sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere, un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia, essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero di aguglie, e di spilletti, i più minuti de’quali erano lunghi un piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio. Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità, e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto, avea appartenuto a un Palafreniere di -Glumdalclitch-, a cui uno stolido Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di lunghezza, e quattro pollici di diametro. Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi in -Inghilterra-. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità, rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo; fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e che penserei a quanto egli mi diceva. Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello. Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla tavola di lui, tale che un Abitante di -Brobdingnag- fatta l’avrebbe, se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto, protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale scherzo venne in iscena la comparazione di -Fetonte-, per vero dire, troppo naturale, perchè egli la risparmiasse. Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano, e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle -Dunes-; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo l’aver lasciato -Lorbrulgrud-. Offrì al Capitano di lasciargli in pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo: ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in mia casa, quando si trovasse a -Londra-; Noleggiai un Cavallo, e una Guida, per prezzo, e somma di cinque -schelini-, presi a prestito dal Capitano. In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi, de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto nell’Imperio di -Lilliput-. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle querele, tutto che fosse involontaria. Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei, immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata, accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia. Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea; cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben presto potran vederlo. Fine della Seconda Parte, e del Tomo Prima. VIAGGI DEL CAPITANO LEMUEL GULLIVER Tomo Secondo. PARTE TERZA, Contenente il Viaggio di Laputa, Balnibardi, Glubbdubdribb, Luggnagg, e del Giapone. VIAGGIO DI LAPUTA, di BAUNIBARBI, di Lugnagh, di Glubbdubdribb, e del Giapone. Parte Terza. CAPITOLO I. Imprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo. L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa. DIeci giorni appena erano scorsi dopo il mio ritorno, che un tale -Guglielmo Robinson-, Capitan Comandante della -Speranza-, ch’era un Vascello di trecento botti, fu a visitarmi in mia casa. Era io già stato Chirurgo d’un altro Vascello che appartenevagli, e su cui fatto avevamo di buoni compagnia un altro Viaggio al -Levante-. Anzi che in basso Uffiziale, ei sempre in Fratello trattato aveami; ed inteso il mio ritorno, per motivo d’amizizia, a quel che io ne pensava, venne a riabbracciarmi; versata essendo in soli consueti complimenti, dopo una lunga assenza, la nostra conversazione. Ma dopo di avermi molte volte reiterate le sue visite, espresso il suo giubilo per rinvenirmi salvo e sano, e richiesto se pel resto della mia vita al viaggiare rinunziato avessi, mi palesò la sua intenzione di mettersi fra due mesi un’altra volta in Mare per l’-Indie Orientali-; e di compiacer mi d’essere suo Chirurgo di Nave mi pregò. -Emmi ben noto-, ei soggiunse, che l’offerta d’un somigliante impiego più non vi conviene; ma l’esibirvi, oltra i due ordinarj Ajutanti, un Cerusico subalterno, una doria paga, e la mia parola di rapportarmi a’vostri consiglj come foste un altro me stesso, forse accettabile potrebbe renderla. Molte altre cose mi disse, e tutte obbliganti; e d’altra parte, io li conosceva per un galantuomo tale, che non mi bastò l’animo di ributtare il suo progetto. Il furore, onde mi trovava ingombro, di veder nuovi mondi, (a dispetto di tutte le traversie attrattemi dalla propia curiosità,) più che mai continuava in me violento: l’unica difficoltà consisteva nell‘opposizion della moglie; la quale, alla fine, rimasta persuasa dagli oggetti de’vantaggj che a’nostri figliuoli risultar ne potevano, mi accordò il propio consentimento. Partimmo dunque nel 5. d’-Agosto- 1706., e arrivammo al Forte di -San Giorgio- gli undici d’Aprile 1707., ove a cagione di molte infermità sopravvenute sul nostro Bastimento, di fermarci tre settimane fummo costretti. Quindi pel -Tunchino- vela facemmo, nella qual Regione per qualche tempo il Capitano deliberato avea di restarsene; escendo che, molte delle Mercanzie di suo disegno non eran leste, e non potevan esserlo che per alcuni Mesi. Con la lusinga per tanto di rifarcirsi delle spese della dimora, fece compra d’una picciola Barca; che caricata di molti generi di merci di buono smaltimento presso gli -Tunchinesi-, egli armò di quattordici uomini, compresivi tre Naturali del Paese, dandone a me il comando; con facoltà, per lo spazio di due mesi che gli affari di lui obbligavanlo di trattenersi a -Tunchino-, di poter praticare qualunque traffico. Non vi avea che tre giorni da che in mare ci eravamo posti, che insorse una furiosa burrasca, la qual per cinque dì continui portossi al Greco Tramontana, e di poi al Levante; dopo di che con un buon fresco di Ponente, avemmo bel tempo. Sul duodecimo giorno fummo cacciati da due Corsali, che ben presto raggiunti ci fecero loro preda; non potendo noi, pel poco numero, metterci in qualche stato di difesa; ed essendo troppo carica la Barca, per isperare, con lo sforzo delle vele, di sottrarci. Nell’instante stesso ci abbordarono i due Corsali, e alla testa delle loro genti si gettarono nella nostra coperta: ma trovatici, secondo l’ordine che io ne avea dato, tutti prostesi, furon paghi di bel legarci, e comandato poscia ad alcuni di lor truppa di far di noi buona guardia, si misero a fiutare quanto vi avea nella Barca. Fra coloro mi venne fatto d’osservare un Fiamingo, che facea mostra di qualche autorità, tutto che non fosse Comandante di veruno de’due Vascelli. Al nostro portamento, e alla nostra vestitura ei per -Inglesi- ci riconobbe; e parlandoci in sua favella, giurò che legati a schiena con ischiena, lanciati in mare saremmo. Passabilmente io parlava il -Fiamingo-. Dissigli chi noi eravamo; e il pregai pel comune nostro carattere di Cristiani, di voler maneggiarsi a nostro favore presso il suo