faccia per bene. -Ni.- Io non so per quello che tu te 'l fai. Ma io so bene che tua madre è una pazza, e rovinerà questa casa: tu faresti il meglio a ripararci. -Cle.- O ella, o altri. -Ni.- Chi altri? -Cle.- Io non so. -Ni.- E' mi par bene che tu non lo sappia. Ma che di' tu di questi casi di Clizia? -Cle.- Vedi che vi capitamo. -Ni.- Che di' tu? Di' forte ch'io t'intenda. -Cle.- Dico che io non so che me ne dire. -Ni.- Non ti pare egli che questa tua madre pigli un granchio a non volere che Clizia sia moglie di Pirro? -Cle.- Io non me ne intendo. -Ni.- Io son chiaro. Tu hai presa la parte sua; e' ci cova sotto altro che favole. Parrebbet'egli però, che la stesse bene con Eustachio? -Cle.- Io non lo so, e non me ne intendo. -Ni.- Di che diavol t'intendi tu? -Cle,- Non di cotesto. -Ni.- Tu ti sei pure inteso di far venire in Firenze Eustachio e trafugarlo, perché io non lo vegga, e tendermi lacciuoli per guastare queste nozze. Ma te e lui caccerò io nelle Stinche; a Sofronia renderò io la sua dota, e manderolla via; perché io voglio esser io signore di casa mia, ed ognuno se ne sturi gli orecchi, e voglio che questa sera queste nozze si facciano; o io, quando non avrò altro rimedio, caccerò fuoco in questa casa. Io aspetterò qui tua madre, per veder s'io posso esser d'accordo con lei; ma quando io non possa, ad ogni modo ci voglio l'onor mio, ch'io non intendo che i paperi menino a bere l'oche. Va' pertanto, se tu desideri il ben tuo e la pace di casa, a pregarla che faccia a mio modo. Tu la troverai in chiesa, ed io aspetterò te e lei qui in casa; e se tu vedi quel ribaldo d'Eustachio, digli che venga a me; altrimenti non farà bene i casi suoi. -Cle.- Io vo. [III. 2] CLEANDRO -solo.- Oh miseria di chi ama! Con quanti affanni passo io il mio tempo! Io so bene che qualunque ama una cosa bella come Clizia, ha di molti rivali che gli danno infiniti dolori; ma io non intesi mai che ad alcuno avvenisse di avere per rivale il padre; e dove molti giovani hanno trovato appresso al padre qualche rimedio, io vi trovo il fondamento e la cagione del mal mio; e se mia madre mi favorisce, la non fa per favorire me, ma per disfavorire l'impresa del marito. E perciò io non posso scuoprirmi in questa cosa gagliardamente, perché subito la crederebbe che io avessi fatti quelli patti con Eustachio, che mio padre con Pirro; e come la credesse questo, mossa dalla coscienza, lascierebbe ire l'acqua alla china, e non se ne travaglierebbe più, ed io al tutto sarei spacciato, e ne piglierei tanto dispiacere che io non crederei più vivere. Io veggo mia madre ch'esce di chiesa; io voglio ire a parlar seco, ed intendere la fantasia sua, e vedere quali rimedi ella apparecchi contro ai disegni del vecchio. [III. 3] OLEANDRO, SOFRONIA. -Cle.- Dio vi salvi, madre mia. -Sofr.- O Cleandro, vieni tu di casa? -Cle.- Madonna si. -Sofr.- Se' vi tu stato tuttavia, poi che io vi ti lasciai? -Cle.- Sono. -Sofr.- Nicomaco dov'è? -Cle.- È in casa, e per cosa che sia accaduta, non è uscito. -Sofr.- Lascialo fare al nome di Dio. Una ne pensa il ghiotto, e l'altra il tavernaio. Hattegli detto cosa alcuna? -Cle.- Un monte di villanie; e parmi che gli sia entrato il diavolo addosso. E' vuole mettere nelle Stinche Eustachio e me; a voi vuole rendere la dota e cacciarvi via; e minaccia, non che altro, di cacciare fuoco in casa; e' mi ha imposto che io vi trovi, e vi persuada a consentire a queste nozze; altrimenti non si farà per voi. -Sofr.- Tu che ne di'? -Cle.- Dicone quello che voi; perché io amo Clizia come sorella, e dorrebbemi infino all'anima che la capitasse in mano di Pirro. -Sofr.- Io non so come tu te l'ami; ma io ti dico bene questo, che se io credessi trarla dalle mani di Nicomaco e metterla nelle mani tua, che io non me ne impaccerei. Ma io penso che Eustachio la vorrebbe per sé, e che il tuo amore per la sposa tua (che siamo per dartela presto) si potesse cancellare. -Cle.