sarebbe mo più conveniente, fu detto, che gli uomini si portassero seco le cose necessarie ad indicare le faccende intorno a cui vogliono istituire un discorso?» E certamente questo partito cotanto comodo e salubre sarebbe stato adottato se le donne soprattutto e il volgo e gl'indotti non avessero minacciata una rivoluzione ogni qual volta si fosse tolta loro la libertà di parlare all'usanza dei loro vecchi con la lingua che avevano in bocca; tanto irreconciliabile nemico della scienza è il volgo! Ciò non ostante molti fra i più dotti e saggi del paese abbracciarono tal proposta in quanto li riguardava. Non c'era infatti altro sconcio fuor quello che, se il negozio di cui un uomo dovea trattare, era assai intrecciato, o vero se aveva a discorrere su diversi soggetti, gli conveniva in proporzione portarsi su le spalle un maggior fascio di cose, o farsele portar dietro da un paio di gagliardi facchini. Ho spesse volte veduti due saggi di tal setta curvati sotto il peso di questi vocabolari di nuova stampa, come fra noi i merciaiuoli girovaghi, incontrarsi per istrada, porre giù le bisacce, aprirle, conversare insieme un'ora valendosi di quelle parole materiali, poi terminata la conversazione, raccozzarle di nuovo nelle stesse bisacce, aiutarsi l'un l'altro a rimettersele su le spalle e congedarsi. Ma per dialoghi brevi un uomo può portarsi in tasca, o sotto il braccio, quante parole ci vogliono ai dialoghi stessi; ed in casa sua non mancherà mai l'occorrente per parlare. In forza di ciò le sale d'adunanza di chi si era messo a parlare questo idioma, abbondavano di tutte le cose necessarie ad alimentare un tal genere di conversazione pantomimica. Un altro grande vantaggio che si riprometteano da simile trovato si era l'avere in pronto una lingua universale[34] fatta per essere intesa fra tutte le nazioni venute a civiltà, i cui possedimenti ed arnesi sono a un dipresso conformati in una stessa maniera o ben poco dissimile, onde, adoprati in vece di parole, possono essere intesi per tutto il mondo. Vedeano che in tal modo gli ambasciatori sarebbero stati in istato di negoziare con tutti i gabinetti stranieri, anche senza intenderne gl'idiomi particolari. Intervenni pure ad una lezione di matematica, ove quel professore ammaestrava i suoi alunni con un metodo che non sarebbe venuto in mente a nessuno di noi in Europa. Il teorema e la dimostrazione erano bellamente scritti sopra una cialda sottile con un inchiostro composto di tintura cefalica. Questa cialda doveva essere inghiottita a stomaco digiuno dallo studente, il quale ne' tre successivi giorni non doveva cibarsi d'altro che di pane e acqua. Quando la cialda era digerita, i vapori della tintura erano saliti al capo dell'alunno e, essendosi portati seco il teorema e la dimostrazione, gli avevano improntati nella sede del suo cervello. Ma l'esito non corrispondeva alla bellezza del trovato, ora per equivoci occorsi nella composizione dell'inchiostro, ora per la malizia dei ragazzi, i quali avendo a schifo quel cibo, procuravano pretesti a sottrarsi di lì, mentre lo avevano in bocca, e lo sputavano via, sì che non potea certo produrre il suo effetto, oltrechè non se la sentivano troppo d'assoggettarsi a tal lunga astinenza senza di cui non giovava quella ricetta. CAPITOLO VI. Ulteriori notizie su l'Accademia -- Proposte d'alcuni miglioramenti fatte dall'autore ed onorevolmente accolte. Io m'intertenni qualche tempo nella camera de' -progettisti- politici, ma non ci ebbi gran gusto; que' professori, a mio avviso, aveano perduto affatto il giudizio, nè vi è cosa che mi metta maggiore malinconia della presenza dei pazzi. Quegli sfortunati accademici stavano consultandosi su i modi di persuadere i reggitori dei popoli ad avere per norma la saggezza, la capacità, la virtù nel farsi degli uomini dotati di tali prerogative i loro favoriti;[35] a volere che le mire de' loro ministri sieno volte soprattutto al pubblico vantaggio; a ricompensare il merito, le eminenti abilità, i rilevanti servigi prestati alla patria; a far conoscere agli eredi presuntivi del trono che l'interesse del regnante è una cosa sola con quello del suo popolo; a dare gl'impieghi alle persone capaci di sostenerli, ed altre strambe impossibili chimere che non erano mai saltate nella testa di nessun uomo, e che mi confermarono la giustezza di quel vecchio adagio: -Non v'è stramberia o irragionevole cosa che qualche filosofo non abbia voluto far passare per vera-. Nondimeno so rendere bastante giustizia ad una frazione di questa accademia per riconoscere che non tutti i membri di essa erano così visionari. Vi trovai un dottore di molto ingegno che parea perfettamente versato nella natura e nel sistema d'ogni governo. Questo illustre personaggio aveva utilmente impiegati i suoi studi nella ricerca di efficaci rimedi contra le malattie e corruttele cui soggiacciono i diversi rami di pubblica amministrazione, sia in forza dei vizi e delle infermità de' governanti, sia per la mala voglia di chi ha l'obbligo di obbedire. Per darvi un saggio del suo modo di ragionare, egli partiva dal principio ammesso da tutti gli scrittori e filosofi, che vi è una stretta universale somiglianza tra il corpo animale ed il politico. «Può dunque, egli diceva, esservi una cosa più evidente di quella che la salute di entrambi i corpi debba essere conservata, le malattie di entrambi curate con le stesse ricette? È cosa generalmente riconosciuta che i senati, le grandi assemblee sono spesse volte travagliate da troppa abbondanza, da bollimento ed altri vizi d'umori; da molti mali di capo, e più spesso di cuore; da forti convulsioni, e gran contrazioni di nervi in entrambe le mani, ma specialmente nella mano destra; da mali di milza, flati, capogiri o deliri, scrofole e tumori, rutti acetosi ingrati anche ai vicini, fame canina, e tant'altri morbi che non c'è bisogno di rammemorare. Questo dottore pertanto proponea che, ad ogni tornata di senato, un certo numero di medici intervenisse alle tre prime sessioni, e al terminar di ciascuna tastassero il polso a cadaun senatore; poi, dopo essersi consultati ed avere maturamente ponderata la natura delle singole malattie ed i metodi per curarle, si presentassero nel quarto giorno alla sala delle adunanze, accompagnati da un conveniente numero di speziali proveduti degli opportuni rimedi. I senatori non avrebbero potuto sedersi se prima questi famigli d'Esculapio non avessero amministrato ad ognun d'essi o lenitivi, o aperienti, o astergenti o corrosivi, o restringenti, o palliativi, o lassativi, o cefalici, o itterici, o pituitosi, o acustici, secondo i casi, ed a proporzione degli effetti de' remedi stessi sarebbero stati ripetuti od omessi nella prossima sessione. Un simile espediente, non infinitamente dispendioso al pubblico erario, sarebbe, secondo il mio debole parere, d'un grande vantaggio per isbrigare gli affari in que' paesi, ove i senati hanno qualche parte nel potere legislativo; perchè condurrebbe presto l'unanimità, accorcierebbe le discussioni, aprirebbe molte bocche che ora stanno chiuse, molte ne chiuderebbe le quali non ci sarebbe bisogno che rimanessero tanto tempo