Capitano. Non servì la supplica che a vie più irritarlo, e che a rinforzare le sue minacce: rivoltosi ei poscia a’suoi compagni, con molta veemenza parlò loro in -Giaponese-: sovente, a quel che ne penso, valendosi del termine di Cristiani. Il maggiore de’due Corsali Vascelli, era comandato da un -Giaponese- Capitano, il qual parlava, comechè assai male, qualche poco -Fiamingo-. Si fece egli accosto di me, e dopo quistioni diverse, ond’io con somma umiltà soddisfeci, disse che noi non faremmo morti. Una profondissima riverenza fu la mia risposta, e al -Fiamingo- di poi indirizzatomi, mi lagnai di rinvenire più compassione in un Pagano, che in lui stesso, professore del Cristianesimo. Guari però non istetti a ripentirmi della mia imprudenza; mercè che quel tristo, intentato avendo, benchè invano, molte volte di persuadere entrambi i Capitani di farmi gettar in mare, (il che dopo la promession loro di salvarmi la vita, accordargli essi non vollero,) potè; non ostante, ottener da loro, che io fossi punito con una sorta di pena, più spietata della morte medesima. I miei uomini stribuiti furono su i due Vascelli; ed i Pirati incaricarono alcuni de’loro Marinaj di navigar la mia Barca. Quanto alla mia speziale persona; si decretò che io fossi posto in una picciola barchetta con remi, vela, e provvisioni per quattro giorni, (che furono raddoppiate dalla bontà del Capitan -Giaponese-,) e di poi abbandonato alla discrezione de’flutti. Calai dunque nella barchetta, regalato dal buon -Fiamingo- di tutti i termini più ingiuriosi, che il materno suo linguaggio suggerir gli poteva. Un’ora, o circa, innanzi che i Corsali ravvisati avessi, io avea presa altezza, e avea trovato d’essere a’quaranta a sei gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cento ottanta e tre di Longitudine. Staccato che alquanto fui da’Pirati, col vantaggio del mio Cannocchiale, alcune Isole dalla parte di Scilocco discoprj. Con l’intenzione di guadagnare la più vicina, il che credetti dovermi riuscire in tre ore, alzai la vela, e pervenutovi, non vidi che un ammassamento di picciole roccie fu cui di molte uova di uccelli tennimi provveduto: ed avendo accesi col battifuoco alcuni bronchi, e alcun’erbe inarridite, arrostì l’uova medesime. Fu questa tutta la mia cena; volendo io, al possibile, risparmiare le poche mie vittuaglie. Passai la notte al coperto d’una rupe con pochi strepiti sotto al mio capo, ed assai bene dormì. Il giorno dietro guadagnai un’altra Isola, e quindi una terza, e susseguentemente una quarta, servendomi or della vela, or de’remi. Ma perchè il Leggitore stancato non resti da circostanze poco interessanti, solo dirò che nel dì quinto arrivai all’ultima dell’Isole discoperte, situata allo Scilocco-Levante della prima. Più discosta di quello che io ne pensava era quest’Isola, essendosi da me consumate cinque ore e più, prima d’abbordarvi: Girai la poca men che tutta, innanzi di trovarvi un luogo allo sbarco assai propio, ch’era un picciolo seno, tre volte più largo della mia barchetta. Tutto pietroso mi apparve il terreno dell’Isola, comechè quà e là di molti cespi seminato. Tolsi dal picciolo mio Vascello le poche mie provvisioni; e dopo di essermi refiziato con un leggerissimo pranzo, messi gli avvanzi in una caverna, onde l’Isola n’era piena. Raccolsi una buona quantità d’uova e di sterpi, per farne e dell’une, e degli altri quell’uso stesso, che la sera innanzi fatto io già ne avea; mercè che io teneva meco una focaja, un fucile, della miccia, ed un cristallo ustorio. Nella caverna stessa, ove stavano riposte le mie vittuaglie, passai l’intera notte; e gli stessi bronchi che mi serviva no di legna da fuoco, di letto eziandio mi valeano. Non fu possibile che le barbare mie inquietudini, neppur per un instante, mi lasciassero chiuder gli occhi. Andava io riflettendo che un luogo tale ove io mi trovava, diserto ed arido, non potesse presentarmi che una morte sicura; cosicchè fortemente oppresso dalla tristezza de’miei pensieri, cuor non ebbi di levarmi, e non uscì della caverna che molte ore dopo del giorno. Spasseggiai qualche tempo fra quelle roccie: assai sereno era il Cielo, e cosi servido il Sole che fissarmivi non potei: quando all’improvviso oscurossi quest’Astro, a quel che mi sembrava, in un modo onninamente diverso, che allorchè il ricuopre una nuvola. Girai la faccia, e vidi fra me ed il Sole un opaco gran Corpo, che si accostava alla mia Isola. Pareami questo Corpo all’altezza di due miglia; e per lo spazio di sei minuti o sette, ei mi levò del Sole la vista. Non badai che nell’intervallo fosse l’aria molto più fredda, o molto più ottenebrato il Cielo, come me ne stessi all’ombra d’un alto monte. Continuando il Corpo sempre ad avvicinarsi, ravvisai ch’egli era una solida sostanza, e ch’era molto piana la parte sua inferiore. Me ne stava allora sopra un’eminenza discosta dalla spiaggia per dugento Verghe, (-misura del braccio Inglese-) e a un di presso per un miglio d’Inghilterra dal mentovato Corpo. Diedi di mano al mio cannocchiale; e distintamente raffigurar non potei molti uomini muoventisi sopra le coste di quel nuovo Pianetta, ma ciò che facesser eglino, non mi riuscì di disscernere. L’amor della vita che sì di rado ci abbandona, eccitò in me non so quali sentimenti di gioja, e concepì qualche speranza di liberarmi in qualunque modo dalla spaventevole situazione in cui mi trovava: ma molto disagevole mi sarebbe di esprimere qual si fosse in un tempo stesso il mio stordimento, di scorgere nell’aria un’Isola abitata da uomini; i quali, (per quanto parer mi poteva) aveano la facoltà di alzarla, di abbassarla; in una parola, d’inserirle qualunque muovimento di grado loro: Ma trovandomi allora di non troppo umore di andar filosofando sopra quel Fenomeno, rivolsi tutta la mia attenzione a considerare qual cammino prenderebbesi dall’Isola, giacchè mi sembrava che arrestata ella si fosse. Un instante dopo continuò tuttavia ad accostarsi; ed io i suoi lati ravvisar potei, circondati da serie differenti di Logge, e da non so quali scale piantate a certe distanze, per discendere dall’una nell’altra. Nella Loggia più inferiore vidi alcune persone che stavan pescando con lunghe canne, ed altre puramente spettatrici: Feci lor disegno in girando la mia berretta (giacchè da qualche tempo io era privo del mio capello per essersi consumato) e il mio fazzoletto sopra la mia testa. Giunte ch’esse furono a portata d’intendere la mia voce, gridai con tutta la forza; e dagli sguardi che fissavano alla mia volta, e dagli atteggiamenti loro scambievoli, conobbi che scoperto mi aveano, tutto che al mio gridare non rispondessero. Chiaramente bensì ravvisai quattro o cinque di quegli Abitatori che