- Voi pensate bene; e però io vi priego che voi facciate ogni cosa perché queste nozze non si facciano. E quando non si possa fare altrimenti che darla ad Eustachio, diasele; ma quando si possa, sarebbe meglio (secondo me) lasciarla stare cosi: perché l'è ancora giovanetta, e non le fugge il tempo. Potrebbero i cieli farle trovare i suoi parenti; e quando e' fussero nobili, avrebbero un poco obbligo con voi, trovando che voi l'avreste maritata ad un famiglio o ad un contadino. -Sofr.- Tu di' bene. Io ancora ci avevo pensato; ma la rabbia di questo vecchio mi sbigottisce. Nondimeno e' mi s'aggirano tante cose per il capo che io credo che qualcuna gli gua. sterà ogni suo disegno. Io me ne voglio ire in casa, perch'io veggo Nicomaco aliare intorno all'uscio. Tu va'in chiesa, e di' ad Eustachio che venga a casa e non abbia paura di cosa alcuna. -Cle.- Cosi farò. [III. 4] NICOMACO, SOFRONIA. -Ni.- Io veggo mogliema che torna; io la voglio un poco berteggiare, per vedere se le buone parole mi giovano. O fanciulla mia, hai tu però a stare si malinconosa, quando tu vedi la tua speranza? Sta' un poco meco. -Sofr.- Lasciami ire. -Ni.- Fermati, dico. -Sofr.- Io non voglio; tu mi pari cotto. -Ni.- Io ti verrò dietro. -Sofr.- Se' tu impazzato? -Ni.- Pazzo, perché io ti voglio troppo bene. -Sofr.- Io non voglio che tu me ne voglia. -Ni.- Questo non può essere. -Sofr.- Tu m'uccidi; uh, fastidioso! -Ni.- Io vorrei che tu dicessi il vero. -Sofr.- Credotelo. -Ni.- Eh! guatami un poco, amore mio. -Sofr.- Io ti guato, e odoroti anche. Tu sai di buono; bembé tu mi riesci? -Ni.- Ohimè! che la se n'è avveduta. Che maladetto sia quel poltrone, che me l'arrecò dinanzi! -Sofr.- Onde sono venuti questi odori di che tu sai, vecchio impazzato? -Ni.- E' passò dianzi di qui uno che ne vendeva; io li trassinai, e mi rimase di quello odore addosso. -Sofr.- Egli ha già trovata la bugia. Non ti vergogni tu di quello che tu fai da uno anno in qua? Usi sempre con 'sti giovanetti, vai alla taverna, ripariti in casa femmine; e dove si giuoca, spendi senza modo. Belli esempli che tu dai al tuo figliuolo! -Ni.- Ah, moglie mia, non mi dire tanti mali a un tratto! Serba qualche cosa a domane. Ma non è egli ragionevole che tu faccia piuttosto a mio modo, che io a tuo? -Sofr.- Si, delle cose oneste. -N\.- Non è egli onesto maritare una fanciulla? -Sofr.- Si, quando ella si marita bene. -Ni.- Non starà ella bene con Pirro? -Sofr.- No. -Ni.- Perché? -Sofr.- Per quelle ragioni che io t'ho detto altre volte. -Ni.- Io m'intendo di queste cose più di te. Ma se io facessi tanto con Eustachio che non la volesse? -Sofr.- E s'io facessi tanto con Pirro che non la volesse anch'egli? -Ni.- Da ora innanzi ciascuno di noi si pruovi; e chi di noi dispone il suo, abbia vinto. -Sofr.- Io sono contenta. Io vo in casa a parlare a Pirro, e tu parlerai con Eustachio, che io lo veggo uscire di chiesa. -Ni.- Sia fatta. [III. 5] EUSTACHIO, NICOMACO. -Eust.- Poiché Cleandro mi ha detto ch'io vada a casa e non dubiti, io voglio fare buon cuore, e andarvi. -Ni.- Io volevo a questo ribaldo una carta di villanie e non potrò, poiché io l'ho a pregare. Eustachio? -Eust.- O padrone. -Ni.- Quando fusti tu in Firenze? -Eust.- Iersera. -Ni.- Tu hai penato tanto a lasciarti rivedere; dove se' tu stato tanto? -Eust.- Io vi dirò. Io mi cominciai iermattina a sentir male, e mi doleva il capo. Avevo una anguinaia, e parevami aver la febbre; ed essendo questi tempi sospetti di peste, io ne dubitai forte. Iersera venni a Firenze, e mi stetti all'osteria, né mi volli rappresentare per non fare male a voi o alla famiglia vostra, se pure e' fusse stato dessa; ma grazia di Dio, ogni cosa è passata via, e sentomi bene, -Ni.- E' mi bisogna far vista di credere. Ben facesti. Tu se' or bene guarito? -Eust.- Messer si. -Ni.- Non del tristo. Io ho caro che tu ci sia. Tu sai la contenzione che è tra me e mogliema circa al dare marito a Clizia. Ella la vuole dare a te, ed io la vorrei dare a Pirro. -Eust.- Dunque volete voi meglio a Pirro che a me? -Ni.- Anzi voglio meglio a te che a lui. Ascolta un poco: che vuoi tu fardi moglie? Tu hai oggimai trentotto anni, e una fanciulla non ti sta bene, ed è ragionevole che come la fosse stata teco qualche mese, che la si cercasse uno più giovane di te, e viveresti disperato. Dipoi io non mi potrei più fidare di te; perderesti lo avviamento, diventeresti povero, e anderesti tu ed ella accattando. -Eust.