aperte, frenerebbe la petulanza de' giovani, correggerebbe la pedanteria de' vecchi, desterebbe gli stupidi, farebbe sbassar la cresta agli arroganti. In oltre, quel dottore, avendo udito molte querele su la corta o debole memoria di certi magistrati, avea proposto che chiunque si presentava all'udienza d'uno di questi, dopo avergli esposto il proprio caso con succinte e schiette parole, gli desse nel partirsi da lui o una tirata di naso, o un gentile calcio nel ventre, o vero gli pestasse su i calli de' piedi, o anche lo salutasse con una strappatina ad entrambe le orecchie o con un pizzicotto che gli lasciasse il nero sul braccio, o finalmente conficcandogli uno spillo nelle natiche, e ad ogni giorno, al momento del suo levarsi, gli ripetesse il medesimo complimento finchè la sua domanda fosse esaudita o con buoni motivi ricusata. Questo stesso dottore avrebbe voluto che ciascun senatore, dopo avere in pieno consiglio nazionale data e sostenuta con quanti argomenti credeva opportuni la sua opinione, fosse obbligato a dare il suo voto affatto contrario alla medesima: gli sembrava che, adoprando un tal metodo, le risoluzioni degli affari sarebbero sempre tornate a vantaggio del pubblico. Ove le discordie delle parti fossero portate ad un'estrema violenza in uno stato, quel mio dottore suggeriva un ammirabile specifico. Per fare a suo modo, avrebbe bisognato prender su un centinaio di capi fazione così d'una banda come dall'altra, ed appaiare quelli le cui teste fossero state all'incirca di uno stesso calibro; chiamar quindi due abili operai i quali segassero ad un tempo gli occipizi d'ogni due di loro con tal arte che ciascun cervello rimanesse diviso in parti eguali, poi fare un cambio tra le parti segate nel tornarle ad applicare alle parti rimaste intatte d'ognuno dei due. Se vogliamo, l'operazione pare un tantino arrisicata; ma quel professore mi assicurò che ove venisse fatta a dovere, era una cura d'effetto infallibile. La sua argomentazione era questa: «Quando avrete fatto che due cervelli discutano quistioni fra loro, imprigionati entro una medesima zucca, credete pure che verranno presto d'accordo; e ne nascerà quella moderazione e regolarità di pensamenti tanto desiderabili in coloro che s'immaginano non dover prevalere nel mondo altro partito fuor quello posto da essi;» e circa poi alla differenza de' cervelli, sia in quantità o qualità, lo stesso dottore ne assicurò che, trattandosi di capi fazione, è proprio una differenza da nulla. Fui ascoltatore d'un caldissimo dibattimento fra due professori, che ventilavano la quistione sul modo più comodo ed efficace di far danari in uno stato col minor possibile aggravio de' sudditi. Un di loro sostenea che la pratica più sicura sarebbe stata quella di tassar gli uomini su i loro vizi e pazzie, facendo, per tener sempre le vie più blande, eseguire la stima ed il riparto della tassa dai caritatevoli vicini dell'uomo da tassarsi. Il secondo poi era di un parere affatto contrario; volea si assogettassero a tassa quelle qualità di mente o di corpo in cui ciascuno si crede eminente, crescendo o sbassando la tassa giusta i gradi dell'eminenza determinati prima di sapere di essere tassati da coloro stessi che si giudicavano possessori di simili pregi. La più alta tassa dovea cadere su gli uomini che più si millantavano favoriti dell'altro sesso, e le proporzioni del tributo venir regolate sul numero e la natura dei favori ottenuti[36], usando a questi l'agevolezza di fidarsi alla loro parola. Lo spirito, il valore, la cortesia venivano in appresso fra le cose più soggette a tassa, e qui pure dovevano essere creduti in parola coloro che vantavano tanti pregi. Non così era dell'onore, della giustizia, della saggezza, della dottrina, qualità che si sarebbero sottratte alla tassa, perchè nessuno le volea riconoscere nel suo vicino, e le riconosceva tanta in sè stesso, che si sarebbe vergognato a vantarsene. Anche le donne, in sentenza del secondo opinante, avrebbero dovuto soggiacere a tassa da stabilirsi sul ragguaglio della loro avvenenza e dell'abilità loro nell'acconciarsi; ma non si parlava della loro costanza, castità, retto discernimento e sincerità, per lo stesso motivo onde sfuggivano alla tassa rispetto agli uomini l'onore, la giustizia, la saggezza e la dottrina. Un altro professore mi mostrò un'estesa memoria d'istruzioni sul modo di scoprire ogni trama macchinata contro al governo. Veniva ivi suggerito ai grandi statisti di esaminare i cibi di tutti gl'individui caduti in sospetto, d'indagar l'ora in cui si mettevano a tavola, di procurar di sapere se coricandosi giaceano piuttosto su d'un fianco o su l'altro, e se a far monda qualche parte del loro corpo si valeano della mano destra o della sinistra; di farne scandagliar bene gli escrementi, il colore, l'odore, il sapore, la consistenza, la maggiore o minore lor concozione per formare un retto giudizio su i disegni dell'evacuante, perchè si avea veduto coll'esperienza che gli uomini non sono mai così seri, cogitabondi a ciò che fanno, come quando si trovano a certa sedia che non è la sedia curule; e citava sè stesso ad esempio; avea pensato, così in via di prova, qual sarebbe stata la via più presta di disfarsi d'un qualche alto personaggio la cui vita lo incomodava, e trovò il proprio sterco divenuto verde; di tutt'altro colore quando avea, sempre in via di prova, divisato di far nascere soltanto una sollevazione. Tutta la predetta dissertazione, scritta con grande acutezza, contenea molte osservazioni singolari ed utili ad un tempo ai politici; pure capii che ci mancava ancor qualche cosa, onde m'arrischiai dirlo al suo autore ed esibirmi a farvi alcune piccole aggiunte. Accoltasi da questo la mia proposta con maggiore affabilità di quanta siamo soliti trovare negli altri scrittori, massime se appartengono alla classe dei -progettisti-, mi rispose che m'avrebbe ascoltato con tutto il piacere. -- «Sappiate dunque, gli dissi, che nella metropoli del regno di Trebnia[37], chiamata dai nativi Langden[38], ove durante i miei viaggi mi sono fermato per qualche tempo, la massa del popolo è tutta d'una stampa, è tutta quanta composta d'indagatori, di testimoni, di relatori, di giuratori, tutti protetti, tutti regolati, tutti spesati dai ministri di stato e dai loro deputati. Le congiure di quel regno sono per l'ordinario altrettante manifatture dirette da questi signori, i quali si prefiggono ora d'ingagliardire il credito in cui sono di profondi politici, ora di trovar pretesti per dare maggior forza all'amministrazione che ha un po' del fesso; ora di soffocare, o di dargli divagamenti, al mal umore che è generale; ora di colmare le proprie casse a furia di fabbricare tradimenti; ora di alzare, ora di sbassare il credito pubblico; in fine di ottener quell'intento che, secondo i casi, torna meglio al privato loro interesse. Primieramente sono convenuti e stabiliti fra loro i nomi degl'individui che hanno ad essere accusati di una congiura; poi tosto non si perde tempo nel sequestrare tutte le loro lettere e carte e nel mettere gl'imputati in prigione. Queste carte vengono consegnate ad una certa razza