salivano con gran fretta la scalla la quale all’alto dell’Isola conduceva, e che disparvero ben presto. Indovinai che fosser eglino spediti a ricever ordini a riguardo mio; e veramente, mal non mi apposi, come il seppi dappoi. Da un momento all’altro aumentava il numero degli spettatori; e in minor tempo d’una mezz’ora trovossi l’Isola in tal maniera situata, che la Loggia più inferiore, tutto che lontana quasi che cento verghe, all’eminenza, ove io me ne stava, compariva paralella. Mi misi allora nell’attitudine di supplichevole, e parlai loro con un tuono di voce il più rispettoso, ma risposta di sorta non ebbi. A giudicarne da’vestiti, que’che stavano più a rimpetto di me, aveano l’aria di persone ragguardevoli: mi guatavano sovente, e mostravano di quistionar insieme con applicazione. Uno d’essi alla fine mi disse alcune parole in un linguaggio che avea qualche rapporto coll’-Italiano-. Con la lusinga che per lo meno il suono ne riuscisse più gradevole alle loro orecchie, espressi in quest’ultima favella la mia risposta. Benchè punto non c’intendessimo, si avvider eglino nulladimeno, e assai facilmente, di che andasse in traccia la mia costituzione. Mi fecero segno di scendere dalla traccia, e di portarmi alla spiaggia, il che incontanente eseguì: e dopo ciò fu l’Isola volante diretta nel suo muovimento in un modo tale; che calatasi dalla Loggia più bassa una catena con un sedile appeso all’estremità, mi vi adagiai, e con un carrucolo fui tirato ad alto. CAPITOLO II. Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne. IL piede appena io posi a terra, che fui attorniato da una folla di popolo; ma que’che più a me si avvicinavano, parevano qualche cosa di maggior distinzione. Mi contemplarono con tutti i più chiari indizj di stupore; ed io credo ch’ebbero il motivo di asserire la stessa cosa di me; non avendo io, per tutta la mia vita, veduti uomini più singolari, sia nelle vestiture, o nelle maniere, o ne’sembianti. Chinan tutti la loro testa o alla dritta, o alla manca parte: uno degl’occhi loro è rivolto verso la Terra, e l’altro verso i loro Zenit. Sono adorne le loro vestimenta di figure di soli, di Lune, di Stelle, di Violini, di Flauti, d’Arpe, di Trombe, di Chitarre, di Gravicembali, e d’altri molti Strumenti incogniti in -Europa-. Alcuni uomini quà e là vidi che l’aria aveano di servidori, e che all’estremità d’un corto bastone, che tenevano in mano, legata aveano una gonfiata vescica, a modo di frusta. In cadauna vescica si contevano alcuni ceci secchi, o alcuni sassolini, per quanto fummi riferito dappoi. Valevansi coloro di quelle vesciche per battere la bocca, e le orecchie di que’che erano lor vicini; pratica, onde allora mi riuscì impossibile di concepirne l’utilità; ma seppi poscia ch’è sì avvezzo quel Popolo a profondarsi, e ad immergersi in cupe meditazioni, che a patto veruno non può parlare, o ascoltare i discorsi altrui, se in qualche modo non se gli percuote la bocca, o gli organi dell’udito. Ecco la ragione perchè coloro che si trovano in istato di fare questa spesa, an sempre nella loro Famiglia un somigliante -Destatore- (il chiaman essi -Climenole- (a guisa di domestico, e da cui incessantemente sono accompagnati quand’escono di casa, o che rendono qualche visita. Il suo impiego si è, in una compagnia di tre persone o quattro, di passar leggermente la sua vescica sopra la bocca di quegli che vogliono parlare, e sulla destra orecchia altresì di colui, o di coloro, a quali essi parlano. E’obbligo pure di questo -Destatore-, d’accompagnare il suo Padrone quand’ei stassene spasseggiando, e di dargli in certe occasioni un picciolo colpo sopra gli occhi: mercè che assiduamente egli è occupato sì forte dalle sue meditazioni, che senza ciò, si troverebbe in risico di piombare in qualche precipizio, e di dar la testa in qualche tronco; oppure di cadere in qualche rivolo, o di farvi cascar gli altri. Era necessaria una tale specificazione; imperocchè se io non vi fossi entrato, i miei Leggitori, al pari di me si sarebbero rinvenuti molto imbrogliati nel comprendere il procedimento di quelle genti, quando pel mezzo di molti gradini elleno salir mi fecero per fin alla sommità dell’Isola, e che quindi alla Reggia mi condussero. In tempo del nostro ascendere, dimenticarono molte volte il suggetto di lor commissione; ed ivi mi piantarono, finchè pel soccorso degli -Svegliatori- loro, rivennero a se medesime: poichè veruna d’esse non dava il medesimo segno d’essere attratta da qualunque stravaganza de’miei vestiti, e del mio portamento; e neppure da quali si fossero acclamazioni del Volgo, non essendo la lor anima sì suggetta ad astratte specolazioni. Arrivammo finalmente al Palagio, ed entrammo nella Sala di fronte, ove vedemmo il Re sul suo Trono, circondato da ambi i lati da molti grandi. Dinanzi al Solio stava piantata una gran tavola tutta coperta di Globi, di Sfere, e di Strumenti di Matematica d’ogni sorta. Tutto che il concorso di que’che appartenevano alla Corte rendesse l’ingresso nostro tumultuoso, neppur baddovvi Sua Maestà; essendo ella profondamente immersa nel rintracciare lo scioglimento d’un proplema, che solamente un’ora dopo riuscille di ritrovare. A cadaun fianco di lei v’era un Paggio con la vescica alla mano: veduto ch’ebbero questi Paggi che si era rinvenuta la Dimostrazione; uno d’essi di edele un picciolo colpo sopra la bocca, e l’altro sopra l’orecchia dritta; il che la fece scuotersi, nella guisa appunto che qualcuno che dorme viene all’improvviso destato: dopo ciò ella, gettato lo sguardo sopra di me, e sopra coloro che m’attorniavano, si risovvenne del motivo del nostro arrivo, onde da prima n’era stata istruita. Disse alcune parole; che pronunziate appena, un giovane tenente in mano una vescica, tale che io la descrissi, adaggiossi accosto di me, e diedemene alcuni colpi su la destra orecchia; ma a forza di segni comprendere gli feci, che io non avea bisogno dell’ajuto di quello strumento; il che, per quanto dappoi ne seppi, impresse nel Re, e nella Corte tutta, una idea del mio genio poco vantaggiosa. Per quello che congetturar ne potei, fecemi Sua Maestà alcune quistioni; ed io dal mio canto le parlai in tutte le lingue che mi erano cognite. Persuasi amendue che non potevamo intenderci, ordinò il Re che io condotto fossi in un Appartamento della sua Reggia, (avendo questo Principe superati tutti i suoi Predecessori in ospitalità o i riguardo degli Stranieri,) ove due Staffieri, al mio servigio destinati furono. Mi si reco a pranzare; e quattro Signori, che mi ricordava di aver veduti accanto della persona del Monarca, m’impartirono l’onore di mangiar meco. Due serviti avemmo, cadauno di tre piatti, Consisteva il primo in uno