Più è il fango, men disagio
Soffri nel tuo naufragio.
-The more dirt,-
-The less hurt.-
L'uomo caduto si levò quasi contento della sua caduta, perchè amava
anch'egli i proverbi, e si maravigliava di non aver mai udito questo,
che in realtà il decano aveva improvvisato opportunamente in quel
momento. Swift si dilettava ancora di comporre adagi rimati; il suo
giornale a Stella prova come a tutte le menome occasioni avesse pronta
la rima.
Fu sollecito oltre ogni dire dell'esterna mondezza, sollecitudine che
portò sino allo scrupolo; amava grandemente gli esercizi della persona,
massime il camminare a piedi. I moderni nostri camminatori riderebbero
della scommessa ch'egli fece di andare a piedi a Chester, facendo dieci
miglia per giorno (un viaggio di circa dugento miglia); non è men vero
che, a quanto si crede, Swift faceva troppo esercizio, e che la sua
salute ne soffriva. Era assai buon cavallerizzo, cavalcava molto, e
s'intendea di cavalli; scelse questo nobile animale per farne l'emblema
del merito morale sotto il nome di -houyhnhnm-. Swift sollecitava le
persone alle quali era affezionato, singolarmente Stella e Vanessa,
a far molto esercizio; a queste ne faceva pressochè un dovere. Non vi
è quasi una sola delle sue lettere, nella quale non finisca parlando
dell'esercizio del corpo come di cosa essenziale alla propria salute,
che rendevano sì incerta la sordità e gli svenimenti cui andava
soggetto. Il suo fisico soffriva d'un'affezione scrofolosa, che
precipitò forse il disordinamento della sua mente, benchè ne sia stato
immediata cagione un dilatamento di serosità al cervello, come rimase
comprovato nella sezione del suo cadavere.
La beneficenza del decano si manifestava con atti superiori d'assai
alla carità ordinaria. Portava sempre con sè una certa somma ripartita
in diverse qualità di monete per distribuirle proporzionatamente
a coloro che gli sembrassero meritevoli di soccorso; chè il suo
grande scopo era quello di aiutare i veri bisognosi senza esporsi
possibilmente al rischio di essere ingannato dalla infingardaggine.
Scrisse parecchi trattati su questi argomenti.
Veniva ricevuto per ogni dove con contrassegni del più profondo
rispetto, e solea dire che avrebbe bisognato istituire una colletta
per mantenerlo di cappelli, perchè i suoi erano frusti in un attimo
a furia di restituire i saluti che gli venivano fatti. Una volta fece
una prova assai gaia della fede che il pubblico prestava ad ogni suo
detto. Si era unita una grande folla attorno al suo decanato per vedere
un'eclissi. Swift, importunato dallo strepito, fece dire a quella gente
che per ordine del decano di San Patrizio l'eclissi veniva differita.
Un tale annunzio straordinario fu accolto sul serio, e la calca
immantinente si dissipò.
Considerato Swift quale scrittore, il suo carattere presenta tre
notabili particolarità. La prima (qualità che lo distingue, e che
ben di rado è stata accordata, almeno dai suoi contemporanei, ad un
autore), è l'originalità. Il medesimo Johnson confessa non esservi
stato forse un solo autore che abbia sì poco accattato dagli altri,
siccome Swift, e che per conseguenza abbia altrettanti diritti
ad essere considerato originale. Non era infatti stata pubblicata
verun'opera che potesse servir di modello a Swift, e le poche idee da
lui tolte ad altri son divenute sue per l'impronta che loro ha dato.
La seconda particolarità che abbiamo già fatta notare, si è l'assoluta
indifferenza per la rinomanza letteraria. Swift si valea della sua
penna come un volgare artigiano degli stromenti del proprio mestiere
senza dar loro una grande importanza. Swift potea bene sentir ansia
sul successo dei suoi ragionamenti, irritarsi delle contradizioni,
prendersela contra gli avversari che facevano guerra ai suoi principii,
e volevano impedirgli di raggiungere la meta cui aspirava, ma in ogni
occasione mostrò pel buon successo dei propri scritti una indifferenza
che presentava tutti i caratteri della sincerità. La non curanza
con cui li lanciava nel mondo, il velo d'anonimo che cercava sempre
di conservare, l'abbandono dei guadagni che potevano derivargliene,
dimostrano com'egli disdegnasse il mestiere d'autore di professione.
La terza singolarità dalla quale andava contraddistinto il carattere
letterario di Swift si è che, eccetto la storia, non si è mai provato
in veruno stile di componimento, senza riuscirci. Ognuno comprende
ch'io non intendo ora parlare d'alcuni saggi pindarici o de' suoi
versi latini, cose di troppo lieve importanza, perchè se ne tenga
qui un conto. Certamente si può dar la taccia di frivola o di assai
volgare alla maniera onde talvolta ha messo in opera il suo talento:
pure i suoi versi anglo-latini, i suoi enigmi, le sue descrizioni
poco dilicate, le sue violenti satire politiche sono nel loro genere
perfette altrettanto quanto lo comporta il soggetto, e lasciano l'unico
rincrescimento di non vedere un sì bel genio impiegato nel trattare
argomenti più nobili.
Nella finzione egli possedeva in supremo grado l'arte della
verisimiglianza, o come lo abbiamo osservato nei -Viaggi di Gulliver-,
l'arte di pignere e sostenere un carattere fittizio in tutti i luoghi
ed in tutte le circostanze. Una gran parte di questo secreto consiste
nell'esattezza dei piccioli fatti staccati che formano siccome il
prologo o, per così esprimerci, la sinfonia di una storia raccontata da
un testimonio oculare. Tali sono le cose che direbbesi non interessar
vivamente altri fuor del narratore. Son queste la palla d'archibuso che
fischia all'orecchio del soldato, e fa più impressione in lui di tutta
l'artiglieria che di poi non ha cessato di tuonare durante l'intera
battaglia. Ma per uno spettatore posto in distanza tutte quelle prime
minuzie vanno perdute nel corso generale degli avvenimenti. Ci voleva
tutto il discernimento di Swift o di De Foe, autore del -Robinson
Crusoè- e delle -Memorie d'un soldato di cavalleria-, per afferrare
i minuti incidenti atti a fare impressione su lo spettatore che la
levatura del suo ingegno e della sua educazione non hanno assuefatto
a comprendere le cose sotto un aspetto di generalità. L'ingegnoso
autore della -Storia della finzione-, il signor Dunlop, mi ha preceduto
nel paralello ch'io mi era prefisso d'istituire tra il romanzo
di -Gulliver- e quello di -Robinson Crusoè-. Mi gioverò delle sue
espressioni che rendono le mie proprie idee.
Dopo avere dispiegata la sua proposizione dimostrando come Robinson
Crusoè renda verisimile il suo racconto d'una tempesta, «quei minuti
particolari (egli dice) ne portano a credere tutto il resto della
narrazione. Niuno s'immagina che il narratore avesse fatto menzione di
simili bagattelle se non fossero state vere. Queste medesime bagattelle
sono da notarsi nei -Viaggi di Gulliver-; ne guidano in parte a credere
i racconti meno probabili.»
Niuno ha mai revocato in dubbio il genio di De Foe, ma non era gran
fatto estesa la sfera delle sue cognizioni: donde procede che la sua
immaginazione non ha potuto creare al di là d'uno o due eroi delle
sue finzioni: un marinaio ordinario come Robinson Crusoè, un soldato
grossolano come il suo soldato di cavalleria, alcuni cialtroni di bassa
condizione come alcuni altri personaggi fittizi, ecco le sole parti che
l'estensione delle sue cognizioni gli permetteva di far comparire su la
scena. Egli si è precisamente trovato nel caso dello stregone indiano,
la cui virtù magica non va più oltre dell'aiutarlo a trasformarsi in
due o tre animali. Swift è il -dervis persiano- che ha la potestà di
far passare la sua anima nel corpo ove le piace trasmigrare, di vedere
cogli occhi del nuovo corpo, d'adoperarne gli organi, d'impadronirsi
perfino dell'intelletto che lo animava. -Lemuel Gulliver, l'astrologo
Isacco Bickerstaff, il Francese che scrive il nuovo viaggio a Parigi,
mistress Harris, Maria la cuciniera, l'Uomo che con l'intenzione di
sollevare i poveri, divisa di mangiare i loro figli, il violento
politico Whig che fa rimostranze su le insegne di Dublino-, son
personaggi disparati fra loro altrettanto quanto appariscono esserlo
col decano di San Patrizio. Ciascuno serba il proprio carattere,
ciascuno si move nella sua propria sfera, sempre colpito da quelle
circostanze che la sua posizione sociale o la sua maniera di vedere gli
hanno rese più interessanti come individuo.
