a dirvene il motivo; quel regno è infestato non vi so dir quanto dalle
mosche durante la state. Questi odiosi insetti (e notate che ciascun
d'essi era grosso come una lodola di Dunstable) non mi lasciavano quasi
mai in pace col continuo ronzarmi e rombarmi alle orecchie quand'ero
seduto a pranzo. Talvolta posandosi su le mie pietanze, vi deponeano
gli schifosi loro escrementi e le loro uova, galanterie tutte a me
visibilissime, benchè non lo fossero a que' nativi, i cui ampi nervi
ottici non erano acuti come i miei nel discernere i minimi oggetti.
Talora quelle maladette bestie mi si poneano sul naso o su la fronte,
che pungeano nel vivo mandando un puzzo diabolico. Vi dirò ch'io potea
benissimo distinguere quella sostanza viscosa che, al dire dei nostri
naturalisti, dà a quegl'insetti l'abilità di camminare su la superficie
delle soffitte co' piedi volti all'insù. Aveva un gran che fare io
a difendermi da que' detestabili animali, e quando mi venivano su la
faccia, non potea starmi dal far di que' salti e smorfie che eccitavano
il riso della regina. Per questo, finchè il nano rimase in corte,
costui solea pigliarsi lo spasso d'empire il suo pugno d'un buon numero
di quegl'insetti, poi, come praticano gli scolari fra loro, venirmeli a
scaricare sul naso per far paura a me e divertire la sua reale padrona.
Io non aveva altro scampo fuor quella di fare a pezzi col mio coltello
cotali arpie quando spiccavano il volo verso di me, ed in ciò veramente
veniva ammirata la mia destrezza.
Mi ricordo di una mattina quando la Glumdalclitch mi aveva messo entro
la mia cassetta su d'una finestra, com'era solita fare nelle belle
giornate per darmi aria (perchè notate bene che non ho mai voluto
permetterle di raccomandare quella cassetta ad un chiodo fuori della
finestra, come vediamo farsi con le gabbie nell'Inghilterra); una
mattina dunque, dopo avere alzate le mie finestrine a saracinesca
ed essermi seduto alla mia tavolina per far colezione con una pasta
sfogliata, una ventina circa di vespe allettate dall'odore della roba
dolce, volarono entro la mia stanza rombando più forte d'altrettante
pive. Alcune di esse invasero la mia pasta sfogliata, e se la portarono
via a pezzi e bocconi, altre mi volarono su la testa e la faccia
stornendomi col loro strepito, e quel ch'è peggio mettendomi in grande
paura de' loro pungoli. Pure ebbi il coraggio di saltare in piedi
col mio coltello brandito e di assalirle in aria. Quattro ne feci
morte, l'altre volarono via, e fui ben presto nel tornare ad abbassare
la mia saracinesca. Non erano men grossi delle nostre pernici que'
maladettissimi insetti. Tratti fuori dalle quattro vespe, ch'aveva
uccise, i lor pungoli, li trovai lunghi un dito e mezzo, e acuti quanto
gli aghi da cucire. Gli ho conservati con grande cura, e di ritorno
in Europa, dopo averli fatti vedere qua e là unitamente con altre cose
rare, ne donai tre al collegio di Gresham, e mi tenni il quarto per me.
CAPITOLO IV.
Descrizione del paese. -- Proposta di ammenda alle moderne carte
geografiche. -- Palazzo del re, ragguagli su la metropoli. -- Mezzi
di trasporto adottati per le gite dell'autore. -- Descrizione
della chiesa cattedrale.
Mi propongo ora offrire al leggitore una breve descrizione del paese,
cioè della parte da me percorsane, che non è stata maggiore delle
duemila miglia di circonvallazione della metropoli, perchè la regina,
presso la quale io era sempre di servigio, non andava mai più lontano
nell'accompagnare il re quando si partiva da Lorbrulgrud, nome della
stessa metropoli, e si fermava ad una di quelle stazioni esterne,
finchè sua maestà fosse tornata dalle sue visite alle frontiere. Tutta
l'estensione del suo reame ammonta a circa seimila miglia in lunghezza
e fra le tre e le cinquemila in larghezza; donde son costretto
conchiudere che i nostri geografi dell'Europa sono in un grave abbaglio
nel supporre non esservi null'altro che mare fra il Giappone e la
California. Io già fui sempre d'avviso che vi si dovesse interporre
un tratto di terra adatto a far equilibrio col gran continente della
Tartaria. Opererebbero pertanto saviamente se correggessero le loro
carte coll'aggiugnere questo immenso spazio di terra posta a maestro
(nord-west) dell'America, nella quale impresa m'offro prestar loro di
tutto buon grado la mia assistenza.
Questo reame è una penisola terminata a greco da una catena di montagne
alte trenta miglia, inaccessibili affatto a motivo dei molti vulcani
che tengono le loro cime; non è per ciò meraviglia se i più dotti
uomini del mondo non sanno dire quale schiatta di viventi abiti al di
là di esse montagne, o vero se quel tratto di paese sia disabitato
del tutto. Dai tre altri lati è circondato dall'oceano. Non v'è un
sol porto di mare in tutto quel regno, perchè le parti di costa ove
i fiumi mettono foce, sono sì irte di aguzzi scogli, il mare vi è
generalmente sì procelloso, che non c'è da arrischiarsi ad andarvi
nemmeno con picciolissime barchette; laonde que' popoli sono esclusi
affatto da ogni commercio col rimanente del mondo. I fiumi interni
ciò non ostante vanno coperti di bastimenti ed abbondano di eccellenti
pesci; motivo per cui i nativi ben rare volte vanno in cerca di quelli
che potesse balzare ne' loro fiumi l'oceano, giacchè i pesci di mare
essendo anche colà della stessa grossezza di quelli degli altri mari
europei, non francano a quella popolazione l'incomodo di pescarli.
Da ciò è manifesto come la natura nel produr piante ed animali di sì
sterminata mole siasi limitata a quel continente: ma racconto fatti, e
lascio ai filosofi il determinarne le cagioni. Ciò non ostante a quando
a quando vi capita qualche balena sbattuta dalla tempesta contra gli
scogli aguzzi di quelle foci, ed è un pesce di cui la povera gente
dei litorali si pasce assai volentieri. Fra queste balene ve n'hanno
di sì grosse che un uomo ne reggeva a stento una sopra le spalle;
talvolta, per curiosità, vengono portate in canestri sino al mercato
di Lorbrulgrud, e mi sono abbattuto a vederne una che passava per una
rarità apprestata in un piatto su la tavola reale. Non m'accorsi per
altro che il re ne fosse ghiotto gran fatto; penso che la grossezza
di quella bestia disgustasse fin lui, benchè io ne abbia veduta una un
pochino più grande a Groenland nella Nuova-York.
