La mandragola - La Clizia - Belfagor
Nicolo Machiavelli
LA MANDRAGOLA
LA CLIZIA--BELFAGOR
A cura di Vittorio Osimo
Disegni di A. Magrini
Formiggini Editore in Genova
1914
INTRODUZIONE
MANDRAGOLA
COMEDIA DI CALLIMACO E DI LUCREZIA
-Per il testo della- Mandragola, -mi sono attenuto all'edizione
curatane per- la Bibliotheca romanica - (Strasburgo, J. H. Ed. Heitz,
1912) da Santorre De Benedetti. Ne ho però tolto e modificato quelle
peculiarità grafiche che già al principio del Cinquecento non avevano
più alcuna rispondenza nella pronuncia. Per la- Clizia, -ho seguito
l'edizione- Italia, 1813. -Per il Belfagor, l'edizione di G. A.
Gargà ni, Firenze, Dotti, 1869.-
Canzone da dirsi innanzi alla comedia
cantata da ninfe e pastori insieme.
Perché la vita è brieve
E molte son le pene
Che vivendo e stentando ognun sostiene,
Dietro alle nostre voglie,
Andiam passando e consumando gli anni,
Ché chi il piacer si toglie
Per viver con angoscie e con affanni,
Non conosce gli inganni
Del mondo, o da quai mali
E da che strani casi
Oppressi quasi sian tutti i mortali.
Per fuggir questa noia,
Eletta solitaria vita abbiamo,
E sempre in festa e in gioia
Giovin leggiadre e liete Ninfe stiamo.
Or qui venuti siamo
Con la nostra armonia
Sol per onorar questa
Sì lieta festa e dolce compagnia.
Ancor ci ha qui condutti
Il nome di colui che vi governa,
In cui si veggon tutti
I beni accolti in la sembianza eterna.
Per tal grazia superna,
Per si felice stato
Potete lieti stare,
Godere e ringraziar chi ve lo ha dato.
PROLOGO
Iddio vi salvi, benigni uditori;
Quando e' par che dependa
Questa benignità da io esser grato
Se voi seguite di non far romori,
Noi vogliam che s'intenda
Un nuovo caso in questa terra nato
Vedete l'apparato,
Quale or vi si dimostra;
Questa è Firenze vostra.
Un'altra volta sarà Roma, o Pisa;
Cosa da smascellarsi per le risa.
Quello uscio che mi è qui in su la man ritta,
La casa è d'un dottore,
Che 'mparò in sul Buezio leggi assai.
Quella via, che è colà in quel canto fitta,
à la Via dello Amore,
Dove chi casca non si rizza mai.
Conoscer poi potrai
A l'abito d'un frate,
Quel priore o abate
Abiti il tempio, ch'all'incontro è posto,
Se di qui non ti parti troppo tosto.
Un giovane, Callimaco Guadagni,
Venuto or da Parigi,
Abita là in quella sinistra porta.
Costui, fra tutti gli altri buon compagni
A' segni ed a' vestigi
L'onor di gentilezza e pregio porta.
Una giovane accorta
Fu da lui molto amata,
E per questo ingannata
Fu come intenderete, ed io vorrei
Che voi fussi ingannate come lei.
La favola -Mandragola- si chiama.
La cagion voi vedrete
Nel recitarla, come io m'indovino.
Non è il componitor di molta fama.
Pur se voi non ridete,
Egli è contento di pagarvi el vino.
Uno amante meschino,
Un dottor poco astuto,
Un frate mal vissuto,
Un parassito di malizia el cucco,
Fien questo giorno el vostro badalucco.
E se questa materia non è degna,
Per esser pur leggieri,
D'un uom che voglia parer saggio e grave,
Scusatelo con questo, che s'ingegna
Con questi van pensieri
Fare il suo triste tempo più suave,
Per ch'altrove non have
Dove voltare el viso;
Che gli è stato interciso
Mostrar con altre imprese altra virtue,
Non sendo premio alle fatiche sue.
El premio che si spera è, che ciascuno
Si sta da canto e ghigna,
Dicendo mal di ciò che vede o sente.
Di qui depende, sanza dubbio alcuno,
Che per tutto traligna
Da l'antica virtù el secol presente;
Imperò che la gente,
Vedendo ch'ognun biasma,
Non s'affatica e spasma
Per far, con mille suoi disagi, un'opra
Che 'l vento guasti, o la nebbia ricuopra.
Pur se credesse alcun, dicendo male,
Tenerlo pe' capegli,
E sbigottirlo, o ritirarlo in parte,
Io lo ammunisco, e dico a questo tale
Che sa dir male anch'egli,
E come questa fu la sua prim'arte;
E come in ogni parte
Del mondo, ove el sì suona,
Non istima persona,
Ancor che faccia il sergieri a colui,
Che può portar miglior mantel di lui.
Ma lasciam pur dir male a chiunque vuole.
Torniamo al caso nostro,
Acciò che non trapassi troppo l'ora.
