Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Jonathan Swift
Commentator: Walter Scott
Translator: Gaetano Barbieri
VIAGGI DI GULLIVER
NELLE LONTANE REGIONI,
PER
GIONATAN SWIFT.
VERSIONE DALL'INGLESE
DI GAETANO BARBIERI
CON DISEGNI DI GRANDVILLE.
MILANO
VEDOVA DI A. F. STELLA E GIACOMO FIGLIO.
1842.
TIPOGRAFIA GUGLIELMINI E REDAELLI.
NOTIZIA BIOGRAFICA E LETTERARIA
DI GIONATAN SWIFT
TOLTA DA GUALTIERO SCOTT.
La vita di Gionatan Swift è un soggetto inesausto di vezzo e
d'istruzione per tutti coloro cui piace meditare le vicissitudini degli
uomini celebri pei loro talenti e per la loro rinomanza. Privo d'ogni
sussidio al suo nascere, debitore del suo sostentamento e della sua
educazione alla fredda e non curante carità di due zii, non distinto
per laurea conseguita a veruna università, abbandonato per molti anni
al patrocinio impotente del cavaliere Guglielmo Temple, le prime pagine
della storia di Swift presentano il quadro del genio umiliato e deluso
nelle sue speranze. A malgrado di tutti questi svantaggi, egli pervenne
ad essere l'anima d'un ministero britannico, il più abile difensore
di un sistema di amministrazione, l'intimo amico di quanti personaggi
notabili per nobiltà od ingegno vissero sotto il regno della regina
Anna.
Gli avvenimenti degli ultimi anni della sua vita offrono un'antitesi
non meno sorprendente. Avvolto nella disgrazia de' suoi protettori,
vittima della persecuzione, costretto a bandirsi dall'Inghilterra e
a disgiugnersi dai suoi amici, salì tutt'in un tratto a tal grado di
popolarità che lo rese l'idolo dell'Irlanda e il terrore di quanti
governarono quel reame. Nè meno straordinaria è la sua vita privata.
Amò, teneramente riamato, due delle più belle ed avvenenti donne della
sua età; pur era ne' suoi destini il non unirsi con nessuna di esse
in un nodo fortunato e tranquillo, e il vederle l'una dopo l'altra
scendere nella tomba, lasciandogli il convincimento che morivano
dal cordoglio di saper deluse le loro speranze e il loro amore mal
compensato.
I talenti di Swift, sorgente della sua rinomanza, il cui splendore
avea per sì lungo tempo formato la sorpresa e il diletto de' suoi
contemporanei, vennero appannati dalle infermità, pervertiti dalle
passioni nella proporzione dell'avvicinarsi del termine de' suoi
giorni, e prima che vi arrivasse erano già inferiori a quelli del più
volgare degli uomini.
La vita di Swift è pertanto una lezione importante per gli uomini
celebri; essa insegna loro che, se per una parte il genio non dee mai
lasciarsi sconfortare dalla sventura, la rinomanza, comunque grande
ella sia, non dee mai incoraggiare la presunzione. Nel leggere la
storia di quest'uomo illustre, tutti coloro i quali non sortirono dalla
natura le fulgide qualità del suo ingegno, o mancarono d'occasioni per
farle valere, si convinceranno che la felicità umana non dipende o da
una grande influenza politica o da una gloria abbagliante.
I.
Gionatan Swift, dottore in teologia e decano di San Patrizio a Dublino,
discendea da un ramo cadetto della famiglia degli Swift della contea
d'York, stanziatasi in questa provincia da molti anni.
Il padre di lui era il sesto o settimo dei figli di Tomaso Swift,
vicario di Goodrich; la numerosa prole avuta da questo ecclesiastico, e
la tenuità del patrimonio che le lasciò, non hanno permesso il notare
con maggiore esattezza l'ordine della sua discendenza. Il decano ne
racconta egli stesso che suo padre ebbe qualche impiego amministrativo
nell'Irlanda.
Gionatan nacque a Dublino in una casipola posta nella Corte d'Hocys,
che gli abitanti di quel quartiere additano tuttavia alla curiosità dei
viaggiatori. La sua infanzia venne contrassegnata da un avvenimento in
qualche modo corrispondente ad altro occorso al padre di lui, la culla
del quale poco dopo il suo nascere fu portata via dai soldati: questa
volta la cosa involata fu lo stesso fanciullo, ma i rapitori non furono
soldati.
La nudrice di Gionatan, nativa di Whitehaven, era stata richiamata
nel suo paese da un parente moribondo, dal quale ella si aspettava un
legato. Affezionata oltre ogni dire al bambino affidato alle sue cure,
se lo portò via con sè senza renderne consapevole la madre, che lo
seppe più tardi. Rimase tre anni a Whitehaven, perchè in vista della
gracile di lui salute, la madre stessa non volle si rischiasse un
secondo viaggio, e preferì lasciarlo alla buona donna che avea dato sì
grande prova, ancorchè bizzarra, d'amarlo. Questa cordialissima balia
mise tanta sollecitudine nell'educare il suo allievo, che, quando tornò
a Dublino, sapea compitare; a cinque anni leggeva la Bibbia.
Partecipe dell'indigenza di una madre ch'egli amava teneramente, visse
delle beneficenze d'uno zio, di nome Godwin, stato di dipendenza che
parve sin dall'infanzia aver prodotta una profonda impressione su
l'altero animo di Gionatan; fin d'allora principiò a manifestarsi
in lui quello spirito di misantropia che perdè soltanto col perdere
le morali sue facoltà. Nato dopo la morte del padre, si avvezzò di
buon'ora a riguardare come infausto il giorno della sua nascita,
nè tralasciò mai nel suo anniversario di leggere quel passo della
Scrittura in cui Giobbe deplora ed impreca l'ora nella quale fu
annunziata nella sua casa paterna la nascita d'un maschio.
Di sei anni fu mandato alla scuola di Kilkenny, fondata e dotata dalla
famiglia d'Ormond. Si mostra tuttavia agli stranieri il suo leggio,
ov'egli aveva intagliato il proprio nome con un temperino.
Giunto all'età di quattordici anni, venne trasferito da Kilkenny al
collegio della Trinità di Dublino. Apparisce dai registri locali che
vi sia stato ricevuto come -pensionario- il 21 aprile 1682; ebbe per
maestro Sante Giorgio Ashe. Sotto la medesima data venne ammesso nella
stessa qualità il cugino di lui, Tomaso Swift, onde i due cognomi
eguali portati a registro senza i nomi di battesimo hanno fatto nascere
qualche incertezza sopra alcuni più minuti particolari della biografia
del decano.
Ammesso all'università; si pretese che desse opera agli studii più in
voga a quell'epoca, alcuni dei quali al genio di lui mal s'affacevano;
invano gli fu raccomandato l'applicarsi a quella che allora chiamavasi
logica, e che veniva riputata la regina delle scienze; Swift sentì una
naturale repugnanza per gli Smiglecius, i Keckermannus, i Burgersdicius
e altri gravi dottori che sappiamo appena oggidì se abbiano mai
esistito. Il suo maestro non riuscì mai a fargli leggere due pagine di
quei dotti dalla desinenza in -us-, e d'altra parte era indispensabile
l'avere almeno una tintura dei comentarii d'Aristotele per uscir
dell'esame con buon successo. Ma a ciò non badando il giovinetto Swift
trasandava, come gli studii aristotelici, tutti gli altri che non
gli garbavano. Se leggeva, lo facea meno per addottrinarsi che per
divertirsi, e scacciar da sè i pensieri malinconici. Ma tal genere di
letture era necessariamente variato; convien dire per altro che avesse
letto assai, perchè avea già messo in carta un abbozzo del suo -Tale
of a tub-,[1] che fece vedere al suo collega Waryng. Che dobbiamo
concludere da ciò? Che uno studente svogliato del secolo decimosettimo
potea, mercè le letture di passatempo fatte in ore d'ozio, acquistar
nozioni da far trasecolare uno studente attento dei nostri giorni.[2]
Manchiamo d'indizii certi per giudicare su l'estensione del sapere
di Swift, possiamo soltanto affermare che era variato. Gli scritti di
lui danno a vedere che la storia e la poesia, antiche e moderne, gli
furono famigliari; nol vediamo mai imbarazzato nel citare ad appoggio
del soggetto da lui trattato i brani dell'opere classiche più adatti
a rischiararlo. Benchè non mostrasse fare un gran caso delle proprie
nozioni, e incolpasse la propria negligenza ed ignoranza dell'aver
perduto un grado d'università, benchè non risparmiasse veementi censure
a coloro che accordavano una patente di dotto a chi non aveva dedicata
la maggior parte della propria vita allo studio, pure non apprezzava
molto uno studente il cui solo merito fosse la diligenza.
