Signore d’una morte dolce, e che abbia un so che d’obbligante, ordina di spargersi sopra il solajo una certa venenata polvere; che essendo leccata infallibilmente in venti e quattr’ore uccide: Ma per rendere giustizia all’estrema clemenza di Sua Maestà, e alle sollecitudini di tenerezza ch’ella ha per la vita de’suoi Suggetti, nel che sarebbe a desiderare che i Monarchi dell’-Europa- si compiacessero d’imitarla, è forza che io dica, che quando qualche Personaggio ha goduto del mortal onore di leccare un poco di questa polvere, ingiugne il Re gli ordini più precisi perchè il pavimento sia ben lavato: Che se i suoi Domestici non eseguiscono con esattezza i suoi ordini, sì espongono alla collera, e all’indignazione di lui. Io lo intesi, lui medesimo, a comandare che si scopasse un Paggio, a cui toccava d’avvertir coloro che dopo un’esecuzione il Solajo spazzar doveano, ma che per malizia l’avea trascurato: trascuranza che cagionò, che un giovane Signore di grand’espettazione, ammesso che fu all’Udienza restasse sgraziatamente attossicato; tutto che in quel tempo non avesse Sua Maestà il divisamento di farlo morire. Ma sì buono fu quel Monarca, che rimise al Paggio la pronunziata leggiera punizione, con la promessa che questi fece di guardarsi per altre volte da somiglianti sbagli, purchè non ne ricevesse un ordine preciso. Lusingomi che un tratto sì singolare di clementissimo procedimento, obbligherà il Leggitore a menarmi buona una tal digressione. Strisciato che mi ebbi perfino alla distanza di quattro verghe dal Trono, mi dirizzai ginocchione; e dopo d’aver battuta per sette volte colla mia fronte la terra, pronunziai le parole seguenti, tali che io aveale apprese la notte innanzi: -Ickpling Glofftrobb squutserumm blhiop Mlashnalt, zvvin, tnodbalkguffh slhiophad Gurdlubb Asth-. Questi si è il complimento prescritto dalle Leggi a tutti que’an l’onore di salutare il Re. Potrebbesi renderlo con questi termini Franzesi: -Puisse Votre Majeste Celeste vivre plus long-temt que le Soleil, onze Lunes & demie-; cioè: -Possa Vostra Celeste Maestà sopravvivere al Sole per undici Lune e mezzo-. Mi fece il Re una brieve risposta; alla quale, tutto che non ne comprendessi il senso, co’seguenti termini fattimisi imparar a memoria, io replicai: -Flust drin Yalerick Dvvuldom prastrad mirpush-; il che vuol dire: La mia lingua è nella bocca del mio Amico: e con ciò significar volli che io desiderava che il mio Interprete fosse introdotto. Se pe compiacque il Re; e pel mezzo di quest’Interprete, soddisfeci alle quistioni statemi proposte per lo spazio d’una buon’ora da Sua Maestà. Io parlava la favella di -Balnibarbi-, e il mio Interprete rendeva i miei discorsi in quella di -Luggnagg-. Non fu mediocre il piacere del Principe in questa spezie di conversazione; ed egli ordinò al suo -Bliffmarklub-, o gran Ciamberlano, d’aver cura che l’Interprete ed io fossimo alloggiati in Corte, e non mancassimo di cosa veruna. Fu di tre mesi il mio soggiorno in quel Paese; e ciò per compiacenza pel Re, il qual mostrava di desiderare che mi fermassi per lungo tempo, e che mi fece le più onorevoli esibizioni per ritenermi. Ma io credei che fosse più conforme alle regole della prudenza e della giustizia, il passare il rimanente de’miei giorni con la mia moglie, e co’miei Figliuoli. CAPITOLO X. Elogio de Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo suggetto. NON vi ha Nazione più colta e generosa quanto quella -de’Luggnaggiani-; e tutto che non sien eglino affatto esenti da quello spirito d’orgoglio che in quasi tutte l’Orientali Nazioni distinguesi; non ostante, generalmente parlando, non lasciano d’essere umanissimi a riguardo degli Stranieri, Buona sorte per me, che io godeva dell’intima amistà di molti Signori della Corte; cosicchè tenendo sempre al mio canto l’Interprete, non erano disaggradevoli i nostri trattenimenti. Un giorno, in un’assai numerosa ragunanza, mi ricercò una persona di qualità se veduto avessi qualcuno de’loro -Struldbruggs-, o sieno Immortali. Le risposi che nò: e mostrai di desiderar di sapere in qual senso si potesse applicare a una mortal Creatura un somigliante titolo. Replicò quel Signore; che tal volta, comechè di rado, nascean fra loro de’pargoletti con un marchio rossigno, e d’una circolar figura sopra la fronte, direttamente al di sopra della sinistra palpebra, il che era un segno infallibile d’immortalità. Aggiunse; che da principio era picciolissima questa macchia, ma che a misura del crescere del bambino, ella ingrandiva, ed eziandio di color cangiava: che da’dodici perfino a’venti e cinque anni d’età, ella era verde, poscia cerulea oscura; e sugli anni quaranta e cinque, nera come carbone; dopo di che, più non pativa cangiamento di sorta. Son sì rari, ei proseguiva, cotali nascimenti, che non credo che per tutto il Regno siavi una maggior somma di mille e cento -Struldbruggs- dell’uno e dell’altro sesso: Che simili produzioni non erano peculiari di certe Famiglie, bensì un puro effetto dell’accidente; e che i figliuoli degli -Struldbruggs- erano suggetti al cessar dal vivere, del pari che gli altri Mortali. Confesso che un tal racconto cagionò in me un piacere che non può esprimersi; e come venivami fatto da persona che intendeva il linguaggio di -Balnibarbi- ond’io parlava assai bene, ritenermi non potei da diverse esclamazinni alquanto, forse, stravaganti. Come rapito fuor di me stesso mi messi a gridare: O beato Popolo, ove ciascun pargoletto potè, per lo meno, nascere Immortale. O Nazione beata, innanzi agli occhi di cui son posti in o ostra tanti vivi esempi dell’antica Virtù; e che strigne nel propio seno de’Maestri pronti ad instruirla nella saggezza di tutti i secoli! Ma o mille e mille volte più beati ancora questi ammirabili -Struldbruggs-, che nascono immuni dal più spaventevole di tutti mali; e le cui anime dall’orribile terror della morte non sono continuamente agitate! Diedi indizi di qualche mio stupore di non aver veduto veruno di quegli Illustri Personaggi alla Corte; mercè che un marchio nero sopra la fronte ha in se qualche cosa d’assai notabile, perchè immediate non me ne fossi avveduto; e immaginandomi, d’altra parte, ch’era impossibile che Sua Maestà, come giudiziosissimo Principe, non ne avesse scelto un buon numero, per servirle di Consiglieri. Ma, continuava io, può essere che questi venerabili Saggi respirar non vogliano un’aria così corrotta come quella della Corte; oppure, che troppo non si badi a’loro consigli; come fra noi veggonsi de’Giovanastri troppo vivaci e troppo poco docili, per lasciarsi reggere dalla prudenza di qualche Vecchio: Che ne fosse in tal proposito; poichè permettevami talvolta il Re d’inchinarlo, io era risoluto di dichiarargli con libertà e stesamente, a primo incontro, il mio sentimento, con l’assistenza del mio Interprete; e fosse ch’egli ne profittasse o no, stava io d’intenzione di risegnarmi alle replicate offerte di Sua Maestà, e di passar i giorni che mi restavano, nel Paese di lei, affin di divenir più saggio, e di migliorar pel commerzio de’suoi Esseri superiori, onde venivami data contezza, se pure si compiacesser eglino d’accordarmi la loro civil Società. Il Gentiluomo, al quale io avea indiritto questo discorso, (essendo che, come già l’avvertì, ei parlava la favella di -Balnibarbi-) mi disse con quella sorta di sorriso che cava a forza la compassione che si ha per l’ignoranza; ch’ei gioiva, perchè vi si rinvenisse qualche cosa che fosse valevole a ritenermi