Prospero il duca espulso di Milano.
Per mostrarti che quei che ora ti parla
è un principe vivente, ecco io ti abbraccio
e a te, come ai compagni tuoi dal cuore
v'auguro il benvenuto.
ALONZO.
Io non so dire
se tu sia quello, o se non sei più tosto
qualche incantato spirito, che debba
trarmi in inganno anche una volta come
già lo fui poco fa. Ti batte il polso
qual di carne e di sangue e fin da quando
ti ho visto, sento indebolirsi il grave
tormento del mio spirito, che--temo--
sia da follia percosso. Tutto questo
se non è finzion, certo promette
una assai strana storia. Il tuo ducato
io ti rendo e il perdon chiedo al mio fallo.
Ma come mai Prospero è vivo e come
sì trova qui?
PROSPERO
a Gonzalo.
Prima, o nobile amico,
lascia che abbracci la vecchiezza tua
di cui nessun può misurar l'onore
nè limitarlo.
GONZALO.
Non potrei giurare
che tutto questo sia pur vero o falso.
PROSPERO.
Ancor gustate qualche leccornia
di quest'isola, quale non vi lascia
le cose vere scerner dalle false.
Benvenuti voi tutti, amici miei!
Piano a Sebastiano e ad Antonio.
In quanto a voi, bel paio di messeri,
potrei--se lo volessi--il guardo irato
di sua altezza su voi volgere e quali
traditori svelarvi. Per adesso
non dirò nulla.
SEBASTIANO
da sè.
È il diavolo che parla
in lui!
PROSPERO.
No. Ma per voi degno signore
che non posso chiamar fratello senza
infettarmi la bocca, io ti perdono
delle più gravi colpe: tutte quante.
E il mio ducato ti richieggo, pure
conoscendo che rendermelo devi.
ALONZO.
Se Prospero tu sei, dacci notizie
di tua salvezza e come ci hai trovati
qui tutti, quando or fan tre ore appena
naufragammo sopra questa spiaggia
dove perdetti--come è acuto il male
di un tal ricordo!--il figlio mio diletto
Ferdinando.
PROSPERO.
Ne son dolente, o Sire.
ALONZO.
La perdita è senza riparo e dice
la pazienza ch'è fuor d'ogni sua
cura.
PROSPERO.
Invece mi par che non abbiate
l'aiuto suo richiesto, poi che il dolce
favor mi presta di sovrano aiuto
in una eguale perdita e mi accorda
il riposo.
ALONZO.
Una tal perdita voi?
PROSPERO.
Tanto grande per me, quanto recente
e contro cui, per sopportarla ho mezzi
più deboli di quelli che potete
invocare a conforto vostro: ho perso
la figlia mia.
ALONZO.
La vostra figlia? Oh cielo
perchè non sono a Napoli ed entrambi
quivi regina e re? se questo fosse,
starmi vorrei dentro il fangoso letto
dove mio figlio giace. Quando avete
perduto vostra figlia?
PROSPERO.
L'ho perduta
nell'ultima tempesta. Io scorgo intanto
questi degni signori sì colpiti
da un tale incontro che la ragion loro
divorano e che i loro occhi ministri
dubitan siano di verità, nè vero
alito le parole loro. Ma
per quanto fuor dei vostri sensi usciti
siate certi ch'io son Prospero, il Duca
legittimo, scacciato da Milano
il quale molto stranamente in questa
spiaggia ove naufragaste, prese terra
e il signor ne divenne. Ma di tali
cose non più, però che questa è storia
di lunghi giorni e non lieve racconto
da farsi a mensa e quale si convenga
a questo primo incontro. O Sire, siate
il benvenuto. La mia corte è questa
grotta. Ho là qualche servo, nè di fuori
suddito alcuno. Ve ne prego, date
uno sguardo là dentro. Poi che il mio
ducato mi rendeste, compensarvi
io cercherò con egual cosa o al meno
tal miracol mostrarvi che vi faccia
lieto così come lo son del mio
ducato.
Si apre la grotta e lascia
vedere Ferdinando e Miranda
che giocano a scacchi.
MIRANDA.
O mio dolce signor, giuocate
ingannandomi.
FERDINANDO.
No, mio caro amore:
non lo farei pe'l mondo intero.
MIRANDA.
Sì:
ma venti regni mi disputereste
ch'io pur direi che il vostro giuoco è buono.
ALONZO.
Se un'altra visione è questa della
Isola, ben due volte un caro figlio
ho perduto!