Intantochè Swift continuava così il corso de' suoi studii a seconda de'
propri capricci, avrebbe dovuto interrompere anche questi, atteso la
morte del suo zio Godwin (dalla quale apparve che nemmeno gli affari
domestici di chi lo manteneva in collegio, erano splendidissimi), se
non avesse trovato un novello soccorritore in un altro zio paterno
Dryden Guglielmo Swift, che nell'aiutarlo mise un po' più d'impegno e
di discernimento del fratello Godwin; il male era che il suo patrimonio
non gli permetteva di essere gran fatto più liberale del defunto. Ad
ogni modo Swift ne ha sempre benedetta la memoria, ed ha parlato di
lui come del migliore de' suoi congiunti. Raccontava spesse volte un
incidente occorsogli mentre era in collegio, incidente di cui fu l'eroe
un suo cugino, Willoughby Swift, figlio di Dryden Guglielmo.
Gionatan Swift, in un momento di tal penuria che non gli lasciava
avere un soldo in borsa, sedea pensieroso nella sua camera, donde
vide nel cortile un marinaio che pareva chiedesse conto della stanza
di uno studente. Gli saltò in pensiere che quest'uomo potesse essere
incaricato d'un qualche messaggio inviatogli da suo cugino Willoughby,
in quel tempo negoziante stanziato in Lisbona. Stava accarezzando una
simile idea, allorchè, apertosi l'uscio della sua camera, gli si offre
alla vista il marinaio, che trattasi di tasca una grande borsa di cuoio
piena di danaro, lo versa sopra una tavola, additandolo effettivamente
per un presente del cugino Willoughby. Swift, fatto estatico, offre
al messaggere una parte del suo tesoro che l'onesto marinaio non volle
accettare.
Da quel momento Swift, che avea conosciute le disgrazie dell'indigenza,
fermò il proposito di regolare le sue tenui rendite in guisa da non
vedersi più mai ridotto a simili estremità. Infatti mise tanto ordine
nel suo sistema di vivere, che, come apparisce dai suoi giornali che si
sono conservati, ha potuto render conto esatto a un dipresso della sua
spesa annuale, cominciando dal tempo della sua dimora in collegio, e
venendo al momento in cui perdè l'uso delle mentali sue facoltà.
Nel 1688 scoppiò la guerra in Irlanda: Swift allora toccava il
ventunesimo anno; leggiero di borsa, se non d'istruzioni, in concetto
di mancare anche di queste, col credito in oltre d'insubordinato e
accattabrighe connesso col suo carattere, senza avere un solo amico
che potesse proteggerlo, fargli buona accoglienza, agevolargli i
mezzi di vivere, diede un addio in tal momento e sotto tali auspizi al
collegio di Dublino. Mosso, è da credersi, più da tenerezza filiale
che da nessuna speranza, s'avviò alla volta dell'Inghilterra, donde
cercò tosto sua madre, che dimorava allora nella contea di Leicester.
Mistress Swift, che si trovava anch'essa in uno stato di dipendenza
ed angusto, gl'insinuò di sollecitare la protezione del cavaliere
Guglielmo Temple, la cui moglie le era parente, e che avea conosciuto
la famiglia degli Swift; infatti, Tomaso Swift, cugino del nostro
autore, era stato cappellano del cavaliere Guglielmo.
La domanda fu fatta, e venne ben accolta; ma su le prime Guglielmo
Temple non diede alcuna notabile prova di fiducia e di affezione
al suo protetto. Il perfetto statista, l'amabile letterato non fu
probabilmente soddisfatto gran che del carattere irritabile e delle
nozioni imperfette del novello commensale. Ma le preoccupazioni
sfavorevoli del cavaliere si andarono gradatamente diminuendo. Swift
era fornito di uno spirito osservatore, e questo spirito, un po' prima,
un po' dopo, dovè acquistargli grazia presso l'illustre patrocinatore;
oltrechè, Swift in allora accrebbe le proprie nozioni con uno studio
continuato cui dedicava otto ore di ciascun giorno. Un tempo sì ben
impiegato e congiunto colle facoltà intellettuali che Swift possedea,
lo resero ben presto un inestimabile tesoro pel signor Temple, col
quale convisse due anni. La cattiva salute di Swift lo costrinse ad
interrompere i suoi studi. Una indigestione gli aveva indebolito lo
stomaco ed assoggettato lui a certi vaneggiamenti che lo trassero una
volta in punto di morte, e dei quali sperimentò le infauste conseguenze
per tutto il resto della sua vita. Vi fu un tempo in cui si trovò sì
ridotto in mal essere, che cercò l'Irlanda colla speranza di trovar
qualche miglioramento nel clima nativo; ma deluso in tale espettazione,
tornò a Moor-Park, ove dedicava allo studio gl'intervalli che gli
lasciava liberi quella specie d'infermità.
Dopo questo suo ritorno, il cavaliere Temple gli diede il massimo
contrassegno di confidenza, col permettergli di essere presente ai
suoi intertenimenti segreti col re Guglielmo, ogni qual volta il
monarca si trasferiva a Moor-Park, onore che il cavaliere Temple doveva
all'intrinsichezza antica tra lui e Guglielmo statolder d'Olanda, che
Temple riceveva con rispettosa famigliarità, e che contraccambiava
con suggerimenti costituzionali. Ogni qual volta la gotta confinava
in letto Temple, Swift aveva l'illustre incarico d'accompagnare il
monarca; tutti i biografi di questo poeta hanno ripetuto che il re
Guglielmo gli offerse il comando d'una compagnia di cavalleria, e
gl'insegnò ad apparecchiare gli sparagi alla foggia olandese; non
accettò quel comando. Sarebbe un'ingiustizia il tacere al leggitore
qual vantaggio Swift potesse ritrarre dal secondo di tali regii
favori; esso consisteva nell'abilità di mangiare la testa e la coda
di questo frutto degli orti. Ma vantaggi ben più rilevanti lusingarono
l'ambizione di lui; gli fu fatta sperare una promozione nella carriera
ecclesiastica, cui s'era dedicato per inclinazione e per la prospettiva
che gli si schiudeva dinanzi. La grande fiducia di cui veniva onorato
in allora giustificava cotali espettazioni. Il cavaliere Guglielmo
Temple gli affidò la commissione di presentare al re Guglielmo i motivi
per cui gli sarebbe tornato a conto l'acconsentire al partito che
voleva triennale la durata del parlamento; e Swift di fatto sostenne
l'opinione del suo commettente, giovandosi di parecchi argomenti
tolti dalla storia medesima dell'Inghilterra; ciò non ostante il re
persistette nella sua opposizione, onde alla Camera dei Comuni il
partito venne respinto per l'influenza della corona. Tal si fu la prima
relazione che Swift ebbe con la Corte, ed era solito dire co' suoi
amici essere stata questa il rimedio che lo guarì dalla sua vanità;
da quanto apparisce, avea fatto grandi conti sul buon esito della sua
negoziazione, e d'altrettanto più grave fu la sua amarezza al vederla
andata a vuoto.