fra loro; e che mi pregava di permettergli ch’egli spiegasse alla Compagnia ciò che testè io gli avea detto. Ei lo fece: e que’Signori disputarono qualche tempo insieme in loro lingua, senza che io ne intendessi neppur parola, nè che accorgermi potessi qual impression sopra loro fatta avesse il mio ragionamento. Dopo un silenzio d’alcuni instanti, il Signor medesimo mi dichiarò, che i suoi Amici ed i miei (furon questi i precisi suoi termini) stavano incantati dalle giudiziose riflessioni che io avea fatte sopra gli avvantaggi d’una vita immortale; e che desideravano che io palesassi loro in un modo alquanto specifico, a qual metodo di vivere appigliato mi sarei, se avuta avessi la buona sorte di nascere -Struldbrugg-. Io risposi, che non era cosa molto difficile d’essere eloquente sopra un sì bello, e sì ricco argomento; e in ispezieltà per me, che allo spesso mi era divertito in pensare cosa facessi, se fossi un Re, un generale, un gran Signore: Che quanto al caso proposto; più d’una volta io avea riflettuto sopra la maniera del passar il mio tempo se fossi assicurato di non aver a morire. Che se avessi avuta la fortuna di nascere -Struldbrugg-, immediate che conosciuto avessi l’eccesso della mia felicità, mi sarei a prima giunta valuto di qualunque mezzo per acquistare ricchezze: Che a forza d’industria e d’applicazione avrei potuto in men di due secoli divenir uno de’più opulenti Particolari del Regno: In secondo luogo; che fin dalla più fresca mia giovinezza, procurato avrei di perfezionarmi in tutte le Scienze, affin di superare, un giorno, in abilità, e sapere tutti gli uomini del Mondo: Finalmente, che io registrerei in iscritto con tutta la diligenza cadaun ragguardevole avvenimento, della cui verità io instruito ne fossi: Che senz’alcuna ombra di parzialità delinearei gli Caratteri de’Principi, e de’più rinomati Ministri di Stato, di Successori in Successori: Che distinguerei esattamente i diversi cangiamenti che accadessero nelle costumanze, nel linguaggio, nelle mode, e ne’divertimenti del mio Paese, e che con questi mezzi io mi lusingherei di costituire me stesso come in tesoro vivente di conoscenze, e di saggezza; e altresì come l’Oracolo della mia Nazione. Pervenuto che fossi a’sessant’anni d’età, diceva io in proseguendo il mio discorso, più non penserei ad ammogliarmi, ma praticherei, comechè con ritegno, le Leggi dell’Ospitalità. Mi terrei occupato nel formare lo spirito e il cuore d’alcuni Giovani di grande speranza, convincendogli con le mie osservazioni e con numerosi esempi, dell’utilità, e dell’eccellenza della Virtù: Ma sceglierei in miei compagni perpetui, degli Immortali al pari di me, fra quali sarebbevi una dozzina de più Anziani, che vorrei Amici di tutta intrinsichezza: Se taluni di questi non si trovassero in uno stato opulento, gli alloggerei in mia casa, ed alcuni ne terrei continuamente alla mia mensa; alla quale non sarebbe ammesso che un picciol numero di voi altri Mortali, che io risguarderei con l’occhio medesimo, come un uomo nel suo giardino risguarda l’annual successione de’Tulipani e de’Garofani: i fiori ch’ei vede l’allettano, per qualche tempo, ma non fanno ch’ei si prenda fastidio di quegli dell’anno innanzi. Gl’immortali miei Compagni ed io, cui comunicheremmo scambievolmente le nostre osservazioni, e studieremo sopra le differenti maniere con cui intrudesi nel Mondo la corruttela; affin di preservarne gli Uomini con sagge lezioni, e con l’Ascendente del nostro esempio; Rimedj, che, secondo tutte le apparenze, impedirebbono quella depravazione dell’umana Natura, di cui l’Età tutte, con tanto giusto motivo, si son querelate. A ciò il diletto aggiugnete di ammirare le più stupende Rivoluzioni di Stato; Città antichissime discioglientisi in ruine: oscuri Vlllagj divenenti Capitali d’Imperi; famose Riviere cambiate in meschini Ruscelli; l’Oceano che lascia un Paese a secco per ricoprirne un altro con le sue onde: le Scienze fondando la loro Sede in certe Regioni, ed alcuni secoli dopo, mostrando d’averle abbandonate per sempre. Allora sì che potrei promettermi di veder il giorno, in cui si rinvenisse la -Longitudine-, il -Moto Perpetuo-, e la -Medicina Universale-, ed eziandio molti altri bellissimi ritrovamenti. Quali magnifiche discoperte non sarebber le nostre in Astronomia, sopravvivendo alle più remote predizioni, ed osservando i periodici ritorni delle Comete, e tutto ciò che al movimento del Sole, della Luna, e delle Stelle, ha rapporto! Ciò non fu che l’Esordio. Il mio amor per la vita rendè assai più lunga la continuazione del mio discorso. Finito ch’ebbi spiegati che furono miei sentimenti, come prima, al resto della Compagnia, parlò questa fra se qualche tempo, e parvemi che a mie spese ridesse alquanto. Finalmente, il Gentiluomo medesimo che mi avea servito d’interprete, disse ch’egli era incaricato dagli altri Signori di farmi ravvedere d’alcuni errori, in cui l’ordinaria debolezza della Natura umana aveami fatto incorrere: Che quella razza di -Struldbruggs- era particolare del lor paese, giacchè non aveavene nel Regno di -Balnibarbi-, nè nell’Imperio del -Giapone-, ov’egli goduto avea dell’onore d’essere Ambasciadore di Sua Maestà, e che avea trovati i Naturali dell’uno e dell’altro sesso di quelle Regioni così increduli sull’articolo degli -Struldburggs-, come io stesso l’avea paruto: Che ne’due mentovati Imperj, ove per molto tempo gli avea sogiornato, la brama di lungamente vivere, era una brama universale: Che chiunque teneva un piede nella tomba, procurava al possibile di ritirare l’altro: Che il più decrepito speravavi di vivere ancora un giorno, e risguardava la morte come la più atroce di tutte le miserie: ma che nell’Isola di -Luggnagg- il desiderio della vita non era sì ardente, perchè di continuo si aveva dinanzi agli occhj l’esempio degli -Struldbruggs-. Che il propostomi metodo di vivere era ingiusto ed irragionevole, supponendo una eternità di giovinezza, di sanità e di vigore, che chi che sia, per quanto fosse pazzo, e stravagante in genere di voti, promettersi non saprebbe: Che per conseguenza, non si trattava di sapere se un uomo bramasse d’essere sempre giovane, e sempre felice; bensì com’egli passasse una vita senza fine, suggetta alle incomodità, che sono della vecchiaja il patrimonio ordinario. Mercè che, soggiugneva egli tutto che pochi uomini confessar volessero, che bramerebbero d’essere immortali anche a sì dure condizioni; osservai, non ostante, negl’lmperj di -Balnibarbi-, e del -Giapone-, che ognuno è sollecito di licenziare la morte per quanto tardi ella venga; e quasi mai non vidi esempj d’Uomini che morissero volontarj, se pure da eccessive afflizioni non vi sieno stati indotti. Ed io mi appello alla vostra coscienza, se ne’Paesi, ove viaggiato avete non vi sia accaduto di notare la cosa medesima. Dopo questa prefazione, ei s’introdusse in uno specificato racconto in proposito agli -Struldbruggs-. Disse ch’essi operavano come gli altri Uomini perfino all’età di trent’anni; dopo di che si ravvisava in loro una spezie di tristezza che aumentava di giorno in giorno, perfino agli anni ottanta: Ch’egli ciò sapeva a confessione stessa di loro; imperciocchè, come ciascun secolo non nel produce che due o tre di questa spezie, non è sufficiente un tal numero per fare una generale osservazione: Passati che anno gli ottant’anni d’età, il che per gli altri Abitanti di quel Paese è l’ultimo termine, non solamente soggiaccino a tutte le follie, e a tutte