d'artisti, abilissimi nel trovar fuori misteriosi significati a loro modo ad ogni parola, sillaba e lettera; per darvene un'idea, vi spiegheranno che una seggetta ha da voler dire -consiglio privato-; un branco d'oche, -senato-; un cane zoppo, -un invasore-[39]; la peste, -un esercito allestito-; uno scarafaggio, -il primo ministro-; la gotta, -un dignitario della chiesa-; una forca, -un segretario di stato-; un pitale, -una giunta di grandi del regno-; uno staccio, -una dama di corte-; una scopa, -una rivoluzione-; una trappola da sorci, -un impiego-; un pozzo senza fondo, -il tesoro dello stato-; una cloaca, -un cuore-; una berretta con sonagli, -un favorito-; una canna rotta, -un tribunale di giustizia-; una botte vuota, -un generale-; una piaga aperta, -l'amministrazione-. -- Se questo metodo sbaglia, ne hanno due altri meglio efficaci che i più dotti fra questi artisti chiamano acrostici, o anagrammi. Col primo danno un significato politico a tutte le iniziali grandi. Così per loro la lettera N significherà una congiura; B un reggimento di cavalleria; L una flotta in mare; voi vedete quante diverse frasi si possano fabbricare in questa maniera. L'altro metodo è quello di collocar tutte le lettere di uno scritto in modo di formar le parole che si ha bisogno di formare. Così se un poveretto, di cognome Hatell, ha scritto ad un amico: -Mio fratello Tom ha le emorroidi-, que' signori anagrammisti da queste lettere stesse cavano fuori la frase: -Ma farò morto il re io, Tom Hatell-. Non vi so dire quanto mi ringraziasse quel professore per le osservazioni ch'io gli comunicai, e delle quali mi promise di fare onorevole menzione nel suo trattato. Non trovando nulla in quel paese che mi solleticasse a farvi una permanenza più lunga, principiai a pensare al modo di tornarmene in Europa a rivedere la mia famiglia. CAPITOLO VII. Lasciato Luggnagg, l'autore arriva a Maldonada. -- Non vi trova imbarchi pronti. -- Fa una breve scorsa all'isola di Giubbdubdrib. -- Accoglienza che trova presso il governatore. Il continente, di cui il regno che ho descritto è una parte, si estende, come ho motivo di crederlo, verso levante fino a quello sconosciuto tratto d'America occidentale che confina a ponente con la California e a tramontana col mar Pacifico, nè è distante più di cento cinquanta miglia da Lagado. Colà è un buon porto che mantiene floridissimo il commercio con la grande isola di Luggnagg situata a maestro (nord-west) a 29° circa di latitudine settentrionale e 140° di longitudine. L'isola di Luggnagg giace a scirocco (sud-est) del Giappone, in una distanza a un dipresso di cento leghe. Correndo stretta alleanza tra l'imperatore giapponese ed il re di Luggnagg, sono parimente frequenti le occasioni di veleggiare da un'isola all'altra. Presi pertanto la risoluzione di volgermi a quella parte per effettuare il mio ritorno in Europa. Noleggiai quindi due mule ed una guida per additarmi la strada ed incaricarsi delle piccole mie bagaglie; ma prima mi accommiatai dal nobile protettore che m'avea compartiti tanti favori, e dal quale anche all'atto della mia partenza ricevei un generoso donativo. Non mi sopravvenne durante il viaggio alcun incidente degno di essere riferito. Arrivato a Maldonada (chè così si chiamava quel porto) non trovai alcun bastimento che mettesse alla vela per Luggnagg, nè che fosse per prendere quella direzione di lì a qualche tempo. La città è grande presso a poco come Portsmouth. Trovata molta ospitalità nel paese, non tardai a farvi delle buone conoscenze. Tra queste un distinto personaggio, dopo avermi avvertito che non mi si offrirebbero imbarchi per Luggnagg prima d'un mese, mi disse che non sarei stato scontento se, profittando di questo indugio, avessi fatta una gita alla piccola isola di Glubbdubdrib, non più lontana di cinque leghe dal libeccio (sud-est) di Luggnagg. Anzi egli ed un suo amico s'offersero accompagnarmi, e pensarono eglino a provedere una piccola navicella per tale viaggio. Glubbdubdrib, per quanto sono stato buono io d'interpretare questa parola, vuol dire -isola de' negromanti- o -de' maghi-. Un terzo in larghezza della nostra isola di Wight, essa è ferace oltre ogni credere; la governa il capo di una certa tribù, di cui tutti gl'individui sono maghi. Eglino non contraggono matrimonii se non fra loro, e il più attempato di essi è per successione il principe o governatore dell'isola. Questi abita in un nobile palazzo con annesso un parco di circa tremila bifolche, circondato da un muraglione di mattoni alto venti piedi, e suddiviso in parecchi piccoli spartimenti di pascoli, campicelli di biade, orti e giardini. Il governatore e la sua corte sono serviti da famigli d'una razza piuttosto insolita. Mercè la loro perizia nella negromanzia, hanno il potere di chiamarseli e scerseli a modo loro dai trapassati, ma non di tenerli al proprio servigio più di ventiquattro ore, spirato il qual termine non possono obbligarli a tornare allo stesso incarico se non di lì a tre mesi, fuor d'alcuni casi straordinari e rarissimi. Arrivati nell'isola quasi alle undici del mattino, uno de' signori di mia compagnia si trasferì dal governatore, chiedendogli la grazia di ammettere alla sua presenza uno straniero che era venuto con lui coll'espresso fine di procurarsi l'onore di tributare il suo omaggio a sua altezza. Accordata subito la grazia, entrammo tutt'e tre dalla porta maggiore del palazzo in mezzo a due file di guardie armate e vestite affatto all'antica, le cui faccie aveano tal cosa in sè che mi faceva arricciare la pelle, e m'inspirava un certo brivido ch'io stenterei a descrivervi. Attraversammo diversi appartamenti, in mezzo a servitori sempre della stessa genía dei primi, e schierati come quelli in due file, sinchè finalmente fummo alla sala della presentazione. Dopo che avemmo fatti i tre nostri profondissimi inchini e risposto a poche generali interrogazioni, ne fu permesso sederci su tre sgabelli posti a livello del più basso gradino del trono di sua altezza. Il principe intendeva l'idioma di Balnibarbi, benchè diverso da quello che si parlava nella sua isola. Giovatosi di questo con me, mi pregò di dargli alcune contezze su i miei viaggi, e per farmi capire a dirittura che sarei stato trattato senza cerimonie, licenziò con un'alzata di dito tutti i suoi cortigiani, che sfumarono come le visioni de' nostri sogni, se ne accade destarci all'improvviso. Rimasi sbigottito per un po' di tempo; finalmente, poichè il governatore m'ebbe assicurato che non mi sarebbe stato fatto alcun male, e veduto che i miei compagni, già avvezzatisi per antecedenti visite a quelle usanze, non si mettevano in veruno scompiglio, cominciai a prendere un po' di coraggio, e feci a sua altezza un breve racconto delle mie avventure, non senza per altro qualche esitazione e ripetute occhiate dietro di me ai punti donde io aveva veduto sparire quel servidorame dell'altro mondo. Terminata la mia storia, ebbi l'onore di venire ammesso alla mensa del principe, imbandita e servita da una rinovata schiera di spettri. Allora nondimeno io mi sentiva meno atterrito che la mattina. Sol venuta la sera, pregai umilissimamente