giustificazione che mi sottrassi con arte, per quanto mi riuscì
fattibile, a molte delle sue interrogazioni, e che diedi a ciascuna
cosa un aspetto favorevole fin dove gli stretti limiti del vero
me lo permisero. Perchè ho sempre sentita per la mia madre patria
quella parzialità che Dionigi d'Alicarnasso raccomanda sì giustamente
ad uno storico, e per cui vorrei sempre nascondere le fragilità e
sconvenevolezze della medesima, e presentarne le bellezze e le virtù
sotto il miglior punto di vista. E tal massima mi studiai sinceramente
di serbare in tutte le informazioni che dovei dare a quel monarca,
benchè sfortunatamente i miei sforzi andassero vuoti d'effetto.
Ma vuolsi usare di molta indulgenza ad un re, il quale vivendo
affatto segregato dal rimanente del mondo, dee per conseguenza essere
ignaro delle maniere e costumanze che prevalgono presso l'altre
nazioni; mancanza di lumi che dee necessariamente produrre e grandi
preoccupazioni mentali e quella strettezza d'idee da cui andiamo esenti
noi e le più colte contrade europee. E da vero, sarebbe un gran guaio
se le nozioni che ha della virtù e del vizio un monarca così remoto da
ogni consorzio del mondo, dovessero servire di regola a tutto il genere
umano.
Per confermare la verità di tal mia asserzione e dare a conoscere
i miserabili effetti di un'educazione tanto segregata, citerò qui
un fatto che stenterà ad esser creduto. Colla speranza di avanzare
sempre di più nella buona grazia di sua maestà, gli parlai di una
scoperta fattasi da noi, saranno omai corsi tre o quattro secoli,
quella di fabbricare una certa polvere, un ammasso della quale,
fosse enorme quanto una montagna, salta in aria in un attimo, sol
che una piccolissima favilla cada sopra un menomo pugnello di esso,
e genera tale frastuono e scuotimento che arriva a superare quello
della folgore. Gli dissi come una data quantità di questa polvere,
calcata entro un tubo di bronzo o di ferro, valesse, a proporzione
della grossezza del tubo stesso, a mandar fuori una palla di ferro
o di piombo con tanta violenza e velocità che nulla era capace di
resistere al suo impeto; come le più grosse palle scaricatene fuori
in tale guisa valessero non solamente a distruggere in una volta
intere file d'eserciti, ma ad atterrare i più possenti baloardi delle
fortezze, a sommergere in fondo al mare molte navi, ciascuna delle
quali contenesse un migliaio d'uomini; come queste palle incatenate
fra loro squarciassero alberi di navigli e sartiami, spazzassero
uomini a centinaia, portassero strage e devastazione d'intorno a loro.
Gli spiegai come spesse volte questa polvere venisse racchiusa entro
grosse palle che altra polvere infocata spigneva fuori da immensi
mortai perchè andassero a percuotere città assediate, ove sconnettevano
lastrichi, rovinavano case e, scoppiando finalmente anch'esse,
mandavano per tutti i versi fatali schegge che fracassavano le cervella
di chiunque s'abbattea nella loro direzione.
Gli dissi come io conoscessi ottimamente gl'ingredienti di cui si
compone tal polvere, che erano assai comuni ed a buon mercato. Mi
offersi anzi a fargliene io stesso ed a dirigere i suoi artefici nel
fabbricar tubi proporzionati in ampiezza a tutte l'altre cose esistenti
nel suo reame (non dovevano essere più lunghi di cento piedi); gli
diedi a comprendere come una ventina di questi tubi caricati con la
debita proporzione di palle e di polvere sarebbe bastata ad atterrare
in poche ore le mura delle più gagliarde città de' suoi dominii,
e fin della sua metropoli, ove questa avesse osato d'alzare lo
stendardo della ribellione. Tutte queste cose spiegai ed offersi a sua
maestà qual tenue omaggio della mia riconoscenza pe' tanti favori e
contrassegni di protezione ch'egli avea versati su me.
Indovinate mo! Rimase inorridito ed attonito alla mia descrizione ed
alle mie offerte. «Non mi par nemmen vero, che un abbietto verme della
terra par vostro (furono proprio questi i titoli che mi compartì) abbia
ardito tenermi sì atroci propositi, e con questa bella disinvoltura,
per cui si sarebbe detto che non vi commovessero nè poco nè assai le
calamità da voi dipinte siccome effetti delle vostre macchine; del
certo non può esserne stato il primo inventore altro che un genio
cattivo, inimico del genere umano. Quanto a me, egli continuò, benchè
tenerissimo delle nuove scoperte, sia nell'arti, sia nelle scienze
della natura, vorrei piuttosto perdere la metà del mio regno che essere
ammesso al segreto delle invenzioni da voi tanto esaltate, anzi, se
vi preme la vostra vita, v'intimo di non mi fare più mai di questi
discorsi.»
Vedete a che conducono un'educazione pregiudicata ed una corta
vista! Un principe, fornito del resto di quante prerogative procurano
venerazione, stima ed amore, cui non mancavano nè grande saggezza nè
profondo ingegno, quasi adorato da' suoi sudditi, per uno scrupolo
da nulla, di cui in Europa non sappiamo nemmeno formarci un'idea, si
lasciò sfuggir di mano l'opportunità di divenire padrone dispotico
delle vite, de' privilegi e di tutte le sostanze del suo popolo! Nè
dico ciò con intenzione di menomare i tanti pregi di quell'eccellente
sovrano, la cui riputazione per altro, da questo lato, apparirà assai
scemata agli occhi d'inglesi leggitori; vedo come un tal neo alla sua
gloria sia da attribuirsi alla scarsezza delle cognizioni cui sono
pervenuti i suoi dominii, al non esservi stato finora chi innalzi la
politica al grado di scienza, come dai più acuti ingegni di Europa si
è fatto. A questo proposito mi ricordo benissimo le meraviglie che
un dì fece il re quando l'incidente di un certo discorso mi portò a
dirgli che avevamo parecchie migliaia di volumi pubblicati su l'arte
del governare. Ciò gli diede, e da vero io mi prefiggeva un effetto
del tutto contrario, una tristissima idea del nostro intendimento. Mi
protestò che odiava ed anzi tenea nel massimo dispregio ogni sorta di
misteri, di mezzi termini, di sottigliezze, sia nel principe, sia ne'
ministri. Non sapeva indovinare che cosa io m'intendessi per segreto
di stato, ove non si avesse che fare con nazioni in guerra con noi, o
interessate ai nostri danni. La scienza del governare, secondo lui, si
riduceva a ben poche cose; ed erano senso comune e ragione, giustizia
e moderazione, sollecitudine nello spedire le cause tanto civili quanto
criminali, oltre ad alcune altre varie massime che non vagliono la pena
di essere ricordate. Guardate che trivialità arrivava a dire! «Chiunque
in un pezzo di terra de' miei dominii arrivasse a far crescere due
spiche di grano o due fili d'erba ove nasceva una sola spica o un sol
filo d'erba, varrebbe più ai miei occhi di tutta la razza dei politici
dell'universo messi insieme.»
