settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era
annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia,
e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei
vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse
supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non
compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.
Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode,
capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di
quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.
Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio
merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale
quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a
pranzo nella sua villeggiatura.
Malgrado ciò i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale
Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli,
lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola,
alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi;
lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese,
prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio,
come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe
nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua
impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi
cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed
essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo,
affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una
soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo
appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi
sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io
stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva
giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si
desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni
solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma
spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in
vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli
acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto
della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne
spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il
danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori
di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur
mostra in qual conto tenevasi.
[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni
imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso
modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de
Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al
collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh con quanto piacere
vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete
rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali
dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera
della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza
fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna
pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un
sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.
Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento
dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi
accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano
sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles
mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da
Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma
[febbraio 1847].
[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i
poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi
mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio
concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo
spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo
amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se
ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia:
egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per
usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi
e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.
[LVII.] Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito,
Attilio Bonafè, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora
diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola
statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi
installato nel detto ministero nella qualità d'indicista.
Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo
dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un
tratto da un'apoplessia, cessò di vivere [11 gennaio 1848] senza avere
iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti [10 marzo], ma
la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso
per recarmi al mio paese natio, non ritornai piú a Roma.
[LVIII.] I tripudi e le esultanze ad onore di Pio IX nei 16 mesi che mi
trattenni nella capitale sono indescrivibili, e veramente mi
cominciavano a seccare. Io mi era introdotto nel Circolo popolare, in
cui ebbi l'incontro di fare molte conoscenze, tra le quali quella di
Ciceruacchio, che mi conduceva al Testaccio a mangiare la provatura.
Quale influenza egli avesse, ne ebbi una chiara prova nella sera del 29
aprile ['48], quando il popolo agglomerato, e che estendevasi lungo la
via del Corso, gridava ed urlava di farla finita coi preti. Ognuno sa
che questo furore proveniva dall'enciclica del Papa del 29 aprile, con
cui disdiceva la guerra del Veneto, le cui legioni egli stesso aveva
benedette per l'indipendenza d'Italia. Tutti i Circoli erano uniti in
quello del Commercio, posto nel centro del Corso, cioè dove i clamorosi
erano piú affollati. Mamiani lo presiedeva, ma non sapeva piú dove dar
la testa per far sparire il pericolo insorto. Sterbini ed altri
cittadini influenti si affacciarono al balcone, diressero al popolo
parole di moderazione e di concordia, ma furono solennemente fischiati.
«Si vada in cerca di Ciceruacchio», gridava Mamiani, che vedeva essere
l'unica sua àncora di salvezza. Finalmente egli arriva; Mamiani lo
assicura che si sarebbe a tutto riparato nel giorno veniente, e che
cerchi intanto di calmare gl'insorti e di far sí che rientrino nei loro
focolari. Egli raccoglie tosto intorno a sé i capi dei rioni, e il
desiderio di Mamiani fu appagato. Il timore che la disdetta del Papa
avesse cancellato dalle truppe italiane militanti nel Veneto quel
carattere legale che avevano e che gli Austriaci le riguardassero come
una ciurma di briganti, e come tali venissero da essi trattati, fu
l'impulso della sommossa; e resi persuasi che ciò non poteva nascere, si
arresero.
[LIX.] Invece di andare alle feste, che con immenso spreco di denaro si
reiteravano per Pio IX, visitava nelle ore libere gli eccelsi e sontuosi
monumenti di Roma. Un giorno presso il collegio dei Gesuiti mi abbattei
in un prete che rassomigliava al principe de Merode, mio scolaro a Mons;
mi fermai a guardarlo e dissi fra me: «Che perfetta rassomiglianza!», e
seguii il cammino. Un'altra volta lo fissai meglio, e sempre piú mi
sorpresi di trovar due volti cogli stessi lineamenti. La terza volta non
potei trattenermi dall'accostarmi a lui, e nel mentre che stava per
dirgli: «Scusi, signore», egli mi riconobbe e mi porse una carta da
visita, onde fossi andato la mattina seguente al suo domicilio. «Ma come
queste trasformazioni? gli dissi subito: Voi capitano, voi in credito
per sapere e valore, voi decorato di piú ordini, e che riteneva, che
foste già salito al grado di generale, voi divenuto prete?»--«Cosa
vuoi?, mi rispose, è morto mio padre ed ho risolto di abbandonare la
carriera militare per seguire la ecclesiastica, e sono ora nel collegio
dei Gesuiti: ti ringrazio delle lezioni d'italiano, che da te ebbi e che
oggi mi servono moltissimo». Dopo alcune parole lo lasciai, né piú lo
rividi, né cercai di vederlo, perché non si dicesse che avevo rapporti
coi Gesuiti, allora piú che mai odiati, e che l'affetto per Pio IX già
sperdevasi sensibilmente, né valse che Gioberti venisse a perorare per
lui a Roma. Pio IX, uomo di buon cuore, ma di poca mente, incerto,
titubante, non era in grado di dare allo Stato quell'avviamento che
esigeva allora.