l’infermità degli altri Vecchj, ma eziandio a certi diffetti che nascono dalla terribile certezza della loro Immortalità. Non solo sono vani, ostinati, avari, di cattivo umore, e chiacchieroni, ma altresì sono incapaci interamente d’amicizia. Invidia ed impotenti desiderj sono le loro ordinarie passioni. Ma gli oggetti, contra de’quali in ispezieltà scatenasi la lor gelosia, sono i vizj de’Giovani, e la morte de’Vecchj. Col riflettere sopra i primi, si trovano esclusi insino dalla possibilità di poter gustare in verun tempo d’alcun piacere; e quando scorgono un mortorio, si querelano che altri sieno entrati in un Porto, ove essi medesimi non potranno mai pervenire. Di niente più si rammentano che di ciò che anno osservato ed appreso in lor gioventù; e quest’anche molto imperfettamente. E per quello concerne la certezza, o le particolarità di qualche avvenimento, può farsi più fondo sulle comuni Tradizioni, che sopra le migliori loro Memorie. I men miserabili fra quegli eterni Vecchioni son que’che an la sorte d’essere vaneggianti, e assolutamente smemoriati; poichè più non essendo impeciati di quelle pessime qualità che rendono odiosi gli altri, più agevolmente inclinasi ad aver compassione di loro, e a recar loro soccorso. Se uno -Struldbrugg- prende in isposa una Donna immortale come lui, non dee sussistere il maritaggio che perfino che il più giovane de’due sia pervenuto agli ottant’anni d’età, asserendo le nostre Leggi ch’è cosa giusta, che colui, il qual senza sua colpa e condannato alla pena di starsene eternamente sopra la terra, non sia costituito doppiamente sgraziato, per avere una moglie eterna. Immediate che ottant’anni essi contano, la Legge gli reputa come morti; i loro Eredi metton le mani sopra i loro Beni, se si eccettui una leggiera porzione che riserbasi pel loro mantenimento; e i poveri fra loro restano a carico del Pubalico. Dopo questo periodo, sono incapaci d’esercitar verun Posto; e in una Causa o civile, o criminale, non si ammettono per testimonj. Agli anni novanta, cascano loro gli capelli ed i denti; essi non saporano cosa veruna, ma mangiano e beono senz’appetito e senza gusto, e le loro ordinarie infermità camminano col solito passo senza crescere, nè sminuire. In parlando, dimenticano i nomi più comuni delle cose, del pari che quegli delle persone, quando pur queste fossero gli Amici loro più intimi, o i più prosimi loro Congiunti. Per la ragione medesima non potrebbono mai tenersi occupati nella lettura, perchè è sì poco ferma la loro memoria, che in una sola frase più non si ricordano del principio quando ne leggono il fine: Disgrazia, che dell’unico divertimento onde capaci sarebbono, gli tiene privi. Essendo il Linguaggio molto suggetto al cangiamento, gli -Struldbruggs- d’un secolo non intendono que’d’un altro; e superata che anno l’età di dugent’anni, sono inabili legar conversazione co’Vicini loro, gli Mortali; il che lor inferisce il discapito d’essere come Stranieri nella propria Patria. Fu questi per quanto posso rammentarmene, il racconto che il Gentiluomo mi fece in proposito agli -Struldbruggs-. Ne vidi poscia cinque o sei di differenti età, ma che il più giovane non era vecchio che di due secoli. Gustai pure di trattenermi alcune ore con due o tre di loro; ma tutto che si avesse lor detto che io era un gran Viaggiatore, e che io avea veduta la maggior parte della Terra, non ebber eglino la menoma curiosità di farmi quistione di sorta, e furon paghi di chiedermi uno -Slum Kudask-, o contrassegno di memoria il che è una onesta maniera di domandar la limosina, senza che la Legge, che il divieta, resti apertamente violata. Ognuno gli odia e gli dispregia; e la nascita d’uno d’essi, spacciasi per un funesto presagio. Il miglior modo di sapere la loro età si è, d’interrogargli di qual Re, o di qual Personaggio illustre si ricordino, e dopo ciò di consultarne la Storia; imperciocchè egli è certo, che quand’essi avevano ottant’anni, l’ultimo Principe, di cui conservata aveano la rimembranza, non avea per anche cominciato a regnare. Il loro aspetto è il più disgustoso di tutti gli spettacoli, e più che gli Uomini, recano orrore le loro Femmine. Oltra le difformità già troppo comuni a un’età decrepita, anno un non so che di particolar laidezza, che sempre aumenta cogli anni, e ch’è imposibile di descrivere. E a questo proposito vantar mi posso, che fra una mezza dozzina di -Struldbruggs- io distinsi a prima giunta il più vecchio, tutto che non vi fosse più che dugent’anni di differenza. Assai facilmente crederà il Leggitore che ciò che io aveva inteso; scemasse di molto in me la brama di viver sempre. M’arrossì delle stravaganti visioni nelle quali io era incappato; e restai persuaso che il Tiranno più barbaro durerebbe fatica ad inventare un genere di morte, a cui non mi contentassi di soggiacere, per dar fine ad un somigliante vivere. Fu riferito al Re tutto ciò che si era passato fra me e gli Amici miei su quest’articolo. Compiacquesi il Principe di farmi l’onore di motteggiarmene, dimandandomi se io gradissi di trasportare nel mio Paese un pajo di -Struldbruggs- per armare i miei Compatriotti, contra il terror della morte; ma sembra che ciò si proibisca dalle Leggi fondamentali del Regno; che senza questo, assai volontieri fatta avrei la spesa del trasferirgli. A confessar fui costretto che le Leggi di quella Nazione, per quello spetta a gli -Struldbruggs- erano fondate sopra solidissime ragioni; e tali, che qual siasi altro Paese sarebbe obbligato di adottarle, se nel suo seno somiglianti Uomini nutricasse. Altrimenti, come l’Avarizia è una passione in qualche modo essenziale alla Vecchiezza, diverrebbero quegl’Immortali, col tempo, possessori di tutti i Beni della Nazione, ed usurperebbero tutta l’Autorità; donde ne avverrebbe, che mancando di talenti per far un buon uso del potere che avessero fra le mani; il Governo, ond’essi sarebbono gli sostegni, ben presto sopra le sue fondamenta crollerebbe. CAPITOLO XI. L’Autore lascia Luggnagg, e va al Giapone: donde sopra un Vascello Ollandese si restituisce ad Amsterdam, e d’Amsterdam in Inghilterra. CRedei che questa narrazione degli -Strulbdruggs-, non fosse per riuscire spiacevole a’Leggitori, non rammentandomi di aver mai veduta qualche cosa di somigliante in alcun libro di Viaggj che siami caduto alle mani. Che se un tal tratto Storico non e sì nuovo per chi legge, come mel sono immaginato, trarrò la mia Apologia dalla necessità in cui si trovano que’Viaggiatori che descrivono un Paese medesimo, di raccontar le medesime particolarità, senza che per questo si possa accusargli d’essersi gli uni cogli altri ricopiati. Fra gli Abitanti di questo Regno, e i -Giaponesi-, si pratica un perpetuo commerzio; ed è probabilissimo, che gli Autori del -Gibone- potuto avrebbono somministrarmi alcuni lumi concernenti gli -Strulbdruggs-; ma sì brieve fu il mio soggiorno in quell’Imperio, e sì poco mi era cognita quella favella, che di chiedere o di ricevere qualche rischiaramento, impossibile mi riuscì. Ma mi lusingo che la lettura del mio Libro inspirerà in qualche -Ollandese- la curiosità d’accrescere su quest’argomento le informazioni. Il Re di -Luggnagg-, avendomi molte volte sollecitato d’accettar qualche impiego nella sua Corte, e trovandomi costantissimo nel disegno di ritornarmene alla mia Patria, mi accordò la partenza, e diedemi una Lettera di raccomandazione, scritta di suo propio pugno, per l’Imperador del -Giapone-. Mi regalò eziandio di quattro