SEBASTIANO.
Un miracolo supremo!
FERDINANDO.
Quantunque il mare ci minacci è pure
pietoso ed in van l'ho maledetto!
S'inginocchia d'innanzi ad Alonzo.
ALONZO.
Le benedizion tutte d'un padre
felice, ora ti faccian grande. Sorgi
in piedi e dimmi come qui venisti.
MIRANDA.
O meraviglia! Quali creature
mirabili! e come è bello l'umano
genere! Oh dolce nuovo mondo, pieno
di un tal popolo!
PROSPERO.
È nuovo a te!
ALONZO.
Chi è dunque
questa fanciulla con la quale stavi
giuocando? Non può essere più antica
di ben tre ore l'amicizia vostra.
Forse è la Dea che ci ha salvati e tutti
ci ha radunati qui?
FERDINANDO.
Sire, è mortale
ma è mia per immortale provvidenza.
Io la scelsi allorchè più non potevo
chieder consiglio al padre mio, nè pure
credea di averne ancora uno. Ella è figlia
di quel ben noto duca di Milano
di cui sì spesso ho udito, senza pure
averlo visto prima. È da costui
che ho ricevuto una seconda vita
ed un secondo padre or mi procura
questa signora.
ALONZO.
E sarà il suo! Ma come
sembrerà strano che il perdono invochi
da mio figlio!
PROSPERO.
Ora basta, Sire. È vano
aggravare il ricordo con un peso
già dileguato.
GONZALO.
Dentro me piangevo,
se no parlato avrei di già. Volgete
in giù li sguardi, o Dei! Su questa coppia
una corona benedetta fate
cadere dopo che la via tracciaste
che ci ha condotti qui!
ALONZO.
Dico, o Gonzalo,
Amen!
GONZALO.
Così Milano fu cacciato
da Milano perchè la discendenza
sua regnasse su Napoli! Una gioia
non comune vi allieti e questo in oro
sopra salde colonne trascrivete:
"Trovato ha Claribella, in un viaggio,
a Tunisi il marito e suo fratello
Ferdinando una moglie là dove egli
si era perduto; Prospero, il ducato
in una povera isola e noi tutti
ritrovammo noi stessi, quando ognuno
di sè non era più padrone".
ALONZO.
Datemi
le vostre mani. Ogni tristezza ed ogni
dolore il cuor per sempre arda di quegli
che non v'auguri bene.
GONZALO.
E così sia
Amen!
Rientra ARIELE col PADRONE
della nave seguito dal NOSTROMO
e ambedue pieni di stupore.
O guarda, Sire, o guarda, Sire,
ecco ancor due dei nostri. Avea pur detto
che se c'era potere in terra, questi
non sarebbe affogato! Ora, o Bestemmia,
che lanciavi da bordo tutte quante
le tue imprecazioni, non ne hai dunque
più sulla spiaggia? E non hai più la bocca
a terra? E cosa c'è di nuovo?
IL NOSTROMO.
Prima,
e assai meglio di tutto, c'è che abbiamo
trovato il nostro re salvo coi suoi.
Poi che la vostra nave--quella stessa
che or fa tre ore credevam perduta--
è salda e forte e sopra i flutti ondeggia
come quando nel mar la prima volta
noi la varammo.
ARIELE
a Prospero.
Tutto questo, o mio
signore, ho fatto da che son partito.
PROSPERO
ad Ariele.
Spirito industre!
ALONZO.
Questi avvenimenti
non sono naturali e d'ora in ora
divengono più strani. Dite come
veniste qui?
IL QUARTIERMASTRO.
Sire, se mai credessi
di essere sveglio, cercherei di dirlo.
Morti eravam di sonno e tutti quanti
distesi sotto i boccaporti, senza
pur saper come, quando con rumori
strani e diversi, come grida e rugghi
e batter di catene ed urla ed altri
varî frastuoni fummo risvegliati
e per di più liberi tutti e il nostro,
bravo, forte e regal vascello abbiamo
in ordine trovato ed il padrone
che saltava di gioia nel vederlo.
In un battibaleno e, non vi spiaccia,
sempre sognando forse, siamo stati
di là tratti e condotti qui che ancora
ci fregavamo gli occhi.
ARIELE
a Prospero.
Ho fatto bene?
PROSPERO
ad Ariele.
Bene, o mio diligente, e tu sarai
libero!
ALONZO.