sua altezza ad accogliere le mie scuse se io non accettava l'invito ch'ella mi fece di dormire la notte nel suo palazzo. Andai dunque co' miei compagni ad alloggiare in una casa di particolari della contigua città, che era la metropoli di quella piccola isola; e nella successiva mattina tornammo ad umiliare gli omaggi del nostro rispetto a sua altezza, che si era degnata d'incoraggiarci a far questo. Continuammo di questo stile a soggiornare nell'isola dieci giorni, de' quali la maggior parte diurna passavamo presso il governatore; ma la notte ce ne tornavamo all'alloggio che vi ho indicato. Feci presto ad addimesticarmi colla vista degli spiriti, che dopo la terza o quarta volta non mi davano apprensione di veruna sorta, o se me ne fosse rimasto alcun poco, bisogna dire che la mia curiosità m'aiutasse a superarla. Perchè avete a sapere che il governatore mi diede la permissione di chiamar per nome, scegliendoli a mio piacimento e nel numero che avrei voluto, quanti morti avea veduti vivi la terra del principio del mondo all'era presente; e soggiunse: «Domandate pur loro liberamente di rispondere a qualunque interrogazione vi piacerà fare ai medesimi, semprechè le vostre inchieste cadano su cose accadute finchè viveano; ed una cosa di cui potete essere certo, si è che vi diranno il vero, perchè il dir bugie è una scienza ignota nel mondo di là». Fatti i miei più umili ringraziamenti a sua altezza per tanto favore, la presi in parola. Dalla stanza ove stavamo si godeva d'una delle più belle prospettive del parco, ed essendo io stato propenso sin dalla prima mia giovinezza alle scene di magnificenza e di fasto, pregai sua altezza a volermi far vedere Alessandro il Grande a capo del suo esercito nella posizione appunto in cui si trovò dopo la battaglia di Arbella. Il governatore mosse un dito, ed ecco tutto questo mondo sotto la nostra finestra! Chiamammo Alessandro di sopra; ed oh! che fatica feci a capire il suo greco! si rassomigliava ben poco a quello che ho imparato io. Fra le cose che capii vi fu la seguente: mi giurò su la sua parola d'onore che non era morto attossicato, come lo fanno molti, ma bensì d'una febbre maligna presa a furia d'imbriacarsi. Vidi in appresso Annibale al passaggio dell'Alpi, e m'assicurò, anch'egli su la sua parola d'onore, che nel suo campo non vi era mai stata una sola gocciola d'aceto[40]. Vidi Cesare e Pompeo a capo de' loro eserciti ed in procinto d'impegnare la battaglia; poi rividi il primo nell'atto del suo ultimo grande trionfo. Pregai che mi comparissero innanzi in una grande sala il senato di Roma ed in un'altra sala per modo d'antitesi una camera di rappresentanti moderni. Nella prima di questa sala credei vedere un sinedrio d'eroi e di semidei; nella seconda una combriccola di gaglioffi, di borsaiuoli, di assassini da strada e di sgherri. Il governatore, dietro mia preghiera, fece venire nella stanza ov'eravamo Cesare e Bruto. Fui compreso di profondissima venerazione alla vista di Bruto, ne' lineamenti della cui fisonomia potei facilmente discernere la più consumata virtù, la maggiore intrepidezza e fermezza di mente, il più veritiero amore della sua patria e la generale benevolenza ch'egli sentiva pel genere umano. Mi fu poi piacevolissimo il notare l'ottima intelligenza che regnava fra questi due personaggi; anzi Cesare mi confessò ingenuamente che tutte le più belle azioni della propria vita stavano sotto molti aspetti al di sotto della gloria acquistatasi da Bruto nel togliere dal mondo il dittatore di Roma, cioè lui stesso, Cesare. Ebbi l'onore d'intertenermi a lungo con Bruto, dal quale seppi che l'antenato di lui, Giunio, Socrate, Epaminonda, Catone il Giovine[41], Tomaso Moro[42], lo stesso Bruto II erano continuamente insieme; sestumvirato di cui tutte le età del mondo non possono offrirci un settimo membro. Noierei il leggitore se gli ripetessi i nomi di tutti gl'illustri personaggi richiamati alla luce del giorno per appagare l'insaziabile brama ch'era in me di vedermi schierato innanzi il mondo di ciascun periodo dell'antichità. Fu un grande pascolo alla mia vista il contemplare i distruttori dei tiranni e degli usurpatori, e coloro che restituirono alla libertà vilipese ed oppresse nazioni. Ma è inesplicabile la soddisfazione che mi veniva ad un tempo dalla speranza di potere ritrarre da tal rassegna un argomento degno d'intertenere un qualche giorno i miei leggitori. CAPITOLO VIII. Ulteriori racconti d'apparizioni. -- Correzioni fatte alla storia antica e moderna. Voglioso di conoscere a mio miglior agio quegli antichi che furono più rinomati per ingegno e dottrina, stabilii una giornata in disparte a tal fine. Domandai che Omero ed Aristotele mi comparissero a capo di tutti i loro comentatori, ma tanti erano questi di numero che qualche centinaio di essi fu costretto rimaner nel cortile, ed anche fuori del palazzo. Scernei tosto i due personaggi principali non solo di mezzo alla folla, ma l'uno dall'altro. Omero era il più alto di statura ed il più simpatico dei due; camminava diritto assai per gli anni che aveva, ed i suoi occhi erano de' più vivaci e penetranti ch'io m'abbia veduti giammai. Aristotele andava molto curvo, e faceva uso di bastone; magro, avea rada la capellatura ed incolta, una voce gutturale. Potei accorgermi che nè l'uno nè l'altro sapea nulla della sua turba immensa di comentatori; anzi non ne avea mai veduto alcuno, o udito parlarne prima di quella giornata; uno spettro poi, del quale tacerò il nome, mi disse all'orecchio che tutti que' comentatori abitavano sempre ne' quartieri del mondo di là i più lontani dai loro comentati, e ciò per la vergogna e la coscienza di aver sformate si bestialmente le intenzioni de' loro autori agli occhi della posterità. Presentai Didimo ed Eustazio[43] ad Omero, e tanto feci che li trattò meglio forse di quanto lo avrebbero meritato, benchè non si stesse dal dire che mancavano di genio per potere entrare nello spirito di un poeta. Ma Aristotele perdè affatto la pazienza quando imparò a conoscere Scoto e Ramus[44] che gli presentai. Basta dire che fece loro questa domanda: «Il resto de' miei comentatori è tutto una mano di balordi come voi due?» Allora pregai il governatore a far venir lì Cartesio e Gassendi, che indussi a spiegare i loro sistemi ad Aristotele. Questo grande filosofo confessò ingenuamente gli abbagli in cui cadde egli stesso parlando di filosofia naturale, perchè in molti casi gli bisognava fondarsi su mere congetture, come accade a tutti i galantuomini; ma disse poi come tanto l'epicureismo che Gassendi avea reso saporoso fin dove potè nella sua -Filosofia d'Epicuro- quanto i vortici di Cartesio fossero ugualmente da scartarsi. Predisse lo stesso destino all'attrazione, di cui i dotti de' nostri giorni si mostrano partigiani così zelanti[45]. Aggiunge che i nuovi sistemi della natura non sono altro che nuove mode, le quali variano in ciascun secolo; e che anche coloro i quali pretendono dimostrarli co' principii della matematica, sarebbero rimasti in voga per ben poco tempo, e che cadrebbero in discredito quando verrebbe la loro ora. Passai cinque giorni conversando con molt'altri