.... è che le nostre vesti, bagnate dal mare come furono, hanno non ostante conservato la loro freschezza e il loro splendore e sono più tosto rinnovate che macchiate dall'acqua salata. ANTONIO. Ma se una delle sue tasche potesse parlare, non direbbe forse che mentisce? SEBASTIANO. Già: o per lo meno s'intascherebbe molto falsamente la sua affermazione. GONZALO. Mi sembra che le nostre vesti siano così fresche come il giorno che le indossammo per la prima volta, in Africa, al matrimonio della figlia del Re, la gentile Claribella, col Re di Tunisi. SEBASTIANO. Fu un bel matrimonio, che ci ha profittato molto nel ritorno! ADRIANO. Tunisi non era mai stata onorata, prima di adesso, con un modello di perfezione simile alla sua Regina. GONZALO. No: dal tempo della vedova Didone. ANTONIO. Vedova? La peste a lei! Come c'entra questa vedova? La vedova Didone! SEBASTIANO. E così? Se egli avesse anche detto il "Vedovo Enea", Signore Iddio, come ve la prendete, per questo! ADRIANO. Vedova Didone, avete detto? Ora mi ci fate pensare: ella era di Cartagine, non di Tunisi. GONZALO. Questa Tunisi, o signore, era un tempo Cartagine. ADRIANO. Cartagine! GONZALO. Ve lo assicuro: Cartagine. ANTONIO. La sua parola val più di un'arpa miracolosa. SEBASTIANO. Egli ha innalzato le muraglie e le case tutte insieme. ANTONIO. Che cosa impossibile sta ora per rendere facile? SEBASTIANO. Suppongo che si porterà via quest'isola in tasca e che la darà a suo figlio come una mela. ANTONIO. E che ne butterà i semi in mare per far nascere altre isole! ALONZO. Che c'è? ANTONIO. Arriva in buon punto. GONZALO. Sire, dicevamo che le nostre vesti sono fresche come quando eravamo a Tunisi, per il matrimonio di vostra figlia, ora regina. ANTONIO. E la più rara che sia mai veduta là. SEBASTIANO. Eccettuata, vi prego, la vedova Didone. ANTONIO. O la vedova Didone! Già: vedova Didone! GONZALO. Non è forse, sire, il mio giustacuore fresco come il primo giorno che lo indossai? Intendo, sotto un certo punto di vista.... ANTONIO. Ecco un "punto di vista" pescato opportunamente. GONZALO. .... quando lo indossai al matrimonio di vostra figlia? ALONZO. M'impinzate le orecchie con parole oltre la fame dei miei sensi. Il cielo volesse ch'io mia figlia non avessi maritato costà: chè nel ritorno ho perduto mio figlio e se non erro, ora che dall'Italia ella è sì lunge, io non potrò più rivederla. O erede di Milano e di Napoli, di quale strano pesce sarai stato pastura? FRANCESCO. Sire, forse egli è vivo. Io l'ho veduto domare l'onde e cavalcarne il dorso. Egli sottometteva l'acque e d'ambo i lati respingea quei loro attacchi nemici e le più aspre ondate contro di lui sospinte a sè stringea. L'ardita fronte oltre i flutti irosi sollevando con buone braccia in vigorosi colpi remigava così verso la costa che, dal flutto minata, reclinava sopra lui, quasi ad aiutarlo. Salvo giunse a terra. ALONZO. No, no, perito è certo. SEBASTIANO. Sire, potete ringraziar voi stesso per questa grande perdita. L'Europa favorir non voleste con la figlia vostra, che preferiste abbandonare a un africano e quivi ella è bandita dai vostri occhi che giustamente ormai lacrime versan di rimpianto. ALONZO. Basta, ti prego. SEBASTIANO. Supplicato foste e tutti c'inginocchiammo innanzi a voi con ogni genere di preghiere e quella stessa bell'anima divisa fra disgusto e obedienza, esitò a lungo incerta da qual lato