Tale disastro lo pose anche in qualche rotta col suo protettore,
onde se ne tornò in Irlanda, proveduto nondimeno d'un impiego che gli
assicurava un onorario di cento lire sterline. I vescovi cui si volse
per essere ordinato prete, gli domandarono un certificato di buona
condotta durante la sua dimora presso il cavaliere Guglielmo Temple. La
condizione era spiacevole; per ottenere un tale ricapito gli conveniva
sottomettersi, chiedere scusa pei torti che aveva e per quelli che
non aveva. Prima di ridursi a ciò volle pensarci tre mesi; finalmente
si risolvè; la sua domanda venne esaudita, e probabilmente questa
circostanza fu il primo passo verso la riconciliazione seguita in
appresso tra lui ed il suo protettore. In meno di dodici giorni ottenne
il certificato ch'egli desiderava; le patenti in virtù delle quali è
ordinato diacono, portano la data del 18 ottobre 1694, quelle del suo
sacerdozio sono del 13 gennaio 1795. È a credersi che il cavaliere
Guglielmo Temple unisse al chiestogli certificato una commendatizia
presso lord Capel, in allora vicerè dell'Irlanda, perchè non appena
Swift fu ordinato prete, venne nominato alla prebenda di Kilroot, nella
diocesi di Connoor, che dava una rendita di circa cento lire sterline
l'anno, dopo di che si ritirò alla sede del suo beneficio a far la vita
del parroco di villaggio.
Una tal vita sì diversa da quella ch'egli conduceva a Moor-Park, ove
godea della società di quante persone eranvi più distinte per genio o
per natali, gli divenne ben tosto insipida e stucchevole. In questo
mezzo Temple, privo della vicinanza di Swift, sentiva anch'egli
la perdita che aveva fatta, onde gli manifestò il suo desiderio di
vederlo restituirsi a Moor-Park. Intantochè Swift esitava prima di
abbandonare il genere di vita che aveva scelto per riassumere quello da
cui s'era distolto, una circostanza sommamente atta a far comprendere
quanto fosse dotato di un'indole benefica, sembrò stabilire la sua
determinazione. In una delle sue corse di diporto aveva imparato a
conoscere un ecclesiastico, col quale, avendolo trovato ed istrutto
e modesto e morigerato, si legò in amicizia. Quel povero prete,
padre di otto figli, non ritraeva dalla sua prebenda maggior rendita
di quaranta lire sterline. Swift, che non aveva cavalli, chiese in
prestito all'amico il suo cavallo nero, senza dirgli a qual fine,
e se ne valse per recarsi a Dublino, ove rassegnò la sua prebenda
di Kilroot, ottenendo che gli fosse surrogato nell'usufrutto della
medesima il novello suo amico. Dilatò la fronte il buon prete, tanto
il consolò la notizia di essere nominato ad un benefizio, ma appena
seppe che spettava al suo benefattore, dal quale veniva rinunziata in
favor suo la prebenda conferitagli, la sua gioia prese una espressione
di sorpresa e di riconoscenza sì commovente, cui lo stesso Swift
fu tanto sensibile, che confessa non aver mai provata al mondo una
contentezza più viva come in quel giorno. Quando Swift partì alla volta
di Moor-Park, il suo successore lo pregò aggradire il presente di quel
cavallo che il primo non ricusò per paura di dare col suo rifiuto una
mortificazione al donatore. Montato per la prima volta su d'un cavallo
che potesse dir proprio, e con ottanta lire sterline nella sua borsa,
Swift prese la via dell'Inghilterra, ove giunto ripigliò a Moor-Park
l'antico incarico di segretario privato del cavaliere Guglielmo Tempie.
II.
Mentre Swift consacravasi interamente al suo gusto per la letteratura,
mentre e questa e l'amicizia del suo illustre mecenate sembravano
promettergli il più ridente avvenire, egli s'apparecchiava da sè
medesimo, senza avvedersene, una sequela di disgrazie pel rimanente de'
suoi giorni. Durante il suo soggiorno a Moor-Park fece la conoscenza di
Ester Johnson, più conosciuta sotto il poetico nome di Stella.
Swift, troppo fidandosi nel suo temperamento freddo ed incostante,
che, secondo lui, lo avrebbe salvato dai contrarre impegni di cuore
imprudenti, aveva risoluto di non pensare ad ammogliarsi se non quando
si fosse procacciati saldi e sicuri mezzi di sussistenza; conscio in
oltre a sè stesso della propria incontentabilità, prevedea possibile
il caso di differir tanto una tale risoluzione, che lo sopraggiugnesse
prima la morte. Laonde, allorchè il suo nobile amico credea scorgere in
lui i sintomi d'una amorosa passione, egli rispondeva queste apparenze
altro non essere che l'effetto del suo umore attivo, inquieto e
bisognoso sempre di nuovi alimenti; essere sempre suo stile il cogliere
la prima occasione di divagamento che gli si offriva; trovarla talvolta
in una galanteria insignificante; così accadere nella corrispondenza
interpostasi tra esso e la giovinetta di cui si parlava.
«È un'assuefazione,» dicea, «dalla quale son padrone di staccarmi
quando me ne verrà il talento, e che abbandonerò sul più bello senza
dolermene di sorta alcuna.»
A questa specie d'amore ne succedè un altro ben più serio; Giovanna
Waryng, sorella del suo amico di collegio che abbiamo dianzi
commemorato, da lui chiamata, con una ricercatezza poetica, fredda
anzichè no, Varina, si era conciliate le attenzioni di lui durante il
soggiorno che avea fatto in Irlanda.
Una lettera scritta da esso quattro anni dopo alla stessa persona,
portava l'impronta di sentimenti ben diversi dai primi; Varina era
sparita; scriveva a miss Waryng; ma durante l'intervallo di quattro
anni potevano esser accadute ben molte particolarità a noi sconosciute;
e sarebbe forse un'ingiustizia il giudicar severamente la condotta di
Swift, che la resistenza ostinata di Varina non avea predisposto ad una
subitanea offerta di capitolazione[3].
La morte del cavaliere Guglielmo Temple pose fine a quella fortunata e
tranquilla esistenza che Swift avea goduto pel corso di quattro anni a
Moor-Park. Il cavaliere Guglielmo, che aveva saputo valutare l'amicizia
disinteressata di Swift, gli lasciò un legato in danari, oltre ai suoi
manoscritti, che senza dubbio Swift apprezzava molto di più.[4]
Poco appresso, Swift si trasferì nell'Irlanda in compagnia di lord
Berkeley. Dopo alcune dissensioni avvenute tra lui e questo lord,
ottenne il benefizio di Saracor: ma non tardò a gettarsi di nuovo dalle
cure ecclesiastiche in quelle della politica.
Nel 1710 si restituì in Inghilterra, ove allora incominciarono le sue
ostilità contra i whigh e la sua lega con lord Harley e col ministero.
La sua nomina al decanato di San Patrizio fu sottoscritta il 23
febbraio 1715, e nei primi giorni del successivo giugno Swift partì
da Londra per andare a prendere possesso di un benefizio che a' suoi
occhi era tutt'al più, come lo ha detto spesse volte, un onorevole
esilio. Di fatto niuno sarebbesi mai aspettato che l'inaudito favore
in cui fu avuto dal governo lo condurrebbe unicamente al godimento
d'un benefizio in Irlanda, allontanandolo da quegli stessi ministri,
i quali essendo soliti consultarlo, oltre alle delizie che ritraevano
dalla sua società, ne impiegavano i talenti a difendere la loro causa.
