra
direzione, era in compagnia di altri due romagnoli. Ieri sera parlai con
un ufficiale proveniente da Oporto, esso è italiano e ci diede contezza
di molti nostri; io gli ricordai alcuni romagnoli, e precisamente
Barbetti, ma egli non me ne seppe dar nuova. A quello che asserisce il
numero degli italiani è d'assai diminuito; si contano due terzi tra
morti e feriti, disse che i rimasti non son piú guardati di buon occhio
e ben trattati come era per l'avanti, cosí è degli altri stranieri:...
tale fu sempre il guiderdone di chi serví fuori di casa sua»; ha avuto
lettera del 19 dallo Spada, «il solo oramai tra gli esigliati di
Moulins, che non abbia ottenuto di rientrare in Francia;.... io credo
che viva sulla generosità di Batuzzi e di Catti, di cui mi fa cordiali
saluti»; si lamenta che i ricchi di Ravenna, già a lui benevoli, siano
stati renitenti ad aiutarlo, e insiste sulle difficili sue condizioni:
«uno che sapesse lavorare stenterebbe averne il permesso per
l'opposizione degli -ouvrieri-, i quali dicono che, avendo un assegno
dal Governo, potressimo arrecare un ribasso ai lavori: ciò non è una
asserzione, ma un fatto positivo avvenuto a Quimper ad un certo Simoni.
Certo non è cosí di tutta la nazione, ma dai buoni dipartimenti noi
siamo esclusi, che è quanto dire sottratti ad ogni risorsa. Tutti quelli
che avanzavano dal deposito di Rodez entrano in Brettagna, dispersi in
vari siti».--Lett. 12ª, 16 dicembre '33: «L'amico Frignani coll'appoggio
del generale Sebastiani mi ha fatto finalmente conseguire il permesso di
recarmi a Dijon»; partirà perciò fra pochi giorni, con la idea di
fermarsi a Moulins, dove abbraccierà il Frignani «il quale da Parigi si
rende a Marsiglia»; a Dijon si darà agli studî legali; auguri agli amici
e alla famiglia.
LI. Altre lettere ci danno notizia dell'UCCELLINI durante il viaggio e
la dimora a Dijon; e sono le seguenti:--Lettera 13ª, da Moulins 8
gennaio '34 al padre: racconta il viaggio da Auvray a Tours, dove ha
fatto il capodanno «presso la vera amicizia», ma non è giunto in tempo
per abbracciare il Frignani che doveva consegnargli una somma (60
franchi) per lui raccolta a Parigi; vorrebbe rimanere a Moulins, dove ha
una «seconda famiglia» che gli ha offerto «un nobile alloggio, un
trattamento signorile, una accoglienza sincera ed affettuosa»; gli
trascrive il dispaccio 13 novembre '33 del ministro nell'interno D'Argut
che lo autorizza a risiedere a Dijon.--Lett. 14ª, da Gannat 27 gennaio
'34: si è recato colà per godere la compagnia di alcuni amici, ma
l'indomani ritornerà a Moulins donde per Mâcon, dove altri amici lo
aspettano, si recherà a Dijon; ha scritto a Pescantini perché solleciti
il Frignani a mandargli i 60 franchi; ha visto «il nostro bravo
romagnolo Montallegri che è stato nominato capitano della
Legione straniera d'Algeri ed in breve otterrà il grado di
capo-battaglione».--Lett. 15ª, da Dijon 15 febbraio '33: «....Il
deposito italiano che qui esiste, si compone di pochi, ma saggi
individui. Mi sono compiaciuto di ritrovare tra essi il bravo capitano
Ravaioli di Forlí; egli mi ha accolto con tutta l'affezione romagnola; è
un anno da che si è maritato; ed avendo una casa bene avviata, ho
convenuto di prendere presso di lui alloggio»; dimostra la difficoltà di
tirare avanti con soli 45 franchi mensili; il Frignani, che lo ha
aiutato sinora e che trovasi a Montpellier, non ha saputo dargli
consiglio sicuro sull'idea di fare il corso di giurisprudenza, per le
spese che dovrebbero sostenersi.--Lett. 16ª, 7 marzo '34 al padre: dà
notizia di sé e del deposito: «Dodici sono gl'italiani segnati in ruolo
e che partecipano del sussidio, quattro modenesi dei quali due studenti,
due romagnoli, io compreso, e sei piemontesi...», tutti con risorse
proprie, compreso il Ravioli che «dà lezioni di scherma e lucra non
poco»; egli solo si trova senza aiuti e però non può darsi agli studî:
«ai 15 abbraccierò Pescantini, e poco dopo Frignani che torna a Parigi:
se Fanti parla di Mondo Barbetti, gli dica che è in Africa: Pio Pio di
Cesena arrivò qui il 18 scorso con altri; nel mentre che si procurava
per loro dei mezzi per recarsi in Belgio, il Pio sparí, lasciando tutti
i suoi effetti, senza aver potuto sapere a qual luogo si sia diretto, e
veramente una tale partenza non ci ha lasciati senza gravi dolori: e
perché lasciare i suoi effetti? le sue armi da chirurgo? egli era molto
malcontento della sua posizione, nulla sappiamo ancora di
positivo».--Lett. 17ª, 16 aprile '34 alla sorella Reparata: le parla
molto affettuosamente di tutti i suoi di casa; le commette di salutare
«la virtuosa Antonia Rambelli» e di baciare il figlio di lei,
Epaminonda: «Frignani ritornando a Parigi mi ha compiaciuto di restare
in mia compagnia quattro giorni che ci hanno compensato di una lunga
lontananza di sette anni; noi non abbiamo fatto che parlare delle nostre
passate vicende: Pio Pio di Cesena è da qualche tempo in queste carceri
e verrà tradotto dalla forza armata fino a Calais, da dove si dirigerà
nel Belgio».--Lett. 18ª, 26 maggio '34: preoccupazioni per la salute del
padre, speranze di miglior avvenire: «Frignani ha assunto di farmi
conseguire dal Ministro dell'Istruzione il grado di baccelliere in forza
del certificato comprovante i studî fatti in cotesto collegio, onde
essere ammesso a questa università di diritto... Dammi notizie de' miei
compagni d'infortunio. È piú di un mese che sono senza nuove di Spada:
moltissimi rifugiati sono stati esigliati da Bruxelles; fosse egli del
numero? non è difficile».--Lett. 19ª, 23 giugno '34, alla madre:
dolorosa lettera per la morte del padre (inclusa in altra scritta al
Gonfaloniere di Ravenna).--Lett. 20ª, 28 luglio '34: chiede notizie dei
suoi; «Frignani è stato sensibilissimo alla mia disgrazia, egli me lo
dimostra con una energissima sua in data di Strasbourg dell'11, mi
promette di far ogni possibile per conseguire il permesso di andare a
Parigi presso di lui, quando sarà colà ritornato»--Lett. 21ª, 19
settembre '34: si rallegra della pensione accordata dal Municipio a sua
madre; dà notizie di sé; «Il povero Burracina è a Mende, département de
Lozere, a mezzo soldo, cioè con soli 25 franchi al mese: ho fatto
sentire a Parigi il bisogno dell'amico, ho instato perché si procuri di
fargli ottenere l'intero sussidio, ed in caso sfavorevole gli si facci
una colletta mensile per altri 23 franchi, come si è verso qualchedun
altro praticato: in un modo o in un altro, spero sarà provveduto»; gli
commette di ringraziare tutti quelli che hanno aiutato la sua famiglia
nella sventura, specialmente Giuseppe Orioli e i suoi e il segretario
Miserocchi.--Lett. 22ª, 23 gennaio '35: il Buraccina è morto mentre si
aspettava che il Comitato italiano di Parigi gli ottenesse l'aumento del
sussidio; si compiace che il Roatti sia succeduto al padre nella
redazione del -Diario-, impresa lodevole; approva che si scriva a
monsignor Marini per interessarlo a favore della famiglia Uccellini;
accenna al disegno di pubblicare con due amici un'opera «che non ferendo
in nulla parte la politica e la morale potrà senza contrasto essere
introdotta in Italia».--Lett. 23ª, 25 marzo '35, alla sorella Reparata:
non gli è stato riconosciuto titolo sufficiente per l'ammissione alla
facoltà di legge il certificato degli studî fatti nel collegio, ne
vorrebbe un altro legalizzato dall'Università di Bologna; «il generale
Olini è morto il 22 corrente, tutto il corpo dei rifugiati sí italiani
che polacchi è concorso al suo funerale».--Lett. 24ª, 27 maggio '35:
ieri arrivarono e furono a trovarlo Achille Montanari e il suo compagno
Frignani, dai quali ebbe notizie recenti dei suoi e degli amici di
Ravenna; ha udito con rammarico «la morte del buonissimo Montanari e
