Psicologia criminale
Michele Longo
NOTE DEL TRASCRITTORE:
Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
Il testo in grassetto è indicato come =testo grassetto=.
PSICOLOGIA CRIMINALE
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PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE
PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE
=Lucrezio=--Saggio critico-filosofico-letterario L. 2--
=La causale a delinquere=» 3--
=Della responsabilità civile a seguito di un giudicato di
assoluzione penale=» 1--
=Delle condizioni attuali del periodo istruttorio nella
Legislazione penale italiana e delle riforme di cui avrebbe
bisogno = » 2--
=Trattato di Codice penale italiano=--Parte I. Dei reati e
delle pene in generale» 6--
=Il processo penale indiziario=--Libri due » 3--
=La premeditazione=--Libri due » 5--
=Del resto di ingiurie secondo il Diritto romano=» 1--
=Macbeth=---Studio di psicologia penale » 1--
=Schiller=-=Ibsen=--Studî di psicologia penale » 2--
=La coscienza criminosa=--Studio psicologico-giuridico » 3--
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Avv. MICHELE LONGO
Professore di Diritto e Procedura penale presso la R. Università di
Napoli
PSICOLOGIA CRIMINALE
Torino
Fratelli Bocca, Editori
Librai di S. M. Il Re d’Italia
Roma Milano Firenze
Corso Umberto I, 216-17 Corso Vitt. Eman., 21 (F. Lumachi Succ.)
Via Cerretani, 8
-Deposit. gener. per la Sicilia-: O. FIORENZA. -Palermo-
-Dep. gen. per Napoli e Prov.-: SOCIETÀ EDITRICE LIBRARIA, -Napoli-
1906
Proprietà Letteraria
N. 10217--Stab. Tip. Torinese, via Ormea, 3.
ALLA SACRA MEMORIA
DELL’AVVOCATO
RAFFAELE JUSO
1906.
PREFAZIONE
- Il lettore che, per avventura, abbia conoscenza delle precedenti mie
pubblicazioni, vedrà subito, scorrendo questo libro, che in esso io ho
voluto sistematizzare le sparse nozioni di Psicologia criminale, dando
loro una forma organica.-
-Convinto, dopo lunga ed assidua meditazione, che qualunque branca
dello scibile debba riconnettersi alla cognizione unitaria scientifica,
la cui più esatta ed elevata sintesi è racchiusa nel Monismo, ho
creduto non ingannarmi col risolvere il problema soggettivo del delitto
mediante teorie le quali ritraggono del processo dinamico di tutti i
fenomeni della natura, dagli inorganici agli organici e da questi agli
umani. È così che il còmpito del giudice si spoglia di tutto ciò che
fittizio son venuto creando vecchi errori metafisici, tradizionali
preoccupazioni sociali; ed è così, benanche, che il diritto di punire
rientra nel progresso evolutivo a cui tutte le discipline tendono
ad avvicinarsi, in teoria ed in pratica. Se non che, questo libro
non contiene che la parte generale o fondamentale della psicologia
criminale. Perchè le nozioni in esso svolte abbiano più evidente
dimostrazione, è necessario che a questo seguano altri due lavori;
un trattato di Psicologia criminale etnologica, col fine di studiare
l’azione delle forze ambienti sulla genesi e lo sviluppo del delitto;
ed un trattato di Psicologia criminale speciale, che esamini per
ciascuna categoria di fatti l’evento soggettivo criminoso.-
-Spero che l’accoglienza, che io mi auguro per questi miei studî, mi
sia conforto, in avvenire, a novelli sforzi e più meritevoli.-
-Lucera, 9 dicembre 1905.-
M. LONGO.
INTRODUZIONE
1. Contenuto scientifico della psicologia criminale.--2. Processo
di -distinzione- di qualunque fenomeno; formazione naturale del
pensiero.--3. Come sorge l’evento psichico del dato giuridico
punitivo.--4. Genesi della -sanzione- sociale; concetto del -dolo-
nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei popoli.--5.
Cenno storico dello studio psico-fisiologico del delinquente.--6.
Gli odierni scrittori delle differenti discipline intorno al
delinquente.--7. Stadio integrativo della psicologia criminale.--8.
La teoria -dinamica criminale- fondamento degli studi psicologici del
delinquente; precedenti scientifici in Romagnosi ed in Carmignani.
=1.=--La psicologia criminale è una branca distinta della psicologia
comune e della scienza del diritto di punire. La psicologia comune
insegna le leggi del pensiero o le leggi della formazione naturale
della coscienza; la scienza punitiva si occupa della genesi giuridica
del reato e delle norme legislative per prevenirlo e reprimerlo.
Dall’accordo ultimo dei principî, che regolano la produzione e la
evoluzione dei fenomeni psichici, con quelli inerenti al fenomeno del
delitto, nasce la psicologia criminale il cui contenuto scientifico
è nel -complesso delle leggi che presiedono alla formazione psichica
del fenomeno del delitto considerato dal duplice aspetto di processo
evolutivo e di processo dissolutivo-. La trattazione della materia
assunta darà la spiegazione di quanto per ora enunciamo.--Ma come la
psicologia criminale è nata e quali sono i suoi limiti di svolgimento?
=2.=--Qualunque fenomeno progressivo, quello del pensiero compreso, non
è che -distinzione- operata su precedenti fenomeni meno distinti. Dalla
formazione naturale del sistema solare alle più alte manifestazioni
della umana intelligenza il principio è costante e si concreta
nell’accrescimento di precisione e coerenza con maggiore integrazione
dell’effetto prodotto. La scienza può concepirsi come conoscenza
definita in opposizione alle conoscenze indefinite del volgo, e però
il suo carattere essenziale di progresso sta nell’accrescimento di
precisione; di guisa che--secondo Spencer--se la scienza è stata, com’è
indubitabile, uno sviluppo graduale delle cognizioni indefinite del
volgo, compiutosi attraverso i secoli, è necessario che la conquista
graduale della grande precisione che oggi la distingue sia stato il
tratto principale della sua evoluzione.