Ecco il più strano labirinto
che un uomo abbia percorso. In tutto questo
v'è più grande potere che non abbia
la natura. Bisogna che la nostra
scienza un qualche oracolo corregga.
PROSPERO.
O Sire e mio Sovrano, il tuo pensiero
non faticare sopra la stranezza
di questi fatti. Quando avremo il tempo
e fra breve sarà--saprò spiegarti
in secreto ogni cosa ed ogni cosa
ti sembrerà probabile. Ma in tanto
siate felici e di ciascun evento
pensate bene.
Ad Ariele.
O spirito, vien qua.
Libera Calibano e i suoi compagni
e disciogli l'incanto.
Exit Ariele.
O grazioso
mio Sire, come va? Vi sono alcuni
vostri vecchi compagni che perdeste
e che non ricordate.
Rientra ARIELE, trascinandosi
dietro STEFANO, TRINCULO e
CALIBANO con le vesti rubate.
STEFANO.
Che ognuno fatichi per tutti gli altri e che
nessuno si preoccupi di sè stesso perchè qua
giù non c'è che il caso.
-Coraggio-, bravo mostro, -coraggio!-
TRINCULO.
Se quelle che porto in testa sono buone spie,
ecco un meraviglioso spettacolo!
CALIBANO.
O Setebos!
Questi son bravi spiriti davvero
e come è bello il mio padrone! Io temo
ch'egli non mi castighi!
SEBASTIANO.
Ah, ah, che cose
sono mai queste, o mio messer Antonio,
e si potean comprare?
ANTONIO.
Certamente:
uno è un semplice pesce e senza dubbio
commerciabile.
PROSPERO.
I lor cenci guardate,
o miei signori, e poi dite se sono
onesti! Quel deforme farabutto
è figlio di una strega che fu tanto
forte, da controllar la luna e il flusso
ed il riflusso regolare e senza
il suo poter la sfera comandarne.
Tutti e tre mi hanno derubato e questo
mezzo demonio--perchè è pur bastardo--
per togliermi la vita ha congiurato
con loro. Due di questi voi dovete
riconoscere come vostri ed io
questa cosa di tenebre per mia
riconosco.
CALIBANO.
Sarò pinzato a morte!
ALONZO.
Ma non è questo, Stefano il mio servo
ubriacone?
SEBASTIANO.
È ubriaco anche adesso. Ma dove ha
trovato il vino?
ALONZO.
E Trinculo che in piedi
non può reggersi più? Dove han trovato
il gran Liquor che gli ha dorati in questo
modo? E come ti sei messo in tal salsa?
TRINCULO.
Mi son messo in questa salsa dall'ultima volta
che vi ho veduto, e ho paura che non m'esca
più dalle ossa. Non avrò più timore delle punture
delle mosche.
SEBASTIANO.
E bene, Stefano, cosa c'è?
STEFANO.
Oh non mi toccate! io non sono più Stefano,
son un crampo.
PROSPERO.
Volevate essere re dell'isola, eh? birbante!
STEFANO.
Vi assicuro che in questo caso sarei stato
un re pieno di benevolenza.
ALONZO.
indicando Calibano.
La più bizzarra cosa che ho mai visto!
PROSPERO.
Egli è nella figura e nei suoi modi
egualmente deforme. Va', messere,
nella mia grotta e reca teco i tuoi
compagni. Per avere il mio perdono
ordinatela a modo.
CALIBANO.
Certamente
che lo farò, voglio esser d'ora innanzi
sottomesso ed avere il tuo perdono.
Ah tre volte imbecille fui, prendendo
per Dio questo ubriaco ed adorando
quest'altro pazzo ignobile!
PROSPERO.
Va' via!
ALONZO.
Via di qui! E rimettete quelli oggetti dove
gli avete trovati.
SEBASTIANO.
O meglio rubati.
Exeunt Calibano,
Trinculo e Stefano.
PROSPERO.
Sire, invito l'altezza vostra e tutta
la corte nella mia povera cella
dove potrete riposarvi questa
notte. Ma in parte impiegheremo il tempo
in discorsi cotali che veloce
ve lo farà trascorrere: la storia
della mia vita e di quel che mi accadde
fino dal primo giorno in cui son giunto
in quest'isola. E all'alba al vostro legno
vi condurrò che a Napoli vi porti,
dove spero veder solennizzato
il rito nuzial di questi due
amanti e quindi nella mia Milano
ritornerò, dove su tre pensieri
uno alla tomba mia sarà rivolto.
ALONZO.