[LX.] Il partito radicale aveva preso il sopravento: gli uomini piú
influenti ed energici di esso raccolti a Roma agivano con successo nel
senso dei loro principi e la strada dalla democrazia dischiusa
percorrevasi senza ostacoli. Il Rossi ciò non vide e fidandosi troppo
sopra sé stesso, sopra la fama del suo nome chiaro in tutta Italia e
altrove, cadde vittima della sua illusione nell'accettare la direzione
che stava sull'orlo del precipizio.
Io lasciai Roma alcuni mesi prima del luttuoso fatto di Rossi, e mi resi
a Bologna. Quivi pure lo scompiglio era al colmo: i facchini, padroni
della città, commettevano eccessi di ogni specie [agosto '48]. Il povero
Masina, buon giovane, di retti sensi, da loro sedotto li dirigeva; ma in
che modo? aderendo ai loro pravi desideri. Io mi recava la sera nel suo
ufficio composto di due stanze; la prima era ingombra di armi e di
munizioni, la seconda serviva di gabinetto particolare a Masina. Una
sera arrivarono da Roma due emissari, i quali chiesero un colloquio
segreto col medesimo; io che era rimasto nella prima camera venni
chiamato nella seconda e messo a parte del segreto: trattavasi
nientemeno che di uccidere il dottore Luigi Carlo Farini. Chiesto in
proposito il mio parere, dissi che era un danno immenso il privarsi di
un cittadino intelligente, dotato di nobili sensi, affezionato
all'Italia, e che d'altronde non sapeva quali colpe potessero
giustificare un tale eccesso. Gli emissari ben mi conoscevano, quindi
non potevano concepire sopra di me dubbio alcuno sfavorevole alla causa
democratica. Dopo varie spiegazioni, la cosa rimase irresoluta e la
proposta non ebbe effetto.
In Bologna ebbi la tristissima notizia della morte del conte Tullo
Rasponi, giovane caldo di patrio amore, e di una smisurata liberalità,
che per sovvenire ai bisogni altrui aveva posto in grave isconcerto le
proprie finanze. Egli fu vittima dello scatto del proprio archibugio
nelle valli di Comacchio, ove era a caccia; solennissimi onori funebri
gli vennero resi da ogni ceto di persone.
[LXI.] Giunto a Ravenna, avanzai tosto la domanda d'essere ammesso al
concorso dell'impiego di protocollista, rimasto vacante in Comune pel
decesso di Gordini, e mi fu conferito da una forte maggioranza [5
ottobre 1848]: cosí fui in grado di essere d'aiuto ad un fratello, esso
pure al servizio del Municipio nell'ufficio annonario, il quale essendo
maritato, con vari figli, aveva bisogno d'appoggio; ma la falce della
Parca li ha tutti mietuti, non riserbando che un rampollo di sesso
femminino. Da Roma ebbi incarico di costituire un Circolo popolare, alla
forma di quello che colà esisteva, e di dare un esteso sviluppo ai
principi democratici. Io non mancai di adempiere l'impresa assunta, e in
poco tempo contava piú di 200 persone d'ogni rango: esso venne eretto
nella sala e camere del teatro Alighieri, e presieduto da distinti
cittadini, quali erano il vecchio Andrea Garavini, il marchese Vincenzo
Cavalli, ed io ne fui il segretario insieme all'avvocato Giulio
Guerrini, Questo istituto fu molto utile al paese ed impedí la
rinnovazione degli eccessi che prima si lamentavano, perché innanzi al
Circolo si portavano le questioni le piú importanti, le quali si
scioglievano sempre secondo i dettami dell'equità e della giustizia. Se
ne brama un esempio? eccolo. Una sera si propose che fosse libero al
padre Gavazzi di tener concioni in Duomo sopra oggetti politici,
interamente estranei al luogo. Dopo alcuni vivi dibattimenti si risolse
che una deputazione, scelta nel Circolo, si rendesse immantinente presso
l'arcivescovo per consultarlo in proposito: se aderiva, la proposta
avesse esito; se no, si fosse scelto un altro luogo per le progettate
concioni. L'arcivescovo, come era da supporre, respinse la inchiesta, e
il Circolo dispose che il Gavazzi predicasse sulla ringhiera della
farmacia Montanari nella piazzetta dell'Aquila. Il Circolo, divenuto la
vera rappresentanza del paese, si occupò pure di proporre un deputato
alla Costituente di Roma [13 gennaio '49] e tutti i voti si rivolsero a
favore del conte Francesco Lovatelli, uomo di senno, di coraggio e di
sensi politici radicali, mentre sin dal 1832, come notammo, dirigeva la
Giovine Italia col titolo di corrispondente: ma non accolse la
candidatura offertagli, forse perché addetto a quella camarilla che
faceva pratiche a Gaeta col papa, perché si risolvesse a mantenere in
piedi lo Statuto, promettendogli che la repubblica sarebbe rimasta
incagliata. Invece di Lovatelli si propose Antonio Monghini, uomo di
qualche intelligenza in materie finanziarie, pronto e risoluto, ma di
niuna fede politica. La proposta del Circolo venne confermata dagli
elettori, e, come noi abbiamo già detto, egli proclamò la repubblica in
quell'illustre consesso; ma poco tempo dopo corse a Bologna dinanzi al
Papa, gli baciò con effusione d'animo i sacri piedi, pregando di essere
assolto dalle commesse prevaricazioni. Uomini di tal sorta è meglio
perderli che acquistarli, e Iddio l'ha chiamato a sé.
[LXII.] Malgrado la pace e l'ordine che regnava in paese, l'arcivescovo,
che non aveva ricevuto alcun motivo di lagnarsi, all'improvviso
abbandonò la sua sede arcivescovile e si trasse a Venezia. Si parlò di
un ratto concertato a suo danno, ed io, che avevo parte in ogni
faccenda, non ebbi mai di ciò sentore; eppure mi si volle fare un
addebito anche di quel fatto: io ho sempre ritenuto però che fosse un
raggiro di quei moderati, che di mal occhio vedevano la repubblica e
ritenevano che potesse esser loro dannosa per quella partecipazione che