cento quaranta e quattro grosse monete d’oro, (amando assai quella Nazione i numeri pari,) e d’un Diamante che vendei in -Inghilterra- mille e Venti Ghinee. Il sei di Maggio 1709. presi solennemente congedo da Sua Maestà, e da tutti gli Amici miei. Ebbe la bontà quel Principe di comandare che un distaccamento di sua Guardia scortassemi fin a -Glanguenstald- ch’è un porto di Mare situato al -Libeccio- dell’Isola. Sei giorni dopo il mio arrivo, fuvi un Vascello lesto a levar l’ancora pel -Giapone-, e in quindici giorni quel tragitto facemmo. Prendemmo terra a una picciola Città marittima nominata -Xamoschi-, e posta allo -Scilocco-. Mostrai immediate agli Uffiziali della Dogana la Lettera del Re di -Luggnagg- per Sua Imperial maestà. Conoscevan eglino perfettamente bene il suggello di quel Monarca, ch’era della larghezza della palma della mia mano. Rappresentava questo suggello -un Re che levava di terra un Povero storpiato-. I Magistrati della Città instruiti che io avea una Lettera per l’Imperadore, mi riceverono come un Pubblico Ministro, e furon solleciti di provvedermi di Domestici per servirmi, e di Vetture pel trasporto del mio bagaglio a -Yedo-; ove fui introdotto all’udienza, e consegnai la mia Lettera, che con gran cerimonia si aprì, e spiegossi da un Interprete all’Imperadore, il qual Interprete mi disse per parte di Sua Maestà, che se io aveva ad umiliar qualche supplica, poteva io andar assicurato del buon accoglimento, in considerazione del Re di -Luggnagg-. Da molto tempo quest’Interprete era stato impiegato negli affari degli -Ollandesi-: facilmente ei si lasciò intendere che io era -Europeo-; e per tal ragione espresse in -ollandese-, ch’ei parlava a perfezione, ciò che l’Imperadore testè detto avea. Conformemente alla risoluzione che io ne avea presa, risposi d’essere un Mercatante d’-Ollanda- che avea fatto naufragio sulle spiagge d’un’assai rimota Regione; donde, in parte per Mare, e in parte per terra m’era renduto a -Luggnagg-, e quindi al -Giapone-, ove io sapeva, che i miei Nazionali spedivano sovente de’Vascelli; sopra un de’quali io avea sperato di ritornamene nell’-Europa-: Che per tal effetto umilissimamente io supplicava Sua Maestà di dar ordine che fossi condotto escortato fino a -Nangesac-: Che a questa grazia, per l’amore del Re di -Luggnagg- mio Signore, compiacessesi ella d’aggiugnerne un’altra; la qual era di dispensarmi dalla cerimonia imposta a’miei Compatriotti di -calcare co’piedi la Croce-; mercè che, non il disegno di fare qualche commerzio; bensì il mio infortunio, condotto aveami nel Paese di lei. Spiegata che fu quest’ultima richiesta all’Imperadore, ei parve alquanto sorpreso; e disse, che pensava che io fossi il primo de’miei Paesani, che in nessun tempo fatto abbia su quest’articolo qualche difficoltà; e che a dubitar cominciava che io fossi un -Ollandese-; ma che piuttosto io dava indizj, e sospetti d’essere un CRISTIANO. Che non ostante, per motivo delle mie allegate ragioni, e principalmente per amicizia pel Re di -Luggnagg-, egli si uniformerebbe alla -singolarità- del mio umore; ma che l’affare dovea essere maneggiato son gran destrezza, e che sarebbono comandati; suoi Uffiziali di lasciarmi passare come per inavvertenza. Colla voce del mio Interprete rendei mille grazie per un favore sì segnalato; e trovandosi allora in marcia per -Nangesac- alcune Truppe, l’Uffizial Comandante ebbe l’ordine di condurmivi, con alcune iastruzioni sopra l’affare della -Croce-. Dopo un assai lungo, e altresì più incomodo Viaggio, pervenni li 9. Giugno 1709. a -Nangesac-. Guari non istetti a far conoscenza con alcuni Marinaj -Olandesi- d’un Vascello nominato -Amboine-, di quattrocento e cinquanta botti. Molto tempo io era vissuto in -Olanda-, proseguendo i miei studi a -Leive-, e parlava assai bene in -Fiamingo-. Furono i Marinaj ben presto instruiti donde ultimamente venissi, ed ebbero la curiosità di chiedermi la Storia della mia vita, e le circostanze de’miei Viaggi. Feci loro un compendiato, probabile e poco sincero racconto. M’eran note molte persone in -Olanda-; e disagevole non mi riuscì d’inventare Nomi supposti per miei parenti, che dissi esser poveruomini della Provincia di -Gueldria-. Di buona volontà dato avrei al Capitano (che dicevasi -Teodoro Van Grult-) tutto ciò ch’egli mi avesse dimandato pel mio trasporto in -Ollanda-; ma intesa ch’egli ebbe la mia professione di Chirurgo, si contentò della metà del consueto Nolo, con patto che gli servissi in tal qualità per tutto il corso del Viaggio. Avanti d’imbarcarci, alcuni della Ciurma mi chiesero sovente se la Cerimonia da me mentovata, adempiuta avessi? Scansaimi dalla quistione con vaghe risposte, dicendo che io avea eseguito tutto ciò che mi era stato ingiunto dall’Imperadore. Con tutto questo; un furbo briccone di Marinajo rivoltosi a un Uffiziale, e mostrandomi a dito, si lasciò intendere che io non avea per anche -calcato il Crocefisso co’piedi-: ma l’Uffiziale, a cui era stato ingiunto di non darmisi fastidio di sorta, regalò il furfante d’una buona dose di bastonate, e di là innanzi non restai più esposto a somiglianti quistioni. Nulla accaddemi per tutto il Viaggio, che degno sia di veruna narrazione. Profitammo d’un buon vento in puppa perfino al -Capo di Buona Speranza-, dove d’acqua dolce ci provvedemmo. Ai sedici di Marzo 1710. calammo l’Ancora sani e salvi ad -Amsterdam-, non avendo perduti che tre Uomini di malattia, e un quarto, che vicino alle spiagge della Guinea era caduto in Mare dall’albero di Maestra. Dopo d’essermi fermato in -Amsterdam- alcuni giorni, m’imbarcai per -Inghilterra- sopra un picciolo Vascello che a questa Città apparteneva. A’dieci Aprile demmo a fondo alle -Dunes-. Il giorno dietro misi piede a terra, ed ebbi il piacere di riveder la mia Patria dopo un’assenza di cinqu’anni e mezzo. Fui in mia casa il giorno medesimo; e mia Moglie e i miei Figliuoli in buona consistenza ritrovai. Fine della Terza Parte. VIAGGIO AL PAESE DEGLI HOUYHNHNMS. PARTE QUARTA. CAPITOLO I. In qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo, il tiene sequestrato nella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese medesimo. Descrizione a’uno strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore. CInque mesi incirca soggiornai in mia casa con mia moglie, e co’miei figliuoli: e beato me, se saputo avessi far capitale della mia felicità: Lasciavi incinta la mia sposa, ed accettai un’offerta di mio gran vantaggio d’essere Capitano dell’-Arrisicato-, Vascello di Mercatanzia di trecento cinquanta botti; essendo che, io era molto perito nella navigazione: E perchè mi trovava assai infastidito dell’impiego di Chirurgo sul mare, (impiego tuttavia, onde io sì assolutamente non rinunziava che non fossi pronto a riassumerlo a tempo e luogo,) impegnai in questa figura un certo -Roberto Curefoy-, giovane di grande abilità nella sua Professione. Il secondo di Settembre 1710. mettemmo alla vela da -Portsmouth-, e il quattordici riscontrammo il Capitan -Pocock- indiritto al Porto di -Campeche- per tagliarvi legna del medesimo nome. Il sedici, una tempesta ci separò da lui, e al mio ritorno restai informato che’il suo Vascello era piombato a fondo; e che di tutta la sua Ciurma un solo mozzo dal naufragio scappò. Era un galantuomo e un bravo marinajo questo Capitano, ma un po troppo tenace nella sua opinione; ciò essendo stato l’unica cagione della perdita di lui, come il fu d’altri molti; posciacchè se egli avesse seguito il