Il vero, che è l’obbietto della mente, dapprima lo percepiamo confuso
con la esistenza delle cose; poscia grado a grado lo apprendiamo
determinato nei rapporti di spazio e di tempo, per indi sottoporlo
al potere riflessivo e precisarlo, distinguendolo, nelle molteplici
attinenze dell’attività del pensiero scientifico. Nè suppongasi che
la distinzione interrompa la continuità dei processi formativi, chè a
ciò si oppone la legge di persistenza di qualunque specie di energia;
nè che l’unità del fenomeno impedisca che questo si decomponga negli
elementi primigenî. Quindi, al dire di Ardigò, «il pensiero è,
effettivamente, e molteplice e uno; poichè anch’esso, il pensiero, è
natura, ossia una formazione naturale, come tutte le altre cose. È
molteplice come l’aggregazione degli atomi dell’organismo, del quale
è la funzione. È uno, come la legge per la quale gli atomi stessi
non possono sottrarsi all’azione dell’uno sull’altro. Il pensiero
è una formazione, ossia un effetto determinato, per la legge della
distinzione, in un punto dell’universo, per la forza risiedente nel
tutto, come ogni altra cosa. La contraddizione fra i due termini, della
unità e della molteplicità, non è che la conseguenza d’una idea falsa e
ormai discacciata definitivamente dalla scienza positiva; l’idea, cioè,
della sostanza metafisica, sottoposta ai fenomeni del pensiero e della
materia»[1].
=3.=--L’evento psichico del dato giuridico punitivo sorge per la
distinzione ed organizzazione delle idealità sociali antiegoistiche
di fronte alle tendenze egoistiche individuali. Ammesse le relazioni
tra’ simili, il primo insorgere d’una ragione naturale di diritto
è nell’affermazione di -prepotenza- del forte verso il debole;
ovvero nell’esplicazione del talento egoistico in opposizione colla
ragione antiegoistica o della idealità sociale o della giustizia. Gli
effetti della civiltà, e l’abito mentale di adattamento ai medesimi,
partoriscono l’idea d’un -potere- costituito il quale elimini o
impedisca gli atti di prepotenza individuale, dapprima con la sanzione
spontanea della pubblica opinione, con gli usi, con i costumi, col
sentimento religioso; poscia con sanzioni preventive e repressive
legali.
Procedendo la vita sociale parallela alla creazione della idea di
giustizia, ed essendo questa la condizione integrale perchè l’aggregato
collettivo conservi il suo organismo, si conclude, con l’Ardigò, che
la giustizia sia la -forza specifica- della Società; ne è la forza
specifica come si direbbe che l’-affinità- è la forza specifica delle
sostanze chimiche, la -vita- delle organiche, la -psiche- degli animali.
=4.=--Assommandosi le esigenze delle idealità sociali in contrasto
con l’uso della forza individuale, l’elemento psichico del delitto si
venne vieppiù distinguendo; poichè, col tramutarsi l’idea di giustizia
in forza di repressione, si separò il dato obbiettivo, di pericolo
e di danno, dell’atto antigiuridico, dal dato soggettivo, di stato
di coscienza contrario al modo comune di sentire, di pensare e di
volere, e si concluse con la necessità di una -sanzione sociale-,
mercè l’applicazione della pena. Di qui il concetto del -dolo-, il
cui significato, nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei
popoli, è vario ed indeterminato. Il Mittermayer[1], il Nicolini[2] ne
assegnano il fondamento or di inganno e di finzione, or di ogni arte e
stratagemma onde nascondere altrui la propria intenzione nei fatti che
serbano l’apparenza di essere ad essi contrarî. Il Buccellato, dopo di
aver detto che il -dolus- in origine significa -esca- (-δέλ-εαρ-) e per
traslato ogni mezzo di -adescamento- per trarre gli altri in inganno,
conclude che il -dolus- si contrappose a -vis-, l’aperta violenza;
dualismo che si riscontra anche nell’antico diritto germanico[3].
Finalmente il dolo, o elemento soggettivo del reato, si è mano
mano integrato con la intenzione e volontà di infrangere l’ordine
morale e giuridico, con la coscienza di contravvenire al dovere di
rispetto verso i simili, con la volontarietà del fatto dannoso, e
con altri fattori psichici ai quali si è ricorso per suffragare
teorie indirizzate a meglio fissare il fondamento dell’imputabilità
dell’individuo.
Per l’influsso delle idee metafisiche ed aprioristiche intorno ai
fenomeni della psiche e per la errata interpretazione dei fatti sociali
si giunse a concepire il delitto un -ente giuridico-, ed il delinquente
quale un essere fuori la influenza dell’ambiente o delle leggi naturali
dinamiche alle quali tutti i fenomeni sono sottoposti.
=5.=--Parallelo al processo storico-giuridico differenziale
dell’elemento soggettivo del delitto, si maturava lo studio del
medesimo obbietto, ma in campo diverso, con l’uso del metodo
sperimentale ed induttivo, senza punto allontanarsi dall’osservazione
della realtà effettuale delle cose. Non già, quindi, astratte
supposizioni ed ipotesi gratuite ed arbitrarie suffragate dalla
sola necessità logica di sistema; ma indagini analitiche, raffronti
analogici, pazienti comparazioni, spassionate riflessioni furono i
mezzi onde scienziati positivisti si indirizzarono alla soluzione
del fenomeno del delitto col prendere ad esaminare la persona del
delinquente, nelle sue qualità fisiche e morali e nelle cause ambienti
che avrebbero potuto influire a destare ed a rafforzare le di lui
tendenze malefiche.
La maggiore attenzione fu dagli antichi rivolta alle note esteriori
somatiche, teratologiche od atipiche, massimamente della fisonomia,
ed al complesso dei segni degenerativi fisici, che facevano arguire
qualità morali anormali.
Aristotele e Galeno sono tra’ primi; presso i Romani evvi Cicerone,
per non parlare di minori. Ippocrate lasciò preziose riflessioni
circa l’azione del mondo esterno sulle nostre inclinazioni, non che
il rilievo da attribuirsi alle forme irregolari organiche. Erano
osservazioni profonde che dal campo della scienza passavano nel campo
dell’arte e si rispecchiavano in concezioni geniali di sommi poeti.
Il Tersite di Omero, eppoi, dello stesso, il brigante Autolico, nonno
materno di Ulisse; Achille, Menelao predoni abituali e crudeli; e,
nei tragici, Edipo parricida, Ulisse com’è dipinto nel -Filottete-
di Sofocle, l’Ercole furente di Euripide, l’Ajace di Sofocle, ed
in fine Oreste, delinquente tipico impulsivo, sì maestrevolmente
tratteggiato da Eschilo (nelle -Coefore- e nelle -Eumenidi-), da
Sofocle (nell’-Elettra-), da Euripide (nell’-Elettra- e nell’-Oreste-),
sono a dimostrarci quanto l’arte valga ad anticipare le scoverte della
scienza, e come essa, cogliendo direttamente la visione della realtà,
meno si allontani dalle vie del vero, dal quale ci distoglie, sì di
frequente, il ricercato sussidio di una logica artificiale.
