giustificazione che mi sottrassi con arte, per quanto mi riuscì fattibile, a molte delle sue interrogazioni, e che diedi a ciascuna cosa un aspetto favorevole fin dove gli stretti limiti del vero me lo permisero. Perchè ho sempre sentita per la mia madre patria quella parzialità che Dionigi d'Alicarnasso raccomanda sì giustamente ad uno storico, e per cui vorrei sempre nascondere le fragilità e sconvenevolezze della medesima, e presentarne le bellezze e le virtù sotto il miglior punto di vista. E tal massima mi studiai sinceramente di serbare in tutte le informazioni che dovei dare a quel monarca, benchè sfortunatamente i miei sforzi andassero vuoti d'effetto. Ma vuolsi usare di molta indulgenza ad un re, il quale vivendo affatto segregato dal rimanente del mondo, dee per conseguenza essere ignaro delle maniere e costumanze che prevalgono presso l'altre nazioni; mancanza di lumi che dee necessariamente produrre e grandi preoccupazioni mentali e quella strettezza d'idee da cui andiamo esenti noi e le più colte contrade europee. E da vero, sarebbe un gran guaio se le nozioni che ha della virtù e del vizio un monarca così remoto da ogni consorzio del mondo, dovessero servire di regola a tutto il genere umano. Per confermare la verità di tal mia asserzione e dare a conoscere i miserabili effetti di un'educazione tanto segregata, citerò qui un fatto che stenterà ad esser creduto. Colla speranza di avanzare sempre di più nella buona grazia di sua maestà, gli parlai di una scoperta fattasi da noi, saranno omai corsi tre o quattro secoli, quella di fabbricare una certa polvere, un ammasso della quale, fosse enorme quanto una montagna, salta in aria in un attimo, sol che una piccolissima favilla cada sopra un menomo pugnello di esso, e genera tale frastuono e scuotimento che arriva a superare quello della folgore. Gli dissi come una data quantità di questa polvere, calcata entro un tubo di bronzo o di ferro, valesse, a proporzione della grossezza del tubo stesso, a mandar fuori una palla di ferro o di piombo con tanta violenza e velocità che nulla era capace di resistere al suo impeto; come le più grosse palle scaricatene fuori in tale guisa valessero non solamente a distruggere in una volta intere file d'eserciti, ma ad atterrare i più possenti baloardi delle fortezze, a sommergere in fondo al mare molte navi, ciascuna delle quali contenesse un migliaio d'uomini; come queste palle incatenate fra loro squarciassero alberi di navigli e sartiami, spazzassero uomini a centinaia, portassero strage e devastazione d'intorno a loro. Gli spiegai come spesse volte questa polvere venisse racchiusa entro grosse palle che altra polvere infocata spigneva fuori da immensi mortai perchè andassero a percuotere città assediate, ove sconnettevano lastrichi, rovinavano case e, scoppiando finalmente anch'esse, mandavano per tutti i versi fatali schegge che fracassavano le cervella di chiunque s'abbattea nella loro direzione. Gli dissi come io conoscessi ottimamente gl'ingredienti di cui si compone tal polvere, che erano assai comuni ed a buon mercato. Mi offersi anzi a fargliene io stesso ed a dirigere i suoi artefici nel fabbricar tubi proporzionati in ampiezza a tutte l'altre cose esistenti nel suo reame (non dovevano essere più lunghi di cento piedi); gli diedi a comprendere come una ventina di questi tubi caricati con la debita proporzione di palle e di polvere sarebbe bastata ad atterrare in poche ore le mura delle più gagliarde città de' suoi dominii, e fin della sua metropoli, ove questa avesse osato d'alzare lo stendardo della ribellione. Tutte queste cose spiegai ed offersi a sua maestà qual tenue omaggio della mia riconoscenza pe' tanti favori e contrassegni di protezione ch'egli avea versati su me. Indovinate mo! Rimase inorridito ed attonito alla mia descrizione ed alle mie offerte. «Non mi par nemmen vero, che un abbietto verme della terra par vostro (furono proprio questi i titoli che mi compartì) abbia ardito tenermi sì atroci propositi, e con questa bella disinvoltura, per cui si sarebbe detto che non vi commovessero nè poco nè assai le calamità da voi dipinte siccome effetti delle vostre macchine; del certo non può esserne stato il primo inventore altro che un genio cattivo, inimico del genere umano. Quanto a me, egli continuò, benchè tenerissimo delle nuove scoperte, sia nell'arti, sia nelle scienze della natura, vorrei piuttosto perdere la metà del mio regno che essere ammesso al segreto delle invenzioni da voi tanto esaltate, anzi, se vi preme la vostra vita, v'intimo di non mi fare più mai di questi discorsi.» Vedete a che conducono un'educazione pregiudicata ed una corta vista! Un principe, fornito del resto di quante prerogative procurano venerazione, stima ed amore, cui non mancavano nè grande saggezza nè profondo ingegno, quasi adorato da' suoi sudditi, per uno scrupolo da nulla, di cui in Europa non sappiamo nemmeno formarci un'idea, si lasciò sfuggir di mano l'opportunità di divenire padrone dispotico delle vite, de' privilegi e di tutte le sostanze del suo popolo! Nè dico ciò con intenzione di menomare i tanti pregi di quell'eccellente sovrano, la cui riputazione per altro, da questo lato, apparirà assai scemata agli occhi d'inglesi leggitori; vedo come un tal neo alla sua gloria sia da attribuirsi alla scarsezza delle cognizioni cui sono pervenuti i suoi dominii, al non esservi stato finora chi innalzi la politica al grado di scienza, come dai più acuti ingegni di Europa si è fatto. A questo proposito mi ricordo benissimo le meraviglie che un dì fece il re quando l'incidente di un certo discorso mi portò a dirgli che avevamo parecchie migliaia di volumi pubblicati su l'arte del governare. Ciò gli diede, e da vero io mi prefiggeva un effetto del tutto contrario, una tristissima idea del nostro intendimento. Mi protestò che odiava ed anzi tenea nel massimo dispregio ogni sorta di misteri, di mezzi termini, di sottigliezze, sia nel principe, sia ne' ministri. Non sapeva indovinare che cosa io m'intendessi per segreto di stato, ove non si avesse che fare con nazioni in guerra con noi, o interessate ai nostri danni. La scienza del governare, secondo lui, si riduceva a ben poche cose; ed erano senso comune e ragione, giustizia e moderazione, sollecitudine nello spedire le cause tanto civili quanto criminali, oltre ad alcune altre varie massime che non vagliono la pena di essere ricordate. Guardate che trivialità arrivava a dire! «Chiunque in un pezzo di terra de' miei dominii arrivasse a far crescere due spiche di grano o due fili d'erba ove nasceva una sola spica o un sol filo d'erba, varrebbe più ai miei occhi di tutta la razza dei politici dell'universo messi insieme.» L'istruzione di questi popoli è difettosa oltre ogni