mio consiglio, a quest’ora forse il troverebbe, come me, sano, e salvo fra la sua famiglia. Tanti uomini mi furon rapiti dalla malignità delle febbri, che fui costretto di poggiare alle -Barbades-, per praticarvi nuove reclute: ma ripentirmi dovei ben presto della mia scelta; giacchè quasi tutti coloro che presi sopra il mio bordo, erano perduta. In venti cinque marinaj consisteva tutta la mia Ciurma; e ingiugnevami le mie commissioni di trafficare cogl’Indiani del -Mare d’Ostro-, e di procurare qualche nuova scoperta. Quegli sciaurati subornarono il resto de’miei, e tutti insieme, il disegno d’impadronirsi del mio Vascello formarono: disegno, che un bei mattino mandarono ad effetto, gettandosi all’improvviso nella mia camera, e legandomi mani e piedi, con minaccia di lanciarmi in mare al menomo segno di mia resistenza. Dissi loro che mi risegnava in prigioniero, e che la più compiuta sommessione io lor prometteva. Vollero essi che col giuramento io ratificassi una tal protesta; dopo di che mi slegarono, ma non già un braccio, che con una catena appiccarono al mio letto, appostando sul mio uscio un Archibusiere, con ordine di far fuoco sopra di me se dessi indizio di volere sciormi. Mi tennero provveduto del mio alimento, e s’incaricarono del governo del Vascello. Lor intenzione si era di corseggiare contra gli -Spagnoli-; ma non si potea ciò eseguire se non con un rinforzo d’uomini. Prima però di nulla imprendere, disegnavan eglino di smaltire le Mercatanzie della Nave, e poscia d’indirizzar la prua a -Madascar- per farvi delle reclute; essendo morti alcuni di loro dopo che a starmene in camera mi costrignevano. Questa spezie di carcere durò alcune settimane; nel cui termine, fecero commerzio cogl’-Indiani-, senza che io sapessi quale corsa prendessero; essendo io strettamente custodito, ed aspettando ad ogni momento che mandassero ad effetto la minaccia d’uccidermi, che regolarmente mi veniva fatta otto o dieci volte al giorno. Il 9. Maggio 1711. venne a vedermi un certo -Jacopo Vvelch-, e disse d’aver ordine di mettermi a terra. Tutto feci per muoverlo a compassione co’miei scongiuri; ma il tutto in vano; stendendo colui la sua barbarie persino a ricusarmi di palesar solamente il nome del nuovo lor Capitano. Eseguita ch’ebbe la sua commissione, egli e i suoi compagni mi forzarono di calarmi nel Caicco, permettendomi d’aver indosso il miglior vestito, di prender meco un picciolo fagotto di pannilini, ma non già arme di sorta, se eccettuisi la mia spada: furono eziandio così onesti che non visitarono le mie tasche, in cui tutto il mio dannajo, ed alcune altre cosuzze riposto io avea. Vogarono a un di presso per una lega, e di poi mi abbandonarono sulla spiaggia. Gli supplicai a mani giunte di dirmi in qual paese mi trovassi; ma mi protestarono tutti che sì poco il sapevano come me; ed aggiunsero, che il Capitano (com’essi il chiamavano) preso avea l’espediente, dopo d’essersi disbrigato delle merci, di mettermi a terra sul primolido che discoprissimo. Nel così dire, si staccarono da me, lasciandomi come per un addio l’avvertimento, che io non volea farmi sorprendere dalla marea, avrei fatto molto bene di non restarmene per lungo tempo in quel luogo. In sì spaventole costituzione, l’alto della spiaggia guadagnai, ove mi assisi per riposarmi alquanto, e per riflettere sul partito che io dovea prendere. Dopo una matura deliberazione, risolvetti d’internarmi nel Paese, di risegnarmi a’primi Selvaggi, che riscontrassi, e di ricomprar la mia vita coll’esibir loro alcuni manigli, alcuni anelli di rame, ed alcuni lavori di vetro, bagattelluzze, onde sempre in Viaggi di questa sorla si sta provveduto, e di cui per buona fortuna io tenevan indosso alquante. Vidi sul mio cammino un gran numero d’alberi che mi sembrarono produzioni della Natura non ravvisandosi verun ordine nella loro disposizione, molte praterie, e alcuni campi di vena. Me ne andava con molta circonspezione, temendo non mi si scoccasse qualche saetta o pel di dietro, o pe’fianchi. Sboccai ad una strada maestra, ove mi caddero sotto l’occhio molte tracce d’Uomini, alcune di Vacche, ma un assai più considerabile numero di Cavalli. Finalmente osservai in un campo differenti animali, ed uno o due della medesima spezie assisi fra gli Alberi. Eran eglino d’una figura assai difforme e più che straordinaria. Ne restai sbigottito alquanto; e per meglio considerargli, dietro una macchia mi nascosi. Avvicinatisi alcuni di loro al luogo ove io me ne stava ebbi l’opportunità di raffigurargli distintamente. Le loro teste, e i loro petti erano ricoperti di crini; avean essi le barbe a somiglianza de’Caproni; e il loro corpo, generalmente parlando, era del colore della pelle di bufalo. Io gli scorgeva a rampicarsi sopra grand’Alberi con tanta agilità, come potrebbe farlo uno scojattolo; mercè che aveano nerborute zampe che terminavano in uncinate punte. Facevano terribili salti, e correvano prodigiosamente veloci. Più che i maschj eran picciole le loro femmine; le cui poppe pendevan loro fra’piedi dinanzi, e incamminando radevan la terra. Di differenti colori erano i crini di quelle bestie d’amendue i fessi: bruni gli uni, rosi gli altri, quegli neri, gialli finalmente questi. A prender tutto, non so risovvenirmi d’aver veduto, in veruno de’miei Viaggj, Animali più nauseanti, nè più opposti al mio genio. Avendo dunque, anche troppo, soddisfatta la mia curiosità proseguì il mio cammino, lusingandomi che alla capanna di qualche -Indiano- ei mi guiderebbe. Tirati innanzi appena alcuni passi, diedi del naso in una di quelle creature or ora mentovate. Il sozzo mostro non aveami quasi scoperto, che misesi a fare molte morfie, in cui credei di figurare lo stupore di lui: ed accostatosi poscia a me, le sue zampe levò, senza che io sapessi se ciò egli facesse per malizia, o per semplice curiosità. Ma dubitando d’equivoco, die di mano alla spada, e lasciai gli andare una piattonata; imperocchè io non cercava di ferirlo, per timore che cotale violenta azione a riguardo d’una bestia che poteva lor appartenere, non irritasse gli Abitanti contra di me. Con tutto questo, riuscì il colpo non poco doloroso; perchè l’animale gettando strepitosi gridi prese la fuga, traendo fuori del vicino campo una quarantina di mostri della spezie stessa di lui, i quali d’assai mal occhio mi risguardarono. Temendo, non ostante, di qualche insulto, assicurai le spalle ad un albero, e mi feci largo con la mia spada; tutto che, per vero dire, non mi trovassi con l’intero mio comodo. In un imbroglio di questa fatta, qual non fu il mio stordimento; quando vidi quegli animali a mettersi in salvo a tutte gambe, e a lasciarmi proseguir il Viaggio con libertà, senza che possibil mi fosse di comprendere la cagione di cangiamento così improvviso? Ma girato il capo a sinistra, ravvisai un Cavallo che a piccioli passi se ne stava spasseggiando nel Campo; ed era questo Cavallo, che prima di me avevan eglino veduto, quello il quale, per quanto dappoi ne seppi, era il motivo della loro fuga. Parvemi il Cavallo alquanto sbigottito in guardandomi, ma rimessosi immediate dal suo spavento, considerò il mio volto con indizj manifesti di maraviglia: contemplò attentamente le mie mani e i miei piedi, e d’intorno al mio corpo molte volte girò. Continuar io volea la mia strada; ma egli me la serrò in traversandola; tutto che per altro, non avesse l’aria minaccevole, e che mi paresse non intenzionato di praticarmi la menoma soperchieria. Per alcuni