- In questa terra chi ha bella moglie non può essere povero, e del fuoco e della moglie si può essere liberale con ognuno, perché quanto più ne dai, più te ne rimane. -Ni.- Dunque vuoi tu fare questo parentado per farmi dispiacere? -Eust.- Anzi lo vo' fare per far piacere a me. -Ni.- Or tira, vanne in casa. Io ero pazzo, se io credevo avere da questo villano una risposta piacevole. Io muterò teco verso. Ordina di rimettermi i conti e d'andarti con Dio, e fa' stima essere il maggior nemico ch'io abbia, e ch'io ti abbia a fare il peggio ch'io possa. -Eust.- A me non dà briga nulla, purché io abbia Clizia. -Ni.- Tu arai le forche. [III. 6] PIRRO, NICOMACO. -Pir.- Prima che io facessi ciò che voi volete, io mi lascerei scorticare. -Ni.- La cosa va bene, Pirro sta nella fede. Che hai tu? Con chi combatti tu, Pirro? -Pir.- Combatto ora con chi voi combattete, sempre. -Ni.- Che dice ella? Che vuole ella? -Pir.- Pregami che io non tolga Clizia per donna. -Ni.- Che le hai tu detto? -Pir.- Ch'io mi lascerei prima ammazzare ch'io la rifiutassi. -Ni.- Ben dicesti. -Pir.- Se io ho ben detto, io dubito non avere mal fatto; perché io mi sono fatto nimico la vostra donna, il vostro figliuolo e tutti gli altri di casa. -Ni.- Che importa a te? Sta' ben con Cristo, e fatti beffe de' santi. -Pir.- Si, ma se voi morissi, i santi mi tratterebbero assai male. -Ni.- Non dubitare, io ti farò tal parte che i santi ti potranno dar poca briga; e se pur ei volessero, i magistrati e le leggi ti difenderanno, purché io abbia facoltà per tuo mezzo di dormire con Clizia. -Pir.- Io dubito che voi non possiate; tanta infiammata vi veggio contro la donna. -Ni.- Io ho pensato che sarà bene per uscire una volta di questo farnetico, che si getti per sorte di chi sia Clizia, da che la donna non si potrà discostare. -Pir.- Se la sorte mi venisse contro? -Ni.- Io ho speranza in Dio che la non verrà. -Pir.- Oh, vecchio impazzato! Vuole che Dio tenga le mani a queste sue disonestà. Io credo che se Iddio s'impaccia di simili cose, che Sofronia ancora speri in Dio. -Ni.- Ella si speri, e se pure la sorte mi venisse contro, io ho pensato al rimedio. Va', chiamala, e digli che venga fuori con Eustachio. -Pir.- Sofronia, venite voi ed Eustachio al padrone. [III. 7] SOFRONIA, EUSTACHIO, NICOMACO, PIRRO. -Sofr.- Eccomi, che sarà di nuovo? -Ni.- E' bisogna pur pigliar verso a questa cosa. Tu vedi, poi che costoro non si accordano, e' conviene che noi ci accordiamo, -Sofr.- Questa tua furia è straordinaria. Quello che non si farà oggi, si farà domani. -Ni.- Io voglio farlo oggi. -Sofr.- Facciasi in buon'ora. Ecco qui tutti a duoi i competitori. Ma come vuoi tu fare? -Ni.- Io ho pensato, poi che noi non consentiamo l'uno all'altro, che la si rimetta nella fortuna. -Sofr.- Come nella fortuna? -Ni.- Che si ponga in una borsa i nomi loro, ed in un'altra il nome di Clizia, e una polizza bianca; e che si tragga prima il nome di uno di loro, e che a chi tocca Clizia, se l'abbia, e l'altro abbia pazienza. Che pensi? Tu non rispondi? -Sofr.- Orsù, io sono contenta. -Eust.- Guardate quello che voi fate. -Sofr.- Io guardo, e so quello che io fo. Va' in casa, scrivi le polizze, e reca due borse, che io voglio uscire di questo travaglio, o io entrerò in uno maggiore. -Eust.- Io vo. -Ni.- A questo modo ci accorderemo noi. Prega Iddio, Pirro, per te. -Pirro.- Per voi. -Ni.- Tu di' ben a dire per me. Io arò una gran consolazione che tu l'abbia. -Eust.- Ecco le borse e la sorte. -Ni.- Da' qua. Questa che dice? Clizia. E quest'altra? È bianca. Sta bene. Mettile in questa borsa di qua. Questa che dice? Eustachio. E quest'altra? Pirro. Ripiegale, e mettile in quest'altra. Serrale, tienvi su gli occhi, Pirro, che non ci andasse nulla in capperuccia; e'ci è chi sa giocar di bagatelle. -Sofr.- Gli uomini sfiduciati non sono buoni. -Ni.