servirsene i periti psichiatri.--18. Ragioni di antagonismo tra periti
e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del
giurista.
=1.=--Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le
verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.
Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica
effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è
sottoposta alla -continuità-; il suo processo, nel tempo, ha un
principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la
violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamente
presa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti
psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti
elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche.
I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo
di degenerazione ereditaria o acquisita, senza la -divergenza- o
l’-allontanamento- dell’attività psichica dalla comune linea di
condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata
pel funzionamento di un’-energia criminosa- specializzatasi nella
trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al
delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e
sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno
processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.
=2.=--Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la
genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari
dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della
coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.
Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar
guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che
ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla
costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei
fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo
della coscienza la identica -attualità- statica o dinamica di ciò che
corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a
ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del
soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non
esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica
del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di
funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si
percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito,
non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla
conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi
di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che
ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendo -condotta retta-,
vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle
esigenze sociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo
implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le
cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.
Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del
delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto
col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine
reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza,
che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella
preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di
relazione.
=3.=--L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che
adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti
imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è
riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia
comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla
soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di
relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui
per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima
del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un
accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva,
non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni
esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla
sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la
coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri
termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od
organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.
=4.=--Il processo qui descritto di -selezione organica- è specialmente
l’effetto di -autosuggestione motrice-. La vita sensitiva e la
percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di
analoghi atti esteriori. Si giunge così--attraverso mutamenti di
coscienza--a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità,
pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non
restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali
dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle
volizioni per lo innanzi sconosciute.
In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così
da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione
immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato
che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi
degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza
si esplica, sono: -a-) di sopire o reprimere le correnti di attività
psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati; -b-) di
creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del
motivo; -c-) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza
nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia
volontariamente accumulata.
Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a
sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea
di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il
concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto,
le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero--scrive
l’Ardigò--anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi
psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità
fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno
accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a
formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari
e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali
ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso
logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando
gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe
nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione
del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del
motivo impulsivo all’azione.
Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla
nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge: -che nella serie
consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di
energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata
alla somma degli elementi psichici del motivo-.
=5.=--Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci
troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi.
Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono
diversamente tra loro e la diversità trae al risultato: -a-) di
differenza qualitativa o quantitativa del motivo; -b-) di modalità o
fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá
individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa,
ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie
cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga
allo stato di civiltà in cui si vive.
Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente
morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio
della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia
reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito
l’effetto di immediata personale vendetta.
=6.=--Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo
organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per
sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza
ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito
il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati
consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei
riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi
si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva
integrazione nel tempo.
La integrazione si concreta o per -concezione- e -discriminazione-
dei fattori fisici e sociali, o in virtù di -esperienza-. La serie
cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza,
comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante
con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed
evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo
che ne -concepiamo- la forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò
che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il
quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo
coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.
Il processo di -discriminazione- comincia dal momento che, accumulato
il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra
gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che
voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima
avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa,
non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi
all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità)
e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in
relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.
La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la
conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore
rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai
va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di
creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento
ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla
ricerca della prova, si traduce in quel -perchè- logico di imputabilità
generalmente inteso con la espressione di -causale a delinquere-.
=7.=--Un’altra legge qui ricorre: quella di -conservazione di sviluppo
dei fattori psicofisici del delitto-. Lo sviluppo non significa
soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia
risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa
ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.
La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica
della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida,
che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a
crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione
e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.
Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme
psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati
delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già
detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo
di qualità morali, che indicherò col principio di -compensazione di
qualità negative-. I termini più opposti e contrarî si compensano con
costanza infallibile.
Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci, l’una
accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono
nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata
dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è
compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune;
caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma
che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.
=8.=--Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei
delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale,
allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini,
ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata
di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo di
-atipicità-, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi
dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente
dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera
il tipo antropologico del criminale.
Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè
distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la
relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.--Il
diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè
le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la
idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia
dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea
di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una
serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono
a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa,
dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica
o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’
simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale.
Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a
sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con
folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un
essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale
concetto antropologico.
=9.=--Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la
psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.
Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità
generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa
si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi
ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali
di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile.
L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme
specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i
suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi
alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non
sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo,
così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del
criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico
psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che
la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di
fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali,
possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da
costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose.
Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò,
ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia
che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati
specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza
morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di
ordine sociale.
Ma--dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti
sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico--la
conseguenza è di assistere, non più a processi -evolutivi- della
energia criminosa, ma ad uno stadio di -dissoluzione psicofisica-.
Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore
la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale
degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo
riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si
distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo
positivo scientifico.
Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la
distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio lato
dell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe
degenerativo fondamentale del medesimo.
Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di
occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale,
possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma
comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così
la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidente
-dissoluzione- della funzionalità psicofisica organica.
=10.=--In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa
dissoluzione?
Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia
contraddistinto da -squilibrio- funzionale -instabile-; ne abbiamo
inferito che da ciò appunto nasce il carattere di -anomalia- del
delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita,
che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad
alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente
lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo
squilibrio instabile addiverrà -stabile- e l’anomalia si convertirà in
-affezione morbosa-.
Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni
mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme
psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in
rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate
come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle
intercorre la stessa differenza che passa tra una -anomalia- di
sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali
forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è
dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso
rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di
transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che
corrono questi individui di perdere il -labile equilibrio-. A ciò
portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente
si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento
alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali,
alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo
della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del loro
sistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a
causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle
molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.--Ora,
appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate
in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in
parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che
in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo
psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione
della individualità psichica, essi si possono designare come dei
-degenerati- e l’anomalia della loro esistenza psichica come una
-degenerazione psichica-.--Questi stati degenerativi hanno dei punti
di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo,
inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in
via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato
per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello
viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in
modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè
anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in
una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta.
Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come
dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei
casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo
sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti
ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può
essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed
universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della
ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e
non può farsi addirittura.
Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di
penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria
esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a
raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità
a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello
scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro,
a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità a condursi
secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere
ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo
più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente
morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi,
della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti;
l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento
delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i
caratteri di una vera e propria imbecillità.--Questi stati degenerativi
si distinguono poi dalle psicosi--quali malattie acquisite di un
cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo
sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,--per il fatto che
sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il
sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti
ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali
(imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo
rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle
forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si
possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle
psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo
nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via
di sviluppo»[27].--Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle
deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali,
quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo.
O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca
l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento
integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste
affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e
confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata.
L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il
fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità
analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].
=11.=--La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna
una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del
Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley,
Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale
e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il
psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi
oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla
psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase
affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di
evoluzione e nello stadio di dissoluzione.
=12.=--La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce
la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità,
è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza
principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie
fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo della
-funzionalità sensitiva- spesso verificasi una abnorme suscettibilità;
dal -lato sensoriale- si trova la propensione alle iperestesie, fin
anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e
talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli
o spiacevoli; in ciò che si riferisce alla -funzionalità vasomotoria-
si manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato della
-motilità- si riscontrano, quali residui del disturbo funzionale
indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la
vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi
spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali
estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi,
le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).
Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è,
ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di
intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.
La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa
eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive,
ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la
calma ed il sereno, ora la tempesta e l’uragano: manca il centro
sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno
morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole,
ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma
esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza
da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il
delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro,
finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere
dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di
altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le
istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo
contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a
maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in
istato di integrità.
In generale, la media della intelligenza--nei
degenerati--delinquenti--è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo
alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con
l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi
è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a
studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da
palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori
anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti
ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati
da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità--scrive il
Marro--sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti
quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati.
Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite:
disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi
sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento
compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla
tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento
continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non
che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei
loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore,
vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo
il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscere
l’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî
che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro
riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più
culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale.
Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a
verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a
stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il
carcere.
=13.=--Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella
doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per
speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di
dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un
criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far
bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far
ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba
accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione
patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali
v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora,
secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la
suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del
senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia
corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta
perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la
pazzia[30].
Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico,
caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia
funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci
delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi
esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di
disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio
peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un
infermo che ad un delinquente.
Ma--si aggiungerà--e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità?
Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della
nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia
popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro
avviso--la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima
sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere
incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una
reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone,
senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di
sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli
uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone
divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie
in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse,
infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare
eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certa
-nevrosi-, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente
pazzo, vale a dire una -nevrosi mattesca-» [31].
Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale
all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi
spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione
nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica,
credo che debba, -a posteriori-, attingersi da una nozione estranea
alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione della -pena-. Il
perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche
e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che
potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi
di fatto imputabile e punibile -penalmente-, ovvero se trattisi di atti
che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie
perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome
ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde
disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.
Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che
giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica il concetto
che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano
ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a
comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile;
e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto,
ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio
psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti,
è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società;
all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe
al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società
che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere
maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che
rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione
di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata
attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La
legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando
pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste
nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur
troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti
condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!--Nessuno,
o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza
cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale
che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto
avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna,
il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del
pubblico: il dì seguente--dopo 24 ore!--recatomi in carcere a porgere
la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare
ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo
stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta,
non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!
Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano
discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della
pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle
carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro,
è motivo non di freno ma di intemperanza, di stranezze, di atti
pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano
nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha
mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli
incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone
con cui tratta.
=14.=--È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono
sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie
psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti
di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono
il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da
praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh
quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica
e di chiarezza di vedute!--Ordinariamente gli esami procedono
piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle
rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità,
emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica
superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la
intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda
coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il
biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere
sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo
suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto
di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei
delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà
molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione
e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla
misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro!
Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben
scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse
risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.
=15.=--L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel
campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare
se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che
n’è autore, tenuto conto del suo stato di mente. Acciò si riesca
nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione,
il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli
art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto:
«Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto,
era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza
o la libertà dei proprî atti». La parola -mente-, giusta quando
scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da
comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite,
semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza
alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la
formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno
stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento
di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza
dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi
non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza
irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri
inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un
povero infermo, non un delinquente.
Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria,
ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia,
fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo
del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel
dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino
a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi.
Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente
la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si
versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare
grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella
ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la
cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi
debba: -a-) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base
il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico;
-b-) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la
quale interessi il suo funzionamento psichico; -c-) determinare la
facoltà lesa o, meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti
psichici ne risentano la patologica influenza; -d-) dire il grado
maggiore o minore della malattia e della sua influenza; -e-) esaminare
se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello
della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere,
di sopprimere il primo, annullandone la interna -visione-; od anche
di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della
pienezza di arbitrio.
A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici
di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione,
la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea
esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema
psicologico, cioè il problema del -funzionamento normale o meno
della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità
soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione-, deve -a-) aver
chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e
si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione,
dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione,
dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel
mondo esterno; -b-) saper cogliere il -motivo- vero dell’azione
incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione
agli stadî di coscienza del prevenuto; -c-) mettere in palese, non
solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo
stato -funzionale- della coscienza e della volontà circa l’effetto
esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi di -responsabilità-) o
in concorso con cause patologiche (ipotesi di -irresponsabilità-), per
concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità
(-libertà-) dell’azione, ovvero al carattere di -necessità- della
medesima.
=16.=--Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per
riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato
psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per
l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è
sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia,
per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte
le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare
l’asserto e perchè nello studio del delinquente si abbia il concetto
dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del
perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare
sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere
i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.
=17.=--Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto
risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge
fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto
sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale
sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici,
secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati
ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di
ciascuna sensazione da noi percepita.
La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici
dell’esperienza ma l’-esperienza generale nella sua natura immediata-,
non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze
empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel
causale collegamento di essi (Wundt).
Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali,
l’-esperimento- e l’-osservazione-. L’-esperimento- consiste,
giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i
fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria
dell’osservatore; l’-osservazione-, poi, in senso stretto, studia i
fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si
presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.
L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni
psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.
Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera
di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che
si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono
alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni,
rientrando nel còmpito della -psicofisica-; altri si estendono ai
processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia
della -psicometria-. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare
tutti i sistemi pratici che si tengono per constatare le leggi,
a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le
rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che,
con l’uso degli esperimenti -psicometrici-, si pervenga a misurare
il cosidetto -tempo di reazione-, l’estensione della coscienza e
dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende
che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi
psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica
e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi
sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata
da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un
movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo
luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente
determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli
esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una
rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello
di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo
modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le
rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli
agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione
dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto.
Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente
suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo
dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro
proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni
primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura
spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione,
ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli
stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti
si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre
nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra
volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono
regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi
è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia
possibile usare il metodo sperimentale ed egualmente alcuno per la cui
ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].
Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della
psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti
e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di
processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di
inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?
I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della
vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione,
la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel
dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi
l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla
responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di
consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti,
abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti
di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla
vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo
ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri
che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è
perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione
delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata,
più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili
e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra
le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero,
continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione
qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non
bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici
della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti
o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una
somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità
ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si
staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attività
e leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?,
si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della
intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta
da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto
e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo
e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo
a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo
di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente
e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la
responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.
=18.=--Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di
organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la
psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve
in unità elementare--la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo,
la chimica nella monade eterea--la psicologia criminale si risolve nei
motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima
del delinquente.
Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta,
dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli
l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati
raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella
risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema
penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i
quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito
psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad
esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano,
senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la
irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî
acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato
o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della
causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche
motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado
e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle
volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di
coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere, di prevedere;
alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla
fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle
immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita
di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente
del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o
rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che
ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto
nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto
conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità
attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva,
ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era
data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto,
bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito
coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesi
-tecnico-! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati.
Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son
praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico
dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia,
appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo
stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati
dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di
partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse,
cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa
avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè
del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che
sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale
ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi,
rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la
psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il
criterio -a posteriori- della pena, del quale avanti facemmo motto, si
integrerà col criterio -a priori- dell’intima conoscenza del prevenuto,
ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.
CAPO VII.
Processo cosciente del delitto. Stadio di sviluppo.
=1.=--Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente
del criminale.--2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza
nella psicologia criminale dell’infanzia.--3. Condizioni e modi
onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.--4.
Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.--5.
Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche--6. Svolgimento
della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica
alla manifestazione complessa del pensiero.--7. Errori di James e di
Lange intorno alla genesi delle emozioni.--8. Natura delle emozioni
criminose.--9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni:
la reazione.--10. La periodicità.--11. L’antagonismo.--12. La
dissoluzione psicologica; teorica meccanica.
1.--Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un
materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e
sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente
quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente
in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma
le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo
concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola
coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si
possono dividere in tante classi costituite rispettivamente: -a-)
dall’io materiale; -b-) dall’io sociale; -c-) dall’io spirituale; -d-)
dall’io puro.
Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del
proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così,
fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli
assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella
propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di
privazione di mezzi necessarî perchè egli sollevi il suo stato morale
con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono
altri tanti elementi costitutivi dell’io -materiale- del delinquente.
Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla
vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di
vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della
pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi,
specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare
integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per
qualunque via si giunga a conquistarla.
Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle
attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo
per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per
questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua
di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta
d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che
ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è
essenzialmente il sentimento di -movimenti accomodativi-, oppure, se si
vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].
Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente
composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene
accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia
nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale
nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.
Il fattore antropologico agisce per -azione impulsiva-; il sociale
per -azione repulsiva-; il primo, nel ritmo dinamico della vita di
relazione, è l’equivalente d’un -moto accelerato-; il secondo di un
-moto ritardato-. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente;
ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo
in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel
benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da
impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto
scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è
indotto da una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano
disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del
magistrato.
=2.=--Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le
idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi
in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione
naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene
assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del
criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie
a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più
salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di
essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene
osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.
La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira,
segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo
fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non
trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase)
della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia
sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore.
Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo,
alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti
di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove
lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente,
si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo;
serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui
benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha
scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere
il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina
l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.
3.--È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace
alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici,
del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve
specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde
esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza
individuale ci si offre dappertutto un individuale organismo animale;
nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della
coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e
fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi
processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale
degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica
della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e
la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il
correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi
di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro
corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni
formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di
numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].
Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si
unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme
atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che
consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del
delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il
funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici
hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi
tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il
prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è
nello squilibrio di stati di coscienza.
4.--I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con
processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi
da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le
tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale
di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del
delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo,
dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei
sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il
tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano
il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed
il delitto, nei primi stadî di sviluppo dell’anima del criminale,
si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono
a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione,
verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io
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