un lieve colpo di vescica su gli occhi, perchè è desso tanto immerso
nelle sue meditazioni, che è sempre nel manifesto pericolo di cadere
affondato in un precipizio o di dar della testa in tutti i pilastri,
o vero, lungo le strade, di urtare altri o d'essere urtato da altri
dentro un canale.
Importava l'anticipare queste notizie al mio leggitore, altrimenti si
sarebbe trovato nell'imbroglio, non meno di quanto lo era stato io,
per indovinare che cosa avessero per la testa quei galantuomini quando
mi conduceano per quelle gradinate sino alla cima dell'isola e di lì
al palazzo del re. Mentre salivano, accadea loro di volta in volta il
dimenticarsi che cosa stessero facendo, onde mi lasciavano abbandonato
a me stesso, finchè i lor battitori non aveano tolte da quel letargo le
loro memorie; chè del resto non recavano ad essi la menoma curiosità
o meraviglia nè la foggia straniera del mio vestire nè il mio fare
diverso dal loro nè le grida messe dal volgo, le cui menti erano
assorte in minori meditazioni al vedermi.
Entrati finalmente nel palazzo del re, mi trovai con essi nella sala
delle presentazioni, e vidi il re seduto sul suo trono e fiancheggiato
da personaggi di prima sfera. Innanzi al trono stava una tavola piena
di globi e sfere e stromenti matematici di tutte le qualità. Non
parve che sua maestà s'accorgesse menomamente di noi, benchè il nostro
ingresso fosse stato accompagnato da un sufficiente strepito, tanto
era il concorso d'individui attenenti alla corte che la curiosità ci
aveva tratti d'intorno. Ma in quel momento la lodata maestà sua era
tutta immersa con la mente nel meditare un problema, onde ci convenne
aspettare un'ora, sinchè finalmente lo ebbe sciolto. Stavano uno per
banda al monarca due paggi, ciascuno munito della sua vescica, un de'
quali, appena gli parve che il re avesse comodo di darmi udienza, gli
percosse dilicatamente la bocca, mentre l'altro adempiva la stessa
funzione sul suo orecchio destro. Scosso d'improvviso da que' due
picchi e, data un'occhiata a me ed alla mia comitiva, si ricordò
subito del motivo della nostra venuta, cosa di cui lo aveano dianzi
informato. Disse alcune parole, nè ebbe cominciato a pronunziarle, che
già uno de' due paggi venutomi immediatamente a fianco avea percossa
leggermente con la sua vescica la mia destra orecchia, benchè io avessi
fatti quanti cenni seppi per dargli a capire ch'io non aveva bisogno
di quella sveglia; la qual cosa, come seppi da poi, fece concepire
a sua maestà ed all'intera corte una ben trista opinione della mia
intelligenza. Il re, da quanto potei congetturare, mi fece moltissime
interrogazioni alle quali risposi in tutte le lingue che mi erano
note. Poichè fu ravvisata l'impossibilità ch'io intendessi e che fossi
inteso, venni condotto per ordine dello stesso re in un appartamento
del suo palazzo, ove m'aspettavano due servi assegnati a mia
disposizione, perchè quel sovrano si distinguea sommamente da tutti i
suoi predecessori nell'usare ospitalità agli stranieri. Venne imbandito
il mio banchetto, al quale ebbi per commensali quattro personaggi
notabili del paese, i quali io mi ricordava benissimo aver veduti in
grande vicinanza alla persona del re. Avemmo due portate, ciascuna di
tre piatti. Formavano la prima una spalla di castrato ridotta in forma
di triangolo, una fetta di manzo conformata a romboide, una torta fatta
a cicloide; la seconda portata, tutta d'apparenza musicale, presentava
due anitre foggiate a violini, manicaretti che aveano l'aspetto di arpe
e oboè, una punta di petto di vitello che pareva un'arpa. Gli scalchi
nel tagliare il nostro pane gli davano forme variate di coni, cilindri,
parallelepipedi e d'altre figure regolari della geometria solida.
Durante il pranzo, mi feci il coraggio di chiedere ai miei nobili
commensali il nome che diverse cose aveano nel loro idioma, ed essi,
coll'intervento sempre dei loro servi proveduti di vesciche, si
degnavano rispondermi, e si leggea nè lor volti la speranza di eccitare
la mia meraviglia per la loro abilità di scendere al mio livello per
conversare con me. Non andò guari che fui in istato di domandare del
pane, da bere, o altre cose delle quali abbisognassi.
Levata la mensa, que' signori se ne andarono, e venne a trovarmi,
accompagnato dal servo battitore, un altro individuo speditomi dal
re. Questi, che portava con sè carta, penne, un calamaio e due o tre
libri, mi diede a capire per cenni di essere mandato per insegnarmi la
lingua del paese. La nostra sessione fu di ben quattro ore, durante
le quali scrissi giù molte parole in colonna, e contro a ciascuna la
spiegazione di queste in mia lingua. M'ingegnai parimente di ritenere
parecchie corte frasi e scriverle immantinente, al qual fine il mio
precettore ordinava ad uno dei miei servi, ora di andargli a cercar
qualche cosa, ora di moversi in giro, di fare una riverenza, di sedere,
di star fermo, di camminare, e simili. Egli mi mostrò pure in uno
de' suoi libri le immagini del sole, della luna, delle stelle, del
zodiaco, de' tropici, de' circoli polari e molte figure matematiche
piane e solide con le loro denominazioni in lingua laputiana, a canto.
Mi diede in oltre i nomi e le descrizioni di tutti gli stromenti
musicali dell'isola ed i termini generali dell'arte tratti dai sonatori
di ciascun d'essi. Dopo che ci fummo disgiunti, disposi tutte le mie
parole in ordine alfabetico con le loro spiegazioni a fianco di esse.
La parola che corrisponde in lingua europea ad -isola volante o
galleggiante- è -Laputa-, della qual parola non potei mai conoscere
con sicurezza la vera etimologia. -Lap- in vecchio disusato linguaggio
laputiano significa -alto-, ed -untuh- vuol dire governatore, donde,
essi dicono, è derivata la corrotta parola -Laputa- in vece di
-Lapuntuh-. Confesso che mi garba poco una tale etimologia, a parer
mio stiracchiata. Mi arrischiai offrire a que' dotti una congettura
mia propria. Nel loro linguaggio più moderno -lap- vuol dire -danze
de' raggi del sole-, e -uted- corrisponde ad -ala-. Dunque, diss'io
-Laputa- sarà una specie di -ala del sole-. Non mi ostino per altro in
questa opinione, che unicamente sottopongo al giudizio degl'ingegnosi
miei leggitori.
I regii miei curatori, al vedermi sì mal vestito, mandarono per un
sartore che nella successiva mattina venne a prendermi la misura per
un finimento di abiti. Questo manifattore faceva in ciò le sue cose ben
diversamente dai suoi colleghi d'Europa. Presa prima la mia altezza con
un quadrante, si valse di riga e compasso per rilevare le dimensioni
di ogni piega esterna del mio corpo ignudo, poi tutte le disegnò su la
carta; e sol di lì a sei giorni mi portò i miei abiti malissimo fatti
e tutti sformati a motivo di uno sbaglio trigonometrico occorsogli nel
calcolare una dimensione. Mi consolai non ostante al vedere che tali
equivoci si ripeteano sovente, e che poco ci si badava.