minuti ce ne ristemmo amendue in cotale situazione; alla fine fui sì ardito di stendere la mano sopra il suo collo, con intenzione di vezzeggiarlo, servendomi di quella sorta di fischio e di parole ond’usano i Cozzoni, quando maneggiar vogliono un Cavallo straniero. Ma quell’animale parve sdegnare i miei blandimenti: essendo che crollò la testa, increspò le ciglia, e con la dritta gamba del dinanzi allontanò leggermente il mio braccio: dopo di che tre o quattro volte annitrì, ma in un modo sì straordinario, che credetti ciò fosse una spezie di sua particolare favella. In questo mentre sopraggiugne un secondo Cavallo, il qual accostossi all’altro con un’aria disinvolta e civile, gli annitrisce alcuni suoni, che mi parvero articolati, e ne riceve una risposta del genere medesimo. Si scostarono d’alcuni passi ambidui, come se avessero voluto conferir insieme, spasseggiando avanti indietro l’uno a fianco dell’altro nella guisa stessa che è praticata da chi vuol liberare sopra un negozio importante; ma girando sovente gli sguardi verso di me, come per impedirmi il suggirmene. Non saprei esprimere la mia sorpresa nel veder operare somiglianti cose ad Animali bruti, e ne conchiusi, che se gli Abitanti del Paese dotati fossero d’un grado di ragione proporzionato a quell’ordinaria superiorità che anno gli Uomini sopra i Cavalli, conveniva necessariamente che fossero il più saggio Popolo della Terra. Una tal riflessione m’incoraggiò ad avanzar cammino, e suggerirmi il disegno di più non fermarmi, se trovata non avessi qualche Abitazione, o alcun Villaggio; o per lo meno, qualcuno de’Naturali del Paese. Piano piano già mi andava sottraendo; allorchè il primo de’due Cavalli, il qual era un Leardo ruotato, guatando il mio scampo si mise ad annitrire dietro di me con un tuono sì assoluto, che di capire ciò ch’ei dir volesse m’immaginai, e perciò me ne rivenni per attendere gli ordini di lui. Il meglio che seppi dissimulai il mio spavento; poichè, senza che io il giuri, il Leggitore crederà facilmente, che non poca potesse essere la mia pena nell’incertezza del fine d’una somigliante Avventura. Si fecero accosto di me i due Cavalli, risguardando con somma attenzione la mia faccia e le mie mani. Il Leardo, con l’unghia del piede dritto del dinanzi toccò il mio cappello da tutti i lati, e talmente lo scompose, che fui costretto di levarmelo per rassettarlo: Azione, che sembrommi gettar quel Cavallo, e il suo Compagno altresì (ch’era un bajo scuro) in un’ammirazione che non può esprimersi. Toccò quest’ultimo il lembo del mio vestito, e trovando ch’ei non faceva parte del mio corpo, palesò nuovi contrassegni di sua sorpresa. Le mie scarpe e le mie calze molto imbrogliarono entrambi, che aveanle esattissimamente disaminate, annitrendosi l’un con l’tro, e facendo molte gesta, che a quelle che fa un Filosofo, il qual procuri di spiegare qualche nuovo e difficile Fenomeno, non male rassomigliavano. Per dir brieve; mi parvero sì sagge e sì piene d’intelligenza le maniere tutte di quegli Animali, che conchiusi, che conveniva necessariamente che fosser due Stregoni così trasformati, e che vedendo uno Straniere, formato avessero il disegno di ricrearsi a mie spese; o che forse realmente fossero trasecolati della vista d’un Uomo sì diverso in vestimenta e in figura dagli Abitanti d’un Paese così rimoto. Questo bello e ben fondato ragionamento mi rendè ardito per tener loro il seguente discorso. Signori: se siete Stregoni, come è assai probabile, vi son congnite tutte le Lingue; e perciò prendomi la libertà di dire alle Signorie Vostre, che io sono uno sgraziato Inglese, gettato da’suoi infortunj sulle vostre spiagge. Priegovi per tanto di permettere che io monta sopra uno di voi due, come realmente fosse un Cavallo, e di portarmi a qualche abitazione, o a qualche Villaggio. Vi giuro che non obbligherete una persona ingrata; poichè regalerovvi di questo coltello e di questo braccialetto, (che in ciò dire tolsi dalla mia saccoccia.) Se ne stettero profondamente mutole nel frattempo che io parlava le due Creature, e manifestarono d’ascoltarmi con molta attenzione; e finito che io ebbi, l’una coll’altra parecchie volte annitrironsi; nè più nè meno, come se impegnate fossero in una seriosa conversazione. Osservai che il loro linguaggio esprimeva assai bene gli affetti; e che i termini si potevano ridurre in Alfabeto, più agevolmente che que’de’-Chinesi-. Gli udì più fiate pronunziare la parola -Yahoo-; e comechè mi riuscisse impossibile d’indovinare ciò ch’ella significasse, pruovai, non ostante, in tempo che que’Signori se ne stavano in trattenimento, di profferirla ancor io. Subito che mi avvidi ch’essi tacevano, dissi ad alta voce -Yahoo-, imitando nel tempo stesso al possibile il nitrito d’un Cavallo; dal che non restarono ambidui mediocremente sorpresi; e il Leardo ripetè tre volte il vocabolo medesimo, come se avesse voluto instruirmi del vero accento; nel che lo imitai alla meglio, e trovai che ciascuna volta io pronunziava men male, non ostante che tuttavia fossi molto lontano dal punto di perfezione. Il Bajo scuro poscia saggiò la mia capacità a riguardo d’un secondo termine, la cui pronunziazione era molto disagevole; voglio dire quegli di -Houyhnhnm-. Non ci riuscì sì bene in questo come nell’altro; ma dopo due o tre esperimenti, la faccenda andò meglio, e i miei due Maestri parvero estremamente stupiti dell’abilità del loro Discepolo. Dopo alcuni altri discorsi, che per quanto ne conghietturai risguardavano me, i due Amici presero congedo un dall’altro: il Leardo fecimi segno che io camminassi innanzi a lui: nel che giudicai a proposito d’ubbidirgli, finchè una miglior guida trovata avessi. Quand’io andava troppo lentamente, ei mi gridava -Huhuum-. -Huhuum-. Indovinai il suo pensiero, e gli diedi ad intendere che io era stanco, e che possibile non mi riusciva di progredire: egli ebbe la bontà d’arrestarsi alquanto, perchè avessi l’agio di riposarmi. CAPITOLO II. Un Huyhnhnm guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Hoyhnhnms. E’l’Autore provveduto d’alimenti doppo d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese. TRE miglia in circa fatte avevamo, allorchè pervennimo ad una lunga fabbrica di legname, il cui tetto era basso e coperto di paglia. Cominciai quell’instante ad incoraggiarmi, e trassi dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, che per ordinario i Viaggiatori an sempre con esso loro, per farne a poche spese regali magnifici agl’-Indiani dell’America-. Trassi, dissi, dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, con la speranza di conciliarmi, per tal mezzo, l’affetto degli Abitatori di quella Casa. Che io entrassi il primo fecimi segno il Cavallo. L’eseguj, e mi trovai in un’assai propia stalla, ove non mancava nè rastrello, nè greppia. Vi stavano tre Cavalli, e due Giumenti che non mangiavano, ma taluno di essi se la passava sedendo su’suoi garetti; il che recommi un’estrema maraviglia, e questa si rinforzò, quando vidi gli altri impegnati nell’esercizio stesso, che da’nostri Palafrenieri è praticato nelle nostre stalle. Un somigliante spettacolo mi rassodò nel primo pensiero, che un Popolo capace di render colti fin a un tal segno de’bruti, non potea non essere il più saggio, e il più abile Popolo della Terra. Il Leardo ruotato entrò allora, e prevenne qualche mal termine che avrebbono potuto farmi gli altri: Anitrì loro in diversi tempi con un tuono d’autorità, e sempre n’ebbe le dovute