Il paese è ben popolato, perchè contiene cinquant'una città, un
centinaio all'incirca di terre murate ed un grande numero di villaggi.
Per appagare la curiosità de' miei leggitori credo basterà s'io do loro
la descrizione della metropoli. La città di Lorbrulgrud è divisa quasi
in due parti eguali separate dal fiume che la attraversa. Contiene più
di ottantamila case ed all'incirca scicentomila abitanti. Lunga tre
-glumglung- (ciascun -glumglung- corrisponde a cinquantaquattro miglia
inglesi), ne ha due e mezzo di larghezza; gli ho misurati io su la
pianta topografica eseguita per ordine di sua maestà sopra una carta
larga un centinaio di piedi. Venne questa stesa per terra dinanzi a
me, che per più riprese ed a piè scalzi ne passeggiai il diametro e la
circonferenza ed, istituito un calcolo di proporzione su la scala della
stessa pianta, venni in istato di guarentire il presente mio computo.
Il regio palazzo non può dirsi un regolare edifizio, ma bensì un
gruppo di fabbriche del circuito di sette miglia a un dipresso; le
stanze principali sono generalmente alte duecento quaranta piedi e
larghe in proporzione. Venne assegnata a me ed alla Glumdalclitch una
carrozza entro cui la sua governante la conduceva a vedere i dintorni
della città e le principali botteghe. Io era sempre di brigata,
trasportato entro la mia cassetta, benchè sovente, ed ogni qual volta
lo desiderassi, la buona fanciulla me ne traesse, fuori e mi tenesse
nella sua mano, ben sollevata affinchè potessi vedere a tutto mio agio
le case e la gente mentre attraversavamo le contrade. Secondo i miei
calcoli, la nostra carrozza doveva essere larga come un cortile di
Westminster, ma non del tutto alto come le sue fabbriche; non vorrei
per altro giurare che questo conto fosse esattissimo. Un giorno la
governante ordinò al cocchiere di fermarsi dinanzi a diverse botteghe,
ove molti mendichi, côlta quella opportunità per contemplarmi da
vicino, si affollavano attorno alla nostra carrozza, e mi offrivano
il più orrendo spettacolo che occhio europeo abbia veduto giammai. Vi
era una donna con un cancro in una mammella, cresciuto a sterminata
grossezza e pieno di buchi, due o tre de' quali parevano caverne entro
cui si sarebbe nascosto comodamente un malfattore. Vidi un miserabile
con una vena del collo gonfia tanto che cinque balle di lana ne erano
meno grosse; un altro con un paio di gambe di legno, ciascuna alta
venti piedi all'incirca. Ma la vista più nauseosa di tutte si fu quella
delle immondizie viventi che s'arrampicavano su i loro panni. Io potea
discernerne ad occhio ignudo le membra e que' loro grugni, atti siccome
quelli d'un porco a scavare la terra, e lo potea meglio assai che per
traverso ad un microscopio non si scandaglia lo scheletro di un nostro
pidocchio europeo. Fu la prima volta ch'io vidi in grande le membra di
quegl'insetti, e sarei stato desiderosissimo di notomizzarli, se avessi
avuto gli stromenti adatti a ciò, che sfortunatamente io m'era lasciati
addietro nel bastimento; ma in questo caso fu forse meglio perchè
quella vista sì ributtante già m'avea voltato affatto lo stomaco.
Oltre alla grande cassetta entro cui io veniva ordinariamente portato
attorno, la regina ordinò se ne fabbricasse per me una più picciola,
larga circa dodici piedi quadrati ed alta dieci. Riusciva questa
di maggior comodo nel viaggiare, perchè l'altra, un pochino troppo
larga pel grembo della Glumdalclitch, faceva anche troppo ingombro
nella carrozza. Costrusse tal seconda cassetta l'artista medesimo che
avea fabbricata la prima, diretto per altro da me quanto al modo di
disporne i congegni. Questo gabinetto da viaggio era un cubo esatto,
tre lati del quale aveano ciascuno nel mezzo una finestra con una grata
di filo di ferro, cioè un'inferriata al di fuori, per andar contra
gl'incidenti che potessero sopravvenire ne' lunghi viaggi. Su l'altro
lato privo di finestra erano praticati due buchi con forti orli, per
entro ai quali il mio portatore, se mi prendea la voglia di andare a
cavallo, faceva passare una cinghia di pelle che si affibbiava alla sua
cintura. Quest'era sempre l'uffizio di qualche grave fedele servo di
corte cui si potesse consegnarmi con sicurezza ogni qual volta, essendo
impedita dal prestarmi assistenza la Glumdalclitch, io dovea seguire
il re e la regina, sia ne' loro viaggi, sia che andassero a diporto
in qualcuno de' reali giardini, o onorassero di una loro visita la
villa di qualche gran dama o ministro di stato, perchè io feci presto
ad essere conosciuto ed apprezzato dai primari uficiali della corona,
sicuramente, io doveva credere, più pel favore di cui mi colmavano i
sovrani che per proprio mio merito. Quando nei viaggi io era stanco di
restare in carrozza, un servo a cavallo s'affibbiava, come ho detto,
alla cintola la mia cassetta, e la poneva sopra una picciola sella che
stava dietro alla sua; così dalle mie finestre io dominava con l'occhio
da tre lati tutto il paese. In questo gabinetto portatile io aveva
un letto da campo ed un letto pensile attaccato alla soffitta, due
scranne ed una tavola ben fermate a vite sul pavimento, per impedire
che le mandassero sossopra le agitazioni del cavallo o della carrozza.
Quanto a me poi, accostumato da lungo tempo ai viaggi di mare, non
mi scompigliavano gran fatto queste scosse, ancorchè talora fossero
piuttosto gagliarde.
Ogni qual volta mi prendea la voglia di andare a vedere la città,
io facea sempre questa gita nel mio gabinetto da viaggio che la
Glumdalclitch si teneva in grembo mentre si trasferiva attorno entro
una specie di bussola all'usanza del paese, portata da quattro uomini
e seguita da altri due staffieri della regina. Il popolo che avea
sì spesse volte udito parlare di me, si affollava intorno a questa
bussola, e la buona ragazza della mia balietta era sì compiacente che
facea fermare i portantini, e mi prendeva in mano per maggior comodo
de' curiosi.