spalletto di Castrato tagliato in triangolo Equilatero, un pezzo di Bove in Romboide, ed un Sanguinaccio in Cicloide. Di due Anitre in figure di Violini era l’altro servito, d’alcune Salsicce in forma di Flauti, e d’un Petto di Vitello in guisa d’Arpa. I Servidori trinciarono il nostro pane in Coni, in Cilindri, in Paralellogrammi, e in molte altre Figure di Matematica. Standocene in talvola, presi la libertà di domandare i nomi di diverse; cose; e que’Signori, mediante l’assistenza de’-Destatori- loro, compiacquesi di dirmigli, con la speranza che se io avessi si una infinita ammirazione per la loro abilità, pervenir potessi a legare con esso loro una buona conversazione. Mi trovai ben presto in istato di chiedere del pane, a bere, ed altre cose che mi erano necessarie. Dopo il mio desinare la mia Compagnia mi lasciò; e per ordine del Re fummi inviato un non so chi, assistito da uno -Svegliatore-. Egli avea con se penna, carta, inchiostro, e tre o quattro libri, dandomi a conoscere con atteggiamenti, che veniva per ammaestrarmi del linguaggio del Paese. Quattr’ore me stetti con esso lui; nel corso delle quali registrai alcuni termini in forma di colonna disposti, con la loro traduzione accanto. Procurai altresì d’apprendere alcune brievi frasi. A tal effetto il mio Maestro facea fate differenti cose al mio Servidore; per esempio, ordinavagli di federe, di tenersi ritto in piedi, di spasseggiare, o di fare una riverenza: e a misura che il Servidore eseguiva cadaun degli ordini, mi dettava il Maestro la frase che dovea esprimerlo. Mi mostrò eziandio in uno de’suoi libri, le Figure del Sole, della Luna, delle Stelle, del Zodiaco, de’Tropici, de’Circoli Polari, e d’un gran numero di Piani, e di Solidi. Notar mi fece i nomi di tutti i Musicali Strumenti che sono in uso appo quel Popolo, e con esatezza me gli descrisse. Partito che fu, disposi tutti i miei vocaboli con le loro spiegazioni in ordine d’Alfabeto, e in questo modo, in pochi giorni, col soccorso d’una buona memoria, feci gran progressi nella loro favella. Il termine che io rendei per quello d’-Isola Volante-, o -Fluttuante-, trovasi in loro lingua -Laputa-; termine, onde non e sì agevole di riconoscerne la vera etimologia. -Lap- in vecchio idioma significa -alto-; ed Untuh un -Governatore-; donde, dicon essi, è derivato corrottamente il termine di -Laputa-: questa derivazione però non mi sembra naturale. Feci parte un giorno ad alcuni Letterati di loro, d’una mia conghiettura su questo proposito; e dimandai se forse -Laputa- da -Lap outed- venir potesse; -Lap- significando propiamente il muovimento de’raggi Solari nel Mare, o -outed- un’Ala: conghiettura, su cui permetto a’miei Leggitori di pronunziare. Riflettutosi da coloro, a’quali mi aveva affidato il Re, che trovavami assai male in arnese, ordinarono essi ad un Sarto di venire il giorno dietro, e di prendermi la misura per un abbigliamento compiuto. L’eseguì quest’Artefice, ma in una foggia onninamente diversa da quella ch’è dell’uso comune in -Europa-. Valsesi di primo tratto d’un’quarto di Cerchio, per la misura della mia altezza; e poscia col mezzo d’una Regola, e d’un Compasso, descrisse in carta tutte le dimensioni del mio corpo, portandomi sei giorni dopo i miei vestiti perfettamente mal fatti, per avere sbagliato in una Figura: tuttavia mi consolai, avendo io osservato ch’erano assai ordinari gli accidenti di questa fatta, e che non se ne prendeva la menoma inquietudine. Nel frattempo che si lavorava dietro le mie vestimenta, e durante una piccola indisposizione, che susseguentemente mi confinò alcuni giorni in casa, accrebbi d’un gran numero di vocaboli il mio Dizionario; cosicchè portatomi di poi alla Corte, fui in istato d’intendere molte cose che mi diceva il Re, e -taliter qualiter- di rispondergli. Avea comandato Sua Maestà, che il movimento dell’Isola al Greco-Levante diretto fosse verso il punto verticale al di sopra di -Lagado-, la Capitale di tutto il Regno. In distanza di novanta leghe trovavasi questa Città, e il nostro viaggio più che quattro giorni e mezzo non durò: con tutto questo, posso fare un ampia protesta che in quel tempo tutto del menomo muovimento della nostra Isola non mi avvidi. Fermossi ella, secondo gli ordini del Re, sopra alcune Città, i cui Abitatori presentar dovevano diverse suppliche. A tal effetto si calavano molti funicelli tenuti tesi da qualche peso nella loro estremità inferiore. Legava il Popolo le sue suppliche a questi funicelli, che poscia si traevano ad alto; e talvolta, col mezzo d’alcune carrucole, e vino, e provvisioni di qualunque sorta ritiravamo dal basso. Ciò che io sapeva in Matematica fummi d’un grande ajuto per apprendere la loro favella, i cui termini, per la maggior parte, an rapporto con questa Scienza, e con la Musica, onde vantarmi posso di non essere tutto affatto ignorante. Son continui oggetti delle loro meditazioni le Linee e le Figure. Se voglion essi, per esempio, lodar la bellezza d’una Donna; o di qualche altro animale, fanno entrare nel loro Elogio, Romboidi, Circoli, Parallelogrammi, Ellisi, ed altre Geometriche Figure; ovvero de’Musicali termini. Osservai nella Cucina del Re ogni sorta di Strumenti di Matematica, e di Musica, le cui figure servono di modello alle vivande della mensa di Sua Maestà. Son mal costrutte le loro Abitazioni; e notai che non aveavi in veruno degli Appartamenti neppur un angolo retto; il che proviene dal disprezzo che an essi per la Geometria pratica, che come troppo meccanica riggettan; e per disgrazia, gli Architetti loro non anno lo spirito di comprendere le loro astratte Dimostrazioni; stupidezza, a cagione di cui patiscono i loro edifizj. I -Lapuziani- generalmente son cattivi Ragionatori, e molto contraddicenti, se eccetuisi quando lor avviene d’aver ragione, il che è cosa assai peregrina. Immaginazione ed Invenzione sono termini ch’eglino non conoscono, e pe’quali non an neppure vocaboli in loro lingua; essendo circonscritti, e in qualche modo consecrati alle due Scienze testè da me mentovate, tutti i pensieri delle lor anime. I più di essi, e principalmente que’che si applicano allo studio dell’Astronomia, sono gran Fautori dell’Astrologia Giudiciaria: comechè arrossiscano di professarla in pubblico. Ma ciò che in ispezielta ammirai, e che nel tempo stesso parvemi incomprensibile, si è l’estrema loro curiosità per gli Politici affari, e il loro eterno furore di formar giudizi, e disputar sopra qualunque cosa al Governo ed agli Stati attinente. Per vero dire, riflettei ch’era questa un infermità assai comune del maggior numero de’Matematici di mia conoscenza in -Europa-; ma non per tanto non siegue che io non sappia qual relazione esservi possa tra