La proposizione che ho stabilita su l'arte di dare verisimiglianza
ad un racconto immaginario, trova il suo corollario nel principio
medesimo. Giova che minute circostanze facciano impressione su lo
spirito del narratore ed usurpino una certa parte del suo racconto,
e giova ad un tempo che circostanze più importanti di propria natura
conciliino solo in parte la sua attenzione, o in altri termini, così
in un racconto, come in un quadro, vi è una lontananza ed un primo
piano; e la scala visuale degli oggetti decresce a proporzione del loro
allontanarsi da chi li racconta. Nè in ciò è men notabile l'arte di
Swift; Gulliver racconta d'una maniera più vaga le cose giunte per voce
d'altri al suo orecchio che non quelle di cui vuol far credere d'essere
stato testimonio egli stesso. Non trovate qui come negli altri viaggi
ai paesi d'utopia, un quadro esatto del governo e delle leggi di quelle
contrade, ma le nozioni generali che un viaggiatore curioso cerca
procacciarsi nell'intervallo di alcuni mesi del suo soggiorno fra gli
stranieri. In somma il narratore è il centro, il grande organo della
storia; non racconta fatti che le circostanze non gli abbiano permesso
di osservare, ma non ne omette veruno, le cui circostanze connettendosi
a dirittura con lui lo rendano importante ai suoi occhi.
Le principali opere in prosa di Swift sono le -Fole (Tales of a
tub)-, il -Viaggio di Gulliver-, le -Lettere del Pannaiuolo-; le
migliori in versi sono il -Club della legione-, -Cadeno e Vanessa-,
poema, la -Rapsodia su la poesia-. Alcune di queste traggono in
molta parte il loro vezzo dalle circostanze che le inspirarono
all'autore e dalla natura dei tempi in cui vennero pubblicate.
Fra le molte e notabili produzioni di questo autore che Voltaire
chiama il Rabelais dell'Inghilterra, il -Gulliver- è l'opera meglio
destinata a vivere presso la posterità. È per altro giustizia
il dire che un'opera di tanta levatura basta di per sè sola a
stabilire una rinomanza.
VIAGGI DI GULLIVER
L'EDITORE AI LEGGITORI.
L'autore di questi viaggi, il signor Samuel Gulliver, è mio antico ed
intimo amico; anzi vi è qualche parentela fra noi dal lato di madre.
Circa tre anni fa, lo stesso signor Gulliver, noiato dalla folla di
tanti curiosi che andavano a visitarlo nella sua casa di Redriff, fece
acquisto di un podere cui era annessa una conveniente casa, presso
Newark, nella contea di Nottingham, paese ov'è nato; quivi or conduce
vita ritirata, benchè lo tengano in molta considerazione i suoi vicini.
Se bene sia nato, come vi ho detto, nella contea di Nottingham, ove
dimorava suo padre, io per altro ho udito raccontare dal medesimo
signor Gulliver che la sua famiglia procedeva in origine dalla contea
di Oxford; e ciò si combina coi molti sepolcri e monumenti d'individui
di questo casato che ho veduti a Baubury ov'è il cimitero della contea.
Prima di partirsi da Redriff, depositò in mia mano gli scritti che
leggerete, lasciandomi la piena facoltà di disporne come avrei creduto
opportuno. Gli ho letti diligentemente per ben tre volte: semplice
e piano me ne è parso lo stile, nè vi ho trovato altro difetto fuor
quello che l'autore, secondo il solito dei viaggiatori, particolarizza
troppo i suoi racconti. Di mezzo ad essi trapela una grande apparenza
di verità; e realmente l'autore è sì conosciuto per la sua veracità,
che ogni qual volta sia occorso autenticare un fatto presso quei di
Redriff, è passato in proverbio il dire: «La cosa è vera come se il
signor Gulliver l'avesse narrata».
Non senza aver prima consultato più d'un degno personaggio, cui il
signor Gulliver mi ha permesso comunicare tal manoscritto, m'avventuro
darlo alla pubblica luce, nella speranza che possa, almeno per qualche
tempo, offrire alla nobile nostra gioventù un intertenimento migliore
di quanto essa può aspettarsene dai soliti libercoli ove non si parla
d'altro che di politica e di fazioni.
Questa edizione sarebbe riuscita voluminosa almeno dodici volte di
più, se non mi fossi presa la libertà di stralciare dall'originale una
farragine di tratti che si riferiscono ai venti ed alle maree, alla
direzione e variazione delle coste nei singoli viaggi, o che contengono
minute descrizioni del modo di governare i bastimenti al sopravvenire
della burrasca, genere di rinfresco che i viaggiatori marittimi
non vi risparmiano mai, così pure i ragguagli delle longitudini e
delle latitudini; del qual mio arbitrio ho ben paura che il signor
Gulliver non si chiami molto contento; ma venuto nella determinazione
di pubblicare questi viaggi, io doveva anche studiarmi d'adattarli
all'intelligenza del maggior numero de' miei leggitori. Nondimeno, se
la mia ignoranza, in quanto concerne affari di mare, mi è stata cagione
di cadere, nel far tali stralci, in qualche sproposito, me ne prendo
io, com'è ben giusto, tutta la colpa; e se qualcuno della professione
avesse la curiosità di esaminare in grande tutta l'opera quale uscì
dalle mani dell'autore, m'offro pronto ad appagar la sua brama.
Quanto agli altri particolari che riguardano personalmente l'autore, i
leggitori potranno tosto conoscerli dalle prime pagine di questo libro.
RICCARDO SYMPSON.
PARTE PRIMA
VIAGGIO A LILLIPUT
CAPITOLO I.
L'autore dà qualche notizia di sè medesimo e della sua famiglia.
-- Prime cagioni che lo invogliarono di viaggiare il mondo. --
Naufragio e vita salvata a nuoto. Tocca sano e salvo la spiaggia
a Lilliput; fatto prigioniero, è condotto attorno per quel paese.
Mio padre era un picciolo possidente della contea di Nottingham; fui
il terzo de' suoi cinque figli. Mi pose, ch'io avea quattordici anni,
nel collegio Emmanuele di Cambridge, ove rimasi tre anni, applicandomi
seriamente ai miei studi; ma il peso di mantenermi, benchè m'avesse
fatto un ben magro assegnamento, essendogli tuttavia greve, atteso lo
scarso suo patrimonio, fui costretto entrare qual novizio di chirurgia
sotto il magistero del signor Giacomo Bates, esimio professore
di quest'arte in Londra; presso il quale rimasi quattro anni. In
questo intervallo, mio padre mi spediva a quando a quando qualche
po' di danaro ch'io spesi nell'imparare la nautica e diverse parti
delle scienze matematiche, utili grandemente a chi vuole imprendere
navigazioni, giacchè ho sempre creduto che, una volta o l'altra, sarei
chiamato dal mio destino su questa carriera. Licenziatomi dal signor
Bates, tornai a trovare mio padre; e coll'assistenza di lui, del mio
zio Giovanni e d'alcuni altri parenti, misi insieme quaranta lire
sterline oltre alla promessa di altre trenta ogn'anno per mantenermi a
Leida. In questa università mi dedicai per due anni e sette mesi alla
fisica, ben comprendendo come tale scienza mi sarebbe stata di grande
sussidio nel far lunghi viaggi.