Senza dubbio non fu minore del cruccio la sorpresa prodotta in Swift da
un simile tratto, sorpresa tanto più giusta, perchè alcuni anni prima
gli stessi ministri aveano ricusato di nominarlo vescovo d'Irlanda pel
bisogno in cui si vedeano di tenerselo appresso.
Mistress Johnson aveva abbandonata la patria e compromessa la propria
fama per dividere il destino dell'uomo amato fin d'allorquando questo
destino non presentava alcuna prospettiva di divenir luminoso.
Quand'anche non vi fosse stata una stipulazione di nozze, tanti
sagrifizi fatti da questa donna per lui avrebbero dovuto per Swift
tener luogo d'una solenne promessa di matrimonio. Pure Swift ci pensava
sì poco, che pregò il suo antico istitutore ed amico Sante Giorgio
Ashe, allora divenuto vescovo di Clogher, a cercare di scoprire quali
fossero i motivi della malinconia che opprimeva Stella; i motivi erano
tali quali doveva rappresentarli a Swift la sua coscienza medesima;
egli non aveva altro che un mezzo per farla convinta di amarla tuttavia
e per metterla in salvo dalle dicerie della calunnia. La risposta di
Swift alla comunicazione del suo vecchio istitutore si fu: aver egli,
Swift, stabilite due risoluzioni rispetto al matrimonio, l'una di non
ammogliarsi finchè non si fosse assicurato un patrimonio sufficiente,
l'altra di non pensare a ciò se non in un'età nella quale egli
potesse ragionevolmente sperar di vedere collocati convenientemente
i propri figli; non creder egli che fosse abbastanza indipendente la
propria sussistenza; essere tuttavia molestato da debiti; quanto agli
anni, avere già passata l'età in cui aveva risoluto di non contrarre
più nozze; che nondimeno avrebbe sposata Stella, purchè il loro
matrimonio fosse tenuto segreto, e sotto patto di continuare a vivere
separati ed osservando la stessa circospezione di prima. A queste
dure condizioni Stella si rassegnò, perchè se non altro la liberavano
dai suoi scrupoli, e calmavano i gelosi timori da lei concepiti che
Swift potesse una volta o l'altra sposare la sua rivale. Swift e
Stella vennero uniti in nozze nel giardino del decanato dal vescovo di
Clogher, correndo l'anno 1716.
Seguita appena, a quanto sembra, la cerimonia, Swift fu in preda ad una
spaventosa agitazione di spirito. Delany (a quanto si è saputo da un
amico della stessa vedova di Swift), chiamato a dire la sua opinione
su questa stravaganza, raccontò di avere ai giorni in circa in cui le
nozze erano seguite, notata in Swift una straordinaria cupa malinconia
confinante col delirio, che si portò quindi presso l'arcivescovo King
per notificargli i propri timori. Mentre entrava nella biblioteca
di questo prelato, Swift ne usciva precipitosamente con fisonomia
stralunata, e gli passò da vicino senza dirgli nulla. Trovò
l'arcivescovo dolente, e chiestogliene il motivo, udì rispondersi:
«Voi avete incontrato l'uomo il più infelice che viva sopra la terra;
ma guardatevi dal farmi nessuna interrogazione su l'origine della sua
disgrazia». Giova soggiugnere la conclusione che Delany dedusse da
tutto ciò; secondo esso, Swift sarebbe dopo il matrimonio venuto a
scoprire di essere parente in prossimissimo grado della Stella, e ne
avrebbe fatta allora la confidenza all'arcivescovo; ma le espressioni
del prelato non indicano nulla di simile; oltrechè v'ha delle prove
positive che tal parentado non poteva sussistere.
Dopo la celebrazione delle predette nozze, Swift stette diversi giorni
senza vedere nessuno. Uscito del suo ritiro, continuò a vivere serbando
la stessa circospezione con la Stella a fine di allontanare ogni
sospetto d'intrinsichezza con essa, quasi che una tale intrinsichezza
non fosse stata d'allora in poi e legittima e lodevole. Ancorchè dunque
la Stella continuasse ad essere la diletta ed intima amica di Swift,
ancorchè ella facesse i convenevoli della sua mensa, non vi comparve
giammai che in qualità di persona convitata; fedele di lui compagna, ne
era l'infermiera in tempo di malattia, ma non mai formalmente moglie,
ed anzi cotali nozze rimanevano un segreto per la generalità.
Gli affari della sua chiesa cattedrale, scompigliati dalla resistenza
del suo capitolo, e talvolta ancora dall'intervento dell'arcivescovo
King, impiegavano molta parte del suo tempo, ma tali difficoltà vennero
insensibilmente appianate dal convincimento divenuto universale delle
rette intenzioni del decano e del disinteressato di lui zelo pel
mantenimento dei diritti e degl'interessi della sua chiesa; laonde
coll'andar del tempo acquistò tal preponderanza nel capitolo, che ben
di rado le proposte fatte da lui trovarono oppositori. La bisogna delle
investiture ecclesiastiche e delle loro rinovazioni gli diede lunghe
occupazioni in appresso. Dee credersi ciò non ostante che in tutto quel
tempo Swift non lasciasse affatto da un lato lo studio; si sono trovate
alcune osservazioni ch'egli scriveva in quel tempo sopra Erodoto,
Filostrato ed Aulo Gellio, le quali danno a supporre che s'intertenesse
assai nella lettura di quegli antichi, ciò che s'accorda con le molte
pagine in bianco che si sono vedute intromesse ad arte nella legatura
dei volumi su i quali ha lasciate delle annotazioni. È naturale
l'immaginarsi che non avesse dimenticato gli scrittori classici,
quand'anche d'altra parte non fosse noto che, durante il suo soggiorno
a Gaulstown, il poema di Lucrezio era la lettura sua favorita. Il
catalogo dei libri che componeano la sua biblioteca e le note di lui
manoscritte sono la più autentica prova dello squisito suo gusto.
Cotali studi non bastavano ad un uomo che aveva presa una parte sì
operosa nella politica durante la sua dimora nell'Inghilterra. Si è
creduto, ed è assai probabile, che in quel tempo Swift abbia concepito
il disegno dei -Viaggi di Gulliver-. Si trova il germe di tale opera
famosa nei -Viaggi di Martino Scriblero-, probabilmente divisati prima
che la proscrizione avesse sgominato il club letterario. L'aspetto,
sotto cui Swift considerava i pubblici affari dopo la morte della
regina Anna collima coi tratti satirici dei -Viaggi di Gulliver-.
Oltrechè, in una lettera a Vanessa allude al caso occorso a Gulliver
con la scimia di Brobdingnac, e si trae dalla stessa corrispondenza,
che nel 1722 Swift leggeva parecchie relazioni di viaggi. Egli racconta
a mistress Whiteway, ciò che ha ripetuto in appresso, di aver tolti
dall'opere dei viaggiatori tutti i termini marinareschi del -Gulliver-.
È pertanto credibile che i -Viaggi di Gulliver- sieno stati abbozzati
nel tempo da noi indicato, ancorchè vi si trovino commemorate delle
particolarità che si riferiscono alla politica di un'epoca posteriore.
Nell'anno 1720, Swift abbandonò le sue occupazioni ed i suoi passatempi
per mostrarsi di bel nuovo sul politico aringo, non per dir vero in
forma di avvocato e panegirista di un ministero, ma qual difensore
intrepido ed incessante d'un popolo oppresso. Mai fuvvi nazione che
più dell'Irlanda abbisognasse di un simile difensore. La prosperità
di cui dessa aveva goduto sotto gli Stuardi, era stata interrotta da
una guerra civile, l'esito della quale avea costretto il fiore della
nobiltà e degli ufiziali militari nazionali ad andar banditi dalla loro
patria. La popolazione cattolica di quel reame, eccitando diffidenza,
veniva tacciata della più assoluta incapacità.