dire; consiste unicamente nella morale, nella storia, nella poesia, e nelle matematiche, in cui bisogna confessare la loro preminenza. Ma queste ultime scienze vengono unicamente applicate al miglioramento dell'agricoltura ed alle arti meccaniche, di modo che fra noi non se ne farebbe gran conto[23]. Circa poi all'idealismo, alla scienza degli enti, alle astrazioni metafisiche, al -trascendentalismo-, non sapreste come farne entrare il menomo concetto in quelle teste. Fra tutte le leggi di quel paese non ve n'è una le cui parole oltrepassino in numero le lettere del loro alfabeto, che sono soltanto ventidue, ma son poche da vero le leggi che arrivino nemmeno a questa prolissità. Le vedete esposte in termini semplicissimi e piani tanto che quegli abitanti non sono abbastanza arguti per sapere trovare loro più d'una interpretazione, anzi lo scrivere un comento su quelle leggi è un capitale delitto. Quanto alle decisioni delle cause civili, o ai processi criminali, i lor protocolli sono sì poco carichi che i giudici non hanno gran che da gloriarsi della propria abilità nel conchiudere le prime o i secondi. Que' popoli possedono da tempo immemorabile, come i Chinesi, l'arte della stampa, ma non sono molto ampie le loro biblioteche; quella del re, che si ha per la più vasta, non ha oltre a mille volumi collocati in una stanza lunga mille dugento piedi, da cui io avea la libertà di levare quanti libri desiderassi. L'ebanista della regina avea congegnato nelle stanze della Glumdalclitch un certo arnese di legno alto venticinque piedi, formato a guisa d'una duplice scala di gradini, larghi ciascuno cinquanta piedi, i cui due rami congiunti ad angolo si aprivano, per fermarla sul terreno, ad una distanza di dieci piedi della parete. Il libro ch'io aveva intenzione di leggere, veniva aperto ed appoggiato al muro. Io saliva prima sin all'ultimo gradino e, tenendo la mia faccia volta al libro, principiava a leggerlo in cima di pagina camminando dieci passi da sinistra a destra secondo la lunghezza della riga, e ciò finchè le parole fossero alcun poco al di sotto del livello del mio occhio, poi per leggere più in giù io scendeva all'inferiore gradino, e così a mano a mano finchè fossi in fondo; dopo di che risalito di nuovo al più alto gradino, io leggea l'altra pagina nella stessa maniera; poi voltavo carta con tutt'a due le mani, il che mi era facile, trattandosi di pagine grosse e consistenti come il cartone, e per quanto ampio fosse lo spazio de' fogli, non lo era mai più di diciotto o venti piedi. Lo stile di que' libri è chiaro, robusto e netto, ma non frondoso, perchè quivi nulla si abborrisce più dell'adoprar parole oltre al bisogno o del variare le espressioni. Ho lette molte di quelle opere, specialmente di storia e di morale. Fra l'altre mi divertì in singolar guisa un antico trattato di etica che stava sempre nella stanza della Glumdalclitch, ed apparteneva all'aia della medesima, una grave attempata matrona che si dilettava sempre di libri ascetici. Fui curioso di conoscere che cosa sapesse dire su tale argomento un autore di quel paese. Questo scrittore camminava su tutti i luoghi topici dei moralisti europei dimostrando quanto sia di sua propria natura un ente picciolo, bisognoso e spregevole l'uomo, come sia inetto per sè stesso a difendersi dall'inclemenza dell'aria o dal furor delle belve, come sia superato da una creatura nella forza, da un'altra nella velocità, da una terza nella previdenza, da una quarta nell'industria. Vi si parlava della natura umana degenerata in questi ultimi deteriorati secoli del mondo, e divenuta sol capace di produrre aborti a confronto delle sue produzioni dei tempi anteriori. Si diceva in quel libro essere cosa ragionevole il pensare che le specie umane in quelle età fossero non solo più gagliarde, ma gigantesche; cosa affermata dalla storia e dalle tradizioni e confermata dall'enormi ossa e dagli enormi teschi scavati a caso in parecchie parti del regno, e tanto superiori di mole agli ossami ed ai crani delle imbastardite schiatte de' nostri giorni. L'autore inferiva dalle leggi assolute e primitive della natura che gli uomini in principio dovevano essere stati d'una complessione più forte e robusta, nè soggetti ad essere distrutti dal più lieve incidente d'una tegola caduta da un tetto, d'un sasso scagliato da un fanciullo, o di restar annegati entro un ruscello. Da un tal modo di ragionare il mio moralista deduceva più applicazioni utili nella condotta della vita, ma che non fa qui mestiere il ripetere. Quanto a me, non seppi starmi dal considerare come fosse generale questo talento di tirar lezioni di morale o piuttosto soggetti di crepacuore e d'umiliazione dai torti che s'appongono alla natura. E dopo averci ben pensato sopra, io sono d'avviso che le querele mosse contr'essa dagli uomini sieno mal fondate fra noi altrettanto quanto lo erano fra i popoli di Brodingnag. Circa alle cose loro militari essi fanno ascendere l'esercito reale a cento settantasei mila uomini di fanteria e trentasei mila di cavalleria; se può chiamarsi esercito una milizia composta di trafficanti di ciascuna città e di fittaiuoli delle campagne posti sotto il comando di nobili e di padroni di poderi, i quali comandanti servono tutti senza stipendio di sorta alcuna. Questa milizia si mostra veramente perfetta nell'armeggiare, e religiosissima della disciplina, nè in questa seconda cosa io ravvisai un grande merito, perchè, come potrebbe accadere altrimenti, se ciascun coltivatore è sotto gli ordini del padrone del fondo, ciascun cittadino sotto quelli dei personaggi più notabili della città, scelti per suffragi come si usa in Venezia? Ho veduto più volte la milizia di Lorbrulgrud condotta a far gli esercizi sopra una piazza posta in poca distanza dalla metropoli, d'una larghezza all'incirca di ventiquattro miglia quadrate. Tal milizia non oltrepassava in tutto ventimila uomini di fanteria e seimila di cavalleria, ma era impossibile per me il contarli, atteso l'immenso spazio ch'essi occupavano. Ciascuno di questi cavalieri, montato su enorme cavallo, presentava un'altezza di circa novanta piedi. Ho veduto quest'intero corpo di cavalleria ad una parola di comando sguainare in una volta tutte le sciabole e brandirle all'aria. Non v'è immaginazione che sappia figurarsi un effetto più magico, più sorprendente. Avreste detto che ventimila strisce di lampi scintillassero in una volta da tutti i punti del firmamento. Mi nacque la curiosità di sapere, come mai in quella monarchia, i cui dominii sono posti fuori di comunicazione con tutti gli altri paesi, sia entrato il pensiero d'istituire un esercito, e donde poi abbia tolte le idee per far pratica nella militare disciplina la sua soldatesca. Ma col conversare e col leggere la storia di que' popoli non tardai ad essere informato che per un lungo corso di secoli furono travagliati da quella medesima malattia cui tutto il genere umano è soggetto, e che spesse fiate i nobili guerreggiarono per assicurarsi il potere, i popoli per acquistarsi la libertà, i re per concentrare in sè stessi il dominio assoluto. E se bene tutt'a tre quelle forze sieno state tenute in un certo freno dalle leggi fondamentali del regno, queste vennero più d'una volta violate, or dall'una, or dall'altra delle tre parti, donde son nate frequenti guerre civili: l'ultima andò felicemente a terminare in un generale accomodamento dovuto all'avolo del vivente monarca, e d'allora in poi la milizia stabilita di comune consenso non si è più mai dipartita dalle regole del più stretto dovere. CAPITOLO VIII. Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. -- L'autore gli accompagna. -- In qual modo abbandoni il paese, e particolarità che si riferiscono a ciò. -- Suo ritorno nell'Inghilterra. Io ebbi sempre un forte presentimento che avrei ricuperata un giorno o l'altro la mia libertà, benchè fosse impossibile il congetturare per quali vie, o il concepire a tal uopo verun divisamento con qualche fondata speranza di buon successo. Il bastimento a bordo del quale io avea fatto il mio viaggio, era il primo che fosse mai capitato a veggente di quella costa; anzi i sovrani aveano dati stretti ordini che, se mai altra volta ne comparisse un secondo, fosse tosto tirato alla spiaggia e, con tutta la sua ciurma ed i passeggieri, condotto in una carretta alla metropoli. Il re soprattutto propendea grandemente a trovarmi una moglie della mia statura, a fine di propagare ne' suoi dominii la nostra razza, ma io credo sarei piuttosto morto che sottomettermi alla disgrazia di lasciare dei posteri da essere tenuti in gabbia ad uso di canerini, e forse col tempo mercanteggiati attorno al regno per servire di curioso trastullo alle famiglie dei gran signori. Certo io veniva trattato con grande affabilità, io mi vedeva il favorito di due possenti monarchi, accarezzato da tutta la corte; ma era quel genere di accarezzamento che digrada la dignità dell'uomo. In oltre, io non avea mai potuto dimenticarmi i cari domestici pegni ch'io mi era lasciati addietro. Io desiderava trovarmi fra gente con cui poter conversare da pari a pari, e camminare per campi e strade ove non dover temere ad ogni passo di essere schiacciato a guisa d'un ranocchio o d'un cagnolino di latte. Ma la mia liberazione venne più presto ch'io non me l'aspettava, e d'una maniera veramente non comune; il come e le circostanze di un tale avvenimento mi accingo ora a narrare. Io era già rimasto due anni in quella contrada, ed al principio circa del terzo, la Glumdalclitch ed io accompagnavamo il re e la regina in un viaggio alla costa meridionale del regno. Io veniva trasportato secondo il solito nella mia cassetta da viaggio che, come già altrove ho descritto, era un convenientissimo gabinetto, largo in circa dodici piedi. Ordinai che, alla cima di esso, il mio letto pensile venisse assicurato ai quattro lati con cordicelle di seta, e ciò per evitare le scosse, quando un servo mi portava dinanzi a lui sul suo cavallo, come qualche volta io lo desiderava; su questo letto ancora io sovente m'addormentava lungo il cammino. Alla soffitta di tal mia stanza portatile io aveva fatto praticare dall'ebanista della regina un pertugio di fianco, dell'estensione di circa un piede quadrato, perchè nella calda stagione ne venisse l'aria mentre io dormiva; questo pertugio io chiudeva ed apriva a volontà mediante un'asse che correva innanzi e indietro entro una scanalatura. Giunti al termine del nostro viaggio, il re giudicò a proposito passare alcuni giorni in un suo palazzo situato in vicinanza di Flanflasnic, città non più distante di diciotto miglia dalla spiaggia. La Glumdalclitch ed io ci sentivamo poco bene; quanto a me, m'avea sol preso un piccolo raffreddorre, ma la povera giovinetta era in sì mal essere che dovea rimaner confinata nella sua camera. Io non ne potea più dalla voglia di veder l'oceano, unica sperabile scena della mia liberazione, se pure era possibile. Finsi star peggio ancora di quello ch'io stava in realtà, e chiesi la permissione di andar a prendere l'aria fresca del mare in compagnia d'un paggio, cui m'ero grandemente affezionato, ed alla custodia del quale io veniva sovente affidato. Non mi scorderò più mai la renitenza della Glumdalclitch a lasciarmi andare, e il dirompimento di pianto in cui diede, quasi fosse presaga di quanto era per accadere. Il paggio, presomi seco entro la mia cassetta, fece un passeggio di circa mezz'ora verso la riva del mare, ove, quando fummo, gli ordinai che mi ponesse a terra; quivi, alzata una delle mie saracinesche, mandai un'occhiata ansiosa all'oceano; poi, sentendomi proprio male, dissi al paggio di voler dormire un sonnicello che capivo m'avrebbe giovato. Gettatomi sul mio letto pensile, il paggio ne chiuse le finestre per tenermi riparato dall'aria. Non tardai ad addormentarmi, ed il mio custode ed il paggio, non s'immaginando mai che verun pericolo mi sovrastasse, andarono a girare fra quegli scogli in cerca d'uova d'uccelli, così almeno io congetturo, perchè poco prima io gli avea veduti dalla mia finestra coglierne due o tre da una crepaccia. Desto d'improvviso da una furiosa strappata data all'anello attaccato per la comodità del trasporto alla mia cassetta, mi sentii levato in aria a grandissima altezza, indi portato in avanti con sorprendente velocità. La prima scossa era stata sì violenta, che mancò poco non mi balzasse fuori del letto, ma in appresso il moto della mia prigione divenne bastantemente uniforme. Mandai ripetute grida con quanto di voce io aveva, ma tutto indarno. Guardando verso le finestre io non vedeva altro che nubi e firmamento. Finalmente, udito uno strepito su la mia testa simile ad un battere d'ali, cominciai a capire in qual tristissima posizione io mi trovassi, e che sicuramente un qualche uccello aveva afferrato col rostro l'anello della cassetta, e mi portava sì in alto per lasciarmi cadere sopra uno scoglio, a guisa di testuggine entro il suo guscio, poi trarne fuori le povere mie carni e divorarsele; perchè l'accorgimento e l'odorato di quegli uccelli li fa atti a scoprire la loro preda a grandi lontananze ed ancor meglio riparata che nol fossi io da due dita di parete di legno. Di lì a poco sentii aumentarsi con grande celerità lo strepito e lo sbattimento dell'ali, onde la mia casa portatile si sventolava per tutti i versi come un'insegna di bottega quando spira più gagliardo il vento. Udii un suono come di bôtte menate sul volatile mio rapitore, perchè io era certo non poter essere nient'altro