Io era grandemente bramoso di vedere la chiesa cattedrale, e
particolarmente la sua torre che passava per la più alta del regno;
a seconda di questa mia brama la Glumdalclitch un giorno mi ci
condusse, ma v'assicuro che ne venni addietro non molto soddisfatto,
perchè l'altezza di quella torre non sembrommi passare i tremila
piedi calcolando dal pian terreno alla sua estrema corona, il che,
avuto riguardo alla differenza fra le moli di quegli abitanti e
quelle di noi Europei, non è niente una gran maraviglia, nè, se ben
mi ricordo, sempre a data proporzione, può la predetta torre stare
a petto del campanile di Salisbury. Ma per non minorare in nulla i
vanti di una nazione, alla quale professo tante obbligazioni, bisogna
confessare che quanto manca a quella mole in altezza, è ampiamente
compensato in bellezza ed in forza, perchè le sue mura sono grosse
cento piedi all'incirca, fabbricate di mattoni, ciascun de' quali è
ad un dipresso di quaranta piedi quadrati, ed ornate all'intorno di
statue d'imperatori e divinità; tali statue si vedono collocate nelle
relative loro nicchie, e ognuna di esse passa la statura ordinaria
degli abitanti di quella contrada. Io misurai un dito mignolo caduto da
una di quelle statue, nascosto sì che non poteva discernersi in mezzo
ai rottami, e lo trovai esattamente lungo quattro piedi ed un dito dei
nostri. La Glumdalclitch lo avvolse nel suo fazzoletto e portatoselo in
tasca lo tenne fra le cianfrusaglie cui andava matta dietro, come fanno
per solito tutti i ragazzi.
La cucina del re è da vero una nobile fabbrica, fatta in vôlto alla
cima ed alta circa seicento piedi. Il forno non è di dieci passi men
largo della cupola di San Paolo, che dopo il mio ritorno ho avuto
la pazienza di misurare per istituire questo confronto. Se volessi
poi descrivervi l'inferrata del camino, le prodigiose pentole e
caldaie, i pezzi di carne che giravano attorno agli spiedi, ed altri
simili particolari, difficilmente forse mi credereste, e per lo meno
un critico severo s'immaginerebbe ch'io ci avessi messo un poco di
frangia secondo il solito de' viaggiatori. Sappiate mo che per evitare
questa censura, temo di esser caduto nell'eccesso opposto e di essermi
tenuto tanto al di sotto del vero, che se questo mio viaggio in lingua
brodingnaghese (che Brondingnag è il nome generale dell'intero reame)
si divulgasse colà, il re e la nazione avrebbero diritto di chiamarsi
ingiuriati dalle mie descrizioni fallaci e poste soltanto in miniatura.
Sua maestà tiene rare volte più di seicento cavalli nelle sue
scuderie, ciascun de' quali è alto generalmente fra i cinquantaquattro
ed i sessanta piedi. Ma quando esce in gala nei dì solenni, si fa
accompagnare pomposamente da cinquecento guardie a cavallo, oggetto
di cui mi parea non si potesse contemplare il più splendido, prima per
altro di vedere una parte del regio esercito in battaglia, cosa su cui
cercherò occasione in altro tempo d'intertenervi.
CAPITOLO V.
Casi curiosi occorsi all'autore. -- Giustizia fatta di un
delinquente. -- L'autore dà prova di sua perizia nella
navigazione.
Io me la sarei anche passata bene in questo paese se la picciolezza
della mia statura non m'avesse fatto scopo a diversi scherni ed esposto
a varie piccole molestie che m'accingo a narrare. La prima di queste
mi occorse innanzi che quel paggio nano a voi noto avesse lasciato il
servigio della regina. La Glumdalclitch mi portava spesse volte ne'
reali giardini, entro la mia cassetta più piccola, donde talora mi
pigliava fuori portandomi in mano o ponendomi a terra perchè facessi
un poco di moto. Accadea la seconda di tali cose, quando il paggio ed
io ci trovammo vicini in un boschetto di pomi nani. Non mi potei stare
dal far prova del mio spirito traendone il tema dall'allusione che tra
quelle piante ed i pigmei veniva notata a Brondingnag come in Europa.
Il monello non la volle finita così, ma colto il momento ch'io era
proprio tutto sotto un di quegli alberi, si diede a squassarlo su la
mia testa con quanta avea forza, onde mi sentii rombare all'orecchio
una dozzina di quelle mele grosse ciascuna come una botte di Bristol, e
una di queste, venutami su la schiena, mentre io mi raggricchiava dalla
paura, buttommi con la faccia distesa per terra. Per altro non mi feci
alcun male, ed anche il paggio la passò netta, perchè essendo stato io
che lo aveva instigato, ebbi la rettitudine di farmi intercessore del
suo perdono.
Un'altra volta la balietta m'avea lasciato sopra un'aiuola di zolle
intantochè ella passeggiava in qualche distanza da me con la sua
governante. In quel tempo venne a cader d'improvviso una grandine sì
dirotta che mi stese boccone, e mi fece tali ammaccature su tutto il
corpo come se fosse stato percosso da altrettante palle di pallacorda.
Pure m'ingegnai tanto, che andando carpone per amore della mia faccia,
giunsi a ripararmi fra i ramicelli del timo, che orlavano l'aiuola
dalla parte opposta al vento, ma ne rimasi sì pesto dalla testa ai
piedi che dieci giorni continui non potei più mostrarmi attorno. Nè in
tutto ciò havvi di che stupire, perchè la natura serbando in que' paesi
la medesima proporzione in tutte le sue operazioni, ognuno di que'
grani di grandine è diciotto volte più grosso d'uno de' nostri, e ve lo
posso guarentire su l'esperienza, perchè ebbi la curiosità d'istituirla
pesando prima una palla di quella grandine poi un'altra della nostra a
suo tempo.
Ma un caso ben altrimenti pericoloso mi avvenne in quello stesso
giardino, quando la mia picciola balia credendo avermi deposto in
luogo sicuro, mi ci lasciò solo com'io sovente ne la pregava per
restarmene alcuni istanti con l'unica compagnia de' miei pensieri.
Io era dunque lì solo e fuori della mia cassetta o gabbia, che quel
giorno la Glumdalclitch avea lasciata a casa per non avere il fastidio
di portarsela in mano, mentre ella passeggiava da tutt'altro lato con
l'aia ed alcune signorine di sua conoscenza. Io non potea più nè esser
veduto nè sentito da lei, allorchè un piccolo bracco bianco spettante
ad uno di que' capi giardinieri, entrato nel giardino, capitò a caso
in vicinanza del luogo ove la balietta mi aveva posato. Sentitomi al
fiuto, mi fu subito addosso, e presomi in bocca, mi portò diritto,
menando allegramente la coda, alla casa del suo padrone, ove con
tutta gentilezza mi pose a terra. Per buona sorte era un cane sì ben
ammaestrato, ch'io stetti fra i suoi denti senza che ne riportassi il
menomo sconcio non solo nelle mie carni ma nemmeno ne' miei vestiti.