L'istruzione di questi popoli è difettosa oltre ogni dire; consiste
unicamente nella morale, nella storia, nella poesia, e nelle
matematiche, in cui bisogna confessare la loro preminenza. Ma
queste ultime scienze vengono unicamente applicate al miglioramento
dell'agricoltura ed alle arti meccaniche, di modo che fra noi non se
ne farebbe gran conto[23]. Circa poi all'idealismo, alla scienza degli
enti, alle astrazioni metafisiche, al -trascendentalismo-, non sapreste
come farne entrare il menomo concetto in quelle teste.
Fra tutte le leggi di quel paese non ve n'è una le cui parole
oltrepassino in numero le lettere del loro alfabeto, che sono soltanto
ventidue, ma son poche da vero le leggi che arrivino nemmeno a questa
prolissità. Le vedete esposte in termini semplicissimi e piani tanto
che quegli abitanti non sono abbastanza arguti per sapere trovare loro
più d'una interpretazione, anzi lo scrivere un comento su quelle leggi
è un capitale delitto. Quanto alle decisioni delle cause civili, o ai
processi criminali, i lor protocolli sono sì poco carichi che i giudici
non hanno gran che da gloriarsi della propria abilità nel conchiudere
le prime o i secondi.
Que' popoli possedono da tempo immemorabile, come i Chinesi, l'arte
della stampa, ma non sono molto ampie le loro biblioteche; quella del
re, che si ha per la più vasta, non ha oltre a mille volumi collocati
in una stanza lunga mille dugento piedi, da cui io avea la libertà
di levare quanti libri desiderassi. L'ebanista della regina avea
congegnato nelle stanze della Glumdalclitch un certo arnese di legno
alto venticinque piedi, formato a guisa d'una duplice scala di gradini,
larghi ciascuno cinquanta piedi, i cui due rami congiunti ad angolo
si aprivano, per fermarla sul terreno, ad una distanza di dieci piedi
della parete.
Il libro ch'io aveva intenzione di leggere, veniva aperto ed appoggiato
al muro. Io saliva prima sin all'ultimo gradino e, tenendo la mia
faccia volta al libro, principiava a leggerlo in cima di pagina
camminando dieci passi da sinistra a destra secondo la lunghezza della
riga, e ciò finchè le parole fossero alcun poco al di sotto del livello
del mio occhio, poi per leggere più in giù io scendeva all'inferiore
gradino, e così a mano a mano finchè fossi in fondo; dopo di che
risalito di nuovo al più alto gradino, io leggea l'altra pagina nella
stessa maniera; poi voltavo carta con tutt'a due le mani, il che mi era
facile, trattandosi di pagine grosse e consistenti come il cartone,
e per quanto ampio fosse lo spazio de' fogli, non lo era mai più di
diciotto o venti piedi.
Lo stile di que' libri è chiaro, robusto e netto, ma non frondoso,
perchè quivi nulla si abborrisce più dell'adoprar parole oltre al
bisogno o del variare le espressioni. Ho lette molte di quelle opere,
specialmente di storia e di morale. Fra l'altre mi divertì in singolar
guisa un antico trattato di etica che stava sempre nella stanza della
Glumdalclitch, ed apparteneva all'aia della medesima, una grave
attempata matrona che si dilettava sempre di libri ascetici. Fui
curioso di conoscere che cosa sapesse dire su tale argomento un autore
di quel paese. Questo scrittore camminava su tutti i luoghi topici dei
moralisti europei dimostrando quanto sia di sua propria natura un ente
picciolo, bisognoso e spregevole l'uomo, come sia inetto per sè stesso
a difendersi dall'inclemenza dell'aria o dal furor delle belve, come
sia superato da una creatura nella forza, da un'altra nella velocità,
da una terza nella previdenza, da una quarta nell'industria. Vi si
parlava della natura umana degenerata in questi ultimi deteriorati
secoli del mondo, e divenuta sol capace di produrre aborti a confronto
delle sue produzioni dei tempi anteriori. Si diceva in quel libro
essere cosa ragionevole il pensare che le specie umane in quelle età
fossero non solo più gagliarde, ma gigantesche; cosa affermata dalla
storia e dalle tradizioni e confermata dall'enormi ossa e dagli enormi
teschi scavati a caso in parecchie parti del regno, e tanto superiori
di mole agli ossami ed ai crani delle imbastardite schiatte de' nostri
giorni. L'autore inferiva dalle leggi assolute e primitive della natura
che gli uomini in principio dovevano essere stati d'una complessione
più forte e robusta, nè soggetti ad essere distrutti dal più lieve
incidente d'una tegola caduta da un tetto, d'un sasso scagliato da
un fanciullo, o di restar annegati entro un ruscello. Da un tal modo
di ragionare il mio moralista deduceva più applicazioni utili nella
condotta della vita, ma che non fa qui mestiere il ripetere. Quanto
a me, non seppi starmi dal considerare come fosse generale questo
talento di tirar lezioni di morale o piuttosto soggetti di crepacuore e
d'umiliazione dai torti che s'appongono alla natura. E dopo averci ben
pensato sopra, io sono d'avviso che le querele mosse contr'essa dagli
uomini sieno mal fondate fra noi altrettanto quanto lo erano fra i
popoli di Brodingnag.
Circa alle cose loro militari essi fanno ascendere l'esercito
reale a cento settantasei mila uomini di fanteria e trentasei mila
di cavalleria; se può chiamarsi esercito una milizia composta di
trafficanti di ciascuna città e di fittaiuoli delle campagne posti
sotto il comando di nobili e di padroni di poderi, i quali comandanti
servono tutti senza stipendio di sorta alcuna. Questa milizia si mostra
veramente perfetta nell'armeggiare, e religiosissima della disciplina,
nè in questa seconda cosa io ravvisai un grande merito, perchè, come
potrebbe accadere altrimenti, se ciascun coltivatore è sotto gli ordini
del padrone del fondo, ciascun cittadino sotto quelli dei personaggi
più notabili della città, scelti per suffragi come si usa in Venezia?
Ho veduto più volte la milizia di Lorbrulgrud condotta a far gli
esercizi sopra una piazza posta in poca distanza dalla metropoli, d'una
larghezza all'incirca di ventiquattro miglia quadrate. Tal milizia
non oltrepassava in tutto ventimila uomini di fanteria e seimila di
cavalleria, ma era impossibile per me il contarli, atteso l'immenso
spazio ch'essi occupavano. Ciascuno di questi cavalieri, montato su
enorme cavallo, presentava un'altezza di circa novanta piedi. Ho veduto
quest'intero corpo di cavalleria ad una parola di comando sguainare in
una volta tutte le sciabole e brandirle all'aria. Non v'è immaginazione
che sappia figurarsi un effetto più magico, più sorprendente. Avreste
detto che ventimila strisce di lampi scintillassero in una volta da
tutti i punti del firmamento.