Appena tornato da Leida, il mio buon maestro signor Bates mi raccomandò
perchè fossi ammesso in qualità di chirurgo nel vascello La Rondine,
comandato dal capitano Abramo Pannel, con cui rimasi tre anni e mezzo,
facendo seco un viaggio o due nel Levante ed in altre parti. Tornato
addietro, risolvei stabilirmi in Londra, al che mi confortò il detto
maestro mio, signor Bates, procurandomi con le sue raccomandazioni più
d'una clientela. Preso un appartamento in una piccola casa posta in
Jewry Vecchia, mi pesò il celibato, onde mi sposai con mistriss Maria
Burton, seconda figlia del signor Edmondo, calzettaio, conosciuto
con tal cognome in contrada Newgate, e ne conseguii una dote di
quattrocento sterlini.
Sfortunatamente venne a morire due anni appresso il mio buon maestro
Bates: onde, avendo io pochi amici, le clientele principiarono a
mancarmi; tanto più che la mia coscienza ci avrebbe patito se per
amor di guadagno avessi voluto darmi alle male ciarlatanesche pratiche
d'alcuni miei colleghi. Consigliatomi pertanto con mia moglie e qualche
mio conoscente, presi la determinazione di mettermi nuovamente al mare.
Chirurgo successivamente in due vascelli, feci per sei anni diversi
viaggi in tal qualità alle Indie orientali ed occidentali, dond'ebbe
qualche miglioramento la mia condizione. A bordo impiegava le mie
ore di libertà nel leggere i migliori autori antichi e moderni (chè
andai sempre proveduto d'una suppellettile abbondante di libri); su
le spiagge, nello studiare le usanze e l'indole dei diversi popoli, e
nell'impararne le lingue in che riuscivo con grande facilità, siccome
dotato di una tenace memoria.
L'ultimo di questi viaggi per altro non fu gran che fortunato, onde
credei d'averne abbastanza di mare, e feci proposito di rimanermene
a casa con mia moglie e la mia famiglia. Venuto via da Jewry Vecchia
andai a stare di casa in contrada Fetter, poi al Wapping, sperando
trovar faccende fra que' marinai; ma nemmeno lì ci vidi il mio conto.
Dopo essere rimasto tre anni nella speranza che le cose prendessero
miglior piega, dovei buttarmi all'acqua di nuovo, ed accettai
un'offerta fattami del capitano Guglielmo Prichard, comandante
dell'Antilopa, che era in procinto di fare un viaggio all'Oceano
australe. Salpammo da Bristol ai 4 di maggio del 1699, ed avemmo su le
prime un viaggio assai prospero.
Non ci sarebbe forse il prezzo dell'opera se io incomodassi il mio
leggitore, raccontandogli i particolari delle nostre avventure su
quei mari: basti l'informarlo che nel nostro tragetto di li all'Indie
orientali una violenta burrasca ci trasportò a maestro (nord-owest)
della terra Van-Diemen, ad una latitudine, come apparve dalle nostre
osservazioni, di 30 gradi, minuti 2 ad ostro. Dodici di noi erano
morti per effetto delle immoderate fatiche e del cattivo nutrimento;
si trovavano tutt'altro che in buona condizione i sopravvissuti. Ai 5
novembre, che è il principio della state in que' climi, era sì nebbiosa
la giornata che i piloti s'avvidero di uno scoglio sol quando il
vascello ne fu lontano di un mezzo tratto di gomona, ed il vento era sì
gagliardo che ne spinse irremissibilmente a rompere contro di esso. Sei
della brigata, ed io ne fui uno, lanciata la scialuppa nel mare, fecero
con essa una giravolta onde liberarsi e dallo scoglio e dal bastimento
andatovi addosso. Remigammo per circa tre leghe, secondo i miei
computi, finchè già mezzo morti dalle fatiche e dai disagi sofferti
nel bastimento, non fummo più buoni di durarla in questo lavoro. Ci
abbandonammo pertanto alla discrezione dell'onde, nè passò mezz'ora
che la scialuppa fu volta di sotto in su da un subitaneo buffo di vento
settentrionale.
Che cosa divenisse de' miei compagni della scialuppa, o di quelli
che poterono aggrapparsi allo scoglio, non ve lo so dire; ma dovetti
crederli tutti periti. Quanto a me, mi diedi a nuotare verso dove mi
dirigeva la fortuna, e lasciandomi spignere dal vento e dalla marea,
spesse volte mi sono lasciato andare le gambe all'ingiù, ma senza
trovare mai fondo. Sol quando fui quasi spedito, nè ero più abile ad
aiutarmi da me in alcun modo, sentii che il mio piede toccava la terra;
e da quel momento la burrasca aveva cominciato a calmarsi tanto ch'io
era padrone di tenercelo senza lasciarmi trasportare dai marosi. Il
declivo della spiaggia era sì tenue che dovei camminare circa un miglio
prima di raggiugnerla, e quando ci fui, saranno state, secondo le mie
congetture, le otto all'incirca della sera.
Andai innanzi quasi un mezzo miglio senza scoprire alcun vestigio di
abitanti o di case; o certo, se v'erano, non me ne accôrsi, tanto la
prostrazione assoluta del mio corpo m'avea ridotto a tristo partito.
Alla stanchezza ed al caldo della stagione aggiugnete che io aveva
in corpo quasi un boccale e mezzo d'acquavite, bevuta nel bastimento
all'atto del licenziarmene, e crederete che tutte queste combinate
circostanze mi resero molto proclive al sonno. Mi coricai dunque su
l'erba che era cortissima, pur fitta e soffice assai, ove diedi la più
profonda dormita ch'io mi ricordi avere mai fatta in mia vita, e che ha
ad essere durata circa nove ore, perchè quando mi svegliai, cominciava
appunto a vedersi il giorno.
Feci per alzarmi, ma non fui capace di movermi, perchè, essendomi
occorso d'addormentarmi supino, mi trovai tutt'a due le braccia e le
gambe attaccate con forti legami al terreno; ed alla mia capellatura
assai lunga e folta era stato praticato lo stesso servigio. Sentii nel
tempo stesso che alcune sottili funicelle mi legavano tutto il corpo
dalle ascelle fino alle cosce. Io non potea guardar altro che all'insù,
ed il sole cominciava a scottare e la sua luce ad incomodarmi gli
occhi. Io udivo un confuso bisbiglio d'intorno a me; ma nella postura
in cui giacevo non mi era dato vedere altra cosa che il firmamento.
Di lì a poco sentii alcun che di vivo moversi su la mia gamba sinistra,
e che avanzandosi gentilmente sul mio petto mi montò quasi sul mento.
Chinando gli occhi all'ingiù quanto potei con la mia testa, fatta
immobile dalle legature, vidi che quel vivente era una creaturina
umana, non alta sei dita, con proporzionato arco e con proporzionate
frecce nelle mani ed il suo turcassino dietro le spalle. In questo
mezzo sentii circa un'altra quarantina d'esseri della medesima specie
(tali almeno li congetturai) che venivano dietro al primo.
Vi lascio immaginare se rimasi attonito. Misi un sì forte grido che
tutti si diedero spaventati alla fuga; anzi alcuni di loro (questo
poi l'ho saputo dopo) si fecero male nel saltar giù dai miei fianchi
per far più presto. Ciò non ostante tornarono quasi subito, e un di
loro arrischiatosi al punto di fisare e squadrare i miei lineamenti,
sollevò gli occhi e le mani in atto di ammirazione, e sclamò con voce
strillante ma distinta: -Hekina degul!- esclamazione che gli altri
ripeterono a coro parecchie volte, senza che certamente io capissi
allora che cosa si volessero dire.
Rimasi tutto questo tempo, ed il leggitore me lo crederà facilmente,
in uno stato di grande agitazione; finalmente a furia di sforzi per
mettermi in libertà, ebbi la fortuna di rompere le cordicelle che mi
strignevano attorno la vita e di staccare dal suolo le caviglie che
tenevano legato il mio braccio sinistro. Allora, portandomi alla faccia
questo braccio, potei capire la meccanica di cui si erano valsi per
legarmi a quel modo, e nel medesimo tempo con una violenta strappata,
che mi produsse tutt'altro che gusto, arrivai ad allentare i legamenti
che attaccavano i miei capelli al terreno, ciò che mi diede abilità
quanta bastava per dare alla mia testa una voltata di circa due dita.