Durante il mio confine necessitato dalla mancanza di vestiti e
prolungato da un incomodo di salute che mi travagliò alcuni giorni,
ampliai grandemente il mio dizionario; onde allorchè tornai a
presentarmi alla corte, fui in grado d'intendere molte fra le cose
dettemi dal re e di dargli una qualche sorta di risposte. Sua maestà
aveva ordinato che l'isola si movesse verso greco (nord-est), e da
levante al punto verticale posto sopra Lagado, che è la metropoli
della terra ferma. Essendo questa ad una distanza di novanta leghe,
il nostro viaggio durò quattro giorni e mezzo; l'isola si movea sì
lentamente ch'io non m'accorgeva menomamente del suo progresso. Nella
seconda mattina di questo viaggio, alle undici ore, il re in persona e
il corteggio della sua nobiltà, de' suoi cortigiani e grandi ufiziali,
muniti tutti de' loro stromenti di musica, sonarono per tre ore senza
pausa di sorta alcuna, che non mi ricordo d'aver mai avute intronate
di più le mie orecchie. Io non sapeva indovinare il motivo di questo
straordinario musicale baccano, ma me lo spiegò il mio precettore.
«Avete a sapere, egli mi disse, come i miei concittadini abbiano gli
orecchi adatti ad udire la musica delle sfere celesti che si fa sempre
sentire a certi periodi di tempo. Adesso la corte sta eseguendo i pezzi
di tale musica su lo stromento in cui ciascun individuo della stessa
corte è prevalente».
Durante tal nostra gita alla indicata metropoli, sua maestà ordinò che
l'isola si fermasse sopra alcuni villaggi e città di second'ordine,
affinchè la lodata maestà sua potesse ricevere i memoriali de' suoi
sudditi di terra ferma; al qual uopo furono calate giù molte lunghe
funicelle con sassolini legati alle loro estremità. In queste funicelle
gli abitanti da basso infilzavano i loro memoriali, che venivano
diretti all'insù come fila cui degli scolari avessero attaccate le loro
comete di carta. Spesse volte ricevevano dal suolo inferiore e vini ed
altre vettovaglie che venivano tirati su coll'aiuto di carrucole.
Le nozioni da me acquistate per l'addietro nelle matematiche,
aggiugnerò anche nella musica che non m'era del tutto estrania, mi
giovarono grandemente ad impossessarmi della loro fraseologia tutta
attinta ai termini della prima ed alle regole della seconda delle
indicate facoltà. Le loro idee son sempre in connessione colle linee e
colle figure. Vogliono a cagion d'esempio lodare la beltà di una donna,
o anche di qualche animale? chiamano in soccorso i rombi, i cerchi, i
parallelogrammi, le elissi, o altre figure matematiche o delle note
di musica che è qui inutile il ripetere. Trovai nella regale cucina
foggiati con questa norma tutti gli stampi di cui si valgono i cuochi a
preparare le vivande per la mensa di sua maestà.
Le loro case son malissimo fabbricate, le mura di sghembo; non c'è
un angolo retto ne' loro appartamenti, e tutto deriva dal disprezzo
in cui tengono la geometria pratica, che sembra loro arte triviale
ed ignobile; onde le istruzioni da essi date agli artigiani son così
astruse per gl'intelletti di questi, che pigliano equivoci e commettono
spropositi a tutto pasto. Finchè si tratta di scarabocchiare linee
sopra un pezzo di carta, que' signori, se vogliamo, sono ingegnosi
abbastanza; ma ponete nelle loro mani una riga, un compasso, un
pennello, metteteli anche agli atti i più comuni e solidi della vita,
non ho mai conosciuto gente più goffa, più stupida, più mal destra,
nè sì lenta o mal sicura in concetti d'ogni altro genere che non
sia matematica pura, o musica. Non potete immaginarvi de' peggiori
ragionatori, nè più fatalmente caparbi della loro opinione ove non
avvenga che l'opinione da essi sposata sia la vera, il qual caso è
rarissimo. Immaginazione, fantasia, invenzione sono cose estranie
per essi, nè hanno parole nella loro lingua che ne esprimano il
significato, perchè le loro idee non vanno al di là della parte
meramente pedagogica delle facoltà dianzi menzionate.
Molti fra essi, quelli soprattutto che si dedicano al ramo astronomico,
hanno gran fede nell'astrologia giudiziaria, benchè si vergognino
confessarlo pubblicamente. Ma un fatto degnissimo d'ammirazione, e
tale da sembrar quasi incredibile, si è la forte passione che hanno per
tutto quanto concerne la politica del loro paese, la curiosità continua
in essi di ogni affare del governo, la mania di profferire giudizi
nelle materie di stato e di cimentarsi, disputando loro palmo a palmo
il terreno, con tutte le sette politiche. Per dir vero ho notata la
medesima inclinazione presso molti fra i matematici che ho conosciuti
in Europa, benchè io non abbia mai saputo scoprire la menoma analogia
fra queste due scienze, ove mai tal razza d'individui non s'immagini
che, siccome i minori circoli hanno altrettanti gradi quanti ne hanno
i massimi, non vi voglia per regolare il mondo maggiore abilità di
quanta ce ne vuole a voltare un globo di su in giù; ma io do piuttosto
la colpa di questo difetto ad una comune infermità della natura umana
che ne inclina ad essere più curiosi ed appassionati appunto per quelle
cose di cui c'intendiamo meno ed alle quali meno ci rese adatti il
nostro studio o l'indole del nostro ingegno.
Questi signori in oltre sono in preda a continue inquietudini, che
non lasciano mai un istante di requie alle loro menti; e, qui viene
il bello, queste inquietudini sono d'un genere che dà ben poco o
nessun fastidio a tutto il rimanente del genere umano. I loro travagli
procedono da ogni cangiamento che temono ne' corpi celesti; per
esempio temono che la terra, col continuo avvicinarsi al sole, gli si
accosti poi tanto da rimanerne assorta e inghiottita; altre volte li
prende la paura che la faccia del sole, a gradi a gradi incrostata dal
condensamento de' propri efflussi, cessi finalmente d'illuminare la
terra; pensano la terra essersi poco fa sottratta, come per miracolo,
all'urto della cometa ultimamente comparsa, la quale se la toccava per
un atomo, infallibilmente la inceneriva; si affannano per conseguenza
su quella che secondo i loro calcoli dee comparire di qui a trenta
anni, e che ne farà il tristo uffizio da cui ci siamo per questa
volta salvati; nè possono essere precisi di più i ragionamenti che
convalidano la loro predizione, perchè quando la cometa nel suo perigeo
sarà in quella vicinanza del sole che i giustissimi loro calcoli hanno
stabilita, riceverà un grado di calore mille volte più intenso di
quello d'un ferro rovente, e nello scostarsi dal sole si porterà dietro
una coda infocata, lunga diecimila cento e dieci miglia; rasente la
qual coda se la terra passa ad una distanza sol di centomila miglia
dal -nucleus-, o sia dalla massa principale della cometa, prende fuoco
anch'essa, e la terra fu! Hanno anche un'altra paura, ed è che il sole,
a furia di vibrar raggi, mancandogli finalmente la sostanza da cui
questi raggi vengono alimentati, vada per consunzione e si annichili,
la qual disgrazia porterà seco l'annichilamento della terra e di quanti
pianeti ricevono e luce e calore da lui[28].
Sono sì perpetuamente agitati dalla paura di questi e di simili
sovrastanti pericoli che nè possono dormir quieti sotto i loro tetti
nè trovare alcun diletto nei piaceri e passatempi soliti della vita.
Ogni mattina, appena incontrano qualcuno di loro conoscenza, la prima
interrogazione che gli fanno è su la salute del sole, su la cera che
esso avea nel coricarsi e nel destarsi, su le speranze che si possono
avere di evitare l'urto dell'imminente cometa, imminente di qui a
trent'anni. Ogni qual volta s'intertengono in questi parlari, non si
mostrano niente diversi dai ragazzi i quali vanno matti dietro alle
storie degli spiriti e dei folletti, poi, dopo che le hanno ascoltate
non possono andare in letto dalla paura.