dotti dell'antichità. Vidi pure diversi fra i primi imperatori romani. Ottenni dal governatore che chiamasse i cuochi di Eliogabalo, perchè ne imbandissero una mensa; ma non poterono far grande mostra di loro abilità per mancanza di materiali. Un iloto del re Agesilao ci fece un brodo alla spartana, non fui buono di mandarne giù una seconda cucchiaiata. I due personaggi che mi aveano condotto nell'isola, erano stimolati da alcuni particolari loro affari a partirne di lì a tre giorni che furono da me impiegati nel vedere alcuni de' morti moderni, i quali aveano più splenduto o nel nostro paese od in altre contrade europee da due o tre secoli in qua; ed essendo io stato sempre ammiratore delle antiche illustri dinastie, pregai il governatore a chiamarmi una dozzina o due di re seguendo l'ordine di otto o nove generazioni. Ma mi accadde cosa inaspettata che non vi so dir quanto mi facesse restare stordito ed allocco. Io mi aspettava vedere un lungo codazzo di monarchi; in vece trovai in una famiglia due sonatori di violino, tre bellimbusti ed un prelato; in un'altra un barbiere, un abate e due cardinali. Ho in troppa venerazione le teste coronate per fermarmi a lungo sopra un sì meschino argomento. Ma quanto ai marchesi, conti, duchi e cose simili non fui così scrupoloso; anzi confesso che non mi spiacque il trovarmi in posizione atta a scandagliare su i primi loro tipi le particolari fattezze che caratterizzano certe famiglie. Intesi pienamente come possa essere che tutti d'una certa discendenza abbiano il mento lungo; come un'altra abbia abbondato di ribaldi per due generazioni, di matti per altre due; donde deriva uno de' proverbi profferito da Polidoro Virgilio[46] intorno a certa gran casa: -Nec vir fortis, nec foemina casta-. Compresi perchè la crudeltà ereditaria in alcune famiglie, la codardigia o la falsità in altre, sieno divenute lor distintivi come gli stemmi; capii chi primo avesse portata in certa nobile casa la sifilide tramandatasi poi in sempre rinascenti scrofole ai discendenti. Nè di tutte queste cose potei maravigliarmi oltre, quando fui certo che quelle lunghe serie di famiglie erano state interpolate da paggi, staffieri, cocchieri, biscazzieri, sonatori di violino, commedianti, marinai e tagliaborse. Oh! allora mi venne proprio a schifo la storia moderna, perchè dopo avere scandagliati ben bene i personaggi che ebbero più grido nelle corti da un secolo in qua, m'accorsi come il mondo sia stato tratto da prostituti scrittori ad attribuire i più luminosi successi nella guerra ai codardi, le più savie risoluzioni ai matti, la sincerità agli adulatori, le virtù romane a chi tradiva il proprio paese, la pietà agli atei, la castità ai pederasti, la lealtà alle spie. Gran mercè a questi storici, il mondo non sa poi quanti uomini innocenti ed integerrimi sono stati condannati alla morte o al bando per le pratiche operate dai primi ministri or su la venalità de' giudici, or su la malizia delle fazioni; non sa quanti ribaldi vennero esaltati alle più sublimi cariche di confidenza, al potere, alle dignità, allo splendore delle ricchezze; non sanno quanta parte nei grandi avvenimenti dello stato, nelle risoluzioni de' consigli e de' senati appartenne ai mezzani, alle donne di mala vita, ai parassiti, ai buffoni. Come m'andò giù di credito ciò che chiamasi saggezza e rettitudine umana, poichè fui bene informato delle origini e de' motivi delle grandi imprese e rivoluzioni di questa terra, e degli spregevoli incidenti cui dovettero il loro buon successo! Mi convinsi allora della ribalderia o dell'ignoranza di coloro che si danno l'aria di scrivere aneddoti, o storie segrete; che mandano al sepolcro tanti re con una tazza di veleno; che vi ripetono discorsi seguiti contra un re ed un primo ministro senza esserne stati sicuramente testimoni d'udito; che schiavano a lor talento i gabinetti degli ambasciatori e segretari di stato; e che hanno la perpetua disgrazia di non indovinarne non una per il diritto. Allora io scopersi la vera cagione di tanti avvenimenti che hanno reso attonito il mondo e con qual leggiadria la donna di partito padroneggi la scala segreta, la scala segreta un consiglio, il consiglio un senato. Un generale confessò in mia presenza ch'egli avea guadagnata una battaglia a furia di vigliaccheria e di spropositi, un ammiraglio che per mera svista avea battuto il nemico, mentre s'apparecchiava a consegnargli a tradimento la flotta. Tre capi di nazioni protestarono che durante l'intero loro governo non aveano mai preferita una sola persona di merito se non era stato per equivoco, o per frode d'un primo ministro in cui poneano la loro fiducia, e del quale non si sarebbero fidati più se fossero tornati in vita; poi mi dimostrarono, e con che convincenti ragioni! che un governo non potrebbe tirar innanzi senza uomini corrotti, perchè quello spirito giusto, fermo, pertinace che caratterizza l'uomo incontaminato, è un perpetuo intoppo all'andamento de' pubblici affari. Fui curioso di sapere con quali metodi certuni si fossero procacciati sublimi titoli d'onore e sterminati possedimenti; e limitai le mie ricerche ad un'era moderna sì, ma che non intaccasse troppo da vicino la presente, perchè m'avrebbe spiaciuto troppo il dover raccontar cose odiose nemmeno agli stranieri; chè già quanto ai miei concittadini il lettore s'immagina, anche senza una mia protesta, ch'essi non sono compresi nè poco nè assai in quanto dico su tale proposito. Furono dunque chiamati molti di que' morti che potevano appagare la mia curiosità. Dopo un brevissimo interrogatorio scopersi tali scene d'infamia che non so pensarci sopra senza raccapricciare. Lo spergiuro, l'oppressione, le maligne istigazioni, la frode, il pandarismo[47] e simili debolezze furono l'arti più innocenti di cui mi confessarono essersi valsi; e sin qui volli anche compatirli fino ad un certo segno. Ma quando altri vennero confessandomi che doveano la grandezza e le ricchezze loro, chi ad incesti e colpe contro natura, chi all'aver prostituito la propria moglie o le figlie, chi a tradimenti commessi contra la lor patria e il loro sovrano, chi ad avvelenamenti, chi all'assassinio dell'innocente commesso sotto il manto della giustizia; mi perdonerete, spero, se queste scoperte fecero in me calare un pochetto quella profonda venerazione che d'altra parte son proclive a tributare ai personaggi posti in alto grado, e che, per un riguardo alle dignità di cui sono insigniti, devono prestar loro tutte le persone poste più a basso di essi. Ho spesso letto d'alcuni grandi servigi resi ai principi ed agli stati, onde pregai perchè mi fossero fatti conoscere i personaggi cui s'avea l'obbligazione di tali servigi. Mi fu risposto che i nomi di questi tali erano andati in dimenticanza, tranne pochi che la storia ha dipinti come i più abbietti dei cialtroni e dei traditori. Di tutti gli altri io non avea mai udito far menzione prima d'allora. Li vidi scoraggiati in cera e mal vestiti; alcuni di loro mi dissero d'essere morti nella povertà e nella disgrazia; i più morti su d'un palco o sospesi ad una forca. Fra gli altri ve n'era uno il caso del quale mi parve