prima le diceva, e poi ci rideva sopra: le sue risate, là, tra tutte
quelle casse, mentre l'alba cominciava a stenebrare appena, scialba,
umidiccia, l'ampia sala, a cui tutti i disinfettanti non riescono a
togliere quell'orrendo tanfo di mucido....
-- E che era accaduto? -- domandarono due o tre, a questo punto,
costernati, a Matteo Bax.
-- Gas! -- rispose questi con un gesto di noncuranza, e rise allegramente.
Uno degli infermieri, con gli occhi rossi dal sonno interrotto venne
cempennante ad annunziare che il moribondo era gelato dai piedi al
petto e bagnato di sudor freddo.
-- Respira? -- domandò il Bax.
-- Sissignore, ma venga a vedere: pare strozzato.... Credo che ci siamo.
Il prete e l'altro infermiere, svegliati anch'essi di soprassalto,
s'erano buttati in ginocchio e avevano subito attaccato con la lingua
ancora imbrogliata la litania.
Entrò il Bax con gli amici rimasti a vegliare; alcuni
s'inginocchiarono; il Deodati rimase in piedi col Bax, che s'accostò al
moribondo per toccargli la fronte, se era gelata. Il piccolo De Petri
restò nell'altra stanza intento ancora a scegliere i nomi dal registro
degli elettori.
- -- Sancta Dei Genitrix,
-- Ora pro nobis....
-- Sancta Virgo Virginum,
-- Ora pro nobis....-
Tranne il prete, tutti tenevano gli occhi fissi al moribondo. Ecco come
si muore! Domani, entro una cassa, e poi sotterra, per sempre! Per
il Naldi era finita; e così sarebbe stato per tutti: su quel letto,
un giorno, ciascuno -- gelido, immobile -- e intorno, la preghiera dei
fedeli, il pianto dei parenti.
Dopo la fronte il dottor Bax venne a toccare i piedi del moribondo,
poi le gambe, le cosce, il ventre, per sentire dov'era già arrivato
il gelo della morte. Ma il Naldi respirava, respirava ancora: pareva
singhiozzasse, così il rantolo gli scoteva la testa.
Nel silenzio della casa scoppiarono pianti. L'uscio su la saletta
fu aperto di furia. Entrò nel salotto il fratello Carlo, a cui la
commozione agitava convulsamente il mento e le pàlpebre. Subito il Bax
accorse per trattenerlo sulla soglia.
-- Mi lasci.... mi lasci.... -- disse Carlo Naldi; ma, in quella, un
émpito di pianto gli scoppiò di sotto il fazzoletto; e allora si
ritrasse da sè per non interrompere la preghiera.
Poco dopo, il giacente fu scosso una, due, tre volte, a brevi
intervalli, da un conato rapido, serpentino; il rantolo si cangiò in
ringhio e l'ultimo fu strozzato a mezzo dalla morte.
Gli astanti, che avevano seguìto atterriti quell'estrema convulsione,
fissavano ora immobili il cadavere.
-- Finito.... -- fece a bassa voce il dottor Bax.
Il volto del Naldi si mutò rapidamente: da paonazzo diventò prima
terreo, poi pallido.
Il piccolo De Petri accorse:
-- Prima vestirlo! -- disse agli infermieri. -- Poi si farà vedere ai
parenti. Prima vestirlo! Gli abiti? Sono di là. Aspettate. Ci ho
pensato io.
-- Senza fretta! senza fretta! -- ammonì il dottor Bax. -- Lasciate prima
rassettare il cadavere....
-- Intanto, come si fa? -- riprese il De Petri. -- Il signor Carlo vuole
assolutamente che si facciano venire i figli del povero Gaspare....
almeno i due maggiori, dice, perchè vedano il padre....
-- Ma no, perchè? -- osservò il Deodati, tutto compunto. -- Perchè, poveri
figliuoli?
-- È la volontà dello zio.... Io, per me, non lo farei.... Ma insomma,
chi va? chi corre?