una somigliante smania, e la loro professione; purchè essi non suppongano, che come un picciolo cerchio non ha più gradi che un grande, ne venga in conseguenza che non abbisogni maggior abilita per governar il mondo, che per girar un Globo in sensi diversi. Ma più inclino a credere, che una tale irregolarità provenga da un difetto comune alla Natura umana, che renderci più curiosi delle cose che ci concernono meno, e per cui men di talento noi possediamo. E’suggetto quel Popolo ad inquietudini perpetue, non gustando mai d’un solo instante di riposo; e derivano le sue inquietudini da cagioni tali che non sono affettate dal rimanente degli Uomini. Ei teme che ne Corpi Celesti non succedano certi cangiamenti. Per esempio, che la Terra, se il Sole continui sempre ad accostarsene, non resti un giorno inghiottita da quest’Astro: Che la superficie del Sole non sia poco a poco ricoperta d’una crosta, che gl’impedisca alla fine di farci parte del suo calore, e del suo lume. Racconta, che molto poco vi vuole che l’ultima apparuta Cometa non siasi urtata con la Terra, il che se seguito fosse, doveva questa, senz’altro, ridursi in cenere; e che secondo tutte le apparenze resterà infallibilmente distrutta dalla prima Cometa che si lascerà vedere; il che avverrà da quì a trenta e un anno, secondo il suo calcolo: essendo che questa Cometa, nel suo -perielio- dee molto avvicinarsi al Sole, per concepire un grado di calore dieci mila volte più grande di quello d’un ferro rovente; e dopo di aver lasciato il Sole, strascicar dietro se una fiammeggiante coda, che eccederà la lunghezza di quattrocento mila leghe; da cui, se la Terra passa in distanza di trenta mila leghe dal Corpo della Cometa, non può certamente non restar incendiata, e ridotta in cenere. Che il Sole, perdendo ciascun giorno una porzion de’suoi raggi senza ricevere qualche alimento che ne compensi la perdita, a guisa di candella si smorzerà alla fine: dal che per necessità ne proverà il distruggimento della nostra Terra, e de’Pianetti tutti che da lui il lume ricevono. Sì fattamente sono inquietati que’Popoli da fomigliantti spaventi, che non trovano luogo e quiete di sorta, nè san gustare delle comuni soavità della vita. Quando la mattina si abbattono in alcuni de’loro Amici, versa la prima lor quistione sopra la sanità del Sole, come par ch’ei si porti nel suo tramontare, e nel suo risorgere, e se vi ha raggio di speranza di poter isfugire della prima Cometa il rincontro. In trattenimenti di questo genere, si lascian vedere a prendere il piacere medesimo onde gustano i fanciulli, quando intendono Storie di Fantasmi, e d’Apparizioni: Storie, ch’essi ascoltano con la più avida curiosità, ma che imprimendo loro del terrore, lor non lasciano trovar la strada d’andar a letto. Le Donne dell’Isola sono molto vivaci, spregiano i propj Mariti, ed impazziscono per gli Stranieri. Scelgono fra questi i lor Cicisbei; ma il mal si è che con troppo agio, e troppa libertà coltivano i loro amori; piochè trovasi sì profondato nelle sue meditazioni lo Sposo, che gli Amanti potrebbono in presenza di lui appigliarsi alle maggiori confidenze senza timore del suo accorgimento, purchè solamente egli avesse della carta, e i suoi strumenti, e che non gli fosse a’fianchi il suo -Risvegliatore-. Le Femmine e le Donzelle si lagnano amaramente d’essere rinchiuse in quell’Isola, non ostante che, a mio credere, sia quegli il più bel Paese del Mondo: e tutto che vi vivan elleno in tutta l’abbondanza più immaginabile in un modo il più magnifico, e che sia lor permesso di far ciò che vogliono, muojon di voglia di veder il mondo, e di gustar i piaceri della Capitale; il che non è lor permesso, senza, perlomeno, una particolare licenza del Re, e sì facile ad ottenersi non è questa licenza; poichè la maggior parte de’Mariti, quanto sia difficile il quindi far rivenire le mogli, bastevolmente saggiò. Mi fu detto che una Dama del primo Carattere che avea molti figliuoli, e ch’era maritata con un Ministro di prima sfera, uno de’principali Signori del Regno, il qual amavala fin ad essere pazzo, e con cui ella soggiornava in un de’più bei Palagj dell’Isola, imprese il viaggio di -Lagado- col pretesto che spiravavi Un’aria migliore per la sanità di lei; che vi si tenne per alcuni mesi occultata, finchè li Re mandovvi un ordine di carcerazione; che fu rinvenuta in una bettola, tutta cenciosa, impegnate avendo tutte le sue vestiture per mantenere un vecchio laidissimo facchino, il qual la batteva ben bene ogni giorno, e da cui ella altresì con infinita ripugnanza si separò. La ricevè lo Sposo con tutta la bontà possibile; e senza che le ne facesse il menomo rinfacciamento: e perciò ella guari non istette ad eseguire una seconda scappata, a sportando seco tutte le sue gioje, per andar a riunirsi all’Amante suo, senza che poscia se ne abbia avuta contezza di sorta. Non è improbabile che alcuno de’miei Leggitori s’immagini che io gli narri una Storia -Europea-, ovver -Inglese-: Ma lo scongiuro di riflettere, che i capriccj del bel sesso non ristringonsi a qualche Clima, o a qualche particolare Nazione: bensì che anno una uniformità più generale, che tutto ciò che si possa dire. Nello spazio d’un mese io avea fatti bei progressi nella loro favella, e mi trovava in istato di rispondere alla maggior parte delle quistioni del Re, quand’io avea l’onore di vederlo. Non dimostrò Sua Maestà curiosità veruna in proposito delle Leggi, del Governo, della Storia, della Religione, o de’Costumi de’Paesi che io avea visitati; ridusse bensì tutte le sue ricerche alle sole Matematiche, ed ascoltò con molto sprezzo, e con molta indifferenza ciò che le dissi su quest’argomento, tutto che i due -Destatoti- ch’ella teneva accosto, diligentemente le proprie incombenze effettuassero. CAPITOLO III. Fenomeno spiegato col soccorso della filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni. DImandai permissione a quel Monarca d’andar a vedere le curiosità dell’Isola, ed egli graziosissimamente aderì a’miei desiderj, ordinando nel tempo stesso al mio Maestro d’accompagnarmi. Mia principale premura si era di sapere a qual Cagione, o nell’Arte, o nella Natura, fosse debitrice quell’Isola de’suoi diversi movimenti: ed ecco di che or ora voglio far parte a’miei Leggitori. L’Isola volante, o fluttuante, esattamente è circolare: il suo Diametro è di 7837. Verghe, e vale a dire, a un di presso di quattro miglia e mezzo, e per conseguenza contiene dieci mila -Campi Italiani-. Ha trecento verghe di grossezza, e la parte sua inferiore è una spezie di piano di diamante assai liscio, che perfino allaltezza di più di dugento verghe si stende. Al di sopra di questo letto di Diamante trovansi i differenti