Ciò non ostante il povero giardiniere, che mi conosceva ottimamente, e
mi mostrava molta benevolenza, ebbe una mala paura. Presomi gentilmente
nelle sue due mani, mi domandò come mi sentissi; ma io era sì
sbalordito e privo di respiro che non fui buono di dire una parola. Mi
bastarono per altro pochi minuti a riavermi, ed allora il giardiniere
mi riportò sano e salvo fra le mani della mia balietta, che in questo
intervallo era tornata al luogo ove mi aveva lasciato, e si dava alla
disperazione non trovandomi più e non sentendomi rispondere per quanto
forte ella mi chiamasse. Sgridò severamente il giardiniere per ciò
che era colpa sol del suo cane: nondimeno l'affare venne sopito, nè
fu mai saputo alla corte, perchè la Glumdalclitch avea troppa paura
della collera della regina, e per parte mia, a dir vero, non credevo
guadagnarci troppo nel mio buon nome se tale storiella si divulgava.
Questo incidente trasse la Glumdalclitch nel proposito di non
lasciarmi allontanare da' suoi occhi, ed ebbi lungo tempo paura che
lo mantenesse, ond'io quando vidi che se n'era scordata, ebbi la
massima cura di nasconderle tutte le piccole disgrazie che m'andavano
accadendo allorchè mi si lasciava in balia di me stesso. Una volta un
nibbio che svolazzava pel giardino, venne a posarmisi incontro, e se
non avessi fatto presto a brandire il mio coltello, ed a rintanarmi
tra le frasche di una spalliera, certamente m'avrebbe portato via fra
i suoi artigli. Un'altra volta camminando sopra un monticello fatto di
fresco da una talpa, cascai fino al collo entro la buca donde l'animale
avea scavata la terra; ed anzi stampai una piccola bugia, non degna
or d'essere ricordata, per addurre la scusa de' miei panni insudiciati
alla Glumdalclitch. M'accadde parimente di pigliare una contusione allo
stinco della mia gamba destra contro al guscio di una lumaca su cui
intoppai camminando solo ed assorto in pensieri che tutti si volgevano
alla mia diletta Inghilterra.
Non so dirvi se mi desse più diletto o umiliazione il vedere che in
que' miei solitari diporti i piccioli augelli non si mostravano punto
impauriti di me; mi saltellavano alla distanza d'un braccio cercando
gl'insetti o gli altri cibi di cui erano ghiotti con tanta indifferenza
e placidezza come se non si fosse trovata anima vivente presso di loro.
Mi ricordo d'un tordo che si prese la libertà di portarmi via di mano
col suo becco un pezzo di focaccia datomi allora allora per la mia
colezione dalla Glumdalclitch. Se io mi provava ad acchiappare qualcuno
di questi uccelli, mi si rivoltavano bravamente cercando di beccarmi
le dita ch'io nondimeno aveva sempre il giudizio di non esporre di
troppo in tal mio esperimento, dopo del quale gli uccelli stessi se ne
tornavano placidamente, e come se nulla fosse stato, alla loro caccia
d'insetti. Un giorno per altro, provvedutomi d'un buon batacchio, lo
lanciai con sì giusta mira ad un fanello, che lo stramazzai come morto,
onde presolo pel collo con entrambe le mani lo portai in trionfo alla
mia balietta. Ma l'uccello era sol tramortito, sì che riavendosi, mi
percuotea con entrambe le ali maladettamente la testa ed il collo.
Notate ch'io lo teneva alto quant'erano lunghe le mie braccia per paura
de' suoi artigli; e più volte fui lì lì per lasciarlo andare; ma venni
presto levato d'impaccio da uno degli staffieri assegnatine, che, preso
il fanello, gli diede l'ultima stretta di collo, sì che nel giorno
seguente mi fu imbandito al mio desinare per comando della regina. Per
quanto mi ricordo, quell'animaletto era alquanto più grosso di uno dei
nostri cigni.
Le damigelle d'onore invitavano spesse volte nei loro appartamenti la
Glumdalclitch pregandola a portarmi seco per procurarsi il piacere di
guardarmi ed accarezzarmi. Sovente mi mettevano nudo come Dio m'ha
fatto, e mi stendeano per tutta la mia lunghezza entro la capacità
de' loro seni, cosa che mi dava non poco disgusto, perchè per la
giusta verità dalla loro cute emanava un odore niente piacevole.
Non dico questo coll'intenzione di pregiudicare quelle eccellenti
signorine, alle quali professo ogni maniera di rispetto: ma la colpa
era dell'organo del mio odorato più acuto in proporzione della mia
piccolezza; e capisco benissimo che quelle egregie gentildonne non
saranno apparse sgradevoli ai loro amanti, o l'una all'altra di loro,
più di quanto ciò accada fra le miledi della nostra Inghilterra. In
fin dei conti io mi rassegnava anche meglio al loro odor naturale che
a quello artefatto dei profumi de' quali se talvolta esse usavano, io
era sicuro di svenire. Del resto, quanto all'acutezza dell'odorato
che segue la proporzione inversa della grandezza degl'individui,
mi ricorderò sempre d'un mio intrinsico amico di Lilliput, il
quale si prese la libertà di lamentarsi, presente me, del puzzo che
esalava dalla mia cute, allorchè in un giorno estivo io mi era molto
affaticato; e sì fra tutti gl'individui della mia razza credo esser
quello cui si possa meno attribuire una simile imperfezione. Bisogna
dire che la facoltà dell'odorato lilliputtiano fosse dilicata rispetto
a me come lo era in me rispetto ai Brondingnaghesi. In ordine a ciò,
non posso dispensarmi dal rendere una giustizia alla regina ed alla
mia balietta. Sapeano di buono quanto mai possa saperne la più dilicata
damina dell'Inghilterra.
La cosa di cui stentavo più a capacitarmi quando la mia balietta mi
conduceva in visita presso quelle damigelle d'onore, era il vedere
come mi credessero una creatura di stucco, e rispetto a loro credeano
bene, come avrete fra poco il motivo di capirlo. Si mettevano affatto
ignude alla mia presenza, e poichè m'aveano posto in piede su le loro
tavolette, si cavavano la camicia mettendomi in mostra l'intero loro
corpo, che per altro era un vero antidoto contra le tentazioni, e per
questo ho detto che non s'ingannavano nel credermi rispetto a loro
un uomo di stucco. Figuratevi qual cosa deliziosa a vedersi da vicino
quelle loro, non pelli, ma cuoia di tutti i colori, spruzzate qua e là
di nei larghi come un tagliere, irte di folti peli grossi quanto gli
spaghi, per non dir nulla del resto di que' loro fusti. Non si facevano
alcuno scrupolo ad esonerarsi alla mia presenza di quanto aveano
bevuto, si sarà trattato per lo meno del liquido di due botti, entro
pitali della capacità all'incirca di tre tonnellate. La più leggiadra
di quelle damigelle d'onore, una pazzerella fantastica che aveva
appena sedici anni, si prendea lo spasso di mettermi a cavalcione dei
capezzoli delle colossali sue zinne, e di far mille altre stramberie
su le quali mi perdonerà il leggitore se non mi diffondo di più. La
conclusione è ch'io rimasi stomacato al segno di raccomandarmi alla
Glumdalclitch affinchè studiasse qualche pretesto per non condurmi più
da quelle signorine.
