sarebbe mo più conveniente, fu detto, che gli uomini si portassero
seco le cose necessarie ad indicare le faccende intorno a cui vogliono
istituire un discorso?» E certamente questo partito cotanto comodo e
salubre sarebbe stato adottato se le donne soprattutto e il volgo e
gl'indotti non avessero minacciata una rivoluzione ogni qual volta si
fosse tolta loro la libertà di parlare all'usanza dei loro vecchi con
la lingua che avevano in bocca; tanto irreconciliabile nemico della
scienza è il volgo! Ciò non ostante molti fra i più dotti e saggi del
paese abbracciarono tal proposta in quanto li riguardava. Non c'era
infatti altro sconcio fuor quello che, se il negozio di cui un uomo
dovea trattare, era assai intrecciato, o vero se aveva a discorrere
su diversi soggetti, gli conveniva in proporzione portarsi su le
spalle un maggior fascio di cose, o farsele portar dietro da un paio
di gagliardi facchini. Ho spesse volte veduti due saggi di tal setta
curvati sotto il peso di questi vocabolari di nuova stampa, come fra
noi i merciaiuoli girovaghi, incontrarsi per istrada, porre giù le
bisacce, aprirle, conversare insieme un'ora valendosi di quelle parole
materiali, poi terminata la conversazione, raccozzarle di nuovo nelle
stesse bisacce, aiutarsi l'un l'altro a rimettersele su le spalle e
congedarsi.
Ma per dialoghi brevi un uomo può portarsi in tasca, o sotto il
braccio, quante parole ci vogliono ai dialoghi stessi; ed in casa sua
non mancherà mai l'occorrente per parlare. In forza di ciò le sale
d'adunanza di chi si era messo a parlare questo idioma, abbondavano di
tutte le cose necessarie ad alimentare un tal genere di conversazione
pantomimica.
Un altro grande vantaggio che si riprometteano da simile trovato si era
l'avere in pronto una lingua universale[34] fatta per essere intesa fra
tutte le nazioni venute a civiltà, i cui possedimenti ed arnesi sono
a un dipresso conformati in una stessa maniera o ben poco dissimile,
onde, adoprati in vece di parole, possono essere intesi per tutto
il mondo. Vedeano che in tal modo gli ambasciatori sarebbero stati
in istato di negoziare con tutti i gabinetti stranieri, anche senza
intenderne gl'idiomi particolari.
Intervenni pure ad una lezione di matematica, ove quel professore
ammaestrava i suoi alunni con un metodo che non sarebbe venuto in
mente a nessuno di noi in Europa. Il teorema e la dimostrazione
erano bellamente scritti sopra una cialda sottile con un inchiostro
composto di tintura cefalica. Questa cialda doveva essere inghiottita
a stomaco digiuno dallo studente, il quale ne' tre successivi giorni
non doveva cibarsi d'altro che di pane e acqua. Quando la cialda era
digerita, i vapori della tintura erano saliti al capo dell'alunno
e, essendosi portati seco il teorema e la dimostrazione, gli avevano
improntati nella sede del suo cervello. Ma l'esito non corrispondeva
alla bellezza del trovato, ora per equivoci occorsi nella composizione
dell'inchiostro, ora per la malizia dei ragazzi, i quali avendo a
schifo quel cibo, procuravano pretesti a sottrarsi di lì, mentre lo
avevano in bocca, e lo sputavano via, sì che non potea certo produrre
il suo effetto, oltrechè non se la sentivano troppo d'assoggettarsi a
tal lunga astinenza senza di cui non giovava quella ricetta.
CAPITOLO VI.
Ulteriori notizie su l'Accademia -- Proposte d'alcuni miglioramenti
fatte dall'autore ed onorevolmente accolte.
Io m'intertenni qualche tempo nella camera de' -progettisti- politici,
ma non ci ebbi gran gusto; que' professori, a mio avviso, aveano
perduto affatto il giudizio, nè vi è cosa che mi metta maggiore
malinconia della presenza dei pazzi. Quegli sfortunati accademici
stavano consultandosi su i modi di persuadere i reggitori dei popoli
ad avere per norma la saggezza, la capacità, la virtù nel farsi degli
uomini dotati di tali prerogative i loro favoriti;[35] a volere che le
mire de' loro ministri sieno volte soprattutto al pubblico vantaggio;
a ricompensare il merito, le eminenti abilità, i rilevanti servigi
prestati alla patria; a far conoscere agli eredi presuntivi del trono
che l'interesse del regnante è una cosa sola con quello del suo popolo;
a dare gl'impieghi alle persone capaci di sostenerli, ed altre strambe
impossibili chimere che non erano mai saltate nella testa di nessun
uomo, e che mi confermarono la giustezza di quel vecchio adagio: -Non
v'è stramberia o irragionevole cosa che qualche filosofo non abbia
voluto far passare per vera-.
Nondimeno so rendere bastante giustizia ad una frazione di questa
accademia per riconoscere che non tutti i membri di essa erano
così visionari. Vi trovai un dottore di molto ingegno che parea
perfettamente versato nella natura e nel sistema d'ogni governo.
Questo illustre personaggio aveva utilmente impiegati i suoi studi
nella ricerca di efficaci rimedi contra le malattie e corruttele cui
soggiacciono i diversi rami di pubblica amministrazione, sia in forza
dei vizi e delle infermità de' governanti, sia per la mala voglia
di chi ha l'obbligo di obbedire. Per darvi un saggio del suo modo di
ragionare, egli partiva dal principio ammesso da tutti gli scrittori
e filosofi, che vi è una stretta universale somiglianza tra il corpo
animale ed il politico. «Può dunque, egli diceva, esservi una cosa
più evidente di quella che la salute di entrambi i corpi debba essere
conservata, le malattie di entrambi curate con le stesse ricette?
È cosa generalmente riconosciuta che i senati, le grandi assemblee
sono spesse volte travagliate da troppa abbondanza, da bollimento ed
altri vizi d'umori; da molti mali di capo, e più spesso di cuore; da
forti convulsioni, e gran contrazioni di nervi in entrambe le mani,
ma specialmente nella mano destra; da mali di milza, flati, capogiri o
deliri, scrofole e tumori, rutti acetosi ingrati anche ai vicini, fame
canina, e tant'altri morbi che non c'è bisogno di rammemorare. Questo
dottore pertanto proponea che, ad ogni tornata di senato, un certo
numero di medici intervenisse alle tre prime sessioni, e al terminar
di ciascuna tastassero il polso a cadaun senatore; poi, dopo essersi
consultati ed avere maturamente ponderata la natura delle singole
malattie ed i metodi per curarle, si presentassero nel quarto giorno
alla sala delle adunanze, accompagnati da un conveniente numero di
speziali proveduti degli opportuni rimedi. I senatori non avrebbero
potuto sedersi se prima questi famigli d'Esculapio non avessero
amministrato ad ognun d'essi o lenitivi, o aperienti, o astergenti o
corrosivi, o restringenti, o palliativi, o lassativi, o cefalici, o
itterici, o pituitosi, o acustici, secondo i casi, ed a proporzione
degli effetti de' remedi stessi sarebbero stati ripetuti od omessi
nella prossima sessione.
Un simile espediente, non infinitamente dispendioso al pubblico
erario, sarebbe, secondo il mio debole parere, d'un grande vantaggio
per isbrigare gli affari in que' paesi, ove i senati hanno qualche
parte nel potere legislativo; perchè condurrebbe presto l'unanimità,
accorcierebbe le discussioni, aprirebbe molte bocche che ora stanno
chiuse, molte ne chiuderebbe le quali non ci sarebbe bisogno che
rimanessero tanto tempo aperte, frenerebbe la petulanza de' giovani,
correggerebbe la pedanteria de' vecchi, desterebbe gli stupidi, farebbe
sbassar la cresta agli arroganti.