erano astretti di avervi, e che volessero per tempo crearsi un possente
appoggio nel cardinale Falconieri; e di fatti nessuno di quelli che lo
aiutarono ad emigrare soffrirono il benché minimo disturbo quando il
papa riebbe i suoi domini.
[LXIII.] Questi moderati di molta influenza non si scossero punto alla
proclamazione della repubblica, e già si gridava come si potesse
rimanere indifferenti ad un sí grande avvenimento. Fu il Circolo che
stabilí in che modo si doveva solennizzare. Tutti quelli inscritti nel
ruolo del medesimo, seguiti dalla folla, si recarono colla banda
musicale nella strada ch'è dirimpetto alla carrara della Rotonda, e
nell'ampio possedimento del conte Ferdinando Rasponi si svelse sin dalle
radici un'alta pioppa cipressina, e guernita di ghirlande di fiori fu
traslocata tra suoni musicali, spari ed altre dimostrazioni di giubilo
in mezzo della Piazza maggiore, ove venne eretta [15 febbraio]. Bello fu
vedere la darsena del Candiano cogli alberi dei navigli messi a festa.
Il vecchio Garavini, che nel 1797 aveva piantato in Ravenna il primo
albero della libertà, gridava: «Scavate qui che troverete le radici di
quell'albero carbonizzate»; e cosí fu. Dopo la erezione
dell'albero,........., cui la tirannia papale aveva rapito il marito, e
vedremo che in breve le rapirà anche il figlio, unico suo conforto ed
appoggio, volle coronare il fusto dell'albero con una ricca fettuccia,
in segno della speranza di un migliore avvenire che le destava.
Illuminazioni durante la notte, danze, giubilo universale.
[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi
ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero
della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il
vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani
a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.
[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un
popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può
reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale
assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.
[LXVI.] Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le
gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano,
vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano
principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di
volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la
Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi
al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La
disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa
oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde sciolto il corpo che aveva
rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria
salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati,
pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte
lo circondavano [agosto '49].
[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente
austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio,
frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne,
delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro
eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della
famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella
sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione
si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge
stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque
teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non
avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi
appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di
salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La
perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che
tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi
narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un
certo Crescimbeni, mio compagno di carcere in Forte Urbano, che, dietro
denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu
tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse
dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di
detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di
Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di
morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la
commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se
ne risentirono per lungo tempo.
[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel
palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il
signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per
constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore
consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io
ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà
condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la
carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»
La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di
non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso
Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un
legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi:
cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta
conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella
villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un
camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e
uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe,
dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel
camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava
d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi,
cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi.
Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo
dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici
desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro
linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo:
mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco
come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi
sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di
vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla
legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse
che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era
affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono
di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti
che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato
quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli
sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo
un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al
palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di
un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega
per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste
delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il
mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con
espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in
un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli
oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che
potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi
nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo.
Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti;
indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro
che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma
divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente
quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione
con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di
Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera
l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un
istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si
raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non
s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe
l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di
eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo
ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci
fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»
[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco.
Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia
infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine
contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del
caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi
sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto
il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il
profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.»
Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò
essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del
rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di
seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio
amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta
che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi
colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli
dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica,
che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi
disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina
all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon
presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle
sue cortesie.»
Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli
per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi
a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da
non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a
mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in
cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di
rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso
alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e
mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora
questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a
servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando
austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla
legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava
che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la
mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.
Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri
quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma
avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi
pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello
di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio
di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il
rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni
venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano
già vari detenuti politici.
[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto
l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli
mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo
appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici
quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e
m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza,
ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con
loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un
altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e
quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi
convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i
quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando
ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di
segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane
dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni
aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo
piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un
buon pranzo: il vino, a spese comuni.
[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun
processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma
di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito:
uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla
aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri
di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere
servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne
assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran
finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si
poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo
governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale.
Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa
pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e
squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il
processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere
ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della
Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della
Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte
al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale
Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed
alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco
il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si
dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la
nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato
rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo
che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente:
vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario
di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato
al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che
rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai
ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il
popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la
nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del
consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno,
aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.
Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con
mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro
il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non
ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale
arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da
Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio,
ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso
di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di
merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di
scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida
a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi
in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di
rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la
corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era
in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a
visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar
profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo
albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle
fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che
avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i
sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se
nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con
cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei
appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo
fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico,
divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li
aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei
suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già
gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente
al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in
braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico
stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere
si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a
prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva
fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo
se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò
l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto;
ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò
qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri
vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un
comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata
insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.
[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri
Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che
fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due
finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel
mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel
largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana,
essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di
carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone
di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al
capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia
di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli
effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo
della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte;
il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni
fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si
agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un
capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi
di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel
miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli,
ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come
capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi
pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata
nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la
pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata,
e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una
fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde
nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter
riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e
pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di
carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno
perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti
di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle
che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente,
può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si
abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior
profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato
tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio,
e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere
che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli
piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in
modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri
beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende
a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le
carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri
di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di
giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei
detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono
pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal
suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di
rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che
ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo,
pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute
intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il
governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel
mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a
noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo
prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano
che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo
già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente
quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per
corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto
l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso
l'intromissione di una festa che interruppe il corso della
corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe
doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si
distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica
Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San
Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel
processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso
l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi
spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di
quanto gli occorreva.
[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne
l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa
Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo
collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone,
e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei
detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si
chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto
passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la
sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il
direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto
sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile.
Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità;
quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava
ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi
stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle
ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo,
che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello
stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci
era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo
di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che
si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del
vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della
Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi
feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che
si erano distinti in Roma nel '49.
[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere
che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto
nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso
mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua
riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava
presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il
Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur
troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un
confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e
di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva
dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava
sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai
accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo
camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come
potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti
gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in
un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era
compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati
di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel
corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio
della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che
vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di
Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che
costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti,
anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso,
perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú
intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e
copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad
Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era
concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi
appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo
consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque
interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché
si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli
portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre
Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.
[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si
risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena
inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e
dove era stato trasferito già il degno patriota.....
In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di
polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a
procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei
mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne
attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a
niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il
cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore
della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il
principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio
nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me
pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non
sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà
subito i buoni effetti del suo ricorso».--«Monsignore, le ripeto che non
mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune
settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in
casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra
Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi
nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece
intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe
seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un
bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di
abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui
divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe
calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o
della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí
assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle
che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.
[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi
discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di
delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco
sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da
letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi
si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del
luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che
io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi
occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un
altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la
latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di
raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è
un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono
di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra
in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte
anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione.
Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo
sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio
nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi
hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista».--«Ma, signore,
io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto
quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio
letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual
titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio
dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò
che si trattasse di oggetto politico.