Ma quelle creature tornarono a fuggire dal mio corpo prima che potessi
acchiapparne una sola.
In questa, udii un nuovo grido stridulo oltre ogni dire, dietro cui uno
di que' campioni profferì ad alta voce queste parole: -Tolgo phonac-,
ed in un subito sentii volar su di me la scarica d'un centinaio di
frecce che cadute su la mia mano sinistra la forarono come altrettanti
aghi da cucire. Poi, senza darmi tregua, scoccarono all'aria una folata
di dardi, come facciamo noi colle bombe in Europa, alcuni de' quali
caddero, suppongo, sul mio corpo, ancorchè io non li sentissi grazie
ai miei panni: ed altri su la mia faccia che mi copersi con la mano
destra. Cessata questa pioggia d'armi da lancio, misi un gemito di
dolore, poi voleva far gli ultimi sforzi per isciogliermi, ma que'
signorini non me ne diedero il tempo, chè mi mandarono addosso una
rugiada di quelle galanterie, copiosa più della prima, anzi alcuni
si arrischiarono a tribolarmi i fianchi con le loro aste; ma per
buona sorte li riparava la mia casacca di cuoio di bufalo, onde non
riuscirono a trafiggerli. Credei quindi che il più saggio partito per
me fosse lo starmene quieto per allora; e divisai starci fino alla
notte, durante la quale, avendo la mano destra già in libertà, non
mi sarebbe stato difficile far libero il resto della mia persona; chè
poi, in piedi una volta, io mi giudicava un competitore bastantemente
gagliardo per un intero de' loro eserciti, se pure ciascun soldato era
dello stesso calibro di quello che venne a trovarmi la prima volta. Ma
il destino dispose altrimenti di me.
Poichè quella popolazione si fu accorta che io mi era messo quieto,
non mi vennero scaricate addosso altre frecce; ma dallo strepito che io
udiva, capii che cresceva sempre di numero, e ad una distanza di circa
quattro braccia, rimpetto al mio orecchio destro, udii per una buon'ora
continua un picchiamento come di gente intenta ad una fabbrica.
Arrivato, sin quanto me lo permettevano le caviglie conficcate in terra
e le mie legature, a voltare il capo da quella banda, vidi un palco
alto all'incirca un piede e mezzo da terra, capace di contenere quattro
di quegli abitanti, con due o tre scale a mano per salirvi; dalla
quale tribuna un di loro, che all'aspetto pareva un personaggio di
distinzione, mi tenne un lungo discorso di cui non intesi una sillaba.
Avrei dovuto premettere che quel personaggio principale, prima di
cominciare la sua concione, gridò forte per tre volte: -Langro dehul
san- (e queste parole e le precedenti mi furono in appresso ripetute
e spiegate). Non appena furono profferite, ebbi presso di me una
cinquantina di quei nativi, che tagliò la cordicella da cui era reso
immobile il lato sinistro del mio capo, ond'ebbi la libertà di voltarlo
a destra e di contemplare la persona ed i gesti dell'oratore. Parvemi
fosse di mezza età e più alto dei tre altri; un de' quali era un paggio
del corteggio, un po' più lungo del mio dito di mezzo, collocato fra
due che gli servivano di braccieri. Egli adempì tutte le incombenze di
un oratore, perchè mi parve notare nella sua aringa molti periodi di
minaccia, ma molt'altri ancora di promesse, di compassione e persino di
cortesia.
Risposi in pochi cenni, ma d'una guisa la più sommessa, sollevando la
mia mano sinistra ed entrambi gli occhi al sole, come chiamandolo in
testimonio della mia sincerità. Ma c'era un'altra cosa: io mi sentiva
morto di fame, che non avevo preso un morsello di cibo fin da più ore
prima di abbandonare il bastimento, e questo bisogno della natura era
sì imperioso, che non potei starmi dal far conoscere il mio mal essere
(anche a costo di mancare alle strette regole dell'etichetta), col
cacciarmi sovente le dita in bocca per dar a capire la mia necessità di
mangiare. L'-hurgo- (così viene colà denominato un gran personaggio,
come seppi da poi) mi comprese ottimamente. Sceso dalla sua tribuna,
ordinò s'appoggiassero ai miei fianchi diverse scale, su cui salì un
centinaio circa di que' nativi, i quali presero la via della mia bocca,
carichi di canestri pieni di vivande, che il re aveva fatte preparare e
mandar qui alla prima notizia del mio arrivo su quella spiaggia. Notai
che erano composte di carni d'animali diversi, ma al palato non potei
distinguerne le specie. Vi erano spalle, piedi e lombi come quelli di
castrato, cucinati a perfezione, ma più piccioli di un'ala di lodola.
Io ne mangiava due o tre in un boccone, e ad una volta con essi tre
pagnotte, grosse ciascuna come una palla di moschetto. Mi rinovarono
questa provista il più presto che poterono, dando mille segni di
stupore e sbalordimento all'enormità della mia mole e del mio appetito.
Indicai allora per cenni un altro bisogno: quello di bere. A
proporzione di quello ch'io aveva mangiato, capirono che una piccola
quantità di vino non mi sarebbe bastata; ed essendo creature di molto
ingegno, fecero con gran destrezza salir su' miei fianchi una delle
più ampie botti, e, ruzzolatala verso la mia mano, ne tirarono fuori
la cannella. Ne bevei tutto il liquido in una sorsata, perchè la botte
non arrivava a contenere un mezzo boccale di vino, della natura del
mezzo borgogna, ma più delizioso d'assai. Fecero arrivarmi una seconda
botte che mi tracannai nella stessa maniera, poi feci segni per nuovo
vino, ma non ne avevano lì altro da darmi. Terminate che ebbi queste
meraviglie, misero grida e salti di gioia sopra il mio corpo, ripetendo
più volte quelle parole della prima volta: -Hekinah degul!- Allora mi
fecero segno di gettar giù le due botti, raccomandando per prima cosa
ai passeggeri di tirarsi da banda e gridando forte: -Borach mevolah-;
poi quando videro le botti in aria, fu un grido universale: -Hekinah
degul!-
[Illustration:ill:012b.jpg]
Confesso che mentre costoro passeggiavano così in lungo ed in largo
sopra il mio corpo, mi era venuta più d'una volta la tentazione di
agguantarne con la mia mano sinistra una quarantina o una cinquantina
dei primi che mi fossero venuti a tiro e batterli contro al terreno. Ma
la ricordanza di quanto io aveva sofferto, nè forse era il peggio che
avessero potuto farmi in quella mia posizione, e la parola d'onore che
aveano ricevuto da me, perchè io riguardava per tale la rassegnazione
data loro a divedere, mi scacciarono dalla testa un tale estro. Poi mi
consideravo anche legato dai vincoli dell'ospitalità verso un popolo
che m'avea trattato con tanta spesa e magnificenza. Ciò non ostante
non potevo in mio cuore desistere dallo stupirmi dell'intrepidezza di
quegli esseri in bassorilievo, che salivano e si diportavano sul mio
corpo, mentre io aveva una mano libera, senza tremare alla vista d'una
sì sterminata creatura com'io doveva ad essi parere.
Dopo qualche tempo, e quando videro ch'io non faceva più alcuna domanda
di cibo, mi comparve innanzi un personaggio d'alto conto inviato da
sua maestà imperiale. Sua eccellenza, dopo essere salita su la parte
sottile della mia gamba destra, venne su fino alla mia faccia, e tratte
fuori le sue credenziali, munite del regio suggello, che mi piantò
rasente gli occhi, parlò all'incirca dieci minuti, senza manifestare
alcuna sorta di sdegno, per altro con un certo fare risoluto, spesse
volte accennandomi un punto in distanza, che seppi più tardi essere la
metropoli del regno, lontana di lì un mezzo miglio a un dipresso, ove,
dietro beneplacito manifestato da sua maestà nel consiglio de' suoi
ministri, io doveva essere condotto. Gli risposi poche cose, ma che non
istavano in tuono con la proposta; poichè gli feci un segno con la mia
mano sciolta che portai su la legata (tenendola ben alta dalla testa di
sua eccellenza per paura di buttar giù lui o il suo corteggio), indi mi
toccai con la stessa mano il capo ed il corpo per fargli capire il mio
desiderio di essere libero.