fuorchè un uccello che si tenesse col rostro l'anello della mia gabbia; poi in un subito, mi sentii cadere perpendicolarmente all'ingiù per la durata circa d'un minuto, ma con tale incredibile prestezza che perdei quasi del tutto la respirazione. La mia caduta fu fermata da un tremendo tonfo, che rintronò più romoroso al mio orecchio della cateratta del Niagara[24], dopo di che rimasi affatto al buio per un altro minuto; poi la mia casa tornò ad alzarsi quanto bastava perchè potessi vedere la luce dalla cima delle finestre. Allora m'accorsi di essere caduto nel mare. La mia cassetta vi galleggiava, ma, grazie al peso del mio corpo, alle mie suppellettili che conteneva e alle larghe bande d'acciaio fermate ai quattro angoli della cima e del fondo per rinforzarla, pescava cinque piedi sott'acqua. Io supposi allora, e tuttavia continuo a supporlo, che l'augello volato via con la mia casa fosse stato inseguito da due o tre altri e costretto lasciarmi cadere per difendersi contra gli altri ansiosi di divider seco la preda. Le bande di ferro fermate sul fondo, chè erano quelle le più forti, mantennero senza dubbio l'equilibrio della cassetta mentre cadeva, onde non andò ad infrangersi obbliquamente con la superficie del mare. Ogni parte di essa ottimamente connessa e le imposte della porta tanto ben serrate che non avevano altro moto fuor del piccolo alzarsi ed abbassarsi dei cardini, tennero sì mondo il mio gabinetto che ben poc'acqua ci potè penetrare. Io venni a grande stento fuor del mio letto pensile, dopo essermi prima riuscito tirare addietro quell'asse scorrevole, congegnata, come vi dissi, in modo di lasciare passar l'aria; senza di ciò io rimanea pressochè soffocato. Oh! come mi augurava io in quel momento di essere con la mia cara Glumdalclitch da cui una sola ora mi avea diviso per tanta lontananza! E posso dire con verità che, in mezzo anche a tanta disgrazia, non seppi starmi dal pensare alla mia povera balietta e dall'angosciarmi all'idea del rammarico ch'ella sentirebbe. Probabilmente nessun viaggiatore ha gemuto sotto il peso di calamità e rischi maggiori di quelli che mi premevano in tal congiuntura: io era esposto da un istante all'altro a veder fatta in pezzi la mia cassetta, o per lo meno capovolta dal primo soffio di vento o dal primo cavallone che si sollevasse. Il rompersi d'una sola lastra delle mie finestre era una morte immediata per me; nè null'altro potea salvarle fuor delle forti grate di ferro postevi al di fuori per andar contro agl'incidenti del viaggio. Io vedea già l'acqua stagnare in più d'una fenditura e ne atterriva, benchè le falle non fossero considerabili e m'ingegnassi turarle il meglio ch'io potea. Io non era buono d'alzare il coperchio del mio gabinetto, il che avrei certamente fatto se mi fosse stato possibile, perchè, sedendomi su la cima, mi sarei salvato almeno alcune ore di più, che restando confinato, per così esprimermi, nella stiva. Ma quand'anche mi fossi sottratto a que' pericoli per un giorno o due, che cosa poteva io aspettarmi fuor d'una miserabile morte? Rimasi quattro ore in questa agonia, aspettandomi, e per dir vero augurandomi, che ciascun momento fosse l'ultimo della mia vita. Devo aver descritto altrove al mio leggitore, come due forti caviglie fossero infitte a quel lato della mia cassetta che non aveva finestre, e come lo staffiere solito a portarmi con la mia casa sopra le spalle raccomandasse a queste la coreggia che reggea tutto il peso, affibbiandosela indi alla cintura. In quel mio stato di desolazione, parvemi udire un romore come di raschiamento alla parte dov'erano infitte le caviglie; e poco dopo principiò a parermi che la mia piccola casa fosse spinta o rimorchiata per traverso al mare, perchè a quando a quando io m'accorgea di certa altalena che faceva ora abbassare, ora alzar l'acqua al di sopra della cima delle mie finestre onde io rimaneva quasi affatto all'oscuro, la qual cosa infuse in me alcune vaghe speranze di un soccorso, ch'io per altro non sapea figurarmi nè come nè donde mi potesse venire. Mi provai a spacciare dalla vite, che le fermava sempre al pavimento, una delle mie scranne, poi non senza fatica tornai a stabilirla con la sua vite direttamente sotto l'asse scorrevole di cui vi ho parlato, e che, come dissi, io avea prima tirata addietro. Montato su quella scranna ed accostato il volto quanto potei al pertugio, mi diedi ad implorare aiuto con tutta la forza della mia voce ed in quante lingue io sapeva parlare. Legato indi il mio fazzoletto al bastone ch'io avea sempre con me, passai fuor del pertugio questo stendardo, e lo feci sventolare molte volte, affinchè, se qualche bastimento o naviglio fosse stato lì in vicinanza, i marinai avessero potuto congetturare che qualche povero sgraziato era chiuso entro quella cassetta. Benchè le mie grida rimanessero senza risposta, io m'accorgea per altro che la mia cassetta continuava a moversi in una costante direzione, finchè, trascorsa una buon'ora, dalla parte delle caviglie, quella cioè che era sguarnita di finestre, sentii che la mia casa urtò in qualche cosa di resistente. Temei fosse uno scoglio, chè il conquassamento della cassetta era divenuto più gagliardo; indi ascoltai uno strepito come di una gomona al di sopra del coperchio, e tal raschiamento come se qualcuno la facesse passare entro l'anello della cassetta ch'io sentii alzarsi gradatamente ad un'altezza per lo meno tre volte maggiore di quella della prima sua posizione. Allora tornai a mandar fuori quel mio stendardo ch'io m'era fatto con un fazzoletto e un bastone ed a gridare -Aiuto!- sì spietatamente, che la mia voce era divenuta non vi so dir quanto rauca. In risposta ascoltai un grido ripetuto tre volte che m'empiè di tale esultanza qual può concepirla soltanto chi l'ha provata. Udii allora un calpestio di piedi su la mia testa, ed una voce sonora che dal pertugio parlava in inglese: -- «Se v'è qualche creatura umana laggiù, parli! -- «Sono un Inglese, gridai; condotto dalla mia trista fortuna alla più orrenda fra quante calamità possano succedere ad una creatura umana. Deh! per quanto avete di più sacro, o di più caro, liberatemi da questo carcere! -- «Siete salvo a quest'ora, la voce mi rispose, perchè quel vostro naviglio è legato al nostro bastimento, e il carpentiere verrà tosto a segare tanta larghezza di coperchio quanta basti a tirarvi fuori di lì. -- «Che bisogno c'è di segare? io risposi, si perderebbe troppo tempo. Non avete a far altro che mandare un uomo della vostra ciurma; con un dito che metta entro l'anello, leva su dal mare tutta questa baracca, la mette nel bastimento, poi nella stanza del capitano». Alcuni di quelli, all'udire un proposito sì stravagante, mi giudicarono un pazzo, altri si diedero a