-- Bisognerà svegliarli a quest'ora, poveri ragazzi! Non sanno nulla....
-- seguitò afflittissimo il Deodati. -- Condurli qua, a un simile
spettacolo! Con che cuore?... Io non capisco.... M'opporrei!
-- Vado io, -- s'offerse uno degli infermieri.
Già rompeva l'alba, e la prima luce entrava squallida dal balcone
spalancato a rischiarar torbidamente quella camera, in cui per uno
perdurava la notte senza fine.
I due fanciulli, il maggiore di dodici anni, l'altro di dieci,
arrivarono quando il padre era già vestito e impalato sul letto.
Pallidi ancora di sonno, i due poveri piccini guardavano il padre
con occhi sbarrati dal pauroso stupore, e non piangevano; si
misero a piangere quando la madre irruppe e si buttò sul cadavere,
disperatamente, senza gridare, vibrando tutta dal pianto soffocato con
violenza, là, sull'ampio petto esanime del marito.
Il prete s'accostò afflitto per persuaderla a lasciare il cadavere.
-- Via, via, signora, coraggio!... Per i suoi bambini, coraggio!
Ma ella si teneva avvinghiata a quel petto.
-- La volontà di Dio, signora! -- aggiunse il prete.
-- No, Dio no! -- gridò Carlo Naldi, stringendo un braccio al prete. --
Dio non può voler questo! Lasci star Dio!
Il prete volse gli occhi al cielo e sospirò; mentre la vedova, a quelle
parole, si mise a pianger forte insieme coi figliuoli.
-- C'è di buono, -- faceva intanto notare il piccolo De Petri al Deodati,
-- che non restano male, quanto a.... È sempre qualche cosa, nella
tremenda sventura....
-- Certo, certo.... Intanto, scappiamo! -- gli rispose il Deodati. --
Casco dal sonno.... Me la svigno zitto zitto....
-- Te felice! -- sospirò il De Petri. -- Io non posso.... sono di casa....
-- Levami una curiosità, ora che ci penso: il Cilento non s'è visto,
dov'è? dove s'è cacciato?
-- È alloggiato con la famiglia in una casa, qua, del vicinato....
Poveraccio, ha il suo dolore, per la morte del figliuolo; non gli è
bastato l'animo d'assistere anche a quello degli altri....
Il Deodati, poco dopo, se la svignò insieme agli altri rimasti a
vegliare. Cammin facendo, s'imbatterono in parecchi amici, tra i più
mattinieri, che si recavano in casa del Cilento.
-- Finito! Finito! -- annunziarono.
-- Ah sì? Morto? Quando? -- domandarono quelli, delusi.
-- Adesso.... all'alba....
-- Perbacco! Se venivamo un po' prima.... Voi l'avete veduto? Com'è
morto?
-- Ah, terribile, miei cari! -- rispose il Deodati. -- S'è contorto,
scrollato tre volte, come un serpe.... Poi s'è cangiato subito in
volto; è diventato terreo.... Andate, andate.... ci sarà da fare.... I
parenti son rimasti soli.... Noi caschiamo dal sonno: abbiamo vegliato
tutta la notte.... Andate, andate....
Quei mattinieri fecero le viste d'andare. Ma, arrivati a un certo
punto, si confessarono a vicenda di non aver cuore d'assistere allo
strazio della vedova e degli altri parenti. Qualcuno manifestò il
timore di riuscire importuno; altri l'inutilità della loro presenza.
Così nessuno andò.
Alcuni ritornarono a casa per rimettersi a dormire; altri vollero
trar profitto dell'essersi levati così per tempo, facendosi una bella
passeggiata per il viale all'uscita del paese, prima che il sole si
fosse infocato.
-- Ah, come si respira bene di mattina! Valgono più per la salute due
passi fatti così di buon'ora, che camminare poi tutto il giorno in
preda alle brighe quotidiane.
L'ABITO NUOVO.