quella di Santucci e di tanti altri»; vive da due mesi in campagna con
un modenese e un polacco.--Lett. 25ª, 21 luglio '35: parla dei
certificati scolastici che gli sono necessari; poi in un paragrafo per
il Roatti, della partecipazione di lui alla diffusione dell'opera di
morale, cui intende; in un altro per il Sittignani scherza sulla vita
campestre; in uno per l'Ortolani lo ringrazia dei suoi auguri; in un
altro per il Rasi si conduole della perdita da lui fatta di una persona
cara; e finalmente in uno per la famiglia dà notizie di sé.--Lett. 26ª,
31 agosto '35: dà proprie notizie; «dirai al Roatti che attendo tutti i
momenti da Parigi il libraio Decailly coi fascicoli del Dizionario -du
ménage-, col programma del Giornale cattolico e con tutte le
informazioni relative; che ha creduto bene di far precedere il
Dizionario al Giornale per formarsi un fondo di cassa, necessario a far
fronte alle spese dell'associazione di questo, che, come si sa, si paga
anticipatamente; e che l'articolo pel -Diario- l'avrà quando gli spedirò
le stampe in discorso».--Lett. 27ª, 27 novembre '35 alla sorella
Reparata: dà proprie notizie; ha intrapreso a tradurre opere francesi da
diffondere in Italia per mezzo di associazioni e spera di trarne buon
profitto sí da poter aiutare la famiglia; «dirai a Roatti che non gli ho
spedito il discorso promessogli pel -Diario- perché quello che aveva
scelto era troppo lungo».--Lett. 28ª, 19 dicembre '35: la prima opera
tradotta è -La morale del Cristianesimo in azione-, la quale è stata
loro conceduta «dall'editore francese, che è un certo Teodoro Penin,
membro di varie accademie» e si stamperà appena siano giunte le liste
degli associati; dà istruzioni sul modo di procacciare sottoscrizioni, e
si raccomanda a don Carlo Bacchetta, a Giovanni Valli ecc.--Lett. 29ª,
19 dicembre '35, a don Carlo Bacchetta parroco di SS. Nicandro e
Marciano in Ravenna: memore dell'amicizia tra lui e suo padre, lo prega
di favorire l'impresa della pubblicazione dell'opera predetta e di
procacciargli abbonati [nel febbraio '36 il prete rifiutò di ritirare
dalla posta le stampe inviategli dal povero esule, la sorella del quale
dovette pagare le spese relative!)--Lett. 30ª, 28 gennaio '36: ha
spedito a don Bacchetta 60 copie del programma della pubblicazione, una
parte delle quali sono per Edoardo Fabbri «da cui ieri ebbi lettera, e
mi assicura di trovarmi associati alla nostra opera e di inviar
programmi a Roma per tale oggetto»; allo stesso fine ha scritto
l'Uccellini all'amico Tozzola in Imola, al Della Scala in Lucca, a
monsignor Marini in Roma; «l'opera ha fatto qui molto incontro,
l'editore francese ha di già annunziato nel 3º fascicolo la nostra
traduzione».--Lett. 31ª, 13 febbraio '36: gli dà lunghe e minute
istruzioni per le associazioni, in risposta ai quesiti fattigli dal
Fanti; si rallegra che siasi ottenuta la firma di monsignor Falconieri
«che può tirare moltissime sottoscrizioni».--Lett. 32ª, 13 maggio '36:
si rallegra col Fanti per il matrimonio con la sorella Reparata; dà
notizie di sé e come abbia appreso l'arte del compositore in una
tipografia; «scrivo un compendio della storia d'Italia dai primi tempi,
cioè dall'arrivo d'Enea, sino a tutto il 1835», di cui la parte antica
si sta traducendo in francese da un avvocato suo benevolo; i suoi
compagni nell'impresa delle associazioni, Roberti e Tavani, si sono
messi nel commercio degli aceti e hanno rinunziato tutto a lui; gli dà
altre spiegazioni sulla spedizione e distribuzione dei fascicoli: e
suggerisce che il fratello Terzo si metta in giro per i paesi di Romagna
a procurare associati; all'impresa sua dà favore un certo Monti di
Modena, professore di lingua italiana e latina, per mezzo di un suo zio,
canonico in quella città; si duole della morte del Tozzola, ancora tanto
giovine.--Lett. 33ª, 18 maggio '36: altri schiarimenti sull'associazione
e ricerca di un corrispondente di Livorno, che fu Giuseppe Magherini;
spera che in giugno sia pronto il 1º fascicolo.--Lett. 34ª, 15 luglio
'36: altre istruzioni sullo stesso argomento; è stato malato di
reumatismi e non ha potuto lavorare; ma ora lo supplirà un altro
emigrato, Lolli, che ha con lui appreso la tipografia.--Lett. 35ª, 26
settembre '56: il 1º fascicolo della sua pubblicazione è già stampato e
sarà a giorni spedito in Italia; ne manderà a Ravenna 250 copie.--Lett.
36ª, 4 novembre '36: oltre alla notizia dell'invio del 1º fascicolo, si
ha in questa lettera il primo accenno alla grave controversia tra
l'UCCELLINI e il FRIGNANI, della quale si parlerà piú sotto.--Lett. 37ª,
4 gennaio '37: manda altri fascicoli; l'ultimo dell'anno ha visto don
Casimiro Rossi «che andava a Parigi a servire il Nunzio apostolico in
qualità di segretario»; loda l'idea del fratello Terzo di avviarsi alla
carriera ecclesiastica.--Lett. 38ª, 21 gennaio '37: tutta relativa alla
controversia suaccennata.--Lett. 39ª, 5 marzo '37: accenni alla
questione stessa; avvertimenti per la nota pubblicazione; il sussidio
governativo è stato diminuito di un quinto e il Prefetto ha ordine di
non accogliere reclami; «penso di scrivere a Rossi per sentire se ha
modo di farmi pervenire al Ministro una mia istanza diretta ad ottenere
l'intero sussidio».--Lett. 40ª, 1 aprile '37: dà schiarimenti sulla
spedizione dei fascicoli dell'opera pubblicata per associazione;
dimostra che sul primo fascicolo ha perduto franchi 198; don Rossi gli
ha risposto che non si può ottenere l'intero sussidio, di modo che si
trova ridotto con 36 lire mensili; si meraviglia che il fratello Terzo
abbia preso moglie senza avvertirlo prima.--Lett. 41ª, 22 luglio '37
alla sorella Reparata: dà notizie di sé; al cognato Fanti: parla della
pubblicazione della -Morale-, che egli non può continuare con 100
abbonati, perché ne bisognerebbero almeno 300; si giustifica rispetto ai
lamenti degli associati per l'interrotta pubblicazione; ha già sotto i
torchi il 1º fascicolo della -Storia d'Italia- contenente «la
descrizione geografica, politica e storica per ordine cronologico dello
Stato romano e della repubblica di San Marino; sebben redatto nel nostro
idioma deve servir per la Francia».--Lett. 42ª, 7 dicembre '37:
«Ammalato, senza legna, senza tabarro e senza tante altre cose
necessarie; afflitto per la malattia pure di quella, da cui solo posso
sperar conforto, tu puoi arguire qual è la mia posizione. Un mio amico
ha preso l'assunto di proseguire la stampa della mia operetta. Di piú mi
promette di stampare un diario, che ho dedicato ai Romagnoli
[intitolato: -Il Romagnolo-, diario per il 1838]»; ne manderà copie
perché si vendano a suo profitto.--Lett. 43ª, 4 gennaio '38; manda 500
copie del -Romagnolo-, da vendersi a 10 baiocchi l'una; sarà tradotta in
francese la sua operetta sull'Italia e il Tissot, professore di
filosofia al Collegio reale, ha redatto il programma per l'abbonamento;
perciò ha bisogno di alcuni libri per compierla e commette al Fanti di
inviarglieli.--Lett. 44ª, 24 maggio '38 al fratello Terzo: ha ricevuto i
150 franchi, prodotto del Diario, e aspetta sempre i libri commessi e il
giornale modenese -La voce della verità-; è fidanzato alla signorina
Sofia Berger e la madre di lei, signora Royer, ha scritto al
Gonfaloniere di Ravenna per avere informazioni sulla famiglia Uccellini;
procaccino quindi per mezzo del segretario Miserocchi perché la risposta
sia favorevole: «basterà il dire che mio padre era impiegato nella
Comune, che l'ha servita onoratamente e con zelo, che in premio del suo
lungo servizio la famiglia gode ora una condegna pensione, che abbiamo
sofferte molte peripezie, che non abbiamo avuto mai a soffrire alcun
processo criminale»; parla a lungo di molti amici ravennati..--Lett.