- Son parole coteste: tu sai che non è ingannato se non chi si fida. Chi vogliamo noi che tragga? -Sofr.- Tragga chi ti pare. -Ni.- Vien qua, fanciullo. -Sofr.- E' bisognerebbe che fusse vergine. -Ni.- O vergine, o no, io non vi ho tenute le mani. Trai di questa borsa una polizza, dette che io arò certe orazioni: O Santa Apollonia, io prego te e tutti i santi e le sante avvocate de' matrimoni, che concediate a Clizia tanta grazia che di questa borsa esca la polizza di colui che sia per essere più a piacere nostro. Trai col nome di Dio. Dalla qua. Ohimè, io sono morto! Eustachio. -Sofr.- Che avesti? O Dio, fa' questo miracolo, acciocché costui si disperi. -Ni.- Trai di quell'altra. Dalla qua. Bianca. Oh! io sono risuscitato, noi abbiam vinto. Pirro, buon prò ti faccia; Eustachio è caduto morto. Sofronia, poi che Iddio ha voluto che Clizia sia di Pirro, vogli anche tu. -Sofr.- Io voglio. -Ni.- Ordina le nozze. -Sofr.- Tu hai si gran fretta; non si potrebbe indugiare a domane? -Ni.- No, no, no; non odi tu che no? Che? Vuoi tu pensare a qualche trappola? -Sofr.- Vogliamo noi fare le cose da bestie? Non ha ella a udir la Messa del congiunto? -Ni.- La Messa della fava, la può udire un altro di. Non sai tu che si dà le perdonanze a chi si confessa poi, come a chi si è confessato prima. -Sofr.- Io dubito ch'ella abbia l'ordinario delle donne. -Ni.- Adoperi lo straordinario degli uomini. Io voglio che la meni stasera. E' par che tu non m'intenda. -Sofr.- Menila in malora. Andiamne in casa, e fa' questa ambasciata tu a questa povera fanciulla, che non fia da calze. -Ni.- La fia da calzoni. Andiam dentro. -Eust.- Io non vo' già venire, perché io voglio trovare Cleandro, perch'ei pensi se a questo male è rimedio alcuno. Canzone. Chi giammai donna offende A torto o a ragion, folle è se crede Trovar per prieghi o pianti in lei mercede; Come la scende in questa mortal vita Con l'alma insieme morta, Superbia, ingegno, e di perdono oblio, Inganno, e crudeltà le sono scorta, E tal le danno aita, Che d'ogni impresa appaga il suo disio, E se sdegno aspro e rio La muove, o gelosia adopra, e vede; E la sua forza mortai forza eccede. [IV. 1] CLEANDRO, EUSTACHIO. -Cle.- Come è egli possibile che mia madre sia stata si poco avveduta, che la si sia rimessa a questo modo alla sorte d'una cosa, che ne vadia in tutto l'onor di casa nostra? -Eust.- E egli è come io t'ho detto. -Cle.- Ben sono sventurato; ben sono infelice. Vedi s'io trovai appunto uno che mi tenne tanto a bada che si è senza mia saputa concluso il parentado, e deliberate le nozze, ed ogni cosa è seguita secondo il desiderio del vecchio! O fortuna, tu suoi pure, sendo donna, essere amica de' giovani; a questa volta tu se' stata amica dei vecchi! Come non ti vergogni tu ad avere ordinato che si delicato viso sia da si fetida bocca scombavato, si delicate carni da si tremanti mani, da si grinze e puzzolenti membra tocche? Perché non Pirro, ma Nicomaco (come io mi stimo) la possederà. Tu non mi potevi far la maggiore ingiuria, avendomi con questo colpo tolto ad un tratto e l'amata e la roba; perché Nicomaco, se questo amor dura, è per lasciare delle sue sustanze più a Pirro che a me. E' mi pare mille anni di vedere mia madre per dolermi e sfogarmi con lei di questo partito. -Eust.- Confortati, Cleandro, che mi pare che la n'andasse in casa ghignando, in modo che mi pare essere certo che il vecchio non abbia aver questa pera monda, come e' crede. Ma ecco che viene fuora egli e Pirro, e sono tutti allegri. -Cle.- Vanne, Eustachio, in casa; io voglio stare da parte per intendere se qualche loro consiglio facesse per me. -Eust.- Io vo. [IV. 2] NICOMACO, PIRRO, CLEANDRO. -Ni.- Oh, come è ella ita bene! Hai tu veduto come la brigata sta malinconosa; come mogliema sta disperata? Tutte queste cose accrescono la mia allegrezza; ma molto più sarò allegro, quando io terrò in braccio Clizia; quando io la toccherò, bacerò e stringerò. Oh, dolce notte, giugnerovvi io mai? E questo obbligo che io ho teco, io sono per pagarlo a doppio. -Cle.- O vecchio impazzato! -Pir.