anzi che no singolare. Gli stava a fianco un giovinetto di circa diciotto anni, quando mi disse che nella battaglia navale d'Azzio ebbe la buona sorte di rompere la fila nemica, di mandare a fondo tre navi di primo ordine, e d'impadronirsi della quarta, il che fu la sola cagione della fuga d'Antonio e della vittoria della parte ottaviana. «Questo giovinetto, soggiunse, che mi sta da presso, è mio figlio; lo vidi cader morto a miei piedi in quella giornata. Credevo essermi fatto qualche merito; ed essendo terminata la guerra, venni a Roma per sollecitare da Augusto la grazia di avere a preferenza d'altri il comando di una nave di primo ordine, il cui capitano era morto in battaglia; ma senza alcun riguardo alla mia inchiesta, questo comando fu conferito ad un ragazzo che non avea mai veduto il mare, ma che aveva il pregio d'essere figlio di Libertina, fantesca di una favorita d'Augusto. Tornatomene addietro sul mio primo bastimento, mi si trovò trascurato ne' miei doveri per levarmi anche quel comando e darlo ad un paggio favorito di Valerio Publicola che era il vice-ammiraglio. Mi ritirai in una mia casetta di campagna, ove ho finiti oscuramente i miei giorni». Mi sembrò tanto incredibile il fatto che domandai fosse chiamato Agrippa, quello che divenne poi genero d'Augusto, e che fu ammiraglio, come sapete, nella nominata battaglia. Marco Agrippa mi confermò punto per punto le cose narratemi da quel povero capitano; e sol ne aggiunse molt'altre che tornavano a maggiore onore di questo, e che la modestia di lui gli avea suggerito tacere. Mi fece maraviglia che la corruttela fosse divenuta tanto smisurata ed operosa in un impero presso cui il lusso si era introdotto così di recente; laonde si diminuì in me lo stupore per la moltitudine dei casi simili che si vedono in altri paesi ove i vizi di tal natura regnano da più lungo tempo, ed ove è tanto cresciuta la prodigalità delle lodi e del bottino al generale in capo, che forse ad entrambe queste cose ha i minori diritti. Poichè tutti que' morti chiamati alla luce vestivano in quel momento le primitive forme che aveano da vivi, fu per me un soggetto di malinconica considerazione il notare quanto fosse degenerata la nostra schiatta da un secolo in qua; come la sifilide con tutte le sue conseguenze e denominazioni avesse alterato ciascun lineamento di volto inglese, accorciate le stature, sconnessi i muscoli, rilassati i nervi, fatte smorte le cere, rese floscie e rancide le carni. Per vedere se tal degradazione si estendesse a tutte le classi domandai persino che fossero fatti comparire alcuni di que' contadini inglesi di vecchia stampa, sì famosi una volta per semplicità di modi, per parsimonia di cibo e vestire, per rettitudine di procedere, per vero spirito di libertà, per coraggio ed amore di patria. Non potei non sentirmi gravemente afflitto poichè, istituito il paragone fra i morti ed i vivi, pensai come tutte quelle pure native virtù de' medesimi venissero prostituite per pochi soldi dai loro pronipoti, i quali nel vendere i loro voti e brogli agli elettori hanno contratti tutti quanti i vizi e le corruttele che possono impararsi in una corte. CAPITOLO IX. L'autore ritorna a Maldonada. -- Veleggia al regno di Luggnagg. -- È tenuto in arresto. -- Mandato a domandare dalla corte. -- Formalità della sua grande ammissione. -- Grande mansuetudine del re verso i suoi sudditi. Arrivato il giorno della nostra partenza, prendemmo congedo da sua altezza il governatore di Glubbdubdrib, ed arrivammo a Maldonada, ove, dopo una quindicina di giorni, un bastimento era presto per dar le vele alla volta di Luggnagg. I due personaggi che v'ho indicati, ed alcuni altri ebbero la generosità di provedermi dell'occorrevole e per la partenza e durante la navigazione, nè si scompagnarono da me finchè non mi videro a bordo. Stetti in viaggio un mese. Soffrimmo una violenta burrasca che ne costrinse governare verso ponente per trovare un vento di commercio[48] che ci durò per sessanta leghe. Il 21 aprile 1708, entrammo nel fiume Clumegnig che bagna una città e un porto posti a scirocco (sud-est) di Luggnagg. Gettata l'áncora ad una lega dalla città, demmo il segnale per un piloto di porto. In vece d'uno ne furono al nostro bordo due in meno d'una mezz'ora, colla guida de' quali, attraversati certi scogli e secche, da vero pericolosissimi, arrivammo ad un ampio bacino, capace di contenere in sicuro una flotta e distante un tratto di gomona dalla città. Qualcuno de' nostri marinai, lo facesse per malignità o inavvertenza, informò un di que' piloti di porto ch'io era straniero e gran viaggiatore; il piloto di porto ne avvisò l'ufiziale di dogana che, appena fui a terra, venne a farmi un rigorosissimo interrogatorio. Costui mi parlò nella lingua di Balnibarbi che, grazie al molto commercio, è generalmente intesa in quella città, massime dai marinai e dagl'impiegati delle dogane. Gli dissi in compendio le particolarità più salienti della mia storia, e ciò col miglior ordine e verità che potei; per altro mi trovai nella necessità di nascondergli la mia patria e darmi per Olandese, perchè essendo mia intenzione di trasferirmi al Giappone, ben io sapeva essere gli Olandesi i soli Europei a' quali è permesso l'entrare in quel regno. Gli narrai quindi come, essendo io naufragato e battuto contra uno scoglio della costa di Balnibarbi, fossi stato ricevuto nell'isola di Laputa o sia Isola Galleggiante (della quale anch'egli aveva udito parlare), e come ora io m'adoprassi a raggiugnere il Giappone ove io sperava trovare un incontro per tornarmene alla mia patria. -- «Tutto va bene, mi disse il doganiere. Ma per ora bisogna che rimaniate arrestato qui, finchè io abbia ricevuti intorno alla vostra persona ordini dalla corte, alla quale scrivo subito, e spererei averne risposta fra una quindicina di giorni». Fui condotto allora in un convenevole alloggiamento con una sentinella di guardia alla porta; ma non posso lagnarmi di non essere stato trattato con umanità durante quel mio confinamento; mantenuto per tutto quel tempo a spese del re, io aveva in oltre annesso alla mia stanza un vasto giardino ove mi si dava la libertà di passeggiare. Aggiugnete che fui visitato da molte persone stimolate soprattutto dalla curiosità perchè aveano sentito dire ch'io veniva da rimotissimi paesi de' quali non ebbero mai contezza in loro vita. Stipendiai nella qualità di mio interprete un giovinetto che avea fatto il viaggio meco nel medesimo bastimento, un nativo di Luggnagg; ma che, essendo vissuto alcuni anni a Maldonada, era divenuto perfetto maestro di entrambe le lingue. Col suo aiuto fui in grado di conversare con quanti venivano a visitarmi, ma tutto il nostro dialogo si riduceva alle loro interrogazioni ed alle mie risposte, non conduceva sicuramente a veruna discussione. La risposta della corte non si fece aspettare più del tempo indicatomi da chi mi arrestò. Contenea questa l'ordine di trasportar me ed il mio seguito con una scorta di dieci uomini di cavalleria a Traldragdubh, o Trildrogdrib, che si pronuncia in tutt'a due i modi per quanto posso ricordarmi. Tutto questo mio seguito si riduceva a quel