Far conto non si de' delle parole,
Né stimar qualche mostro,
Che non sa forse s'e' si è vivo ancora.
Callimaco esce fuora
E Siro con seco ha
Suo famiglio, e dirÃ
L'ordin di tutto. Stia ciascuno attento,
Né per ora aspettate altro argumento.
CALLIMACO.
SIRO.
MESSER NICIA.
LIGURIO.
SOSTRATA.
FRATE TIMOTEO.
UNA DONNA.
LUCREZIA.
-La scena è in Firenze.-
[I. 1.]
CALLIMACO -e- SIRO, -interlocutori.-
-Ca.- Siro, non ti partire, i' ti voglio un poco.
-Si.- Eccomi.
-Ca.- Io credo che tu ti maravigliassi della mia subita partita da
Parigi, ed ora ti maravigli, send' io stato qui già un mese senza fare
alcuna cosa.
-Si.- Voi dite el vero.
-Ca.- Se io non ti ho detto infino a qui quello che io ti dirò, non
è stato per non mi fidare di te, ma per iudicare le cose che l'uomo
vuole non si sappino, sia bene non le dire, se non forzato. Pertanto,
pensando io avere bisogno dell'opera tua, ti voglio dire el tutto.
-Si.- Io vi son servidore; e' servi non debbono mai domandare e'
padroni d'alcuna cosa, né cercare alcuno loro fatto, ma quando per loro
medesimi le dicono, debbono servirgli con fede, e cosi ho fatto, e son
per fare io.
-Ca.- Già lo so. Io credo tu mi abbi sentito dire mille volte, ma e'
non importa che tu lo intenda mille una, come io avevo dieci anni,
quando da e' mia tutori, sendo mio padre e mia madre morti, io fui
mandato a Parigi, dove io sono stato venti anni. E perché in capo di
dieci cominciorno, per la passata del re Carlo, le guerre in Italia, le
quale ruinorno quella provincia, deliberai di vivermi a Parigi, e non
mi ripatriare mai, giudicando potere in quel luogo vivere più sicuro
che qui.
-Si.- Egli è cosi.
-Ca.- E commesso di qua che fussino venduti tutti e' mia beni, fuora
che la casa, mi ridussi a vivere quivi, dove son stato dieci altr'anni
con una felicità grandissimaâ¦...
-Sì.- Io lo so.
-Ca.- Avendo compartito el tempo parte alli studii, parte a' piaceri,
e parte alle faccende; e in modo mi travagliavo in ciascuna di queste
cose, che l'una non mi impediva la via dell'altra. E per questo, come
tu sai, vivevo quietissimamente, giovando a ciascuno e ingegnandomi di
non offendere persona; tal che mi pareva di essere grato a' borghesi,
a' gentiluomini, al forestiero, al terrazzano, al povero, al ricco.
-Si.- Egli è la verità .
-Ca.- Ma parendo alla Fortuna che io avessi troppo bel tempo, fece che
capitò a Parigi un Cammillo Calfucci.
-Si.- Io comincio a indovinarmi del male vostro.
-Ca.- Costui, come gli altri Fiorentini, era spesso convitato da me, e
nel ragionare insieme, accadde un giorno che noi venimmo in disputa,
dove erano più belle donne, o in Italia, o in Francia. E perché io non
potevo ragionare delle Italiane, sendo si piccolo quando mi partii,
alcuno altro Fiorentino, che era presente, prese la parte franzese, e
Cammillo la italiana; e dopo molte ragione assegnate da ogni parte,
disse Cammillo, quasi che irato, che se tutte le donne italiane fussino
mostri, che una sua parente era per riavere l'onore loro.
-Si.- Io son or chiaro di quello che voi volete dire.
-Ca.- E nominò madonna Lucrezia, moglie di Messer Nicia Calfucci, alla
quale dette tante laudi e di bellezze e di costumi, che fece restare
stupidi qualunche di noi; e in me destò tanto desiderio di vederla, che
io, lasciato ogni altra deliberazione, né pensando più alle guerre o
alla pace di Italia, mi messi a venire qui, dove arrivato ho trovato
la fama di madonna Lucrezia essere minore assai che la verità , il che
occorre rarissime volte, e sommi acceso in tanto desiderio d'essere
seco che io non truovo loco.
-Si.- Se voi me ne avessi parlato a Parigi, io saprei che consigliarvi;
ma ora non so io che mi vi dire.
-Ca.- Io non ti ho detto questo per voler tua consigli, ma per sfogarmi
in parte, e perché tu prepari l'animo ad aiutarmi, dove el bisogno lo
ricerchi.
-Si.- A cotesto son io paratissimo; ma che speranza ci avete voi?