Mi nacque la curiosità di sapere, come mai in quella monarchia, i
cui dominii sono posti fuori di comunicazione con tutti gli altri
paesi, sia entrato il pensiero d'istituire un esercito, e donde poi
abbia tolte le idee per far pratica nella militare disciplina la sua
soldatesca. Ma col conversare e col leggere la storia di que' popoli
non tardai ad essere informato che per un lungo corso di secoli furono
travagliati da quella medesima malattia cui tutto il genere umano è
soggetto, e che spesse fiate i nobili guerreggiarono per assicurarsi
il potere, i popoli per acquistarsi la libertà, i re per concentrare in
sè stessi il dominio assoluto. E se bene tutt'a tre quelle forze sieno
state tenute in un certo freno dalle leggi fondamentali del regno,
queste vennero più d'una volta violate, or dall'una, or dall'altra
delle tre parti, donde son nate frequenti guerre civili: l'ultima andò
felicemente a terminare in un generale accomodamento dovuto all'avolo
del vivente monarca, e d'allora in poi la milizia stabilita di comune
consenso non si è più mai dipartita dalle regole del più stretto
dovere.
CAPITOLO VIII.
Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. --
L'autore gli accompagna. -- In qual modo abbandoni il paese,
e particolarità che si riferiscono a ciò. -- Suo ritorno
nell'Inghilterra.
Io ebbi sempre un forte presentimento che avrei ricuperata un giorno o
l'altro la mia libertà, benchè fosse impossibile il congetturare per
quali vie, o il concepire a tal uopo verun divisamento con qualche
fondata speranza di buon successo. Il bastimento a bordo del quale
io avea fatto il mio viaggio, era il primo che fosse mai capitato a
veggente di quella costa; anzi i sovrani aveano dati stretti ordini
che, se mai altra volta ne comparisse un secondo, fosse tosto tirato
alla spiaggia e, con tutta la sua ciurma ed i passeggieri, condotto in
una carretta alla metropoli. Il re soprattutto propendea grandemente
a trovarmi una moglie della mia statura, a fine di propagare ne'
suoi dominii la nostra razza, ma io credo sarei piuttosto morto che
sottomettermi alla disgrazia di lasciare dei posteri da essere tenuti
in gabbia ad uso di canerini, e forse col tempo mercanteggiati attorno
al regno per servire di curioso trastullo alle famiglie dei gran
signori. Certo io veniva trattato con grande affabilità, io mi vedeva
il favorito di due possenti monarchi, accarezzato da tutta la corte; ma
era quel genere di accarezzamento che digrada la dignità dell'uomo. In
oltre, io non avea mai potuto dimenticarmi i cari domestici pegni ch'io
mi era lasciati addietro. Io desiderava trovarmi fra gente con cui
poter conversare da pari a pari, e camminare per campi e strade ove non
dover temere ad ogni passo di essere schiacciato a guisa d'un ranocchio
o d'un cagnolino di latte. Ma la mia liberazione venne più presto ch'io
non me l'aspettava, e d'una maniera veramente non comune; il come e le
circostanze di un tale avvenimento mi accingo ora a narrare.
Io era già rimasto due anni in quella contrada, ed al principio circa
del terzo, la Glumdalclitch ed io accompagnavamo il re e la regina
in un viaggio alla costa meridionale del regno. Io veniva trasportato
secondo il solito nella mia cassetta da viaggio che, come già altrove
ho descritto, era un convenientissimo gabinetto, largo in circa
dodici piedi. Ordinai che, alla cima di esso, il mio letto pensile
venisse assicurato ai quattro lati con cordicelle di seta, e ciò per
evitare le scosse, quando un servo mi portava dinanzi a lui sul suo
cavallo, come qualche volta io lo desiderava; su questo letto ancora
io sovente m'addormentava lungo il cammino. Alla soffitta di tal mia
stanza portatile io aveva fatto praticare dall'ebanista della regina
un pertugio di fianco, dell'estensione di circa un piede quadrato,
perchè nella calda stagione ne venisse l'aria mentre io dormiva; questo
pertugio io chiudeva ed apriva a volontà mediante un'asse che correva
innanzi e indietro entro una scanalatura.
Giunti al termine del nostro viaggio, il re giudicò a proposito
passare alcuni giorni in un suo palazzo situato in vicinanza di
Flanflasnic, città non più distante di diciotto miglia dalla spiaggia.
La Glumdalclitch ed io ci sentivamo poco bene; quanto a me, m'avea sol
preso un piccolo raffreddorre, ma la povera giovinetta era in sì mal
essere che dovea rimaner confinata nella sua camera. Io non ne potea
più dalla voglia di veder l'oceano, unica sperabile scena della mia
liberazione, se pure era possibile. Finsi star peggio ancora di quello
ch'io stava in realtà, e chiesi la permissione di andar a prendere
l'aria fresca del mare in compagnia d'un paggio, cui m'ero grandemente
affezionato, ed alla custodia del quale io veniva sovente affidato.
Non mi scorderò più mai la renitenza della Glumdalclitch a lasciarmi
andare, e il dirompimento di pianto in cui diede, quasi fosse presaga
di quanto era per accadere. Il paggio, presomi seco entro la mia
cassetta, fece un passeggio di circa mezz'ora verso la riva del mare,
ove, quando fummo, gli ordinai che mi ponesse a terra; quivi, alzata
una delle mie saracinesche, mandai un'occhiata ansiosa all'oceano; poi,
sentendomi proprio male, dissi al paggio di voler dormire un sonnicello
che capivo m'avrebbe giovato. Gettatomi sul mio letto pensile, il
paggio ne chiuse le finestre per tenermi riparato dall'aria. Non tardai
ad addormentarmi, ed il mio custode ed il paggio, non s'immaginando
mai che verun pericolo mi sovrastasse, andarono a girare fra quegli
scogli in cerca d'uova d'uccelli, così almeno io congetturo, perchè
poco prima io gli avea veduti dalla mia finestra coglierne due o tre
da una crepaccia. Desto d'improvviso da una furiosa strappata data
all'anello attaccato per la comodità del trasporto alla mia cassetta,
mi sentii levato in aria a grandissima altezza, indi portato in avanti
con sorprendente velocità. La prima scossa era stata sì violenta, che
mancò poco non mi balzasse fuori del letto, ma in appresso il moto
della mia prigione divenne bastantemente uniforme. Mandai ripetute
grida con quanto di voce io aveva, ma tutto indarno. Guardando verso le
finestre io non vedeva altro che nubi e firmamento. Finalmente, udito
uno strepito su la mia testa simile ad un battere d'ali, cominciai a
capire in qual tristissima posizione io mi trovassi, e che sicuramente
un qualche uccello aveva afferrato col rostro l'anello della cassetta,
e mi portava sì in alto per lasciarmi cadere sopra uno scoglio, a guisa
di testuggine entro il suo guscio, poi trarne fuori le povere mie carni
e divorarsele; perchè l'accorgimento e l'odorato di quegli uccelli li
fa atti a scoprire la loro preda a grandi lontananze ed ancor meglio
riparata che nol fossi io da due dita di parete di legno.
Di lì a poco sentii aumentarsi con grande celerità lo strepito e lo
sbattimento dell'ali, onde la mia casa portatile si sventolava per
tutti i versi come un'insegna di bottega quando spira più gagliardo il
vento. Udii un suono come di bôtte menate sul volatile mio rapitore,
perchè io era certo non poter essere nient'altro fuorchè un uccello
che si tenesse col rostro l'anello della mia gabbia; poi in un subito,
mi sentii cadere perpendicolarmente all'ingiù per la durata circa d'un
minuto, ma con tale incredibile prestezza che perdei quasi del tutto
la respirazione. La mia caduta fu fermata da un tremendo tonfo, che
rintronò più romoroso al mio orecchio della cateratta del Niagara[24],
dopo di che rimasi affatto al buio per un altro minuto; poi la mia
casa tornò ad alzarsi quanto bastava perchè potessi vedere la luce
dalla cima delle finestre. Allora m'accorsi di essere caduto nel mare.