povero ragazzo che indussi ad accettar servigio presso di me, e, dietro umile mia inchiesta, ne fu data una mula per uno da cavalcare. Fu spedito innanzi a noi ad una mezza giornata di distanza un corriere per portar la notizia del mio prossimo arrivo e supplicare sua maestà affinchè volesse degnarsi assegnarmi con suo grazioso beneplacito un giorno in cui potessi aver l'onore di -leccare la polve a piè del suo trono-. Tale è la frase usata per chiedere udienza a quel monarca, nè tardai ad accorgermi che questa non è mica soltanto una forma di dire; perchè dopo la mia ammissione che venne accordata due giorni dopo il mio arrivo, e giunto all'ingresso della sala d'udienza, fui messo boccone con la pancia a terra, e fui costretto strisciarmi fino a piè del soglio, lambendo continuamente la polve finchè ci fossi. Devo dire che si ebbe preventivamente la cura di spazzar bene il pavimento, ma fu questa una speciale grazia usata alla mia qualità di forestiere, e non è un privilegio concesso a tutti coloro che desiderano udienza, quand'anco sieno personaggi del più alto grado. Anzi qualche volta il pavimento è spolverizzato di più a bella posta, se accade che il presentato abbia de' possenti nemici alla corte. Ho veduto io un gran signore il quale, quando fu alla distanza dal trono stabilita dall'etichetta, avea la bocca sì piena che non potè dire una parola del suo complimento; perchè avete anche a sapere che un povero galantuomo in que' frangenti non ha nemmeno il conforto di potere sputare o pulirsi la bocca, che sarebbe un delitto capitale. Al qual proposito, vi conterò un'altra usanza di quel paese ch'io sono ben lontano dall'approvare. Quando il re giudica opportuno levar dal mondo un de' suoi nobili, per far ciò nel modo più mite e gentile, ordina che il pavimento sia coperto d'una certa polve bruna composta d'ingredienti mortiferi, e di cui la virtù è far morire infallibilmente entro ventiquattro ore chi l'ha lambita. Conviene ciò nullostante rendere una giustizia alla clemenza di quel sovrano ed alla grande di lui sollecitudine pel suo popolo, in che sarebbe da augurarsi che lo imitassero tutti i monarchi. Sia detto a suo onore. Ha dati ordini i più precisi alla sua servitù, affinchè dopo ogni esecuzione di tal natura, sia diligentemente lavato il pavimento sotto pena di cadere nella sovrana disgrazia. Fui presente io, quando ordinò che fosse frustato un suo paggio che, essendo di servigio in uno di tali giorni, nè fece lavare il lastrico, nè diede avviso che non era stata lavato; negligenza che costò sfortunatamente la vita ad un nobile giovinetto d'alte speranze presentatosi all'udienza in quel giorno senza che il re avesse alcun disegno a danno della sua vita. Per altro, quell'ottimo principe ebbe la clemenza di perdonare le frustate al suo paggio sotto promessa di non tornarci più, semprechè non avesse speciali ordini di sua maestà. Tornando dunque al mio proposito, poichè mi fui strisciato sì avanti che tra me e i gradini del trono la distanza era di quattro braccia, mi posi con bel garbo in ginocchio, e battuta sette volte, com'è di stile, la fronte per terra, recitai le seguenti parole che m'aveano fatte imparare a memoria la notte innanzi: -Inckpling gloffthrobb squut serumm bhiop mlashnalt, zwin tnodbalkuff hslhiophad gurdlubh asht-, complimento prescritto dalle leggi del paese per tutti coloro che vengono ammessi alla presenza del monarca, ed il cui significato è: -Possa la celeste maestà vostra sopravvivere al sole undici mesi e mezzo!- Il re mi fece una risposta di cui non intesi una sillaba, e dopo la quale profferii le seguenti altre parole che parimente mi erano state insegnate: -Flust drin yalerick dwuldom prastrad mirpush- che, tradotte alla lettera, vogliono dire: -La mia lingua è nella bocca del mio amico-, ed equivalgono ad una permissione chiesta al re di parlare per bocca del proprio interprete. Infatti venne tosto introdotto il giovinetto di cui già v'ho parlato, e col mezzo del quale risposi a quante interrogazioni sua maestà si compiacque farmi per tutta un'ora all'incirca. Io parlava l'idioma di Balnibarbi; il mio interprete voltava le mie parole in quello di Luggnagg. Il re molto allettato dell'abboccamento avuto con me ordinò al suo -bliffmarklub- (il gran ciamberlano) di far allestire un appartamento per me e pel mio interprete, e lo incaricò pure di disporre quanto era d'uopo alla mia mensa giornaliera e di passarmi una grossa borsa di danaro per le mie spese ordinarie. Rimasi tre mesi senza essere all'assoluto servigio di quel monarca, il quale ciò non ostante si degnava colmarmi de' suoi favori e farmi generosissime offerte. Io nondimeno giudicava cosa più conforme alla prudenza ed alla giustizia il vivere que' giorni che mi restavano a vivere in compagnia di mia moglie e della mia famiglia. CAPITOLO X. Alcuni cenni in lode degli abitanti di Luggnagg. -- Particolare descrizione degli -struldbrug-, e colloquii occorsi su questa razza d'individui tra l'autore e diversi ragguardevoli personaggi. Gli abitanti di Luggnagg sono urbani e generosi; e, benchè non sieno senza un ramo di quell'orgoglio che caratterizza generalmente tutti gli Orientali, si mostrano cortesi co' forestieri, soprattutto ove sappiano che li protegge la corte. Feci molte conoscenze, e con persone di quella che chiamasi scelta società; e coll'assistenza sempre dal mio interprete i miei intertenimenti con loro furono d'un genere dilettevole anzichè no. Un giorno mi trovavo in molta compagnia di tali signori, quando uno di essi mi chiese s'io avessi mai veduto alcuno dei loro -struldbrug-, o immortali. Risposi di no, e lo pregai a spiegarmi che cosa s'intendesse con questo nome che mi pareva applicasse a creature mortali. Secondo quanto egli mi raccontò, accadea talvolta, benchè di rado, che in qualche famiglia nascesse un fanciullo con una macchia circolare rossa su la fronte, ed esattamente sul ciglio sinistro, della larghezza, stando alla sua descrizione, di circa tre soldi inglesi d'argento; segnale infallibile che quella creatura non sarebbe mai morta. Coll'andar del tempo la macchia diveniva più larga e cangiava di colore. Infatti, giunto il fanciullo ai dodici anni, la macchia si facea verde, e continuava così, finchè l'individuo avesse venticinque anni; poi traeva al turchino scuro; ai quarantacinque anni, nera come il carbone, acquistava la larghezza d'uno scellino inglese, poi non ammetteva più altro cangiamento. -- «Ma queste nascite, mi dicea, succedono sì di rado, che non credo vi sieno più di mille e cento struldbrug d'entrambi i sessi in tutta quanta la monarchia; la metropoli ne conterrà circa una cinquantina, e tra questi una bambina nata tre anni fa; questi scherzi della natura non sono particolari a qualche famiglia, ma un mero effetto del caso, e i figli stessi degli struldbrug sono mortali come il rimanente degli uomini». Devo confessarlo, fui fuori di me dal contento all'udire un sì portentoso racconto, nè potei starmi in quella mia prima estasi dal manifestarla con esclamazioni che poteano parere stravaganti a chi avea sempre il prodigio di questi immortali dinanzi agli occhi, e che furono