In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato
zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni
affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi
non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare
utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a
costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di
pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con
una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che
fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva
a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità
apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che
dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come
assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire
nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri
apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una
naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che
essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.
[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi
il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva
scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in
vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia
guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena
libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il
vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non
presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi
rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.
Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza
che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui
ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato
durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò
l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: -appena vidi il sol
che ne fui privo-, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col
precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder
tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che
professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe
una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in
cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu
rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu
scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi
apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle
carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che
palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori
e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano:
ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è
convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un
affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi
malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo
l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di
fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di
costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e
della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi
escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859,
nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie
ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei
colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero
onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto
mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo
senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello
che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a
causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra
a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa
cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: -Viva
Vittorio Emanuele Re d'Italia-, e il carattere era di qualità nero e
rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi
fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani,
altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò
la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo
estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di
Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a
qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio
collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio,
e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi
arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando
discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio
assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non
poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per
migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il
proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma
dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione,
sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io
sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune
altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero.
Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva
perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio
per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni;
indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi
raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di
vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso,
e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per
favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però
meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone
lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice
scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai
affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria,
mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra
ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi
repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella
Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli,
Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di
vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle
società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a
favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo
Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59,
brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni
patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi
molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società;
ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle
prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo
italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi
malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società
repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai
dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale
voglio morire.
30 giugno 1877.
APPENDICE.
CINQUE MESI DI CARCERE NEL FORTE DI BORMIDA
I padroni d'Italia, come quelli di Francia
sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un
baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta
scavarono fosse profonde, e nell'angolo
piú oscuro di esse scrissero a caratteri
di fango «Pei seguaci della Libertà».
-Amico del Popolo-, N. 180.
-Sicut erat in principio et nunc....-
Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una
sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora
d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove
giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava
pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la
mia bibita--prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente
risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per
la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che
spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.
Ma l'uomo propone ed il destino dispone--quindi l'Arcangelo Gabriele che
aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti
Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino--là
mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se
avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai,
a lui mi rivolsi--già mi era alle calcagna--e gli dissi:
--In che posso favorirla?
--Abbia la compiacenza di venir meco.
--Sono ai suoi ordini.
Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al
fianco--e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello
della prigione.
Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite
da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del
mio arresto.
Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo
opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io
non sapeva concepirlo--come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal
quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio
applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza
perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché
l'aveva piú volte percorsa.
Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul
carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita
accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo--che guarda ed
esamina attentamente gli oggetti che tiene--che li sequestra, e li
consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.
Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il
portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi
sul tavolo d'ufficio--poi stesi le braccia in alto per agevolare al
carceriere l'adempimento del suo incarico.
Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole--al numero
otto--Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la
segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino--tirò
fuori le chiavi del numero indicato--e datomi sulle spalle il sacco di
paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo--e fatti
alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio
assegnatomi.
Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè
angusto, basso, umido--gettai il sacco lungo il muro di facciata alla
porta--diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che
penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole
tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal
caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un
lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro
davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera
mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci,
il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio--e da
ciò compresi che erano -cavalli vecchi---è questo il nome che i
carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo,
spinsi il sacco contro il muro--lo schiacciai colle ginocchie per
togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo--e mi vi distesi
sopra cosí abbigliato com'era.
Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente--quello dei congiunti
piú di ogni altro turbavami--ma seppi presto quietarlo, persuadendomi
che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi
tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, -se conosceva il motivo del
mio arresto---e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco--e
sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio
sforzo--sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli
arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio»--e
m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita
alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal
sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:
--Oh! un nuovo cavallo.
Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un
puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di
gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi
sensitivi dell'odorato--e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non
tardai a chiudere gli occhi al sonno.
Suonavano le quattro quando mi destai--e il giorno era abbastanza
avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro
camerati--essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto--e
potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida
tempra.
Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne
feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar
spazio--indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta
dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello
svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto--da ultimo
infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della
finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del
cappello--e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta.
Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero--e nel vedermi
installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma
mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi--forse
a causa dei panni che mi coprivano--forse anche perché i modi e i
lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro--e qui
bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel
giudicare dalle fisonomie.
Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si
rinnova di tre in tre ore--si opera sempre in presenza del capo o del
sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai
ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono
affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via
le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e
netto--poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto
ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.
Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in
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