45ª, 11 luglio '38 alle sorelle Reparata e Vigilia: è arrivata la
risposta del Gonfaloniere alla signora Berger, di sua piena
soddisfazione perché attesta la onorabilità della famiglia; è uscito il
1º fascicolo della sua opera, che ha già 100 associati, ma ne
bisognerebbero 500; ha ricevuto i documenti necessari per il matrimonio
che avverrà presto; parla di cose domestiche.--Lett. 46ª, 25 Ottobre
'38: ha ricevuto i libri e un ragguaglio letterario steso per lui da
Giulio Guerrini; manderà l'almanacco per il seguente anno, «redatto coi
fiocchi», e spera che sarà subito venduto--Lett. 47ª, 14 dicembre '58:
ha spedito l'almanacco.--Lett. 48ª, 31 gennaio '39, alla sorella
Vigilia: si duole che l'almanacco sia giunto in ritardo e non si sia
venduto; accenna alle traversie che hanno mandato a monte il disegno del
suo matrimonio.--Lett. 49ª, 16 maggio '39, alla madre: dà notizie di sé:
«quantunque non sia mia abitudine di occuparmi di politica, pure per
tranquillizzarvi pei gridi sinistri che circoleranno dopo gli
avvenimenti del 12 e 13 del corrente, deggio dirvi che l'ordine e la
tranquillità è rinata in Parigi, e che tutti gli sforzi degl'innovatori
resteranno senza successo fin che il Governo può disporre della Guardia
nazionale, che per la sua forza fisica e morale è l'arbitra dei destini
della Francia».--Lett. 50ª, 20 luglio '39: affari privati; «Frignani ha
pubblicato -la sua pazzia nelle carceri-, volendo imitare Silvio
Pellico; non so qual esito avrà questa sua opera; io l'ho sott'occhio, è
ben scritta se il ramassar parole scelte ed il passarle mille volte pel
setaccio si chiama ben scrivere, ma manca d'azione, di passione e di
quello spirito drammatico che dona colore e forza alla narrazione. In
essa sono menzionati molti distinti personaggi di Romagna, tra i quali
l'abate Maccolini, il dottor Anderlini, il conte Fabbri, Domenico
Farina, ecc., ma non parla che di persone distinte o per natali o per
lettere; tutti gli altri suoi amici che hanno avuto molti affari con lui
e che sono del rango degli operai sono lasciati da parte: parla del
dottor Lorenzo Urbini e lo taccia di matto, fulmina Torricelli perché lo
accolse di mal garbo a Firenze al momento della sua fuga»; ringrazia per
le notizie ravennati; «penso di scrivere una lettera di condoglianza al
figlio di Pasolini; qualunque fosse l'opinione di suo padre, è certo
ch'ei nelle circostanze le piú difficili mostrò molto attaccamento al
suo paese e lo serví con zelo; ciò basta perché meriti d'essere
compianto [si tratta di Pier Desiderio Pasolini, patrizio ravennate,
morto il 10 giugno 1839 e padre di Giuseppe, che fu poi ministro di Pio
IX e di Vittorio Emanuele II e presidente del Senato italiano]; il
Governo francese a poco a poco riduce i sussidi agli emigrati, forse per
lasciarli liberi dalla dipendenza dal Ministero dell'interno.--Lett.
51ª, 25 agosto '39, alla famiglia: il sussidio governativo è ridotto al
minimo, è impossibile trovar un impiego, impossibile il dar lezioni
perché «due vecchi piemontesi qui rifuggiti sino dal 1821 assorbono le
lezioni come il serpente boa assorbe i conigli»; non si può mutar paese
senza il permesso del Governo; non si può far un buon matrimonio; ha
tentato la produzione letteraria con l'aiuto del professor Tissot e di
Jules Pautet pubblicista e scrittore, e ha pubblicato i due primi
fascicoli di un lavoro sull'Italia relativi allo Stato della Chiesa, ma
il commesso che amministrava l'impresa gli ha rubato 800 franchi; non ha
potuto quindi pubblicare il 3º fascicolo, concernente il regno di
Napoli; fallita questa impresa, è rimandato a tempo migliore il
matrimonio con la Berger; ha pensato di darsi al commercio dei generi
alimentari italiani, e perciò chiede campioni di olio, vino, frutta
secche ecc.--Lett. 52ª, 6 novembre '39 a Demetrio Orioli: fino dal 26
ottobre ha mandato al Fanti il manoscritto del Diario per il 1840 perché
si stampi a Ravenna a cura di Giulio Guerrini; spera che se ne
venderanno un migliaio di copie e di ritrarne tanto da potersi
trasferire nel Belgio; ivi «degli amici d'influenza mi procureranno il
sussidio ch'è di 45 franchi, inalterabile, ed un impiego: di già un
redattore d'un giornale a Gand, in seguito delle premure d'un rifuggito
mio intrinseco [lo Spada?] «m'aveva offerto un impiego di due mila
franchi; all'anno: ma nella questione del Luxembourg fu arrestato e la
pubblicazione del giornale è ancor sospesa... Quella che destino mia
sposa mi seguirebbe...»; là si potrebbe viver meglio, perché i viveri
sono a buon mercato; «la Francia è stato un buon paese nel principio
dell'emigrazione, tutti vi volevano, tutti v'abbracciavano: v'era
emulazione nel fare del bene ai rifuggiti; ma passato questo primo
trasporto, questa furia dell'asino che trotta, addio fichi»; si
raccomanda dunque per la stampa e lo spaccio del -Romagnolo-.--Lett.
53ª, 17 dicembre '39 alle sorelle Reparata e Vigilia: spera sia stampato
il Diario; racconta che due rifuggiti (Gallerati e Pirra, l'uno lombardo
e l'altro piemontese) sono stati arrestati come falsi monetari, e questo
ha gittato il sospetto e il discredito su tutti gli altri emigrati; vuol
sapere se è viva la madre dell'emigrato Giuseppe Numaj di Forlí e se un
altro emigrato, Francesco Pomatelli di Ferrara, abbia persone di
famiglia che possano pagare 90 franchi per lui; vorrebbe dall'amico
Guerrini un sommario storico della Repubblica di S. Marino.--Lett. 54ª,
25 dicembre '39: si duole che non siasi potuto stampare il -Romagnolo-,
da cui sperava trarre un aiuto.--Lett. 55ª, 14 gennaio '40 alla madre:
«Un rimpatrio? e se non l'accettassi? mi rendereste un bel servizio! mi
fareste perdere il meschino sussidio che la Francia m'accorda. La mia
miseria? Dunque si sono scancellate dalla vostra memoria le prove di
fermezza che in altri tempi offersi contro le avversità che mi
avvilupparono? La miseria? non è forse il retaggio del proscritto? Un
rimpatrio? lo considerate voi su tutti i suoi diversi rapporti? ne
conoscete voi a fondo l'entità? lasciamolo, lasciamolo in riposo per
ora»; si consola che la sua miseria è effetto di disgrazie, non di vizi;
«partendo da Moulins ebbi ampi certificati da quelle autorità; partendo
da Auray n'ebbi egualmente; partendo da Dijon n'avrò pure; e ritornando
un giorno in patria dirò a certuni: Fui nell'estremo bisogno, chiesi
l'obolo di Belisario, mi fu ricusato, ma, vedete, mai prevaricai»;
attende le risposte che dovranno deciderlo a recarsi nel Belgio.--Lett.