Il parlamento d'Inghilterra, che si era arrogata l'autorità di crear
leggi per l'Irlanda, se ne prevaleva per restrignerne in tutti i modi
possibili il commercio e per assoggettarla al regno dell'Inghilterra,
da cui la tenea dipendente. Gli statuti del decimo e dell'undecimo anno
del regno di Guglielmo III vietavano l'asportazione delle mercanzie di
lana in qualunque luogo che non fosse l'Inghilterra o il principato
di Galles, in conseguenza della qual legge le manifatture irlandesi
soggiacquero ad una perdita che fu valutata un milione di lire
sterline.
Non surse nella camera dei comuni un'unica voce per combattere quelle
massime altrettanto contrarie alla politica, quanto tiranniche e degne
d'una piccola corporazione di bottegai di villaggio, non mai del senato
antiveggente d'un popolo libero. Col voler seguire tali principii,
si accumulavano ingiustizie sopra ingiustizie, al che si aggiugneva
l'insulto, col vantaggio per gli aggressori di poter atterrire gli
oppressi popoli dell'Irlanda e ridurli al silenzio col gridarli ribelli
e giacobiti. Swift contemplava questi mali con tutta l'indegnazione
d'un carattere inclinato per natura ad opporsi alla tirannide. Pubblicò
le -Lettere del Pannaiuolo-, invigorite dalla forza della ragione,
scintillanti di spirito, maestrevoli per l'arte con cui vengono
ordinati e presentati i ragionamenti e collocati i frizzi a lor posto.
La popolarità di Swift fu quella di tutti quegli uomini che in un'epoca
critica e decisiva hanno avuta la fortuna di prestare alla patria loro
un grande servigio. Per tutto il tempo in cui gli fu dato uscire di
casa, le benedizioni del popolo lo accompagnarono; per ogni città donde
passava, riceveva l'accoglienza che sarebbesi fatta ad un principe.
Al primo avviso di un pericolo che sovrastasse al DECANO (titolo che
era divenuto il sinonimo di Swift), tutti accorrevano in sua difesa.
Walpole si era posto in mente di far arrestare Swift; un prudente amico
gli chiese se avesse diecimila uomini da dare di scorta al messo che
porterebbe il mandato d'arresto.
Le fragilità umane di Swift, se bene atte di loro natura a dar pascolo
al cicaleccio maligno del volgo, venivano coperte dal pietoso rispetto
di un'affezione filiale. Tutti i vicerè dell'Irlanda che, comprendendo
fra essi l'affabile Cartenet e l'altero Dorset, non poteano del certo
amare la politica di Swift (forse non ne amavano nemmeno la persona),
si videro costretti a rispettarne la politica ed a capitolare col suo
zelo. Lo scadimento delle mentali di lui facoltà fu un lutto per quella
intera contrada; il dolore del suo popolo lo accompagnò nel sepolcro,
e sono ben pochi gli autori irlandesi che non abbiano tributato
alla memoria di Swift un tale omaggio di gratitudine sì giustamente
dovutogli.
III.
I -Viaggi di Gulliver- comparvero dopo il ritorno di Swift
nell'Irlanda, accompagnati da quel mistero ch'egli faceva quasi sempre
intervenire nella pubblicazione delle sue opere. Aveva abbandonata
l'Inghilterra nel mese di agosto, e in data all'incirca contemporanea
il manoscritto del -Gulliver- fu gettato da un calesse nella bottega
del libraio Motte.
Il -Gulliver- venne pubblicato nel successivo novembre con diversi
cangiamenti e stralci che vi praticò la timidezza dell'editore. Swift
se ne dolse ne' suoi carteggi, e riprovò le alterazioni mediante una
lettera che venne inserita nelle edizioni successive.[5] Il pubblico
nondimeno non vide nulla di troppo timido in quello straordinario
romanzo allegorico, che produsse una universale impressione, e fu letto
da ogni classe di persone, cominciando dai ministri e scendendo fino
alle maestre di fanciulli. Ciascuno voleva a tutti i costi conoscerne
l'autore, e persino gli amici di Swift, quali erano Pope, Gay,
Arbuthnot, gli scrissero come se avessero dei dubbi su tal particolare.
Non ne aveano sicuramente, e se bene si sieno valsi di termini atti
a trarre in inganno alcuni biografi, che hanno credute reali le loro
dubbiezze, tutti i predetti dotti, dal più al meno, conoscevano l'opera
prima che fosse pubblicata. La loro perplessità era ostentata, o
facessero così per prestarsi al capriccio di Swift, o fors'anche per
timore di veder le loro lettere intercette, e di trovarsi costretti a
deporre contra l'autore, se mai l'opera di lui avesse destato in più
efficace guisa il dispetto del ministero.
Non fuvvi forse giammai alcun libro che venisse più ricercato da ogni
ceto di persone. I lettori spettanti all'alte classi della società
vi ravvisavano una satira personale e politica; il volgo, avventure
di proprio gusto; gli amici del genere romanzesco, il maraviglioso;
i giovani vi ammiravano lo spirito; i gravi personaggi vi trovavano
lezioni di morale e di politica; la vecchiezza posta in non cale
e l'ambizione delusa vi leggeano le massime di un'amara e viva
misantropia.
L'orditura della satira varia nelle diverse sue parti. Il viaggio a
Lilliput è un'allusione alla Corte e alla politica dell'Inghilterra;
il cavaliere Roberto Walpole, dipinto nel personaggio del ministro
Flimnap,[6] non la perdonò più mai all'autore, e ne è una prova la
sua costante opposizione a quanti partiti furono posti per richiamare
nell'Inghilterra il decano.
Le fazioni dei wigh e dei tory vengono additate dai calcagnini
alti e bassi: i papisti ed i protestanti dai -piattuoviani- e dagli
-antipiattuoviani- (pag. 52, 63). Il principe di Galles, che vedeva
ugualmente di buon occhio i wigh ed i tory, rise di gusto al leggere
il temperamento d'un calcagnino alto e d'un calcagnino basso, adottato
dall'erede presuntivo della corona di Lilliput. Il regno di Blefuscu,
in cui l'ingratitudine della Corte lilliputtiana costringe Gulliver
a cercare, se non vuole aver cavati gli occhi, un rifugio, è la
Francia, ove la sconoscenza della Corte inglese obbligò ripararsi il
duca d'Ormond e lord Bolingbroke. Le persone istrutte delia storia
segreta del regno di Giorgio I, comprenderanno facilmente le altre
allusioni. Lo scandalo fatto nascere da Gulliver col metodo adottato
per estinguere (p. 64) l'incendio dell'imperiale palazzo, allude alla
disgrazia della regina Anna, incorsa dall'autore per aver composto
la -Fola (Tale of a tub)-, di cui la Corte si ricordò per fargliene
un delitto, senza sapergli grado che l'opera stessa avea, siccome la
Corte lo desiderava, resi importanti servigi all'alto clero. Noteremo
parimente che la costituzione e le norme di educazione pubblica
dell'impero di Lilliput vengono proposte siccome modelli, e che la
corruttela introdottasi nella Corte non avea data più antica degli
ultimi tre regni scorsi. Quanto alla costituzione dell'Inghilterra,
tale era effettivamente il sentimento dell'autore.
Nel -Viaggio a Brobdingnag- la satira è di un'applicazione più
generale, ed è difficile lo scoprirvi cose che si riferiscano
agli avvenimenti politici ed ai ministeri dell'epoca in cui venne
pubblicato. Il fine di tale opera si è indicare le opinioni che
adotterebbe su gli atti ed i sentimenti dell'uomo un essere fornito di
un'indole fredda, ponderata, filosofica e d'un'immensa forza fisica.