Le donne dell'isola possedono una gran dose di vivacità; disprezzano i
propri mariti, ed hanno una tenerezza straordinaria per gli stranieri,
de' quali ne somministra sempre un copioso numero il continente di
sotto, o vengono per fare il loro torno di servizio alla corte, o
per trattare i negozi delle città e corporazioni cui appartengono, o
chiamati anche dai propri affari privati. Son dessi tenuti in vilissimo
conto dagli uomini dell'isola, perchè mancano infatti delle prerogative
dei Laputiani.
Pure le donne si scelgono fra questi i loro cicisbei; ma v'è una
disgrazia: tali tresche galanti mancano del vezzo del divieto, e nulla
havvi di più comodo e men pericoloso di esse; perchè il marito è sempre
sì immerso nelle sue scientifiche speculazioni, che il cicisbeo e la
sua bella possono intendersela fra loro con la massima famigliarità
anche in faccia del primo, purchè questi sia proveduto di carta e di
quanto è d'uopo per iscrivere, e purchè non abbia a fianco il servo che
porta la vescica.
Le donne maritate e le donzelle si dolgono del loro confino nell'isola,
se bene a mio credere sia questo il paese più delizioso di tutta
la terra, e se bene quivi elleno nuotino nell'abbondanza e nella
magnificenza, nè vi sia chi le impedisca di fare in lungo ed in largo
quello che vogliono. Pure sospirano, dicon esse, di vedere il mondo,
soprattutto di godere gli spassi della metropoli di terra ferma, unica
cosa che alle medesime non è permessa senza una speciale licenza del
re. Nè una tale licenza è si facile ad ottenersi, perchè si è toccato
con mano, e frequenti esempi, massime rispetto alle donne d'alto conto,
lo hanno dimostrato, qual ardua cosa sia il farle tornare dalle terre
basse una volta che ci sieno scese. Mi fu raccontata una storiella
singolare di una gran dama di corte, madre di molti figli; essa era
moglie del primo ministro, il più ricco suddito del regno, personaggio
dotato di bellissimi modi, innamoratissimo di lei, e che vivea nel più
bello fra tutti i palazzi dell'isola. Questa dama dunque, portatasi giù
a Lagado sotto pretesti di salute, vi rimase nascosta parecchi mesi,
quando finalmente il re diede ordine che si cercasse dove ella fosse.
Venne essa trovata in un'abbietta bettola, tutta coperta di cenci,
perchè avea poste in pegno le preziose sue vesti a fine di mantenere un
vecchio schifoso staffiere che la bastonava ogni dì, ed in compagnia
del quale fu sorpresa ben contro sua voglia. Ad onta di tutto ciò, il
marito la ricevè con ogni possibile cortesia, e senza farle il menomo
rimprovero. Che valse? Subito dopo, s'ingegnò tanto che con tutte le
sue gioie fuggì in braccio al suo disonorevole amante, nè d'indi in poi
se ne udì più notizia.
Potrà forse questo racconto passare agli occhi del leggitore per
una storia europea od inglese piuttosto che laputiana. Ma si degni
considerare che i capricci delle donne non sono limitati ad un clima
o paese, e che sono assai più uniformi di quanto alcuno si possa
immaginare.
In capo ad un mese circa, avendo io fatto sufficienti progressi in
quella lingua, fui in istato di rispondere alle interrogazioni del
re ogni qual volta ebbi l'onore di essere ammesso alla sua presenza.
Nelle sue inchieste per altro sua maestà non mi mostrò alcuna sorta di
curiosità su le leggi, il governo, la storia, la religione o i costumi
delle contrade dond'io veniva; restrinse le sue ricerche allo stato
delle matematiche ne' miei paesi, ma accolse le mie risposte con molto
sprezzo, e lasciandosi prender dal sonno, se bene il galantuomo dalla
vescica non si scordasse di picchiargli, se non bastava ad una, a tutte
due le orecchie.
CAPITOLO III.
Un fenomeno che si spiega colla filosofia ed astronomia moderna.
-- Grandi progressi de' Laputiani in questa seconda scienza. --
Metodo tenuto dal re per reprimere le ribellioni.
Io chiesi la permissione di vedere le singolarità dell'isola al re, il
quale, degnatosi immantinente concedermela, volle mi accompagnasse il
mio maestro di lingua per servirmi d'interprete. Io era soprattutto
curioso di sapere per qual magistero, o dell'arte, o della natura,
quell'isola avesse i vari generi di moto che v'ho descritti, ed è
quanto or m'accingo a spiegarvi.
L'isola volante o galleggiante, di forma esattamente circolare, ha un
diametro di settemila ottocento trentasette braccia, o sia di quattro
miglia e mezzo all'incirca, e per conseguenza comprende uno spazio
di diecimila iugeri. Di trecento braccia ne è la grossezza. La sua
superficie inferiore, quella cioè che è veduta di sotto in su, è un
ben livellato regolarissimo piano di diamante che dà a tutta l'isola
un fondamento alto a un dipresso duecento braccia. Sopr'esso sta uno
strato di diversi minerali disposti nel consueto loro ordine, e li
ricopre una crosta di fertile terreno d'una profondità di circa dieci
o dodici piedi. Il declivo della superficie superiore, che è dalla
circonferenza al centro, offre uno sfogo a quante piogge o vapori
condensati cadono nell'isola, le quali acque, mercè una moltitudine
di piccoli rivi vengono condotte a scaricarsi nel mezzo entro quattro
grandi bacini, ognuno d'un circuito, poco più, poco meno, di mezzo
miglio, distanti duecento braccia dal centro. L'acqua de' suddetti
bacini è mantenuta ogni giorno in continuo stato di esalazione, il che
effettivamente impedisce qualunque sorta di traboccamento. In ordine
a che aggiungasi che, essendo in facoltà del monarca l'alzare la sua
isola al di sopra della regione delle nubi, dipende sempre da lui il
tenerla esente dalle piogge quanto tempo gli piace, perchè, come ne
convengono i naturalisti, o certo come lo ha provato l'esperienza nella
posizione di quell'isola, le più alte nuvole non vanno più in su di due
miglia.
Al centro dell'isola vi è una bocca di circa cinquanta braccia di
diametro, donde gli astronomi scendono in una vastissima sala, detta
in linguaggio dell'isola -flandona gagnole- (grotta degli astronomi),
situata tanto all'ingiù che intacca per cento braccia la parte
superiore del piano fondamentale di diamante già da noi memorato. Entro
questa grotta stanno continuamente accese venti lampane che, unite alla
riflessione del diamante, mantengono una sterminatissima luce in tutta
quella cavità. Proveduto è il luogo di una grande copia di sestanti,
quadranti, telescopi, astrolabi ed altri stromenti astronomici. Ma la
maggiore rarità su cui posa, può ben dirsi, il fato dell'isola, si è
una calamita di prodigioso calibro che nella sua forma somiglia ad una
spola da tessitori. Lunga sei braccia, avrà nella sua parte più grossa
una spessezza di tre buone braccia. Essa è sostenuta da un forte asse
orizzontale di diamante che passa pel mezzo della spola, considerata
in piedi, e intorno al quale essa gira, ed è in oltre contrappesata
tanto a dovere che la mano d'un fanciullo basta a farla girare. Questa
spola di calamita mobile intorno al suo asse è racchiusa entro un
cilindro concavo di diamante, la cui parete, alta quattro piedi e
fitta altrettanto, ha un diametro, di dodici piedi, ed è sostenuta
inferiormente da otto gambe, esse pur di diamante, ciascune di sei
braccia. Alla metà della parete del descritto cilindro si trovano dalla
parte interna due buchi dell'ampiezza di dodici pollici, ne' quali
entrano le due estremità dell'asse, e girano, se fa d'uopo, esse pure
intorno a sè stesse.
Tal calamita non può essere spostata di dov'è da veruna immaginabile
forza, perchè il cilindro alle cui pareti è raccomandato il suo asse e
i piedi del cilindro formano tutti insieme una continuata appendice del
masso di diamante che è base dell'isola.