minerali nell’ordine consueto, e poscia un inviluppo di terreno assai grasso, di dieci o dodici piedi di grossezza. Il pendio della parte superiore, della circonferenza perfino al centro, e la natural cagione che le rugiade e le pioggie che cadono sopra l’Isola, si rendano per piccioli rivoli verso il mezzo, donde si gettano in quattro dilatati Bacini, ognun de’quali ha di circuito un mezzo miglio, ed è lontano dal centro per dugento verghe. L’acqua di questi Bacini si cangia ogni giorno pel calore del Sole in vapori, il che impedisce ch’eglino non isgorghino; senza metter in conto, che siccome è in arbitrio del Monarcha di far ascendere l’Isola al di sopra della Regione delle nuvole e de’vapori, così è in potere di lui, quando il voglia, di guarentirla dalle piogge e dalle rugiade; mercè che, a confessione di tutti i Naturalisti, non sono che alla distanza di due miglia le più alte nuvole. Ciò che vi ha di certo si è, che in quel Paese più che a quest’altezza non ascendono elleno mai. Nel centro dell’Isola avvi un’apertura di cinquanta Verghe di diametro, per cui calano gli Astronomi in un gran concavo, che a cagion di ciò nomasi -Elandola Gagnole-, o la -Caverna degli Astronomi-, situato in profondità di cento Verghe più abbasso che la superior superficie di Diamante. Ardono di continuo in questa Caverna venti lampade, il cui lume sopra muraglie adamantine riflettuto, tramanda uno splendore che non può esprimersi. E’empiuto il Luogo di Quarti di Cerchio, di Telescopj, d’astrolabj, e d’altri strumenti Astronomici. Ma il più curioso oggetto, e donde ne dipende il destino dell’Isola, si è una calamita d’una prodigiosa grandezza, e d’una figura a una navicella di Tessitore, assai somigliante. Sei verghe di lunghezza e tre di grossezza ha questa calamita. Ella è sostenuta da un cardine fortissimo di Diamante che le passa pel mezzo, e su cui ella si aggira; ed è sì esatto il suo equilibrio, che il tocco più leggiero è valevole a muoverla. Di più: è attorniata da un voto Cilindro di Diamante, il qual ha quattro piedi di profondità, altrettanti di grossezza, e dodici verghe in diametro, situato orizzontalmente, e sostenuto da otto piedi di Diamante, ognun de’quali ha in altezza sei verghe. Nel mezzo della parte concava, evvi un incavo di dodici piedi di profondità, ove son collocate l’estremità del Cardine, e girano quando il bisogna. Non vi ha forza che toglier possa questa pietra dalla sua situazione; piochè il cerchio che la circonda, e i piedi ond’ella sta appoggiata, fono una continuazione di quel Corpo di Diamante che forma la parte superiore dell’Isola. Pel mezzo di questa calamita, si fa alzarsi, e bastarsi, e muoversi, l’Isola da un luogo all’altro: Essendo che, per rapporto a quella parte della Terra su cui si stende l’Imperio di Sua Maestà, e la pietra in una delle sue parti dotata d’una facoltà attrattiva, e d’una facoltà repulsiva nell’altra. In girando l’estremità attrattiva della calamita verso la Terra, discende l’Isola: e pel contrario ella monta direttamente ad alto, quando la Terra è risguardata dall’estremità repulsiva. Quando è obbliqua la posizion della pietra, lo è pure il movimento dell’Isola, mercè che in questa calamita, le forze operano sempre in linee paralelle alla sua direzione. Con quest’obbliquo movimento, è trasportata l’Isola verso i differenti luoghi del Dominio del Monarca. Per meglio spiegar ciò, poniamo che A B sia una linea tirata a traverso del Regno di -Balnibarbi-; che la linea C D rappresenti la calamita, di cui D sia l’estremità repulsiva, e C l’attrattiva essendo l’Isola situata sopra C; che la posizion della pietra sia C D con l’estremità repolsiva al basso; allora io dico, che salirà l’Isola in linea obbliqua verso D. Pervenuta ch’ella sarà al punto D, che la pietra sia girata sopra il suo Asse finchè la sua attrattiva estremità sia appuntata inverso E, io dico che l’Isole sarà portata obbliquamente verso E; o se la pietra è di nuovo aggirata sopra if suo Asse finchè ella si trovi nella posizione E F con la sua estremità repulsiva al basso monterà l’Isola obbliquamente inverso F, o se diregesi l’attrattiva estremità in verso G, e da G inverso H, in girando la pietra, in modo che la sua estremità repulsiva sia direttamente al basso. E così cangiandosi la situazion della pietra tanto sovente quanto egli è necessario, l’Isola o monta, o discende, o muovesi in Linee più, o men obblique; e in questo modo dall’uno all’altro luogo del Dominio è trasferita. Ma convien riflettere che quest’Isola non potrebbe essere portata più lunge di quel che si dilata l’Imperio del Re, nè salire a maggior altezza di quattro miglia. Del che gli Astronomi, che an composti grossi Volumi per ispegiare le maraviglie di questa pietra, recano la seguente ragione: Che la virtù magnetica non si diffonde al di la di quattro miglia; e che il Minerale il qual opera sopra la pietra nelle viscere della Terra, e nel Mare perfino a sei leghe o circa dalla spiaggia, non è sparso per tutto il Globo; bensì ha i limiti medesimi che il Dominio del Re: e agevole riuscirebbe a un Principe, pel gran vantaggio ch’egli ritrarrebbe da una somigliante situazione, di ridurre alla sua ubbidienza tutti i Paesi, a riguardo de’quali la calamita della sua Isola avrebbe le proprietà medesime. Quando questa pietra è paralella all’Orizzonte, viene arrestata l’Isola; imperocchè in un tal caso, le due estremità trovandosi in egual distanza dalla Terra, operano con forza eguale, traendo l’una al basso, sospignendo l’altra all’alto, donde ne siegue che non può esservi muovimento. E’affidata questa calamita all’attenzione di certi Astronomi, che di tempo in tempo le adattano quelle posizioni che più vuole il Monarca. Impiegan essi la maggior parte del viver loro nell’osservare i Celesti Corpi; il che fanno con cannocchiali infinitamente più eccellenti de’nostri. Un tal vantaggio gli ha messi in condizione di stendere le scoperte loro assai più lunge che i nostri Astronomi in -Europa-; perchè an essi formato un Catalogo di dieci mila Stelle fisse; laddove la più compiuta lista delle nostre, non ne continue che incirca la terza parte di questo numero. An discoperto due -satelliti- di -Marte-, un de’quali è lontano dal centro di questo Pianeta di tre de’suoi Diametri, e di cinque l’altro: aggirasi questo sopra il suo centro in ventun’ora e mezzo, e quegli in dieci; cosicchè: Quadrati de’loro Tempi periodici sono presso poco nella proporzione medesima co’Cubi di loro distanza dal Centro di -Marte-: il che dimostra con evidenza che son governati dalla Legge medesima di gravazione, onde son suggetti gli altri Corpi Celesti. Hanno osservate novanta e tre Comete differenti, e notati con grand’esattezza