=6.=--Era, però, riserbato ai nuovi tempi l’assunto di dettagliare
ed approfondire la conoscenza psicofisica del delinquente. Ed ecco
una schiera di nomi, nelle cui opere è sparso tutto il materiale
scientifico che dovrà servirci di fondamento alle applicazioni nella
nostra disciplina: G. B. Porta, Lavater, Gall, Lauvergne, Gasper,
Morel, Lucas, Ferry, Wilson, Nicolson, Thompson, Despine, ecc.
Ai nostri dì nessuno più sconoscerà il merito sommo di C. Lombroso che,
avendo sistematicamente raccolti i dati antropologici del delinquente,
agevola di molto il còmpito del psicologo inteso a costruire su solide
basi la scienza della psiche del criminale, in applicazione di teoriche
positive le più accettate da reputati scrittori di psicologia generale.
7.--Ma, anche ad ammettere che sia già preparato il materiale
scientifico, in molta parte sperimentale, per la sistemazione di
teorie psicologiche criminali, la peculiare branca distinta manca
tuttavia di contenuto proprio. Molti confondono la psicologia
criminale con l’antropologia, con la sociologia criminale o con la
psichiatria. Krafft-Ebing, ad esempio, nel suo magistrale trattato di
-Psicopatologia Forense-, non fa che limitare lo studio psicologico
alla discussione della libertà o meno degli atti criminosi, ed ai
principî fondamentali della imputabilità: il resto è materiale di
patologia o neuropatologia. Nè altrimenti avviene in altri scrittori,
compresi Lombroso, il Virgilio, il Marro tra’ nostri; vi sono nozioni
isolate preziose; manca l’ordine, la coordinazione, l’unità del
sistema. Forse--e lo vedremo--un indirizzo organico scientifico
comincia ad apparire nel dominio della psicologia criminale collettiva,
dopo le opere del Tarde, del Rossi, del Sighele: ma oh! quanto è ancora
desiderabile che le ricerche avanzino perchè si possa dire di aver
tracciati sicuri confini di separazione tra la nostra disciplina e
le affini. In generale il difetto promana dalla esagerata importanza
accordata al fattore o lato patologico del reato a detrimento dei
fattori psichici: il che non deve recar meraviglia, se si consideri
che quelli che più di frequente si propongono il còmpito di esame del
delinquente non sono psicologi di professione, ma psichiatri: ciò che
abbonda in un campo, manca nell’altro.
=8.=--Lo stadio percorso, fino a noi, dalla psicologia criminale è
semplicemente -descrittivo-: vi sono le nozioni, manca la scienza.
La psicologia generale è, però, sì innanzi da facoltarci ad avvalerci
dei suoi lumi per coordinare il prezioso materiale sparso intorno
ai principali problemi della psiche del delinquente, fecondarlo ed
unificarlo.
La teorica, che da anni noi propugniamo e che va sotto il nome di
-teorica dinamica criminale-, segna l’estremo limite di conciliazione
tra i veri generalmente accettati dalla psicologia dell’uomo normale
e le nozioni delle anomalie, somatiche e psichiche, proprie del
delinquente. L’uomo è una energia, od un complesso di energie in
atto: o che egli si svolga normalmente, o che devii dal funzionamento
della media degli uomini, non si libererà giammai dal potere delle
leggi dinamiche che si riconnettono, in ultima espressione, alla
legge di causalità. Comprendere, dunque, la genesi, le variazioni,
le oscillazioni, l’antagonismo delle energie psicofisiche dell’uomo
comune; saperne cogliere l’aumento ed il decremento, le successive
trasformazioni, la repentina insorgenza ed il lento accumularsi
e stratificarsi di esse negli atti riflessi e nel fondo oscuro
dell’inconscio, è sufficiente preparazione per scendere nei penetrali
inesplorati dell’anima del delinquente e render palesi le leggi
ond’ella è governata. Che se ai cànoni derivati dalla psicologia si
aggiungano i sussidî della psichiatria, dell’antropologia e della
sociologia criminale, il còmpito ci riuscirà meno difficile e con più
probabile buon esito.
A dir vero, in Italia non è la prima volta che siasi intuita la genesi
dinamica del delitto: il Romagnosi ne fu l’antesignano.
Egli comprese che «esiste una infallibile e costante connessione fra
i motivi, che sono presenti all’intendimento, e le determinazioni
dell’umana volontà; e queste determinazioni sono sempre relative e
proporzionate alle specie e alla energia dei motivi medesimi»[4]. Ed
altrove: «Se entro le idee reprimenti non fosse racchiusa una naturale
energia operante sulla sensibilità e volontà umana; se il consenso di
queste facoltà non piegasse a seconda ed a proporzione delle forze
delle idee suddette, come potrebbesi spiegare ed asserire, non dico
soltanto che esse abbiano efficacia a frenare o a rallentare gli altri
precedenti impulsi, ma che nemmeno abbiano la facoltà di produrre un
effetto qualunque?»[5]. Anche il Carmignani afferma, che la forza
dell’animo necessaria all’offesa non può decrescere che per l’azione di
forze estranee che la deprimono; ed oltracciò, che la forza dell’animo
umano è come tutte le altre forze, che agiscono in natura, soggetta
ad anomalie, ad aberrazioni, ed a vicende prodotte da altre forze, le
quali, quasi episodiche alla principale, s’innestano, la modificano e
talvolta ne cambiano l’indole affatto[6].
Le idee sostanziali del novello indirizzo erano bene apprese: ma prima
che la filosofia non abbandonasse il metodo aprioristico, e prima che
la biologia, la fisiologia e la psicologia non si uniformassero al
comune sistema evolutivo unitario, mancavano i mezzi per verificare nei
singoli fatti o nei multiformi stati di coscienza del delinquente la
non difformità, al dir del Carmignani, della forza dell’animo umano, da
tutte le altre forze che agiscono in natura.
La psicologia criminale, finalmente, non soltanto si propone l’intento
di analizzare ed apprezzare il fenomeno del delitto nel suo contenuto
soggettivo, ma si propone ancora di tentare il problema penitenziario
o repressivo, nei modestissimi confini a lei imposti; di contrapporre
al funzionamento psichico pericoloso del delinquente qualche rimedio
di cui ci sia concesso disporre senza infrangere le esigenze della
giustizia -forza specifica- della Società.