Parve in fatti che m'intendesse, perchè crollò la testa in atto di
dire che non andava bene il mio conto, indi diede alla propria mano
tale atteggiamento donde compresi che volea condurmi di lì in istato di
prigioniero. Pur fece altri segni, bisogna rendergli questa giustizia,
per significarmi che avrei avuto da mangiare e da bere pel mio bisogno,
e che sarei stato trattato eccellentemente. Qui pure mi tornò la voglia
di provarmi ad infrangere i miei ceppi, ma sentii di nuovo il dolore
della mia faccia e delle mie mani piene in parte di pustole, grazie
al complimento degli spilli che vi erano stati scoccati, e alcuni de'
quali ci rimanevano tuttavia conficcati, ed osservai ad un tempo che il
numero de' miei nemici andava crescendo. I miei cenni pertanto furono
intesi ad accertarli che mi sarei acconciato in tutto e per tutto
ai loro voleri. Dietro tal mia promessa l'-hurgo- ed il suo seguito
partirono da me con civiltà ed ottima grazia.
Immediatamente dopo, udii un generale grido e ripetutamente esclamate
queste parole: -Peplom selan-; poi mi sentii al fianco sinistro una
gran folla di gente, la quale allentò i miei legamenti tanto che fui
in istato di voltarmi sul destro e dispormi ad una operazione che
la mia vescica piena rendea d'inevitabile necessità: al qual bisogno
soddisfeci compiutamente a grande stupore di quella popolazione che,
dal primo mio atto, avendo congetturato benissimo che cosa fossi per
fare, si aperse immediatamente in due ale a destra e a sinistra per non
rimanere sommersa dal torrente che con tanta violenza e strepito sgorgò
dal mio corpo.
Ma io dovea dire come prima di questo incidente, m'avessero spalmate le
mani e la faccia con certo unguento piacevole all'odorato, che in pochi
minuti mi fece passare tutto il dolore derivato dalle loro frecce.
Queste circostanze, unite al ristoro portatomi dai nudrimenti e dalle
bevande che mi recarono, il tutto d'una sostanza assai nutritiva, mi
disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come ne venni assicurato
da poi, nè c'era di che stupirne, perchè i medici mandatimi per ordine
dell'imperatore, aveano versata una dose di sonnifero nelle botti del
vino che io aveva bevuto.
Sembra che fin dall'istante del mio primo addormentamento su la
spiaggia, gli abitanti di que' dintorni, accortisi del prodigioso
gigante dormente, ne avessero spedita per espresso la notizia
all'imperatore, e che questi in pien consiglio mettesse subito il
decreto perchè fossi legato nella maniera che vi ho descritta; la qual
fazione seguì nella notte stessa mentre io era immerso nel sonno;
sembra pure che nel medesimo tempo ordinasse l'apparecchio delle
vettovaglie inviatemi e la fabbricazione di una macchina da trasporto
per condurmi alla metropoli.
Una tal decisione può forse apparire arrischiata e pericolosa al
massimo grado, e credo che nessun sovrano dell'Europa, in uguale
occasione, la prenderebbe ad esempio. Pure a mio avviso fu una
decisione circospetta e generosa oltre ogni dire. Mettete un poco che
quegli abitanti si fossero provati, mentre io dormiva, ad ammazzarmi
con quelle loro frecce, con quelle loro lancie. Mi sarei certamente
svegliato alla prima sensazione di dolore, e questo avrebbe incitata
la mia rabbia e le mie forze al segno di rompere, a costo di far male
a me stesso, que' legamenti che mi teneano; e sciolto che fossi stato,
quegli omettini inabili a resistermi non avrebbero potuto aspettarsi
misericordia da me.
È a sapersi che quel popolo era potente nelle matematiche, ed avea
raggiunta una grande perfezione nelle meccaniche, mercè le disposizioni
e gl'incoraggiamenti di quel monarca, famoso proteggitore delle scienze
e dell'arti. Ha questi al suo comando parecchie macchine su le ruote
pel traslocamento d'alberi e d'altri grandi pesi. Spesse volte fa
fabbricare le sue navi da guerra, alcune delle quali hanno sin nove
piedi di lunghezza, nelle foreste stesse ove abbonda il legname da
costruzione, e tali navi, poste su le macchine dianzi accennate, fanno
viaggi di trecento, di quattrocento braccia per giugnere al mare.
Cinquecento carpentieri ed ingegneri pertanto furono messi in opera
per allestire uno de' maggiori carri che avessero. Il corpo di questo
carro, alto quattro dita da terra, avea sette piedi di lunghezza e
quattro di larghezza, e si movea sopra ventidue ruote. Quel grido
-Peplom selan- che udii prima d'addormentarmi la seconda volta,
contrassegnava l'arrivo di questo carro, posto all'ordine, a quanto
sembra, in quattro ore di tempo dopo il mio arrivo. La macchina fu
portata parallela al mio corpo giacente. Ma la difficoltà principale
consistea nel sollevarmi da terra e mettermi steso su questo carro.
Vennero alzati a tal uopo ottanta pilastri, alti un piede ciascuno,
e gagliardissime funi, della grossezza dello spago degli uffizi di
spedizione, furono attaccate con uncini a larghe fasce, di cui gli
operai subalterni aveano cinto il mio collo, le mie mani, la mia vita
e le mie gambe. Novecento tra i più vigorosi facchini, addetti al
dicastero del genio, furono scelti per tirarmi su mediante un apparato
di girelle poste all'estremità d'ogni colonna, di modo che in men
di tre ore fui levato da terra, portato e disteso e legato stretto
sul carro. Tutte queste cose mi vennero raccontate, perchè mentre si
faceano, io era immerso nel più profondo sonno per una conseguenza de'
narcotici infusi entro il mio vino. Mille e cinquecento de' più grossi
cavalli dell'imperatore, ciascuno alto quattro dita e mezzo, vennero
adoperati per condurmi alla volta della metropoli che, come ho detto,
era lontana di lì un mezzo miglio.
Quattro ore circa dopo esserci messi in viaggio, mi svegliai per un
caso il più ridicolo. Essendo avvenuto che il carro si fermasse un
istante per raggiustare alcun che di andato fuor d'ordine in quella
compostissima costruzione, due giovani nativi, mossi dalla curiosità
di vedere che figura io facessi addormentato, s'arrampicarono tanto che
arrivarono ad entrare nel carro; poi, avvicinatisi pian piano alla mia
faccia, l'un d'essi, un uficiale della guardia imperiale, introdusse
nella mia narice sinistra un buon tratto della sua picca, che facendomi
il solletico in quella parte come se fosse stata una paglia, mi
promosse un violento starnuto; il che gl'indusse a battersela alla
presta per paura di essere veduti. Sol tre settimane dopo, seppi il
motivo di questo subitaneo mio svegliamento. Marciammo lentamente
tutto il restante di quella giornata, e fermatici la notte, rimasero
sino a giorno schierate ai lati del mio carro cinquecento guardie,
la metà munite di torce a vento, l'altra metà di archi e di frecce
per esser pronte a scaricarle su me se avessi tentato disciogliermi.
Nella successiva mattina, al levar del sole ci rimettemmo in cammino,
ed era all'incirca il mezzogiorno quando ci trovammo ad una distanza
di duecento braccia dalla città. L'imperatore e tutta la sua corte ne
vennero incontro, ma i suoi grandi uficiali non vollero comportare in
verun modo ch'egli s'avventurasse a salir sul mio corpo.