-Ca.- Ahimé! nessuna, o poche. E dicoti: in prima mi fa guerra la
natura di lei, che è onestissima, e al tutto aliena dalle cose d'amore;
avere el marito ricchissimo, e che al tutto si lascia governare da
lei, e se non è giovane, non è al tutto vecchio, come pare; non avere
parenti o vicini con chi ella convenga ad alcuna vegghia, o festa, o ad
alcuno altro piacere, di che si sogliono delettare le giovani. Delle
persone meccaniche, non gliene capita a casa nessuna, non ha fante, né
famiglio che non tremi di lei: in modo che non ci è luogo di alcuna
corruzione.
-Si.- Che pensate adunque potere fare?
-Ca.- E' non è mai alcuna cosa si desperata, che non vi sia qualche via
da poterne sperare; e benché la fussi debole e vana, e la voglia e il
desiderio che l'uomo ha di condurre la cosa, non la fa parere cosi.
-Si.- In fine, e che vi fa sperare?
-Ca.- Dua cose: l'una la semplicità di Messer Nicia, che benché sia
dottore, egli è el più semplice e il più sciocco uomo di Firenze;
l'altra la voglia che lui e lei hanno di avere figliuoli, che, sendo
stata sei anni a marito, e non avendo ancor fatti, ne hanno, sendo
ricchissimi, un desiderio che muoiono. Una terza ci è, che la sua
madre è stata buona compagna, ma l'è ricca, tale che io non so come
governarmene.
-Si.- Avete voi per questo tentato per ancora cosa alcuna?
-Ca.- Si ho, ma piccola cosa.
-Si.- Come?
-Ca.- Tu conosci Ligurio, che viene continuamente a mangiar meco.
Costui fu già sensale di matrimonii, dipoi s'è dato a mendicare cene e
desinari. E perché egli è piacevole uomo, Messer Nicia tien con lui una
stretta dimestichezza, Ligurio l'uccella; e benché noi meni a mangiare
seco, li presta alle volte danari. Io me lo son fatto amico, e li ho
comunicato il mio amore; lui mi ha promesso d'aiutarmi con le mane e
co' piè.
-Si.- Guardate che non v'inganni: questi pappatori non sogliono avere
molta fede.
-Ca.- Egli è el vero. Nondimeno, quando una cosa fa per uno, si ha a
credere quando tu gliene comunichi, che ti serva con fede. Io gli ho
promesso, quando e' riesca, donargli buona somma di danari; quando non
riesca, ne spicca un desinare e una cena, che ad ogni modo non mangerei
solo.
-Si.- Che ha egli promesso infino a qui di fare?
-Ca.- Ha promesso di persuadere a Messere Nicia che vada con la sua
donna al bagno in questo maggio.
-Si.- Che è a voi cotesto?
-Ca.- Che è a me? Potrebbe quel luogo farla diventare d'un'altra
natura, perché in simili lati non si fa se non festeggiare. E io me
ne andrei là , e vi condurrei di tutte quelle ragioni piaceri, che io
potessi, né lascerei indrieto alcuna parte di magnificenzia; fare' mi
familiare suo e del marito. Che so io? Di cosa nasce cosa, e il tempo
la governa.
-Si.- E' non mi dispiace.
-Ca.- Ligurio si partì questa mattina da me, e disse che sarebbe con
Messer Nicia sopra questa cosa, e me ne risponderebbe.
-Si.- Eccoli di qua insieme.
-Ca.- Io mi vo' tirare da parte, per essere a tempo a parlare con
Ligurio quando si spicca dal dottore. Tu intanto ne va in casa alle tue
faccende, e se io vorrò che facci cosa alcuna, io tel dirò.
-Si.- Io vo.
[I. 2]
MESSER NICIA, LIGURIO.
-Ni.- Io credo ch'e' tua consigli sien buoni, e parla'ne iersera con la
donna. Disse che mi risponderebbe oggi; ma a dirti el vero, io non ci
vo di buone gambe.
-Li.- Perché?
-Ni.- Perché io mi spicco mal volentieri da bomba. Dipoi a avere a
travasare moglie, fante, masserizie, ella non mi quadra. Oltra di
questo, io parlai iersera a parecchi medici. L'uno dice che io vada a
San Filippo, l'altro alla Porretta, l'altro alla Villa; e' mi parvono
parecchi uccellacci; e a dirti el vero, questi dottori di medicina non
sanno quello che si pescano.
-Li.- E' vi debbe dare briga quel che voi dicesti prima, perché voi non
siete uso a perdere la Cupola di veduta.
-Ni.- Tu erri. Quando io era più giovane, io son stato molto randagio.
E non si fece mai la fiera a Prato, ch'io non vi andassi, e non ci è
castel veruno all'intorno, dove io non sia stato; e ti vo' dire più là :
io sono stato a Pisa e a Livorno, o va.
-Li.- Voi dovete avere veduto la carrucola di Pisa.
-Ni.- Tu vuo' dire la Verrucola.
-Li.- Ah! sì, la Verrucola. A Livorno vedesti voi el mare?
-Ni.- Ben sai, che io il vidi.
-Li.- Quanto è egli maggiore che Arno?
-Ni.- Che Arno? Egli è per quattro volte, per più di sei, per più di
sette, mi farai dire: e non si vede se non acqua, acqua, acqua.