CAPO I.
Le funzioni psichiche criminose.
1. Concetto scientifico della parola -funzione-.--2. Funzionamento
psicofisico proprio del delinquente.--3. Anormalità del medesimo:
legge generale di equilibrio violata dal delitto.--4. Il concetto
di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione tra l’uomo
normale ed il delinquente.--5. L’equivalente etico dello squilibrio
psichico; suoi riflessi al dato soggettivo ed oggettivo del
delitto.--6. In che consistano le funzioni psichiche criminose nel
loro aspetto intrinseco ed estrinseco.
=1.=--Gli atti della nostra vita son tanti effetti che si connettono
a reciproche cause. Se queste cause ci son note, ce ne serviamo per
qualificare l’atto, distinguendolo da tutti gli altri che con esso
abbiano rassomiglianza. Diciamo, per esempio, che taluno sia stato
sottoposto ad operazione -chirurgica- per significare che l’atto su
lui operato sia il prodotto di causa intelligente, che noi riferiamo
alla persona di un chirurgo. Oltracciò, noi siamo soliti, costretti
dal bisogno, di rivolgerci all’opera di un tecnico per la costruzione
di qualche macchina, per la cura d’una malattia, per la difesa d’una
lite; e ciò perchè presupponiamo che le dette persone sieno le più
-adatte- a soddisfare il nostro desiderio. Congiungendo il primo dato
di esperienza al secondo, concludiamo che le qualifiche, con le quali
distinguiamo la specialità degli atti e la ragione di scelta delle
persone più capaci a compierli, s’integrano nel giudizio abituale di
ritenere che date cause con maggiore -facilità- producano dati effetti.
Identica osservazione facciamo, riflettendo sul perchè si distinguano
i nostri organi di senso. Noi affermiamo la virtù propria dell’occhio
a vedere, dell’udito ad udire, poichè ci è noto che questi organi
posseggono le qualità adatte per gli effetti riferiti; che in essi
risegga l’attitudine di percepire i colori, di apprendere i suoni.
L’idea di attitudine, di capacità, di facilità sottintesa negli esposti
giudizî è espressa, in termine generale, dalla parola -funzione-. In
fisiologia parlasi di funzioni di tessuti, di organi, di apparecchi; di
funzioni di nutrizione, di riproduzione, di relazioni, per significare
dei fenomeni, isolati o complessi, compiuti dall’organismo per la
conservazione dell’individuo e della specie. La sociologia si occupa di
funzioni sociali; la psicologia di funzioni della mente. In ogni caso,
la parola funzione è accompagnata dal senso di processi con più agevoli
disposizioni ad effettuare determinati risultati.
Il Wundt bene osserva, che tutte le volte che, come per gli apparati,
a struttura sì complessa, del sistema nervoso, noi non abbiamo alcuna
coscienza della composizione reale delle modificazioni molecolari,
nelle quali consiste l’esercizio, ci resta solamente questa espressione
generale di -disposizioni funzionali-, la quale può sempre prendersi in
un buon senso: quindi, al contrario della teoria delle tracce materiali
persistenti, questa espressione suppone un’azione consecutiva, la quale
è dapprima durevole e sparisce di nuovo gradatamente per la cessazione
o il difetto di esercizio, effetto consecutivo che non consiste punto
nella continuazione della durata della funzione, ma nella facilità, con
la quale essa riapparisce[7].
E lo stesso aggiunge, che se, dal dominio fisico, trasferiamo questo
modo di considerazione al dominio psichico, le sole rappresentazioni
coscienti dovranno essere riconosciute come rappresentazioni reali;
e le rappresentazioni, sparite dalla coscienza, lascieranno dopo di
sè delle -disposizioni psichiche-, di specie sconosciuta, al loro
rinnovarsi. L’unica differenza, che separa il dominio fisico dal
dominio psichico, è la seguente: dal lato fisico egli ci è permesso
sperare che gradatamente perverremo a conoscere più intimamente la
natura di coteste modificazioni permanenti, che noi designiamo in breve
col termine di disposizione; mentre che, dal lato psichico, questa
speranza ci è sempre interdetta, poichè i limiti della conoscenza
segnano, nel medesimo tempo, i limiti della nostra esperienza
interna[8].
=2.=--Se la funzione dipende dall’esercizio ed ha per esponente una più
perfetta disposizione, siamo facoltati a credere che essa si rannodi
all’adattamento ed alla selezione organica. L’antagonismo tra la legge
della -variabilità-, delle forme e dei caratteri, e la legge della
-ereditarietà-, che mantiene o conserva la specie tra gli individui;
non che la sopravvivenza e la prevalenza di individui più adatti
e di attitudini meglio consolidate, ci inducono a ritenere che la
funzione, fisica o psichica, sia l’equivalente di energia più conforme
all’ambiente esterno od interno, e più omogenea al nostro stato di
specificazione.
Accingendoci, quindi, allo studio della psiche del delinquente, noi,
per prima, troveremo opportuno di formarci un concetto generale
del medesimo; ritenendo -a priori-, salvo dopo a dimostrarlo, che,
occupando, nella scala differenziata dell’uomo, il delinquente una
-varietà- sociale e morale, debba anche presentare nell’esercizio delle
sue energie un funzionamento affatto proprio, di cui dobbiamo fin da
ora tener conto. Le inclinazioni al delitto, appunto perchè tali,
debbono farci supporre che l’individuo che, n’è affetto, possegga la
specialità di vincere gli ostacoli che nell’imperio della psiche vi si
frappongono, pel più facile corso verso l’azione esterna.
La funzione apparisce quando la facoltà dallo stato puramente
-potenziale- passa allo stato -attuale-; essa, perciò, mentre segna
il grado evolutivo degli individui, ne rende palesi le impronte e ci
fornisce il mezzo per caratterizzarne le azioni.
=3.=--A chi guarda gli effetti del delitto apparisce evidente la
idea che, nella specie, trattisi di qualche cosa di anormale; di
funzionamento psichico non obbediente alle norme logiche, etiche,
sociali comuni al rimanente della cittadinanza; ond’è che, anche prima
dei lumi apportatici dalle scienze antropologiche, la coscienza della
maggioranza considerava il delinquente un essere di tempra eccezionale,
da sottoporsi alla sanzione di leggi preventive e repressive. Chi
voglia appellarsi al criterio di senso comune, sentirà rispondersi
che questi non serba nelle sue azioni la legge di -equilibrio- e che,
infrangendo lo stato di ordine, mostrasi disadatto alla vita civile.