Laddove si fermò il carro sorgeva un antico tempio, giudicato il
più vasto che vi fosse nell'intera monarchia. Contaminato, alcuni
anni addietro, da un esecrabile omicidio, il religioso zelo di que'
popoli lo ebbe per profano da quell'istante, onde non servì più che
ai bisogni del comune, e tutti i sacri arredi e suppellettili del
medesimo vennero trasportati altrove. Entro questo edifizio fu deciso
che sarei alloggiato. La porta maggiore che guardava a settentrione,
era alta a un dipresso quattro piedi e larga quasi due, onde, benchè
un po' a stento, io poteva far passare per essa il mio corpo. A
ciascun lato della porta era una finestra non più alta di sei dita
da terra. In quella di sinistra il fabbro ferraio di sua maestà fermò
novant'una catene, simili a quelle che vediamo ai dì nostri (nel 1726)
pendere dagli orologi delle signore in Europa, e quasi altrettanto
larghe, le quali catene venivano a cignere la mia gamba sinistra,
e ve le fermavano trentasei chiavistelli. Rimpetto a questo tempio,
all'altro lato della grande strada maestra, e ad una distanza di venti
piedi sorgeva una torre di cinque piedi almeno d'altezza. In questa
salì l'imperatore coi primari personaggi della sua corte, per avere
il comodo di ben osservarmi; così mi fu detto, perchè io non potei
allora avere la fortuna di vedere questi alti personaggi. Fu fatto
un computo da cui risultò che cento mila abitanti all'incirca della
metropoli ne erano usciti, tutti spinti dalla medesima curiosità; e, a
malgrado degli sforzi delle mie guardie, credo non saranno stati meno
di diecimila quelli che per più riprese salirono sul mio corpo col
mezzo di scale. Fu presta per altro ad uscire una grida che proibiva il
far ciò sotto pena di morte. Poichè gli esperti ebbero giudicato cosa
impossibile che mi sciogliessi dalle nuove catene, vennero tagliate
tutte le cordicelle che mi legavano prima; onde mi trovai in piedi,
dominato da un mal umore, di cui non ho mai provato l'eguale in mia
vita. Ma non vi so descrivere lo strepito e lo stupore di quella
popolazione al vedermi saltare in piedi e camminare; e dico camminare,
perchè le catene che legavano la mia gamba sinistra erano lunghe
circa due braccia, e mi davano la libertà di girare innanzi addietro,
stando sempre nondimeno in quella periferia; mi procuravano un altro
vantaggio, che essendo cioè infitte alle pareti quattro dita al di
dentro della porta, mi permettevano il ficcarmici entro e giacervi con
tutta la lunghezza del mio corpo.
CAPITOLO II.
L'imperatore di Lilliput accompagnato da parecchi de' suoi
nobili, si reca a vedere l'autore nel luogo del suo confine.
-- Descrizione della persona e delle vesti del monarca. -- Dotti
incaricati d'insegnare all'autore la lingua del paese. -- Favore
che questi si acquista per la sua mansuetudine e bontà di cuore.
-- Visita fatta alle sue tasche; toltagli la spada e le pistole.
Quando mi trovai in piedi, mi guardai attorno, e confesso di non aver
mai veduta una più dilettevole prospettiva. Contemplato da tutte le
bande il paese, mi apparve un continuato giardino, ed i campi chiusi,
ciascuno in generale dell'estensione di quaranta piedi quadrati,
mi sembravano altrettante aiuole di fiori. Questi campi andavano
interpolati da boschi larghi mezza pertica quadrata, e i più alti
alberi, a quanto potei giudicare in distanza, dovevano arrivare fino ai
sette piedi. La metropoli che stava alla mia mano manca mi presentava
l'aspetto d'una scena dei nostri teatri, su cui sia dipinta una città.
Per alcune ore io era stato pressato da alcune necessità indispensabili
della natura, ned è meraviglia, perchè passavano due giorni da che
non m'ero alleggerito di certe incomode superfluità. Io mi vedeva
orridamente alle strette tra l'urgenza del caso e tra la vergogna. Non
vidi miglior espediente del cacciarmi entro della mia casa, e chiuderne
la porta dietro di me. Così feci, poi andatomene tanto lontano,
quanto la mia catena me lo permetteva... il resto non ha bisogno di
spiegazione. Fu questa l'unica volta che mi resi colpevole di un atto
sì sconcio; intorno a che supplico il candido leggitore ad accordarmi
qualche perdono, e spero ottenerlo, quand'egli avrà ponderato l'arduità
delle circostanze che mi premevano. Da quella volta in poi fu costante
mio studio il liberarmi di questo pensiero ogni mattina appena alzato,
fuor della porta, e lontano quanto mel permettevano i miei ceppi;
in guisa che prima che mi arrivasse compagnia, ogni immondo vestigio
veniva fatto sparire da due servi muniti di carriuole, assegnatimi per
la mondezza esterna ed interna della mia casa-tempio. Non avrei forse
dovuto fermarmi sì a lungo sopra una particolarità, a prima vista, non
d'alto momento; ma mi parea necessario giustificare agli occhi del
mondo la maniera mia di sentire in ordine a pulitezza; argomento su
cui non sono mancati i maligni che, e nel caso presente ed in altre
circostanze de' viaggi da me narrati, si sono divertiti spargere
qualche dubbio.
Terminata questa faccenda, venni fuori della mia nicchia, chè
certo avevo bisogno di respirar l'aria aperta. In quell'intervallo
l'imperatore era sceso dalla sua torre, e mi veniva in verso a
cavallo; corsa che per poco non gli tornò ben fatale, perchè il suo
cavallo ch'era, se vogliamo, ben addestrato, ma niente avvezzo a
tal vista, qual si fu quella di un'apparente montagna che si movesse
dinanzi a lui, si rizzò su le zampe di dietro; onde ci volle tutta la
maestria del principe, per sua buona sorte, eccellente cavallerizzo,
perchè si tenesse in arcione tanto che arrivassero i palafrenieri
che galoppando si era lasciati addietro: questi, impadronitisi delle
redini, gli diedero agio a smontare. Poichè fu a terra, mi girò attorno
contemplandomi con grande attenzione, per altro tenendosi sempre ad
una distanza maggiore della lunghezza della mia catena. Ordinò ai suoi
cuochi e bottiglieri, muniti già d'ordini precedenti, di apprestarmi
cibi e bevande, il tutto condotto ivi su certe barelle fornite di
ruote, ed alte tanto che fossero a portata della mia mano. Mi presi
in mano le barelle e feci presto a vuotarle tutte: venti di esse erano
cariche di vivande, dieci di vino; in due od al più tre bocconi io mi
mangiava il contenuto di ciascuna delle prime; ogni barella di vino
portava l'equivalente di dieci botti diviso in tante caraffine di
terra, e i recipienti d'ogni barella io facea vuoti in una sorsata.
L'imperatrice ed i giovani principi del sangue d'entrambi i sessi con
molto corteggio di cavalieri e di dame stavano in qualche distanza
nelle loro carrozze, ma dopo il pericolo corso da sua maestà, smontati
tutti, si raccolsero attorno all'imperiale persona che m'accingo ora a
descrivere.
Questo monarca è più alto, quasi d'una mia unghia, di tutti gli altri
della sua corte: circostanza che bastava di per sè sola a comprendere
di rispettosa suggezione chi alzava gli occhi su lui. Vigorose e
maschili ne erano le fattezze, austriaco il labbro, il naso aquilino,
la carnagione olivastra, la fisonomia dignitosa, ben proporzionato
il corpo e le membra, grazioso ogni moto, maestoso il portamento.
Era allora fuori della prima giovinezza, poco mancandogli a compire
i ventinove anni, de' quali ne contava sette di regno felice e quasi
sempre dalle vittorie illustrato. Per poterlo guardar più a mio modo
m'ero accosciato in fianco sì che la mia faccia restasse parallela alla
sua; ma più tardi, essendomelo tenuto ripetutamente fra le mani, non
posso ingannarmi nella descrizione che ne fo adesso. Semplice e liscio
ne era il vestito, di foggia tra l'asiatica e l'europea, ma portava sul
capo un lieve elmetto d'oro ornato di gemme ed una piuma sul cimiero.