Un giorno, un giovine nipote dell'aia della mia balietta venne a
domandar loro se voleano vedere giustiziare un malfattore. Era questi
condannato a morte per avere ucciso un amico di chi faceva questa
proposta. La Glumdalclitch si lasciò indurre ad essere di brigata, per
altro assai contro sua voglia per essere una fanciulla naturalmente
tenerissima di cuore; e quanto a me, benchè io abbia mai sempre
abborrito tal genere di spettacoli, mi lasciai tentare dalla curiosità
di vedere qualche cosa di assai straordinario. Il delinquente era
legato ad una scranna collocata sopra un palco innalzato a tal fine,
ed il carnefice gli troncò la testa d'un colpo con una sciabola lunga
all'incirca quaranta piedi. Le vene e le arterie mandarono un zampillo
sì copioso ed alto di sangue che, sintantochè durò, il gran gitto
d'acqua di Versaglies non era da paragonarsegli. Il capo cadendo sul
tavolato del palco fece tale strepito che diedi in uno scrollo io,
benchè lontano dal luogo dell'esecuzione un buon mezzo miglio inglese.
La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di
mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami
malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare
una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non
sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente
maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse
quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza
avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad
un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua
maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de'
nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza
una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta
esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto
dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe
costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove
metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico
e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di
diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto
Europei.
Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che
postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento,
la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi
io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio.
Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro
divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di
legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo
truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto
sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la
parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella
per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due
servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo,
remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo
alla regina ed alle sue dame che credettero impiegate bene le loro ore
nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva
la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone,
intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando
erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col
fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca
governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo.
Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la
nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si
rasciugasse.
In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita;
perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave,
l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed
a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il
diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione,
mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da
un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo,
non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora
e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la
mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la
balietta a levarmi d'angoscia.
Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua
del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di
non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di
lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale
rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che
quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò
per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza
conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la
persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con
la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro,
e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la
testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua
bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le
proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò
non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in
questa lotta, ed a furia di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a
saltar di nuovo giù della barca.
Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò
da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine.
La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che
andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La
stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte
le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia
gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e
per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando
al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi
qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto
ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter
la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per
altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che
facea qua e là strani salti, finchè finalmente venne vicino alla mia
stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè
faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi
rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia,
ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza
di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente
potuto.
Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare,
nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa
dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia
ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto,
venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo
di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non
lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello
sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò
su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho
veduto praticare ad altre scimie in Europa con qualche gattino. Facendo
io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più
prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni
per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua
specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse
volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi
suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del
gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto
su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie,
poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre
zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto
grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella
povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta
quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale
a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone
che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi
a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra
cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle
sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze,
mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il
ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si
potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel
momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di
quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far
venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo
espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le
cervella.
Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la
scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non
poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare
sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche
tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da
terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o,
siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da
una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia.
Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch,
arrampicatosi fino a quel tetto, e postomi in un borsellino de' suoi
calzoni, mi portò sano e salvo a terra.
Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la
scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un
piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche
sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette
datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in
letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte
mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il
primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La
scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi
animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale
palazzo.
Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli
la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon
pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali
fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una
delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea
somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se
la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito.
Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un
incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa
non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da
altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di
esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà.
Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto
che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi
avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato
pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia
camera. -- «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su
l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione
da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.»
Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria
fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in
dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non
mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad
onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà,
non se ne seppero rattenere; la qual cosa mi condusse a fare una
considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che
s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con
lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse
volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche
spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma,
d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e
mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.
Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per
farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene
dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que'
miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno
che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a
prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia
lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia
cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito
della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi
inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzo di far prova
della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto
fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo
di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad
uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo
fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia
poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa!
Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto
era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove;
quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!
CAPITOLO VI.
Mezzi adoprati dall'autore per rendersi accetto di più al re ed
alla regina. -- Dà prove della sua perizia nella musica. -- Il
re s'informa su lo stato dell'Inghilterra, e ne riceve contezze
dall'autore. -- Osservazioni del re a questo proposito.
Io soleva, una o due volte la settimana, far la mia corte al re
nell'ora del suo levarsi, e spesse volte m'occorse trovarlo sotto il
barbiere, cosa, a dir vero, terribile a prima vista, perchè il rasoio
era almen lungo il doppio di una sciabola comune. Sua maestà, giusta il
costume del paese, non si facea radere più di due volte la settimana.
Un giorno avendo ottenuto dal barbiere che mi desse un poco di quella
saponata, ne trassi fuori quaranta o cinquanta de' più forti peli
della regia barba. Poi, preso un pezzo di legno sottile lo tagliai
come il dosso d'un pettine praticandovi sopra, ad eguale distanza,
diversi buchi con uno spillo, il più piccolo che potei procurarmi
dalla Glumdalclitch; poscia dopo avere col mio coltello piallati
ed assottigliati in punta que' peli, gl'introdussi entro ai forami
con tale arte che me ne riuscì un pettine più che sufficiente; e mi
capitò proprio a tempo, perchè il mio era rotto ne' denti al segno
di non potermene più affatto servire, nè io conosceva lì un artefice
abbastanza abile e preciso nei minuti lavori che potesse fabbricarmene
uno.