- Io lo credo; ma io non credo già che voi possiate far cosa alcuna questa sera, né ci veggo comodità alcuna. -Ni.- Come no? Io ti vo' dire come io ho pensato di governare la cosa. -Pir.- Io l'arò caro. -Clc.- E io molto più, che potrei udire cosa, che guasterebbe i fatti d'altri e racconcerebbe i miei. -Ni.- Tu conosci Damone nostro vicino, da chi io ho tolto la casa a pigione per tuo conto? -Pir.- Si, conosco. -Ni.- Io fo pensiero che tu la meni stasera in quella casa, ancora che egli vi abiti e che non l'abbia sgombera; perché io dirò che io voglio che tu la meni in casa, dove ella ha a stare. -Pir.- Che sarà poi? -Cle.- Rizza gli orecchi, Oleandro. -Ni.- Io ho imposto a mogliema che chiami Sostrate moglie di Damone, perché gli aiuti ordinare queste nozze ed acconciare la nuova sposa; e a Damone dirò che solleciti che la donna vi vadia. Fatto questo, e cenato che si sarà, la sposa da questa donna sarà menata in casa di Damone, e messa teco in camera e nel letto. E io dirò di voler restare con Damone albergo, e Sostrata ne verrà con Sofronia qui in casa. Tu, rimaso solo in camera, spegnerai il lume, e ti baloccherai per camera, facendo vista di spogliarti; intanto io pian piano me ne verrò in camera, mi spoglierò, ed entrerò a lato a Clizia. Tu ti potrai stare pianamente sul lettuccio. La mattina avanti giorno io mi uscirò dal letto, mostrando di voler ire ad orinare, rivestirommi, e tu entrerai nel letto. -Cle.- Oh, vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia, che io l'intenda! -Pir.- E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda. Ma e' conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perch'io dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio. -Cle.- E' mi basta quel ch'io ho inteso; io voglio ire a ragguagliare mia madre. -Ni.- Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, e ho ordinato una cena a mio modo. Io piglierò prima una presa di un lattovaro, che si chiama satirione. -Pir.- Che nome bizzarro è cotesto? -Ni.- Egli ha più bizzarri i fatti; perché gli è uno lattovaro che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovenire un uomo di novanta anni, non che di settanta, come ho io. Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzievoli. In prima una insalata di cipolle cotte; dipoi una mistura di fave e spezierie. -Pir.- Che fa cotesto? -Ni.- Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbero far vela a una caracca genovese. Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso, arrosto cosi verdemezzo, che sanguigni un poco. -Pir.- Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà che vi sia masticato, o che voi lo ingoiate intero; non vi veggo io tanti o si gagliardi denti in bocca. -Ni.- Io non dubito di cotesto, che, bench'io non abbia molti denti, io ho le mascelle che paiono d'acciaio. -Pir.- Io penso che, poi che voi ne sarete ito, e io entrato nel letto, ch'io potrò fare senza toccarla, perch'io ho viso di trovare quella povera fanciulla fracassata. -Ni.- Bastiti ch'io arò fatto l'uffizio tuo e quel d'uno compagno. -Pir.- Io ringrazio Iddio, poiché mi ha data una moglie in modo fatta ch'io non arò a durare fatica né a impregnarla né a darle le spese. -Ni.- Vanne in casa, sollecita le nozze, e io parlerò un poco con Damone, che io veggo uscir di casa sua. -Pir.- Cosi farò. [IV. 3] NICOMACO, DAMONE. -Ni.- Egli è venuto quel tempo, o Damone, che mi hai a mostrare se tu mi ami. E' bisogna che tu sgomberi la casa, e non vi rimanga né la tua donna né altra persona, perché io vo' governare questa cosa come io t'ho già detto. -Da.- Io sono parato a far ogni cosa, pur ch'io ti contenti. -Ni.- Io ho detto a mogliema che chiami Sostrata tua che vadia ad aiutarla ordinare le nozze. Fa' che la vadia subito come la la chiama, e che vadia con lei la serva sopra tutto. -Da.- Ogni cosa è ordinata, chiamala a tua posta. -Ni.- Io voglio ire insino allo speziale a far una faccenda, e tornerò ora; tu aspetta qui che mogliema eschi fuora e chami la tua. Ecco che la viene; sta parato. Addio. [IV. 4] SOFRONIA, DAMONE. -Sofr.