56ª, 2 marzo '40, alla famiglia: «Tentate di raccogliere quel che si può
per mettermi nel caso di trascinarmi a Bruxelles, ove per l'impiego che
ho ottenuto posso infine godere un'esistenza piú agiata»; a ciò
concorrano i suoi benevoli, il Fanti, Giuseppe Orioli, i Boccaccini, il
segretario Miserocchi; dà altre notizie di sé.--Lett. 57ª, 28 aprile
'40: si duole della morte «del buon Giuseppe» e della malattia
dell'amico Guerrini; «ma Terzo è un pazzo, perché esporsi cosí? quando
uno ha moglie e figli bisogna che sia circospetto e che scansi le
occasioni pericolose: come il male non è grave credo ben fatto il
costituirsi: oh la vita dell'errante quanto è mai dura! ma che impari ad
esser piú saggio e pensi che la sua vita non appartiene piú a lui, ma a
sua moglie ed ai suoi figli»; si raccomanda perché a suo vantaggio si
dia un'accademia musicale; le «-Mie pazzie- di Frignani non hanno
ottenuto qua il minimo successo: Mr. Nicolas stesso, direttore -des
assurances mutuelles- contro gl'incendi che n'è il traduttore invece di
Mr. St. Hildelfonse, me ne diede una copia in italiano che lessi e
spedii a Spada: so che Mr. Nicolas ha garantito per le spese della
stampa, e so che a gran stento si trova modo di pagarle. Se le -Mie
pazzie- movono curiosità in Romagna, ciò è l'effetto di circostanze
particolari indipendenti dalla volontà dell'autore. Se i Romagnoli
dovessero leggere i graziosi opuscoletti di Mr. De Cormenin sopra la
lista civile, si scuoterebbero tanto quanto i Francesi si scuotono nel
leggere le -Mie pazzie- di Frignani; perché quando si tratta una materia
locale e coi colori locali, essa non vive che nel luogo che le è
proprio: è una pianta esotica che non vegeta che nel suo suolo. Ma
perché dunque Silvio Pellico piace a tutti? perché il suo racconto è
basato sulla morale, sentimento comune a tutti gli uomini, sulla
rassegnazione evangelica, virtú pregiata da tutti, e le -Mie prigioni-
di Pellico sarebbero piaciute, io credo, anche nella China. E poi quello
stile semplice, sí diverso dall'affettato di Frignani? Quanto prima deve
rendersi a Marsiglia un mio amico, l'incaricherò di farti pervenire per
la via di Toscana la -Mia pazzia-, a condizione però che non diverrai
pazzo tu stesso»; gli manda per la riscossione una tratta di mille
franchi dovuti al libraio Forey di Beaune da Giuseppe Numaj, che era
stato tre anni prima al servizio del Forey, poi aveva aperto una
libreria a Seuzze, quindi era andato a Lione, dove «fu riconosciuto,
arrestato e condotto di brigata in brigata sino alle frontiere del
Belgio».--Lett. 58ª, 4 maggio '40 ai concittadini: è un appello alla
loro generosità perché lo aiutino sí che possa trasferirsi nel Belgio,
dove Mr. Sanmart, amico dello Spada, gli ha procurato «un impiego di 600
franchi all'anno, alloggio e vitto» [la data 4 maggio sembra alterata
d'altra mano; forse la primitiva era 4 marzo sí che questo appello potè
essere mandato con la lett. 56ª, alla quale interamente
consuona].--Lett. 59ª, 8 maggio '40, alla famiglia: aspetta sempre gli
aiuti necessari per potersi recare nel Belgio; dà notizie di sé e delle
sue miserie.--Lett. 60ª, 5 giugno '40: «In questo punto ricevo una
lettera da Spada, professore come sapete di lingua italiana nel collegio
di Namur in Belgio. Ei si è recato per me a Bruxelles, e come il
governatore di Namur è divenuto primo ministro, l'ha vivamente
interessato per farmi avere il sussidio de' 45 franchi. Il Governatore
ama molto Spada, l'invitava sempre alle sue conversazione, e perciò mi
dà a sperare di riuscire: 45 franchi riuniti a 50 dell'impiego, vitto e
alloggio pagato, non posso che star bene»; ma non sa come andar colà
senza gli aiuti sperati, tuttavia partirà ad ogni modo né scriverà piú
che da Parigi o da Bruxelles.--Infatti la lett. 61ª, 15 settembre '40, è
scritta da Parigi, dove l'U. dice esser giunto «da vari giorni»,
incantato dalle meraviglie della città: «Resterò qui ancora qualche
giorno per esaudire i vóti di tante antiche conoscenze, e specialmente
per favorire Madama Berger che da poi qualche mese si è stabilita qui
per compiere l'istruzione di Sofia nell'arte della pittura... Oggi vado
a vedere Rasi;... anderò pure a vedere Gatti; mi dispiace che sua
moglie, che occupa un rango sí distinto nel corpo de' letterati sia a
Bruxelles; ma ei mi farà una lettera onde abbia l'onore di fare la di
lei conoscenza»; dice che non sapeva come procurarsi i mezzi di fare il
viaggio e che, dopo i rifiuti di sussidio avuti dal Ministro
dell'interno, ebbe un'idea: «fu quella di redigere delle Effemeridi per
Dijon e pel dipartimento de la Còte d'or; in men d'un mese il lavoro fu
compito, approvato, e l'ho venduto 200 franchi; e con tal somma ho
potuto vestirmi e sostenere il viaggio: io ve ne spedirò una copia onde
possiate conoscere il paese che mi ha dato asilo durante 6 anni; buon
paese, ma privo di risorse, senza industrie e senza commercio, ove il
partito del progresso ha buon cuore, ma pochissimi mezzi»; ha sentito
dire che Duilio Scala è in Parigi, ma non ha saputo dove abiti; spera
che gli affari vadano bene sí da poter chiamare presso di sé la Vigilia
o la Festa; gli rispondano a Namur, «rue des Lombards, chez Madame
Gerand».
Si è accennato sopra, a proposito delle lett. 36ª, 38ª e 39ª, ad una
controversia tra l'UCCELLINI e il FRIGNANI, la quale, sebbene entrambi
non ne facciano parola nelle loro Memorie, va raccontata, come
testimonianza dei dissidi, cosí poco e mal conosciuti, tra i nostri
proscritti politici. Il primo accenno è nella lettera del 4 novembre
1836: «Una voce, non so da che mossa, sorge ora a dilaniare la mia fama
ed a sottopormi all'accusa di esser stato in patria un capo di
scellerati, un traditore, un venale al segno d'aver venduto per la vil
somma di 30 paoli l'amicizia e l'onore. Quanto pesi al cuore una simile
taccia, quanto dolore arrechi, ognuno che pregia l'onoratezza lo può da
sé arguire. A che mi hanno servito tante pene e tanti sacrifizi? Se il
giudizio della mia coscienza non mi sostenesse, assicurati che
l'accusatore avrebbe su di me ottenuto il trionfo che si è prefisso. La
testimonianza vostra può sola guarirmi da queste funeste ferite, che
mettono in pericolo la mia vita morale; e voi non saprete negarmi quanto
la verità mi dà diritto di reclamare. Piú tardi vi farò conoscere il
fatto. Amo che la testimonianza che da voi sollecito sia concepita in
questi termini:--che io ho sempre goduto in patria la stima de' miei
cittadini; che l'amicizia non ha a rimproverarmi mancanze di fede che
discreditino l'uomo e lo rendano indegno dell'altrui benevolenza; che
niun allettativo m'ha sottratto da' miei doveri; e che per tale condotta
mi furono confidati impieghi delicati...». La testimonianza fu subito
formulata, amplissima e solenne: il 25 novembre '36 avanti il notaio
ravennate Gaetano Achille Santucci si costituirono i signori il conte
Francesco di Giovanni Lovatelli, avv. Gabriele del fu Giulio Guerrini,
avv. Antonio del fu Giovanni Garzolini, dott. Giacomo di Domenico
Montanari, dott. Scipione del fu Vincenzo Urbini, dott. Giuseppe del fu
Sebastiano Valentini, dott. Domenico del fu altro dott. Domenico
Guarini, Carlo del fu Luigi De Rosa, Alessandro del fu Giuseppe Bagnara,
Giuseppe del fu Felice Taffi, Angelo del fu Lodovico Gavina, Antonio di
Lorenzo Morigi tutti possidenti, Pietro del fu Melchiorre Runcaldier,
Gaetano del fu Giuseppe Testoni, Giuseppe del fu Francesco Orioli,
Mariano del fu Francesco Meldolesi, possidenti e negozianti, Romualdo
del fu Paolo Miccoli contabile e Domenico del fu Giovanni Buranti
cursore anziano presso il tribunale, tutti maggiorenni e salvo il conte
Locatelli superiori agli anni quaranta; i quali, dichiarando di aver
conosciuto «assai da vicino il giovane Primo Uccellini... di questa
nostra Patria,... con tutta asseveranza» fecero fede «essersi egli
sempre contenuto in quei doveri che sono dell'uomo onesto e dell'educato
cittadino: esso ha dimostrato in ogni incontro di essere buon figlio ai
suoi genitori, leale amico agli amici, ingenuo di carattere, onesto di
costumi, di buona morale e di non comune ingegno; cosicché per siffatte
sue qualità meritamente godeva e gode tuttora in patria fama di
onest'uomo, a carico del quale non si è mai sentito a dir cosa, che
offender potesse la sua riputazione: esso ha coperto in patria piú d'un
impiego ed anche in questi incontri ha saputo dar prove di sua onestà,
di probità e di saggezza, maggiore fors'anche di quella, che dalla non
matura sua età era da ripromettersi; per le quali cose, a lode del vero,
che esponiamo, ci troviamo in obbligo di commendare a larghe parole la
morigeratezza de' suoi costumi e quella sua ingenuità, che lo resero
caro a tutti que' molti che o per affari o per amicizia ebbero occasione
di avvicinarlo». L'atto, scritto e firmato nelle forme legali,
registrato dall'ufficio del Registro, ratificato dal Gonfaloniere di
Ravenna Carlo Arrigoni e dal viceconsole di Francia dott. Giovanni
Valli, fu spedito in Dijon all'Uccellini, il quale se ne valse per
ismentire le accuse sparse contro di lui. Da chi e come queste accuse
procedessero dice l'Uccellini stesso nella lettera, che in parte qui si
riassume, del 21 gennaio 1837 al cognato Giulio Fanti: accennata la
lunga amicizia che fin dall'infanzia lo aveva legato al Frignani,
descritta la florida condizione di lui in esilio (perché aveva preso
moglie e si era stabilito presso la famiglia di lei in Mâcon, fruendo
dell'alloggio e del vitto gratuito, aveva guadagnato con la
pubblicazione dell'-Esule- e col dar lezioni di lingua italiana, e
risparmiava una buona parte del sussidio governativo) al confronto della
miseria propria (che spiega raccontando di nuovo le sue vicende già a
noi note, nei vari depositi, in Bretagna e a Dijon), narra come il
Frignani non volesse prestargli aiuto traducendo o rivedendo la
traduzione dei fascicoli delle note sue pubblicazioni (cfr. le lettere
25ª e seguenti), anzi intralciasse in ogni modo l'impresa e giungesse
persino a richiedergli «continuamente d'inviargli dieci franchi» dei
quali esso Uccellini gli era debitore. «Tutto ciò, egli dice, mi mise di
malumore, e gli scrissi una lettera non offensiva, ma espressa in stile
ironico, dichiarando che se proseguiva a seccarmi in tal guisa, a
ricusarmi la sua cooperazione diretta, io avrei gettato tutto al fuoco.