Ciò mi fece nascere l'idea d'un intertenimento in cui impiegai molte
delle mie ore d'ozio. Pregai primieramente una cameriera della regina
a salvarmi quanti capelli cadeano dalla testa di sua maestà nel
tempo della sua pettinatura, onde ne misi insieme una buona quantità;
poi, intesomi con quell'amico che fabbricò la mia stanza, e che avea
l'ordine di farmi quante bagattelle avessi potuto desiderare, gli diedi
le necessarie istruzioni affinchè mi allestisse due fusti da seggiola
non più grandi di quelli dell'altre che erano nella mia gabbia;
fattigli indi praticare con una sottile trivella diversi buchi, così
al dorso come al sedile ne' luoghi che gl'indicai, v'intessei entro i
più robusti capelli che potei trascegliere ad imitazione delle sedie
di canna che si usano nell'Inghilterra. Terminate che furono, ne feci
un presente a sua maestà, che si degnò conservarle nel suo gabinetto,
e solea mostrarle a tutti, siccome una rarità, chè in quel paese lo
erano di fatto agli occhi di tutti. La regina avrebbe voluto ad ogni
costo vedermi seduto sopra una di esse, ma io ricusai costantemente
di obbedirla in ciò, e protestai che avrei scelto morir mille volte
prima di mettere quella disonesta parte del mio corpo su quell'augusto
crine che avea splenduto un giorno sul capo di sua maestà. Con altri
di questi capelli (perchè certo genio meccanico l'ho sempre avuto) feci
una piccola borsa da danari, non più lunga di cinque piedi, col nome di
sua maestà intessutovi a lettere d'oro, e col consenso della medesima
maestà sua la donai alla Glumdalclitch. Se per altro si ha a dire la
verità, questa borsa era fatta più per mostrarla che per servirsene,
non essendo di una materia resistente abbastanza per tenervi dentro
monete un po' grosse, onde la mia balietta se ne valse unicamente per
conservarvi alcune fra quelle cianciafruscole di cui più vaghe son le
fanciulle.
Il re, che era un dilettante di musica, dava nella sua corte grandi
accademie, alle quali ho avuto qualche volta l'onore d'intervenire,
perchè mi ci portavano con la mia specie di gabbia che veniva posta
sopra una tavola; ma lo strepito era sì gagliardo che mi ci voleva
non poca fatica a distinguere le note di quell'armonia. Io credo che
se tutte le trombe e i tamburi di un intero esercito di sua maestà
vi battessero e squillassero all'orecchio in una volta, non udireste
un fracasso più fragoroso del romore indiavolato di tale musica.
Tutto il mio studio era tener la mia gabbia più lontano che potea
dall'orchestra, poi chiusi gli usci e le finestre della gabbia stessa,
tirar bene le cortine; ciò fatto la musica stessa non mi parve più
tanto sgraziata.
Io aveva imparato nella mia gioventù a sonare un poco la spinetta.
La Glumdalclitch ne aveva una nella sua stanza, ed un maestro veniva
due volte la settimana ad insegnarle. Io chiamava quello stromento
una spinetta perchè era fatto in circa a somiglianza delle nostre
spinette. Mi saltò il capriccio di divertire la regina sonando una
sinfonia inglese su quello stromento. Ma la cosa appariva estremamente
difficile; si trattava di una spinetta lunga almeno sessanta piedi; e
ciascun tasto era largo un piede a dir poco, di modo che per quanto io
stendessi le braccia, non arrivavano mai a raggiugnere più di cinque
tasti, ed il premerli all'ingiù domandava un sì potente colpo delle mie
dita che avrei fatta una enorme fatica senza costrutto.
Presi pertanto questi espedienti: mi preparai due legni rotondi della
grossezza di due batacchi ordinari, più grossi ad una estremità che
all'altra, la cui punta più grossa io copersi di pelle di sorcio a fine
di non danneggiare le superficie dei tasti picchiando sovr'essi e di
non interrompere il suono. Dinanzi alla spinetta venne posta una panca
più bassa di quattro piedi all'incirca dei tasti, e vi fui collocato
sopra. Scorsi qua e là co' miei bastoncelli più rapidamente che potei
la spinetta, e tanto m'ingegnai che giunsi ad eseguire una giga con
grande soddisfazione delle loro maestà; ma fu questa la maggiore delle
fatiche ch'io abbia mai sopportate in mia vita, e notate ch'io non
arrivava a comprendere co' miei batacchi un'estensione maggiore di
sedici tasti, onde non potei mai riuscire in que' trapassi dal basso
all'acuto soliti a praticarsi dagli altri artisti, il che facea non
lieve torto alla mia esecuzione.
Il re provveduto, come lo ho già notato dianzi, di un eccellente
discernimento, volea di frequente ch'io gli fossi condotto entro la
mia casa portatile e posto su la tavola del suo gabinetto. Allora mi
comandava tirar fuori una delle mie seggiole, che facea collocare sul
tetto della casa stessa, poi mi obbligava a sederci ad una distanza di
quattro braccia da lui, con che io veniva ad essere a livello della sua
faccia. In questo modo io ebbi seco frequenti conversazioni. Un giorno
mi presi la libertà di dirgli che non sembrava cosa conforme allo
squisito descernimento di un tanto monarca qual egli era, il disprezzo
da lui dato a conoscere per l'Europa e pel rimanente del mondo; che la
ragione non si proporziona colla massa de' corpi; che accadeva anzi
il contrario ne' nostri paesi, ove gl'individui di maggior mole sono
d'ordinario più sproveduti di tale facoltà intellettuale; gli dissi ciò
osservarsi anche negli altri animali, citandogli ad esempio le formiche
e le api reputate più industriose d'altri viventi che le superano
straordinariamente in grandezza di corpo: soggiunsi finalmente che per
quanto mi giudicasse cosa da poco, io sperava vivere tanto da rendergli
segnalati servigi.
Il re mi ascoltò con attenzione, e d'indi in poi principiò ad avermi
in maggior credito che non m'avesse mai avuto in passato. Mi pregò
dunque dargli, come avrei potuto meglio, una esatta informazione sul
sistema di governo dell'Inghilterra, perchè, comunque tenerissimi
sieno i principi delle proprie loro costumanze (e congetturava dai miei
precedenti discorsi che tutti gli altri monarchi lo fossero non meno
di lui), pure desiderava udire se ne' miei paesi vi fosse alcun che
meritevole d'imitazione.
Ti lascio pensare, cortese leggitore, se non m'augurai la lingua di un
Demostene o d'un Cicerone per poter celebrare i fasti della diletta mia
patria in uno stile eguale al suo dignitoso e florido stato.
Cominciai la mia relazione dall'informare sua maestà che il dominio
inglese era composto di due isole, le quali formavano tre possenti
monarchie, governate da uno stesso monarca, oltre alle nostre
piantagioni dell'America. Fermatomi a lungo su la fertilità del
nostro suolo e la temperatura del nostro clima, mi estesi indi
nel descrivergli il modo onde l'inglese parlamento è costituito;
formato cioè in parte d'una illustre corporazione, detta camera
dei pari, personaggi di nobilissimo sangue e signori di antichi e
vasti patrimoni. Non tacqui la straordinaria cura posta mai sempre
nell'educar questi agli studi delle lettere ed armi per farli abili
a divenire consiglieri e sostegni del monarca e della monarchia; a
partecipare della legislazione; ad esser membri del supremo tribunale
inappellabile di giustizia e campioni sempre disposti a difendere il
re e la patria col valor loro, con la loro condotta e fedeltà. Che non
dissi per dimostrare che son dessi l'ornamento ed il baloardo dello
stato, degni imitatori dei rinomatissimi loro antenati, e la gloria de'
quali era stata il guiderdone di una virtù da cui non fu mai detto che
degenerassero i loro successori?