Questa spola di calamita unicamente dà abilità all'isola di alzarsi,
di sbassarsi, di moversi da una parte all'altra del firmamento, perchè
per tutto il tratto di terra ferma sottoposta che è soggetto al dominio
del monarca di Laputa, essa è dotata di una forza d'attrazione ad una
delle sue estremità e d'una forza di repulsione all'altra. Se collocate
la spola in modo che la sua punta attraente guardi perpendicolarmente
la terra, l'isola scende; se fate il contrario, l'isola va direttamente
all'insù, se le date una posizione obbliqua, obbliquo è il moto
dell'isola perchè le forze o d'attrazione o di ripulsione poste in
questa calamita operano sempre in linee parallele alla posizione che le
viene data.
Grazie a questo moto obbliquo, l'isola si trasporta verso i diversi
punti degli stati di terra ferma del monarca di Laputa. Per ispiegar
meglio come ciò accada, rappresenti -A B- la linea che attraversa
Balnibarbi, una delle province di terra ferma, e sia -c d- la lunghezza
della calamita, di cui immagineremo essere -c- la punta attraente, -d-
la repellente, intanto l'isola stia sul punto -C- rispetto a cui la
calamita sia posta nella direzione -c d- con la sua punta repellente
che guarda all'ingiù, in tal caso l'isola verrà portata obbliquamente
all'insù verso -D-. Quando è arrivata in -D-, fate girare la calamita
sul suo asse tanto che la punta attraente della medesima si volga ad
-E-, e l'isola si trasferirà obbliquamente verso -E-; giunta in -E- se
sbassate di più la punta repellente, l'isola si alzerà verso -G-, ec.
ec. Voi vedete pertanto come a furia di girare la spola della calamita,
colla punta repellente, or più, or meno all'ingiù, si possa alzare o
ribassare a grado del suo padrone l'isola galleggiante.
Non crediate per altro nè ch'ella possa trasportarsi al di là dei
dominii di terra ferma del suo sovrano, nè alzarsi al di sopra di
quattro miglia. Il motivo di tale limitazione viene spiegato così
dagli astronomi che hanno scritto di grandi cose su questa pietra:
dicono dunque che la virtù magnetica della medesima non si estende
oltre l'altezza di quattro miglia, come pure che la virtù del minerale
esistente nelle viscere della terra, ed in un tratto di sei leghe di
distanza dalla spiaggia, non è, a rispetto alla pietra stessa, diffusa
per tutto il globo, ma si ferma ove finiscono i dominii del re. Voi
capite per altro qual aiuto debba avere da una tal posizione un sovrano
per tenere in obbedienza i suoi popoli.
Quando la spola di calamita arriva, girandola, ad essere parallela
all'orizzonte, l'isola sta, perchè in questo caso ambe le estremità
magnetiche di forze contrarie la tirano con una potenza eguale all'insù
ed all'ingiù donde nasce la quiete.
Questo edifizio -locomotivo- è posto sotto la direzione d'un certo
numero d'astronomi, i quali danno a mano a mano all'isola le posizioni
che ordina il re. Essi impiegano il rimanente della loro vita
nell'osservazione de' corpi celesti, al qual uopo recano ai medesimi
un grande giovamento i loro stromenti ottici che sono di gran lunga
superiori in eccellenza ai nostri. In fatti, benchè i loro telescopi
non sieno lunghi più di tre piedi, ingrandiscono gli oggetti molto
più dei nostri che sapete a che lunghezza talvolta arrivino, oltrechè
lasciano vedere gli astri con molto maggiore chiarezza. Questo
vantaggio gli ha posti in istato di dilatare le loro scoperte ben al di
là di quelle de' nostri astronomi dell'Europa; basti il dire ch'eglino
hanno un catalogo di centomila stelle fisse, mentre i più ricchi
nostri cataloghi non arrivano a contarne più della terza parte. Essi in
oltre hanno scoperti due minori satelliti che girano intorno a Marte,
il più interno de' quali è distante dal centro del pianeta primario
esattamente tre de' suoi diametri, mentre il satellite situato più in
fuori gli rimane ad una distanza di cinque. Più, hanno trovato che il
primo compie la sua rivoluzione nel termine di dieci ore, il secondo
in quello di ventuna e mezzo, onde i quadrati de' loro tempi stanno a
un dipresso in proporzione coi cubi delle loro distanze dal centro di
Marte; la qual cosa evidentemente li dimostra governati dalla stessa
legge di gravitazione che regge tutti gli altri corpi celesti.
Essi hanno osservato novantatre differenti comete e calcolati con
grand'esattezza i periodi delle loro apparizioni. Se ciò è vero, ed
essi affermano con la massima fiducia che è vero, è da augurarsi che
le loro osservazioni vengano pubblicate, affinchè la dottrina delle
comete, che finora per dir vero è zoppa e difettosa per ogni dove,
arrivi finalmente a quel grado di perfezione che tutti gli altri rami
della scienza astronomica hanno raggiunto.
Il re dell'isola galleggiante sarebbe il più assoluto monarca
dell'universo se potesse conseguire d'aver dalla sua in tutto e per
tutto i suoi ministri; ma questi, i cui possedimenti son tutti in
terra ferma, e che sanno quanto incerta durata abbia la condizione de'
favoriti, non consentirebbero mai alla schiavitù de' loro paesi.
Nei casi di ribellione o ammutinamento delle città di terra ferma, di
violente fazioni che sorgano in seno ad esse, o di negato pagamento
de' consueti tributi, il re ha due espedienti per ricondurre que'
suoi sudditi all'ordine. Il primo e il più mite consiste nel venire
a bilanciarsi con la sua isola su la città inobbediente e le sue
vicinanze, con che privandole del benefizio della pioggia e del
sole, ne percuote gli abitanti co' flagelli della carestia e de'
morbi epidemici; ed, ove la loro colpa arrivasse a meritare tanta
punizione, può in oltre lapidarli con enormi massi gettati a basso,
genere di gragnuola, contro cui non hanno altro scampo che rintanarsi
ne' sotterranei e nelle cantine, intantochè i tetti delle loro case
son fatti in pezzi. Ma se essi, persistendo nella loro protervia,
minacciano un'aperta generale ribellione, il re ha sempre in sua mano
un ultimo rimedio: quello di lasciarsi con tutta l'isola cascar loro
addosso, che è poi la distruzione universale e delle case e degli
uomini. Ma accade di rado che il principe si veda tirato a simile
estremità, prima perchè non ci avrebbe gusto egli stesso, secondo
perchè i ministri non gli daranno mai il parere di venire ad un atto
che, oltre al renderlo odiosissimo ai popoli, rovinerebbe i loro fondi
tutti posti in terra ferma, perchè l'isola è interamente demanio della
corona.
Ma evvi a dir vero una ragione più calzante per cui i re di quella
contrada, fuor di qualche caso estremo, si sono sempre astenuti dal
percuotere con una sì terribile esecuzione i loro sudditi. Se una
città condannata alla distruzione fosse attorniata da alte montagne,
come generalmente accade nelle grandi città, che probabilmente si sono
scelta così la loro situazione per impedire una simil catastrofe, e se
abbondassero di guglie o altissimi colonnati di marmo, una subitanea
caduta potrebbe portar grave danno alla base dell'isola, la quale,
benchè sia, come ho detto, un intero diamante della grossezza di
duecento braccia, potrebbe in quel tremendo urto spezzarsi, o vero,
avvicinandosi troppo ai fuochi delle case postegli sotto, scoppiare,
come accade alle stoviglie o di terra o di rame troppo esposte al
fuoco de' nostri cammini. I sudditi pertanto, che sanno tutte queste
cose, sanno ancora a qual segno si possono compromettere di spignere
la propria ostinazione ogni qual volta vedono in pericolo i loro
possedimenti o privilegi. Per ciò il medesimo re, quand'anche si sente
più provocato ed è veramente risoluto di esterminare una delle sue
città, ordina che l'isola sia calata giù con tutta la dilicatezza
possibile per amore, egli dice, del suo popolo, ma in sostanza per
amore della base adamantina dell'isola, la quale se scoppiasse,
si fracasserebbe, battendo la terra, l'isola stessa, che la spola
magnetica non varrebbe più a sostenere.