La risposta, sì facile e spontanea, suppone il principio -che la vita
degli esseri, a qualunque categoria appartengano, non sia che ordinata
sequela di atti retti dalla legge di equilibrio, e che, non appena
questa legge si viola, o gli esseri spariscono o sopravvivono lottando
con continue difficoltà per adattarsi all’ambiente-.
Spencer ha scritto: «la coesistenza universale delle forze antagoniste,
che produce l’universalità del ritmo e la decomposizione di tutte
le forze in forze divergenti, rende anche necessario l’equilibrio
definitivo. Ogni moto, essendo sottoposto a resistenza, subisce
continuamente delle sottrazioni che finiscono colla cessazione
del movimento. Così, quando in mezzo a cambiamenti ritmici, che
costituiscono la vita organica, una forza perturbatrice opera
un eccesso di cambiamenti in una direzione, essa è gradualmente
diminuita e finalmente neutralizzata dalle forze antagoniste che
effettuano un cambiamento compensatore in una direzione opposta, e
ristabiliscono, dopo oscillazioni più o meno ripetute, la condizione
media. Tale processo è quello chiamato dai medici -forza mediatrice
della natura-»[9]. L’equilibrio psichico suppone più forze o sistemi
di forze in antagonismo. Esso non è la inerzia, ma la risultante di
contrarî movimenti che compensano le loro spinte per la eliminazione
di qualunque cangiamento. Analogamente al sentimento chiamato
-senso di equilibrio-, pel quale il corpo conserva la sua posizione
ed orientazione, gli atti della nostra vita psichica trovansi in
equilibrio allorchè il loro centro di gravità non si sposta dalla
ordinaria sfera di azioni; segnano la linea ascendente e discendente
con moto -retto- o -rettilineo-, non si allontanano dalle norme d’una
condotta che fa dell’individuo parte integrale del tutto sociale, ed
il tutto sociale armonizza ai fini prossimi o remoti della nostra
esistenza. Il delitto, negando l’equilibrio, è elemento da eliminarsi;
non è soltanto un processo distinto e che trovi il posto nella serie
multiforme di effetti della legge di variabilità, ma è epifenomeno o
prodotto sovraggiunto, che si distacca dall’armonia dell’insieme e, per
soprappiù, ne mina le basi, introducendovi forze disgregative contrarie
alla natura evolutiva dell’uomo civile.
=4.=--L’anormalità del delinquente ci dice che esiste il tipo
dell’uomo normale. Non vogliasi, pertanto, esagerare il significato
d’una distinzione meramente relativa agli scopi della vita sociale ed
alla necessità protettiva di ciascuno. Quando diciamo tipo normale o
anormale di uomo, vogliamo intendere concetti che rispecchiano date
condizioni di cose; mutate le quali, ogni nozione perde il valore
scientifico.
Il concetto di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione
tra l’uomo normale ed il delinquente.
La coscienza, l’io individuale, non sarebbe concepibile, negli stati
successivi del tempo, se non poggiasse su base stabile ed invariabile
che si rende evidente nella fisonomia di ciascun atto, e serve ad
enucleare le nostre azioni in organismo compatto ed analogo, pur
subendo svariate trasformazioni. Ciò che è per l’individuo, è per
l’uomo collettivo; ciò che è per la specie, è pel genere. Mercè
l’astrazione noi ci formiamo l’idea del tipo, simbolo d’un modo di
essere differenziato e permanente. L’osservazione sulla esistenza
e sulle norme regolatrici d’individui formanti la gran maggioranza
sociale ci mena all’induzione di regole di funzionamento e di condotta
comune, donde l’idea astratta del tipo di uomo normale. Le variazioni,
cui il tipo è soggetto, sono analoghe alle condizioni di ambiente o
sociale o storico o etnico. Insomma, il concetto di tipo non si diparte
da ciò che è inerente a qualunque altro concetto della nostra mente e
che si riassume nell’infrascritto principio: -il pensiero non è che il
prodotto necessario della relatività delle nostre funzioni psichiche.-
Nell’antagonismo di forze divergenti il centro di gravità del
processo intero è sempre fisso; nella deviazione di moto l’azione e
la reazione corrispondono ad oscillazioni compensatrici. Allo stesso
modo, la instabilità e la stabilità dell’equilibrio psichico dipende,
nella serie di oscillazioni, dall’uso maggiore o minore di -potere
inibitorio- o di forza di resistenza e di arresto. Ciò, in seguito,
sarà ampiamente dimostrato.
=5.=--L’equivalente etico dello squilibrio psichico risponde al
-disordine- causato da volizioni ed azioni non conformi alla media di
esistenza sociale in armonia al benessere individuale o collettivo; il
delitto turba, di per sè, questa media di ordine, e ciò perchè con
esso il comune centro di gravità della nostra attività è spostato; è
scosso o negato l’accordo tra l’individuo ed i suoi simili. Uno dei
tratti della condotta detta immorale--osserva Spencer--è l’eccesso,
mentre la morale ha per carattere la moderazione. Gli eccessi implicano
divergenze delle azioni da un medio; la moderazione, per contro,
implica conservazione della via di mezzo; donde segue, che le azioni
dell’ultima specie possono essere definite più facilmente che non
quelle della prima. Chiaramente, la condotta che non è repressa si
raggira fra grandi ad incalcolabili oscillazioni, per cui differisce
dalla condotta che è moderata, le cui oscillazioni naturalmente
sono fra limiti ristretti. Ed essendo fra limiti ristretti, apporta
necessariamente determinazioni relative di movimenti[10].
Le regole di condotta ci apprendono che vi sieno determinati intenti
a cui dobbiamo dirigere le azioni; e che vi siano modi o maniere
da prescegliere onde si pervenga ai detti intenti. La nostra
attività, estrinsecandosi, è accompagnata, negli atti consecutivi,
dalla consapevolezza, spontanea immanente o riflessa, di relazioni
preordinate o sistematizzate a causa della nostra previsione o
dell’abitudine. Il delitto, cagionando danno privato e pubblico, è in
contraddizione con i fini della coesistenza, di concorrere al benessere
dei simili; ed è in contraddizione, ancora, con i modi o le maniere
onde debba estrinsecarsi l’attività nelle azioni. L’esquilibrio,
quindi, dal soggettivo si proietta nel mondo oggettivo; e desta
allarme, perchè scuote la sicurezza del benessere altrui e minaccia
di privare, la esistenza, delle condizioni che le sono più propizie.