risposte. Al di sopra di quella foggia d’Apartamento ove noi eravamo, aveavene altresì tre altri in un solo piano, a cui tre porte, l’une rimpetto all’altre, davan l’ingresso. Pel secondo Appartamento ci rendemmo alla porta del terzo, dove entrò solo il Caval Leardo, facendomi segno di quivi attenderlo. Ubbidj, e in aspettando, alestj i presenti pel padrone, e per la padrona della Casa. Consistevano questi presenti in due coltelli, in tre manigli di perle false, in un picciolo cannocchiale, e in un vezzo di vetro. Tre o quattro volte il Cavallo annitrì; ed io mi figurava d’intendere cadauna risposta pronunziata con voce umana; ma un nitrito altresì articolato, tutto che più sottile del suo, fu tutta la risposta ch’egli ebbe. Passavami per la mente che quell’abitazione appartenesse a qualche persona del primario carattere, giacchè vi voleano tante cerimonie per esservi ammesso: parendomi totalmente incredibile che un uomo di qualità da soli Cavalli servito fosse. Temei per un instante che i miei infortunj, e i miei patimenti non mi avessero offuscato il cervello: guardai d’intorno a me nella stanza ove io era stato lasciato solo, e la trovai come la prima, tutto che d’alquanto maggior propietà. Stroppicciami gli occhj molte volte; ma costantemente furono essi colpiti dagli oggetti medesimi. Le braccia e le coste mi bezzicai per isvegliarmi, con la lusinga che fosse un sogno tutto ciò che io vedeva; dopo di che fui costretto d’attribuire ogni cosa alla Magia. Ma nel forte di somiglianti mie riflessioni interrotto fui dall’arrivo del Leardo, che mi accennò di seguirlo nel terzo Appartamento; ove vidi una gentilissima Cavalla con due puledri, tutti e tre assisi sopra stuoje di paglia assai ben lavorate, e dell’ultimo buon gusto. Immediate che la Cavalla mia ravvisò levossi dalla sua stuoja, si mise accosto di me, e dal capo a’piedi disaminommi; esame, che terminò con una disprezzante occhiata, e rivoltasi poscia verso il Cavallo, intesi che sovente ripetevano entrambi il termine di -Yahoo-; termine, onde per anche io non ne comprendeva il significato, non ostante che fosse il primo che a pronunziare io appreso avessi; ma troppo non tardai a ben capirne il senso, avend’io pagata una tal cognizione con la più crudele di tutte le mortificazioni: Mercè che il Cavallo, facendomi cenno con la sua testa, e replicando il vocabolo -Hhuum-, -Hhuum-, nella guisa stessa che praticato avea in sul cammino; il che volea dire (come già lo spiegai) che seguirlo io dovessi; in una spezie di Corte, ove aveavi un’altra fabbrica in qualche distanza della Casa, mi condusse. In quella fabbrica dunque entrammo; e vi vidi tre di quelle detestabili Creature da me immediatamente riscontrate dopo il mio arrivo nel Paese, che si pascevano di radici, e della carne di alcuni Animali, che dappoi seppi ch’erano stati Asini, Cani, e Vacche morti di malattie. Con forti funi eran elleno legate tutte pel collo ad una trave, tenendo il lor mangiare fra l’ungie delle zampe d’innanzi. Il Padron Cavallo commandò ad uno de’suoi domestici, ch’era un Cavallo sauro, disciogliere la più grande di quelle bestie, e di condurla nel cortile di dietro. Vi fui condotto ancor io, e ciò col disegno di paragonarci insieme: il che il Padrone ed il servidore effettuarono con molta esattezza, ripetendo ambidui molte volte la parola -Yahoo-. Non saprei esprimere l’orrore e lo spavento che presemi, quando mi avvidi che l’abbominevole mostro aveva sembiante umano. Per vero dire, era più largo il suo ceffo, più schiacciato il naso, le labbra più grosse, e più fessa la bocca, che non l’anno d’ordinario gli -Europei-: ma cotale difformità scorgonsi nella maggior parte delle Selvagge Nazioni. I piedi d’avanti del -Yahoo- in nulla differivano dalle mie mani, se eccettuinsi l’unghie ch’erano più lunghe: come più irsuti, e più bruni erano gli piedi stessi. Aveavi la conformità medesima, e la medesima differenza fra’nostri piedi: ma i Cavalli non se ne accorsero, perchè i miei dalle scarpe e dalle calze erano ricoperti. La sola difficoltà che i due Cavalli tenea sospesi era, il vedere che il restante mio corpo non rassomigliasse per nulla affatto quello d’un -Yahoo-: disuguaglianza, onde io aveane la totale obbligazione a’miei vestiti, che per coloro riuscivano una cosa interamente nuova. Offrimmi il Sauro una radice, ch’ei teneva fra l’unghia del suo piede, e il suo pasturale: Io la presi: ma gustata avendola, con la più possibile civil maniera gliela rendei. Trasse egli dal canile del -Yahoo- un non so qual cibo che puzzava sì forte, che io girai la testa, facendo alquante sdegnose e nauseate morfie; il che appena egli osservò, che al -Yahoo- gettò il cibo, e fu questi con avidezza divorato da lui. Mi mostrò poscia un monticello di fieno, e un quartiere di biada; ma il capo crollai, manifestando che nè l’una, nè l’altra cosa servir mi potevano di nutritura. E per dirla schiettamente, cominciai allora a temere di morirmi di fame, se in alcuno della mia spezie non mi fossi abbattuto; Essendo che, per quello spetta a que’sozzi -Yahoos-, confessar deggio, che non ostante la cordial tenerezza che io professava allora alla Natura umana, non mi venne mai fatto di vedere un Essere, che per tutte le ragioni più mi disgustasse. Cosa più singolare si è, che tutto che ci avvezziamo a qualunque sorta d’animali, i soli -Yahoos- mi son paruti sempre più abbominevoli, a misura che più gli ho conosciuti. Il Padron Cavallo raffigurò abbastanza sulla mia faccia l’aversione che io aveva per quelle bestie; e per obbligarmi, rinviò il -Yahoo- nel suo canile. Dopo ciò: avvicinò alla sua bocca l’ungia del suo piede d’innanzi: dal che non ne restai mediocremente sorpreso, comechè il facesse in un modo assai agevole, e con un muovimento che mi sembrò perfettamente naturale. A questo primo segno ei ne aggiunse degli altri, affin di pregarmi di dargli a conoscere ciò che volentieri mangiato avrei; ma di fargli una risposta ch’ei potesse comprendere, totalmente impossibile mi riuscì. Standocene amendui in un tal imbroglio, passò una Vacca accosto accosto di noi. Io l’accennai col dito, e mostrai la voglia che io avea di mugnerla. Intesemi il Padron Cavallo; piochè ordinò ad una Cavalla, la qual era una delle fantesche dell’abitazione, di diserrar una stanza, ove aveavi molti vasi di terra, e di legno riempiuti di latte. Me ne offrii ella un buon boccaluzzo pieno, che in un solo fiato, e con un piacere indicibile, tracannai. Verso il mezzo giorno, vidi sopraggiugnere alla nostra Casa una spezie di Vettura tirata da quattro -Yahoos-. Adagiavasi in questa Vettura un Vecchio Cavallo, che avea la portatura d’un non so che di qualificato. Nello scendere, mise prima a terra i suoi piedi di dietro, avendo qualche impedimento nel suo piede sinistro d’avanti. Veniva egli a pranzo col nostro Cavallo, che il ricevette con sonore rimostranze d’amicizia. Mangiarono essi nel più bello Appartamento, e di vena bollita nel latte fu il secondo loro servito. Erano le lor mangiatoje situate in circolo nel mezzo della Stanza, e divise in compartimenti eguali; davante a cui eran eglino tutti assisi, avendo ciascheduno un fastello di paglia che serviva gli di sedile, o di tappetto. Nella guisa stessa delle mangiatoje era diviso il rastrello, dal che provenivane che cadaun Cavallo, e cadaun Giumento mangiava il peculiare suo fieno, e la sua composizione di vena e di latte, con molta decenza, e con molta regolarità. Mi ordinò il Caval Leardo di starmene