La mia cassetta vi galleggiava, ma, grazie al peso del mio corpo,
alle mie suppellettili che conteneva e alle larghe bande d'acciaio
fermate ai quattro angoli della cima e del fondo per rinforzarla,
pescava cinque piedi sott'acqua. Io supposi allora, e tuttavia
continuo a supporlo, che l'augello volato via con la mia casa fosse
stato inseguito da due o tre altri e costretto lasciarmi cadere per
difendersi contra gli altri ansiosi di divider seco la preda. Le bande
di ferro fermate sul fondo, chè erano quelle le più forti, mantennero
senza dubbio l'equilibrio della cassetta mentre cadeva, onde non andò
ad infrangersi obbliquamente con la superficie del mare. Ogni parte di
essa ottimamente connessa e le imposte della porta tanto ben serrate
che non avevano altro moto fuor del piccolo alzarsi ed abbassarsi
dei cardini, tennero sì mondo il mio gabinetto che ben poc'acqua ci
potè penetrare. Io venni a grande stento fuor del mio letto pensile,
dopo essermi prima riuscito tirare addietro quell'asse scorrevole,
congegnata, come vi dissi, in modo di lasciare passar l'aria; senza
di ciò io rimanea pressochè soffocato. Oh! come mi augurava io in quel
momento di essere con la mia cara Glumdalclitch da cui una sola ora mi
avea diviso per tanta lontananza! E posso dire con verità che, in mezzo
anche a tanta disgrazia, non seppi starmi dal pensare alla mia povera
balietta e dall'angosciarmi all'idea del rammarico ch'ella sentirebbe.
Probabilmente nessun viaggiatore ha gemuto sotto il peso di calamità e
rischi maggiori di quelli che mi premevano in tal congiuntura: io era
esposto da un istante all'altro a veder fatta in pezzi la mia cassetta,
o per lo meno capovolta dal primo soffio di vento o dal primo cavallone
che si sollevasse. Il rompersi d'una sola lastra delle mie finestre
era una morte immediata per me; nè null'altro potea salvarle fuor delle
forti grate di ferro postevi al di fuori per andar contro agl'incidenti
del viaggio. Io vedea già l'acqua stagnare in più d'una fenditura e
ne atterriva, benchè le falle non fossero considerabili e m'ingegnassi
turarle il meglio ch'io potea. Io non era buono d'alzare il coperchio
del mio gabinetto, il che avrei certamente fatto se mi fosse stato
possibile, perchè, sedendomi su la cima, mi sarei salvato almeno alcune
ore di più, che restando confinato, per così esprimermi, nella stiva.
Ma quand'anche mi fossi sottratto a que' pericoli per un giorno o
due, che cosa poteva io aspettarmi fuor d'una miserabile morte? Rimasi
quattro ore in questa agonia, aspettandomi, e per dir vero augurandomi,
che ciascun momento fosse l'ultimo della mia vita.
Devo aver descritto altrove al mio leggitore, come due forti caviglie
fossero infitte a quel lato della mia cassetta che non aveva finestre,
e come lo staffiere solito a portarmi con la mia casa sopra le
spalle raccomandasse a queste la coreggia che reggea tutto il peso,
affibbiandosela indi alla cintura. In quel mio stato di desolazione,
parvemi udire un romore come di raschiamento alla parte dov'erano
infitte le caviglie; e poco dopo principiò a parermi che la mia piccola
casa fosse spinta o rimorchiata per traverso al mare, perchè a quando
a quando io m'accorgea di certa altalena che faceva ora abbassare,
ora alzar l'acqua al di sopra della cima delle mie finestre onde io
rimaneva quasi affatto all'oscuro, la qual cosa infuse in me alcune
vaghe speranze di un soccorso, ch'io per altro non sapea figurarmi nè
come nè donde mi potesse venire. Mi provai a spacciare dalla vite, che
le fermava sempre al pavimento, una delle mie scranne, poi non senza
fatica tornai a stabilirla con la sua vite direttamente sotto l'asse
scorrevole di cui vi ho parlato, e che, come dissi, io avea prima
tirata addietro. Montato su quella scranna ed accostato il volto quanto
potei al pertugio, mi diedi ad implorare aiuto con tutta la forza
della mia voce ed in quante lingue io sapeva parlare. Legato indi il
mio fazzoletto al bastone ch'io avea sempre con me, passai fuor del
pertugio questo stendardo, e lo feci sventolare molte volte, affinchè,
se qualche bastimento o naviglio fosse stato lì in vicinanza, i marinai
avessero potuto congetturare che qualche povero sgraziato era chiuso
entro quella cassetta.
Benchè le mie grida rimanessero senza risposta, io m'accorgea per altro
che la mia cassetta continuava a moversi in una costante direzione,
finchè, trascorsa una buon'ora, dalla parte delle caviglie, quella cioè
che era sguarnita di finestre, sentii che la mia casa urtò in qualche
cosa di resistente. Temei fosse uno scoglio, chè il conquassamento
della cassetta era divenuto più gagliardo; indi ascoltai uno strepito
come di una gomona al di sopra del coperchio, e tal raschiamento
come se qualcuno la facesse passare entro l'anello della cassetta
ch'io sentii alzarsi gradatamente ad un'altezza per lo meno tre volte
maggiore di quella della prima sua posizione. Allora tornai a mandar
fuori quel mio stendardo ch'io m'era fatto con un fazzoletto e un
bastone ed a gridare -Aiuto!- sì spietatamente, che la mia voce era
divenuta non vi so dir quanto rauca. In risposta ascoltai un grido
ripetuto tre volte che m'empiè di tale esultanza qual può concepirla
soltanto chi l'ha provata. Udii allora un calpestio di piedi su la mia
testa, ed una voce sonora che dal pertugio parlava in inglese:
-- «Se v'è qualche creatura umana laggiù, parli!
-- «Sono un Inglese, gridai; condotto dalla mia trista fortuna alla più
orrenda fra quante calamità possano succedere ad una creatura umana.
Deh! per quanto avete di più sacro, o di più caro, liberatemi da questo
carcere!
-- «Siete salvo a quest'ora, la voce mi rispose, perchè quel vostro
naviglio è legato al nostro bastimento, e il carpentiere verrà tosto a
segare tanta larghezza di coperchio quanta basti a tirarvi fuori di lì.
-- «Che bisogno c'è di segare? io risposi, si perderebbe troppo tempo.
Non avete a far altro che mandare un uomo della vostra ciurma; con un
dito che metta entro l'anello, leva su dal mare tutta questa baracca,
la mette nel bastimento, poi nella stanza del capitano».