propendere. Perduto per sempre abbiamo vostro figlio, io temo, e Napoli e Milano avran per questa avventura più vedove che noi, uomini non rechiamo a consolarle. La colpa è vostra. ALONZO. Ed è la mia più cara perdita! GONZALO. O Sebastiano, o mio signore, il vero che narrate manca forse di gentilezza e di opportunità. Irritate la piaga quando invece voi dovreste arrecar l'impiastro. SEBASTIANO. È giusto. ANTONIO. E chirurgico molto. GONZALO. O mio buon sire è tempo nero per noi tutti, quando siete rannuvolato. SEBASTIANO. Tempo nero. ANTONIO. Nerissimo. GONZALO. E dovessi io coltivare quest'isola, o signore.... ANTONIO. Pianterebbe l'ortica. SEBASTIANO. O pur la malva. GONZALO. S'io mi fossi il Re, cosa farei? SEBASTIANO. Vi provereste a non ubriacarvi per mancanza di vino. GONZALO. Nel mio Stato ordinerei le cose alla rovescia: non un nome di magistrato ammetterei; commerci d'ogni genere esclusi; ignote tutte le lettere; ricchezza, povertà, usi di servitù nessuno; niente contratti, eredità, siepi, poderi chiusi, terreni coltivati e vigne; proibito l'uso di metalli, d'olio, di frumento, di vino; alcun lavoro: gli uomini tutti in ozio ed anche tutte le donne, ma innocenti e pure; alcuna supremazia regale.... SEBASTIANO. Ma vorrebbe essere il Re! ANTONIO. La fine della sua repubblica si dimentica del principio! GONZALO. Senza sudori e senza sforzi tutte le cose produrrebbe la Natura; vorrei fossero ignoti il tradimento, la bassezza e l'uso di spada, di coltello, di fucile, di picca e d'ogni altra arma; la benigna Natura produrrebbe in abbondanza quanto basti a nutrire il popol mio! SEBASTIANO. E nessun matrimonio fra i suoi sudditi. ANTONIO. Nessuno: tutti in ozio, puttane e farabutti. GONZALO. E vorrei governar, sire, con tanta perfezione, che l'età dell'oro sarebbe sorpassata. SEBASTIANO. Salva sia Sua Maestà! ANTONIO. Evviva il Re Gonzalo! GONZALO. E--mi ascoltate, o sire.... ALONZO. Basta, ti prego; le tue parole non mi dicono niente. GONZALO. Credo facilmente a Vostra Altezza e se le ho dette è stato per divertire questi gentiluomini i quali hanno una milza così sensibile, che si mettono a ridere per la minima sciocchezza. ANTONIO. Questa volta abbiamo riso di voi. GONZALO. Il quale io, in questo genere di allegra pazzia sono un niente in confronto a voi. Così potete continuare e ridere ancora di nulla. ANTONIO. Che colpo ci avrebbe dato! SEBASTIANO. Se non fosse caduto come uno straccio. GONZALO. Voi siete gentiluomini di fegato, capaci di tirar giù la luna dalla sua sfera, se stesse cinque giorni senza cambiare. Entra ARIELE invisibile. Si ode una musica solenne. SEBASTIANO. Lo faremmo infatti e ci andremmo a caccia servendocene come lanterna. ANTONIO. Su via, mio buon signore, non vi arrabbiate. GONZALO. O no, ve lo garantisco io, non comprometterei la mia serietà per così poco. Volete ridere di me mentre dormo? Mi sento molto stanco. ANTONIO. Andate a dormire e cercate di sentirci. Tutti si addormentano, eccettuati ALONZO, SEBASTIANO e ANTONIO. ALONZO. Come sì presto addormentati? Ahi fosse possibile che gli occhi miei con loro si chiudessero sopra i miei pensieri! Sento che a ciò sono proclivi. SEBASTIANO. Sire, non ricusate questa offerta, il sonno ben di rado il dolor visita e quando lo faccia, è di conforto. ANTONIO. Ambo, o signore, vi guarderemo mentre riposate e veglieremo alla salvezza vostra. ALONZO. Io vi ringrazio. Oh