Finchè l’esquilibrio resta nello stato soggettivo, non vi è ragione
di esserne allarmati; vi sono dei primi atti di estrinsecazione,
i quali neppure richiedono di essere repressi: potendo i medesimi
servire a scopi indifferenti o criminosi, nel dubbio, il dovere
impone di sospendere qualunque decisione. Ma, tostochè dagli atti
incerti, di mera preparazione, si passa agli atti di esecuzione,
accrescendosi il pericolo sociale, la legge provvede a che la minaccia
sia repressa, poichè nessuno ha il diritto di turbare quell’ordine od
equilibrio di vita, il quale è fondamento e condizione imprescindibile
di esistenza. Proseguendo a riflettere, si avrà il perchè certi
fatti, pur ristretti in termini di mera possibilità di danno, sieno
dalla legge puniti; ad esempio il tentativo in alcuni reati, la
falsità in atti che debbono serbare la impronta della pubblica fede.
L’esquilibrio proprio del delitto, obbiettivandosi esteriormente,
conserva sempre i caratteri intrinseci di soggettività: senza che
si renda causa di atti che -materialmente- o -realmente- offendano
i simili, in costoro, soggettivamente, apporta un’alterazione di
benessere, il cui esponente è l’allarme o il timore di veder rotta la
compagine sociale, ed infranto il reciproco dovere di assistenza e di
rispetto tra i componenti l’aggregato. Il concetto di equilibrio o di
esquilibrio etico o sociale, soggettivo od oggettivo, va inteso sempre
comparativamente alle esigenze di condotta o di benessere comune tra le
persone facienti parte d’una società; donde il dovere d’una giustizia
distributiva, che s’ispiri, cioè, all’obbligo di salvaguardare il
diritto di ciascuno in proporzione del bisogno di mantener saldi i
legami delle parti verso il tutto. I costumi, gli usi, le leggi sono
tanti termini delimitativi delle umane azioni; sono le pietre miliari
che segnano le tappe progressive dell’uomo sul cammino della civiltà.
Ma sono, anche, argini opposti al dilagare di correnti che minacciano
di travolgere povere vittime. Ciò che altera la costante evenienza dei
fenomeni di natura non può tornar mai di bene per l’uomo; ed il delitto
n’è l’esempio.
=6.=--Riassumendo, diciamo, che le funzioni psichiche criminose,
considerate nel loro aspetto intrinseco, sono l’equivalente di facoltà
disadatte all’uso del potere inibitorio ed allo stato di equilibrio;
considerate nell’aspetto estrinseco, sono le cause di turbamento di
quell’ordine sociale che è la forza specifica del benessere individuale
in accordo col benessere collettivo.
CAPO II.
Gli elementi psichici criminosi.
1. Legge di -continuità- nei fenomeni psicofisici; legge di
-correlazione- tra l’essere ed il suo ambiente.--2. La legge di
continuità e di ambiente rispetto al delitto.--3. Ragioni per cui il
funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi
sperimentale; norme relative alla prova della genesi fisica del
delitto.--4. Gli elementi psicofisici del delitto e l’interno stato
di equilibrio.--5. Stato di esquilibrio psichico; forza e movimento;
motivo, causa ed azione.--6. Che cosa s’intenda per impulso; duplice
principio fondamentale della psicologia monistica.--7. La psicofisica
ed il suo valore nei fenomeni di esquilibrio del delitto.
=1.=--Tutti i fenomeni da noi percepiti sono accompagnati dal carattere
essenziale di reciproca coordinazione o di continuità. La distinzione
che sogliamo fare tra l’uno e l’altro fenomeno, tra l’uno e l’altro
modo di esistenza, tra la vita psichica e la fisica non serve che alla
nostra conoscenza, la quale, stante la -relatività- di sua natura, non
potrebbe apprendere il vero delle cose se non procedesse per singole
nozioni. Questa legge suprema dell’umana conoscenza, detta legge di
-continuità-, impera ancora nella genesi e nella serie evolutiva dei
fenomeni psicofisici. La vita mentale e la corporea sono due lati di un
unico processo integrativo con gradi ascendenti di maggiore distinzione
e complessità: dagli atti puramente automatici, dalle semplici azioni
riflesse alle alte concezioni del pensiero non vi è che progresso
ininterrotto per gradi infinitesimali.
Chi, dunque, si accinga a studiare qualunque fenomeno psichico non deve
arrestarsi alle sue forme estreme; deve, invece, saper cogliere la
genesi ed apprezzarne il graduato sviluppo dagli elementi primigenî al
più alto esponente della intelligenza.
La seconda legge, base anch’essa della evoluzione organica, è quella
di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente; la quale legge
è espressa, secondo Spencer, dal cànone, che la vita non sia che
-corrispondenza-.
=2.=--Il delitto sottostà egualmente alla legge di -continuità- e
di -ambiente-. La continuità riguarda più intimamente l’elemento
soggettivo; ossia lo stato di coscienza sintesi di tutti i coefficienti
interni i quali concorrono a far sì che la energia criminosa si
effettui esternamente mercè l’azione antigiuridica. È da osservare
che, essendo il delitto azione anomala in confronto alla media della
comune condotta, anche la legge di continuità, nella correlazione dei
fenomeni psichici del delinquente, debba subire qualche variazione, di
genesi e di sviluppo, da distinguersi, per chi ne analizzi gli elementi
informativi, da ciò che avviene per l’uomo normale. La differenza di
genesi è analoga alla natura propria della energia criminosa ed ai
fattori fisici che ne originano il primo grado di apparizione. La
differenza di sviluppo è in relazione specialmente all’azione dei
motivi onde la energia criminosa è determinata.
=3.=--Noi non abbiamo nozioni esatte circa i fattori fisici del
delitto; il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge
all’analisi diretta permessa col sussidio dell’esperienza.