Per una legge fondamentale di quella monarchia nè i due reali
primogeniti possono mai uscire dell'isola, e nemmeno lo può la regina,
se non passato per lei il tempo di concepir prole.
CAPITOLO IV.
L'autore si congeda da Laputa, viene trasportato a Balnibarbi.
-- Suo arrivo alla città capitale della nuova contrada. --
Descrizione di questa e de' paesi circonvicini. -- Ospitalità
concessa da un distinto personaggio all'autore. -- Intertenimento
che entrambi ebbero fra loro.
Quantunque io non possa lagnarmi di avere ricevuti mali trattamenti
a Laputa, pure son costretto confessare di essermi veduto assai
trascurato, e non senza qualche apparenza di disprezzo per la mia
persona; perchè nè il principe nè il popolo si mostravano curiosi in
nessun ramo di umane nozioni, tranne la matematica e la musica, nella
parte meramente teorica, delle quali facoltà io era di gran lunga
inferiore ad essi, e per conseguenza avuto in pochissimo conto.
Per altra parte, avendo io già veduto tutte le singolarità dell'isola,
sospiravo l'ora di andarmene, ed ero stanco di tutto cuore del
consorzio di quella gente. Certo erano eccellenti in due professioni
per le quali ho tutta la stima ed alle quali non sono nemmeno
straniero; ma erano sì astratte, sì involute le loro contemplazioni,
ch'io non mi sono mai scontrato in compagnie meno simpatiche delle
loro; laonde io non ho propriamente conversato se non con donne,
mercanti, pazzi di corte, -climenos- (sapete che questi sono i
galantuomini dalle vesciche) ne' due mesi del mio soggiorno a Laputa,
benchè nemmeno queste classi avessero per me maggiore stima dell'altre,
ma in fine erano le sole dalle quali potessi ottenere risposte che
avessero un po' di senso comune.
Ancorchè fossi giunto, a furia d'improbo studio, ad un buon grado di
conoscenza nel loro linguaggio, io era stanco, ammorbato di vivere in
un paese ove mi si faceva così poca cera, onde risolvei abbandonarlo
alla prima occasione che me ne capitasse.
Viveva alla corte un gran personaggio, prossimo parente del re, e
rispettato per questo solo motivo; chè del resto lo consideravano per
l'uomo più stupido ed ignorante fra quanti aveano soggiorno nell'isola.
Certamente avea resi segnalati servigi alla corona; possedea
doti d'ingegno e naturali e acquistate collo studio, era in oltre
integerrimo e pien d'onore, ma d'un orecchio sì disarmonico che i suoi
detrattori lo accusavano d'averlo sorpreso più d'una volta in false
battute di musica, e si voleva in oltre che i suoi istruttori avessero
durato grande fatica a fargli entrare in capo i teoremi elementari
della geometria. Questo personaggio adunque si era degnato, in più
d'un incontro, di darmi contrassegni del suo favore; m'avea più volte
onorato delle sue visite e si mostrava desiderosissimo di conoscere gli
affari dell'Europa, le leggi, i costumi, il tratto e il grado di sapere
delle diverse contrade ove io aveva viaggiato. M'ascoltava su questi
argomenti con grande attenzione e faceva sensatissime osservazioni
su quanto io gli andava esponendo. Aveva anch'egli, ma sol per lusso
e formalità, i suoi due ufiziali dalle vesciche, senza per altro
servirsene fuorchè a corte e nelle visite di etichetta, anzi mandandoli
sempre fuor della stanza quando ci trovavamo insieme.
Supplicai pertanto questo illustre personaggio a farsi mio intercessore
presso sua maestà affinchè ottenessi la licenza di partire dall'isola;
nel che riuscì, com'ebbe la gentilezza di esprimersi, -con suo grande
rincrescimento-, e bisogna che lo dicesse di buona fede perchè mi fece
diverse vantaggiosissime offerte, ch'io nondimeno ricusai non senza
espressioni della mia più alta riconoscenza.
Ai 16 di febbraio, mi congedai da sua maestà e dalla corte. Il re mi
fece un dono in danaro che equivarrebbe fra noi a dugento sterlini, ed
il mio proteggitore, parente come dissi del re, mi regalò molto di più
dandomi in oltre una lettera di raccomandazione per un suo amico di
Lagado, metropoli di Balnibarbi. L'isola in allora bilanciandosi sopra
una montagna distante all'incirca due miglia di lì, ci venni calato
dall'ordine più basso di logge nella stessa maniera onde fui due mesi
prima tirato su.
Tutto quanto il continente soggetto al monarca dell'Isola Galleggiante
viene denominato -Balnibarbi-, e la sua metropoli, l'ho già
detto, -Lagado-. Il trovarmi in terra ferma portò qualche sorta
di soddisfazione al mio cuore. M'avviai alla città capitale senza
imbarazzo, vedendomi finalmente vestito all'usanza a un dipresso di
que' nativi e bastantemente istrutto nella lingua per conversare
con essi. Non tardai a trovare la casa del personaggio cui venivo
raccomandato dal suo amico, grande di prima classe dell'Isola
Galleggiante, e presentatagli la mia commendatizia, ne fui accolto
colla massima cortesia. Questo ragguardevole personaggio mi fece tosto
apparecchiare un appartamento in sua propria casa ove continuai,
durante la mia permanenza, ad essere trattato con la più cordiale
ospitalità.
Nella mattina successiva al mio arrivo, mi condusse nella sua carrozza
a vedere la città, grande la metà presso poco di Londra, ma le case
della quale erano strambamente fabbricate, e molte di esse in rovina.
Il popolo correa velocemente per le strade, avea cere stralunate, occhi
come incantati ed era vestito, la maggior parte, di stracci. Andati
fuor d'una porta della città e trovata dopo tre miglia quasi di corsa
l'aperta campagna, vidi parecchi contadini che lavoravano la terra con
diverse sorte di stromenti nuovi per me, ma non fui buono di capire che
cosa stessero facendo, e nemmeno ch'eglino si prefiggessero di avere
un ricolto di grano o di fare un prato, benchè la natura del suolo si
mostrasse fertilissima. Non potei rattenere il mio stupore alla vista
di sì strane apparenze che mi ferivano gli sguardi ne' campi, come poco
prima nella città; laonde mi presi la libertà di pregare l'illustre mia
guida a volermi spiegare in che fossero affaccendate tante teste e mani
e faccie da me vedute così allora come prima di uscire della città,
perchè gli confessai ingenuamente di non capir niente affatto che buoni
effetti si aspettassero da tutto quell'affaticarsi, tanto più, non gli
tacqui ciò, ch'io non avea mai veduto terreni peggio coltivati, case
più male architettate e più rovinose, e un popolo le cui fisonomie ed i
vestiti esprimessero maggiore miseria e bisogno di tutte le cose.
Il signor Munodi (tale era il nome del mio ospite), personaggio come
potete credere di primo ordine, era stato alcuni anni governatore
di Lagado, ma in forza d'una cabala ministeriale fu licenziato per
imputatagli dappocaggine. Ciò non ostante, il re continuava a trattarlo
con affezione ed a riguardarlo come un uomo pieno di buona volontà, ma
d'un intelletto affatto meschino.
Udita quella mia libera censura del paese e degli abitanti, non mi
diede altra risposta che questa:
-- «Voi non siete ancora rimasto fra noi il tempo bastante per istituire
un giudizio. Sapete bene che le differenti nazioni del mondo hanno
costumanze ancor differenti», ed aggiunse altri luoghi topici di simil
natura.