In oltre, quel dottore, avendo udito molte querele su la corta o debole
memoria di certi magistrati, avea proposto che chiunque si presentava
all'udienza d'uno di questi, dopo avergli esposto il proprio caso con
succinte e schiette parole, gli desse nel partirsi da lui o una tirata
di naso, o un gentile calcio nel ventre, o vero gli pestasse su i calli
de' piedi, o anche lo salutasse con una strappatina ad entrambe le
orecchie o con un pizzicotto che gli lasciasse il nero sul braccio, o
finalmente conficcandogli uno spillo nelle natiche, e ad ogni giorno,
al momento del suo levarsi, gli ripetesse il medesimo complimento
finchè la sua domanda fosse esaudita o con buoni motivi ricusata.
Questo stesso dottore avrebbe voluto che ciascun senatore, dopo avere
in pieno consiglio nazionale data e sostenuta con quanti argomenti
credeva opportuni la sua opinione, fosse obbligato a dare il suo
voto affatto contrario alla medesima: gli sembrava che, adoprando un
tal metodo, le risoluzioni degli affari sarebbero sempre tornate a
vantaggio del pubblico.
Ove le discordie delle parti fossero portate ad un'estrema violenza
in uno stato, quel mio dottore suggeriva un ammirabile specifico. Per
fare a suo modo, avrebbe bisognato prender su un centinaio di capi
fazione così d'una banda come dall'altra, ed appaiare quelli le cui
teste fossero state all'incirca di uno stesso calibro; chiamar quindi
due abili operai i quali segassero ad un tempo gli occipizi d'ogni
due di loro con tal arte che ciascun cervello rimanesse diviso in
parti eguali, poi fare un cambio tra le parti segate nel tornarle ad
applicare alle parti rimaste intatte d'ognuno dei due. Se vogliamo,
l'operazione pare un tantino arrisicata; ma quel professore mi assicurò
che ove venisse fatta a dovere, era una cura d'effetto infallibile. La
sua argomentazione era questa: «Quando avrete fatto che due cervelli
discutano quistioni fra loro, imprigionati entro una medesima zucca,
credete pure che verranno presto d'accordo; e ne nascerà quella
moderazione e regolarità di pensamenti tanto desiderabili in coloro
che s'immaginano non dover prevalere nel mondo altro partito fuor
quello posto da essi;» e circa poi alla differenza de' cervelli, sia in
quantità o qualità, lo stesso dottore ne assicurò che, trattandosi di
capi fazione, è proprio una differenza da nulla.
Fui ascoltatore d'un caldissimo dibattimento fra due professori, che
ventilavano la quistione sul modo più comodo ed efficace di far danari
in uno stato col minor possibile aggravio de' sudditi. Un di loro
sostenea che la pratica più sicura sarebbe stata quella di tassar gli
uomini su i loro vizi e pazzie, facendo, per tener sempre le vie più
blande, eseguire la stima ed il riparto della tassa dai caritatevoli
vicini dell'uomo da tassarsi. Il secondo poi era di un parere affatto
contrario; volea si assogettassero a tassa quelle qualità di mente
o di corpo in cui ciascuno si crede eminente, crescendo o sbassando
la tassa giusta i gradi dell'eminenza determinati prima di sapere
di essere tassati da coloro stessi che si giudicavano possessori di
simili pregi. La più alta tassa dovea cadere su gli uomini che più si
millantavano favoriti dell'altro sesso, e le proporzioni del tributo
venir regolate sul numero e la natura dei favori ottenuti[36], usando a
questi l'agevolezza di fidarsi alla loro parola. Lo spirito, il valore,
la cortesia venivano in appresso fra le cose più soggette a tassa,
e qui pure dovevano essere creduti in parola coloro che vantavano
tanti pregi. Non così era dell'onore, della giustizia, della saggezza,
della dottrina, qualità che si sarebbero sottratte alla tassa, perchè
nessuno le volea riconoscere nel suo vicino, e le riconosceva tanta
in sè stesso, che si sarebbe vergognato a vantarsene. Anche le donne,
in sentenza del secondo opinante, avrebbero dovuto soggiacere a tassa
da stabilirsi sul ragguaglio della loro avvenenza e dell'abilità loro
nell'acconciarsi; ma non si parlava della loro costanza, castità, retto
discernimento e sincerità, per lo stesso motivo onde sfuggivano alla
tassa rispetto agli uomini l'onore, la giustizia, la saggezza e la
dottrina.
Un altro professore mi mostrò un'estesa memoria d'istruzioni sul
modo di scoprire ogni trama macchinata contro al governo. Veniva ivi
suggerito ai grandi statisti di esaminare i cibi di tutti gl'individui
caduti in sospetto, d'indagar l'ora in cui si mettevano a tavola, di
procurar di sapere se coricandosi giaceano piuttosto su d'un fianco o
su l'altro, e se a far monda qualche parte del loro corpo si valeano
della mano destra o della sinistra; di farne scandagliar bene gli
escrementi, il colore, l'odore, il sapore, la consistenza, la maggiore
o minore lor concozione per formare un retto giudizio su i disegni
dell'evacuante, perchè si avea veduto coll'esperienza che gli uomini
non sono mai così seri, cogitabondi a ciò che fanno, come quando si
trovano a certa sedia che non è la sedia curule; e citava sè stesso
ad esempio; avea pensato, così in via di prova, qual sarebbe stata la
via più presta di disfarsi d'un qualche alto personaggio la cui vita
lo incomodava, e trovò il proprio sterco divenuto verde; di tutt'altro
colore quando avea, sempre in via di prova, divisato di far nascere
soltanto una sollevazione.
Tutta la predetta dissertazione, scritta con grande acutezza, contenea
molte osservazioni singolari ed utili ad un tempo ai politici; pure
capii che ci mancava ancor qualche cosa, onde m'arrischiai dirlo al
suo autore ed esibirmi a farvi alcune piccole aggiunte. Accoltasi da
questo la mia proposta con maggiore affabilità di quanta siamo soliti
trovare negli altri scrittori, massime se appartengono alla classe dei
-progettisti-, mi rispose che m'avrebbe ascoltato con tutto il piacere.
-- «Sappiate dunque, gli dissi, che nella metropoli del regno di
Trebnia[37], chiamata dai nativi Langden[38], ove durante i miei
viaggi mi sono fermato per qualche tempo, la massa del popolo è tutta
d'una stampa, è tutta quanta composta d'indagatori, di testimoni, di
relatori, di giuratori, tutti protetti, tutti regolati, tutti spesati
dai ministri di stato e dai loro deputati. Le congiure di quel regno
sono per l'ordinario altrettante manifatture dirette da questi signori,
i quali si prefiggono ora d'ingagliardire il credito in cui sono
di profondi politici, ora di trovar pretesti per dare maggior forza
all'amministrazione che ha un po' del fesso; ora di soffocare, o di
dargli divagamenti, al mal umore che è generale; ora di colmare le
proprie casse a furia di fabbricare tradimenti; ora di alzare, ora di
sbassare il credito pubblico; in fine di ottener quell'intento che,
secondo i casi, torna meglio al privato loro interesse. Primieramente
sono convenuti e stabiliti fra loro i nomi degl'individui che hanno
ad essere accusati di una congiura; poi tosto non si perde tempo nel
sequestrare tutte le loro lettere e carte e nel mettere gl'imputati in
prigione. Queste carte vengono consegnate ad una certa razza d'artisti,
abilissimi nel trovar fuori misteriosi significati a loro modo ad ogni
parola, sillaba e lettera;
per darvene un'idea, vi spiegheranno che una seggetta
ha da voler dire -consiglio privato-;
un branco d'oche, -senato-;
un cane zoppo, -un invasore-[39];
la peste, -un esercito allestito-;
uno scarafaggio, -il primo ministro-;
la gotta, -un dignitario della chiesa-;
una forca, -un segretario di stato-;
un pitale, -una giunta di grandi del regno-;
uno staccio, -una dama di corte-;
una scopa, -una rivoluzione-;
una trappola da sorci, -un impiego-;
un pozzo senza fondo, -il tesoro dello stato-;
una cloaca, -un cuore-;
una berretta con sonagli, -un favorito-;
una canna rotta, -un tribunale di giustizia-;
una botte vuota, -un generale-;
una piaga aperta, -l'amministrazione-.