Quella lettera dovette essere per lui peggio che un colpo di cannone,
perché la risposta fu -di disdirmi la sua amicizia e a rinnegarmi per
cittadino-. Non contento di ciò, ebbe la perfidia di scrivere agli
emigrati di qui, accusandomi -di essere stato in patria un traditore, un
scellerato, un infame, un caporione dei perversi, e di essermi venduto
per denari-. Potete imaginare qual effetto produsse fra gl'Italiani una
tale accusa, e come io rimasi oppresso da una sí nera taccia. I miei
antecedenti erano noti, io li misi allora vieppiú in chiaro; e gli
emigrati amici della giustizia e della ragione mi accordarono un tempo
opportuno per far constare con documenti autentici le mie assertive.
Scrissi a tutti i proscritti italiani che ben mi conoscono, e n'ebbi
risposte favorevoli; scrissi a voi, e il documento che m'inviaste finí
per far svanire l'accusa di Frignani. Il Deposito gli scrisse
risentitamente: allora cominciò a dire che non aveva inteso di toccare
la mia qualità politica in riguardo al paese, ma rapporto a lui
solamente. Vive dispute sono nate tra il Deposito di Mâcon e di Dijon; e
riflettete bene che Frignani dalle lettere successive scritte agli
emigrati di qui ha cosí indebolito la sua causa, che si era ridotto a
chiamarmi semplicemente un sleale; e questa sua incongruenza è stata per
me la migliore giustificazione del mondo. Come, direte voi, Frignani ha
potuto per delle personalità commettere una perfidia tale? La paura di
perdere la mercede assegnatagli per la traduzione del mio giornale,
l'acciecò, lo sconvolse tutto, e per uccidermi, trovò l'espediente di
toccare il punto delicatissimo della politica. Che sarebbe stato di me,
se qui vi fossero stati dei fanatici? Frignani nascondeva nella sua
accusa altri fini che or bene appariscono e che lo caratterizzano per
qual egli è veramente. L'altro giorno venne qui per accomodare alcuni
suoi affari col Tipografo che gli ha stampato un certo suo libercolo
[dovrebbe essere quello delle -Profezie sopra l'Italia-, stampato a
Dijon 1836, nella tipografia Brugnot]. Io mi prevalsi di questa
occasione per avere con lui un colloquio alla presenza di altri
Italiani: la disputa fu viva ed animata; e lo ridussi al punto che
dichiarò non esser stata la sua accusa che un'-induzione-. Ciò non mi
basta: il mio onore non è abbastanza soddisfatto; bisogna che metta in
iscritto quanto ha proferito nel mio ultimo colloquio e che ritiri dalle
mani degl'Italiani la lettera d'accusa: pare disposto a far tutto ciò,
per quanto mi vien riferito da chi si è intromesso in questo affare. Non
crediate però che possi riavere la mia amicizia. Oh no, certamente: un
uomo tale n'è indegno. Il tempo farà vedere chi ha piú buon cuore, se io
o lui. Egli mi ha fatto de' piaceri, non lo nego, tutto il mondo lo sa;
ma ne ha perduto il merito dall'istante che me li ha sí pubblicamente
rinfacciati: io ho tenuta nota di tutto ciò che gli devo, e sarà mia
premura di soddisfarlo. Eccoti una risposta categorica, precisa e
genuina alla tua del 2 corrente. La storia è tale quale te l'ho
riportata con quel linguaggio naturale e franco che si richiede: tutti i
documenti dell'accaduto esistono presso gl'Italiani, e temo che l'affare
avrà delle conseguenze ben triste per Frignani». Se cosí terminasse la
faccenda, come l'Uccellini s'imaginava, noi non sappiamo; ma ben
conosciamo, della incresciosa controversia, alcuni altri particolari che
rappresentano, per dir cosí, l'altra campana. Poiché tra gli altri, ai
quali l'Uccellini mandò in Mâcon le sue giustificazioni e documenti, fu
un esule modenese, il dottore Gavioli (forse quel dott. Emilio che è
accennato dal Vannucci, -I martiri-, ediz. cit., vol. II, p. 85), il
quale il 12 dicembre '36 gli rispose una lettera lunga e violenta, che è
tutta un'apologia della persona del Frignani e una censura della
condotta dell'Uccellini. Racconta che il Frignani da lui interrogato
dichiarò -verissime tutte le cose dette in onore di Uccellini- dalle
persone -tutte onoratissime e stimatissime- sottoscritte nel documento
ravennate, ma che verso di lui l'Uccellini era colpevole di molti -atti
d'ingratitudine-; che anche il capitano Ravaioli s'era doluto di lui; e
che maggiori spiegazioni avrebbe date in una riunione da tenersi tra gli
esuli. Questi si riunirono una sera presso il Gavioli: «Frignani letta
la prima lettera ch'egli diresse agl'Italiani suoi amici a Dijon,
soggiunse: Intendete voi che io per questa lettera abbia accusato
Uccellini qual traditor della patria? No, dicemmo ad una voce; questo
non apparisce; ma sibbene che ha tradito la tua amicizia e la tua causa
che difendevi nella Speranza contro un Piavi, il quale ha dovuto poi
essere un traditore. Cosí è, rispose il Frignani». Dopo altri discorsi
inconcludenti si venne poi alla lettura della risposta dei sei e cioè di
sei esuli italiani dimoranti in Dijon; i quali erano due a lui ignoti,
uno da lui veduto solo una volta e per caso, due modenesi poco
favorevolmente giudicati dai lor concittadini (uno di questi il Tavani,
l'altro non è nominato) e finalmente il Gentilini, «del quale Frignani
non dice altro se non che lo ama e lo stimerà sempre, amico ovvero
nemico che gli sia» e che già gli aveva per mezzo del Ravaioli fatte le
sue scuse per aver firmato quella risposta. Alla lettera dei sei replicò
il Frignani con un'altra (è sempre il Gavioli che scrive tutto questo
all'Uccellini) «tanto chiara, vera, giustificativa e dichiarativa,...
per la quale si vede ad evidenza palmare ch'egli non ha mai detto, e non
ha mai voluto dir altro, se non che voi siete uno sleale uomo e che
avete sempre risposto con ingratitudini nere e con perfidie ai generosi
attestati di sua amicizia. Il -traditor della patria- è dunque una
parola che avete inventato voi per far chiasso con gli sciocchi per
muoverli a compassione di voi e per aizzarli contro Frignani». E qui
segue una gran lavata di capo, una sfuriata mista d'improperi e di
consigli, all'Uccellini, al quale ricorda: Frignani «vi perdonò una
grave ingiuria che gli faceste nella Speranza, e vi ridonò la sua
amicizia e la sua stima.... perché, essendovene voi pentito, vi
dimostraste poi onorato giovane in tutte le azioni vostre di parecchi
anni in Italia». Lo ammonisce poi che sarebbe vano qualsiasi tentativo
di attaccare il Frignani in Italia per -l'onorato nome e l'autorità- di
cui vi gode; vano di attaccarlo in Francia, dove egli è in tanta
estimazione: «Cresce sempre di giorno in giorno la fama sua; e
meritamente, perché dice cose utili, vere e degne: e le dice con tanta
bontà di stile e di lingua, che non pochi sono quelli, pure scrittori
lodati, che gli hanno nobile invidia. Lasciatelo ancora scrivere cinque
o sei anni (poiché egli è scrittor giovanissimo), e vedrete che non
solamente Ravenna si loderà di un tanto suo onorato figliuolo, ma Italia
pure vorrà compiacersene. Queste cose veggono e sanno tutti; e se voi
non le sapete, domandatene ai Tommaseo, ai Mamiani, ai Pepoli e a tanti
altri chiarissimi scrittori nostri che sono in Francia: domandate loro
qual'è l'opinione che hanno del Frignani, come giovane scrittore.
Ovvero, se di mala voglia vi faceste ad ascoltare quello che diranno, ma
voleste sapere quello che s'è detto, pigliatevi il -Reformateur-, e
leggete quello che di lui ha stampato il Lamennais d'Italia, voglio dire
Tommaseo; poi vergognatevi della vostra bassa e ignorante invidia....
Vergognatevi ancora in pensare, che quando costí erano buoni italiani,
non avevano sciocca invidia a Frignani, ma amore e stima. Leggete il
giornale che si pubblica a Dijon, e vi troverete articoli in lode della
Vita di Dante, scritta dal Frignani; e sappiate che chi lo lodava era
l'ottimo e dotto Corsi. Tacerò le lodi che di lui hanno piú volte
pubblicate i Francesi, gli Svizzeri e i Belgi; e fra questi la
chiarissima signora de Gomont, oggi moglie di Gatti ravennate, la cui
antica e adorata amicizia con Frignani voi avete pure tentato sturbare.