Oh guarda, non ci aveva mai pensato il signor avvocato Boccanera. Ma
come no? certissimo, uno dei tanti suoi abiti smessi, ancora in buono
stato, avrebbe potuto regalarglielo. Non foss'altro, via, per un certo
riguardo ai signori clienti che frequentavano lo studio. Non ci aveva
mai pensato, perchè veramente -- parola d'onore -- non da lui soltanto,
ma da tutti, quell'abito che il povero Crispucci indossava da tempo
immemorabile non era più considerato come un vero e proprio abito, vale
a dire come una cosa soprammessa al corpo, che si potesse cambiare,
bensì come il pelame strappato e stinto d'un vecchio cane randagio, per
esempio, o di qualche altra malinconica bestia, a piacere.
E poi, questione d'abitudine. S'era abituato il signor avvocato
Boccanera a vedere in Crispucci, suo scrivano e galoppino a 120 lire
al mese, la perfetta immagine di quella miseria disperata che, a un
certo punto, non vede più la ragione neanche di lavarsi la faccia
ogni domenica. Così com'era, gli serviva a meraviglia. Bastava che gli
dicesse, con un certo cenno degli occhi:
-- Crispucci, eh?
E Crispucci capiva subito tutto.
Ora il signor avvocato Boccanera stava a tenergli un interminabile
e amorevole discorso, e Crispucci, lì davanti la scrivania, tutto
ripiegato e scivolante come un'S, le due lunghe braccia da scimmia
ciondoloni, stava ad ascoltarlo, al solito, senza aprir bocca.
Cioè, no: la bocca, veramente, la apriva di tratto in tratto; ma
non per parlare. Era una contrazione delle guance, o piuttosto,
un'increspatura di tutta la faccia gialliccia, che -- scoprendogli i
denti -- poteva parere una smorfia così di scherno come di spasimo,
a sentir parlare il signor avvocato così amorevolmente; ma forse era
soltanto d'attenzione, perchè insieme le pàlpebre gli si restringevano
attorno ai chiari occhi squallidi e aguzzi. Se non era proprio di
fastidio, perchè il signor avvocato intercalava senza risparmio in
quel suo discorso un “voi capite„, che a Crispucci doveva sonare
insoffribilmente superfluo.
-- Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi consiglio di partire.
Sarà per me un guajo serio; ma partite. Avrò pazienza per una
quindicina di giorni. Eh, almeno.... quindici giorni almeno vi ci
vorranno per tutte le pratiche e le formalità.... e anche perchè, mi
figuro, venderete tutto, è vero?
Crispucci aprì le braccia, con gli occhi biavi fissi nel vuoto.
-- Eh sì, vendere.... vi conviene vendere. Gioje, abiti, mobili....
Il grosso è qui, nelle gioje. Così a occhio, dalla descrizione
dell'inventario, ci sarà da cavarne da sedici a diciotto mila lire;
forse più. C'è anche un vezzo di perle.... Quanto agli abiti (voi
capite) non li potrà certo indossare la vostra figliuola.... Chi sa che
abiti saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni. Gli abiti
si svendono, anche se ricchissimi. Forse dalle pellicce -- pare che ce
ne sia una collezione -- dalle pellicce forse sì, sapendo fare, qualche
cosa caverete. Oh, badate: per le gioje, sarebbe bene che appuraste da
quali negozianti furono acquistate. Forse lo vedrete dagli astucci.
Vi avverto che i brillanti sono molto cresciuti di prezzo. E qui
nell'elenco ce ne son segnati parecchi. Ecco: una spilla.... un'altra
spilla.... anello.... anello.... un bracciale.... un altro anello....
ancora un anello.... una spilla.... bracciale.... bracciale....
Parecchi, come vedete.
A questo punto Crispucci alzò una mano. Segno che voleva parlare. Le
rarissime volte che gli avveniva, ne dava l'avviso così. E questo segno
della mano era accompagnato da un'altra increspatura della faccia,
ch'esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce dal cupo abisso di
silenzio, in cui la sua anima era da tanto tempo sprofondata.