Alcuni di quelli, all'udire un proposito sì stravagante, mi giudicarono
un pazzo, altri si diedero a sghignazzare. Che volete? Non m'era anche
entrato in testa ch'io mi trovava finalmente fra uomini della mia
statura e sol dotati della mia forza. Giunto il carpentiere, in pochi
minuti aperse con la sega un foro di quattro piedi quadrati, donde calò
una scaletta a mano, ch'io salii, ed in appresso fui ricevuto a bordo
in una condizione la più deplorabile.
I marinai immersi nello stupore, mi faceano mille interrogazioni, alle
quali in quello stato mio avea tutt'altro che voglia di rispondere.
Io era per parte mia confuso alla vista di tanti pigmei, perchè tali
mi sembravano dopo avere per sì lungo tempo avvezzati i miei occhi
agli sterminati oggetti ch'io m'era lasciati addietro. Ma il capitano,
signor Tomaso Vilcocks, onesto e degno mercante di provincia, vedendomi
presto a svenire, mi condusse nel proprio gabinetto, ove, datomi un
cordiale, volle che mi buttassi sul suo letto per pigliare un riposo
di cui si vedeva in me grande il bisogno. Prima ch'io venissi ad
addormentarmi, e sempre durandomi quella confusione d'idee, feci capire
al capitano come avessi lasciato nella mia cassetta diverse cose di
valore che sarebbe stato un peccato se fossero andate disperse: un
letto pensile, un elegante letto da campo, due scranne, una tavola, un
gabinetto tappezzato da tutti i lati, o piuttosto trapuntato di seta
e bambagia; aggiunsi che se si fosse compiaciuto mandare un di sua
gente a levare quel gabinetto per essere trasportato nella sua stanza,
gliene avrei aperti tutti i ripostigli e fatto vedere le mie cose
preziose. Il capitano, all'udirmi spacciare tante stramberie, concluse
che assolutamente io doveva aver perduto il giudizio. Nondimeno (io
suppongo per tenermi buono) promise dare ordini in conformità de' miei
desiderii, anzi portatosi sul ponte, mandò veramente alcuni de' suoi
piloti abbasso nel mio gabinetto, donde costoro (lo seppi più tardi)
portarono via ogni mio mobile e spogliarono di tutti gli addobbi le
pareti; ma le scranne, l'armadio ed il fusto del letto essendo fermati
a vite sul pavimento, furono molto danneggiati dalla loro ignoranza
che gl'indusse a strapparli via con mal garbo e a forza di braccia.
Spaccatene allora diverse tavole per uso del bastimento e tenutisi per
sè quanto fece al loro caso, ne gettarono in mare l'ignudo carcame che,
a motivo degl'intacchi sofferti nel fondo da tutti i lati, rimase a
dirittura sommerso. Da vero ebbi un gran gusto di non essermi trovato
presente a tale saccheggio; son persuaso che m'avrebbe punto al vivo
un tale spettacolo attissimo a ricondurmi alla memoria alcuni punti
della mia storia dei due anni scorsi che avrei di tutto buon grado
dimenticati.
Dormii alcune ore, ma continuamente disturbato da sogni che mi
trasportavano nel paese di recente abbandonato e fra i tremendi rischi
cui m'ero sottratto. Nondimeno allo svegliarmi mi trovai grandemente
riavuto. Erano otto ore della notte all'incirca quando il capitano
ordinò che s'imbandisse tosto la cena sembrandogli che avessi già fatto
un digiuno lungo anche di troppo. M'intertenne con molta affabilità,
avvertendomi per altro di dismettere certo fare stravagante e certi
propositi che sentivano di pazzia; soggiunse poi che, quando saremmo
stati soli, avrebbe udito volentieri da me la storia de' miei viaggi,
e soprattutto il motivo per cui io mi era trovato in balia dell'acqua
entro quella mostruosa cassetta.
«La vidi, egli mi diceva, al mezzodì di questa mattina mentre guardavo
in lontananza col mio cannocchiale; anzi io l'avea presa per un
bastimento, ch'io mi prefiggea raggiugnere, giacchè non mi era molto
giù di mano, con la speranza di poter comprare un po' di biscotto,
provisione di cui comincio a trovarmi corto. Ma venutovi più vicino
e accortomi del mio errore, mandai il mio scappavia per sapere che
cosa stesse così galleggiando sul mare. Con che spavento i miei piloti
vennero ad avvisarmi di aver trovata una casa che nuotava! Mi diedi a
ridere credendoli pazzi, e venni io stesso nel palischermo ordinando
loro di portar seco una gomona ben gagliarda. Essendo tranquilla la
giornata, feci più volte co' remi il giro esterno di quella vostra
casa, ne osservai le finestre, le inferrate che le riparavano, e quelle
due caviglie infitte nel lato tutto d'asse che non dava passaggio alla
luce. Allora comandai alla mia gente di portarsi a quella parte, di
attaccarvi la gomona ad una delle due caviglie e di rimorchiare quella
che chiamavano vostra casa. Quando fu giunta qui, feci passare un'altra
gomona per l'anello posto in cima al coperchio a fine di sollevarla
con l'aiuto di carrucole, ma i miei piloti non furono buoni d'alzarla
più di due o tre piedi. Videro per altro quel vostro bastone su cui
sventolava un fazzoletto sporgente fuori del buco superiore, e ne
dedussero che qualche povera creatura era rinchiusa lì entro.
-- «E non vedeste, io chiesi, o voi, o qualcuno de' vostri, svolazzare,
all'incirca nel tempo stesso, per l'aria nessun uccello di smisurata
grandezza?
-- «Di smisurata grandezza? Mentre eravate addormentato io parlava del
caso vostro co' miei piloti, e un di questi ha veramente detto di aver
veduti tre uccelli che volavano a tramontana, ma non ha notato che
fossero di proporzioni maggiori delle solite a vedersi».
Ciò, suppongo, era da attribuirsi alla grande altezza in cui si
saranno trovati e il grifagno mio rapitore e i suoi avversari. Certo il
capitano non intese a che proposito gli avessi fatta simile inchiesta.
-- «E, continuai, giusta i vostri computi, quanto saremo noi lontani ora
da un continente?
-- «Io crederei all'incirca un centinaio di leghe.
-- «Ho paura ci sia uno sbaglio di calcolo, almeno d'una metà, perchè
non lasciai il paese donde venni, se non due ore prima di cascar nel
mare».
All'udir questo, tornò a confermarsi nell'opinione che m'avesse dato
volta il cervello, onde mi consigliò d'andarmi a gettar sul letto che
m'avea fatto apparecchiare.
-- «Vi sono obbligato, mio signore, ma io mi sono abbastanza ristorato
grazie ai vostri buoni trattamenti ed al conforto della vostra
compagnia. V'assicuro poi che sono nel mio sano giudizio più di quanto
io ci sia mai stato in mia vita».
Allora poi si fece serio da vero, e così mi parlò:
-- «Venitemi schietto, figliuolo. La vostra mente è conturbata dalla
coscienza d'un non so quale enorme delitto, di cui la giustizia di
qualche sovrano v'ha castigato esponendovi al mare entro quella cassa.
Non è cosa nuova che anche in altri paesi alcuni rei di atroci delitti
sieno stati abbandonati al mare entro bastimenti sdrusciti e privi di
provvisioni. Non vi dirò certo che non mi dispiaccia di essermi preso
a bordo un uomo tanto perverso; ciò nondimeno vi do la mia parola che
sarete tragettato sano e salvo al primo porto che toccheremo».