La storia della vostra vita ho fretta
di udire: certo deve stranamente
prender l'udito.
PROSPERO.
Liberi vi rendo
tutti! Ed a voi prometto calmi venti,
onde propizie ed un viaggio tanto
celere che possiate giunger presto
la regal flotta.
Ad Ariele.
O mio Ariele, avanti!
questo è incarico tuo: poi fa ritorno
agli elementi e sii libero. Addio!
Ed or di grazia fatevi da presso.
Exeunt.
EPILOGO
detto da Prospero.
Qui ho deposto ogni magia
e quel che ho di forza è mia:
non è molto e sta in potere
vostro farmi rimanere
o mandarmi per incanto
verso Napoli. Soltanto
poi che il mio vecchio ducato
io mi son riconquistato
ed ho reso il mio favore
all'indegno traditore,
via da questi regni vani
col favor di vostre mani
mi traete e col fedele
vostro soffio le mie vele
sì gonfiate che altrimenti
sono i miei divisamenti
--ch'eran solo a voi piacere--
tutti quanti per cadere.
Ora ho d'uopo al tempo stesso
d'arte e genii e vi confesso
che la mia sorte è assai nera
se non fosse la preghiera
che a traverso ogni aspro assalto
sa raggiungere nell'alto
la divina grazia e rende
puri di tutte le mende.
Dunque come voi volete
il perdono, concedete
l'indulgenza che dovrà
rimandarmi in libertà.
FINE.
NOTE.
NOTE DEL TRADUTTORE
ALLA
TEMPESTA, DI SHAKESPEARE
ATTO PRIMO.
SCENA II.--A pag. 26. -Calibano-. Con questo personaggio, l'autore ha
voluto senza dubbio personificare uno di quelli indigeni--di razza
rossa--che nei viaggi a cui si accenna nella prefazione assumevano
tanti e tanto fantastici aspetti. Il Farmer osserva poi come -Caliban-
sia metatesi di -Canibal- e l'osservazione è tanto più giusta in
quanto gli anagrammi e i giuochi di parole erano di moda in
quell'epoca.
A pag. 34. -A ben cinque braccia nel mare....- Questa canzone e
l'altra del quarto atto: -là dove sugge l'ape-, ecc.... furono
musicate da Robert Johnson e pubblicate a Oxford nel 1660 dal Dr.
Wilson, in una raccolta intitolata -Court Ayres or Ballads-.
A pag. 38. -Sei tu vergine o no-, ecc. Questa esclamazione di
Ferdinando si è prestata a molti comenti dovuti anche alle diverse
interpretazioni del testo. Secondo la maggior parte delle edizioni
inglesi il testo direbbe:
-O you wonder!
If you be made or no!-
a cui Miranda risponde:
-No wonder, sir;
But certaily a maid.-
giuocando sul doppio significato di made-creatura, cosa creata, e
maid-vergine come aveva frainteso la figlia di Prospero. Ma secondo il
Malone, questo gioco di parole non doveva esistere nel testo originale
tanto più che le prime copie leggono -if you be maid or no-. Del
resto, l'interpretazione che ha suscitato grandi dispute fra i
comentatori ha valore relativo e secondo noi è bene concludere con le
parole del Mason il quale osserva giustamente che tutta la questione
si riduce a sapere se i lettori vorranno adottare un'espressione
semplice e naturale che non ha bisogno di comenti o meglio un'altra
che l'ingenuità di molti comentatori ha interpretato imperfettamente.
ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.--A pag. 49. -Temperanza era infatti una delicata
donzella....- I puritani dell'epoca di Guglielmo Shakespeare usavano
di battezzare le loro figlie con nomi di virtù morali e religiose.
Così il Taylor nella descrizione di una meretrice, ha questi due
versi:
-Though bad they be, they will not bate an ace
To be call'd Prudence, Temperance, Faith and Grace.-
A pag. 52. -Vedova Didone, avete detto-, ecc....
Il Malone suggerisce che questa insistenza sul nome di -Dido- in
assonanza con la parola -Widow---vedova--possa essere stata dettata
dal ricordo di una iscrizione copiata da Anserio e riportata tradotta
nei poemi di Davison:
-O nost unhappy Dido
unhappy wife and mor unhappy widow!-
Ma forse più giustamente altri comentatori rammentano una ballata
-Queen Dido- popolarissima ai tempi di Shakespeare e cantata in tutte
le taverne e in tutte le strade di Londra.
A pag. 57.