- Non maraviglia che il mio marito mi sollecitava che io chiamassi Sostrata di Damone! Ei voleva la casa libera per poter giostrare a suo modo. Ecco Damone di qua (oh, specchio di questa città e colonna del suo quartiere!) che accomoda la casa sua a si disonesta e vituperosa impresa. Ma io li tratterò in modo che si vergogneranno sempre di loro medesimi; e voglio ora cominciare ad uccellare costui. -Da.- Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma e non venga avanti a chiamar la mia donna. Ma ecco che la viene. Dio ti salvi, Sofronia. -Sofr.- E te, Damone; dov'è la tua donna? -Da.- Ella è in casa, ed è parata a venire se tu la chiami; perché il tuo marito me n'ha pregato. Vo io a chiamarla? -Sofr.- No, no, la debbe aver faccenda. -Da.- Non ha faccenda alcuna. -Sofr.- Lasciala stare, io non le vo' dar briga; io la chiamerò quando fia tempo. -Da.- Non ordinate voi le nozze? -Sofr.- Si, ordiniamo. -Da.- Non hai tu necessità di chi ti aiuti? -Sofr.- E' vi è brigata un mondo per ora. -Da.- Che farò ora? Io ho fatto un errore grandissimo a cagione di questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo e senza denti. E' mi ha fatto offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la crederà cir io vadia mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato. -Sofr.- Io ne rimando costui tutto inviluppato. Guarda come ne va ristretto nel mantello! E' mi resta ora a uccellare un poco il mio vecchio. Eccolo, che viene dal mercato. Io voglio morire, se non ha comperato qualche cosa per parer gagliardo e odorifero. [IV. 5] NICOMACO, SOFRONIA. -Ni.- Io ho comperato il lattovaro e certa unzione appropriata a far risentire le brigate. Quando si va armato alla guerra, si va con più animo la metà. Io ho veduto mogliema; ohimè, ch'ella mi avrà sentito. -Sofr.- Si, ch'io t'ho sentito, e con tuo danno e vergogna, s'io vivo insino a domattina. -Ni.- Sono a ordine le cose? Hai tu chiamato questa tua vicina, che ti aiuti? -Sofr.- Io la chiamai come tu dicesti; ma questo tuo caro amico le favellò non so che nell'orecchio, in modo che la mi rispose che la non poteva venire. -Ni.- Io non me ne maraviglio; perché tu sei un poco rozza e non sai accomodarti colle persone, quando tu vuoi alcuna cosa da loro. -Sofr.- Che volevi tu, ch'io lo toccassi sotto il mento? Io non sono usa a far carezza a' mariti d'altri. Va', chiamala tu, poiché ti giova andare dietro alle mogli d'altri, ed io andrò in casa a ordinare il resto. [IV. 6] DAMONE, NICOMACO. -Da.- Io vengo a vedere se questo amante è tornato dal mercato. Ma eccolo davanti all'uscio. Io venivo appunto a te. -Ni.- Ed io a te, uomo da farne poco conto. Di che t'ho io pregato? Di che t'ho io richiesto? Tu m'hai servito cosi bene! -Da.- Che cosa è? -Ni.- Tu mandasti moglieta! Tu hai vuota la casa di brigata, che fu un sollazzo! In modo che alle tue cagioni io sono morto e disfatto. -Da.- Va', t'impicca, non mi dicesti che moglieta chiamerebbe la mia? -Ni.- La l'ha chiamata, e non è voluta venire. -Da.- Anziché gliene offersi; ella non volle che la venisse, e cosi mi fai uccellare, e poi ti duoli di me. Che 'l diavolo ne porti te, e le nozze, e ognuno! -Ni.- Infine, vuoi tu che la venga? -Da.- Si, voglio in malora, ed ella, e la fante, e la gatta, e chiunque vi è. Va', se tu hai a far altro; io andrò in casa, e per l'orto la farò venire or ora. -Ni.- Ora m'è costui amico; ora andranno le cose bene. Ohimè, ohimè! che romore è quel ch'io sento in casa? [IV. 7] DORIA, NICOMACO. -Do.- Io son morta, io son morta. Fuggite, fuggite. Toglietele quel coltello di mano; fuggitevi, Sofronia. -Ni.- Che hai tu, Doria? Che ci è? -Do.- Io son morta. -Ni.- Perché sei tu morta? -Do.- Io sono morta, e voi spacciato. -Ni.- Dimmi quel che tu hai. -Do.- Io non posso per l'affanno. Io sudo, fatemi un poco di vento col mantello. -Ni.- Deh! dimmi quel che tu hai; ch'io ti romperò la testa. -Do.- O padrone mio, voi siete troppo crudele! -Ni.- Dimmi quel che tu hai, e qual romore è in casa. -Do.