sghignazzare. Che volete? Non m'era anche entrato in testa ch'io mi trovava finalmente fra uomini della mia statura e sol dotati della mia forza. Giunto il carpentiere, in pochi minuti aperse con la sega un foro di quattro piedi quadrati, donde calò una scaletta a mano, ch'io salii, ed in appresso fui ricevuto a bordo in una condizione la più deplorabile. I marinai immersi nello stupore, mi faceano mille interrogazioni, alle quali in quello stato mio avea tutt'altro che voglia di rispondere. Io era per parte mia confuso alla vista di tanti pigmei, perchè tali mi sembravano dopo avere per sì lungo tempo avvezzati i miei occhi agli sterminati oggetti ch'io m'era lasciati addietro. Ma il capitano, signor Tomaso Vilcocks, onesto e degno mercante di provincia, vedendomi presto a svenire, mi condusse nel proprio gabinetto, ove, datomi un cordiale, volle che mi buttassi sul suo letto per pigliare un riposo di cui si vedeva in me grande il bisogno. Prima ch'io venissi ad addormentarmi, e sempre durandomi quella confusione d'idee, feci capire al capitano come avessi lasciato nella mia cassetta diverse cose di valore che sarebbe stato un peccato se fossero andate disperse: un letto pensile, un elegante letto da campo, due scranne, una tavola, un gabinetto tappezzato da tutti i lati, o piuttosto trapuntato di seta e bambagia; aggiunsi che se si fosse compiaciuto mandare un di sua gente a levare quel gabinetto per essere trasportato nella sua stanza, gliene avrei aperti tutti i ripostigli e fatto vedere le mie cose preziose. Il capitano, all'udirmi spacciare tante stramberie, concluse che assolutamente io doveva aver perduto il giudizio. Nondimeno (io suppongo per tenermi buono) promise dare ordini in conformità de' miei desiderii, anzi portatosi sul ponte, mandò veramente alcuni de' suoi piloti abbasso nel mio gabinetto, donde costoro (lo seppi più tardi) portarono via ogni mio mobile e spogliarono di tutti gli addobbi le pareti; ma le scranne, l'armadio ed il fusto del letto essendo fermati a vite sul pavimento, furono molto danneggiati dalla loro ignoranza che gl'indusse a strapparli via con mal garbo e a forza di braccia. Spaccatene allora diverse tavole per uso del bastimento e tenutisi per sè quanto fece al loro caso, ne gettarono in mare l'ignudo carcame che, a motivo degl'intacchi sofferti nel fondo da tutti i lati, rimase a dirittura sommerso. Da vero ebbi un gran gusto di non essermi trovato presente a tale saccheggio; son persuaso che m'avrebbe punto al vivo un tale spettacolo attissimo a ricondurmi alla memoria alcuni punti della mia storia dei due anni scorsi che avrei di tutto buon grado dimenticati. Dormii alcune ore, ma continuamente disturbato da sogni che mi trasportavano nel paese di recente abbandonato e fra i tremendi rischi cui m'ero sottratto. Nondimeno allo svegliarmi mi trovai grandemente riavuto. Erano otto ore della notte all'incirca quando il capitano ordinò che s'imbandisse tosto la cena sembrandogli che avessi già fatto un digiuno lungo anche di troppo. M'intertenne con molta affabilità, avvertendomi per altro di dismettere certo fare stravagante e certi propositi che sentivano di pazzia; soggiunse poi che, quando saremmo stati soli, avrebbe udito volentieri da me la storia de' miei viaggi, e soprattutto il motivo per cui io mi era trovato in balia dell'acqua entro quella mostruosa cassetta. «La vidi, egli mi diceva, al mezzodì di questa mattina mentre guardavo in lontananza col mio cannocchiale; anzi io l'avea presa per un bastimento, ch'io mi prefiggea raggiugnere, giacchè non mi era molto giù di mano, con la speranza di poter comprare un po' di biscotto, provisione di cui comincio a trovarmi corto. Ma venutovi più vicino e accortomi del mio errore, mandai il mio scappavia per sapere che cosa stesse così galleggiando sul mare. Con che spavento i miei piloti vennero ad avvisarmi di aver trovata una casa che nuotava! Mi diedi a ridere credendoli pazzi, e venni io stesso nel palischermo ordinando loro di portar seco una gomona ben gagliarda. Essendo tranquilla la giornata, feci più volte co' remi il giro esterno di quella vostra casa, ne osservai le finestre, le inferrate che le riparavano, e quelle due caviglie infitte nel lato tutto d'asse che non dava passaggio alla luce. Allora comandai alla mia gente di portarsi a quella parte, di attaccarvi la gomona ad una delle due caviglie e di rimorchiare quella che chiamavano vostra casa. Quando fu giunta qui, feci passare un'altra gomona per l'anello posto in cima al coperchio a fine di sollevarla con l'aiuto di carrucole, ma i miei piloti non furono buoni d'alzarla più di due o tre piedi. Videro per altro quel vostro bastone su cui sventolava un fazzoletto sporgente fuori del buco superiore, e ne dedussero che qualche povera creatura era rinchiusa lì entro. -- «E non vedeste, io chiesi, o voi, o qualcuno de' vostri, svolazzare, all'incirca nel tempo stesso, per l'aria nessun uccello di smisurata grandezza? -- «Di smisurata grandezza? Mentre eravate addormentato io parlava del caso vostro co' miei piloti, e un di questi ha veramente detto di aver veduti tre uccelli che volavano a tramontana, ma non ha notato che fossero di proporzioni maggiori delle solite a vedersi». Ciò, suppongo, era da attribuirsi alla grande altezza in cui si saranno trovati e il grifagno mio rapitore e i suoi avversari. Certo il capitano non intese a che proposito gli avessi fatta simile inchiesta. -- «E, continuai, giusta i vostri computi, quanto saremo noi lontani ora da un continente? -- «Io crederei all'incirca un centinaio di leghe. -- «Ho paura ci sia uno sbaglio di calcolo, almeno d'una metà, perchè non lasciai il paese donde venni, se non due ore prima di cascar nel mare». All'udir questo, tornò a confermarsi nell'opinione che m'avesse dato volta il cervello, onde mi consigliò d'andarmi a gettar sul letto che m'avea fatto apparecchiare. -- «Vi sono obbligato, mio signore, ma io mi sono abbastanza ristorato grazie ai vostri buoni trattamenti ed al conforto della vostra compagnia. V'assicuro poi che sono nel mio sano giudizio più di quanto io ci sia mai stato in mia vita». Allora poi si fece serio da vero, e così mi parlò: -- «Venitemi schietto, figliuolo. La vostra mente è conturbata dalla coscienza d'un non so quale enorme delitto, di cui la giustizia di qualche sovrano v'ha castigato esponendovi al mare entro quella cassa. Non è cosa nuova che anche in altri paesi alcuni rei di atroci delitti sieno stati abbandonati al mare entro bastimenti sdrusciti e privi di provvisioni. Non vi dirò certo che non mi dispiaccia di essermi preso a bordo un uomo tanto perverso; ciò nondimeno vi do la mia parola che sarete tragettato sano e salvo al primo porto che toccheremo». Ed a comprovarmi sempre