Ed a comprovarmi sempre più che il suo sospetto non mancava di
fondamento, mi enumerò tutte le particolarità che lo avevano
avvalorato, vale a dire i discorsi stravaganti da me tenuti prima
co' marinai, poscia con lui medesimo intorno alla mia cassa ed alle
suppellettili che vi si contenevano, la mia guardatura stralunata e la
totalità del mio contegno durante la cena.
Lo pregai armarsi di pazienza tanto d'udir la mia storia che
gli raccontai fedelmente cominciando dal punto in cui mi partii
dall'Inghilterra e venendo a quello del nostro presente scontro. E
poichè la verità si apre per forza la strada nelle menti degli uomini
ragionevoli, quel degno galantuomo, che, oltre ad un rettissimo
discernimento, aveva ancora qualche tintura di dottrina, rimase
immediatamente convinto dal candore e dalla veracità che spiravano da'
miei detti. Ciò non ostante, per autenticarli viemeglio col fatto lo
pregai ordinare che fosse portato lì il mio armadio di cui io aveva
in tasca la chiave; del resto delle suppellettili m'avea già detto
egli stesso qual uso avessero fatto i suoi marinai. Apertolo in sua
presenza, gli mostrai la raccoltina di rarità da me unite nel paese
donde così prodigiosamente potei liberarmi. Quivi era il famoso pettine
che avea per denti i peli della barba del re, ed un altro della stessa
dentatura, ma ricurvo per tenere imprigionati i capelli affinchè non mi
cadessero su le spalle, e fabbricato col ritaglio dell'unghia del dito
grosso d'un piede dello stesso re. Vi si trovava parimente una raccolta
di spilli e d'aghi di tutte le lunghezze tra un piede ed un mezzo
braccio, quattro pungoli di vespa che parevano altrettanti agutelli
di un ebanista; vi erano pure alcuni altri pettini armati di punte di
capelli della regina, ed un anello d'oro che questa si tolse un dì dal
suo dito mignolo, e fattaci passar entro la mia testa, volle che in
quel prezioso collarino io serbassi una memoria del suo regale favore.
Io pregava anzi il capitano ad accettarlo qual contrassegno di
riconoscenza alle bontà da lui usatemi; ma egli assolutamente lo
ricusò. Gli mostrai anche un callo ch'io avea tagliato di mia propria
mano dal piede di un damigella d'onore; era grosso come una mela appia,
e venuto a tal durezza che, di ritorno in Inghilterra, lo scavai
riducendolo in forma di calice da me incastrato in appresso in un
piede d'argento. Per ultimo gli feci osservare le brache ch'io calzava
allora, e che erano venute fuori dalla pelle di un sorcio.
Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente
d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore
curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I
ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito
di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo
mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della
Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dente strappato
in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e
riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro
di quattro dita.
Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli
feci, mi disse:
-- «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito
verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla.
-- «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali
storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se
non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo
per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che
l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare
spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia
non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre
dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi,
uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e
dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di
tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della
buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di
meditare la gentile vostra proposta.
-- «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia,
ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite
erano forse duri d'orecchio?
-- «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me
contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra
la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto
sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi
bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che
ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi,
da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un
campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto
in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda
l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta
son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi
parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che
pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io
non avea più il coraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero
divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi
con quegli sterminati miei ospiti.
-- «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto
con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual
contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto
nel vostro cervello.
-- «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io
abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri
tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede
di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di
nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i
suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina
aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso,
ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che
mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come
altri dissimulano a sè stessi i propri difetti».
Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose
con uguale giocondità.
-- «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra
pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho
veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando
nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per
vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra
caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo
e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli
avvenire».
La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare
dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono
d'ammirar molto questo concetto.
Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per
l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad
una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un
vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo
per lungo tempo ad ostro, e costeggiando la Nuova Olanda, governammo a
ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento
il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non
noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si
fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista
d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non
fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi
circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie
suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon
capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente
l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe
venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed
una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò.
Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi
pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a
Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io
incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda per non essere
schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la
mia impertinenza.
Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore
ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del
pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami
incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue
ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia
faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione,
ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a
guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le
braccia andai a prenderla per la cintura.
Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si
trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi
torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua
figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame
senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che
la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste
particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de'
pregiudizi che ne derivano.
Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad
intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe
più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse
predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il
leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte
degli sfortunati miei viaggi.
PARTE TERZA
VIAGGIO A LAPUTA
CAPITOLO I.
L'autore imprende il suo terzo viaggio. -- È preso dai pirati. --
Messo a peggior partito dalla malignità di un Olandese. -- Arriva
in un'isola. -- Viene accolto dagli abitanti di Laputa[26].
Io era tornato in seno della mia famiglia, quando, non erano trascorsi
più di dieci giorni, venne a trovarmi il capitano Guglielmo Robinson
nativo di Cornovaglia, comandante dello -Sperabene-, un buon bastimento
di trecento tonnellate. Tempo prima, io era già stato chirurgo in un
altro bastimento che veleggiò per levante, di ragione per una quarta
parte del detto Robinson, il quale ne era il tenente. Egli m'avea
sempre trattato più come un fratello che come un suo inferiore, ed
appena udita la notizia del mio ritorno, venne a farmi una visita ch'io
attribuii unicamente ad un tratto di sua amicizia; nè infatti, mentre
c'intertenemmo insieme, occorsero particolarità diverse da quelle
solite a notarsi in un colloquio di due amici che non si erano veduti
da lungo tempo. Ma ripetute spesso queste sue visite, e manifestando
sempre la sua gioia per l'ottimo stato di salute in cui mi trovava, or
mi chiedeva s'io contava di essere ripatriato per tutta la mia vita,
or mi spiegava la sua intenzione d'imprendere fra due mesi un viaggio
alle Indie Orientali; per farla corta, mi offerse, messi a parte i
preamboli, pure non senza scusarsi su l'ardire della sua proposta, un
impiego di chirurgo nel suo bastimento. Avrei avuto, mi disse, un altro
chirurgo sotto di me, oltre a due aiutanti; il mio stipendio sarebbe
stato il doppio dell'usuale accordato agli uficiali di sanità; più,
avendo sperimentata la mia intelligenza negli affari marittimi, si
obbligava a riguardarmi per lo meno come suo eguale ed a conformarsi
tanto al mio parere, che non lo avrebbe fatto di più se gli fossi stato
pari nel comando.
Aggiunse mille altri gentilissimi propositi, ed io, sapendo quanta
fosse la sua onestà; e, bisogna dire anche questo, la brama di vedere
ancora nuovi paesi continuando in me più violenta che mai ad onta di
tutte le sofferte disgrazie, non fui buono di ricusare la sua offerta.
Rimaneva soltanto una difficoltà: quella di persuadere mia moglie; ma
finalmente ottenni il consenso anche di questa col metterle innanzi
agli occhi la prospettiva de' vantaggi che dal mio viaggio ella potea
ripromettersi pe' nostri figli.