sonno portentoso! ALONZO si addormenta. Exit ARIELE. SEBASTIANO. Quale strano sopor tutti li tiene! ANTONIO. Forse è il clima. SEBASTIANO. Perchè, se gli occhi vostri non si aggravan così? Non sento affatto bisogno di dormire. ANTONIO. Ed io nè meno. Son vigili i miei spiriti. Assopiti essi sono nel sonno, tutti insieme quasi per un accordo e son piombati a terra come fulminati! Quale buona fortuna, o Sebastiano. Quale buona fortuna! Ma non più, mi sembra però di legger sul tuo volto, quello che vorresti: l'occasion ti parla e la mia ardente fantasia già scorge una corona alla tua fronte.... SEBASTIANO. Cosa? Sei tu sveglio? ANTONIO. Non odi il mio parlare? SEBASTIANO. L'odo: ma questo tuo parlare è certo d'uomo assopito e tu nel sogno parli. Cosa dicevi? Assai strano riposo, dormir con gli occhi aperti! Tu ti muovi, e stai in piedi e discorri e pure dormi profondamente. ANTONIO. Nobil Sebastiano, tu, la fortuna tua lasci dormire o morire più tosto! E chiudi gli occhi pur essendo ben sveglio. SEBASTIANO. È certo, russi distintamente e v'è nel tuo russare pur qualche senso. ANTONIO. Più che mio costume io son serio e voi pur lo diverrete, se mi darete ascolto, triplicato, in questo caso. SEBASTIANO. Io sono un'acqua ferma. ANTONIO. E a scorrer io v'insegnerò. SEBASTIANO. Sì, fatelo: un'indolenza ereditaria, forse m'indurrà a rifluire. ANTONIO. O se sapeste quanto questo proposito voi stesso pur irridendo accarezzate e quanto più lo spogliate e più lo fate bello! Gli uomini del riflusso, veramente sono vicini, molto spesso, al fondo per il loro timore e per la loro indolenza. SEBASTIANO. Ti prego, spiega meglio. La durezza del tuo sguardo e del tuo volto proclama un non so qual pensiero che vuol manifestarsi, ed il cui parto grandi sforzi ti costa. ANTONIO. Ecco, signore: questo messer di debole memoria --che lascerà fra gli uomini un ricordo anche più lieve quando sia sepolto-- quasi convinto ha il Re (perchè costui è l'uomo del convincere e soltanto a questo scopo è nato) che suo figlio sia sempre vivo. Che non sia affogato è impossibile, come non sarebbe possibile che nuoti ei che qui dorme. SEBASTIANO. Non ho alcuna speranza ch'egli sia salvo. ANTONIO. Quanta speranza in quella "alcuna speranza"! Alcuna speme è un'altra strada che adduce a una speranza così alta qual l'occhio dell'ambizione appena può raggiungerla e dubita pur anco di poterla scoprire! Convenite con me che Ferdinando è morto? SEBASTIANO. È morto. ANTONIO. Dunque qual'è l'erede più vicino al trono? SEBASTIANO. Claribella. ANTONIO. La regina di Tunisi, colei che abita a dieci leghe oltre il poter nostro; colei che da Napoli non può ricever nuove (se non le faccia da corriere il sole chè l'-Uomo nella luna- andrebbe troppo lento) prima che il mento del fanciullo appena nato sia peloso e pronto ad esser raso; quella per cui tutti fummo preda del mare e solo alcuni rigettati alla spiaggia. Ma son questi predestinati a compiere un tal fatto di cui il passato è il prologo e il futuro sta nelle vostre mani e nelle mie. SEBASTIANO. Che vaniloquio! Cosa dite? È vero che la figlia di mio fratello regna su Tunisi ed è vero ch'ella sia la sola erede al trono e che fra i due paesi corra un qualche spazio. ANTONIO. Un tale spazio, che ciascun cubito ci sembra debba gridare: "Come Claribella può dettar leggi a Napoli? Rimanga a Tunisi e si svegli Sebastiano". Dite: se quel