-- Se questo metodo sbaglia, ne hanno due altri meglio efficaci che i
più dotti fra questi artisti chiamano acrostici, o anagrammi. Col primo
danno un significato politico a tutte le iniziali grandi.
Così per loro la lettera N significherà una congiura;
B un reggimento di cavalleria;
L una flotta in mare;
voi vedete quante diverse frasi si possano fabbricare in questa
maniera. L'altro metodo è quello di collocar tutte le lettere di uno
scritto in modo di formar le parole che si ha bisogno di formare.
Così se un poveretto, di cognome Hatell, ha scritto ad un amico: -Mio
fratello Tom ha le emorroidi-, que' signori anagrammisti da queste
lettere stesse cavano fuori la frase: -Ma farò morto il re io, Tom
Hatell-.
Non vi so dire quanto mi ringraziasse quel professore per le
osservazioni ch'io gli comunicai, e delle quali mi promise di fare
onorevole menzione nel suo trattato.
Non trovando nulla in quel paese che mi solleticasse a farvi una
permanenza più lunga, principiai a pensare al modo di tornarmene in
Europa a rivedere la mia famiglia.
CAPITOLO VII.
Lasciato Luggnagg, l'autore arriva a Maldonada. -- Non vi trova
imbarchi pronti. -- Fa una breve scorsa all'isola di Giubbdubdrib.
-- Accoglienza che trova presso il governatore.
Il continente, di cui il regno che ho descritto è una parte, si
estende, come ho motivo di crederlo, verso levante fino a quello
sconosciuto tratto d'America occidentale che confina a ponente con
la California e a tramontana col mar Pacifico, nè è distante più di
cento cinquanta miglia da Lagado. Colà è un buon porto che mantiene
floridissimo il commercio con la grande isola di Luggnagg situata a
maestro (nord-west) a 29° circa di latitudine settentrionale e 140°
di longitudine. L'isola di Luggnagg giace a scirocco (sud-est) del
Giappone, in una distanza a un dipresso di cento leghe. Correndo
stretta alleanza tra l'imperatore giapponese ed il re di Luggnagg, sono
parimente frequenti le occasioni di veleggiare da un'isola all'altra.
Presi pertanto la risoluzione di volgermi a quella parte per effettuare
il mio ritorno in Europa. Noleggiai quindi due mule ed una guida
per additarmi la strada ed incaricarsi delle piccole mie bagaglie;
ma prima mi accommiatai dal nobile protettore che m'avea compartiti
tanti favori, e dal quale anche all'atto della mia partenza ricevei un
generoso donativo.
Non mi sopravvenne durante il viaggio alcun incidente degno di essere
riferito. Arrivato a Maldonada (chè così si chiamava quel porto) non
trovai alcun bastimento che mettesse alla vela per Luggnagg, nè che
fosse per prendere quella direzione di lì a qualche tempo. La città
è grande presso a poco come Portsmouth. Trovata molta ospitalità
nel paese, non tardai a farvi delle buone conoscenze. Tra queste un
distinto personaggio, dopo avermi avvertito che non mi si offrirebbero
imbarchi per Luggnagg prima d'un mese, mi disse che non sarei stato
scontento se, profittando di questo indugio, avessi fatta una gita
alla piccola isola di Glubbdubdrib, non più lontana di cinque leghe dal
libeccio (sud-est) di Luggnagg. Anzi egli ed un suo amico s'offersero
accompagnarmi, e pensarono eglino a provedere una piccola navicella per
tale viaggio.
Glubbdubdrib, per quanto sono stato buono io d'interpretare questa
parola, vuol dire -isola de' negromanti- o -de' maghi-. Un terzo
in larghezza della nostra isola di Wight, essa è ferace oltre
ogni credere; la governa il capo di una certa tribù, di cui tutti
gl'individui sono maghi. Eglino non contraggono matrimonii se non
fra loro, e il più attempato di essi è per successione il principe o
governatore dell'isola. Questi abita in un nobile palazzo con annesso
un parco di circa tremila bifolche, circondato da un muraglione di
mattoni alto venti piedi, e suddiviso in parecchi piccoli spartimenti
di pascoli, campicelli di biade, orti e giardini.
Il governatore e la sua corte sono serviti da famigli d'una razza
piuttosto insolita. Mercè la loro perizia nella negromanzia, hanno il
potere di chiamarseli e scerseli a modo loro dai trapassati, ma non di
tenerli al proprio servigio più di ventiquattro ore, spirato il qual
termine non possono obbligarli a tornare allo stesso incarico se non di
lì a tre mesi, fuor d'alcuni casi straordinari e rarissimi.
Arrivati nell'isola quasi alle undici del mattino, uno de' signori
di mia compagnia si trasferì dal governatore, chiedendogli la grazia
di ammettere alla sua presenza uno straniero che era venuto con lui
coll'espresso fine di procurarsi l'onore di tributare il suo omaggio
a sua altezza. Accordata subito la grazia, entrammo tutt'e tre dalla
porta maggiore del palazzo in mezzo a due file di guardie armate e
vestite affatto all'antica, le cui faccie aveano tal cosa in sè che
mi faceva arricciare la pelle, e m'inspirava un certo brivido ch'io
stenterei a descrivervi. Attraversammo diversi appartamenti, in mezzo a
servitori sempre della stessa genía dei primi, e schierati come quelli
in due file, sinchè finalmente fummo alla sala della presentazione.
Dopo che avemmo fatti i tre nostri profondissimi inchini e risposto a
poche generali interrogazioni, ne fu permesso sederci su tre sgabelli
posti a livello del più basso gradino del trono di sua altezza. Il
principe intendeva l'idioma di Balnibarbi, benchè diverso da quello
che si parlava nella sua isola. Giovatosi di questo con me, mi pregò di
dargli alcune contezze su i miei viaggi, e per farmi capire a dirittura
che sarei stato trattato senza cerimonie, licenziò con un'alzata di
dito tutti i suoi cortigiani, che sfumarono come le visioni de' nostri
sogni, se ne accade destarci all'improvviso. Rimasi sbigottito per
un po' di tempo; finalmente, poichè il governatore m'ebbe assicurato
che non mi sarebbe stato fatto alcun male, e veduto che i miei
compagni, già avvezzatisi per antecedenti visite a quelle usanze,
non si mettevano in veruno scompiglio, cominciai a prendere un po' di
coraggio, e feci a sua altezza un breve racconto delle mie avventure,
non senza per altro qualche esitazione e ripetute occhiate dietro di
me ai punti donde io aveva veduto sparire quel servidorame dell'altro
mondo. Terminata la mia storia, ebbi l'onore di venire ammesso alla
mensa del principe, imbandita e servita da una rinovata schiera di
spettri. Allora nondimeno io mi sentiva meno atterrito che la mattina.