più che il suo sospetto non mancava di fondamento, mi enumerò tutte le particolarità che lo avevano avvalorato, vale a dire i discorsi stravaganti da me tenuti prima co' marinai, poscia con lui medesimo intorno alla mia cassa ed alle suppellettili che vi si contenevano, la mia guardatura stralunata e la totalità del mio contegno durante la cena. Lo pregai armarsi di pazienza tanto d'udir la mia storia che gli raccontai fedelmente cominciando dal punto in cui mi partii dall'Inghilterra e venendo a quello del nostro presente scontro. E poichè la verità si apre per forza la strada nelle menti degli uomini ragionevoli, quel degno galantuomo, che, oltre ad un rettissimo discernimento, aveva ancora qualche tintura di dottrina, rimase immediatamente convinto dal candore e dalla veracità che spiravano da' miei detti. Ciò non ostante, per autenticarli viemeglio col fatto lo pregai ordinare che fosse portato lì il mio armadio di cui io aveva in tasca la chiave; del resto delle suppellettili m'avea già detto egli stesso qual uso avessero fatto i suoi marinai. Apertolo in sua presenza, gli mostrai la raccoltina di rarità da me unite nel paese donde così prodigiosamente potei liberarmi. Quivi era il famoso pettine che avea per denti i peli della barba del re, ed un altro della stessa dentatura, ma ricurvo per tenere imprigionati i capelli affinchè non mi cadessero su le spalle, e fabbricato col ritaglio dell'unghia del dito grosso d'un piede dello stesso re. Vi si trovava parimente una raccolta di spilli e d'aghi di tutte le lunghezze tra un piede ed un mezzo braccio, quattro pungoli di vespa che parevano altrettanti agutelli di un ebanista; vi erano pure alcuni altri pettini armati di punte di capelli della regina, ed un anello d'oro che questa si tolse un dì dal suo dito mignolo, e fattaci passar entro la mia testa, volle che in quel prezioso collarino io serbassi una memoria del suo regale favore. Io pregava anzi il capitano ad accettarlo qual contrassegno di riconoscenza alle bontà da lui usatemi; ma egli assolutamente lo ricusò. Gli mostrai anche un callo ch'io avea tagliato di mia propria mano dal piede di un damigella d'onore; era grosso come una mela appia, e venuto a tal durezza che, di ritorno in Inghilterra, lo scavai riducendolo in forma di calice da me incastrato in appresso in un piede d'argento. Per ultimo gli feci osservare le brache ch'io calzava allora, e che erano venute fuori dalla pelle di un sorcio. Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dente strappato in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro di quattro dita. Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli feci, mi disse: -- «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla. -- «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi, uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di meditare la gentile vostra proposta. -- «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia, ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite erano forse duri d'orecchio? -- «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi, da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io non avea più il coraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi con quegli sterminati miei ospiti. -- «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto nel vostro cervello. -- «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso, ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come altri dissimulano a sè stessi i propri difetti». Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose con uguale giocondità. -- «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli avvenire». La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono d'ammirar molto questo concetto. Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo per lungo tempo ad ostro, e costeggiando la Nuova Olanda, governammo a ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò. Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda per non essere schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la mia impertinenza. Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione, ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le braccia andai a prenderla per la cintura. Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de' pregiudizi che ne derivano. Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte degli sfortunati miei viaggi. PARTE TERZA VIAGGIO A LAPUTA CAPITOLO I. L'autore imprende il suo terzo viaggio. -- È preso dai pirati. -- Messo a peggior partito dalla malignità di un Olandese. -- Arriva in un'isola. -- Viene accolto dagli abitanti di Laputa[26]. Io era tornato in seno della mia famiglia, quando, non erano trascorsi più di dieci giorni, venne a trovarmi il capitano Guglielmo Robinson nativo di Cornovaglia, comandante dello -Sperabene-, un buon bastimento di trecento tonnellate. Tempo prima, io era già stato chirurgo in un altro bastimento che veleggiò per levante, di ragione per una quarta parte del detto Robinson, il quale ne era il tenente. Egli m'avea sempre trattato più come un fratello che come un suo inferiore, ed appena udita la notizia del mio ritorno, venne a farmi una visita ch'io attribuii unicamente ad un tratto di sua amicizia; nè infatti, mentre c'intertenemmo insieme, occorsero particolarità diverse da quelle solite a notarsi in un colloquio di due amici che non si erano veduti da lungo tempo. Ma ripetute spesso queste sue visite, e manifestando sempre la sua gioia per l'ottimo stato di salute in cui mi trovava, or mi chiedeva s'io contava di essere ripatriato per tutta la mia vita, or mi spiegava la sua intenzione d'imprendere fra due mesi un viaggio alle Indie Orientali; per farla corta, mi offerse, messi a parte i preamboli, pure non senza scusarsi su l'ardire della sua proposta, un impiego di chirurgo nel suo bastimento. Avrei avuto, mi disse, un altro chirurgo sotto di me, oltre a due aiutanti; il mio stipendio sarebbe stato il doppio dell'usuale accordato agli uficiali di sanità; più, avendo sperimentata la mia intelligenza negli affari marittimi, si obbligava a riguardarmi per lo meno come suo eguale ed a conformarsi tanto al mio parere, che non lo avrebbe fatto di più se gli fossi stato pari nel comando. Aggiunse mille altri gentilissimi propositi, ed io, sapendo quanta fosse la sua onestà; e, bisogna dire anche questo, la brama di vedere ancora nuovi paesi continuando in me più violenta che mai ad onta di tutte le sofferte disgrazie, non fui buono di ricusare la sua offerta. Rimaneva soltanto una difficoltà: quella di persuadere mia moglie; ma finalmente ottenni il consenso anche di questa col metterle innanzi agli occhi la prospettiva de' vantaggi che dal mio viaggio ella potea ripromettersi