Salpati il 5 agosto 1706, arrivammo al forte San Giorgio l'11 aprile
del 1707. Vi rimanemmo tre settimane per ristorare i nostri marinai,
molti de' quali erano infermi. Di lì passammo a Tonchino, dove il
capitano decise fermarsi qualche tempo, perchè le mercanzie ch'egli
intendeva comprare, nè erano all'ordine, nè vedea che potessero
esserlo se non fra alcuni mesi. Nondimeno, nella speranza di disfarsi
d'una parte delle cose portate con sè, fece acquisto d'una scialuppa
caricandola di quelle merci europee che sono d'usuale traffico nelle
isole circonvicine e mise a bordo di essa quaranta uomini, tre de'
quali erano Tonchinesi, e me in qualità di tenente, dandomi ampia
facoltà di trafficare com'io credea meglio intanto ch'egli restava
sbrigando i suoi affari a Tonchino.
Dopo avere navigato tre giorni, si levò una fiera burrasca che
ne spinse per cinque giorni giù di cammino si che ci trovammo a
greco-tramontana (nord-nord-est), indi a ponente; in appresso la
stagione divenne buona, ma continuammo sempre ad essere spinti da un
gagliardo vento di ponente. Al decimo giorno ne diedero la caccia due
pirati che fecero presto a raggiugnerci; perchè sì carica era la mia
scialuppa che veleggiavamo assai lentamente e, quel che fu peggio, non
eravamo in istato di difenderci.
Fummo sopraffatti ad un tratto dai due pirati che furiosamente
entrarono nel nostro legno a capo de' loro uomini; ma trovandoci tutti
prostrati con la faccia per terra (ordinai io a tutti di regolarsi
così) si contentarono a legarci ed a consegnarci in guardia ad alcuni
di loro intantochè venivano alla frugata delle cose nostre.
Fra costoro osservai un Olandese che pareva investito di qualche
autorità, benchè non comandasse nè l'uno nè l'altro de' legni corsari.
Ravvisatici a fisonomia per Inglesi, borbottò in sua lingua il perfido
giuramento che ci avrebbe legati a due a due schiena a schiena e
mandati a stare in compagnia de' pesci. Io parlava sufficientemente
l'olandese, onde gli rappresentai la nostra qualità comune di Cristiani
protestanti, nativi di paesi vicini e strettamente collegati fra
loro; in vista di che lo pregai ad interporre presso i due capitani
la sua mediazione affinchè si avesse pietà di noi. Ma ciò non fece
altro che suscitar di più il suo furore, sì che, rinovato l'infame
suo giuramento, parlò con gran veemenza ai suoi due compagni, ma in
giapponese; laonde le sole parole ch'io intesi, e da lui ripetute per
più riprese, furono -Christianos-.
Il più grande de' due legni corsari avea per comandante un Giapponese
che parlava qualche poco, benchè imperfettissimamente, l'olandese.
Questi avvicinatosi a me, e dopo avermi fatte diverse interrogazioni,
alle quali risposi con tutta umiltà, soggiunse che niun di noi sarebbe
ucciso. Fattagli, come potete credere, una profondissima riverenza,
mi volsi all'Olandese, nè potei starmi dal dirgli: «Mi duole il
solo pensarlo: ho trovato più compassione in un pagano che in un mio
fratello cristiano». Non avessi mai dette queste parole! Quel maligno
rinnegato primieramente s'adoperò in quanto dipendea da lui per indurre
i capitani a farmi gettar nel mare; non riuscì, è vero, in ciò, perchè
quello dei due che mi promise salva la vita, non volle mancare alla
sua parola, ma ottenne che soggiacessi ad un castigo, secondo ogni
umana apparenza, peggior della morte. Poichè la mia ciurma fu ripartita
egualmente nei legni corsari, e la mia scialuppa proveduta di nuovi
uomini, io venni cacciato solo dentro un battello con un paio di pagaie
(remi indiani), una vela e provisioni per quattro giorni, poi lasciato
alla discrezione dell'onde. Quanto alle provisioni, il Giapponese fu
sì generoso che me le duplicò del proprio, vietando a tutti il fare
indagini su me per ritormele. Io partii dunque col mio battello,
intantochè l'Olandese, stando sul ponte della mia predata scialuppa, mi
caricava di quante villanie e maledizioni il suo idioma gli suggeriva.
Un'ora prima del nostro fatale incontro co' pirati, io aveva osservato
che eravamo a 46 di latitudine settentrionale ed a 183 di longitudine.
Appena ebbi perduti di vista i legni corsari, scopersi col mio
cannocchiale da tasca alcune isole a scirocco (sud-est). Avendo un
vento favorevole, spiegai la vela con intenzione di raggiugnere la più
vicina di quelle, il che non senza fatica mi venne fatto nel termine
di tre ore. Io non vedea fuorchè scogli per ogni dove; fra questi
nondimeno mi riuscì trovare molte uova d'uccelli; battuto l'acciarino
ed accesi varii cespugli e piante marine secche, arrostii le mie uova.
Non presi altro da cena, perchè io voleva risparmiare più lungamente
ch'io potea le mie vettovaglie. Passai la notte entro la cavità d'uno
scoglio, fattomi un letto di cespugli, e diedi, per dir vero, un'ottima
dormita.
Nel dì successivo veleggiai ad un'altra isola, indi ad una terza e ad
una quarta, or giovandomi della mia vela, or delle mie pagaie. Ma per
non noiare il leggitore narrandogli tutte le particolarità di questa
stentata navigazione, mi limiterò a dirgli, come nel quarto giorno io
scoprissi distintamente l'ultima delle isole che mi stavano a veggente,
posta ad ostro-scirocco (sud-sud-est) della prima.
L'isola era distante da me più assai di quanto io credeva, onde non
ne toccai le spiagge in meno di cinque ore. La girai quasi tutta
all'intorno prima di trovare un luogo adatto per mettere piede a terra,
e quel che finalmente mi capitò fu una caletta, se è lecito darle un
tal nome, della larghezza tre volte del mio battello.
Era tutta scogli anche quest'isola, solamente sparsa qua e là di zolle
e d'erbe di soave odore. Tirate a terra le mie provisioni, con esse mi
refiziai, poi posi il rimanente in una delle caverne di cui abbondava
quel luogo. Feci indi buon ricolto d'uova dagli scogli. poi di piante
marine e di zolle secche, col fuoco delle quali io divisava arrostire
alla meglio le stesse uova nel dì venturo, chè io andava inoltre
proveduto di pietra focaia, di acciarino, esca e d'una lente ustoria.
Passai tutta la notte nella caverna ove io avea poste a stare le mie
vettovaglie, e fu mio letto ciò che doveva essere nel dì successivo il
mio combustibile.