Teneva in mano la spada sguainata per difendersi ad un caso che avessi
infranti i miei ceppi; era questa lunga all'incirca tre dita, l'elsa
ed il fodero ne erano d'oro, tempestati di diamanti. Aveva una voce
stridula, ma limpida e sì distintamente articolata, ch'io poteva udirne
le parole da stare in piedi. Le dame ed i cortigiani erano messi in
tanta magnificenza che il sito ove stavano sembrava un tappeto disteso
sul terreno, tutto rabescato di figurine d'oro e d'argento. Sua
maestà imperiale mi volgea sovente la parola, ed io rispondeva, ma non
intendevamo una sillaba l'uno dell'altro. Vi erano parecchi sacerdoti
ed uomini di toga (tali almeno li congetturai dai loro abiti) ai
quali fu ordinato di dirmi qualche cosa. Io ebbi un bel parlar loro in
tutte le lingue, in quelle, intendiamoci, di cui avevo almeno qualche
infarinatura, l'alto e basso olandese, il latino, il francese, lo
spagnuolo, l'italiano, la lingua franca, ma fiato gettato!
Dopo due ore a un dipresso, la corte si ritirò; e fui lasciato con una
buona guardia per impedire le imprudenze, e probabilmente le malignità
che potrebbe commettere la plebaglia ansiosa d'affollarmisi attorno
fino al segno cui poteva arrischiarsi; e fra questa plebaglia vi furono
alcuni che, mentre me ne stavo seduto per terra alla porta della mia
abitazione, ebbero la sfacciataggine di scoccarmi frecce, una delle
quali poco mancò non mi trafiggesse l'occhio sinistro. Ma il colonnello
ordinò che sei de' capi instigatori del disordine fossero presi, nè
trovò per costoro castigo più adatto del darmeli legati nelle mani; a
norma di che alcuni soldati me li spinsero inverso con le punte delle
loro picche. Presili tutti nella mia mano sinistra, ne misi cinque in
una tasca del mio vestito, e quanto al sesto feci mostra di volermelo
mangiar vivo. Quel poveretto gridava come una anima dannata, e lo
stesso colonnello ed i suoi uficiali erano sbigottiti, tanto più,
quando mi videro dar mano al mio coltello; ma li levai ben tosto di
pena tutti, perchè serenandomi in viso, tagliai le cordicelle che
legavano il paziente, e lo posai gentilmente a terra, d'onde fuggì via
con quanta avea gamba. Usai agli altri ugual trattamento, poichè me li
fui tolti ad uno ad uno fuor di scarsella. Potei notare allora come
i soldati ed il popolo gustassero tale contrassegno di mia clemenza,
generoso atto che più tardi, reso noto alla corte, mi fruttò vantaggi
ineffabili.
Sul far della notte entrai non senza qualche fatica nella mia casa,
ove giacqui sul terreno, e continuai così per due buone settimane;
ma in questo mezzo, l'imperatore avea dati ordini perchè mi venisse
apparecchiato un letto. Seicento letti di comune misura furono condotti
su dei carri, ed introdotti nella mia stanza; centocinquanta de' loro
letti uniti insieme facevano appunto la lunghezza e larghezza del mio,
di modo che sovrapposti a centocinquanta mi componevano un letto a
quattro doppi; ma ad onta di ciò, mi era ben tenue riparo alla durezza
del pavimento che era di pietra liscia. Con lo stesso ragguaglio fui
proveduto di lenzuola, di coltri e coperte, abbastanza passabili per me
che era già assuefatto alle asprezze del vivere.
Divulgatasi la notizia del mio arrivo, tirò questa un prodigioso
numero di ricchi, oziosi e curiosi, smanianti tutti dalla voglia di
vedermi, di modo che gl'interi villaggi rimanevano deserti, donde
sarebbero derivati gravi danni all'agricoltura ed all'economia pubblica
e privata, se il provido monarca con gride ed ordini di gabinetto non
fosse andato incontro al disordine. Decretò che chiunque m'avesse
veduto una volta se ne tornasse a casa, nè s'arrischiasse più a
comparire entro un raggio di cinquanta braccia dalla mia abitazione
senza una licenza speciale della corte, la qual cosa fu una bella vigna
di guadagno ai segretari di stato.
Intanto l'imperatore tenea frequenti consigli ne' quali si discuteva
il sistema da adottarsi rispetto a me: affare che dava molto da
pensare alla corte, come ne fui assicurato in appresso da un mio
particolare amico, personaggio di gran distinzione ed ammesso ai
segreti di gabinetto al pari di chicchessia. Or si temea che rompessi
le mie catene, ora che il mio mantenimento divenisse eccessivamente
dispendioso, e producesse una carestia. Qualche volta si è venuto
in discorso di farmi morir di fame, o almeno di scoccarmi frecce
avvelenate al volto ed alle mani, che era poi il modo più speditivo
per disfarsi di me, ma di lì a poco si considerava che il puzzo d'un
così sterminato cadavere come sarebbe stato il mio, avrebbe potuto
portar la peste nella metropoli e probabilmente nell'intero reame.
In mezzo a tali consulte, parecchi ufiziali dell'esercito arrivarono
nell'anticamera della sala del gran consiglio, e due di questi che
furono ammessi in sessione, raccontarono il contegno da me usato
verso i sei delinquenti de' quali vi ho già parlato. Ciò fece una
impressione sì favorevole nel cuore del monarca e di tutti i membri
della tavola di stato, che ne uscì un sovrano decreto, in forza del
quale tutti i villaggi situati in un circuito di novecento braccia
attorno alla città erano obbligati a somministrare ogni mattina sei
buoi, quaranta pecore ed altre vettovaglie pel mio sostentamento; ed in
oltre una proporzionata quantità di pane, vino ed altri liquori; e pel
rimborso de' suddetti generi sua maestà aveva fatto un assegnamento su
la sua imperiale tesoreria. Perchè è a sapersi che quel sovrano vive
soprattutto su le rendite del suo demanio; e ben rare volte, eccetto
casi oltre ogni dire straordinari, leva imposte sopra i suoi sudditi,
che hanno per altro l'obbligo di accompagnarlo nelle sue guerre a
proprie loro spese.
Nello stesso tempo venne istituita una compagnia di seicento
individui obbligati ad essere miei servitori, i quali aveano salari
fissi pel loro mantenimento e l'alloggio sotto altrettante tende,
convenientemente fabbricate ai lati dell'ingresso della mia abitazione.
Fu parimente decretato che trecento sartori mi facessero un corredo di
vestiti secondo la moda della metropoli, e che sei fra i primari dotti
dell'istituto imperiale fossero impiegati nell'insegnarmi la lingua
del paese; finalmente che i cavalli imperiali, quelli della nobiltà
e delle guardie del palazzo facessero gli esercizii alla mia presenza
per avvezzarsi a non aver paura vedendomi; tutti i quali ordini furono
debitamente mandati ad esecuzione.
In tre settimane, poco più, poco meno, si trovò ch'io avea fatto grandi
progressi nell'intrapreso studio della nuova lingua. Durante il tempo
delle mie lezioni, l'imperatore mi onorava sovente delle sue visite,
e si compiaceva assistere egli stesso ai maestri che m'insegnavano.
Cominciavamo già in qualche modo a conversare insieme, e le prime
parole che imparai, e che di poi gli andai ripetendo ogni giorno
mettendomi ginocchione perchè gli giugnessero bene all'orecchio, erano
di preghiera perchè si degnasse concedermi la mia libertà. La sua prima
risposta a quanto mi parve capire si fu: ciò non poter essere se non
l'opera del tempo; non dovercisi pensare finchè non si fosse sentito
l'avviso del suo consiglio di stato; che prima avrei dovuto -lumos
kelmin pesso desmar lon emposo-, giurare cioè di mantenermi in pace
con lui e col suo regno; che nondimeno sarei stato trattato con ogni
cortesia. Mi consigliò intanto a meritarmi con la mia pazienza e la
saggezza del mio contegno la buona opinione di lui e de' suoi sudditi.