Sol venuta la sera, pregai umilissimamente sua altezza ad accogliere
le mie scuse se io non accettava l'invito ch'ella mi fece di dormire la
notte nel suo palazzo. Andai dunque co' miei compagni ad alloggiare in
una casa di particolari della contigua città, che era la metropoli di
quella piccola isola; e nella successiva mattina tornammo ad umiliare
gli omaggi del nostro rispetto a sua altezza, che si era degnata
d'incoraggiarci a far questo.
Continuammo di questo stile a soggiornare nell'isola dieci giorni,
de' quali la maggior parte diurna passavamo presso il governatore;
ma la notte ce ne tornavamo all'alloggio che vi ho indicato. Feci
presto ad addimesticarmi colla vista degli spiriti, che dopo la terza
o quarta volta non mi davano apprensione di veruna sorta, o se me ne
fosse rimasto alcun poco, bisogna dire che la mia curiosità m'aiutasse
a superarla. Perchè avete a sapere che il governatore mi diede la
permissione di chiamar per nome, scegliendoli a mio piacimento e nel
numero che avrei voluto, quanti morti avea veduti vivi la terra del
principio del mondo all'era presente; e soggiunse: «Domandate pur loro
liberamente di rispondere a qualunque interrogazione vi piacerà fare ai
medesimi, semprechè le vostre inchieste cadano su cose accadute finchè
viveano; ed una cosa di cui potete essere certo, si è che vi diranno il
vero, perchè il dir bugie è una scienza ignota nel mondo di là».
Fatti i miei più umili ringraziamenti a sua altezza per tanto favore,
la presi in parola. Dalla stanza ove stavamo si godeva d'una delle più
belle prospettive del parco, ed essendo io stato propenso sin dalla
prima mia giovinezza alle scene di magnificenza e di fasto, pregai
sua altezza a volermi far vedere Alessandro il Grande a capo del suo
esercito nella posizione appunto in cui si trovò dopo la battaglia di
Arbella. Il governatore mosse un dito, ed ecco tutto questo mondo sotto
la nostra finestra! Chiamammo Alessandro di sopra; ed oh! che fatica
feci a capire il suo greco! si rassomigliava ben poco a quello che ho
imparato io. Fra le cose che capii vi fu la seguente: mi giurò su la
sua parola d'onore che non era morto attossicato, come lo fanno molti,
ma bensì d'una febbre maligna presa a furia d'imbriacarsi.
Vidi in appresso Annibale al passaggio dell'Alpi, e m'assicurò,
anch'egli su la sua parola d'onore, che nel suo campo non vi era mai
stata una sola gocciola d'aceto[40].
Vidi Cesare e Pompeo a capo de' loro eserciti ed in procinto
d'impegnare la battaglia; poi rividi il primo nell'atto del suo ultimo
grande trionfo. Pregai che mi comparissero innanzi in una grande sala
il senato di Roma ed in un'altra sala per modo d'antitesi una camera
di rappresentanti moderni. Nella prima di questa sala credei vedere
un sinedrio d'eroi e di semidei; nella seconda una combriccola di
gaglioffi, di borsaiuoli, di assassini da strada e di sgherri.
Il governatore, dietro mia preghiera, fece venire nella stanza
ov'eravamo Cesare e Bruto. Fui compreso di profondissima venerazione
alla vista di Bruto, ne' lineamenti della cui fisonomia potei
facilmente discernere la più consumata virtù, la maggiore intrepidezza
e fermezza di mente, il più veritiero amore della sua patria e la
generale benevolenza ch'egli sentiva pel genere umano. Mi fu poi
piacevolissimo il notare l'ottima intelligenza che regnava fra questi
due personaggi; anzi Cesare mi confessò ingenuamente che tutte le più
belle azioni della propria vita stavano sotto molti aspetti al di sotto
della gloria acquistatasi da Bruto nel togliere dal mondo il dittatore
di Roma, cioè lui stesso, Cesare. Ebbi l'onore d'intertenermi a lungo
con Bruto, dal quale seppi che l'antenato di lui, Giunio, Socrate,
Epaminonda, Catone il Giovine[41], Tomaso Moro[42], lo stesso Bruto II
erano continuamente insieme; sestumvirato di cui tutte le età del mondo
non possono offrirci un settimo membro.
Noierei il leggitore se gli ripetessi i nomi di tutti gl'illustri
personaggi richiamati alla luce del giorno per appagare l'insaziabile
brama ch'era in me di vedermi schierato innanzi il mondo di ciascun
periodo dell'antichità. Fu un grande pascolo alla mia vista il
contemplare i distruttori dei tiranni e degli usurpatori, e coloro
che restituirono alla libertà vilipese ed oppresse nazioni. Ma è
inesplicabile la soddisfazione che mi veniva ad un tempo dalla speranza
di potere ritrarre da tal rassegna un argomento degno d'intertenere un
qualche giorno i miei leggitori.
CAPITOLO VIII.
Ulteriori racconti d'apparizioni. -- Correzioni fatte alla storia
antica e moderna.
Voglioso di conoscere a mio miglior agio quegli antichi che furono più
rinomati per ingegno e dottrina, stabilii una giornata in disparte a
tal fine. Domandai che Omero ed Aristotele mi comparissero a capo di
tutti i loro comentatori, ma tanti erano questi di numero che qualche
centinaio di essi fu costretto rimaner nel cortile, ed anche fuori del
palazzo. Scernei tosto i due personaggi principali non solo di mezzo
alla folla, ma l'uno dall'altro. Omero era il più alto di statura ed
il più simpatico dei due; camminava diritto assai per gli anni che
aveva, ed i suoi occhi erano de' più vivaci e penetranti ch'io m'abbia
veduti giammai. Aristotele andava molto curvo, e faceva uso di bastone;
magro, avea rada la capellatura ed incolta, una voce gutturale. Potei
accorgermi che nè l'uno nè l'altro sapea nulla della sua turba immensa
di comentatori; anzi non ne avea mai veduto alcuno, o udito parlarne
prima di quella giornata; uno spettro poi, del quale tacerò il nome,
mi disse all'orecchio che tutti que' comentatori abitavano sempre ne'
quartieri del mondo di là i più lontani dai loro comentati, e ciò
per la vergogna e la coscienza di aver sformate si bestialmente le
intenzioni de' loro autori agli occhi della posterità.
Presentai Didimo ed Eustazio[43] ad Omero, e tanto feci che li trattò
meglio forse di quanto lo avrebbero meritato, benchè non si stesse
dal dire che mancavano di genio per potere entrare nello spirito di
un poeta. Ma Aristotele perdè affatto la pazienza quando imparò a
conoscere Scoto e Ramus[44] che gli presentai. Basta dire che fece
loro questa domanda: «Il resto de' miei comentatori è tutto una mano di
balordi come voi due?»
Allora pregai il governatore a far venir lì Cartesio e Gassendi, che
indussi a spiegare i loro sistemi ad Aristotele. Questo grande filosofo
confessò ingenuamente gli abbagli in cui cadde egli stesso parlando di
filosofia naturale, perchè in molti casi gli bisognava fondarsi su mere
congetture, come accade a tutti i galantuomini; ma disse poi come tanto
l'epicureismo che Gassendi avea reso saporoso fin dove potè nella sua
-Filosofia d'Epicuro- quanto i vortici di Cartesio fossero ugualmente
da scartarsi. Predisse lo stesso destino all'attrazione, di cui i dotti
de' nostri giorni si mostrano partigiani così zelanti[45]. Aggiunge
che i nuovi sistemi della natura non sono altro che nuove mode, le
quali variano in ciascun secolo; e che anche coloro i quali pretendono
dimostrarli co' principii della matematica, sarebbero rimasti in voga
per ben poco tempo, e che cadrebbero in discredito quando verrebbe la
loro ora.