-- Po.... potrei, -- disse, -- farmi ardito.... uno di.... uno di questi
anelli.... alla signora....
-- Ma no, che dite, caro Crispucci? -- scattò il signor avvocato. -- La
mia signora.... vi pare? uno di quegli anelli....
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.
-- Mi scusi.
-- No, anzi vi ringrazio.... Ma no: piangete?... no.... via, via, caro
Crispucci.... non ho voluto offendervi! Su, su.... Lo so, lo comprendo:
è per voi una cosa molto triste; ma pensate che non accettate per voi
codesta eredità: voi non siete solo, avete una figliuola, a cui non
sarà facile -- voi lo capite -- trovar marito, senza una buona dote,
che ora.... Eh, lo so!... È a un prezzo ben duro, ma.... i denari son
denari, caro Crispucci, e fanno chiudere gli occhi su tante cose....
Avete anche la madre.... voi non avete molta salute e....
Crispucci approvò col capo tutte queste considerazioni del signor
avvocato, tranne quella su la sua salute, che gli fece sgranar gli
occhi con un piglio scontroso. S'inchinò -- si mosse per uscire.
-- E non prendete le carte? -- gli disse l'avvocato, porgendogliele di su
la scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio
fazzoletto, e prese quelle carte.
-- Dunque partite domani?
-- Signor avvocato, -- rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dir
qualche cosa che gli faceva tremare il mento; ma s'arrestò; lottò un
pezzo per ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava
per dire, e alla fine esclamò, esasperatamente: -- Non lo so!
Voleva dire: -- “Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un
anellino di questa mia eredità!„
Di là, agli altri scritturali dello studio che da tre giorni si
spassavano a punzecchiarlo con fredda ferocia, aveva promesso,
digrignando i denti, a chi una veste di seta per la moglie, a chi
un cappello con le piume per la figliuola, a chi un manicotto per la
fidanzata.
-- Magari!
-- Ah sì? E un po' di biancheria anche.... Qualche camicia fina, velata
e ricamata, aperta davanti, per tua sorella?
-- Magari! E perchè no?
-- Ma a patto che l'indossi....
Voleva che di quella eredità tutti, con lui, fossero insozzati.
Leggendo nell'inventario la descrizione del ricchissimo guardaroba
della defunta, e di quel che contenevano di biancheria gli armadii e
i cassettoni, s'era figurato di poterne vestire tutte le donne della
città.
Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto, si sarebbe fermato
per via a prendere per il petto i passanti e a dir loro: -- Mia moglie
era così e così; è crepata or ora a Napoli; m'ha lasciato questo e
quest'altro; volete per vostra moglie, per vostra sorella, per le
vostre figliuole, una mezza dozzina di calze di seta, finissime,
traforate?
Un giovanotto spelato, dalla faccia itterica, lunga e tagliente,
che aveva la malinconia di voler parere elegante, sentiva finirsi lo
stomaco da tre giorni, là nella stanza degli scritturali, a quelle
profferte. Era da una settimana soltanto nello studio, e più che da
scrivano faceva da galoppino, come chiaramente dimostravano le scarpe;
ma voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai, anche
perchè nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava d'accennare un
sorrisetto vano a fior di labbra, non privo d'un certo sprezzo lieve
lieve, ascoltando i discorsi degli altri, e tirava fuori dalle maniche
troppo corte o ricacciava indietro con mossettine sapienti i polsini
ingialliti.
Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla stanza del signor avvocato
e prese dall'attaccapanni il cappello e il bastone per andarsene,
non potè più reggere e lo seguì, mentre gli altri scrivani, ridendo,
gridavano dall'alto della scala:
-- Crispucci, ricòrdati! La camicia per mia sorella!
-- La veste di seta per mia moglie!
-- Il manicotto per la mia fidanzata!