-Li.- Io mi maraviglio adunque, avendo voi pisciato in tanta neve, che
voi facciate tanta difficultà d'andare al bagno.
-Ni.- Tu hai la bocca piena di latte. E' ti pare a te una favola avere
a sgominare tutta la casa? Pure io ho tanta voglia d'avere figliuoli,
che io son per fare ogni cosa. Ma parlane un poco tu con questi
maestri; vedi dove e' mi consigliassino che io andassi; e io sarò
intanto con la donna, e ritroverrenci.
-Li.- Voi dite bene.
[I. 3]
LIGURIO, CALLIMACO.
-Li.- Io non credo che sia nel mondo el più sciocco uomo di costui; e
quanto la fortuna lo ha favorito! Lui ricco, lui bella donna, savia,
costumata ed atta a governare un regno. E parmi che rare volte si
verifichi quel proverbio ne' matrimonii che dice: Dio fa gli uomini,
e' si appaiano; perché spesso si vede uno uomo ben qualificato sortire
una bestia, e per avverso una prudente donna avere un pazzo. Ma della
pazzia di costui se ne cava questo bene, che Callimaco ha che sperare.
Ma eccolo. Che vai tu appostando, Callimaco?
-Ca.- Io ti aveva veduto col dottore, e aspettavo che tu ti spiccassi,
da lui per intendere quello avevi fatto.
-Li.- Egli è uno uomo della qualità che tu sai, di poca prudenzia,
di meno animo; e partesi mal volentieri da Firenze. Pure io ce l'ho
riscaldato, e mi ha detto infine che farà ogni cosa. E credo che,
quando e' ci piaccia questo partito, che noi ve lo condurremo; ma io
non so se noi ci faremo el bisogno nostro.
-Ca.- Perché?
-Li.- Che so io? Tu sai che a questi bagni va d'ogni qualità gente, e
potrebbe venirvi uomo a chi madonna Lucrezia piacesse come a te, che
fussi ricco più di te, che avessi più grazia di te; in modo che si
porta pericolo di non durare questa fatica per altri, e che intervenga
che la copia de' concorrenti la faccino più dura, o che dimesticandosi,
la si volge ad un altro, e non a te.
-Ca.- Io conosco che tu di' el vero. Ma come ho a fare? Che partito
ho a pigliare? Dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche
cosa, sia grande, sia periculosa, sia dannosa, sia infame. Meglio è
morire che vivere così. Se io potessi dormire la notte, se io potessi
mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliare piacere di
cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare el tempo; ma qui non ci
è rimedio, e se io non son tenuto in speranza da qualche partito, io mi
morrò in ogni modo; e veggendo di avere a morire, non sono per temere
cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo, nefando.
-Li.- Non dir cosi, raffrena cotesto impeto dell'animo.
-Ca.- Tu vedi bene che per raffrenarlo io mi pasco di simili pensieri.
E però è necessario o che noi seguitiamo di mandare costui al bagno, o
che noi entriamo per qualche altra via, che mi pasca d'una speranza,
se non vera, falsa almeno, per la quale io mi nutrisca un pensiero che
mitighi in parte tanti mia affanni.
-Li.- Tu hai ragione, e io son per farlo.
-Ca.- Io lo credo, ancora che io sappia ch'e' pari tuoi vivono
d'uccellare li uomini. Nondimanco, io non ti credo essere in quel
numero, perché quando tu il facessi ed io me ne avvedessi, cercherei di
valermene, e perderesti ora l'uso della casa mia, e la speranza d'avere
quello che per lo avvenire t'ho promesso.
-Li.- Non dubitare della fede mia, che quando e' non ci fussi l'utile
che io sento, e che io spero, ci è che 'l tuo sangue si affà col mio,
e desidero che tu adempia questo tuo desiderio presso a quanto tu. Ma
lasciamo ire questo. El dottore mi ha commesso che io truovi un medico
e intenda a quale bagno sia bene andare. Io voglio che tu faccia a mio
modo, e questo è che tu dica di avere studiato in medicina, e abbi
fatto a Parigi qualche sperienza; lui è per crederlo facilmente per la
semplicità sua, e per essere tu litterato e poterli dire qualche cosa
in grammatica.
-Ca.- A che ci ha a servir cotesto?
-Li.- Serviracci a mandarlo a qual bagno noi vorremo, ed a pigliare
qualche altro partito che io ho pensato, che sarà più corto, più certo,
più riuscibile che'l bagno.
-Ca.- Che di' tu?
-Li.- Dico che se tu arai animo e se tu confiderai in me, io ti do
questa cosa fatta innanzi che sia domani questa otta. E quando e' fussi
uom che non è, da ricercare se tu se' o non se' medico, la brevità del
tempo, la cosa in sé farà che non ne ragionerà , o che non sarà a tempo
a guastarci el disegno, quando bene e' ne ragionassi.
-Ca.- Tu mi risusciti. Questa è troppa gran promessa, e pascimi di
troppa grande speranza. Come farai?