Passai cinque giorni conversando con molt'altri dotti dell'antichità.
Vidi pure diversi fra i primi imperatori romani. Ottenni dal
governatore che chiamasse i cuochi di Eliogabalo, perchè ne
imbandissero una mensa; ma non poterono far grande mostra di loro
abilità per mancanza di materiali. Un iloto del re Agesilao ci fece
un brodo alla spartana, non fui buono di mandarne giù una seconda
cucchiaiata.
I due personaggi che mi aveano condotto nell'isola, erano stimolati da
alcuni particolari loro affari a partirne di lì a tre giorni che furono
da me impiegati nel vedere alcuni de' morti moderni, i quali aveano
più splenduto o nel nostro paese od in altre contrade europee da due o
tre secoli in qua; ed essendo io stato sempre ammiratore delle antiche
illustri dinastie, pregai il governatore a chiamarmi una dozzina o due
di re seguendo l'ordine di otto o nove generazioni. Ma mi accadde cosa
inaspettata che non vi so dir quanto mi facesse restare stordito ed
allocco. Io mi aspettava vedere un lungo codazzo di monarchi; in vece
trovai in una famiglia due sonatori di violino, tre bellimbusti ed
un prelato; in un'altra un barbiere, un abate e due cardinali. Ho in
troppa venerazione le teste coronate per fermarmi a lungo sopra un sì
meschino argomento. Ma quanto ai marchesi, conti, duchi e cose simili
non fui così scrupoloso; anzi confesso che non mi spiacque il trovarmi
in posizione atta a scandagliare su i primi loro tipi le particolari
fattezze che caratterizzano certe famiglie.
Intesi pienamente come possa essere che tutti d'una certa discendenza
abbiano il mento lungo; come un'altra abbia abbondato di ribaldi per
due generazioni, di matti per altre due; donde deriva uno de' proverbi
profferito da Polidoro Virgilio[46] intorno a certa gran casa: -Nec vir
fortis, nec foemina casta-. Compresi perchè la crudeltà ereditaria in
alcune famiglie, la codardigia o la falsità in altre, sieno divenute
lor distintivi come gli stemmi; capii chi primo avesse portata in
certa nobile casa la sifilide tramandatasi poi in sempre rinascenti
scrofole ai discendenti. Nè di tutte queste cose potei maravigliarmi
oltre, quando fui certo che quelle lunghe serie di famiglie erano state
interpolate da paggi, staffieri, cocchieri, biscazzieri, sonatori di
violino, commedianti, marinai e tagliaborse.
Oh! allora mi venne proprio a schifo la storia moderna, perchè dopo
avere scandagliati ben bene i personaggi che ebbero più grido nelle
corti da un secolo in qua, m'accorsi come il mondo sia stato tratto
da prostituti scrittori ad attribuire i più luminosi successi nella
guerra ai codardi, le più savie risoluzioni ai matti, la sincerità
agli adulatori, le virtù romane a chi tradiva il proprio paese, la
pietà agli atei, la castità ai pederasti, la lealtà alle spie. Gran
mercè a questi storici, il mondo non sa poi quanti uomini innocenti ed
integerrimi sono stati condannati alla morte o al bando per le pratiche
operate dai primi ministri or su la venalità de' giudici, or su la
malizia delle fazioni; non sa quanti ribaldi vennero esaltati alle più
sublimi cariche di confidenza, al potere, alle dignità, allo splendore
delle ricchezze; non sanno quanta parte nei grandi avvenimenti dello
stato, nelle risoluzioni de' consigli e de' senati appartenne ai
mezzani, alle donne di mala vita, ai parassiti, ai buffoni. Come m'andò
giù di credito ciò che chiamasi saggezza e rettitudine umana, poichè
fui bene informato delle origini e de' motivi delle grandi imprese e
rivoluzioni di questa terra, e degli spregevoli incidenti cui dovettero
il loro buon successo!
Mi convinsi allora della ribalderia o dell'ignoranza di coloro che
si danno l'aria di scrivere aneddoti, o storie segrete; che mandano
al sepolcro tanti re con una tazza di veleno; che vi ripetono
discorsi seguiti contra un re ed un primo ministro senza esserne
stati sicuramente testimoni d'udito; che schiavano a lor talento i
gabinetti degli ambasciatori e segretari di stato; e che hanno la
perpetua disgrazia di non indovinarne non una per il diritto. Allora
io scopersi la vera cagione di tanti avvenimenti che hanno reso
attonito il mondo e con qual leggiadria la donna di partito padroneggi
la scala segreta, la scala segreta un consiglio, il consiglio un
senato. Un generale confessò in mia presenza ch'egli avea guadagnata
una battaglia a furia di vigliaccheria e di spropositi, un ammiraglio
che per mera svista avea battuto il nemico, mentre s'apparecchiava a
consegnargli a tradimento la flotta. Tre capi di nazioni protestarono
che durante l'intero loro governo non aveano mai preferita una sola
persona di merito se non era stato per equivoco, o per frode d'un primo
ministro in cui poneano la loro fiducia, e del quale non si sarebbero
fidati più se fossero tornati in vita; poi mi dimostrarono, e con che
convincenti ragioni! che un governo non potrebbe tirar innanzi senza
uomini corrotti, perchè quello spirito giusto, fermo, pertinace che
caratterizza l'uomo incontaminato, è un perpetuo intoppo all'andamento
de' pubblici affari.
Fui curioso di sapere con quali metodi certuni si fossero procacciati
sublimi titoli d'onore e sterminati possedimenti; e limitai le mie
ricerche ad un'era moderna sì, ma che non intaccasse troppo da vicino
la presente, perchè m'avrebbe spiaciuto troppo il dover raccontar cose
odiose nemmeno agli stranieri; chè già quanto ai miei concittadini
il lettore s'immagina, anche senza una mia protesta, ch'essi non
sono compresi nè poco nè assai in quanto dico su tale proposito.
Furono dunque chiamati molti di que' morti che potevano appagare la
mia curiosità. Dopo un brevissimo interrogatorio scopersi tali scene
d'infamia che non so pensarci sopra senza raccapricciare. Lo spergiuro,
l'oppressione, le maligne istigazioni, la frode, il pandarismo[47] e
simili debolezze furono l'arti più innocenti di cui mi confessarono
essersi valsi; e sin qui volli anche compatirli fino ad un certo segno.
Ma quando altri vennero confessandomi che doveano la grandezza e le
ricchezze loro, chi ad incesti e colpe contro natura, chi all'aver
prostituito la propria moglie o le figlie, chi a tradimenti commessi
contra la lor patria e il loro sovrano, chi ad avvelenamenti, chi
all'assassinio dell'innocente commesso sotto il manto della giustizia;
mi perdonerete, spero, se queste scoperte fecero in me calare un
pochetto quella profonda venerazione che d'altra parte son proclive a
tributare ai personaggi posti in alto grado, e che, per un riguardo
alle dignità di cui sono insigniti, devono prestar loro tutte le
persone poste più a basso di essi.
Ho spesso letto d'alcuni grandi servigi resi ai principi ed agli
stati, onde pregai perchè mi fossero fatti conoscere i personaggi cui
s'avea l'obbligazione di tali servigi. Mi fu risposto che i nomi di
questi tali erano andati in dimenticanza, tranne pochi che la storia
ha dipinti come i più abbietti dei cialtroni e dei traditori. Di tutti
gli altri io non avea mai udito far menzione prima d'allora. Li vidi
scoraggiati in cera e mal vestiti; alcuni di loro mi dissero d'essere
morti nella povertà e nella disgrazia; i più morti su d'un palco o
sospesi ad una forca.