-- La piuma di struzzo per la mia figliuola!
Per istrada lo investì, con la faccia più scolorita che mai dalla bile:
-- Ma perchè fate tante sciocchezze? Perchè seminate la roba così?
Che porta scritta forse in qualche parte la provenienza? Vi tocca una
fortuna come questa, e ne profittate così? Siete impazzito?
Crispucci si fermò un momento a guatarlo di traverso.
-- Fortuna! fortuna! fortuna! -- ribattè quello. -- Fortuna prima e
fortuna adesso! Ma scusate, non vi sembra una gran fortuna che vi siate
liberato, tant'anni fa, d'una moglie come quella? Vi scappò di casa....
so che vi scappò di casa, tant'anni fa!
-- Te ne sei informato?
-- Me ne sono informato. Ebbene? Che noje, che impicci, che fastidii
ne aveste più? Niente! Ora è morta; e non vi sembra un'altra fortuna,
questa? Perdio! Non solo perchè è morta, ma anche perchè di stato vi fa
cangiare! Ho sentito anche che c'è una cartella di rendita di diecimila
lire.... Ventimila di gioje.... Altre cinque o sei mila ne caverete
dai mobili e dal guardaroba.... Son vicine a quarantamila, perdio! che
volete di più? Non saltate? non ballate? Dite sul serio?
Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.
-- T'hanno detto forse che ho una figliuola da maritare?
-- Vi parlo così per questo!
-- Ah! Franco....
-- Franchissimo.
-- E vuoi che pigli l'eredità?
-- Sareste un pazzo a non farlo! Quarantamila lire.... -- E con
quarantamila lire, vorresti che dessi la figliuola a te?
-- Perchè no?
-- Perchè, se mai, con quarantamila lire, potrei comprare una vergogna
meno sporca della tua.
-- Che vuol dire? Voi m'offendete!
-- No. Ti stimo. Tu stimi me, io stimo te. Per una vergogna come la tua
non darei più di tremila lire.
-- Tre?
-- Cinque, va' là! e un po' di biancheria. Hai una sorella anche tu? Tre
camìce di seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola nè alla madre nè alla figliuola. Del resto,
non aveva mai ammesso, dal giorno della sciagura in poi, cioè da circa
sedici anni, nessun discorso che non si riferisse ai bisogni immediati
della vita. Se l'una o l'altra accennava minimamente a qualche
considerazione estranea a questi bisogni, si voltava a guardarle con
tali occhi, che subito la voce moriva loro sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo
nell'incertezza più angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche
in una grande costernazione, se -- Dio liberi -- commettesse là qualche
grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo
e commentando tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre
giorni. Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla defunta,
domandava:
-- Ma com'è ch'era tanto ricca, com'è? Ho sentito dire che si chiamava
Margherita. Com'è che, dice, la biancheria è cifrata R e B? Che
combinazione! Le stesse mie cifre!
-- E B? No, R e C, -- correggeva un'altra -- Rosa Clairon, ho sentito dire.
-- Ah, guarda, Clairon.... Cantava?
-- Pare di no.
-- Ma sì che cantava! Ultimamente no, più. Ma prima cantava....
-- Rosa Clairon, sì.... mi pare.
La figliuola, a questi discorsi, guardava la vecchia nonna con un
lustro di febbre negli occhi affossati, e una fiamma fosca sulle guance
magre. La vecchia nonna, con la grossa faccia piatta, gialla, sebacea,
quasi spaccata da profonde rughe rigide e precise, s'aggiustava
sul naso gli occhialoni che, dopo l'operazione della cateratta, le
rendevano mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade ciglia
lunghe come antenne d'insetto, e rispondeva con sordi grugniti a tutte
quelle ingenuità delle vicine.
Molte delle quali sostenevano con calore, che via, in fin dei conti,
non solo non era da stimar pazzo, ma forse neppure da biasimare quel
povero signor Crispucci, se voleva che nessuno di quegli abiti, nessun
capo di quella biancheria toccasse le carni pure della sua figliuola.