accanto di lui; e per molto tempo quistionò sul mio proposito col suo Amico, per quanto conghietturar ne potei delle frequenti occhiate onde mi onorava il Forestiere, e della sollecita repetizione della parola -Yahoo-. Terminato il pranzo, il Padron Cavallo presemi in disparte; ed ora co’cenni, ed ora colle parole, chiaramente mi palesò la prima inquietudine, perchè io non avessi di mangiare. In loro lingua, -Hlunnk- significa vena. Due o tre fiate io pronunziai questo termine; imperocchè, non ostante che da principio non ne avessi voluto dopo una matura riflessione trovai che potea farne una spezie di pane; il qual rimescolato col latte, valuto mi avrebbe di nutrimento, finchè cogliessi l’opportunità di salvarmi in qualche Paese abitato da Uomini. Sul fatto stesso ordinò il Cavallo a una Giumenta bianca di recarmi in una sorta di tinozza una buona porzione di vena. Riscaldai al fuoco, il meglio che potei, questa vena, e ne strofinai le grana finattanto che la scorza, che procurai poscia di separarne, tolta ne fu: e susseguentemente la schiazziai fra due pietre; dal che formossene una spezie di pasta, che frammescolata coll’aqua, ed indi sectata al fuoco, mi tenne luogo di pane. A prima giunta mi parve insipido questo pane, tutto che in -Europa- sienvi molti Paesi, ove se ne mangia di somigliante. Ma poco a poco mi ci costumai; oltrechè, come non era questi il primo mio saggio di frugalità, non fu neppure il primo esperimento, onde mi rendei convinto che di poco la Natura si appaga. Ed è cosa assai notabile, che in tutto il tempo del mio soggiorno in quell’Isola, si mantenesse perfettissima, senza la menoma interruzione, la mia sanità. Veramente, procurai talvolta d’andar in busca di qualche Coniglio, o di prendere al laccio, fatto di crini di -Yahoos-, qualche uccello; e allo spesso rintracciai dell’erbe medicinali, che io facea bollire o che mangiava in insalata; e di tempo in tempo composi un poco di butiro, di cui poscia il siero io ne bevea. I primi giorni del mio arrivo mi sapeva male l’insipidezza, ma insensibilmente io mi avvezzai; osando di dire che l’uso frequente che noi ne facciamo ne’nostri pasti, è una corruttela del gusto, il qual dee la sua origine alla qualità che ha il sale di provocar al bere quegli medesimi che, senza questo, troppo berebbero; essendo che, non veggiamo, se eccettuisi l’Uomo, animale veruno che ne rimescoli ne’suoi alimenti: E per quanto tocca a me: lasciata ch’ebbi quelle Regione, vi volle un tempo assai considerabile, prima che potessi riaccostumarmivi. Ma eccone abbastanza sull’articolo della mia nutritura: articolo, su cui con ispecifica diffusione trattano quasi tutti gli Viaggiatori: come se chi gli legge fossevi personalmente interessato. Con tutto ciò: gli era necessità che parola ne facessi, per timore che non si pensasse, ch’era impossibile che per lo spazio di tre anni, in un tal Paese, e fra cotali Abitatori, alimenti trovar potessi. Arrivata la sera, il Padron Cavallo ordinò il luogo del mio dormire. Una picciola stalletta fu la mia stanza, lontana per sei verghe dalla Casa, e disgiunta dal Canile degli -Yahoos-. Quivi mi corcai sopra un poco di paglia, con cui io avuta avea l’attenzione di formarmene una maniera di letto. Mi valsero di coperte le mie vestimenta, e asserir posso che dormì perfettamente bene. Ma poco tempo dopo vi fui adagiato meglio come il Leggitore resterà instrutto a suo luogo; cioè, quando della mia foggia di vivere distintamente il ragguaglierò. CAPITOLO III. Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene da delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fu egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio. PRimaria mia applicazione si era ad apprendere la Lingua, che il mio Padrone (che così il chiamerò da quì innanzi,) i Figlivoli di lui, ed altresì i Domestici tutti della Casa, egualmente solleciti, faticavansi d’insegnarmi, riputando eglino come un prodigio, che un animale bruto esibisse tanti apparenti contrassegni di ragione. Io mostrava qualunque cosa col dito, e ne chiedeva il nome, che poscia si scriveva da me nel mio taccuino, quando mi trovava solo. Quanto all’accento m’ingegnava d’acchiapparlo, pregando que’della Casa di ripetere molte volte i termini medesimi: nel che un Cavallo sauro, il qual non era che un famiglio di stalla, fummi molto fruttuoso. Più che alcun’altra favella dell’-Europa- accostasi la favella loro alla -Tedesca-; ma l’è molto superiore in graziofità e in energia. L’Imperador -Carlo- V. fece la riflessione medesima allorchè disse; che se egli avesse dovuto parlare a’suoi Cavalli, non l’avrebbe fatto che in -Tedesco-. Furono sì grandi la curiosità e l’impazienza del mio Padrone, che impiegò egli molte ore del giorno ad instruirmene. Era persuaso, come poscia mel dichiarò, che io fossi un -Yahoo-: Ma ciò che egli comprendere non potea, era la mia docilità, la mia aria civile, e la mia propietà; caratteri onde verun degli -Yahoos- del Paese, dotato non era. Un’altra maraviglia impossibile a concepirsi da lui erano i miei vestiti; mercè che egli s’immaginava che formassero parte del mio Corpo, avendo io l’attenzione di non ispogliarmene mai se tutta la famiglia non si fosse ritirata: e di rivestirmene la mattina innanzi che alcuno si fosse alzato. Moriva di voglia il mio Padrone di sapere donde io venissi, come avessi acquistate le apparenze di ragione ch’egli scopriva in tutte le mie azioni, e d’intenderne le Storia della viva mia voce: il che lusingavasi che ben presto io fossi in istato d’effettuare, attesi i gran progressi che io ne avea già fatti, apprendendo e pronunziando i loro termini, e le loro frasi. Per recar qualche ajuto alla mia memoria, m’avvertì di far registro di tutti i vocaboli che io imparava, con la loro traduzione accanto. Di sì gran soccorso mi riuscì questo metodo, che alla fine la presenza stessa del mio Padrone non mi tenne impedito dallo scrivere in carta alcuni termini, e alcune maniere di discorrere. Stentai molto in ispiegargli ciò che io faceva; non avendo gli -Houyhnhnms- la menoma idea di tutto ciò che Libri, oppure Scritture, noi chiamamo. Nello spazio di dieci settimane fui capace d’intendere la maggior parte delle sue quistioni; e alcuni giorni dopo, di fargli passabilmente la risposta. Spasimava egli di brama che gli raccontassi da qual Regione distaccato mi fossi, e chi insegnato mi avesse ad imitare una Creatura ragionevole; a cagion che gli -Yahoos- (a’quali egli osservava che io esattamente era somigliante nella testa, nelle mani e nella faccia, ch’erano le sole parti del mio Corpo che visibili fossero,) eran fra loro’sempre passati per gli men disciplinabili di tutti gli Animali feroci. Risposigli, che io me ne veniva pel Mare da un assai rimoto luogo, con molte altre Creature della mia spezie, e in un gran Vascello incavato fatto di legne: Che i miei compagni mi aveano a forza messo su quella spiaggia, e mi vi aveano abbandonato. Non seguì che con estrema difficoltà, e con l’ajuto di molti segni che gli feci ciò comprendere. Ei ripigliò, che conveniva necessariamente che io m’ingannassi, o che gli dicessi -la cosa che non è-, (poichè in loro Lingua non anno termine di sorta per ispiegare ciò che noi chiamamo falsità o menzogna.) Io so, continuò egli, ch’è impossibile che siavi un Paese di là dal Mare, o che una truppa di bruti sia capace di condurre in sull’acqua un Vascello di legno: Niuno -Houyhnhnm- al Mondo 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000