- Pirro aveva dato l'anello a Clizia, ed era ito ad accompagnare il notaio infino all'uscio di dietro: ben sai che Clizia, da non so che furore mossa, prese un pugnale, e tutta scapigliata, tutta furiosa, grida: Ov'è Nicomaco? Ove Pirro? Io li voglio ammazzare. Cleandro, Sofronia, tutti noi la volemmo pigliare e non potemmo. La s'è arrecata in un canto di camera, e grida che vi vuole ammazzare in ogni modo; e per paura chi fugge là e chi qua. Pirro s'è fuggito in cucina, e si è nascosto dietro alla cesta de' capponi: io sono mandata qui per avvertirvi che voi non entriate in casa. -Ni.- Io sono misero di tutti gli uomini. Non si può egli trarle di mano il pugnale? -Do.- No per ancora. -Ni.- Chi minaccia ella? -Do.- Voi e Pirro. -Ni.- Oh, che disgrazia è questa! Deh! figliuola mia, io ti prego che tu torni in casa, e con buone parole vegga che se le cavi questa pazzia del capo e che la ponga giù il pugnale; ed io ti prometto ch'io ti compererò un paio di pianelle e un fazzoletto. Deh! va', amor mio. -Do.- Io vo; ma non venite in casa, se io non vi chiamo. -Ni.- Oh miseria, oh infelicità mia! Quante cose mi s'intraversano per far infelice questa notte che io aspettavo felicissima! Ha ella posto giù il coltello? Vengo io? -Do.- Non ancora, non venite. -Ni.- O Dio, che sarà poi? Posso io venire? -Do.- Venite, ma non entrate in camera, dove ella è; fate che la non vi vegga; andatevene in cucina da Pirro. -Ni.- Io vo. [IV. 8] DORIA -sola.- In quanti modi uccelliamo noi questo vecchio! Che festa è egli vedeie i travagli di questa casa? Il vecchio e Pirro son paurosi in cucina; in sala sono quelli che apparecchiano la cena; e in camera sono le donne, Oleandro ed il resto della famiglia; e hanno spogliato Siro nostro servo, e de' suoi panni vestito Clizia e de' panni di Clizia vestito Siro, e vogliono che Siro ne vadia a marito in scambio di Clizia; e perché il vecchio e Pirro non scuoprano questa fraude, gli hanno, sott'ombra che Clizia sia crucciata, confinati in cucina. Che belle risa! Che bello inganno! Ma ecco fuori Nicomaco e Pirro. [IV. 9] NICOMACO, DORIA, PIRRO. -Ni.- Che fai tu costì, Doria? Clizia è quietata? -Do.- Messer si, e ha promesso a Sofronia di voler fare ciò che voi volete. Egli è ben vero che Sofronia giudica sia bene che voi e Pirro non gli capitiate innanzi, acciocché non se le riaccendesse la collera; poi, messa che la fia a letto, se Pirro non la saprà dimesticare, suo danno. -Ni.- Sofronia ci consiglia bene, e così faremo. Ora vattene in casa; e perché gli è cotto ogni cosa, sollecita che si ceni. Pirro ed io ceneremo a casa Damone; e come egli hanno cenato, fai che la menino fuora. Sollecita, Doria, per l'amor di Dio, che son già sonate le tre ore, e non è ben star tutta notte in queste pratiche. -Do.- Voi dite il vero; io vo. -Ni.- Tu, Pirro, rimani qui; io andrò a bere un tratto con Damone. Non andar in casa, acciocché Clizia non s'infuriasse di nuovo: e se cosa alcuna accade, corri a dirmelo. -Pir.- Andate, io farò quanto m'imponete. Poiché questo mio padrone vuole ch'io stia senza moglie e senza cena, io son contento, né credo che in un anno intervengano tante cose quante sono intervenute oggi; e dubito non me ne intervengano delle altre, poiché io ho sentito per casa certi sghignazzamenti che non mi piacciono. Ma ecco io veggo apparir un torchio: e' debbe uscir fuora la pompa; la sposa ne debbe venire. Io voglio correre per il vecchio. Nicomaco, o Damone, vienne da basso, da basso; la sposa ne viene. [IV. 10] NICOMACO, DAMONE, SOFRONIA, SOSTRATA, SIRO -vestito da donna, che piange.- -Ni.- Eccoci; vanne, Pirro, in casa, perché io credo che sia bene che la non ti vegga. Tu, Damone, paramiti innanzi, e parla tu con queste donne. Eccole tutte fuora. -Sofr.- Oh, povera fanciulla, la ne va piangendo! Vedi che la non si lieva il fazzoletto dagli occhi. -Sostr.- Ella riderà domattina; cosi usano di fare le fanciulle. Dio vi dia la buona sera, Nicomaco e Damone. -Da.- Voi siate le benvenute. Andatevene su, voi donne, mettete a letto la fanciulla, e tornate giù; intanto Pirro sarà a ordine anch'egli. -Sostr.- Andiamo col nome di Dio. [IV. 11] NICOMACO, DAMONE. -Ni.- Ella ne va molto malinconosa. Ma hai tu veduto come ella è grande? La si debbe esser aiutata con le pianelle. -Da.