Fra gli altri ve n'era uno il caso del quale mi parve anzi che no
singolare. Gli stava a fianco un giovinetto di circa diciotto anni,
quando mi disse che nella battaglia navale d'Azzio ebbe la buona sorte
di rompere la fila nemica, di mandare a fondo tre navi di primo ordine,
e d'impadronirsi della quarta, il che fu la sola cagione della fuga
d'Antonio e della vittoria della parte ottaviana. «Questo giovinetto,
soggiunse, che mi sta da presso, è mio figlio; lo vidi cader morto a
miei piedi in quella giornata. Credevo essermi fatto qualche merito;
ed essendo terminata la guerra, venni a Roma per sollecitare da Augusto
la grazia di avere a preferenza d'altri il comando di una nave di primo
ordine, il cui capitano era morto in battaglia; ma senza alcun riguardo
alla mia inchiesta, questo comando fu conferito ad un ragazzo che non
avea mai veduto il mare, ma che aveva il pregio d'essere figlio di
Libertina, fantesca di una favorita d'Augusto. Tornatomene addietro
sul mio primo bastimento, mi si trovò trascurato ne' miei doveri per
levarmi anche quel comando e darlo ad un paggio favorito di Valerio
Publicola che era il vice-ammiraglio. Mi ritirai in una mia casetta di
campagna, ove ho finiti oscuramente i miei giorni». Mi sembrò tanto
incredibile il fatto che domandai fosse chiamato Agrippa, quello che
divenne poi genero d'Augusto, e che fu ammiraglio, come sapete, nella
nominata battaglia. Marco Agrippa mi confermò punto per punto le cose
narratemi da quel povero capitano; e sol ne aggiunse molt'altre che
tornavano a maggiore onore di questo, e che la modestia di lui gli avea
suggerito tacere.
Mi fece maraviglia che la corruttela fosse divenuta tanto smisurata
ed operosa in un impero presso cui il lusso si era introdotto così di
recente; laonde si diminuì in me lo stupore per la moltitudine dei casi
simili che si vedono in altri paesi ove i vizi di tal natura regnano da
più lungo tempo, ed ove è tanto cresciuta la prodigalità delle lodi e
del bottino al generale in capo, che forse ad entrambe queste cose ha i
minori diritti.
Poichè tutti que' morti chiamati alla luce vestivano in quel momento
le primitive forme che aveano da vivi, fu per me un soggetto di
malinconica considerazione il notare quanto fosse degenerata la
nostra schiatta da un secolo in qua; come la sifilide con tutte le sue
conseguenze e denominazioni avesse alterato ciascun lineamento di volto
inglese, accorciate le stature, sconnessi i muscoli, rilassati i nervi,
fatte smorte le cere, rese floscie e rancide le carni.
Per vedere se tal degradazione si estendesse a tutte le classi domandai
persino che fossero fatti comparire alcuni di que' contadini inglesi
di vecchia stampa, sì famosi una volta per semplicità di modi, per
parsimonia di cibo e vestire, per rettitudine di procedere, per vero
spirito di libertà, per coraggio ed amore di patria. Non potei non
sentirmi gravemente afflitto poichè, istituito il paragone fra i morti
ed i vivi, pensai come tutte quelle pure native virtù de' medesimi
venissero prostituite per pochi soldi dai loro pronipoti, i quali nel
vendere i loro voti e brogli agli elettori hanno contratti tutti quanti
i vizi e le corruttele che possono impararsi in una corte.
CAPITOLO IX.
L'autore ritorna a Maldonada. -- Veleggia al regno di Luggnagg. -- È
tenuto in arresto. -- Mandato a domandare dalla corte. -- Formalità
della sua grande ammissione. -- Grande mansuetudine del re verso i
suoi sudditi.
Arrivato il giorno della nostra partenza, prendemmo congedo da sua
altezza il governatore di Glubbdubdrib, ed arrivammo a Maldonada,
ove, dopo una quindicina di giorni, un bastimento era presto per dar
le vele alla volta di Luggnagg. I due personaggi che v'ho indicati,
ed alcuni altri ebbero la generosità di provedermi dell'occorrevole
e per la partenza e durante la navigazione, nè si scompagnarono da me
finchè non mi videro a bordo. Stetti in viaggio un mese. Soffrimmo una
violenta burrasca che ne costrinse governare verso ponente per trovare
un vento di commercio[48] che ci durò per sessanta leghe. Il 21 aprile
1708, entrammo nel fiume Clumegnig che bagna una città e un porto posti
a scirocco (sud-est) di Luggnagg. Gettata l'áncora ad una lega dalla
città, demmo il segnale per un piloto di porto. In vece d'uno ne furono
al nostro bordo due in meno d'una mezz'ora, colla guida de' quali,
attraversati certi scogli e secche, da vero pericolosissimi, arrivammo
ad un ampio bacino, capace di contenere in sicuro una flotta e distante
un tratto di gomona dalla città.
Qualcuno de' nostri marinai, lo facesse per malignità o inavvertenza,
informò un di que' piloti di porto ch'io era straniero e gran
viaggiatore; il piloto di porto ne avvisò l'ufiziale di dogana che,
appena fui a terra, venne a farmi un rigorosissimo interrogatorio.
Costui mi parlò nella lingua di Balnibarbi che, grazie al molto
commercio, è generalmente intesa in quella città, massime dai marinai
e dagl'impiegati delle dogane. Gli dissi in compendio le particolarità
più salienti della mia storia, e ciò col miglior ordine e verità
che potei; per altro mi trovai nella necessità di nascondergli la
mia patria e darmi per Olandese, perchè essendo mia intenzione di
trasferirmi al Giappone, ben io sapeva essere gli Olandesi i soli
Europei a' quali è permesso l'entrare in quel regno. Gli narrai quindi
come, essendo io naufragato e battuto contra uno scoglio della costa
di Balnibarbi, fossi stato ricevuto nell'isola di Laputa o sia Isola
Galleggiante (della quale anch'egli aveva udito parlare), e come ora
io m'adoprassi a raggiugnere il Giappone ove io sperava trovare un
incontro per tornarmene alla mia patria.
-- «Tutto va bene, mi disse il doganiere. Ma per ora bisogna che
rimaniate arrestato qui, finchè io abbia ricevuti intorno alla vostra
persona ordini dalla corte, alla quale scrivo subito, e spererei averne
risposta fra una quindicina di giorni».
Fui condotto allora in un convenevole alloggiamento con una sentinella
di guardia alla porta; ma non posso lagnarmi di non essere stato
trattato con umanità durante quel mio confinamento; mantenuto per tutto
quel tempo a spese del re, io aveva in oltre annesso alla mia stanza
un vasto giardino ove mi si dava la libertà di passeggiare. Aggiugnete
che fui visitato da molte persone stimolate soprattutto dalla curiosità
perchè aveano sentito dire ch'io veniva da rimotissimi paesi de' quali
non ebbero mai contezza in loro vita.
Stipendiai nella qualità di mio interprete un giovinetto che avea
fatto il viaggio meco nel medesimo bastimento, un nativo di Luggnagg;
ma che, essendo vissuto alcuni anni a Maldonada, era divenuto perfetto
maestro di entrambe le lingue. Col suo aiuto fui in grado di conversare
con quanti venivano a visitarmi, ma tutto il nostro dialogo si
riduceva alle loro interrogazioni ed alle mie risposte, non conduceva
sicuramente a veruna discussione.