Ripensate a tutte queste cose, e vergognatevi; ma sopratutto
vergognatevi delle vostre nerissime ingratitudini.....» La sfuriata del
medico modenese mi ha tutta l'aria di un'auto-apologia del Frignani, dal
quale forse fu dettata al compiacente amico. Certo, se il Frignani non
la dettò, molto se ne teneva perché, trascrittala di suo pugno e fattala
firmare al Gavioli e autenticare al Maire di Mâcon, la mandò a Ravenna
ai firmatari della testimonianza in favore dell'Uccellini, del quale in
una lettera, del 15 dicembre indirizzata al notaio Scipione Urbini per
lui e per tutti gli altri che avevano firmato, denunziava -le opere
indegne e le ingratitudini, le bassezze e le slealtà-! E a questo
proposito ricordava come «davanti un popolo di proscritti, che, pochi
mesi fa, ascoltavano una sua orazione funebre, letta sopra una tomba»,
avesse detto: «L'esilio è castigo piú pericoloso e sotto il quale è piú
lubrico il fallire che non sotto gli stessi martori e la carcere.
Infiniti esempi, e funesti, ne abbiamo davanti i nostri occhi: giovani
presuntuosi, incauti, mal fermi nella prudenza e nella virtú, i quali
avresti alle case loro reputati santissimi, imperversati insaniscono, a
sé non meno che all'Italia innocente, apportando vitupero e rossore»; e
concludeva che «cosí appunto incontra ad Uccellini».
Fra i molti che lessero a Ravenna le scritture del Frignani e del
Gavioli fu Giulio Fanti, il quale mandò al suo concittadino una bella e
onesta lettera, che è anche una meritata lezione: «...Voi potevate (ne
cito i passi piú salienti) prendere da quella carta [il documento
ravennate del 21 nov. '36], se cosí vi piaceva, argomento a tessere,
siccome faceste, il vostro elogio, senza dilaniare la fama di colui col
quale aveste comune la Patria ed aveste comuni le disgrazie. Io non
saprei ben dire, se a vergar quelle righe v'abbia mosso piú presto la
manía di screditare Uccellini, oppure il desiderio che qui si conosca
aver voi nome di eccellente scrittore, e di oratore che le gesta del
trapassati sulle lor tombe encomia. Le quali cose come sarebbero belle
dette di voi da altri, altrettanto si deturpano leggendole scritte di
vostra mano...»; seguita poi esprimendogli il comune dispiacere dei
parenti e degli amici per la questione sorta fra i due concittadini, gli
dimostra la scorrettezza dell'aver reso pubblico, e in qual modo!, un
privato dissidio, gli dice d'aver scritto anche al Gavioli il quale
avrebbe dovuto comporlo anziché acuirlo, lo invita a «cessare di
bersagliare un infelice» che nelle sue lettere aveva sempre fatti i piú
grandi elogi di lui e persino richiedendo il certificato non aveva detto
il nome dell'accusatore, e conclude esortandolo a pacificarsi con
l'Uccellini secondo il desiderio di «tutti i buoni che di siffatta
inimicizia vanno assai dolenti.» Il silenzio dei ravennati e le lettere
del Fanti dovettero sapere di forte agrume ai due amici di Mâcon; i
quali si misero d'accordo e gli risposero entrambi, con lettere
separate, il 23 gennaio '37. Il Frignani con tono dapprima burbanzoso
giustifica come effetto di sincerità la diffusione delle proprie lodi e
si lamenta che l'Uccellini avesse scritto contro di lui anche a
Bruxelles, a Giovanni Gatti («e il tenore mi fu manifesto per le
acerbissime parole che esso Gatti mi scrisse e le quali turbarono la
nostra antica amicizia, fino a che gli ebbi palesate le ragioni mie»);
ma poi abbassando la voce si dice disposto a perdonare il passato e a
tacere purché non sia provocato; da ultimo fa un grande elogio del
Gavioli (generoso con gli amici, medico insigne, «lui, che, italiano, fu
segretario della principale accademia medica di Francia, e la cui parola
è tanto autorevole, eziandio presso a deputati ed a ministri, che
moltissimi tra quelli, i quali, per aver fatto parte della sventurata
spedizione di Savoia, perderono la pensione, a lui non hanno ricorso
invano per riaverla») dolendosi che il Fanti gli abbia scritto in modo
poco conveniente: ed il Gavioli, anch'egli cominciando col fare
altezzoso dell'uomo «molto piú avvezzo a dare che a ricevere consigli»,
afferma cattiva la condotta dell'Uccellini non solo per il «procedere
suo verso il Frignani, ma ancora per testimonio del procedere suo verso
degli italiani che sono in Dijon», ma poi a un tratto abbassando pur
esso il tono si dice disposto alla riconciliazione, come v'è disposto il
Frignani, e a fare presso «questo onorando giovane» le opportune
insistenze: «chi onora la patria in esilio è mio amico; chi la vitupera,
mio nemico; di tal natura è il mio -attaccamento al nome italiano-.» La
tempesta finiva cosí in un bicchier d'acqua; né alcun'altra traccia ho
trovata se non una lettera del Frignani al proprio zio Cesare, dello
stesso giorno 23 gennaio, nella quale gli trascrive la risposta mandata
al Fanti, facendola precedere da parecchie chiacchiere inconcludenti; se
ne ritrae per altro che a Ravenna non si fosse dato un gran peso alle
accuse del Frignani, che finisce montando sul cavallo d'Orlando: «Se
Uccellini fosse cosí sprezzato in Ravenna, come è sprezzato in Francia
da tutti que' pochi che lo conoscono, io mi vergognerei di farmegli
incontro per combatterlo... Ma a Ravenna non posso cosí sprezzare
quest'uomo, come fo qua, s'egli è vero ch'egli sia cosí stimato come
attesta il certificato. Per la qual cosa potrei essere forzato di
combatterlo costí, come combattei un tempo Mazzoni e Piavi,
dichiarandoli infami, quando tutti pensavano fossero degni liberaloni: e
non avevano di liberale che la corteccia di fuori, e nel di dentro erano
pieni di iniquità; la quale fu poi manifesta per le circostanze in che
si trovarono due anni dopo».
Da un riavvicinamento malizioso tra l'Uccellini e il Piavi (cfr. p. 174)
era sorta la contesa tra quello e il Frignani; con un ricordo analogo
finisce questo triste episodio, che rispecchiava del resto la lotta di
due tendenze opposte: il Frignani, posto dalla fortuna in condizioni
d'agiatezza e innebbriato dei sogni di gloria letteraria, aveva
temperati i propri ardori d'un tempo e s'era volto a quella parte
moderata dell'emigrazione che seguiva il Mamiani, il Gioberti, il
Tommaseo; l'Uccellini, duramente provato dalla miseria e letterato
soltanto per procacciarsi il pane salatissimo, era rimasto fedele alle
vecchie idee carbonaresche ringiovanite dal Mazzini. L'uno restò sempre
in Francia e vi morí ricco di guadagni fatti traducendo gli -Annali
della propagazione della fede-; l'altro tornò povero in patria ad
affrontare nuove persecuzioni, decorosamente sostenute, per mantener
fede alle idee che lo avevano sospinto ancor giovine alle carceri e
nell'esilio. Entrambi ebbero la virtú di tacere, nei molti anni che
vissero ancora, l'episodio della loro turbata amicizia; che ora non
sembrerà inopportuno l'aver rivelato, perché è pur esso un elemento per
conoscer meglio uno dei capitoli piú oscuri della storia del nostro
Risorgimento: la vita dell'emigrazione politica italiana.