Nondimeno poichè fummo tornati al suo palazzo, mi chiese:
-- «E questa fabbrica come vi piace? Quali stramberie avete trovato, che
avete a ridire sul vestito o la cera de' miei servitori?»
Non rischiava nulla nel farmi una simile interrogazione, perchè
veramente la magnificenza, la regolarità e la mondezza regnavano in
ogni parte della sua casa.
-- «La saggezza, risposi, le belle doti e la ricchezza di vostra
eccellenza hanno resa la sua casa immune da que' difetti che
l'idiotaggine e la miseria hanno prodotti negli altri edifizi.
-- «Se un di questi giorni, egli soggiunse, verrete con me alla mia
casa di villeggiatura che domina i miei fondi, ed è distante di qui una
ventina di miglia, avremo maggior agio a tal genere di conversazione.
-- «Io sono sempre disposto ai comandi di vostra eccellenza, risposi, e
secondo questo concerto partimmo per la campagna la mattina dopo».
Lungo il cammino, mi fece notare i diversi metodi praticati da que'
fittaiuoli nel governo de' loro terreni, cose tutte che mi faceano
stordire, perchè, eccetto alcuni pochi luoghi, non mi veniva fatto
di scoprire una sola spica di grano o un sol filo d'erba. Ma dopo tre
ore di corsa la scena fu affatto cangiata; entrammo in un bellissimo
paese ove le case de' fittaiuoli, in poca distanza l'una dall'altra,
erano decentissimamente fabbricate e begli spazi di terreno chiusi
contenevano e vigneti e campi ricchi di messe e praterie; in somma
non mi ricordo di avere mai veduta in mia vita una prospettiva tanto
ridente. Sua eccellenza accortasi che mi si schiariva un poco la faccia
a tal vista, mi disse mettendo un sospiro:
-- «Qui cominciano i miei fondi, e li vedrete tutti così, finchè
s'arrivi alla mia abitazione; ma i miei concittadini mi mettono in
ridicolo e mi disprezzano, perchè dicono che amministro male le mie
sostanze, e che do uno scandaloso esempio a tutto il reame; benchè
per verità pochissimi lo seguono fuor d'alcuni che si guadagnano,
come me, i predicati d'uomini di due secoli addietro, d'imbecilli, di
pusillanimi e che so io?»
Arrivammo finalmente all'abitazione di sua eccellenza, costruzione
nobilissima e fabbricata secondo le migliori regole dell'architettura
degli antichi; le fontane, i giardini, i viali e i boschetti ne erano
disposti con esatte proporzioni e gusto squisito. Io tributava le
debite lodi a quante cose ivi io vedea, ma sua eccellenza non mostrava
avvedersene; sol la sera, terminata la cena, e non essendovi alcun
terzo che gli desse soggezione mi disse con cera malinconica:
-- «Ho ben paura che dovrò fra poco atterrare le mie case tanto di città
quanto di campagna per rifabbricarle alla moda d'oggidì; che dovrò
distruggere tutte le mie piantagioni e ridurle alla forma moderna
che l'uso domanda, dando istruzioni simili ai miei subordinati,
se non voglio tirarmi addosso la taccia d'uomo superbo, singolare,
vanaglorioso, ignorante e capriccioso, e aumentare forte il mal umore
che sua maestà ha concepito verso di me. Cesseranno o certo scemeranno
gli stupori che siete andato manifestandomi sin qui, poichè vi avrò
informato di alcune particolarità delle quali probabilmente non vi
sarà mai stato parlato alla corte; perchè que' signori son troppo
immersi nelle loro speculazioni astratte per sapere che cosa passa
quaggiù[29]».
La conclusione del suo discorso si riduceva a spiegarmi come da
quarant'anni certi individui da Balnibarbi portatisi nel regno
superiore di Laputa o per affari o per divertimenti, e tornatine
addietro con un po' d'ìnfarinatura delle matematiche, ma pieni la
testa di spiriti volatili acquistati in quelle aeree regioni, come
questi individui al loro ripatriare avessero principiato ad avere
a schifo ogni cosa di quaggiù e ad ideare divisamenti per ridurre
ogn'arte, scienza, lingua e meccanica ad un novello sistema. A tal fine
costoro, giusta quanto mi disse il mio narratore, si procurarono una
regia patente per istituire un'accademia di -progettisti- in Lagado;
ed il loro umore prevalse sì fortemente nella popolazione che non vi
fu più una città di qualche importanza nel regno la quale non volesse
avere la sua accademia. Ne' collegi dipendenti da queste accademie, i
professori inventarono nuovi metodi di coltivazione e di costruzione
e nuovi stromenti per ogni sorta di mestieri e di manifatture. Per
chi badasse loro, un uomo solo arriverebbe a poter fare il lavoro di
dieci uomini[30]; un palazzo ad essere fabbricato in una settimana
e ciò non ostante riuscire di una saldezza da durare in eterno senza
alcun bisogno di restaurazione. Tutti i frutti della terra verrebbero
a maturità in qualsivoglia stagione piacesse averli, e crescerebbero
ad una mole cento volte maggiore di quella che presentano oggidì,
e s'avrebbero innumerabili altri vantaggi di questa natura. Il solo
inconveniente è che nessuno finora di tali divisamenti è andato a buon
termine; e che intanto l'intero paese è in preda al più deplorabile
guasto, tutte le cose sono in rovina, ed il popolo non sa più di che
cosa cibarsi o coprirsi. Da tutte le quali cose, in vece di essere
scoraggiati, sono anzi spinti a dedicarsi con una intensione cinquanta
volte maggiore ai loro disegni, gl'induca a ciò la speranza o la
disperazione. «Quanto a me, mi diceva il mio illustre ospite, non
mi sento dotato di tutto questo spirito intraprendente; contento di
tenermi alle forme antiche, resto nelle case che i miei maggiori hanno
fabbricate, e fo com'essi facevano in tutti i particolari della mia
vita, senza pensare e tante innovazioni; alcuni pochi del mio grado
hanno seguito il mio esempio, ma siamo tutti veduti di mal occhio e
sprezzati come nemici dell'arti, ignoranti, e persin cattivi e fatali
alla pubblica prosperità, perchè preferiamo i nostri comodi e le
inspirazioni della nostra infingardaggine al miglioramento generale del
nostro paese».
-- «Ma, continuò sua eccellenza, non voglio coll'intertenermi più a
lungo su queste particolarità anticiparvi il piacere che avrete di
sicuro quando visiterete la grande accademia che voglio assolutamente
vediate appena saremo tornati in città. Or soltanto mi basta farvi
osservare le rovine che si vedono là su l'altura di quel monte lontano
circa tre miglia da noi. Dovete sapere ch'io aveva una volta un
conveniente mulino non distante più d'un mezzo miglio da casa mia,
fatto girare dalla corrente di un grosso fiume e bastante agli usi
non solo della mia famiglia ma di quelle de' molti miei contadini e
subalterni. Sette anni fa, una banda di questi -progettisti- venne a
farmi la proposta di atterrare il mio mulino per fabbricarne un altro
là su la lunga cresta delle montagne che vi ho indicata, nella quale
bisognava primieramente tagliare un canale per condurci l'acqua dalla
pianura a furia di trombe e di macchine, e tutto il gran vantaggio di
questa bella operazione consisteva in ciò, che l'acqua portata fin
lassù essendo obbligata a scendere per un ripido declivo, il mulino
verrebbe mosso da una massa di fluido minore di quanta ne contiene un
grosso fiume posto ad un livello più uguale.
Che volete? In allora io era piuttosto in disfavore presso la corte;
molti miei amici mi stimolavano ad aderire alla proposta, aderii. Dopo
avere per due anni impiegati cento uomini in questo lavoro, l'impresa
andò a male; i -progettisti- ne desistettero, lasciandone tutto il
biasimo su le mie spalle e burlandosi in appresso di me. Ciò non
ostante, trovarono altra buona gente cui proporre imprese simili con le
stesse promesse e sempre con uguale buon successo».