La risposta della corte non si fece aspettare più del tempo indicatomi
da chi mi arrestò. Contenea questa l'ordine di trasportar me ed il mio
seguito con una scorta di dieci uomini di cavalleria a Traldragdubh,
o Trildrogdrib, che si pronuncia in tutt'a due i modi per quanto
posso ricordarmi. Tutto questo mio seguito si riduceva a quel povero
ragazzo che indussi ad accettar servigio presso di me, e, dietro umile
mia inchiesta, ne fu data una mula per uno da cavalcare. Fu spedito
innanzi a noi ad una mezza giornata di distanza un corriere per portar
la notizia del mio prossimo arrivo e supplicare sua maestà affinchè
volesse degnarsi assegnarmi con suo grazioso beneplacito un giorno in
cui potessi aver l'onore di -leccare la polve a piè del suo trono-.
Tale è la frase usata per chiedere udienza a quel monarca, nè tardai
ad accorgermi che questa non è mica soltanto una forma di dire; perchè
dopo la mia ammissione che venne accordata due giorni dopo il mio
arrivo, e giunto all'ingresso della sala d'udienza, fui messo boccone
con la pancia a terra, e fui costretto strisciarmi fino a piè del
soglio, lambendo continuamente la polve finchè ci fossi.
Devo dire che si ebbe preventivamente la cura di spazzar bene il
pavimento, ma fu questa una speciale grazia usata alla mia qualità
di forestiere, e non è un privilegio concesso a tutti coloro che
desiderano udienza, quand'anco sieno personaggi del più alto grado.
Anzi qualche volta il pavimento è spolverizzato di più a bella posta,
se accade che il presentato abbia de' possenti nemici alla corte.
Ho veduto io un gran signore il quale, quando fu alla distanza dal
trono stabilita dall'etichetta, avea la bocca sì piena che non potè
dire una parola del suo complimento; perchè avete anche a sapere che
un povero galantuomo in que' frangenti non ha nemmeno il conforto di
potere sputare o pulirsi la bocca, che sarebbe un delitto capitale. Al
qual proposito, vi conterò un'altra usanza di quel paese ch'io sono
ben lontano dall'approvare. Quando il re giudica opportuno levar dal
mondo un de' suoi nobili, per far ciò nel modo più mite e gentile,
ordina che il pavimento sia coperto d'una certa polve bruna composta
d'ingredienti mortiferi, e di cui la virtù è far morire infallibilmente
entro ventiquattro ore chi l'ha lambita. Conviene ciò nullostante
rendere una giustizia alla clemenza di quel sovrano ed alla grande
di lui sollecitudine pel suo popolo, in che sarebbe da augurarsi che
lo imitassero tutti i monarchi. Sia detto a suo onore. Ha dati ordini
i più precisi alla sua servitù, affinchè dopo ogni esecuzione di tal
natura, sia diligentemente lavato il pavimento sotto pena di cadere
nella sovrana disgrazia. Fui presente io, quando ordinò che fosse
frustato un suo paggio che, essendo di servigio in uno di tali giorni,
nè fece lavare il lastrico, nè diede avviso che non era stata lavato;
negligenza che costò sfortunatamente la vita ad un nobile giovinetto
d'alte speranze presentatosi all'udienza in quel giorno senza che il
re avesse alcun disegno a danno della sua vita. Per altro, quell'ottimo
principe ebbe la clemenza di perdonare le frustate al suo paggio sotto
promessa di non tornarci più, semprechè non avesse speciali ordini di
sua maestà.
Tornando dunque al mio proposito, poichè mi fui strisciato sì avanti
che tra me e i gradini del trono la distanza era di quattro braccia,
mi posi con bel garbo in ginocchio, e battuta sette volte, com'è di
stile, la fronte per terra, recitai le seguenti parole che m'aveano
fatte imparare a memoria la notte innanzi: -Inckpling gloffthrobb
squut serumm bhiop mlashnalt, zwin tnodbalkuff hslhiophad gurdlubh
asht-, complimento prescritto dalle leggi del paese per tutti coloro
che vengono ammessi alla presenza del monarca, ed il cui significato
è: -Possa la celeste maestà vostra sopravvivere al sole undici mesi
e mezzo!- Il re mi fece una risposta di cui non intesi una sillaba, e
dopo la quale profferii le seguenti altre parole che parimente mi erano
state insegnate: -Flust drin yalerick dwuldom prastrad mirpush- che,
tradotte alla lettera, vogliono dire: -La mia lingua è nella bocca del
mio amico-, ed equivalgono ad una permissione chiesta al re di parlare
per bocca del proprio interprete. Infatti venne tosto introdotto il
giovinetto di cui già v'ho parlato, e col mezzo del quale risposi a
quante interrogazioni sua maestà si compiacque farmi per tutta un'ora
all'incirca. Io parlava l'idioma di Balnibarbi; il mio interprete
voltava le mie parole in quello di Luggnagg.
Il re molto allettato dell'abboccamento avuto con me ordinò al suo
-bliffmarklub- (il gran ciamberlano) di far allestire un appartamento
per me e pel mio interprete, e lo incaricò pure di disporre quanto era
d'uopo alla mia mensa giornaliera e di passarmi una grossa borsa di
danaro per le mie spese ordinarie.
Rimasi tre mesi senza essere all'assoluto servigio di quel monarca,
il quale ciò non ostante si degnava colmarmi de' suoi favori e farmi
generosissime offerte. Io nondimeno giudicava cosa più conforme alla
prudenza ed alla giustizia il vivere que' giorni che mi restavano a
vivere in compagnia di mia moglie e della mia famiglia.
CAPITOLO X.
Alcuni cenni in lode degli abitanti di Luggnagg. -- Particolare
descrizione degli -struldbrug-, e colloquii occorsi su
questa razza d'individui tra l'autore e diversi ragguardevoli
personaggi.
Gli abitanti di Luggnagg sono urbani e generosi; e, benchè non sieno
senza un ramo di quell'orgoglio che caratterizza generalmente tutti
gli Orientali, si mostrano cortesi co' forestieri, soprattutto ove
sappiano che li protegge la corte. Feci molte conoscenze, e con persone
di quella che chiamasi scelta società; e coll'assistenza sempre dal
mio interprete i miei intertenimenti con loro furono d'un genere
dilettevole anzichè no.
Un giorno mi trovavo in molta compagnia di tali signori, quando uno di
essi mi chiese s'io avessi mai veduto alcuno dei loro -struldbrug-, o
immortali. Risposi di no, e lo pregai a spiegarmi che cosa s'intendesse
con questo nome che mi pareva applicasse a creature mortali. Secondo
quanto egli mi raccontò, accadea talvolta, benchè di rado, che in
qualche famiglia nascesse un fanciullo con una macchia circolare rossa
su la fronte, ed esattamente sul ciglio sinistro, della larghezza,
stando alla sua descrizione, di circa tre soldi inglesi d'argento;
segnale infallibile che quella creatura non sarebbe mai morta.
Coll'andar del tempo la macchia diveniva più larga e cangiava di
colore. Infatti, giunto il fanciullo ai dodici anni, la macchia si
facea verde, e continuava così, finchè l'individuo avesse venticinque
anni; poi traeva al turchino scuro; ai quarantacinque anni, nera come
il carbone, acquistava la larghezza d'uno scellino inglese, poi non
ammetteva più altro cangiamento.
-- «Ma queste nascite, mi dicea, succedono sì di rado, che non credo
vi sieno più di mille e cento struldbrug d'entrambi i sessi in tutta
quanta la monarchia; la metropoli ne conterrà circa una cinquantina,
e tra questi una bambina nata tre anni fa; questi scherzi della natura
non sono particolari a qualche famiglia, ma un mero effetto del caso,
e i figli stessi degli struldbrug sono mortali come il rimanente degli
uomini».
Devo confessarlo, fui fuori di me dal contento all'udire un sì
portentoso racconto, nè potei starmi in quella mia prima estasi dal
manifestarla con esclamazioni che poteano parere stravaganti a chi avea
sempre il prodigio di questi immortali dinanzi agli occhi, e che furono
intese da uno della brigata, il quale parlava, non meno perfettamente
di me, l'idioma di Balnibarbi.