-Li.- Tu el saperrai quando e' fia tempo; per ora non occorre che io te
lo dica, perché el tempo ci mancherà a fare nonché a dire. Tu vanne in
casa e quivi mi aspetta, e io anderò a trovare el dottore; e se io lo
conduco a te, andrai seguitando el mio parlare e accomodandoti a quello.
-Ca.- Cosi farò, ancora che tu mi riempia d'una speranza che io temo
non se ne vada in fumo.
Canzone.
Chi non fa prova, Amore,
Della tua gran possanza, indarno spera
Di far mai fede vera
Qual sia del cielo il più alto valore;
Né sa come si vive insieme, e muore,
Come si segue il danno e 'l ben si fugge,
Come s'ama sé stesso
Men d'altrui, come spesso
Timore e speme i cuori agghiaccia e strugge;
Né sa come ugualmente uomini e dei
Paventan l'arme di che armato siei.
[II, l].
LIGURIO, MESSER NICIA, [SIRO].
-Li.- Come io vi ho detto, io credo che Dio ci abbi mandato costui,
perché voi adempiate il desiderio vostro. Egli ha fatto a Parigi
esperienzie grandissime, e non vi maravigliate se a Firenze e' non
ha fatto professione dell'arte; che n'è suto cagione prima per esser
ricco, secondo perché egli è ad ogni ora per tornare a Parigi.
-Ni.- Ormai frate sì, cotesto bene importa; perché io non vorrei che mi
mettessi in qualche leccieto e poi mi lasciassi in sulle secche.
-Li.- Non dubitate di cotesto; abbiate solo paura che non voglia
pigliare questa cura; ma se la piglia, e' non è per lasciarvi infino
che non ne vede el fine.
-Ni.- Di cotesta parte i' mi vo' fidare di te; ma della scienzia, io ti
dirò ben io, come io li parlo, s'egli è uom di dottrina, perché a me
non venderà egli vesciche.
-Li.- E perché io vi conosco, vi meno io a lui, acciò gli parliate. E
se, parlato gli avrete, e' non vi pare per presenzia, per dottrina, per
lingua, uno uomo da metterli il capo in grembo, dite che io non sia
desso.
-Ni.- Or sia, al nome dell'Agnol santo, andiamo. Ma dove sta egli?
-Li.- Sta in su questa piazza, in quell'uscio che voi vedete a
dirimpetto a voi.
-Ni.- Sia con buona ora.
-Li.- Ecco fatto.
-Si.- Chi è?
-Li.- Evvi Callimaco?
-Si.- Si, è.
-Ni.- Che non di' tu maestro Callimaco?
-Li.- E' non si cura di simil baie.
-Ni.- Non dire cosi, fa il tuo debito, e se l'ha per male, scingasi.
[II, 2].
CALLIMACO, MESSER NICIA, LIGURIO.
-Ca.- Chi è quello che mi vuole?
-Ni. Bona dies, domine magister.-
-Ca. Et vobis bona, domine doctor.-
-Li.- Che vi pare?
-Ni.- Bene, alle guagnele!
-Li.- Se voi volete ch'io stia qui con voi, voi parlerete in modo che
io v'intenda, altrimenti noi faremo duo fuochi.
-Ca.- Che buone faccende?
-Ni.- Che so io? Vo cercando due cose che un altro per avventura
fuggirebbe: questo è di dare briga a me e ad altri. Io non ho
figliuoli, e vorrene, e per aver questa briga vengo a dare impaccio a
voi.
-Ca.- A me non fia mai discaro fare piacere a voi, ed a tutti li uomini
virtuosi e da bene come voi; e non mi son a Parigi affaticato tanti
anni per imparare, per altro, se non per potere servire a' pari vostri.
-Ni.- Gran mercé; e quando voi avessi bisogno dell'arte mia, io vi
servirei volentieri. Ma torniamo -ad rem nostram.- Avete voi pensato
che bagno fussi buono a disporre la donna mia ad impregnare? Ch'io so
che qui Ligurio vi ha detto quello che vi s'abbia detto.
-Ca.- Egli è la verità ; ma a volere adempiere il desiderio vostro, è
necessario sapere la cagione della sterilità della donna vostra, perché
le possono essere più cagioni. -Nam causae sterilitatis sunt: aut in
semine, aut in matrice, aut in strumentis seminariis, aut in virga, aut
in causa exstrinseca.-
-Ni.- Costui è il più degno uomo che si possa trovare.
-Ca.- Potrebbe oltre di questo causarsi questa sterilità da voi per
impotenzia; e quando questo fussi, non ci sarebbe rimedio alcuno.
-Ni.- Impotente io? Oh! voi mi farete ridere! Io non credo che sia el
più ferrigno ed il più rubizzo uomo in Firenze di me.
-Ca.- Se cotesto non è, state di buona voglia che noi vi troveremo
qualche rimedio.