Il monarca di quei figli di Titani è la figura di un re patriota,
indifferente a quanto è di mera curiosità, freddo per quanto è
solamente bello, ed unicamente interessato a ciò che concerne l'utilità
generale ed il bene pubblico. I rigiri e gli scandali di una corte
europea sono agli occhi di un tal principe altrettanto odiosi negli
effetti, quanto spregevoli nei loro motivi. La duplice antitesi offerta
da Gulliver, che da Lilliput, ov'era un gigante, arriva in mezzo ad una
schiatta d'uomini fra i quali non è più che un pigmeo, è di un effetto
felice. Se vogliamo, si ripetono necessariamente le stesse idee, ma
poichè cangiano d'aspetto nella parte rappresentata dal narratore, ciò
merita piuttosto il nome di continuazione che di replica.
V'ha alcuni tratti intorno alla corte di Brobdingnag che sono sembrati
applicabili alle damigelle d'onore della corte di Londra, per le quali,
a quanto sembra, Swift non professava una infinita venerazione.
Arbuthnot, uno degli scienziati di quei giorni, si chiariva contra il
-Viaggio a Laputa-, in cui vedeva probabilmente uno scherno versato
su la Società reale. Egli è certo che vi si trovano alcune allusioni
ai più reputati filosofi di quell'epoca. Pretendesi fino che vi sia
un frizzo scoccato contra Isacco Newton. L'ardente patriota non aveva
dimenticato che questo filosofo pronunziò il suo voto in favore della
moneta erosa di Wood. Un sartore di Laputa dopo essersi valso d'un
quadrante e delle proprietà di certa curva per prendere la misura
di un abito a Gulliver, gli porta un vestito senza garbo che non gli
si affaceva nè poco, nè assai; vuolsi che ciò alluda ad un errore da
attribuirsi piuttosto al tipografo di Newton, il quale, aggiugnendo,
ove non andava, uno zero ad un calcolo astronomico dello stesso Newton
su la distanza del sole dalla terra, aumentava questa distanza a tal
segno, che nemmeno il sole avrebbe potuto più illuminarci. Gli amici
di Swift credeano parimente che l'idea del percussore (colui che avea
l'incarico di suscitare con una bacchetta le idee dei grandi di Laputa)
gli sia stata suggerita dalle distrazioni abituali di Newton. Il nostro
decano solea dire a Dryden Swift: «Il signor Isacco Newton è l'uomo di
compagnia più insulso che si trovi sopra la terra. Se lo interrogate
su qualche quistione anche ovvia, fa girar e rigirare circolarmente le
idee nel cervello un gran pezzo prima che vi dia una risposta.» Swift,
nel far questo racconto, s'andava descrivendo colla mano due o tre
circoli su la fronte.[7]
Ma benchè Swift abbia forse mostrato men rispetto di quanto ne era
dovuto al più grande filosofo della sua età, e benchè in molti de'
suoi scritti sembri avere in lieve conto le matematiche, la satira di
Gulliver è piuttosto vôlta contra l'abuso della scienza, che contra
la scienza in sè stessa. I -progettisti- dell'accademia di Laputa ci
vengono presentati come uomini che con una leggiera tintura delle
matematiche pretendevano perfezionare le ideali loro costruzioni
meccaniche a furia di ghiribizzi fantastici e di storture di mente.
Vivevano ai giorni di Swift molti individui di tale razza che abusavano
della credulità degl'ignoranti, li rovinavano, e per la loro imperizia
indugiavano i progressi della vera scienza. Nel mettere in derisione
tali -progettisti-, zimbello alcuni delle loro mezze nozioni, altri
effettivi impostori, da lui presi in tanta avversione da che furono
lo sterminio del suo zio Godwin, ha accattato molti tratti, e
probabilmente l'idea generale di Rabelais, ove nel libro V, capitolo
XVIII, Pantagruel passa in rassegna le occupazioni dei cortigiani di
Quintessenza, regina di Eutelechia (Perfezione intellettuale).
Swift ha parimente posti in ridicolo certi professori di scienze
speculative dedicatisi allo studio di quanto veniva denominato in
allora magia fisica e matematica; studio che non fondato su verun
saldo principio, non indicato o comprovato dall'esperienza, penzolava
tra la scienza ed il misticismo; di tal genere furono l'alchimia, la
fabbricazione di figure di bronzo parlanti, d'augelli di legno volanti,
di polvi simpatiche, di balsami efficaci senza applicarli alle ferite,
ma bensì all'arma che le aveva fatte, d'ampolle di essenza atte a
concimare iugeri sopra iugeri di terreno, e d'altre simili meraviglie
predicate da impostori, i quali trovavano sfortunatamente i creduli che
ne divenivano le vittime. La macchina del buon professore di Lagado,
intesa ad affrettare i progressi delle scienze speculative, ed a
comporre libri su tutti gli argomenti senza verun soccorso di genio o
di sapere, era una allusione derisoria all'arte inventata da Raimondo
Lullo, e perfezionata da quelle belle teste de' suoi comentatori, o
al così intitolato metodo meccanico, la cui mercè Cornelio Agrippa,
uno fra i discepoli di Lullo, s'arrogava il provare «che ciascun uomo
può discutere su qualsivoglia argomento e, con un certo numero di nomi
propri, di sostantivi e di verbi, tirare in lungo con molto splendore e
sottigliezza una tesi, sostenendo ad un tempo due pareri contrari sopra
la stessa quistione.»
Certamente al giorni di Swift un galantuomo poteva credersi trasportato
in seno alla grande accademia di Lagado, allorchè leggeva la -Breve e
grande arte della dimostrazione-, consistente nell'adattare il soggetto
da trattarsi ad una macchina composta di diversi circoli fissi e
mobili. Il circolo principale doveva essere immobile, e vi si leggevano
i nomi delle sostanze e di tutte le cose che potevano somministrare un
soggetto, come -angelo, terra, cielo, uomo, animale-, ec. Entro questo
circolo fisso ne veniva introdotto un altro mobile su cui stavano
scritti gl'-incidenti-, così chiamati dai logici, come -quantità,
qualità, relazione-, ec. In altri circoli apparivano gli attributi
-assoluti- e -relativi-, ec., con le -formole- delle quistioni. Girando
i circoli in modo di far cadere gli -attributi- su la quistione
proposta, doveva derivarne un guazzabuglio di così detta logica
meccanica, che Swift senza dubbio aveva di mira nel descrivere la sua
famosa macchina per comporre libri. Quante volte infatti vi erano stati
ciarlatani che istituivano esperienze per portare al massimo grado
della perfezione l'-Arte dell'Arti- (chè così fu chiamata). Mediante
un tal metodo di comporre e di ragionare, Kircher che ha insegnato
cento arti diverse di tal natura, ha rinnovellata e perfezionata,
egli dicea, la macchina di Lullo; il gesuita Knittel ha composta su
lo stesso stampo la -Strada reale di tutte le scienze ed arti-; sopra
un egual sistema Bruno ha inventato l'arte della logica; e Kuhlman fa
dubitare se siate desto, o sogniate, quando annunzia la sua macchina
che conterrà non solamente l'arte delle cognizioni universali, o il
sistema generale di tutte le scienze, ma eziandio quella di saper le
lingue, di comentare, criticare, imparare la storia sacra e profana, di
conoscere le biografie d'ogni specie, senza comprendervi la -Biblioteca
delle Biblioteche-, ove si contiene l'essenza di quanti libri furono
pubblicati. Quando si era arrivato a tanto che uomini reputati dotti
millantavano con prosopopea ed in un sufficente latino la possibilità
d'acquistare tutte le immaginabili cognizioni coll'aiuto d'uno
stromento meccanico, assai somigliante ad un fanciullesco balocco, era
tempo che la satira facesse giustizia di tante orride fanfaluche. Non è
pertanto la scienza ciò che Swift ha cercato di mettere in ridicolo, ma
bensì gli studi chimerici cui talvolta era stato compartito il nome di
scienza.