-- «Felice nazione, esclamai, i cui figli hanno almeno una probabilità
di essere immortali! Fortunato popolo che può bearsi ogni giorno della
presenza di tanti esempi viventi delle antiche età, ed ha sempre a
sua disposizione maestri che lo possono istruire nelle scuole della
saggezza de' primi tempi! Ma più fortunati fuor d'ogni paragone questi
egregi struldbrug che, nati esenti dalla più tremenda universale
calamità della natura umana, hanno le menti libere e sgombre dal
peso e dalle depressioni di spirito prodotte dal continuo timor della
morte! Ma mi fa meraviglia di non aver mai veduto un solo di questi
illustri enti alla corte; e sì, la macchia nera su la fronte, larga
uno scellino, è un distintivo sì notabile che non potea passarmi
inosservato davanti agli occhi. Mi par tuttavia impossibile che sua
maestà, principe sì giudizioso, non chiami presso di sè un buon numero
di questi immortali per averne altrettanti abili e saggi consiglieri.
Ma forse la loro virtù è tanto austera che mal s'affarebbe alle maniere
corrotte e dissolute de' cortigiani; lo vediamo spesso per esperienza
che i giovani sono troppo caparbi e spensierati per lasciarsi guidare
dalla saviezza di chi ha più anni di loro. Basta! poichè sua maestà ha
la clemenza di permettermi d'avvicinarmele, coglierò ben io la prima
occasione per dirle, o farle dire schiettamente ed in lungo ed in
largo dal mio interprete quello ch'io sento su tale proposito. Ascolti
poi, o non ascolti i miei suggerimenti, non avrò il rimorso di non
averli dati, e quando non potessi ottenere altro, poichè sua maestà
si è degnata più d'una volta offrirmi un collocamento stabile ne' suoi
dominii, accetterò ora con la massima riconoscenza un simil favore, e
passerò d'ora in poi tutta la mia vita qui in compagnia di questi enti
di primo ordine, di questi struldbrug, se per altro si vorranno degnare
di me».
Quel signore cui fu soprattutto vólta questa mia cicalata, perchè, come
ho detto, io lo sapeva istrutto nell'idioma di Balnibarbi, mi disse
con quel sorriso che d'ordinario procede da compassione per l'altrui
ignoranza:
-- «Oh! son ben contento che vi si offra un motivo, qualunque esso sia,
di fermarvi fra noi; anzi permettetemi ch'io spieghi questi sentimenti
or da voi espressi al rimanente della compagnia».
Così fece, e li vidi parlar qualche tempo insieme nel loro linguaggio,
di cui non intesi, come v'immaginate, una mezza parola; nè potei
nemmeno capire dagli atti delle loro fisonomie qual impressione
producesse negli ascoltatori il racconto del mio nobile interprete.
Dopo un breve silenzio questi tornò a me.
-- «Que' miei e vostri amici (così gli piacque esprimersi) hanno molto
gustate le giudiziose vostre osservazioni su la grande felicità ed i
vantaggi di una vita immortale. Or sarebbero desiderosi di sapere da
voi in un modo specificato a qual sistema di vita vi sareste attenuto
se il vostro destino vi avesse fatto nascere struldbrug.
-- «Oh! non è difficile, risposi, l'essere eloquente trattando un
argomento sì copioso e fecondo, soprattutto per me, avvezzo spesse
volte a deliziarmi nelle visioni di quel che farei se fossi un re,
un generale o un gran signore; e in questi casi mi è sovente corso il
pensiere sul sistema di vivere, sul modo d'impiegare me stesso e le mie
ore, se fossi stato sicuro di viver sempre.
-- «Primieramente dunque, se avessi la fortuna di nascere struldbrug,
non appena avessi potuto comprendere la mia felicità col capire qual
differenza passa tra la vita e la morte, avrei, con ogni sorta d'arti
e di metodi, data opera a procacciarmi ricchezze; e proseguendo in
questa cura non dubito che a furia di risparmi e di miglioramenti non
arrivassi, tutt'al più in due secoli, ad essere il più ricco uomo di
tutto il regno. In secondo luogo, fin dalla prima mia giovinezza, mi
sarei applicato intensamente allo studio dell'arti e delle scienze, e
certo a suo tempo avrei superati tutti gli altri in dottrina. Vorrei
per ultimo tenere un accurato registro d'ogni nazione o avvenimento
rilevante che accadesse nel pubblico, e delineare con imparzialità i
caratteri delle successive generazioni di principi e grandi ministri di
stato con le mie annotazioni punto per punto. Vorrei nel tempo stesso
tenere un conto esattissimo di tutti i cangiamenti di consuetudini, di
lingua, di vestiti e di mode, di cibi e di passatempi; coll'acquisto
delle quali nozioni diverrei un'arca di sapere e di saggezza, e
certamente l'oracolo della nazione.
-- «Passati i sessant'anni, non vorrei più mai ammogliarmi, ma aprir
la mia casa ad ogni sorta di persone che lo meritassero. Soprattutto
m'interterrei nel formare e dirigere le menti de' giovinetti che
dessero buone speranze di sè e nel renderli persuasi, sul fondamento
delle mie ricordanze, della mia pratica e delle mie osservazioni,
avvalorate da copiosi esempi dei vantaggi della virtù così nella vita
pubblica come nella privata. La costante compagnia di mia scelta
sarebbe una dozzina de' miei confratelli immortali dei più antichi
fra quelli che avessero meno anni di me. Se alcuni d'essi fossero
poveri di beni di fortuna, li provederei di conveniente alloggio in
vicinanza de' miei dominii, e ne vorrei sempre qualcuno alla mia mensa;
solo frammischierei con essi non so quanti de' più stimabili fra voi
mortali, e la lunghezza della mia vita mi avvezzerebbe a perdervi
con minore rincrescimento, o anche con indifferenza, come appunto il
padrone d'un giardino vede un'annuale successione di garofani e di
tulipani senza sospirare la perdita di quelli che appassirono nell'anno
precedente.
-- «Gli altri struldbrug ed io ci comunicheremmo a vicenda le nostre
osservazioni e memorie su le cose vedute nel decorso de' tempi;
noteremmo d'accordo i diversi gradi con cui la corruttela si fosse
introdotta nel mondo, e ci opporremmo a ciascun passo di essa, mercè
d'avvertimenti ed istruzioni perpetue al genere umano che, corroborate
dal forte influsso del proprio nostro esempio, probabilmente
impedirebbero quella continua degenerazione della umana natura sì
lamentata in tutti i secoli.
-- «Aggiugnete a tutto ciò il diletto di vedere le varie rivoluzioni
degli stati e degl'imperi; i cangiamenti avvenuti nel mondo superiore
ed inferiore; le antiche città cadute in rovina e gli oscuri villaggi
divenuti metropoli; i famosi fiumi trasformati in fangosi ruscelli;
l'oceano che abbandona una spiaggia lasciandola arida ed inondandone
un'altra; la scoperta di nuove contrade tuttavia sconosciute; la
barbarie impadronitasi di nazioni venute a civiltà, la civiltà che
ingentilisce nazioni barbare. Scoprirei allora tutte le longitudini
astronomiche, il moto perpetuo, la medicina universale, e porterei ad
ultima perfezione molt'altre cose di già trovate.
-- «Quali maravigliose scoperte non faremmo nella scienza degli astri
vivendo sempre abbastanza per verificare le nostre medesime predizioni,
per vedere i progressi ed i ritorni delle comete, i cangiamenti
d'inclinazioni nel sole, nella luna e nelle stelle!»
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