sopor che ora li tiene fosse la morte, non sarebber peggio di quel che sono. E può qualcun regnare su Napoli, così come costui che dorme. Ci sarebbero signori che potrebber parlar con altrettanta inutile abbondanza al par di questo Gonzalo. Io stesso potrei far discorsi così vani. Ah perchè voi non avete un'anima alla mia pari! Qual sonno sarebbe questo al salir vostro! Udite? SEBASTIANO. Credo di sì! ANTONIO. Con qual senso accogliete questa vostra fortuna? SEBASTIANO. Mi rammento che soppiantaste Prospero, il fratello vostro. ANTONIO. È vero. E guardate come bene mi stanno addosso queste vesti: molto meglio di prima. Mi erano compagni di mio fratello i servi, ora mi sono sottomessi. SEBASTIANO. Però la coscienza... ANTONIO. Ahi, signore, dov'è? S'ella pur fosse un gelone potrebbe trattenermi dentro le mie pantofole: ma io non sento quella Dea dentro il mio seno. Ci fossero fra me e Milano venti coscienze potrebbero gelare e liquefarsi prima che una qualche molestia mi recassero. Il fratello vostro qui giace e non varrebbe meglio di questa terra su cui dorme s'egli fosse quello che sembra: morto. Io posso con tre pollici sol di questo ferro obbediente stenderlo per sempre sul suo letto e nel tempo stesso, voi rivolgete lo sguardo a questo vecchio straccio di ser Prudente, che in tal modo non sarebbe più là per giudicare quel che facemmo. In quanto agli altri tutti, accetteranno, come un gatto beve una tazza di latte, quel che noi vorremo suggerire e obbedienti orologi quell'ora suoneranno che diremo esser utile all'impresa del momento. SEBASTIANO. Sarà mio precedente il tuo passato, caro amico, e come acquistasti Milano io farò mia Napoli. Fuori la tua spada; un colpo e ti libererai da quel tributo che paghi, ed io, Re, ti amerò. ANTONIO. Snudiamo le spade insieme e quando la mia mano si alzerà, faccia la vostra altrettanto per Gonzalo. Rientra ARIELE invisibile. Si ode una musica. SEBASTIANO. Ma ascolta una parola. Lo trae da un lato, parlandogli. ARIELE. Ha preveduto il mio signor per mezzo dell'arte sua questo periglio in cui l'amico suo si trova e qui mi manda che tu viva e non muoia il suo disegno. Parlando negli orecchi di Gonzalo. -Mentre giaci addormentato la congiura dall'occhio sbarrato non perde un momento. Se la vita ti sta a cuore scuoti dunque cotesto torpore. Attento! Attento!- ANTONIO. Siamo rapidi entrambi. GONZALO svegliandosi. Angeli buoni salvate il Re. A Sebastiano e Antonio. Che cosa c'è? A Alonzo. Su! Sveglio. A Sebastiano e Antonio. Perchè le spade sguainate? E cosa vogliono dire quei sinistri sguardi? ALONZO svegliandosi. Che c'è di nuovo? SEBASTIANO. Mentre vegliavamo sopra il vostro riposo, in un istante medesimo un rumore udimmo come ruggir di tori o di leoni. È questo che vi ha svegliati? Assai terribilmente mi ha colpito l'orecchio. ALONZO. Io non ho udito nulla. ANTONIO. Era uno strepito che avrebbe spaventato l'orecchio anche di un mostro e il suol fatto tremare. È stato certo il ruggire d'un'orda di leoni. ALONZO. Tu l'udisti, o Gonzalo? GONZALO. Sul mio onore udito ho come un mormorio bizzarro che mi ha svegliato: ed io vi ho scosso allora e vi ho svegliato e mentre aprivo gli occhi visto ho le spade loro ignude. Certo vi fu rumore, e questo è vero. Meglio faremo a stare in guardia o pur lasciamo questa contrada. E sfoderiam le spade. ALONZO. Lasciamo pure questo luogo e il figlio mio misero