-S'io mi fossi
il Re cosa farei?-
Tutto questo passaggio, nel quale taluno potrebbe vedere un'acuta
satira del socialismo, fu ispirato dagli -Essais- di Montaigne che
erano stati tradotti dal Florio e pubblicati in Inghilterra nel 1603.
Si può dire che l'intiero brano non sia che una traduzione del
capitolo in cui si parla della Francia Antartica, allora recentemente
scoperta.
Il lettore potrà confrontare gli Essais al capitolo XXX del libro I:
-Des Cannibales-.
SCENA II.--A pag. 74. -Trinculo-. Il nome di Trinculo deve essere
stato suggerito a Guglielmo Shakespeare da qualche canzone di marinaio
napoletano. Benedetto Croce mi faceva osservare, infatti, un vecchio
ritornello dialettale che suonava così:
-Tríncule, míncule
spilli e spillone....-
A pag. 75. -Non darebbe un centesimo per soccorrere un povero storpio,
ma ne sborserebbe dieci per vedere un indiano morto.-
Verso la fine del secolo XVI era tornato dal Catay dove aveva compiuto
un avventuroso viaggio il Frobisher, e aveva portato con sè alcuni
indigeni di quel regno lontano, i quali destavano una grande curiosità
fra gli abitanti di Londra: ma per un raffreddore preso sulla nave che
li conduceva in Europa morirono quasi subito appena furono sbarcati in
Inghilterra. La relazione di quel viaggio e la descrizione di quelli
indiani con relativa storia della loro morte fu pubblicata in un
volume in-4° dal Frobisher, nel 1578.
ATTO TERZO.
SCENA II.--A pag. 95. -Sarebbe davvero un bel mostro se avesse gli
occhi nella coda....-
È un'allusione a una pubblicazione fatta ai tempi di Shakespeare a
proposito di una balena trovata morta sulla spiaggia di Ramsgate. In
questa pubblicazione era detto fra l'altro «si tratta dunque di un
pesce mostruoso, ma non così mostruoso come è stato detto, perchè ha
gli occhi nella testa e non sul di dietro». Vedi -Summary-, 1575.
A pag. 101
-... rammenta
d'impossessarti dei suoi libri....-
Il Malone osserva che questo episodio è una probabile rimembranza
dell'incanto che Angelica fece sull'incantatore Malagigi, con l'aiuto
di Argalia. L'-Orlando furioso- era stato pubblicato in Inghilterra
nella traduzione del Harrington l'anno 1591.
A pag. 104. -È l'aria della nostra canzone suonata dal ritratto di
Nessuno.-
Allusione a una commedia anonima pubblicata in quei giorni: -at the
signe of No-Body-.
SCENA III.--A pag. 109,
-Che in Arabia vi è un albero per Trono
della Fenice....-
La favola della Fenice è raccontata da Plinio, dove Guglielmo
Shakespeare deve averla letta nella traduzione dell'Holland,
pubblicata appunto verso quell'epoca.
A pag. 111.
-Che ci fosser montanari,
con un grugno di toro,- ecc,...
Questi -montanari- sono i gozzuti della Val d'Aosta di cui si aveva
avuto in Inghilterra notizia fino dal 1503 in un volume di Wincken de
Wynck intitolato: -Maundeville's Travels-.
A pag. 111.
-... Miracoli che pure
potrebbe garantirci oggi un qualunque
viaggiatore assicurato al cinque
per uno....-
Era costume, all'epoca di Shakespeare, che ciascun viaggiatore il
quale partisse per una lunga spedizione, assicurasse la propria vita,
depositando una data somma di denaro che gli veniva restituita
aumentata da forti interessi quando fosse di ritorno.
ATTO QUARTO.--UNA RAPPRESENTAZIONE.
A pag. 121.
-Le rive che l'aprile umido, al tuo comando
di gigli e di peonie fiorisce....- ecc.
Gigli e peonie erano simboli della castità. Così il Lyte nel suo
-Herbal- ci fa sapere che «un genere di peonie è da qualcuno chiamato
-maiden or virgin peonie-». Se poi si vuol osservare che i gigli e le
peonie non crescono contemporaneamente, si risponderà che di queste
inesattezze botaniche molte se ne trovano nell'opera di Guglielmo
Shakespeare, come i «garofani che Aprile apporta» nella canzone del
-Measure for Measure-, i «gigli d'ogni qualità» che descrive nel
-Winter's tale- come figli della primavera, contemporanei alle
giunchiglie, alle primole e alle violette, ed altre fantasie poetiche
del genere. Si aggiunga che alcuni comentatori antichi invece di
-lilied brims- leggono -twilled brims-, cioè -margini ricamati o
trapuntati di peonie-.