- La pare anche a me maggiore ch'ella non suole. O Nicomaco, tu sei pur felice! La cosa è condotta dove tu vuoi. Portati bene; altrimenti tu non vi potrai tornare più. -Ni.- Non dubitare, io sono per fare il debito; che poi ch'io presi il cibo, io mi sento gagliardo come una spada. Ma ecco le donne che tornano. [IV. 12] NICOMACO, SOSTRATA, SOFRONIA, DAMONE. -Ni.- Avetela voi messa a letto? -Sostr.- Si, abbiamo. -Da.- Sta bene; noi faremo questo resto. Tu, Sostrata, vanne con Sofronia a dormire, e Nicomaco rimarrà qui meco. -Sofr.- Andiamne, che par lor mille anni di avercisi levate dinanzi. -Da.- E a voi il simile. Guardate a non vi far male. -Sostr.- Guardatevi pur voi, che avete l'arme; noi siamo disarmate. -Da.- Andiamne in casa. -Sofr.- E noi ancora. Va' pur là, Nicomaco, tu troverai riscontro; perché questa tua donna sarà come le mezzine da Santa Maria in Pruneta. Canzone. Si soave è lo inganno etc. (cfr. -Mandr.,- III). [V. 1] DORIA -sola.- Io non risi mai più tanto, né credo mai più ridere tanto, né in casa nostra questa notte si è fatto altro che ridere. Sofronia, Sostrata, Oleandro, Eustachio, ognuno ride. E' s'è consumata la notte in misurare il tempo, e dicevamo: ora entra in camera Nicomaco, ora si spoglia, ora si corica a lato alla sposa, ora le dà la battaglia, ora è combattuto gagliardamente. E mentre noi stavamo in su questi ragionamenti, giunsero in casa Siro e Pirro, e ci raddoppiarono le risa; e quel che era più bel vedere, era Pirro, che rideva più di Siro, tanto ch'io non credo che ad alcuno sia tocco questo anno ad avere il più bello né il maggior piacere. Quelle donne mi hanno mandata fuora, sendo già giorno, per vedere quello che fa il vecchio, e come egli comporta questa sciagura. Ma ecco fuora egli e Damone. Io mi voglio tirar da parte per vederli, e aver materia di ridere di nuovo. [V. 2] DAMONE, NICOMACO, DORIA. -Da.- Che cosa è stata questa tutta notte? come è ella ita? Tu stai cheto. Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scendere e salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io, che nella camera terrena vi dormiva sotto, non ho potuto mai dormire, tanto che per dispetto mi levai, e trovoti che tu esci fuora tutto turbato. Tu non parli, tu mi pari morto; che diavolo hai tu? -Ni.- Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda o dove io occulti la gran vergogna nella quale io sono incorso. Io son vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi a mogliema, a' figli, a' parenti, a' servi capitare, lo ho cerco il vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato trovare, tanto ch'io sono spacciato. E tanto più mi duole quanto di questo mio carico tu anche ne partecipi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani. -Da.- Che cosa è stato? Hai tu rotto nulla? -Ni.- Che vuoi tu che io abbia rotto? Che rotto avess'io il collo! -Da.- Che è stato adunque? Perché non me lo di'? -Ni.- Uh! uh! uh! Io ho tanto dolore ch'io non credo potertelo dire. -Da.- Deh, tu mi pari un bambino! Che domine può egli essere? -Ni.- Tu sai l'ordine dato, ed io secondo quell'ordine entrai in camera, e chetamente mi spogliai; ed in cambio di Pirro, che sopra il lettuccio si era posto a dormire, non vi essendo lume, a lato alla sposa mi coricai. -Da.- Orbe, che fu poi? -Ni.- Uh! uh! uh! Accostaimegli secondo l'usanza de' nuovi mariti, vollile porre le mani sopra il petto, ed ella con la sua mano me la prese, e non mi lasciò. Vollila baciare, ed ella con l'altra mano mi sospinse il viso indrieto. Io me le volli gittare tutto addosso: ella mi porse un ginocchio, di qualità che la m'ha infranta una costola. Quando io vidi che la forza non bastava, io mi vuoisi a' prieghi, e con dolci parole ed amorevoli (pure sotto voce, ch'ella non mi conoscesse) la pregavo fusse contenta fare i piaceri miei. Dicevole: deh! anima mia dolce, perché mi strazi tu? Deh! ben mio, perché non mi concedi tu volentieri quello che le altre donne a' loro mariti volentieri 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000