-Ni.- Sarebbeci egli altro rimedio ch'e' bagni? Perché io non vorrei
quel disagio, e la donna uscirebbe di Firenze mal volentieri.
-Li.- Sì, sarà , io vo' rispondere io. Callimaco è tanto rispettivo, che
è troppo. Non mi avete voi detto di sapere ordinare certa pozione, che
indubbiamente fa ingravidare?
-Ca.- Sì ho. Ma io vo ritenuto con li uomini che io non conosco, perché
io non vorrei mi tenessino un cerretano.
-Ni.- Non dubitate di me, perché voi mi avete fatto maravigliare di
qualità che non è cosa che io non credessi o facessi per le vostre mane.
-Li.- Io credo che bisogni che voi veggiate el segno.
-Ca.- Senza dubbio, e non si può fare di meno.
-Li.- Chiama Siro, che vada col dottore a casa per esso, e torni qui; e
noi l'aspetteremo in casa.
-Ca.- Siro, va con lui. E se vi pare, Messer, tornate qui subito, e
penseremo a qualche cosa di buono.
-Ni.- Come, se mi pare? Io tornerò qui in uno stante, che ho più fede
in voi che gli Ungheri nelle spade.
[II, 3].
MESSER NICIA, SIRO.
-Ni.- Questo tuo padrone è un gran valente uomo.
-Si.- Più che voi non dite.
-Ni.- Il re di Francia ne de' fare conto.
-Si.- Assai.
-Ni.- E per questa cagione e' debbe stare volentieri in Francia.
-Si.- Così credo.
-Ni.- E fa molto bene. In questa terra non ci è se non cacastecchi; non
ci s'apprezza virtù alcuna. S'egli stessi qua, non ci sarebbe uomo che
lo guardassi in viso. Io ne so ragionare, che ho cacato le curatelle
per imparar due hac; e se io ne avessi a vivere io starei fresco, ti so
dire.
-Si.- Guadagnate voi l'anno cento ducati?
-Ni.- Non cento lire, non cento grossi, o va. E questo è, che chi
non ha lo stato in questa terra, de' nostri pari, non truova cane
che gli abbai, e non siamo buoni ad altro, che andare a' mortori, o
alle ragunate d'un mogliazzo, o a starci tutto di in sulla panca del
Proconsolo a donzellarci. Ma io ne li disgrazio, io non ho bisogno di
persona; cosi stessi chi sta peggio di me. Non vorrei però che le
fussino mia parole, ch'io arei di fatto qualche balzello, o qualche
porro di drieto, che mi farebbe sudare.
-Si.- Non dubitate.
-Ni.- Noi siamo a casa; aspettami qui, io tornerò ora.
-Si.- Andate.
[II, 4].
SIRO -solo-.
Se gli altri dottori fussino fatti come costui, noi faremmo a' sassi
pe' forni; che sì, che questo tristo di Ligurio, e questo impazzato
di questo mio padrone, lo conducono in qualche luogo, che gli faranno
vergogna? E veramente io lo desidererei, quando io credessi che non
si risapessi; perché risapendosi, io porto pericolo della vita, el
padrone della vita e della roba. Egli è già diventato medico; non so
io che disegno el fia in loro, e dove si tenda questo loro inganno. Ma
ecco el dottore che ha un orinale in mano; chi non riderebbe di questo
uccellaccio?
[II, 5].
NICIA, SIRO.
-Ni.- Io ho fatto d'ogni cosa a tuo modo; di questo vo' io che tu facci
a mio. S'io credevo non avere figliuoli, io arei preso più tosto per
moglie una contadina. Che se' costì, Siro? Viemmi dietro. Quanta fatica
ho io durata a fare che questa monna sciocca mi dia questo segno; e
non è dire che la non abbi caro di fare figliuoli, che la ne ha più
pensiero di me; ma come io le vo' far fare nulla, egli è una storia.
-Si.- Abbiate pazienzia; le donne si sogliono con le buone parole
condurre dove altri vuole.
-Ni.- Che buone parole? Che mi ha fracido. Va ratto, di' al maestro ed
a Ligurio che io son qui.
-Si.- Eccogli che vengon fuori.
[II, 6].
LIGURIO, CALLIMACO, MESSER NICIA.
-Li.- El dottore fia facile a persuadere; la difficultà fia la donna,
ed a questo non ci mancherà modo.
-Ca.- Avete voi el segno? -Ni.- E' l'ha Siro sotto.
-Ca.- Dallo qua. Oh! questo segno mostra debilità di rene.
-Ni.- E' mi par torbidiccio; e pur l'ha fatto or ora.
-Ca.- Non ve ne maravigliate. -Nam mulieris urinae sunt semper maioris
glossitiei et albedinis, et minoris pulchritudinis, qaam virorum. Huius
autem, in caetera, causa est amplitudo canalium, mixtio eorum quae ex
matrice exeunt cum urina.-
-Ni.- O, u, potta di san Puccio! Costui mi raffinisce tra le mani;
guarda come ragiona bene di queste cose.