Ciò avviene per tre ragioni: -a-) perchè non è concesso di riprodurre
a nostro beneplacito il fenomeno del delitto; -b-) perchè nel momento
in cui questo fenomeno si manifesta l’opera riflessiva dello scienziato
non può aver luogo; -c-) perchè, sottostando la produzione del delitto
alla influenza dell’ambiente, questa è relativa alle circostanze
accidentali e fugaci ond’è accompagnata. Quindi le seguenti norme,
le quali vanno ricordate in materia di prova della genesi fisica
del delitto: 1^a Non essendo permesso sul delinquente che l’uso del
metodo -a posteriori-, ossia quel metodo che dalla constatazione di
qualità permanenti organiche risale, per supposto, all’accertamento
di ciò che nel momento del delitto sia avvenuto, in definitiva non
ci è dato apprendere, della genesi fisica del delitto, che nozioni
affatto probabili; 2^a La certezza induttiva, sul riguardo, non
superando il valore d’ipotesi, è motivo per cui nell’affermazione
della imputazione e nella commisurazione della pena evvi un limite
abbandonato all’arbitrio del giudice il quale sappia, mercè criterî di
esperienza personale, integrare la prescrizione repressiva di legge con
la relatività di colpa del delinquente.
=4.=--Gli elementi psicofisici del delitto si risolvono in tanti
equivalenti della natura intima, ereditaria o acquisita, del
delinquente, in concorso con gli stimoli, esterni od interni, efficaci
a mettere in moto la energia criminosa. Lo studio dei detti elementi ci
apprende: -a-) che il delitto, avvisato come entità giuridica, sia il
composto di fattori diversi la cui analisi deve precedere la sanzione
repressiva; -b-) che il delitto, considerato siccome la risultante di
coefficienti psicofisici individuali, ha bisogno di prove, le quali
raccolgano, in sintesi logica, quanto sia necessario pel convincimento
del magistrato. Così per lo studio del lato giuridico che per quello
del lato psicofisico del delitto ci occorre un concetto fondamentale
che sia punto di partenza della nozione dei fatti: concetto, per quanto
logicamente semplice, altrettanto obbiettivamente adatto a fissare
l’idea di normalità e quella di anormalità nel dominio morale. La
esistenza di energia criminosa importa funzionamento difforme alla
natura normale dell’uomo, cioè alla media di rettitudine di condotta in
conformità a norme imprescindibili di ordine sociale o giuridico.
Questa difformità è conseguenza d’un interno stato di -squilibrio- o
disturbo di armonia di stati di coscienza e contrasto col mondo esterno
configurato nella vita di relazione con i proprî simili. L’adattamento,
per intima tendenza ereditaria e per qualità acquisite, apporta nel
ritmo degli stati di coscienza un funzionamento di regolarità che
noi chiamammo di -equilibrio-, secondo il quale i fatti psichici
-rappresentativi-, -emotivi- e -volitivi- si svolgono con nessi, di
successione e di simultaneità, integrativi, ossia con la legge costante
di corrispondenza al grado ed alla entità degli impulsi che imprimono
il moto iniziale all’azione. Siffatto stato di equilibrio, permanendo
nei successivi atti esterni, si trasforma in tanti altri stati che,
prendendo il nome dalla sfera di azione in cui appariscono, sono
altrettanti fulcri di vita individuale o collettiva e corrispondono a
differenziata sanzione preventiva o repressiva. Indi abbiamo la prima
forma di stato giuridico di equilibrio nell’ordine della famiglia;
poscia in quello delle differenti specie di società create dalla
legge od imposte dalla esigenza di assicurare e garantire i mezzi per
l’esplicamento dei nostri bisogni; per ultimo, in quello più ampio
ed universale che dalla idea di nazione, di umanità arriva fino al
concetto di giustizia assoluta.
Sono stati di equilibrio, il cui fondamento va sempre riposto
nell’armonia di facoltà e di atti, di funzioni e di leggi:
dall’individuo all’uomo collettivo il processo è unico, garantire
il ritmo del funzionamento cosciente, non fallire all’intento di
perfezionamento progressivo che assicuri il benessere proprio con
quello degli altri.
=5.=--Lo stato di squilibrio è di natura opposta a quella esaminata.
Indi la nozione di stato -anomalo-, ovvero contrario al funzionamento
normale dell’uomo.
Abbiamo detto che lo stato psichico di equilibrio è ereditario ed
acquisito: il funzionamento principale, su cui poggia, è posto da
natura, poichè è regola imprescindibile psicologica, che qualunque
atto interno emotivo o volitivo abbia la genesi spontanea nel processo
organico individuale.--Tostochè negli stati di coscienza comincia
a mancare il ritmo, all’azione di qualche stimolo non corrisponde
la reciproca reazione; vien meno, perciò, l’attitudine, sia anche
passeggiera, al processo integrativo; le correnti di energia funzionale
si turbano; le tendenze impulsive vincono l’azione reattiva delle
facoltà di arresto; la efficacia dell’impulso non comporta più
resistenza; spariscono i confini del campo visivo della coscienza ed
all’ottenebramento dell’intelletto succede lo scoppio della passione.
Il fenomeno qui descritto, ristretto propriamente al fatto del
delitto, c’impone, innanzi tutto, lo studio dei motivi o degli impulsi
dell’azione interna ed esterna della energia criminosa.
L’equivoco che in generale si vuole ingenerare, nella dinamica, tra
la idea di forza e l’idea di movimento, assumendosi la prima per una
potenzialità astratta ed il secondo per qualche cosa che non inerisca
alla materia, ma di questa sia modalità accidentale, si riscontra
tuttodì tra l’idea di motivo o di impulso e quella d’azione. Si
confonde il motivo con la causa; non riflettendo che il primo è in
realtà ciò che la seconda è, in astrazione o nei rapporti logici, con
l’idea di effetto.
Ora, a chi ben guardi apparirà che il motivo o l’impulso,
dinamicamente, si confonde con l’azione; ne è l’essenza e la realtà
concreta.
La energia psichica, con funzionamento normale o anomalo, è sempre in
attività: appena si effettua l’azione di qualche impulso, il precedente
stato di coscienza subisce cambiamento; comincia così un effetto che
percorre i gradi di svolgimenti conformi alla intensità impulsiva, e o
si esaurisce, perchè arrestato, nel dominio interno, ovvero si riversa
nel mondo esterno e si completa in analogo atto di condotta. L’atto
esterno è l’equivalente di quello interno, il che spiega la ragione del
moto causale dell’impulso, la continuità della energia psicofisica dal
momento iniziale di sentimento o di idea fino al termine dell’azione,
ed in ultimo il perchè si connetta l’imputabilità fisica dei nostri
atti ad analoga imputabilità morale.