pe' nostri figli. Salpati il 5 agosto 1706, arrivammo al forte San Giorgio l'11 aprile del 1707. Vi rimanemmo tre settimane per ristorare i nostri marinai, molti de' quali erano infermi. Di lì passammo a Tonchino, dove il capitano decise fermarsi qualche tempo, perchè le mercanzie ch'egli intendeva comprare, nè erano all'ordine, nè vedea che potessero esserlo se non fra alcuni mesi. Nondimeno, nella speranza di disfarsi d'una parte delle cose portate con sè, fece acquisto d'una scialuppa caricandola di quelle merci europee che sono d'usuale traffico nelle isole circonvicine e mise a bordo di essa quaranta uomini, tre de' quali erano Tonchinesi, e me in qualità di tenente, dandomi ampia facoltà di trafficare com'io credea meglio intanto ch'egli restava sbrigando i suoi affari a Tonchino. Dopo avere navigato tre giorni, si levò una fiera burrasca che ne spinse per cinque giorni giù di cammino si che ci trovammo a greco-tramontana (nord-nord-est), indi a ponente; in appresso la stagione divenne buona, ma continuammo sempre ad essere spinti da un gagliardo vento di ponente. Al decimo giorno ne diedero la caccia due pirati che fecero presto a raggiugnerci; perchè sì carica era la mia scialuppa che veleggiavamo assai lentamente e, quel che fu peggio, non eravamo in istato di difenderci. Fummo sopraffatti ad un tratto dai due pirati che furiosamente entrarono nel nostro legno a capo de' loro uomini; ma trovandoci tutti prostrati con la faccia per terra (ordinai io a tutti di regolarsi così) si contentarono a legarci ed a consegnarci in guardia ad alcuni di loro intantochè venivano alla frugata delle cose nostre. Fra costoro osservai un Olandese che pareva investito di qualche autorità, benchè non comandasse nè l'uno nè l'altro de' legni corsari. Ravvisatici a fisonomia per Inglesi, borbottò in sua lingua il perfido giuramento che ci avrebbe legati a due a due schiena a schiena e mandati a stare in compagnia de' pesci. Io parlava sufficientemente l'olandese, onde gli rappresentai la nostra qualità comune di Cristiani protestanti, nativi di paesi vicini e strettamente collegati fra loro; in vista di che lo pregai ad interporre presso i due capitani la sua mediazione affinchè si avesse pietà di noi. Ma ciò non fece altro che suscitar di più il suo furore, sì che, rinovato l'infame suo giuramento, parlò con gran veemenza ai suoi due compagni, ma in giapponese; laonde le sole parole ch'io intesi, e da lui ripetute per più riprese, furono -Christianos-. Il più grande de' due legni corsari avea per comandante un Giapponese che parlava qualche poco, benchè imperfettissimamente, l'olandese. Questi avvicinatosi a me, e dopo avermi fatte diverse interrogazioni, alle quali risposi con tutta umiltà, soggiunse che niun di noi sarebbe ucciso. Fattagli, come potete credere, una profondissima riverenza, mi volsi all'Olandese, nè potei starmi dal dirgli: «Mi duole il solo pensarlo: ho trovato più compassione in un pagano che in un mio fratello cristiano». Non avessi mai dette queste parole! Quel maligno rinnegato primieramente s'adoperò in quanto dipendea da lui per indurre i capitani a farmi gettar nel mare; non riuscì, è vero, in ciò, perchè quello dei due che mi promise salva la vita, non volle mancare alla sua parola, ma ottenne che soggiacessi ad un castigo, secondo ogni umana apparenza, peggior della morte. Poichè la mia ciurma fu ripartita egualmente nei legni corsari, e la mia scialuppa proveduta di nuovi uomini, io venni cacciato solo dentro un battello con un paio di pagaie (remi indiani), una vela e provisioni per quattro giorni, poi lasciato alla discrezione dell'onde. Quanto alle provisioni, il Giapponese fu sì generoso che me le duplicò del proprio, vietando a tutti il fare indagini su me per ritormele. Io partii dunque col mio battello, intantochè l'Olandese, stando sul ponte della mia predata scialuppa, mi caricava di quante villanie e maledizioni il suo idioma gli suggeriva. Un'ora prima del nostro fatale incontro co' pirati, io aveva osservato che eravamo a 46 di latitudine settentrionale ed a 183 di longitudine. Appena ebbi perduti di vista i legni corsari, scopersi col mio cannocchiale da tasca alcune isole a scirocco (sud-est). Avendo un vento favorevole, spiegai la vela con intenzione di raggiugnere la più vicina di quelle, il che non senza fatica mi venne fatto nel termine di tre ore. Io non vedea fuorchè scogli per ogni dove; fra questi nondimeno mi riuscì trovare molte uova d'uccelli; battuto l'acciarino ed accesi varii cespugli e piante marine secche, arrostii le mie uova. Non presi altro da cena, perchè io voleva risparmiare più lungamente ch'io potea le mie vettovaglie. Passai la notte entro la cavità d'uno scoglio, fattomi un letto di cespugli, e diedi, per dir vero, un'ottima dormita. Nel dì successivo veleggiai ad un'altra isola, indi ad una terza e ad una quarta, or giovandomi della mia vela, or delle mie pagaie. Ma per non noiare il leggitore narrandogli tutte le particolarità di questa stentata navigazione, mi limiterò a dirgli, come nel quarto giorno io scoprissi distintamente l'ultima delle isole che mi stavano a veggente, posta ad ostro-scirocco (sud-sud-est) della prima. L'isola era distante da me più assai di quanto io credeva, onde non ne toccai le spiagge in meno di cinque ore. La girai quasi tutta all'intorno prima di trovare un luogo adatto per mettere piede a terra, e quel che finalmente mi capitò fu una caletta, se è lecito darle un tal nome, della larghezza tre volte del mio battello. Era tutta scogli anche quest'isola, solamente sparsa qua e là di zolle e d'erbe di soave odore. Tirate a terra le mie provisioni, con esse mi refiziai, poi posi il rimanente in una delle caverne di cui abbondava quel luogo. Feci indi buon ricolto d'uova dagli scogli. poi di piante marine e di zolle secche, col fuoco delle quali io divisava arrostire alla meglio le stesse uova nel dì venturo, chè io andava inoltre proveduto di pietra focaia, di acciarino, esca e d'una lente ustoria. Passai tutta la notte nella caverna ove io avea poste a stare le mie vettovaglie, e fu mio letto ciò che doveva essere nel dì successivo il mio combustibile. Dormii ben poco, perchè le inquietudini del mio animo, prevalendo su la mia stanchezza medesima, mi tennero desto. Io pensava all'impossibilità di conservar la mia vita in un luogo sì deserto e al misero fine ch'io vedea sovrastarmi; pure non mi movevo di lì, perchè la mia costernazione, il mio abbattimento erano sì forti ch'io non avea nemmen cuore di saltare in piedi, ed il giorno era ben inoltrato prima che mi fossi sciolto da quel letargo al segno di spuntar fuori della caverna. Camminai alquanto fra gli scogli; la giornata era sì serena ed il sole sì caldo che fui costretto voltar la