Dormii ben poco, perchè le inquietudini del mio animo, prevalendo su la
mia stanchezza medesima, mi tennero desto. Io pensava all'impossibilità
di conservar la mia vita in un luogo sì deserto e al misero fine
ch'io vedea sovrastarmi; pure non mi movevo di lì, perchè la mia
costernazione, il mio abbattimento erano sì forti ch'io non avea
nemmen cuore di saltare in piedi, ed il giorno era ben inoltrato
prima che mi fossi sciolto da quel letargo al segno di spuntar fuori
della caverna. Camminai alquanto fra gli scogli; la giornata era
sì serena ed il sole sì caldo che fui costretto voltar la faccia da
esso, quando d'improvviso si oscurò, ma in un modo, come parvemi, ben
diverso da quanto accade allorchè si frappone tra esso e la terra
una nube. Voltomi addietro, vidi tra me ed il sole un corpo opaco
che camminava su e giù nella direzione dell'isola; pareva fosse alto
circa due o tre miglia su la mia testa, e coperse il sole per sei o
sette minuti, ma non osservai che l'aria si fosse rinfrescata, o il
firmamento annuvolato niente più che se in giorno di bel tempo mi fossi
posto al rezzo di una montagna. Facendo alcuni passi innanzi sul luogo
dond'io contemplava il corpo medesimo, mi parve accorgermi che fosse
una sostanza solida, piatta nel fondo, ben liscia e splendentissima
grazie alla riflessione delle sottoposte onde del mare. Collocatomi
sopra un'altura lontana circa duecento braccia dalla spiaggia, vidi
questo enorme corpo scendere ad una posizione quasi parallela a quella
ov'io stava, ma ad una distanza almeno d'un miglio inglese. Toltomi di
tasca il mio cannocchiale, potei pienamente discernere un grande numero
di persone che camminavano su e giù lungo i lati di quella specie di
pianeta, i cui orli mi sembravono inclinati, ma che cosa quella gente
si facesse, non potei capirlo.
L'amore ingenito in noi della nostra conservazione m'infuse un interno
moto di gioia, e mi dispose alla speranza che una tale avventura
potrebbe, o d'una maniera o dell'altra, aiutarmi e tormi fuori da
quella miserabilissima condizione. Il leggitore penerà a comprendere
come il primo mio sentimento non fosse in vece quello dello stupore
alla vista di un'isola che nuotava nell'aria, abitata da uomini, atta,
così certo sembrava, ad alzarsi ed abbassarsi, o a procedere sul suo
piano a grado de' suoi abitanti. Ma pensi ch'io non poteva in quel
momento essere in voglia di filosofare sul fenomeno; mi diedi piuttosto
ad osservare che avviamento quell'isola avrebbe preso, perchè parve
per un istante che rimanesse immobile. Ma poco appresso quella mi si
avvicinò di più, in guisa ch'io potei vedere come fosse circondata da
logge di più ordini e di scalinate a certi intervalli per agevolare il
discendere da un ordine all'altro. Nell'ordine più basso vidi diversi
individui intenti ad una pesca d'uccelli che quelli facevano col mezzo
di canne, altri che li stavano contemplando. Io agitava la mia berretta
(chè il mio cappello da lungo tempo era andato in malora) verso
l'isola, e quando ebbi questa in maggior vicinanza, chiamai ed urlai
con tutta la forza della mia voce. Allora, guardando più attentamente,
vidi un gruppo d'individui vólti affatto su la mia persona, e dai segni
che faceano verso di me, e che si faceano fra loro, dovetti pienamente
capire di essere stato osservato, ancorchè non avessero risposto nulla
alle mie grida. M'avvidi di quattro o cinque uomini che corsero in gran
fretta su per le scale sino alla cima dell'isola, poi si dileguarono
alla mia vista. Mi occorse di non mi sbagliare nel credere che fossero
stati spediti presso qualche personaggio investito d'autorità per
informarlo di quanto in quel momento accadea.
Crescea sempre più la folla, ed in meno di mezz'ora l'isola fu mossa
e tenuta a tale altezza che l'ordine più basso delle logge appariva in
una posizione non più distante di cento braccia dall'eminenza ov'io mi
era posto. Messomi allora nella più supplichevole delle posture, parlai
loro ne' più umili accenti, ma senza ottenere risposta. Quelli che mi
sovrastavano più da vicino, sembravano personaggi d'alto conto; tali
almeno li giudicai da' loro abiti. Si diedero a conferire fra loro sul
serio, a quanto congetturai, sempre guardando me. Finalmente un d'essi
mandò le sue parole all'ingiù in armonioso, netto, dilicato idioma,
non dissimile nel suono dall'italiano, ed in questo linguaggio io gli
feci la mia risposta sperando almeno che quella cadenza riuscirebbe
più gradita al suo orecchio. Ancorchè per dir vero non c'intendessimo
nè gli uni nè gli altri, quel ch'io pensava fu agevolmente compreso,
perchè si vedeva abbastanza in qual sorta d'angustie io mi trovassi.
Mi fecero cenno di scendere dal mio scoglio e di portarmi verso la
spiaggia, il che puntualmente eseguii, e l'isola volante essendo stata
posta a tal conveniente altezza che a dirittura mi sovrastasse, dalla
più bassa loggia venne calata una catena con attaccata in fondo una
scranna, su la quale sedutomi, fui portato in aria col ministerio di
girelle.
CAPITOLO II.
Fare ed inclinazioni de' Laputiani. -- Loro cognizioni. -- Il re e
la sua corte. -- Accoglienza fatta all'autore. -- Crucci e paure di
quegli abitanti. -- Donne di Laputa.
Appena messo piede nell'isola, fui attorniato da una folla di popolo,
ma quelli che mi stettero più da presso sembravano persone di maggior
conto. Essi mi contemplarono con tutti i contrassegni dello stupore,
e in questa parte io non restava certamente al di sotto di essi, che
non ho mai veduta una razza di viventi più stravagante nelle forme,
negli abiti e nel modo di contenersi. Le loro teste erano tutte
inclinate, qual su la destra, quale su la sinistra; uno de' loro occhi
vólti all'ingiù, l'altro voltato all'insù, guardava direttamente
il zenith[27]; i vestiti al di fuori adorni d'immagini di soli, di
lune e di stelle, frastagliate da figure di violini, flauti, arpe,
trombe, chitarre, arpicordi, oltre a molti altri stromenti di musica
sconosciuti fra noi in Europa. Osservai qua e là parecchi individui
vestiti in divisa di servitori, ciascun dei quali portava in mano una
vescica gonfia, legata, come i coreggiati da battere il grano, alla
punta di un bastone. Entro ognuna di tali vesciche stava una piccola
quantità di ceci secchi o di sassolini, come lo seppi più tardi. I
servi proveduti di tali vesciche vanno per intervalli percuotendo la
bocca e le orecchie di quelli che sono vicini ad essi, pratica della
quale io non potei su l'istante concepire il significato.
Sembra essere le menti di que' popoli tanto assorte in intense
speculazioni, che nè possano parlare nè badare ai discorsi degli altri,
se qualcuno non li desta con qualche atto esterno operato su gli organi
della parola o dell'udito: per ciò le persone abili a sostenere questa
spesa hanno sempre fra le persone di lor famiglia un battitore (la
parola tecnica è -clinemole-) in qualità di servo, nè senza un tal
servo camminano attorno o vanno a far visite. L'incarico del predetto
ufiziale si è, allorchè due o tre persone si trovano in compagnia,
battere gentilmente con la sua vescica la bocca di quello che dee
parlare e l'orecchio di quello o quella cui l'oratore è per volgere
la parola. Il servo battitore ha parimente l'obbligo di accompagnare
il padrone nelle sue passeggiate e, secondo le occorrenze, menargli
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000