Narrai come all'assemblea di que' nobili pari fossero aggiunti parecchi
santi personaggi col titolo di vescovi, il cui principale incarico
era prendersi cura della religione e soprastare a coloro che debbono
in essa ammaestrare il popolo; come tali vescovi fossero dal principe
e da' suoi consiglieri pescati fuori di mezzo all'intera nazione
fra quei sacerdoti che si fossero più segnalati per santità di vita
o per profondità di dottrina; come eglino fossero veramente i padri
spirituali del clero e del popolo.
Gli raccontai come l'altra parte del parlamento consistesse in
un'assemblea, chiamata camera dei comuni, formata tutta de' primari
cittadini in virtù delle loro eminenti abilità e del loro amor
patrio, cerniti e scelti liberamente dal popolo per rappresentare
la saggezza dell'intera nazione. Gli spiegai come da queste due
corporazioni fosse composta la più augusta assemblea dell'Europa, e
come ad esse unitamente col principe sia tutta affidata la legislazione
dell'Inghilterra.
Passai indi in rassegna i tribunali di giustizia, cui presedevano col
titolo di giudici diversi personaggi venerabili per saggezza e degni
interpreti della legge, così per definire le contese su i diritti di
proprietà come per punire il vizio e proteggere l'innocenza. Commemorai
la provida amministrazione del tesoro dello stato ed il valore e
perfetto ordinamento delle nostre milizie terrestri e navali. Esposi
il novero della popolazione contando quanti sieno fra noi i milioni
d'anime spettanti a ciascuna setta religiosa e politica. Nè omisi
veruno de' nostri diporti, o passatempi o verun'altra particolarità
che credessi ridondare ad onore della mia contrada. Terminai questo
quadro con un breve racconto storico degli affari ed avvenimenti
dell'Inghilterra da circa un secolo in qua.
Questo intertenimento non domandò meno di cinque udienze, ciascuna di
più ore, durante le quali il re mi stava attentissimo, ed andava spesse
volte prendendo note su quanto io gli narrava, come memorie di alcuni
particolari su cui si prefiggea chiedermi schiarimenti.
Poichè ebbi terminata la lunga mia narrazione, sua maestà in una sesta
udienza mi propose, dopo avere consultate le sue note, una infinità
di dubbi, domande ed obbiezioni su ciascun articolo della narrazione
medesima. Volea sapere quali metodi venissero adoprati per coltivare le
menti ed addestrare i corpi de' nostri giovani nobili, in che genere
di occupazioni questi impiegassero i primi anni della loro vita, gli
anni cioè più propri all'ammaestramento. Mi domandò come si facesse per
continuare a tener proveduta la camera dei pari quando qualche famiglia
nobile veniva ad estinguersi; quali requisiti fossero necessari ad un
individuo per essere creato lord; se accadesse mai che un capriccio
del principe, una somma di danaro sborsata ad una dama di corte, o
il bisogno d'invigorire una parte contraria al pubblico interesse,
fossero i motivi di simili promozioni. S'informava fin dove que' lordi
conoscessero le leggi del paese, e come fossero pervenuti a conoscerle
tanto da poter decidere in ultima istanza su le vite e proprietà
de' loro concittadini. Mi chiedea se fossero scevri d'avarizia, di
parzialità, o di bisogni a tal segno da non potersi temere che la
promessa d'un donativo o altre sinistre mire prevalessero sopra di
loro.
S'informava in oltre se que' santi personaggi da me portati a cielo
venivano promossi all'alto loro grado per grandi nozioni acquistate
nelle cose religiose e per l'esemplarità della loro vita, o se
piuttosto non si fossero aperta la strada coll'andare a seconda dei
tempi quando furono semplici preti, o col farsi abbietti cappellani di
alcuni nobili, pe' quali continuassero servilmente a parteggiare da che
erano entrati nella camera dei pari.
Voleva indi sapere da me quali arti venissero praticate nelle elezioni
dei deputati di quella camera che gli dissi chiamarsi -dei comuni-;
se uno straniero assai danaroso non avrebbe potuto acquistar tanta
preponderanza sul volgo de' votanti che eleggessero lui a preferenza
o del signore titolare o di qualche notabile personaggio del borgo? Mi
chiedea come accadesse che fossero tanti gli uomini ansiosi di entrare
in quell'assemblea, poichè avea prima sentito da me che il risedervi
portava sì gravi disturbi e spese, talvolta la rovina della famiglia
dell'eletto senza che veruna sorta di stipendio o pensione andasse
annessa alla carica? Parea quasi che la reale sua maestà di Brobdingnag
dubitasse se un tanto eroico sforzo di virtù e di amore del pubblico
bene fosse sincero. Infatti mi domandò se mai que' zelanti gentiluomini
non avessero avuto qualche mira di compensarsi de' loro incomodi col
sagrificare le rendite pubbliche ai disegni di un principe debole e
vizioso concertati d'intelligenza con un ministero corrotto. V'assicuro
io che mi vagliò su questo argomento per tutti i versi, anzi le sue
interrogazioni ed obbiezioni si moltiplicarono tanto che non credo
nemmeno conveniente il ripeterle.
Dietro le informazioni ch'io gli avea date su i nostri tribunali di
giustizia, volle che lo chiarissi su diversi punti; ed io era in ciò
tanto più in grado di appagarlo per essere stato una volta rovinato
dalle spese di una lite che fu decisa in mio favore. Mi domandò quanto
tempo solitamente ci volesse per determinare da che parte stesse il
torto o la ragione, e a quanto sommasse la spesa di una tale disamina?
Se gli avvocati ed oratori avessero la facoltà di perorare cause
manifestamente ingiuste, angarianti ed oppressive? Se si scorgesse
che la setta religiosa o politica professata da un individuo fosse di
qualche peso nella bilancia della giustizia? Se quegli avvocati fossero
istrutti nelle generali nozioni dell'equità, o in quelle meramente
degli usi provinciali, nazionali e locali? Se essi, o i giudici,
avessero parte nel dettare quelle leggi, e si prendessero poi in
appresso la libertà d'interpretarle o comentarle come tornava loro più
comodo? Se fosse mai accaduto che in tempi diversi avessero aringato
pro e contra la medesima causa e citate le opinioni precedenti per
provarne delle affatto contrarie? Se fossero una ricca od una povera
corporazione? Mi chiese soprattutto se si dava mai che un di loro fosse
ammesso membro della camera bassa?