Meglio sì, meglio darli via, se non voleva svenderli. Naturalmente,
come vicine di casa, credevano di poter pretendere che, a preferenza,
fossero distribuiti tra loro. Almeno qualche regaluccio, via.... Chi
sa che fiume di sete gaje e lucenti, che spume di merletti, tra rive
di morbidi velluti e ciuffi di bianche piume di cappelli, sarebbero
entrati fra qualche giorno nello squallore di quella stamberga.
Solo a pensarci, ne avevano tutte gli occhi piccoli piccoli. E Fina, la
figliuola, ascoltandole e vedendole così inebriate, si storceva le mani
sotto il grembiule, e alla fine scattava in piedi e andava via.
-- Povera figliuola, -- sospirava allora qualcuna. -- È la pena....
E un'altra domandava alla nonna:
-- Credete che il padre la farà vestir di nero?
La vecchia rispondeva con un altro grugnito, per significare che non ne
sapeva nulla.
-- Ma certo! Le tocca....
-- È infine la madre!
-- Se accetta l'eredità....
-- Ma vedrete che prenderà il lutto anche lui....
-- No no, lui no....
-- Se accetta l'eredità....
La vecchia si agitava sulla seggiola, come Fina si agitava sul letto,
di là. Perchè questo era il dubbio smanioso: che egli accettasse
l'eredità. Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio della morte,
s'erano recate dal signor avvocato Boccanera, spaventate dalle furie
con cui Crispucci aveva accolto la notizia di quell'eredità, e lo
avevano scongiurato a mani giunte di persuaderlo a non commettere le
pazzie minacciate. Come sarebbe rimasta, alla morte di lui, quella
povera figliuola, che non aveva avuto mai, mai un momento di bene da
che era nata? Egli metteva in bilancia un'eredità di disonore e una
eredità d'orgoglio: l'orgoglio d'una miseria onesta. Ma perchè pesare
con questa bilancia la fortuna che toccava alla povera figliuola? Ella
era stata messa al mondo senza volerlo, e finora con tante amarezze
aveva scontato il disonore della madre; doveva ora per giunta essere
sacrificata anche all'orgoglio del padre?
Durò un'eternità -- diciotto giorni -- l'angoscia di questo dubbio.
Neppure un rigo di lettera in quei diciotto giorni. Finalmente, una
sera, per la lunga scala erta e angusta le due donne intesero un
tramestìo affannoso. Erano i facchini della stazione che portavano su,
tra ceste e bauli, undici pesanti colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i facchini andassero a deporre
il carico nel suo appartamento al quarto piano; li pagò; quando la
scala ritornò quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano trepidanti sul pianerottolo, col
lume in mano. Alla fine lo videro apparire, a capo chino, insaccato
in un abito nuovo, color tabacco, peloso, comprato certo bell'e
fatto a Napoli in qualche magazzino popolare. I calzoni lunghi gli
strascicavano oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli
sgonfiava da collo.
Nè l'una nè l'altra delle due donne ardì di muovere una domanda.
Quell'abito parlava da sè. Soltanto la figliuola nel vederlo diretto
alla sua stanza, prima che ne richiudesse l'uscio, gli chiese:
-- Papà, hai cenato?
Crispucci, dalla soglia, voltò la faccia e con una smorfia nuova di
riso e una nuova voce rispose:
-- -Wagon-restaurant-.
INDICE.
Pag.
UN CAVALLO NELLA LUNA3
Il capretto nero 15
I pensionati della memoria 29
Rondone e Rondinella 39
Un gatto, un cardellino e le stelle 51
DONNA MIMMA63
Donna Mimma parte 65
Donna Mimma studia80
Donna Mimma ritorna 93
LA VENDETTA DEL CANE 107
Il saltamartino 127
Quando si comprende 141
Visitare gl'infermi 151
L'abito nuovo 191
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
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