intese da uno della brigata, il quale parlava, non meno perfettamente di me, l'idioma di Balnibarbi. -- «Felice nazione, esclamai, i cui figli hanno almeno una probabilità di essere immortali! Fortunato popolo che può bearsi ogni giorno della presenza di tanti esempi viventi delle antiche età, ed ha sempre a sua disposizione maestri che lo possono istruire nelle scuole della saggezza de' primi tempi! Ma più fortunati fuor d'ogni paragone questi egregi struldbrug che, nati esenti dalla più tremenda universale calamità della natura umana, hanno le menti libere e sgombre dal peso e dalle depressioni di spirito prodotte dal continuo timor della morte! Ma mi fa meraviglia di non aver mai veduto un solo di questi illustri enti alla corte; e sì, la macchia nera su la fronte, larga uno scellino, è un distintivo sì notabile che non potea passarmi inosservato davanti agli occhi. Mi par tuttavia impossibile che sua maestà, principe sì giudizioso, non chiami presso di sè un buon numero di questi immortali per averne altrettanti abili e saggi consiglieri. Ma forse la loro virtù è tanto austera che mal s'affarebbe alle maniere corrotte e dissolute de' cortigiani; lo vediamo spesso per esperienza che i giovani sono troppo caparbi e spensierati per lasciarsi guidare dalla saviezza di chi ha più anni di loro. Basta! poichè sua maestà ha la clemenza di permettermi d'avvicinarmele, coglierò ben io la prima occasione per dirle, o farle dire schiettamente ed in lungo ed in largo dal mio interprete quello ch'io sento su tale proposito. Ascolti poi, o non ascolti i miei suggerimenti, non avrò il rimorso di non averli dati, e quando non potessi ottenere altro, poichè sua maestà si è degnata più d'una volta offrirmi un collocamento stabile ne' suoi dominii, accetterò ora con la massima riconoscenza un simil favore, e passerò d'ora in poi tutta la mia vita qui in compagnia di questi enti di primo ordine, di questi struldbrug, se per altro si vorranno degnare di me». Quel signore cui fu soprattutto vólta questa mia cicalata, perchè, come ho detto, io lo sapeva istrutto nell'idioma di Balnibarbi, mi disse con quel sorriso che d'ordinario procede da compassione per l'altrui ignoranza: -- «Oh! son ben contento che vi si offra un motivo, qualunque esso sia, di fermarvi fra noi; anzi permettetemi ch'io spieghi questi sentimenti or da voi espressi al rimanente della compagnia». Così fece, e li vidi parlar qualche tempo insieme nel loro linguaggio, di cui non intesi, come v'immaginate, una mezza parola; nè potei nemmeno capire dagli atti delle loro fisonomie qual impressione producesse negli ascoltatori il racconto del mio nobile interprete. Dopo un breve silenzio questi tornò a me. -- «Que' miei e vostri amici (così gli piacque esprimersi) hanno molto gustate le giudiziose vostre osservazioni su la grande felicità ed i vantaggi di una vita immortale. Or sarebbero desiderosi di sapere da voi in un modo specificato a qual sistema di vita vi sareste attenuto se il vostro destino vi avesse fatto nascere struldbrug. -- «Oh! non è difficile, risposi, l'essere eloquente trattando un argomento sì copioso e fecondo, soprattutto per me, avvezzo spesse volte a deliziarmi nelle visioni di quel che farei se fossi un re, un generale o un gran signore; e in questi casi mi è sovente corso il pensiere sul sistema di vivere, sul modo d'impiegare me stesso e le mie ore, se fossi stato sicuro di viver sempre. -- «Primieramente dunque, se avessi la fortuna di nascere struldbrug, non appena avessi potuto comprendere la mia felicità col capire qual differenza passa tra la vita e la morte, avrei, con ogni sorta d'arti e di metodi, data opera a procacciarmi ricchezze; e proseguendo in questa cura non dubito che a furia di risparmi e di miglioramenti non arrivassi, tutt'al più in due secoli, ad essere il più ricco uomo di tutto il regno. In secondo luogo, fin dalla prima mia giovinezza, mi sarei applicato intensamente allo studio dell'arti e delle scienze, e certo a suo tempo avrei superati tutti gli altri in dottrina. Vorrei per ultimo tenere un accurato registro d'ogni nazione o avvenimento rilevante che accadesse nel pubblico, e delineare con imparzialità i caratteri delle successive generazioni di principi e grandi ministri di stato con le mie annotazioni punto per punto. Vorrei nel tempo stesso tenere un conto esattissimo di tutti i cangiamenti di consuetudini, di lingua, di vestiti e di mode, di cibi e di passatempi; coll'acquisto delle quali nozioni diverrei un'arca di sapere e di saggezza, e certamente l'oracolo della nazione. -- «Passati i sessant'anni, non vorrei più mai ammogliarmi, ma aprir la mia casa ad ogni sorta di persone che lo meritassero. Soprattutto m'interterrei nel formare e dirigere le menti de' giovinetti che dessero buone speranze di sè e nel renderli persuasi, sul fondamento delle mie ricordanze, della mia pratica e delle mie osservazioni, avvalorate da copiosi esempi dei vantaggi della virtù così nella vita pubblica come nella privata. La costante compagnia di mia scelta sarebbe una dozzina de' miei confratelli immortali dei più antichi fra quelli che avessero meno anni di me. Se alcuni d'essi fossero poveri di beni di fortuna, li provederei di conveniente alloggio in vicinanza de' miei dominii, e ne vorrei sempre qualcuno alla mia mensa; solo frammischierei con essi non so quanti de' più stimabili fra voi mortali, e la lunghezza della mia vita mi avvezzerebbe a perdervi con minore rincrescimento, o anche con indifferenza, come appunto il padrone d'un giardino vede un'annuale successione di garofani e di tulipani senza sospirare la perdita di quelli che appassirono nell'anno precedente. -- «Gli altri struldbrug ed io ci comunicheremmo a vicenda le nostre osservazioni e memorie su le cose vedute nel decorso de' tempi; noteremmo d'accordo i diversi gradi con cui la corruttela si fosse introdotta nel mondo, e ci opporremmo a ciascun passo di essa, mercè d'avvertimenti ed istruzioni perpetue al genere umano che, corroborate dal forte influsso del proprio nostro esempio, probabilmente impedirebbero quella continua degenerazione della umana natura sì lamentata in tutti i secoli. -- «Aggiugnete a tutto ciò il diletto di vedere le varie rivoluzioni degli stati e degl'imperi; i cangiamenti avvenuti nel mondo superiore ed inferiore; le antiche città cadute in rovina e gli oscuri villaggi divenuti metropoli; i famosi fiumi trasformati in fangosi ruscelli; l'oceano che abbandona una spiaggia lasciandola arida ed inondandone un'altra; la scoperta di nuove contrade tuttavia sconosciute; la barbarie impadronitasi di nazioni venute a civiltà, la civiltà che ingentilisce nazioni barbare. Scoprirei allora tutte le longitudini astronomiche, il moto perpetuo, la medicina universale, e porterei ad ultima perfezione molt'altre cose di già trovate. -- «Quali maravigliose scoperte non faremmo nella scienza degli astri vivendo sempre abbastanza per verificare le nostre medesime predizioni, per vedere i progressi ed i ritorni delle comete, i cangiamenti d'inclinazioni nel sole, nella luna e nelle stelle!» 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000