Fra pochi giorni fummo di ritorno alla città. Sua eccellenza
pensando al tristo concetto in cui l'accademia lo tenea, non volle
accompagnarmi in persona, ma affidò ad un amico suo questo incarico
facendomi annunziare come un grande ammiratore d'ogni nuovo tentativo,
curiosissimo ed altrettanto facile a credere. Nè sua eccellenza
s'ingannava nella totalità, perchè da vero sono stato un grande
-progettista- in mia gioventù.
CAPITOLO V.
L'autore ottiene la permissione di vedere la grande accademia di
Lagado. -- Estesa descrizione di quest'accademia. -- Arti in cui si
esercitano que' professori.
Composta di più case continuate che tengono entrambi i lati di una
strada, non un intero unico edifizio, è l'accademia; le suddette case
cadendo in rovina, vennero comprate ed applicate a tale effetto.
Ricevuto assai cortesemente dal custode, frequentai quel luogo per più
giorni consecutivi. Ciascuna camera contiene uno o più accademici, e
credo non vi fossero meno di cinquecento camere.
Il primo accademico in cui m'incontrai, magro come uno scheletro,
avea le mani e la faccia simili a quelle d'uno spazzacamino, lunghi i
capelli e la barba, vestito di cenci arsicciati in più d'un luogo. Il
suo giustacuore, la sua camicia, la sua pelle, tutte queste cose erano
d'uno stesso colore.
Si era affaticato otto continui anni nell'impresa di estrarre dai
cetriuoli de' raggi di sole, ch'egli si prefiggea poi racchiudere
ermeticamente entro fiale le quali avrebbero riscaldato l'aria nelle
giornate nuvolose ed inclementi della state. Mi disse che non dubitava
di potere di lì ad otto anni tener forniti d'una sufficiente dose di
raggi di sole i giardini del governatore; unicamente si dolse che i
suoi capitali andavano scemando, anzi mi pregò regalargli alcun che
in via d'incoraggiamento al suo ingegno, tanto più che in quell'annata
correa la carestia ne' cetriuoli. Gli feci un piccolo donativo, perchè
il mio ospite, che ben sapeva essere stile di quegli accademici il dare
stoccate alle borse di tutti i loro visitatori, m'avea proveduto di
danaro a tal uopo.
Di lì passai in un'altra camera donde io volea fuggire alla presta,
per l'orrido soffocante fetore che mi sorprese. Ma il mio compagno mi
spinse innanzi scongiurandomi all'orecchio di non far questo affronto
all'accademico dimorante ivi che se ne sarebbe avuto grandemente a
male, onde non ardii far altro che turarmi il naso. Quell'accademico
era il più anziano di que' dotti; la sua faccia e la barba erano
d'un brutto colore gialliccio; le mani ed i vestiti imbrattati della
materia che mandava il puzzo da cui io voleva fuggire. Appena gli
fui presentato, mi abbracciò cordialissimamente, complimento da cui
l'avrei dispensato sì volentieri! La sua faccenda fin dal primo istante
che entrò nell'accademia era stata cercar di tornare gli escrementi
all'antico stato di commestibili col farne sparire la tinta che
ricevono dal fiele, col farne esalare il mal odore e col detergerli
dalla saliva[31]. Egli riceveva ogni settimana un assegnamento fattogli
dalla dotta società, e consisteva questo in un enorme tino carico della
materia necessaria alla sua manifattura.
Trovai un altro inteso all'opera di calcinare il ghiaccio per ottenerne
polvere da schioppo; egli mi mostrò in oltre una sua opera che divisava
dare alla luce su la natura malleabile del fuoco.
Quivi conobbi un ingegnosissimo architetto che aveva inventato un
nuovo metodo di fabbricare le case principiando l'edifizio dal tetto
e venendo giù alle fondamenta; la qual pratica egli giustificò col
citarmi l'esempio di due insetti oltre ogni dire industriosi, l'ape ed
il ragno.
Vidi pure un cieco nato che avea molti scolari posti nella sua
condizione, ed affaccendati a stemperare tinte ad uso de' pittori,
perchè il loro maestro aveva insegnato loro a discernere col tatto e
coll'odorato i colori. Fu mia sfortuna il non trovare que' giovinetti
ancora profondi nelle dottrine che avevano apprese, e non parea
che nemmeno il maestro cogliesse una sola volta nel segno. Pur
questo artista era grandemente incoraggiato e stimato dall'intera
corporazione.
In un'altra camera mi divertì molto il conoscere un accademico che avea
scoperto l'astuzia di far arare la terra ai porci, risparmiando così le
spese degli aratri, la compera e il mantenimento de' buoi e le fatiche
degli agricoltori. Il suo metodo era questo: seppellire in una bifolca
di terra, ad una distanza di sei dita ed alla profondità di otto, una
quantità di ghiande, datteri, castagne ed altri frutti o vegetabili
di cui quegli animali son ghiotti; allora condurre seicento di tali
bestie sul campo, ove in pochi giorni avrebbero voltato sossopra tutto
il terreno e lo avrebbero ad un tempo concimato rendendolo così atto
alla seminagione. Certamente gli esperimenti andavano dimostrando
che l'incomodo e il disturbo erano grandi, il ricolto scarsissimo;
nondimeno non si dubitava che un tal metodo d'aratura non fosse per
ammettere grandi miglioramenti.
Entrai in un'altra camera, le cui pareti e la soffitta, tutto lo
spazio in somma eccetto uno stretto andito donde l'artista camminava
innanzi indietro, erano ingombre di ragnateli. All'atto del mio
ingresso mi gridò forte che badassi a non isconcentrargli i suoi
tessuti. Poi si diede a gemere sul fatale errore prevalso da sì lungo
tempo nel mondo, quello di valersi de' bachi da seta, mentre abbiamo
tanta copia d'insetti domestici, ben superiori di merito ai primi,
che non solo somministrano la materia, ma la sanno filare e tessere
eglino stessi. Costui avea poi presentata un'invenzione sua propria,
che dovea risparmiare la spesa di colorare le sete somministrate dai
ragni; della qual cosa fui pienamente convinto poichè m'ebbe mostrata
tutta la quantità delle mosche di varii colori, con le quali nudriva
i suoi ragni. Secondo lui, le tele doveano prendere i colori delle
diverse mosche e, siccome ne avea di tutti i colori, sperava d'avere
altrettanti colori di fila, ed affinchè poi queste fila prendessero
consistenza, aveva inventato il ripiego di nudrire le mosche con certe
gomme, materie glutinose ed olii atti ad ottener tale intento.
Uno di questi astronomi si era preso l'assunto di collocare su la
gran girandola del palazzo di città un oriuolo solare, dotato della
proprietà di far coincidere i diurni moti della terra intorno al sole
colle direzioni accidentali del vento.
Io mi andava dolendo d'un lieve accesso di dolor di ventre, per lo
che il mio compagno credè opportuno il condurmi nella camera di un
famoso medico solito a curare tale infermità con contrarie operazioni
che partivano da uno stesso stromento. A tal fine avea pronti due
enormi soffietti ed una lunga sottile cannetta d'avorio. Introducendo
questa ad una buona lunghezza laddove entrano i clisteri, si degnava
egli stesso farla servire da tromba assorbente dell'aria malefica
che, secondo lui contaminava le budella dell'infermo ripromettendosi
renderle vizze al pari di una vescica secca. Ma se la malattia si
ostinava a non cedere, passava allora all'operazione diametralmente
opposta e ricorreva ad uno de' suoi soffietti gonfio di vento e lo
scaricava nel corpo del paziente; e se non bastava una volta, levava
il soffietto impedendo col suo dito grosso che l'aria uscisse di
dov'era entrata, e con l'altro ripetea lo stesso lavoro. Continuava
così le tre, le quattre volte, sostenendo che il vento di nuova
giunta nell'uscir fuori si porterebbe il vento cattivo con sè a
guisa di una tromba da nettare i pozzi, e che finalmente l'ammalato
risanerebbe. Gli vidi tentare entrambi gli esperimenti sopra un cane.