Venuto indi a parlare dell'amministrazione del nostro tesoro, disse
che credea caduta in un grosso abbaglio la mia memoria per aver io
calcolate le nostre tasse a cinque o sei milioni ad un dipresso per
anno; poi quando fui a dargli conto delle spese, osservò che queste
eccedeano talvolta il doppio dell'entrata, perchè su questo particolare
io non aveva omesso di notar nulla, sperando, egli mi dicea, che
le nozioni su la nostra economia gli fossero grandemente utili, e
premendogli quindi di non isbagliarsi ne' suoi calcoli. Se per altro
quanto io gli avea detto era vero, non sapea capacitarsi che un regno
potesse spendere al di là della sua entrata, come può accadere ad uno
spensierato privato. Mi chiese chi fossero i nostri creditori, e dove
trovassimo il danaro per rimborsarli. Gli facea stupore quanto gli
raccontai su le nostre dispendiosissime guerre. Bisognava dire, secondo
lui, o che fossimo una gran popolazione di accattabrighe o che avessimo
di gran cattivi vicini; ai suoi conti i nostri generali dovevano essere
più ricchi dei nostri re. Volle sapere che negozi ci chiamassero fuori
della nostra isola oltre al traffico e al bisogno di difendere le coste
colle nostre flotte? Non si sapea poi dar pace all'udire che, essendo
noi un popolo libero, abbiamo un esercito mercenario stabile in tempo
di pace. «Se avete, mi diceva, un governo di vostro consenso nelle
persone de' vostri rappresentanti, di che cosa avete paura, o contra
chi volete combattere? Ditemi un poco se un privato si creda meglio
difeso da sè, dai suoi figli e dalla sua famiglia, o da una mezza
dozzina di cialtroni, presi su alla ventura sopra le strade per poco
salario, ed i quali guadagnerebbero mille volte di più tagliandogli le
canne della gola?»
Rise su la mia aritmetica veramente originale, egli si degnò chiamarla
così, perchè nel calcolare la nostra popolazione io teneva un conto
a parte delle diverse sette religiose e politiche. «Io non vedo,
soggiugneva, un motivo perchè chi ha opinioni contrarie a quanto si
crede pubblico interesse, debba essere obbligato a cangiarle o non
piuttosto a tenerle nascoste. Il volere la prima cosa sarebbe una
tirannia in qualunque governo, ma il non pretendere la seconda è
debolezza, perchè si può ben permettere ad un uomo l'aver veleni nel
cassetto del suo armadio, ma non il venderli attorno come cordiali».
Notò che fra i divertimenti de' nostri nobili io avea commemorato
il giuoco; onde mi chiese a quale età d'ordinario cominciasse questa
inclinazione, a quale venisse dismessa; quanto tempo della giornata
ci fosse impiegato; se mai questa passione diveniva forte al segno
d'intaccare le loro sostanze, se non potesse succedere che la viziosa
plebaglia arrivasse con le male arti della baratteria a salire in
grande ricchezza, qualche volta a tenere sotto la sua dipendenza i veri
nobili, ad abituarli alle triste compagnie, a corrompere que' principii
d'onore che pur fossero nelle loro menti, e a poco a poco a furia
di perdite, costrignerli ad imparare il mestiere infame che gli ha
rovinati, ed a praticarlo a propria volta su d'altri.
Il suo stupore non ebbe confine dopo il racconto storico ch'io gli feci
dei nostri affari durante il secolo scorso (il decimosettimo); egli
giurava di non vederci altro che un ammasso di congiure, ribellioni,
assassinii, stragi, rivoluzioni, bandi, tutto il peggio che possono
fare l'avarizia, il monipolio, l'ipocrisia, la perfidia, la crudeltà,
la ferocia, la demenza, l'astio, l'invidia, la libidine, la malizia e
l'ambizione.
In una successiva udienza, sua maestà non senza qualche fatica
riepilogò tutte le cose ch'io gli avea narrate, ed istituì un confronto
tra le interrogazioni fattemi e le mie risposte; indi presomi fra le
mani e dopo avermi gentilmente accarezzato, venne fuori con questa
conclusione che non dimenticherò mai, come non dimenticherò mai
l'accento col quale fu pronunziata:
«Mio piccolo amico Grildrig, voi avete fatto un ammirabile panegirico
del vostro paese; voi avete provato all'evidenza che l'ignoranza,
l'ozio ed il vizio sono i requisiti i più acconci a qualificare un
legislatore; che gli uomini più atti a dilucidare, interpretare ed
applicare le leggi sono quegli stessi, la cui abilità, il cui interesse
consistono nel pervertirle, confonderle e deluderle. Vedo tra voi
alcune linee di una istituzione che in origine può essere stata
tollerabile, ma quelle linee sono per metà cancellate, il restante
affatto imbrattato, deturpato dalla corruttela. Non si vede da tutto
quanto avete detto che ci voglia la menoma sorta di onorevole qualità
per meritarsi fra voi altri una posizione distinta, molto meno che gli
uomini sieno nobilitati dalla virtù; non che i vostri ecclesiastici
avanzino nelle dignità per merito della loro pietà o dottrina; non
gli uomini di guerra per quello del loro valore o della loro buona
condotta; non i giudici per la loro integrità, non i membri del
parlamento per amore che portino alla loro patria, non i consiglieri
per la loro saggezza. Circa a voi, continuò il re, che avete impiegata
la maggior parte della vostra vita viaggiando, inclino a sperare che
possiate avere evitati sin qui i vizi del vostro paese. Ma da quanto
ho raccolto dalla vostra informazione e dalle risposte che a grande
stento vi ho strappate di bocca, son costretto dedurre una gran trista
conclusione; ed è che i vostri nativi, presi un per l'altro, sono il
più pernicioso branco di tutti gl'insetti cui la natura ha dato licenza
di strisciarsi sopra la terra».
CAPITOLO VII.
Amor di patria dell'autore. -- Proposta vantaggiosissima da lui
fatta al re e da questo rifiutata. -- Grande ignoranza del re in
cose di politica. -- Dottrine di questo paese assai imperfette e
limitate. -- Leggi, affari militari, fazioni.
L'amore in me estremo della verità mi ha sol rattenuto dal palliare
quella parte di mia storia che si legge nel precedente capitolo.
Era inutile dal canto mio il manifestare un risentimento; sarebbe
stato messo in canzone; onde mi convenne starmene quieto e rassegnato
all'udire sì mal menato e trattato oltraggiosamente il mio diletto
paese. Io fui realmente accorato, come debb'esserlo stato ciascuno
de' miei leggitori, al vedermi nella necessità di entrare in simili
propositi. Ma tanta fu la curiosità manifestatami dal principe,
tanta la sua insistenza, che non si conciliava più nè co' riguardi
della gratitudine nè con quelli della buon creanza il non appagare,
fin dove per me si potea, le sue voglie. Devo per altro dire a mia
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