-Ca.- Io ho paura che costei non sia la notte mal coperta, e per questo
fa l'orina cruda.
-Ni.- Ella tien pur addosso un buon coltrone; ma la sta quattro ore
ginocchioni a infilzar paternostri innanzi che la se ne venghi al
letto, ed è una bestia a patire freddo.
-Ca.- Infine, dottore, o voi avete fede in me, o no; o io vi ho a
insegnare un rimedio certo, o no. Io per me el rimedio vi darò. Se voi
avrete fede in me, voi lo piglierete, e se oggi a uno anno la vostra
donna non ha un suo figliuolo in braccio, io voglio avervi a donare
dumila ducati.
-Ni.- Dite pure, che io son per farvi onore di tutto, e per credervi
più che al mio confessore. -Ca.- Voi avete a intendere questo, che non
è cosa più certa a ingravidare una donna, che darli bere una pozione
fatta di mandragola. Questa è una cosa esperimentata da me due paria di
volte, e trovata sempre vera; e se non era questo, la Reina di Francia
sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello Stato.
-Ni.- Ã egli possibile?
-Ca.- Egli è come io vi dico. E la fortuna vi ha in tanto voluto bene,
che io ho condotto qui meco tutte quelle cose che in quella pozione si
mettono, e potete averle a vostra posta.
-Ni.- Quando l'arebbe ella a pigliare?
-Ca.- Questa sera dopo cena, perché la luna è ben disposta, e el tempo
non può essere più appropriato.
-Ni.- Cotesta non fia molto gran cosa. Ordinatela in ogni modo; io
gliene farò pigliare.
-Ca.- E' bisogna ora pensare a questo: che quell'uomo che ha prima a
fare seco, presa che l'ha cotesta pozione, muore infra otto giorni, e
non lo camperebbe el mondo.
-Ni.- Cacasangue! io non voglio cotesta suzzacchera; a me non
l'appiccherai tu. Voi mi avete concio bene.
-Ca.- State saldo, e' ci è remedio.
-Ni.- Quale?
-Ca.- Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una
notte, a sé tutta quella infezione della mandragola. Dipoi vi iacerete
voi senza periculo. -Ni.- Io non vo' far cotesto.
-Ca.- Perché?
-Ni.- Perché io non vo' far ia mia donna femmina, e me becco.
-Ca.- Che dite voi, dottore? Oh, io non v' ho per savio come io
credetti. Si che voi dubitate di fare quello che ha fatto el re di
Francia e tanti signori quanti sono là ?
-Li.- Chi volete voi ch'io truovi che facci cotesta pazzia? Se io
gliene dico, e' non vorrà ; se io non gliene dico, io lo tradisco, ed è
caso da Otto; io non ci voglio capitare sotto male.
-Ca.- Se non vi dà briga altro che cotesto, lasciatene la cura a me.
-Ni.- Come si farà ?
-Ca.- Dirovvelo: io vi darò la pozione questa sera dopo cena; voi
gliene darete bere, e subito la metterete nel letto, che fieno circa
a quattro ore di notte. Dipoi ci travestiremo, voi, Ligurio, Siro ed
io, e andrencene cercando in Mercato Nuovo, in Mercato Vecchio, per
questi canti; e il primo garzonaccio che noi troviamo scioperato, lo
imbavaglieremo, e a suon di mazzate lo condurremo in casa, e in camera
vostra al buio. Quivi lo metteremo nel letto, direngli quello che abbia
a fare, né ci fia difficultà veruna. Dipoi, la mattina, ne manderete
colui innanzi di, farete lavare la vostra donna, starete con lei a
vostro piacere e senza pericolo. -Ni.- Io son contento, poi che tu
di' che e re e principi e signori hanno tenuto questo modo; ma sopra a
tutto che non si sappia per amore degli Otto.
-Ca.- Chi volete voi che 'l dica?
-Ni.- Una fatica ci resta, e d'importanza.
-Ca- Quale?
-Ni.- Farne contenta mogliema, a che io non credo che la si disponga
mai.
-Ca.- Voi dite el vero. Ma io non vorrei innanzi essere marito, se io
non la disponessi a fare a mio modo.
-Li.- Io ho pensato el rimedio.
-Ni.- Come?
-Li.- Per via del confessoro.
-Ca.- Chi disporrà el confessoro?
-Li.- Tu, io, e' danari, la cattività nostra, loro.
-Ni.- Io dubito, che altro che per mio detto la non voglia ire a
parlare al confessoro.
-Li.- Ed anche a cotesto è remedio.
-Ca.- Dimmi!
-Li.- Farvela condurre alla madre.
-Ni.- La le presta fede.
-Li.- Ed io so che la madre è della opinione nostra. Orsù, avanziamo
tempo, che si fa sera. Vatti, Callimaco, a spasso, e fa che alle dua
ore noi ti troviamo in casa con la pozione ad ordine. Noi n'andremo a
casa la madre, el dottore ed io, a disporla, perché è mia nota. Poi
n'andremo al frate, e vi ragguaglieremo di quello che noi aremo fatto.