A pag. 126.
-Non altrimenti gli edifici
senza base di questa visione....-
Tutto l'intiero brano, che è proverbiale nella letteratura inglese,
non sarebbe originale secondo lo Steevens, il quale lo fa derivare da
una scena della -Tragedy of Darius- di Lord Sterline, tragedia che
sarebbe stata pubblicata l'anno della morte della Regina Elisabetta
(1603).
A pag. 130.
-.... si è condotto con noi come un Fuoco fatuo.-
L'originale ha -has played the Jack with us-. «Jack of lantern» è il
nome popolare del fuoco fatuo che secondo la tradizione faceva deviare
i viaggiatori dalla via retta per precipitarli nei pantani su cui
ondeggiava.
A pag. 134.
-.... sarem tutti
guanti cambiati in paperi....-
Il testo ha barnacles che secondo lo Skinner sarebbe l'-Anser
Scoticus-. Voleva la tradizione d'allora quest'anitra nascesse da un
albero i cui frutti giunti a maturità si aprivano lasciando cadere
l'anitroccolo sull'acqua. Il Collins ci fa sapere che «Esistono in
alcune parti della Scozia settentrionale certi alberi su cui crescono
frutti a forma di conchiglia i quali cadendo sull'acqua si trasformano
in anatre e sono chiamate -barnacles-». L'errore, del resto, era
accettato dai più celebri naturalisti del tempo, così che non solo si
trova riprodotto nella -Cosmografia- di Sebastiano Münster, ma anche
il nostro dottissimo Aldrovandi lo accoglie nella sua ornitologia,
dando per fino il disegno dell'albero portentoso!
A pag. 135. -Si ode il rumore di una caccia.-
Era credenza comune che una muta di cani spettrali seguita da uno
sconosciuto cacciatore, scorrazzasse la terra seguendo qualche dannato
peccatore. Così ritroviamo la caccia selvaggia nel canto XIII
dell'-Inferno- dantesco e nella novella di Nastagio degli Onesti del
Decamerone. Così venne accettata dagli scrittori di magìa come si può
vedere del -Treatise of spectres- di Pietro de Loier, tradotto dal
francese e pubblicato in Inghilterra nel 1605.
ATTO QUINTO.
A pag. 139. -O voi elfi dei colli....-
Il Warburton fa notare che questa invocazione si trova
nell'invocazione ovidiana di -Medea-.
-Auraeque et venti, montesque, amnesque, lacusque
Diique omnes nemorum diisque omnes noctis adeste.-
Egli l'aveva letta nella traduzione del Goldnig e il Malone osserva
che in alcuni punti ha trascritto letteralmente l'espressione del
traduttore inglese.
A pag. 145. -Ancor gustate qualche leccornia-, ecc.
Il testo ha:
-do you yet taste
sone subtilties.-
Il vocabolo -subtiltie-, annota lo Steevens, è parola che si trova
nell'antica arte culinaria e significa uno di quei piatti che
raffiguravano cose diverse dalla loro sostanza, come castelli, alberi,
dragoni, ecc., fatti di pasta e di zucchero.
A pag. 155.---Coraggio, bravo mostro, coraggio!- La parola Coraggio è
in italiano nell'originale.
A pag. 157.---Il gran Liquor che gli ha dorati-, ecc. Il Warburton
crede che lo Shakespeare avesse scritto -Il grande Elisir-, perchè è
evidente dalle parole che seguono---che gli ha dorati tutti---che egli
allude all'-Aurum potabile- di cui in quei tempi era gran parlare.
EPILOGO.
A pag. 161. -.... la mia sorte è assai nera....-
Allude alla fine disperata dei negromanti, tratti nell'inferno dagli
spiriti maligni e salvi solo dalla preghiera dovuta a un sincero
pentimento.
PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: Due Lire.
TEATRO
DI
GUGLIELMO SHAKESPEARE
NUOVA TRADUZIONE DI DIEGO ANGELI
-A questo 1.° volume --La Tempesta-- succederanno
immediatamente le seguenti opere di cui la traduzione
è già compita:-
Giulio Cesare.
Coriolano.
Come vi piace.
Il sogno di una notte di mezza estate.
Macbeth.
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori in Milano.
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