faccia da esso, quando d'improvviso si oscurò, ma in un modo, come parvemi, ben diverso da quanto accade allorchè si frappone tra esso e la terra una nube. Voltomi addietro, vidi tra me ed il sole un corpo opaco che camminava su e giù nella direzione dell'isola; pareva fosse alto circa due o tre miglia su la mia testa, e coperse il sole per sei o sette minuti, ma non osservai che l'aria si fosse rinfrescata, o il firmamento annuvolato niente più che se in giorno di bel tempo mi fossi posto al rezzo di una montagna. Facendo alcuni passi innanzi sul luogo dond'io contemplava il corpo medesimo, mi parve accorgermi che fosse una sostanza solida, piatta nel fondo, ben liscia e splendentissima grazie alla riflessione delle sottoposte onde del mare. Collocatomi sopra un'altura lontana circa duecento braccia dalla spiaggia, vidi questo enorme corpo scendere ad una posizione quasi parallela a quella ov'io stava, ma ad una distanza almeno d'un miglio inglese. Toltomi di tasca il mio cannocchiale, potei pienamente discernere un grande numero di persone che camminavano su e giù lungo i lati di quella specie di pianeta, i cui orli mi sembravono inclinati, ma che cosa quella gente si facesse, non potei capirlo. L'amore ingenito in noi della nostra conservazione m'infuse un interno moto di gioia, e mi dispose alla speranza che una tale avventura potrebbe, o d'una maniera o dell'altra, aiutarmi e tormi fuori da quella miserabilissima condizione. Il leggitore penerà a comprendere come il primo mio sentimento non fosse in vece quello dello stupore alla vista di un'isola che nuotava nell'aria, abitata da uomini, atta, così certo sembrava, ad alzarsi ed abbassarsi, o a procedere sul suo piano a grado de' suoi abitanti. Ma pensi ch'io non poteva in quel momento essere in voglia di filosofare sul fenomeno; mi diedi piuttosto ad osservare che avviamento quell'isola avrebbe preso, perchè parve per un istante che rimanesse immobile. Ma poco appresso quella mi si avvicinò di più, in guisa ch'io potei vedere come fosse circondata da logge di più ordini e di scalinate a certi intervalli per agevolare il discendere da un ordine all'altro. Nell'ordine più basso vidi diversi individui intenti ad una pesca d'uccelli che quelli facevano col mezzo di canne, altri che li stavano contemplando. Io agitava la mia berretta (chè il mio cappello da lungo tempo era andato in malora) verso l'isola, e quando ebbi questa in maggior vicinanza, chiamai ed urlai con tutta la forza della mia voce. Allora, guardando più attentamente, vidi un gruppo d'individui vólti affatto su la mia persona, e dai segni che faceano verso di me, e che si faceano fra loro, dovetti pienamente capire di essere stato osservato, ancorchè non avessero risposto nulla alle mie grida. M'avvidi di quattro o cinque uomini che corsero in gran fretta su per le scale sino alla cima dell'isola, poi si dileguarono alla mia vista. Mi occorse di non mi sbagliare nel credere che fossero stati spediti presso qualche personaggio investito d'autorità per informarlo di quanto in quel momento accadea. Crescea sempre più la folla, ed in meno di mezz'ora l'isola fu mossa e tenuta a tale altezza che l'ordine più basso delle logge appariva in una posizione non più distante di cento braccia dall'eminenza ov'io mi era posto. Messomi allora nella più supplichevole delle posture, parlai loro ne' più umili accenti, ma senza ottenere risposta. Quelli che mi sovrastavano più da vicino, sembravano personaggi d'alto conto; tali almeno li giudicai da' loro abiti. Si diedero a conferire fra loro sul serio, a quanto congetturai, sempre guardando me. Finalmente un d'essi mandò le sue parole all'ingiù in armonioso, netto, dilicato idioma, non dissimile nel suono dall'italiano, ed in questo linguaggio io gli feci la mia risposta sperando almeno che quella cadenza riuscirebbe più gradita al suo orecchio. Ancorchè per dir vero non c'intendessimo nè gli uni nè gli altri, quel ch'io pensava fu agevolmente compreso, perchè si vedeva abbastanza in qual sorta d'angustie io mi trovassi. Mi fecero cenno di scendere dal mio scoglio e di portarmi verso la spiaggia, il che puntualmente eseguii, e l'isola volante essendo stata posta a tal conveniente altezza che a dirittura mi sovrastasse, dalla più bassa loggia venne calata una catena con attaccata in fondo una scranna, su la quale sedutomi, fui portato in aria col ministerio di girelle. CAPITOLO II. Fare ed inclinazioni de' Laputiani. -- Loro cognizioni. -- Il re e la sua corte. -- Accoglienza fatta all'autore. -- Crucci e paure di quegli abitanti. -- Donne di Laputa. Appena messo piede nell'isola, fui attorniato da una folla di popolo, ma quelli che mi stettero più da presso sembravano persone di maggior conto. Essi mi contemplarono con tutti i contrassegni dello stupore, e in questa parte io non restava certamente al di sotto di essi, che non ho mai veduta una razza di viventi più stravagante nelle forme, negli abiti e nel modo di contenersi. Le loro teste erano tutte inclinate, qual su la destra, quale su la sinistra; uno de' loro occhi vólti all'ingiù, l'altro voltato all'insù, guardava direttamente il zenith[27]; i vestiti al di fuori adorni d'immagini di soli, di lune e di stelle, frastagliate da figure di violini, flauti, arpe, trombe, chitarre, arpicordi, oltre a molti altri stromenti di musica sconosciuti fra noi in Europa. Osservai qua e là parecchi individui vestiti in divisa di servitori, ciascun dei quali portava in mano una vescica gonfia, legata, come i coreggiati da battere il grano, alla punta di un bastone. Entro ognuna di tali vesciche stava una piccola quantità di ceci secchi o di sassolini, come lo seppi più tardi. I servi proveduti di tali vesciche vanno per intervalli percuotendo la bocca e le orecchie di quelli che sono vicini ad essi, pratica della quale io non potei su l'istante concepire il significato. Sembra essere le menti di que' popoli tanto assorte in intense speculazioni, che nè possano parlare nè badare ai discorsi degli altri, se qualcuno non li desta con qualche atto esterno operato su gli organi della parola o dell'udito: per ciò le persone abili a sostenere questa spesa hanno sempre fra le persone di lor famiglia un battitore (la parola tecnica è -clinemole-) in qualità di servo, nè senza un tal servo camminano attorno o vanno a far visite. L'incarico del predetto ufiziale si è, allorchè due o tre persone si trovano in compagnia, battere gentilmente con la sua vescica la bocca di quello che dee parlare e l'orecchio di quello o quella cui l'oratore è per volgere la parola. Il servo battitore ha parimente l'obbligo di accompagnare il padrone nelle sue passeggiate e, secondo le occorrenze, menargli 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000