LII. La lettera 62ª, da Bruxelles 18 ottobre 1840 alla sorella Reparata,
contiene piú minuti ragguagli del viaggio dell'Uccellini e
dell'incidente di frontiera: egli vi racconta che prima di lasciare
Parigi visitò Aristide Rasi, il quale si disponeva ad abbandonare la
professione di orologiaio per seguire quella del cantante, seguendo i
consigli della signora di St. Edme, che avendolo udito cantare trovò in
lui una bella voce di basso, lo accolse in casa sua ove viveva allora e
lo istruí si ch'egli avrebbe potuto salir presto le scene del teatro
italiano. Non trovò invece il Gatti («figlio bastardo di Cappi») marito
della signora de Gomont di Bruxelles, «donna bruttissima ma rinomata
nelle lettere.» Partí da Parigi il 20 settembre e il 21 giunse alla
frontiera, a Quievrain. «Là si visitano i baulli de' viaggiatori e si
visano loro i passaporti; in questo mentre si fa colazione: io aveva
finito prima degli altri e fumava tranquillamente un zigaro e di Avana,
quando il gendarme del posto mi chiama e mi fa passare nella stanza
dell'agente politico.--Signore, ei mi dice, bisogna che retrocediate,
voi non potete entrare nel Belgio.--E perché? gli rispondo, tutto
attonito.--Perché siete rifuggito, soggiunse egli. Invano gli faccio
vedere e toccar con mano che non sono scacciato dalla Francia, invano
gli espongo che vado nel Belgio per occupare un impiego, invano gli
metto sott'occhio i certificati di cui era munito. Sostiene che ha degli
ordini positivi in proposito e bisogna ubbidire. Lascio il mio baulletto
in custodia all'albergatore di Quievrain; scrivo subito una lettera agli
amici di Bruxelles che avevano preso tanto interesse per me; lor conto
l'incidente arrivatomi; li prego di far pervenire l'ordine di passare e
prendendo sul braccio sinistro il mio mantello, dall'altro l'ombrello ed
un pacchetto di librucci, m'incammino verso Valenciennes, prima città di
Francia, distante da Quievrain tre leghe, sei miglia. Scorsa una lega,
incontro i gendarmi francesi, m'arrestano e mi chiedono il passaporto,
mi domandano perché non entri nel Belgio, dico loro la pura verità, ma
non mi credono: infine mostro loro i miei certificati, e si decidono di
lasciarmi il cammin libero. Già molti contadini s'erano riuniti attorno
a me per vedere l'esito di tale incidente, e vedendomi sortirne
vittorioso, alcuni mi dissero in un linguaggio mezzo fiammingo e mezzo
francese che facevo un cattivo girare in tale momento a causa del
tentativo di Luigi Bonaparte. Infine giungo a Valenciennes, dopo tre ore
di cammino: come aveva poco danaro, avendo pagato anticipatamente la
diligenza sino a Mons, mi ritiro in un alberguccio, mangio una frittata
e mi vado in letto. Malgrado tante traversie dormii profondamente sino
alle nove del mattino del giorno seguente, 22. Che diavolo farò?, diceva
io fra me stesso, in un paese ove non conosco persona; se avessi pensato
un tal caso, mi sarei procurato a Parigi delle raccomandazioni: poi
tutto ad un tratto mi viene l'idea di andare alla polizia per informarmi
se vi erano a Valenciennes degli italiani; detto fatto, vengo a sapere
che v'era Andrea Piani di Faenza, ottengo il suo indirizzo, corro da lui
senza ritardo, e lo trovo ancora a letto. Ei vedendomi si mette a sedere
sul letto domandandomi piú volte con un sentimento di gioia e di
sorpresa incredibile, s'ero veramente Uccellini: quando n'è assicurato,
m'abbraccia e mi fa subito portare il café al latte, che bevo attendendo
si vesta. Insomma m'installo in casa sua, come se fossi stato in casa
mia. Allora tornato in me stesso, scrivo un'altra lettera a Bruxelles e
un biglietto a Quievrain, al proposto dei passaporti che m'aveva
respinto, pregandolo d'avvertirmi quando avrebbe ricevuto l'ordine di
lasciarmi entrare. In meno di tre giorni ricevei 20 franchi da Bruxelles
per far fronte alle spese del momento e fui assicurato che quanto prima
avrei ricevuto l'ordine che desiderava. Infatti due giorni dopo ricevei
una lettera del proposto che mi annunziava avere l'amministratore della
sicurezza pubblica permesso il mio ingresso nel Belgio e nello stesso
tempo ordinato che mi fossero dati 25 franchi nel mio passaggio da
«Quievrain.» Partí il 27, lasciando desolato il Piani, della cui
gentilezza si loda grandemente: «voi dovete averlo conosciuto; dimorava
in casa della Sambi, antica casa di Beltrami.» Il proposto si scusò, gli
diede i 25 franchi e di piú da colazione. «Notate bene che il Belgio mi
dava 25 fr. per fare 20 leghe di strada e che la Francia me ne aveva
dati 32 per sostenere il viaggio di 130 leghe.» Alla sera del 27 era a
Namur presso Spada: «Niun rifuggito è cosí ben visto come Spada a Namur;
è l'idolo del paese, ei frequenta la piú alta società, è membro onorario
di tutti i casini che ivi esistono, e certamente nulla ha da desiderare.
Ei mi ha presentato nelle case più cospicue ed ho potuto vedere coi miei
occhi l'influenza che vi esercita: ha imparato la musica, ed è invitato
in tutte le conversazioni. La Reggenza, o Comune, gli ha accordato per
eccezione una cattedra di lingua italiana nell'Ateneo con un emolumento
di 600 franchi all'anno, che spera ancora d'aumentare; ha varie lezioni
particolari ed il sussidio: il tutto insieme monta a 200 franchi il
mese.» L'Uccellini confessa di dover molto allo Spada: fino al 2 ottobre
rimase con lui a Namur, poi il giorno dopo, anniversario del suo arresto
(cfr. p. 19) giunse a Bruxelles in casa di Nicola Fantini di Faenza,
«sempre accolto dai rifuggiti con segni della piú leale amicizia.» Si è
presentato al Lebeau, ministro degli esteri e presidente del consiglio,
che esaminati i suoi certificati ha promesso di parlare al ministro
della guerra per fargli avere la pensione, e all'Haumann «capo della
società letteraria belgica» per ottenere l'impiego promessogli.
Bruxelles gli piace e lo descrive, toccando delle cose che piú lo hanno
colpito, e fra esse le ferrovie, delle quali non aveva che un'idea
imperfetta: «Qui vi sono moltissimi rifuggiti, in gran parte piemontesi;
di Romagna non vi sono che io, Spada, Fantini, Bendandi, che io non ho
ancora visto perché allontanato da tutti: io frequento la casa di un
Conte, Colonnello, il signor Bianco, ove intervengono i migliori
rifuggiti.»
Il colonnello accennato dall'UCCELLINI è Carlo Angelo Bianco, morto
suicida il 9 maggio 1843; cfr. su lui il VANNUCCI, op. cit., vol. I, p.
323-327. Il ministro belga era GIUSEPPE LEBEAU (n. a Huy 1794, m. 1865)
avvocato e giornalista, membro del Congresso nazionale, che fu uno dei
creatori della Costituzione belga del '30, e fatto ministro degli esteri
ebbe una parte notevolissima negli avvenimenti posteriori fino a che nel
1840 fu chiamato a costituire il primo gabinetto liberale, che ebbe
corta durata.
LIII. Lett. 63ª, da Mons, 31 dicembre 1840: Malgrado la protezione del
ministro Lebeau, del deputato Garcia e di altri, non ha avuto il
sussidio perché i fondi per i rifugiati sono esauriti: anche l'impiego a
lui promesso dall'Haumann è sparito: perciò non trovando a Bruxelles
occupazione, è venuto a Mons, dove non vi è alcuno che dia lezioni di
italiano e spera di far la fortuna di Spada. Ha già due lezioni in casa
Hennekinne e spera trovarne presto altre. Ha fatto domanda al
Borgomastro per essere autorizzato a dar lezione nell'Ateneo, e poiché
molti l'appoggiano spera di riuscire; ciò che sarà un gran passo. A Mons
è solo, non vi sono divertimenti, non italiani fuor che un lombardo,
mercante di incisioni che vi dimora da 18 anni, uomo duro e piú belgio
che italiano, e un chincagliere Cavalli che ancora non ha conosciuto.
Nonostante egli sta bene ed è contento.
LIV. Delle persone nominate in questo capitolo, notissimo è il DE
MERODE, pel quale è da vedere al cap. LIX; meno noti Franciade Fleurus
DUVIVIER di Rouen, n. 1794, ufficiale d'artiglieria nel 1814,
segnalatosi nelle spedizioni d'Algeria del 1828 e di Costantina del
1859, nominato comandante superiore del campo di Guelma nel 1839 e
generale di divisione nel 1848, anno della sua morte avvenuta per le
ferite toccategli reprimendo l'insurrezione di luglio; e il barone Carlo
Emanuele CHAZAL, generale belga, n. a Tarbes 1808, che prese parte
attiva alla rivoluzione belga del '30 e contribuí a salvare Anversa dal
bombardamento, entrò nel '31 nell'esercito col grado di colonnello, poi
fu fatto generale e aiutante di campo di re Leopoldo e nel 1844
naturalizzato belga: egli fu ministro della guerra in piú gabinetti e
oratore parlamentare di prim'ordine; pensionato nel 1873, viveva ancora
nel 1890.