Non m'accorsi di verun effetto del primo. Sotto il secondo quando il
cane fu per crepare si alleggerì del vento che lo gonfiava; vi lascio
pensare come ammorbasse la stanza; indi morì, e lasciai il dottore che
s'apparecchiava a farlo rivivere rinovando la medesima operazione.
Visitai molte altre camere, ma studioso come sono della brevità, non
vo' tediare il leggitore col racconto di tutte l'altre singolarità che
in esse notai.
Fin qui io aveva veduto un lato solamente dell'accademia, l'altro era
assegnato agli studiosi del progresso delle scienze speculative, de'
quali io dirò alcuna cosa, poichè avrò fatta menzione di un altro
illustre personaggio che veniva ivi chiamato l'artista universale.
Egli ci narrò come avesse dedicato per trent'anni i suoi pensieri
al perfezionamento dell'umana vita. Egli avea due vaste stanze piene
zeppe di meraviglie, e cinquanta uomini che lavoravano sotto i suoi
ordini. Alcuni stavano condensando l'aria che trasformavano in una
sostanza secca e tangibile col cavarne il nitro e lasciarne scolare
le particelle acquee o fluide[32]; altri ammollivano il marmo per
farne guanciali e cuscinetti per gli spilli; alcuni pietrificavano
le unghie de' cavalli vivi per salvarli dallo storpiarsi. L'artista
stesso in quel momento si dava attorno per mandare a termine due vasti
divisamenti; il primo era quello di seminare i campi colla pagliuola
del grano in cui a suo avviso si contenea la vera virtù seminale, cosa
da lui confermata con diversi esperimenti che, lo confesso, non ebbi
l'abilità di capire. L'altro consisteva nel valersi d'un certo composto
di gomma, vegetabili e minerali che, applicato su la pelle esterna
degli agnelli, avrebbe impedito il crescere della lana, laonde sperava
entro un tempo ragionevole di propagare per tutto il regno una razza di
pecore senza lana.
Traversammo un viottolo per andare all'altra parte di quell'edifizio
che, come ho detto, è residenza dei -progettisti- studiosi del
progresso delle scienze speculative.
Il primo professore ch'io vidi, stava in una grandissima stanza con
quaranta scolari attorno di lui. Dopo esserci salutati, egli si accorse
ch'io stava guardando in atto di curiosità una enorme macchina la quale
tenea quasi tutta la lunghezza e la larghezza della stanza, laonde così
mi parlò. «Vostra signoria si maraviglia forse vedendo che s'adoprano
operazioni pratiche e meccaniche all'oggetto di perfezionare scienze
meramente speculative. Pure il mondo s'avvedrà presto dell'utilità di
questa mia macchina, nè credo che un'idea più grandiosa sia mai entrata
nella mente di nessun uomo. Tutti sanno quanto sia faticoso il metodo
che generalmente si usa per far imparare le arti e le scienze; mediante
questo mio congegno non v'è uomo sì ignorante, che non possa con un
discreto sforzo intellettuale e con pochissima fatica di corpo scrivere
libri di filosofia, di poesia, di politica, di giurisprudenza, di
matematica e di teologia senza bisogno affatto di genio o di studio».
Mi fece indi accostare alla sua macchina, innanzi ai lati della quale
stavano ordinati in fila i suoi discepoli. Posta nel mezzo della stanza
essa occupava venti piedi quadrati. La superficie della medesima era
composta di cubetti di legno della grossezza d'altrettanti dadi, alcuni
nondimeno di maggior mole d'alcuni altri, tutti infilzati insieme col
mezzo di sottili fila metalliche. Ciascuna faccia laterale di questi
dadi andava coperta da un pezzetto di carta incollatovi sopra e su
cui erano scritte tutte quante le parole della lingua del paese e
tutti quanti gli accidenti de' loro tempi, modi, numeri, declinazioni
e coniugazioni; ma senza nessun ordine. «Compiacetevi d'osservare;
il professore mi disse; che sto ora per mettere in azione la mia
macchina». Allora ad un suo cenno, ciascuno scolaro prese in mano
un manico di ferro, che di quaranta di tali manichi andava preveduta
la macchina alla sua estremità. Col girar questi manichi tutt'ad un
tratto, la disposizione delle parole scritte su le faccie dei dadi
veniva, come è naturale, affatto cangiata. Allora comandò a trentasei
di que' ragazzi che leggessero adagio adagio le linee formate dalle
parole tali quali apparivano su la superficie della macchina, e
connettessero tre o quattro di queste parole tanto da formare un brano
di frase, e tal frase dettassero agli altri quattro scolari destinati
all'ufizio di scrittori. Una tale operazione veniva ripetuta tre o
quattro volte, e ad ogni girata di manichi, la macchina era congegnata
in modo che le parole mutavano di posto tante volte quante i dadi
voltavano le loro faccie.
Sei ore d'ogni giornata venivano impiegate in simil faccenda, ed il
professore mi mostrò parecchi volumi in foglio di brani di frasi da lui
già raccolte aggiugnendo essere sua intenzione di combinarli insieme
e cavar fuori da que' ricchi materiali quanto era d'uopo per fare
al mondo il dono d'una compiuta raccolta dello scibile umano, così
nelle facoltà intellettuali come nell'arti; non mi tacque ad un tempo
che una sì vasta impresa ammetteva e grandi miglioramenti e mezzi di
affrettarne l'ultimazione, ma che avrebbe bisognato a tal uopo che
il pubblico decretasse un fondo per fabbricare e mettere in opera
cinquecento delle sue macchine a Lagado e per obbligare i singoli che
ne usavano a contribuire in comune alla grande opera da compilarsi.
Mi assicurò che questa scoperta aveva occupati i suoi pensieri fin
dalla prima sua giovinezza e che, avendo spogliato l'intero vocabolario
per farlo entrare nella sua macchina, era in caso d'istituire un
esattissimo calcolo di proporzione tra il numero degli articoli, nomi,
verbi, in somma di tutte le suddivisioni delle parti dell'orazione.
Feci i miei umilissimi ringraziamenti all'egregio personaggio che mi fu
generoso d'una sì rilevante comunicazione, egli promisi che, se mai mi
sarebbe dato dal destino il rivedere la mia nativa contrada, non avrei
mancato di rendere a lui la giustizia che gli si competea come unico
inventore di una macchina sì prodigiosa, di cui lo pregai lasciarmi
levare il disegno.
Me gli feci per altro mallevadore che, se bene sia stile de' nostri
dotti d'Europa il rubarsi a vicenda le scoperte (donde si ha almeno il
vantaggio che lo stabilire chi sia il vero inventore divenga fra noi
un punto di scientifica controversia[33]) ad onta di ciò, l'onore della
sua invenzione gli rimarrebbe intero e senza un solo rivale.
Finalmente ci portammo alla scuola delle lingue in ora che i professori
teneano consulta su i modi di perfezionare l'idioma di Lagado.
Il primo partito posto fu quello di accorciare il discorso col ridurre
tutti i polisillabi in monosillabi, e coll'omettere i verbi ed i
participii, per la ragione che tutte le cose immaginabili non sono
altro che nomi.
L'altro fu quello di abolire le parole di qualunque sorta; il che
avrebbe portato con sè, oltre ad una maggiore brevità, un vantaggio
alla salute, essendo un fatto evidentissimo che quante parole
pronunciamo, scemano logorandoli i nostri polmoni, e quindi accorciano
la nostra vita. A tal fine fu immaginato un espediente pratico desunto
dalla considerazione che ciascuna parola è il nome di una cosa. «Non
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