i ritorni loro periodici. Se ciò è vero, come con gran franchezza l’assicurano, sono a desiderarsi estremamente le lor Opere rendute pubbliche, perchè servir potrebbono a portar la Teorica delle Comete, che fin al presente è molto difettuosa al punto medesimo di perfezione, ove le altre parti dell’Astronomia sono pervenute. Sarebbe il Re il più assoluto Principe dell Universo, se solamente potesse rendere persuasi i suoi Ministri d’unirsi strettamente a lui: ma come son situati al Continente i Beni di questi, e che d’altra parte, spaccian eglino l’impiego di Favorito come cosa la più fragile del Mondo, assentir non vollero mai che ridotta fosse in ischiavitù la Patria loro. Quando si ribella qualche Città, ch’è squarciata da violente Fazioni, o che niega di pagare gli ordinarj tributi al Re, servesi questo Principe di due metodi per rimetterla nel propio dovere. Il primo è il più soave si è, di situare l’Isola al di sopra di quella tal Città, e del circostante Paese, affin di toglierle la pioggia, ed il calore del Sole: il che immediate produce una generale consternazione, e cagiona infermità negli Abitatori. Che se il merita il loro delitto, si lancian loro dall’Isola delle grosse pietre, da cui non han essi che un solo mezzo per guarentirsi; ed è di cacciarsi entro caverne o concavità, in tempo che i tetti delle loro Case ruinano. Ma se a dispetto di tutto questo restan tenaci nella loro perfidia, o presumono di rivoltarsi: il Re ne viene all’ultimo de’rimedj, il qual è di lasciar cadere direttamente sull e loro teste l’Isola; il che in un tempo stesso e le Case della Città, e gli Abitatori distrugge. Con tutto ciò, molto di rado a un’estremità di questa fatta vuole ridursi il Monarca; anzi non ha egli mai una vera intenzione d’effettuarla: d’altra parte non ardirebbono i suoi Ministri consigliargli un’azione, che non solamente renderebbelo odioso al Popolo, ma eziandio ruinerebbe le propie loro Tenute, le quali sempre son collocate nel Continente, essendo l’Isola il Dominio del Principe. Ma vi ha altresì una più importante ragione, perchè i Re di quel Paese cotanto ripugnino all’eseguimento d’una vendetta sì formidabile, se pure non vi son costretti da una estrema necessità: Essendo che, se nella Città che si vorrebbe distrutta, sienvi solamente alcune gran roccie, come ve ne sono quasi in tutte le gran Città, che, secondo tutte le apparenze sono state costrutte in luoghi idonei ad impedire una somigliante Catastrofe, una caduta alquanto gagliarda danneggiar potrebbe la superficie inferiore dell’Isola; la quale, tutto che consiste, come già il dissi, in un sol Diamante di dugento verghe di grossezza, potrebbe frangersi per un urto troppo violento, oppur fendersi in accostandosi troppo a’fuochi accesi nelle abitazioni della Città; come allo spesso cio avviene alle lastre di ferro, o di pietra ne’nostri Focolari. A maraviglia, di tutto cio n’è informato il Popolo; ed ha egli l’abilità di portar precisasmente la sua ostinazione al punto ove bisogna, quando si tratti della propia libertà, o de’propj Beni. E il Re, allor quando è più sdegnato, è più risoluto di rovesciare sossopra la Città, commanda che adagio adagio facciasi scender l’Isola, col pretesto della somma tenerezza di lui inverso il suo Popolo: ma in sostanza, per timore di spezzare la superficie del Diamante: nel qual caso son persuasi tutti que’Filosofi, che la calamita a sostenerla più non varrebbe. Per una Legge fondamentale di quel Regno, nè al Re, nè a veruno de’suoi Primogeniti, non è permesso di distaccarsi dall’Isola: Quanto alla Regina, non l’è proibito, purchè ella non sia più in istato d’aver figliuoli. CAPITOLO IV. L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibardi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del sue Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esso lui. TUtto che non avessi un giusto motivo di lagnarmi della maniera con cui io era trattato in quell’Isola; un po troppo, non ostante, io vi era trascurato: ed era la trascuranza alquanto disprezzante: mercè che nè il Principe, nè chi che fosse de’Suggetti di lui, non avea la menoma curiosità per veruna Scienza, eccettuatene le Matematiche, e la Musica, che in confronto di loro molto poco io intendeva: dal che provenivane che molto poco pure a me si badasse. Da un’altra parte, avendo io vedute tutte le rarità dell’Isola, mi moriva di voglia d’abbandonarla, non potendo più soffrire a patto veruno la compagnia di quel Popolo. Ma vero è ch’è lui eccellente in due Scienze che in ogni tempo furono molto da me apprezzate, ed in cui, ardisco di dirlo, io non sono onninamente ignorante; ma in ricompensa, stava egli di continuo sì forte profondato nelle sue specolazioni, ch’è impossibile di ritrovar uomini di un commerzio più disaggradevole. Io non frequentava che Donne, che Mercatanti, che -Destatori-, e che Paggj di Corte per gli due mesi del mio soggiorno colà; cosa, che alla fine in un generale dispregio gettommi. Ma che farvi? Eran costoro l’uniche persone, ond’io potea ricevere una risposta ragionevole. A forza d’applicazione, mi era molto avanzato nella conoscenza della loro favella: mi trovava lasso d’essere confinato in un’Isola ove io faceva una sì sciocca figura; ed era risoluto a tutto costo con prima opportunità di lasciarla. Aveavi alla Corte un Gran Signore parente assai stretto del Re, e rispettato per questa sola ragione. Fra coloro ei passava pel personaggio il più stupido, e il più ignorante di tutto il Regno. Molte volte renduti aveva segnalati servigj alla Corona, e possedeva qualità egregie di cuore e di spirito; ma in riguardo alla Musica, egli avea un’orecchia così cattiva, che i suoi nemici, d’aver allo spesso battuta a falso la misura, accusavanlo. Creder non si potrebbono gli stenti sofferti da’Precettori di lui in dimostrargli una sola proposizione di Geometria, ed anche delle più facili. Diedemi molti contrassegni di benevolenza, sovente mi onorò di sue visite, e mi pregò d’instruirlo degli Affari dell’-Europa-, e altresì delle Leggi, delle Costumanze, e delle Scienze del bell’uso ne’differenti Paesi, ove viaggiato io avea. Mi ascoltò con estrema applicazione, ed eccellentemente riflettè su tutto ciò che gli dissi. Il posto da lui tenuto in Corte, l’obbligava ad avere due -Svegliatori- a sue spese; ma non se ne serviva mai se non in presenza del Re, o in alcune visite di cerimonia, e gli faceva sempre uscire, quando soli insieme ci trovavamo. Pregai questo Signore d’intercedere a favor mio dal Re la permissione d’andarmene: ei ricevè l’impegno della commissione, comechè contra genio, a quel che meco con bontà se ne spiegò, poichè statemi da lui avanzate molte vantaggiose proposizioni, io, con