L'ultima lettera che ci resti dell'Uccellini esule è la 64ª, dell'8
settembre 1843 da Mons alla sorella Vigilia; lettera per piú rispetti
singolare: «Che dire dei movimenti politici di cui mi date conto? noi ne
parliamo con una meraviglia inesprimibile, perché non comprendiamo
un'acca. Da qual fonte scaturiscono? qual ne è la base? quai sono i
mezzi d'azione? Niuno di noi, esaminando lo stato attuale d'Europa e
pesando il partito radicale esistente, trova modo di sciogliere tali
quesiti. La Gazzetta di Cologna li fa dipendere da un complotto creato
dai membri della Giovine Italia: ma noi non potiamo supporre che
gl'Italiani dopo le molte e triste lezioni ricevute dalle sette, abbiano
ancora fiducia in esse: converrebbe comporle di semidei, onde sperare di
tenerle occulte sino al momento opportuno dell'azione, e poi, ammettendo
anche che si abbia potuto sormontare tale difficoltà, si domanda:
Codesto complotto agisce isolatamente o con l'accordo del partito
radicale d'Europa? Se agisce da sé, quanto progetta è una vera utopia;
se agisce coll'intelligenza di tutto il partito che gli è omogeneo,
s'arroga un privilegio funesto e si dà la mannaia sui piedi. Supponendo
che il radicalismo si senta abbastanza forte per insorgere, sta forse
all'Italia il dar fuoco alla macchina? no, senza dubbio. Non havvi in
tutto il mondo che un paese, a cui tale iniziativa convenga, e questo
paese è Parigi. Un'altra Gazzetta ci fa sapere che il movimento è nato
in seguito ad una voce sparsasi dell'arrivo in Ancona di truppe
francesi. Il prestar fede ad una tal voce è dichiararsi insensato. E poi
qual magia ha in sé il nome francese per entusiasmare tanto gli
italiani? Credesi forse che la Francia sia in grado di soddisfare i vóti
de' liberali? vana credenza; il partito su cui questi possono contare è
estenuato dalle lotte sostenute col sistema vigente; ha d'uopo di lungo
riposo, e non vuole certamente far nuovi sforzi col pericolo inevitabile
di rovinar sé stesso senza poter giovare agli altri. Non parlo dei
radicali degli altri Stati, perché oltre che sono in peggior situazione
di quelli di Francia, non possono avere alcuna influenza diretta su
l'Italia. Una Gazzetta che ho sotto gli occhi annunzia che piú di 600
uomini, organizzati in bande ed armati da capo a piedi, hanno avuto uno
scontro con un corpo di carabinieri, il di cui capitano è stato ucciso,
alcuni dei suoi presi e fucilati: ma qual sarà la sorte di codesti
disperati, quando si troveranno a fronte di corpi piú numerosi,
disciplinati e sostenuti da cannoni? Chi verrà in loro aiuto? insomma
non si trova modo di disbrigare un tal fatto; perciò nella prima che mi
scriverete indicatemi quanto si vocifera sull'origine, sullo scopo e
sull'appoggio «di esso». Dopo ciò, parla del Dizionario portatile da lui
compilato e stampato in sei mesi, e ceduto all'editore Lenglumé,
«un'arpia che vuol tutto per niente»; accenna alle critiche del suo
Dizionario fatte in Ravenna dal Roatti; ha pronta una grammatica
francese per gli italiani, per la quale vorrebbe che gli trovassero in
patria un editore. Si rallegra che il Fanti sia stato fatto proposto del
Registro. Bendandi è maritato da un mese e si è stabilito a Namur, non
crede che adesso possa aiutar la famiglia perché non ha cicatrizzate
ancora le piaghe di tanti anni di miseria sofferta dal 1834 al 1842,
epoca in cui ebbe l'impiego di conduttore delle mercanzie nella Ferrovia
del sud. Spada è stato a Mons otto giorni: «abbiamo parlato a lungo
degli sconvolgimenti successi senza poter nulla intendere; è grasso,
grosso, e in buon arnese; è curioso: non sa piú dire una sola parola
ravegnana e mi ha di continuo parlato francese». Quanto al proprio
stato, l'Uccellini non ha ancora ottenuto il sussidio piú volte
richiesto; Spada gli ha dato speranza di ottenergli un posto
nell'uffizio di uno spedizioniere a Charleroi. «Compiango tanti buoni
amici che il torrente politico strascina in un abisso di disgrazie».
LVII. Al card. FRANCESCO SAVERIO MASSIMO succedette, come ministro dei
lavori pubblici, il 16 gennaio 1848 monsignor GIOVANNI RUSCONI; il 12
febbraio questi rinunziò e in suo luogo fu chiamato l'avv. FRANCESCO
STURBINETTI; il quale passò il 10 marzo al ministero di grazia e
giustizia ed ebbe per successore ai lavori pubblici MARCO MINGHETTI.
LVIII. Intorno ai fatti accennati in questo capitolo, oltre gli storici
in generale e i giornali del tempo, è da vedere il libro, pienissimo di
notizie, di R. GIOVAGNOLI, -Ciceruacchio e Don Pirlone-, vol. I, Roma
1895.
LX. L. C. FARINI, -Lo Stato romano-, lib. III, cap. XIV parla della
propria commissione a Bologna nell'agosto 1848 per sedare l'anarchia; il
suo biografo G. BADIALI (-L. C. Farini-, Ravenna, 1878, pag. 103) è il
solo che accenni al complotto ordito a Roma per assassinarlo: gliene
parlò l'UCCELLINI, il quale non si vantò mai, dopo il 1860, quando
sarebbe stato cosí proficuo!, di avere stornato dal capo del Farini un
sí grave pericolo.
Gli onori funebri al conte Tullo Rasponi furono il 9 ottobre 1847 e li
diresse Giovanni Montanari; come si rileva da alcune Note mss.
dell'Uccellini.
LXI. Il Consiglio Comunale di Ravenna, con deliberazione del 5 ottobre
1848 «in seguito ad opportuno avviso di concorso e sopra 9
concorrenti.... a maggiorità di voti elesse e nominò Protocolista ed
Indicista Comunale il sig. Primo Uccellini cogli obblighi e collo
stipendio di scudi 12 mensili, come all'anzidetto avviso di concorso»
(comunicazione di Francesco Miserocchi). Il fratello, accennato in
questo cap., è TERZO UCCELLINI, del quale resta vivente la sig. INES
UCCELLINI, che per la memoria dello zio patriota ha un culto vivissimo:
a lei dobbiamo il ritratto che adorna questo volume, ove auguriamo
ch'ella possa rileggere per molti anni ancora i ricordi cari al suo
cuore.
FRANCESCO LOVATELLI meriterebbe un biografo, che ne mettesse in luce le
benemerenze e la condotta politica: morí assassinato nel 1856; cfr. P.
D. PASOLINI, -Gius. Pasolini-, p. 520.
ANTONIO MONGHINI ravennate, deputato all'Assemblea costituente nel 1849,
fu dopo il '60 direttore della Banca nazionale in patria e console di
Turchia; nel 1865 si attentò alla sua vita, non si sa se per vendetta
privata o settaria; morí in Firenze nel 1875 e fu portato a seppellire
nella sua villa di Gambellara.--Sulla parte dei ravennati in «quella
camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa» contro la Repubblica
sono preziose informazioni nel cit. libro del PASOLINI, cap. VIII.
LXII. Poco si sa di questa fuga dell'arcivescovo FALCONIERI (cfr. la
nota a pag. 191) a Venezia: nelle cit. Note mss. l'autore registra sotto
la data dell'11 aprile 1849 un indirizzo del Capitolo a Falconieri
profugo a Venezia».
LXIII. La festa patriottica celebrata in Ravenna il 15 febbraio 1849 e
quella del 19 nel sobborgo di Porta Sisi sono descritte nel -Diario
ravennate per l'a. 1871-, Ravenna, tip. Angeletti 1870, p. 21-24; ma ivi
non si accenna alla donna che coronò il fusto dell'albero: è facile però
riconoscere in lei la vedova di Gaetano Rambelli giustiziato nel 1828
(cfr. pp. 24, 188) e madre di Epaminonda giustiziato nel 1854 (cfr. p.
246): essa era Antonia Mazzotti e morí in Ravenna nel 1880 di 73 anni.
LXVI. Della gloriosa ritirata di Garibaldi da Roma nel 1849, ha scritto
la storia, seguendolo di luogo in luogo, giorno per giorno, sino a San
Marino e al Cesenatico, il prof. RAFFAELE BELLUZZI; e il suo lavoro sarà
prossimamente pubblicato in questa -Biblioteca-. Nella quale ci
proponiamo di dare anche la storia documentata dello scampo di Garibaldi
per opera dei patrioti comacchiesi e ravennati, dallo sbarco a
Magnavacca sino al suo arrivo in Forlí: intanto, chi voglia conoscere
questi fatti, oltre il libretto dell'Uccellini citato nella prefazione,
può vedere: GIOACCHINO BONNET, -Lo sbarco di Garibaldi a Magnavacca,
episodio storico del 1849-, Bologna, Società tipografica Azzoguidi,
1887; PIETRO GRILLI, -Narrazione genuina e veritiera sullo sbarco di
Garibaldi, Anita, Ugo Bassi e Livraghi alla Pialazza, comune di
Comacchio-, Ravenna, tip. nazionale, 1891; PRIMO GIRONI, -Note
illustrative alla carta grafica del percorso da Garibaldi da Cesenatico
a Forlí, profugo nell'agosto 1849 dopo la ritirata di Roma-, Ravenna,
tip. Calderini, 1888; ID., -Appunti storici- (con l'-Elenco cronologico
dei salvatori di Garibaldi-) nel -Diario ravennate per l'a. 1885-,
Ravenna, tip. Alighieri, 1884, p. 27-29; SATURNINO MALAGOLA, -Epigrafi-,
Ravenna, tip. nazionale, 1883, sono sei epigrafi per i luoghi di fermata
di Garibaldi; ANONIMO, -Giuseppe Garibaldi profugo a Ravenna nell'agosto
1849-, Ravenna, tip. Calderini, 1884; PRIMO GIRONI, -Anita Garibaldi-
(-3ª ediz. riveduta-). -Cippo ad Anita e XXX anniversario della Società
operaia in Sant'Alberto di Ravenna-, Ravenna, tip. Ravegnana, 1896.
LXXI. Ecco il testo della sentenza qui ricordata:
SACRA CONSULTA.
-Nel dí 28 gennaro 1851.-
Il secondo turno del Supremo Tribunale adunato nelle solite stanze per
giudicare la causa Ravennate di piú titoli antipolitici contro GASPARE
SAPORETTI, e PRIMO UCCELLINI maggiori di età, adempite tutte le formole
di procedura, intese le conclusioni fiscali, e le ragioni del difensore,
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