cerchiamo. GONZALO. Il ciel lo tenga lungi da tali belve, ch'egli è certo in quest'isola! ALONZO. Andiamo. Exit con gli altri. ARIELE. Il mio signore Prospero, ben saprà quel che ho compito e tu, Re, cerca il figliuol tuo smarrito. Exit. SCENA II. Un'altra parte dell'isola. Entra CALIBANO con un fastello di legna. Si ode rumoreggiare il tuono. CALIBANO. Tutte le infezioni che dai botri, dalle paludi, dalli stagni sugge il sole, possan ricadere sopra Prospero ed ogni pollice del suo corpo coprir di pustole! Gli spiriti suoi m'odono e pur debbo maledirlo. Ma s'ei non lo comanda non verranno a pungermi nè a spaventarmi in loro visioni di démoni nè a farmi cader nei fossi, o come fuochi erranti a condurmi di notte fuori della mia strada. Per la più piccola cosa eccoli addosso a me! Simili a scimmie qualche volta m'irridono col loro stridere e mi perseguono ed al fine mi mordono; altre volte prendon forma di porcospini che sul mio cammino si arrotolano sì che le lor punte mi feriscono i piedi, e spesso ancora son circondato da serpenti, i quali con la forcuta lingua sibilando mi rendon pazzo. Ahimè, questo che viene è uno dei suoi spiriti che certo mi vorrà tormentar perchè son lento a portare la legna. Vo' cadere disteso al suol, che forse non mi scorge. Entra TRINCULO. TRINCULO. Non c'è nè un cespuglio nè un alberello qualunque per ripararsi dalle intemperie ed ecco che si prepara una tempesta: la sento brontolare nel vento e c'è laggiù una nuvola nera--quella grossa là--che sembra un vecchio oltre il quale sia per spandere il suo liquido. Se tonasse, come ha già fatto, non saprei nè meno dove nascondere il capo: quella nuvola là non ci risparmierà certo l'acqua a secchie! Cosa c'è, qui per terra? Un uomo o un pesce? È morto o è vivo? È un pesce: per lo meno puzza di pesce, un puzzo rancido di pesce passato; una specie di baccalà che non dovrebbe essere nè meno tanto fresco. Che pesce buffo! Se fossi ora in Inghilterra, come ci sono stato un tempo, e se avessi questo pesce solamente dipinto, non un baggiano, nei giorni di fiera, mi rifiuterebbe la sua moneta d'argento per vederlo. In quel paese, questo mostro arricchirebbe il suo uomo: ogni strana bestia arricchisce il suo uomo laggiù. Certo, non darebbero un centesimo per soccorrere un povero stroppiato, ma ne sborserebbero dieci per vedere un Indiano morto. Piedi come un uomo e natatoie per braccia! In parola d'onore, è caldo! Abbandono la mia prima opinione: la congedo definitivamente: non è un pesce ma un isolano che sarà stato colpito dal fulmine. Si ode rumoreggiare il tuono. Povero me, ecco la bufera che ritorna! Non ho di meglio da fare che nascondermi sotto il suo gabbano: non c'è altro riparo tutto intorno! La sventura vi fa trovare curiosi compagni di letto! Mi nasconderò là sotto finchè non sarà passato il tramestìo della tempesta. Si nasconde sotto le vesti di Calibano. Entra STEFANO cantando con una bottiglia in mano. STEFANO. -Non andrò più al mare, al mare, sulla spiaggia vo' morir....- È un ritornello adattatissimo per il trasporto di qualcuno: ma ecco la mia consolazione. Beve. -Il Padrone, il nostromo, io stesso, i marinari il cannoniere e il servente Megg, Moll e Marietta amavano del pari ma non si curavan niente di Cate che un linguaggio aveva spudorato e al marinar diceva di sovente "Sii appiccato". Il gusto del catrame non le piaceva punto nè della pece il sapore sì che un sarto qualunque potea graffiarla appunto dove sentisse il prudore. Dunque su, ragazzi, al mare e lasciatela impiccare!