Un giorno mi chiese che non m'adombrassi se dava ordine a certi suoi
uficiali di frugarmi i vestiti; perchè probabilmente avrei avute
addosso molte armi che non poteano non essere di pericolosissima
conseguenza se corrispondevano nell'efficacia alla mole della mia
persona. Io gli risposi, parte per cenni, parte con parole, che
sua maestà poteva essere benissimo soddisfatta senza il bisogno di
una indagine d'ufizio, perchè io era prontissimo a spogliarmi ed a
rovesciare le mie tasche alla sua imperiale presenza. Egli mi fece
allora conoscere come le leggi del suo regno portassero che tale
investigazione fosse fatta da due de' suoi ufiziali, comunque egli
vedesse che ciò non si sarebbe potuto praticare senza il mio consenso
ed aiuto; aver egli sì buona opinione della mia rettitudine e nobiltà
d'animo che m'avrebbe lasciato senza diffidenza prendere in mano i
detti due ufiziali; aggiunse che tutte le cose di cui si giudicherebbe
opportuno il privarmi, sarebbero state a me restituite all'atto in cui
abbandonassi il paese, o vero pagate ad un prezzo da stabilirsi da me
medesimo. Mi presi dunque in mano i due uficiali, e me li posi prima
nelle tasche del mio giustacuore, poi nell'altre tasche minori, eccetto
due scarsellini ed un altro taschino segreto, che non avevo intenzione
di lasciar frugare perchè contenea certe cosucce di mio comodo, che non
potevano essere di conseguenza per altri fuorchè per me. In uno dei due
scarsellini io teneva un orologio d'argento, nell'altro una borsa con
poche monete d'oro. Que' due signori, avendo carta, penne ed inchiostro
con loro, stesero un esatto inventario delle cose che videro, poi mi
eccitarono a farne anche per parte mia una nota in iscritto, affinchè a
norma degli ordini venissero portate all'imperatore. Più tardi mi sono
divertito a tradurre quell'inventario ed eccovelo parola per parola.
«Imprimis nella tasca destra del giustacuore del grand'uomo-montagna
(così interpretai le parole -quinbus flestrin-), dopo le più accurate
indagini non trovammo altro che un gran pezzo di drappo ruvido largo
abbastanza per servire di tappeto alla grande sala del consiglio di
vostra maestà. Nella sinistra vedemmo un'enorme cassa d'argento con
un coperchio dello stesso metallo, che non eravamo buoni di alzare,
onde eccitammo il proprietario ad aprirla. Un di noi che si pose a
camminarvi entro si trovò a mezza gamba in una specie di polve, di
cui una parte volata su la faccia mia e del mio compagno ne costrinse
per qualche tempo a non far altro che starnutare. Nella tasca destra
della camiciuola vi era uno sterminato fascio di certe sostanze
bianche piegate una su l'altra, grosso come tre uomini, legato con
una fortissima fune e screziato da figure nere: erano queste, secondo
l'umile nostro parere, scritture di cui ciascuna lettera era larga come
il palmo di una delle nostre mani. Nella sinistra trovammo una specie
di macchina sul cui dorso stava una fila di venti lunghi pilastri
somigliante alla palizzata posta innanzi alla corte di vostra maestà:
congetturammo che con questa l'uomo-montagna si pettini il capo, chè
non sempre gli facevamo interrogazioni, e ciò per la grande difficoltà
che trovavamo nel farci intendere. Nella maggior saccoccia destra del
suo vestito di mezzo (così traduco la parola -ranfu-lo-, e credo sarà
stato un modo rispettoso di cui si valsero per indicare a sua maestà
le mie brache) vedemmo una colonna concava d'acciaio incastrata entro
un torso di legno più grosso della colonna, da cui sporgevano alcuni
enormi pezzi di ferro intagliati in una strana guisa, nè sappiamo che
cosa si possa farne. Nella saccoccia sinistra vi era un'altra macchina
della stessa natura. Nella più piccola scarsella di destra vedemmo
molti pezzi rotondi e piatti di metallo bianco e rosso, di calibro
diverso fra loro. Alcuni dei bianchi pareano d'argento, ed erano sì
larghi e pesanti che il mio compagno ed io durammo non poca fatica
a levarli. Nella corrispondente più piccola scarsella di sinistra
stavano due pilastri neri di forma irregolare. Da stare su la cima
dello scarsellino era cosa quasi impossibile per noi il prenderli per
l'estremità superiore e tirarli di lì. Un di questi era tutto di un
pezzo; dalla parte superiore dell'altro sporgea fuori un certo globo
bianco, grosso all'incirca come dodici delle nostre teste. In entrambi
era rinchiuso un enorme pezzo d'acciaio, come avemmo occasione di
avverare, perchè immaginando che quelle macchine fossero di molto
pericolo, obbligammo l'uomo montagna a farci vedere ogni cosa. Tolti
fuori dalle due casse (tali erano que' due pilastri), i pezzi enormi
d'acciaio che vi si conteneano, ne raccontò come nel suo paese si usi
rader la barba con uno di essi, e trinciar le vivande con l'altro.
Vi erano poi due tasche minori nelle quali non potemmo entrare: egli
le chiamava i suoi borsellini. Erano ampie fenditure alla cima del
suo vestito di mezzo tenute strettamente aderente dalla pressione del
suo ventre. Fuor dello scarsellino destro pendeva una grande catena
d'argento alla cui cima si attaccava, come ce ne accorgemmo dalla
gonfiezza del borsellino stesso, una specie sterminata di macchina.
Gl'intimammo di tirar fuori, che che si fosse la cosa cui facea capo
la grande catena. Vedemmo allora un immenso globo, metà d'argento,
metà d'un metallo trasparente; e ci accorgemmo della trasparenza
perchè vedendo su la superficie di esso certe stravaganti figure
disegnate all'intorno, volemmo toccarle e la sostanza lucida di quel
metallo ce lo impedì. Egli ne appressò agli orecchi questo ordigno
che faceva uno strepito incessante, simile a quello di un mulino: noi
congetturiamo ch'esso sia o qualche animale sconosciuto o il suo dio,
ma incliniamo più alla seconda opinione, perchè (se lo intendemmo
a dovere, giacchè si espresse assai imperfettamente) fa rare volte
alcuna cosa senza consultarlo. Ne disse in oltre essere questo il suo
oracolo che gl'indicava il momento opportuno a ciascuna azione della
vita. Trasse dall'altro borsellino una rete larga quanto basterebbe per
un pescatore, ma fatta in modo che si apriva come una borsa, e parea
gli servisse al medesimo uso. C'erano entro parecchi pezzi massicci
di metallo giallo che, se sono realmente d'oro, devono essere di un
immenso valore.
«Dopo avere così, in obbedienza agli ordini della maestà vostra,
frugate diligentemente tutte le tasche dell'uomo-montagna, osservammo
intorno alla sua persona una cintura fatta della pelle di qualche
prodigioso animale, dal lato sinistro della quale pendeva una spada
della lunghezza di cinque uomini, e dal destro un sacco o gran borsa,
diviso in due celle, ciascuna capace di contenere tre sudditi di
vostra maestà. In una di queste trovavansi parecchi globi o palle di
pesantissimo metallo, grosse a un dipresso come le nostre teste e per
alzar le quali ci volea ben della forza; l'altra conteneva un mucchio
di certi granellini neri, non di gran peso o mole perchè potevamo
metterne fino a cinquanta sul palmo della nostra mano.
«È questo un esatto inventario delle cose che abbiamo trovate su la
persona dell'uomo-montagna, il quale ci ha trattati con grande civiltà
e con tutto il rispetto dovuto a due commissari della maestà vostra.
Firmato e contrassegnato da suggello nel quarto giorno dell'ottantesima
nona luna del ben augurato regno di vostra maestà».
Flefson Frelock -- Marsi Frelock
Poichè l'inventario fu letto all'imperatore, questi m'intimò, benchè
in gentilissimi termini, di consegnare tutti gli oggetti nello stesso
inventario descritti. Primieramente mi domandò la mia spada, che
sguainai tosto, e il suo fodero e quanto con essa si connettea. Nel
tempo stesso aveva ordinato a tremila uomini della più scelta sua
soldatesca, che gli faceano la guardia, di attorniarmi ad una certa
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