=6.=--Ciò che chiamiamo impulso non è che una scossa, un primo
movimento, il quale, rientrando nel campo visivo della coscienza, o
influisce a creare un novello stato, ovvero, per identità di natura,
riproduce stati precedenti passati nel dominio dell’inconscio o
assopiti da non destare più alcun interesse. Per quanto facile,
ad intendersi, sembri l’asserto, esso racchiude il problema
fondamentale della vita. Che è mai, in fatti, la vita, se non, al
dire di De Blainville, il duplice movimento interno di composizione
e decomposizione, a un tempo generale e continuo? ovvero, secondo
lo Spencer, la coordinazione delle azioni? Nè movimento interno è
verificabile, nè coordinazione senza che vi sia un fenomeno chimico
e fisico di assimilazione e di trasformazione della energia dello
stimolo, senza che l’organo del senso non vi si presti a trasmettere ai
centri il cambiamento dinamico subìto.
Migliore definizione della vita, nel senso qui appresa, è quella
suggerita da G. H. Lewes, che cioè essa sia una serie di cambiamenti
definiti e successivi, tanto di struttura quanto di composizione, che
hanno luogo entro un individuo senza distruggere la sua identità.--La
psicologia monistica, considerando la concezione naturale della vita
psichica quale somma di fenomeni vitali che, come tutti gli altri,
sono legati a determinato substrato materiale, detto -psicoplasma-
(Haeckel), rapporta i fenomeni dell’anima -alla legge della sostanza-,
vale a dire al duplice principio della conservazione della materia e
della energia; e però ne deriva la conclusione, che all’assimilazione
dell’energia trasformata, dello stimolo, segua la funzione delle
cellule mediante la irritabilità, la sensibilità ed il movimento. Io
accetto pienamente la dottrina di Haeckel, che così si esprime: Il
problema neurologico della coscienza è soltanto un caso speciale del
problema cosmologico che abbraccia in sè tutti gli altri, il problema
della sostanza. Se noi avessimo compreso l’essenza della materia e
della forza, si potrebbe anche comprendere come la sostanza, che
ne è il fondamento, possa, sotto determinate condizioni, sentire,
desiderare e pensare. La coscienza è, come la sensazione e la volontà
degli animali superiori, un lavoro meccanico delle cellule gangliari,
e si deve, come tale, ricondurre a processi fisici e chimici che
avvengono nel plasma di queste. Inoltre, applicando i metodi genetici
e comparativi, arriviamo alla convinzione che la coscienza--ed insieme
anche la ragione--non è affatto una funzione esclusiva dell’uomo; al
contrario questa si riscontra anche in molti animali superiori, non
solo vertebrati ma anche articolati. La coscienza dell’uomo è diversa
solo a gradi, per uno sviluppo maggiore, da quella degli animali
più perfetti, e lo stesso vale per le altre attività spirituali
dell’uomo[11].
=7.=--Data la permanenza di rapporti tra l’azione esterna degli
stimoli e gli stati susseguenti sensoriali, Fechner fondò la novella
scienza che chiamò -Psico-fisica-. Egli, però, si arrestò alla misura
delle sensazioni; altri, discepoli più diretti di Weber, estesero la
misura alla sensibilità in genere; altri arrivarono fino alla misura
della durata degli atti psichici, ed ai nostri dì, con maggiore
precisione, all’analisi quantitativa delle percezioni. Il Fechner, per
mezzo di operazioni matematiche, dedusse la sua «legge psicofisica
fondamentale», secondo la quale «le intensità delle sensazioni
crescono in proporzione aritmetica, mentre quelle degli stimoli
crescono in progressione geometrica»[12].
Checchè altri ne pensi in contrario, noi riteniamo, e ne daremo
la prova, che la psicofisica abbia grande valore, specialmente in
fenomeni di squilibrio psichico, per comprendere i dati sensibili ed
emotivi della conoscenza, i quali contribuiscono alla formazione della
percezione, e per misurare i fenomeni psichici attraverso i fenomeni
fisici.
Di già appariscono i primi prodotti, abbastanza plausibili, nelle
perizie psichiatriche: la psicologia criminale si varrà di siffatti
studi in più larga copia, non sfuggendo ai suoi cultori il rilievo
di norme sperimentali che, quantunque spesso ipotetiche, tendono a
raggiungere la esattezza matematica.
CAPO III.
La dinamica dei motivi.
1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso,
movente.--2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.--3. Che cosa
s’intenda per -motivo criminoso-; differenza tra i motivi di azioni
lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.--4. Postulati sull’energia
del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.--5.
La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza
criminosa.--6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico
della energia dei motivi.--7. Assimilazione e fusione dei motivi.--8.
L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei
motivi.--9. Stato emotivo criminoso.
=1.=--Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a
notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o
intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità
o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e
ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica
è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza,
di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti
interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello
cui dianzi tendevano. La espressione -centro di attività psichica- è
presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza
per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo
centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione
di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla
maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie
concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli
stati di coscienza noi l’appelliamo -motivo-, -impulso-, -movente-.
Esso -a-) è contraddistinto da una energia propria iniziale; -b-)
è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale
di assimilazione; -c-) agisce o reagisce sugli stati precedenti
concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per
natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità
di coerenza.
=2.=--I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli
stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato
sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso,
nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa
corrispondente al -grado- ed alla -natura- della energia in attività,
e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di
coscienza ond’è seguito.
Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si
ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo,
per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più
o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre,
riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati
similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla
natura del soggetto.
Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti
ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi
in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il
Baldwin chiama -suggestione motrice-. Essa significa--secondo il detto
psicologo--che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia
che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal
comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra
condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri
proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più
comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti
di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].--E qui
cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè
noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda
nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge
all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha
in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di
paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza
a stabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che
abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo
particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che
esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito
qualcosa di -equivalente- all’esperienza del movimento stesso. Questo
principio vien detto dell’-equivalente cinestetico-, espressione che
perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo che -cinestetico-
non significa altro se non la coscienza del movimento[14].
=3.=--Quando diciamo -motivo criminoso- intendiamo dire determinante
del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia
criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non
sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella
genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per
dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza
di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi
giudichiamo violatrici della legge penale.
Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non
vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio
psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi
elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di
natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della
loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia
ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò
nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di
impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati
da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella
fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’-offesa-
ricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira
il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio?
È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza
agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio
mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione
e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativo
psichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io
col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia,
perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere
la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita
psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col
constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere
di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può
estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive
ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che
formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è
indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio,
nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione;
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