Nella caricatura dei -progettisti-, Swift lascia trapelare le idee
che lo affezionavano, mentre scriveva, alla fazione dei tory. Quando
leggiamo la storia malinconica degli -strulldbrugg- (degl'immortali
stanchi in formidabil guisa della loro immortalità), siamo condotti
all'epoca in cui l'autore concepì quella indifferenza per la morte
che a miglior diritto avrebbe sentita negli ultimi anni della sua vita
scompagnati dalla ragione.[8]
Alcune severe diatribe contra la natura umana, non hanno potuto essere
inspirate se non dall'ira che, come il medesimo Swift lo ha confessato
nel comporsi il suo epitafio da sè, rodea da lungo tempo il suo cuore.
Confinato in un paese ove la specie umana era divisa in piccioli
tiranni[9] ed oppressi schiavi, idolatra della libertà e
dell'indipendenza che vedeva ad ogni istante calpestate, l'energia de'
suoi sentimenti, fattasi omai incapace di freno, gli fece prendere in
orrore una specie di viventi capaci gli uni di commettere, gli altri
di sopportare tante ingiustizie. Non perdiamo di vista la sua salute
che declinava ogni giorno, la sua felicità domestica distrutta dalla
morte di una compagna da lui amata e dall'affliggente spettacolo del
pericolo che minacciava la vita di un'altra donna statagli non meno
cara, i giorni di lui appassiti nel loro autunno, la certezza di
dover finire i suoi anni in un paese venutogli in avversione per non
esser quello ove aveva concepite sì lusinghiere speranze, e dove avea
lasciati i migliori fra i suoi amici. Questa totalità di circostanze
può fargli perdonare una misantropia generale, che per altro non chiuse
mai il cuore di Swift alla beneficenza. Tali considerazioni che non si
restringono alla persona dell'autore, sono anche una specie d'apologia
alla sua opera, la quale, ad onta del rancore che l'ha suggerita, offre
una lezione morale. Certamente Swift non s'è inteso pignere in tutti
gli enti fantastici della sua immaginazione l'uomo rischiarato dalla
religione o anche dai soli lumi naturali della ragione; ma l'uomo
digradato dal torpore volontario delle sue facoltà intellettuali,
e dall'essersi fatto schiavo dei propri istinti, l'uomo sfortunato
che vediamo nelle classi ultime della società, quando si abbandona
all'ignoranza ed ai vizi ch'ella produce. Considerata la cosa sotto un
tale aspetto, il ribrezzo inspirato da alcuni quadri debb'essere utile
alla morale.
Non per ciò arriveremo ad affermare che la moralità dello scopo
giustifichi la nudità del dipinto, nè l'artista, il quale ne ha
presentato l'uomo nello stato di digradazione che lo accosta ai bruti.
I moralisti dovrebbero imitare i Romani, che sottoponendo a pene
pubbliche la generalità dei delitti, punivano con castighi segreti gli
oltraggi fatti al pudore.
A malgrado d'inverisimiglianze giudicate tali or dalla ragione, or
dalla preoccupazione, i -Viaggi di Gulliver- destarono un universale
interesse; lo meritavano e per la novità e per l'intrinsico loro
merito. Luciano, Rabelais, More, Bergerac, Alletz, e parecchi altri
scrittori avevano ideato l'artifizio di far raccontare ad alcuni
viaggiatori le scoperte da essi fatte in regioni ideali. Ma tutte le
utopie immaginate per l'addietro si fondavano su puerili finzioni,
o divenivano impalcamento ad un sistema d'impraticabili leggi. Era
serbato a Swift il condire la morale della sua opera col sale della
facezia, il farne sparire l'assurdo col frizzo della satira, il dare
agli avvenimenti i più inverisimili l'aspetto della verità mercè il
carattere e lo stile del narratore. Il carattere dell'immaginario
viaggiatore Gulliver è esattamente quello di Dampier e d'ogni altro
testardo navigatore di quell'età, che fornito di coraggio e di comune
discernimento, dopo avere solcati rimoti mari, riportava a Portsmouth
o a Plymouth i suoi pregiudizi inglesi, e raccontava gravemente e alla
buona quanto avea veduto e quanto gli era stato fatto credere nei paesi
percorsi. Un tal carattere è cotanto inglese che difficilmente gli
stranieri lo possono valutare. Le osservazioni di Gulliver non sono mai
più acute o profonde di quelle d'un capitano di bastimento mercantile
o d'un chirurgo della -City- di Londra che torni da una lunga corsa
marittima.
Robinson Crusoè, che racconta avvenimenti ben più prossimi alla realtà,
non è forse superiore a Gulliver per la gravità e semplicità della sua
narrazione.
La persona di Gulliver si scorge disegnata con tal verità che un
marinaio affermava di aver conosciuto il capitano Gulliver; null'altro
esservi di sbagliato fuorchè il luogo del suo domicilio, che era a
Wapping, non a Rotherhithe. Una tal lotta tra la facilità naturale e
semplicità dello stile e le meraviglie raccontate, è quanto produce
uno dei grandi vezzi di questa memorabile satira delle imperfezioni,
delle follie e dei vizi della specie umana; i calcoli esatti, che
vengono istituiti nelle due prime parti contribuiscono a dar qualche
verisimiglianza alla favola. Suol dirsi che ogni qual volta nella
descrizione di un oggetto naturale le proporzioni sono ben conservate,
il maraviglioso prodotto dall'impicciolimento o ingrandimento enorme
dell'oggetto stesso è meno sensibile allo spettatore. Certo è che in
generale la proporzione è un attributo essenziale della verità, e che,
quando una volta il lettore ha ammessa l'esistenza degli uomini che il
viaggiatore narra di aver veduti, egli è difficile il ravvisare veruna
contradizione nel suo racconto; sembra al contrario che i personaggi
in cui Gulliver si è scontrato, si comportino precisamente come lo
avrebbero dovuto nelle circostanze ove gli ha immaginati l'autore.
In ordine a che, il maggior elogio che possa citarsi dei -Viaggi di
Gulliver-, è la critica stessa fattagli da un dotto prelato irlandese:
-È tutt'uno; Swift non m'indurrà mai a credere che tali uomini,
tali animali, tali alberi abbiano avuata una esistenza reale-. Vi è
parimente una grand'arte nel far vedere come Gulliver, per l'influenza
degli oggetti dai quali è attorniato arrivando a Lilliput e a
Brobdingnag, perda a gradi a gradi le idee che aveva sulle proporzioni
di statura, e adotti quelle dei pigmei o dei giganti fra' quali visse.
Per non protrarre di troppo queste considerazioni eccito soltanto
il leggitore a notare con quale infinita maestria, per rendere più
solleticante la satira, le azioni vengano ripartite fra quelle due
razze di esseri immaginari. A Lilliput i rigiri, i brogli politici,
che sono la principale faccenda dei cortigiani in Europa, trasportati
in una corte di omettini alti sei dita, divengono un oggetto di
ridicolo, intantochè la leggerezza delle donne e i pregiudizi delle
corti europee, che l'autore presta alle dame di palazzo del regno di
Brobdingnag, divengono nauseanti mostruosità presso una nazione di
sterminata statura. Con queste arti e mille altre, dalle quali trapela
il tocco del grande maestro, e delle quali sentiamo l'effetto senza
arrivare a scoprirne la causa se non in forza di una lunga analisi,
Swift ha convertito una fola buona per le balie in un romanzo cui niun
altro può essere paragonato sia per la maestria della narrazione, sia
pel vero spirito della satira che vi domina. Voltaire, che quando uscì
questo romanzo trovavasi in Inghilterra, lo esaltò ai suoi compatrioti;
raccomandando loro di farlo tradurre. L'abate Desfontaines si prese
l'assunto di una tale versione. Le perplessità, le paure, le apologie
di questo Desfontaines si leggono nella singolare introduzione che egli
premise al suo lavoro; prefazione ben atta a dare un'idea su lo spirito
e le opinioni di un letterato francese di quell'età.