mille proteste d’un eterno riconoscimento, le ricusai. Nel decimo sesto di Febbrajo presi congedo da Sua Maestà, e da tutta la sua Corte. Fecemi un regalo il Re pel valore di dugento Ghinee; e il mio Protettore, di lui parente, un più ragguardevole ancora, aggiugnendovi una lettera di raccomandazione per un Amico ch’egli avea in -Lagado-, la Capitale. Stando allora situata l’Isola al di sopra d’una Montagna in distanza di sole due miglia da questa Città, ne fui calato dalla Loggia più inferiore, nella guisa stessa con la quale io avea salito. La Terra Ferma, per quanto dilatasi il Dominio del Monarca dell’-Isola Fluttuant-e, porta il nome generale di -Balnibarbi-, e la Capitale, come già il dichiarai, si appella -Lagado-. Non fu mediocre la mia consolazione di ritrovarmi sul Continente. Essendo io abbigliato come un Naturale del Paese, e sapendo abbastanza il linguaggio per farmi intendere, spasseggiai senza timore di sorta per la Città. Fummi facile di rintracciare l’abitazione di quegli a cui io era raccomandato, e la lettera del suo Amico gli presentai. Non può darsi ricevimento più obbligante del praticatomi da quel Signore, il qual chiamavasi -Munodi-: ei mi assegno un Appartamento in sua casa, ove restai per tutto il tempo del mio soggiorno a -Lagado-. Il giorno dietro del mio arrivo, ei mi prese nel suo Cocchio per veder la Città, la qual è grande poco più, poco meno per la metà di Londra; ma i suoi edifizj sono mal costrutti, e cadono, quasi tutti in ruina. E affrettato il Popolo in camminando per le strade, egli ha un portamento distratto, ed è quasi tutta cenciosa la sua vestitura. Noi passammo per una delle porte della Città, e per tre miglia c’innoltrammo nel Distretto, ove vidi molti Campajuoli che con diverse sorte di strumenti la terra smuovevano, ma indovinar mai non seppi il loro disegno; nè in luogo veruno, o frumento, od erba non ravvisai, tutto che il Territorio apparisse eccellente. Ciò che testè veduto io avea in Città, e ciò che sul fatto stesso io vedeva in Campagna, rendemmi ardito per chiedere al mio Conducitore la spegazione di quel, che il prodigioso numerò di teste, e di mani occupate, tanto nelle strade che ne’Campi, significar volea; imperciocchè non poteva io figurarmi che qualche cosa risultar ne dovesse; ma che, pel contrario, in alcun tempo non mi era caduto sotto l’occhio un Territorio più mal coltivato, Case sì pessimamente fabbricate, o un Popolo, la cui aria, e il cui vestimento esprimessero una più profonda miseria. Era -Munodi- un Signore del primo carattere, ed era stato per molti anni Governatore di -Lagado-; ma un imbroglio de’Ministri tolsegli quel Governo. Con tutto ciò con molta bontà il trattava sempre il Rè, come un suddito assai ben intenzionato, ma di pochissimi talenti. Fatta che gli ebbi la censura del Paese e degli Abitanti, ei non mi rispose nulla; dissemi solo che la brieve mia dimora non poteva per anche mettermi in istato di formarne qualche giudizio, e che ogni Nazione del Mondo ha i suoi peculiari costumi; con alcuni altri comuni luoghi del genere medesimo. Ma ritornati che fummo al Palagio di lui, mi dimandò cio che sembravami di quell’Edifizio, quai difetti vi avessi osservati, e qual fosse il mio pensiere sopra il portamento e la vestitura de’suoi domestici? In farmi somiglianti quistioni, ei non correva gran risico; con ciò sia che tutto ciò che si rinveniva in una sua Casa, passar potea per cosa assai regolare, e dell’ultima magnificenza. Gli replicai, che la saggezza, la qualita e le ricchezze di sua Eccellenza, aveanla messa al coperto da’difetti che la follia, e la meschinita prodotti aveano negli altri. Si espresse egli, che se io gradiva d’accompagnarlo alla sua Casa di Campagna, che per venti miglia era discosta dalla Capitale, ed ove stavano situate le Tenute di lui, avuto avremmo il piacere di disputar a nostr’agio su quest’argomento. Fu la mia risposta che io dipendeva interamente da’cenni suoi; cosicchè non fu differito che al dì seguente il nostro picciolo viaggio. Nel frattempo del nostro cammino, egli osservar mi fece i metodi differenti, onde per render colte ed ubertose le loro terre, servonsi i Fattori di Campagna: Metodi, che mi parvero assolutamente incomprensibili; poichè, toltine alcuni luoghi in picciolissimo numero, cannello di biada di sorta non vidi in qualunque parte, e neppure il menomo filo d’erba. Ma tre ore dopo, più così non passò la faccenda: ci trovammo in un Paese il più bello del Mondo. Ben fabbricati Edifizj di Castalderie, in corta distanza gli uni dagli altri, regnavanvi. I Campi cinti di siepi, contenevano de’vigneti, de’seminati, o delle praterie. Non mi ricordava d’aver mai veduta cosa più deliziosa. Notò bene l’Eccellenza Sua la giocondità che dipignevasi sulla mia faccia, e dissemi sorridendo, che quivi cominciavano i suoi Poderi, e che sempre vi avremmo camminato sopra, finchè alla sua abitazione pervenuti fossimo: Che le Genti del Paese lo spacciavano per uno sciocco, e il dispreggiavano, perchè egli non badasse con più attenzione a’propj affari, e recasse a tutto il Regno un esempio sì pernizioso, il qual tuttavia era seguito da picciol numero di persone. Arrivammo finalmente alla Casa, ch’era un superbo Edifizio, costrutto secondo le migliori regole dell’antica Architettura: Fontane, Giardini, Passeggj, Viali, Grotte, tutto era fatto e disposto con discernimento, e con gusto. Io lodava qualunque cosa, senza che Sua Eccellenza mostrasse d’avvedersene; ma dopo cena, restati soli che fummo, con uno stile di maninconia ei mi disse, che trovavasi in una grande apprensione, dubitando d’essere costretto di gettar a basso tutte le sue Case di Campagna, e di Città, per rifabbricarle alla nuova moda: di distruggere tutte le sue piante, per formarne dell’altre nella figura prescritta dall’uso corrente, e d’ingiugnere gli ordini medesimi a tutti i suoi Fattori: che senza questo egli si esporrebbe alle imposture d’orgoglio, di spirito, di singolarità, d’affettazione, d’ignoranza, e di capriccio, ed eccitarebbe forse contra di se lo sdegno, e la disgrazia di Sua Maestà. Aggiunse; che svanirebbe ben presto la mia maraviglia, quando informato fossi d’alcuna particolarità, che, secondo tutte le apparenze, io non aveva apprese alla Corte, essendo colà gli uomini troppo ingombri dalle propie loro speculazioni, per doversi prender cura di quanto quì abbasso si pratica. Sono quarant’anni, o circa, ei mi disse, che taluni, o per piacere, o per affari, il viaggi di -Laputa- impresero; e dopo d’esservi soggiornati per cinque mesi, furono di ritorno con una leggerissima tintura delle Matematiche, ma ricolmi di spiriti volatili, in 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000