- Anche questa è una canzone poco allegra: ma ecco la mia consolazione. Beve. CALIBANO. Non mi tormentate.... oh.... STEFANO. Cosa c'è? Ci sono dei diavoli qui? È per farci qualche burletta che vi travestite da selvaggi e da uomini dell'India, eh? Non mi son salvato dall'affogamento per aver ora paura delle vostre quattro zampe; già che è stato detto: "L'uomo più forte che mai sia andato su quattro gambe, non cederà il terreno" e si ripeterà di nuovo, finchè Stefano respirerà col suo naso. CALIBANO. Gli spiriti mi tormentano, oh.... STEFANO. Questo deve essere un qualche mostro a quattro zampe dell'isola, che avrà acchiappato la febbre. Dove diavolo può avere imparato la nostra lingua? Non fosse che per questo gli vo' recare qualche aiuto. Se mi riescirà a guarirlo lo addomesticherò e lo condurrò a Napoli con me: sarà un regalo degno di ogni imperatore che avrà messo i piedi nel cuoio di vacca. CALIBANO. Non tormentarmi, te ne prego, il legno a casa porterò presto. STEFANO. Deve avere un accesso perchè quello che dice non è molto ragionevole. Gli farò assaggiare la mia bottiglia: se non ha mai bevuto vino, questa bevuta sarà capace di levargli la febbre. Se potrò guarirlo e addomesticarlo, non lo curerò mai abbastanza già che farà rientrare il suo padrone nelle spese e presto, ve lo garantisco io. Dà da bere a Calibano. Non sapreste dire chi è il vostro amico: apri bocca un'altra volta. Gli dà di nuovo da bere. CALIBANO. Un gran male non mi farai, ma ancora un poco certo: lo veggo al tuo tremor; Prospero agisce sopra di te. STEFANO. Vieni qua: apri bocca. Ecco qualcosa che ti snoderà la lingua, gatto mio. Apri bocca: ecco una cosa che ti leverà di dosso i brividi, te lo garantisco io. Gli dà da bere. Su, apri bocca. TRINCULO. Riconosco questa voce: dovrebbe essere.... ma è affogato quello. Questi sono diavoli. Aiuto! STEFANO. Quattro zampe e due voci: un mostro straordinario! La voce davanti è per dir bene del suo amico, senza dubbio, e quella di dietro per maledire e dire delle oscenità. Fosse pur necessario tutto il vino della mia bottiglia, lo guarirò. Vieni qua. Gli dà di nuovo da bere. Amen. Voglio versarne un poco anche nell'altra bocca. TRINCULO. Stefano! STEFANO. L'altra tua bocca mi chiama per nome? Aiuto! Aiuto! Questo è un diavolo e non un mostro. TRINCULO. Stefano! Se tu sei Stefano toccami e parlami perchè io sono Trinculo: non aver paura, sono il tuo buon amico Trinculo. STEFANO. E se tu sei Trinculo, vieni fuori. Ti tirerò per le gambe più corte: perchè se fra tante gambe ci sono le gambe di Trinculo, quelle sono le più corte. Tira fuori Trinculo di sotto il mantello di Calibano. Sei proprio Trinculo per davvero! Come diavolo hai fatto a servire di sedile a questo vitello? O che forse peta Trinculi? TRINCULO. Credevo che fosse stato fulminato. Ma tu non sei affogato, Stefano? Io spero che tu non sia affogato. Mi ero nascosto sotto il gabbano di quel vitello, per paura della tempesta. E tu sei vivo, Stefano? O Stefano, due Napoletani salvi! STEFANO. Ti prego, non mi girare così intorno: il mio stomaco non è troppo solido. CALIBANO da sè. Sono esseri assai belli se pur non sono spiriti. È un gran Dio costui che reca un suo liquor celeste. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000