L'abate Desfontaines crede accorgersi che quest'opera dà un calcio a
tutte le regole; chiede grazia per le stravaganti fole che egli si
è ingegnato di vestire alla francese; confessa che a certi tratti
dei -Viaggi di Gulliver- si sentiva cader di mano la penna, tanto
grandi erano l'orrore e la sorpresa che lo comprendeano al vedere
sì audacemente violata dall'autore satirico inglese ogni buona
creanza.[10] Paventa non vadano a cadere su la corte di Versaglies
alcune frecciate scoccate dalla penna di Swift, si affaccenda con
mille circollocuzioni a protestare che la totalità del romanzo è
allusiva ai -toriz- e ai -wigts- (chiama così i tory e i wigh) da cui
è -infestato il fazioso regno dell'Inghilterra-. Conchiude assicurando
i suoi leggitori di aver non solamente cangiati molti incidenti
onde accomodarli al gusto dei suoi compatrioti; ma di aver omesse le
particolarità nautiche ed una quantità di -minuzzame tanto detestabile
nell'originale-.[11] A malgrado di questa ostentazione di gusto
prelibato e di dilicatezza, la versione di cui si parla è tollerabile.
L'abate Desfontaines fece la sua palinodia per aver tradotta un'opera
secondo lui sì difettosa; col pubblicare una -Continuazione dei Viaggi
di Gulliver-, in uno stile tutto suo e affatto diverso da quello del
suo prototipo.[12]
Anche in Inghilterra è stata pubblicata una -Continuazione dei Viaggi
di Gulliver-, un preteso terzo volume. È questa il più impudente
accozzamento di pirateria e di falsità ch'uomo si sia mai fatto lecito
nel mondo letterario. Mentre vi era chi sosteneva essere stata composta
dall'autore del vero -Gulliver- questa -Continuazione-, si scoperse
che non era nemmeno l'opera del suo imitatore, ma la cattiva copia
d'un romanzo francese affatto oscuro, ed intitolato la -Storia dei
Severambi-.
Indipendentemente dalle indicate continuazioni, era impossibile che
un'opera di tanto grido non facesse nascere la voglia d'imitarla, di
farne la parodia, di pubblicarne la chiave; com'era impossibile che
non somministrasse inspirazioni a qualche poeta; che non fruttasse al
suo autore ora encomi, ora satire, in somma tutto quanto per solito
si connette con un trionfo popolare, non omesso lo schiavo incatenato
al carro, le cui grossolane ingiurie ricordano all'autor trionfante
ch'egli è sempre uomo.
I -Viaggi di Gulliver- doveano sempre più aumentare, siccome accadde,
il favore di cui godeva il loro autore alla corte del principe di
Galles. Ricevè lettere le più cortesi, le più affettuose e sparse anche
di amichevoli lepidezze su Gulliver, su gl'Yahoo, su gli abitanti
di Lilliput. Nel partirsi dall'Inghilterra, Swift avea chiesto
alla principessa e a mistress Howard un picciolo dono, un pegno che
attestasse qual differenza entrambe ponevano tra l'autore dei -Viaggi
di Gulliver- e un ordinario pretazzuolo. Non pretendeva che il regalo
della principessa oltrepassasse in valore dieci lire sterline, nè una
ghinea quello di mistress Howard. La principessa promise un dono di
medaglie che non furono mai spedite. Mistress Howard, più memore della
parola data, spedì a Swift un anello; alla lettera che lo accompagnava
Swift rispose a nome di Gulliver, ed aggiunse alla sua risposta
una picciola corona d'oro che rappresentava il diadema di Lilliput.
La principessa accettò un taglio di drappo di seta, di manifattura
irlandese, del quale si fece una veste. Nella sua corrispondenza, Swift
torna un po' troppo spesso su questo presente; e vi è gran luogo di
credere che se il principe fosse salito sul trono, Gulliver, valendoci
dell'espressione di lord Peterborough, -avrebbe fatto dar del gesso ai
suoi scarpini, ed imparato a ballar su la corda per diventar vescovo-.
IV.
Swift era uomo d'alta statura, robusto e ben fatto. Aveva occhi
turchini, carnagione bruna, sopracciglia nere e folte, un naso
piuttosto aquilino, lineamenti che esprimevano tutta l'austerità,
l'altezza e l'intrepidezza del suo carattere.
In sua giovinezza passava per bellissimo uomo; in vecchiezza, la
fisonomia, benchè severa, ne era nobile e dignitosa. Aveva il dono
di parlare in pubblico con facilità e calore: il talento delle sue
risposte apparve sì atto alle discussioni politiche, che i ministri
della regina Anna dovettero più d'una volta esser dolenti perchè non
riuscirono a farlo sedere al banco dei vescovi nella Camera dei pari. I
governatori inglesi spediti in Irlanda ne temettero l'eloquenza non men
della penna.
I suoi modi sociali erano facili ed affabili, nè privi d'una certa
tinta d'originalità; ma sapeva sì bene adattarli alle circostanze,
che si voleva universalmente averlo di brigata. Anche allorchè gli
anni e le malattie ne ebbero alterato la flessibilità dello spirito
e l'equanimità del carattere, continuò ad essere accetta e desiderata
la sua compagnia. Il suo conversare riusciva interessante non solo per
la cognizione che avea del mondo e dei costumi, ma per le facezie non
prive di frizzo colle quali condiva le sue osservazioni e le storielle
che raccontava. Secondo Orrery, fu questa l'ultima delle prerogative
intellettuali che lo abbandonò; s'accôrse per altro da sè il nostro
decano che a proporzione dell'indebolirsi della sua memoria ripetea
troppo spesso le stesse cose. Del resto il suo far conversevole,
le sue risposte pungenti, i suoi frizzi, vennero considerati come
impareggiabili; benchè, come accade a tutti quelli che sono soliti a
dominare con certo dispotismo la brigata, si scontrasse talvolta in
resistenze inaspettate che lo riducevano al silenzio.
Era tenerissimo dei giuochi di parole. Uno dei più felici che sieno
forse mai stati fatti fu l'applicazione del verso di Virgilio:
Mantua, væ! miseræ nimium vicina Cremonæ!
ad una signora che col suo -manto- gettò in terra un violino di Cremona.
Più grottesco è il giuoco di parole con cui confortò un uomo attempato
che aveva perduto i suoi occhiali, ma un Italiano non ne comprende la
forza se non sa o non si ricorda che in inglese -spectacles- vuol dire
-occhiali-. Il verso consolatorio fu questo:
Nocte pluit tota, redeunt -spectacula- mane.[13]
La sua superiorità in un genere di spirito più reale è confermata da
parecchi aneddoti. Un personaggio ragguardevole, di condotta non troppo
regolare, aveva per impresa gentilizia le parole: -Eques haud male
notus-. Swift la comentò in questo modo: -Sì ben noto che se ne fidano
poco-. Aveva una passione tutta sua d'improvvisare proverbi. Un giorno,
in compagnia d'altri suoi conoscenti, passeggiava lungo il giardino
d'un suo amico, e vedendo che il padrone del giardino non pensava ad
offrirgli un frutto, disse: -- La mia povera madre m'insegnava questo
proverbio:
Quando a tiro hai la pesca
Di corla non t'incresca.
-Always pull a peach-
-When it is in your reach.-
Detto ciò, diede ai compagni il buon esempio di spiccarsi le pesche da
sè.
Un'altra volta, egli ed un amico passeggiando a cavallo, il compagno
cadde col suo cavallo, senza per altro farsi male, entro un pantano;
Swift esclama:
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
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