-Ca.- Deh! non mi lasciare solo.
-Li.- Tu mi pari cotto.
-Ca.- Dove vuoi tu che io vada ora?
-Li.- Di là , di qua, per questa via, per quell'altra; egli è si grande
Firenze.
-Ca.- Io son morto.
Canzone.
Quanto felice sia ciascun sel vede,
Chi nasce sciocco ed ogni cosa crede.
Ambizione nol preme,
Non muove il timore,
Che sogliono esser seme
Di noia e di dolore.
Questo vostro dottore,
Bramando aver figliuoli,
Crederia ch'un asin voli;
E qualunque altro ben posto ha in oblio
E solo in questo ha posto il suo desìo.
[III. 1]
SOSTRATA, MESSER NICIA, LIGURIO.
-So.- Io ho sempre mai sentito dire che egli è uffizio d'un prudente
pigliare de' cattivi partiti el migliore. Se ad avere figliuoli voi
non avete altro rimedio, e questo si vuole pigliarlo, quando e' non si
gravi la coscienza.
-Ni.- Egli è cosi.
-Li.- Voi ve ne andrete a trovare la vostra figliuola, e Messere ed io
andremo a trovare fra Timoteo suo confessore, e narreremgli el caso,
acciò che non abbiate a dirlo. Voi vedrete quello che vi dirà .
-So.- Cosi sarà fatto. La via vostra è di costà ; e io vo a trovare la
Lucrezia, e la merrò a parlare al frate ad ogni modo.
[III. 2]
MESSER NICIA, LIGURIO.
-Ni.- Tu ti maravigli forse, Ligurio, che bisogni fare tante storie
a disporre mogliema; ma se tu sapessi ogni cosa, tu non te ne
maraviglieresti.
-Li.- Io credo che sia, perché tutte le donne son sospettose.
-Ni.- Non è cotesto. Ell'era la più dolce persona del mondo e la più
facile; ma sendole detto da una sua vicina, che s'ella si botava di
udire quaranta mattine la prima messa de' Servi, che la impregnerebbe,
la si botò, e andovvi forse venti mattine. Ben sapete che un di quei
fratacchioni li cominciorno a dare datorno, in modo che la non vi volse
più tornare. Egli è pure male però, che quelli che ci arebbono a dare
buoni esempli, sien fatti cosi. Non dich'io el vero?
-Li.- Come diavolo, se egli è vero!
-Ni.- Da quel tempo in qua ella sta in orecchi come la lepre; e come se
le dice nulla, ella vi fa drento mille difficultà .
-Li.- Io non mi maraviglio più; ma quel boto come si adempié?
-Ni.- Fecesi dispensare.
-Li.- Sta bene. Ma datemi, se voi avete, venticinque ducati; ché
bisogna in questi casi spendere, e farsi amico al frate presto, e
dargli speranza di meglio.
-Ni.- Pigliali pure; questo non mi dà briga, io farò masserizia altrove.
-Li.- Questi frati son trincati, astuti, ed è ragionevole, perchè e'
sanno e' peccati nostri e' loro; e chi non è pratico con essi, potrebbe
ingannarsi, e non gli sapere condurre a suo proposito. Pertanto io non
vorrei che voi nel parlare guastaste ogni cosa, perché un vostro pari,
che sta tutto il dì nello studio, s'intende di quelli libri, e delle
cose del mondo non sa ragionare. (Costui è sì sciocco, che io ho paura
non guastassi ogni cosa).
-Ni.- Dimmi quello che tu vuoi che io faccia.
-Li.- Che voi lasciate parlare a me, e non parliate mai, s'io non vi
accenno.
-Ni.- Io son contento. Che cenno farai tu?
-Li.- Chiuderò un occhio, morderommi el labbro. Deh! no. Facciamo
altrimenti. Quanto è egli che voi non parlaste al frate?
-Ni.- à più di dieci anni.
-Li.- Sta bene: Io gli dirò che voi siate assordato, e voi non
risponderete, e non direte mai cosa alcuna, se noi non parliamo forte.
-Ni.- Così farò.
-Li.- Non vi dia briga che io dica qualche cosa che vi paia disforme a
quello che noi vogliamo, perché tutto tornerà a proposito.
-Ni.- In buona ora.
[III. 3]
FRATE TIMOTEO, -una- DONNA.
-Fra.- Se voi vi volessi confessare, io farò ciò che voi volete.
-Do.- Non per oggi; io sono aspettata; e' mi basta essermi sfogata un
poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna?
-Fra.- Madonna sì.
-Do.- Togliete ora questo fiorino, e direte dua mesi ogni lunedi la
messa dei morti per l'anima del mio marito. E ancora che fussi uno
omaccio, pure le carne tirono; io non posso fare non mi risenta quando
io me ne ricordo. Ma credete voi che sia in purgatorio?
-Fra.- Senza dubbio.
-Do.- Io non so già cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva
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