Ed ei lieto tacea. Ma alfine io lessi
--Interpretando l'occhio che parlava
I segreti dell'alma allegra e schiava
Sul fronte impressi.
E diceva il suo sguardo: È senza inganni
La vita, e il cielo ognor ride ai mortali!
Più non invidio ai cherubini l'ali:
Ho diciott'anni.
Il mondo è mio, il piano e la foresta;
I vezzosi giardini e i verdi colli
Già mi donaron tutti i fior che volli
Per farmi festa.
Mai non si stanca questo piede e varca
Il monte che conduce all'alta mèta;
E non invidio alcun, prence o poeta,
Dotto o monarca.
Ed ignoro le voglie ambizïose,
Non mi curo d'imperio o di potenza,
Sprezzo i tesori, e d'oro so far senza
Perchè ho le rose.
Parlo tacendo e regno senza spada
E rinnegar la gioia mia non voglio,
Ma il segreto svelare dell'orgoglio
A ogni contrada:
Sono superbo perchè sono vinto
Dalla fragile man d'una fanciulla;
E mi tien quella man che si trastulla
Di fiori avvinto.
Ella è candida e bionda, alta e sottile
Nella maestà delle nascenti forme,
Divine son de' brevi piedi l'orme
Sul suolo vile.
Lo sguardo suo celestïale è pieno
Di ricordi di cielo e di speranze,
E le vïole acquistano fragranze
Sovra il suo seno.
E nel sentiero ombroso ed appartato,
Sotto le piante antiche ed indulgenti,
Passiamo uniti lungi dalle genti
A lato a lato--
Ciò diceva il suo sguardo, e lo splendore
Crescea della pupilla e del sorriso...
Aprì la bocca alfine, e d'improvviso
Mormorò: «Amore...»
* *
Obliai questo sogno. I giorni grigi
Uniformi passavan senza eventi;
E stetti a lungo ascoltando i concenti
Del perenne tumulto di Parigi.
Vivevo assorto tra i rumori strani
Della vita febbrile affaccendata,
Dimenticando l'ora, il dì, la data,
Noncurante dell'oggi e del domani.
Era bel tempo--ed il cangiante smalto
Del ciel verdastro e grigio verso sera
Facea parer tutta la folla nera
Che passava serrata sull'«asfalto».
Un dì, seduto in mezzo al gran frastuono
Dell'ampia via su cui l'ombra scendea,
Sognavo senza concretar l'idea
Mentre coi lumi già cresceva il suono.
Sorgevan vaghe imagini riflesse
Dalla svariata scena a me davanti:
Studïavo la storia dei sembianti,
Le intere vite in un sol gesto espresse.
E quella via era teatro e specchio.
Ma a un tratto si fissò la mia attenzione
Sovra d'un uom che fra tante persone
Umil passava e dispregiato: un vecchio.
La barba grigia avea lunga ed incolta,
E come giunto a qualche passo estremo
Stanchissimo pareva e quasi scemo,
Qual chi non parla mai e rado ascolta.
Smorte, scarne le guancie, incerto il passo,
A brandelli le vesti, e tremolanti
Le magre mani, ei si fermò davanti
A noi, guardando indifferente e lasso.
Lo spingeva la folla ed i monelli
Al cencioso beon davan la baia,
Si scostava la dama e l'ambubaia,
L'insultavano i ricchi e i poverelli.
Ei non se ne accorgeva, e tra le rozze
Spinte d'ognun mangiava un po' di pane,
Proprio sul passo delle cortigiane,
Tra il continuo rumor delle carrozze.
Mi vide, mi fissò nel viso, e fosse
Ch'egli scorgesse in me pietà od ingegno,
Si raddrizzò, guardò, cambiò contegno,
Sorrise mestamente, e non si mosse.
Oh! qual tristezza in quello sguardo spento!
Quanta miseria nell'aspetto affranto!
Quanta eloquenza in quelle rughe, e quanto
Dolore in quella bocca senz'accento!
Vi si leggevan vergognose doglie,
E forse--orrende malcelate impronte
D'anni passati tra rimorsi ed onte--
Ebrezze trangugiate e morte voglie.
Nella moderna ed acre poesia
Di quella strada pazza e fragorosa,
Quale contrasto nella orribìl prosa
Del misero che soffre e non desìa!
Tra la lotta malsana dei piaceri,
In quella gara delle immonde brame,
Null'altro egli sentiva che la fame
E non avea ne sensi nè pensieri.
Gli diedi una moneta e domandai
Più con lo sguardo assai che con un motto
Come si fosse in tal stato ridotto,
Per qual sequela di sventure e guai.
Allor la sua pupilla ebbe un bagliore,
Crollò il capo scotendo il bianco crine,
E con la rauca voce disse alfine
Una parola sola: «Amore, amore...»
IX.
GLI AMORI
*
O felice la Grecia! Sensüale
E puro insieme per la forma pura
Vi librava l'amor le rapid'ale.
Ignorando i tormenti e la paura.
O sereno l'amor che ingenuo assale,
Che Orazio canta in seno alla natura,
Scandendo il verso dolce ed immortale
E bevendo il falerno fuori mura!
Il cielo sorrideva e il lieto sole
Irradïava la beltà pagana,
E musica sembravan le parole.
Là nel bosco s'udia passar Dïana...
E Afrodite che regna dove vuole
Era indulgente per la stirpe umana.
* *
E nella ferrea età medioevale
Dalle barbare pugne e dai portenti,
Tra i fati avversi ed i furor cruenti,
Crescea pallido il fior dell'ideale.
Sostenea ne' perigli e negli stenti
Il giovin paggio una cura immortale;
Ei tenea chiusa nel cuore leale
La bella fede de' suoi dì ridenti.
Un sorriso bastava. Egli moriva
Per la divisa sovra il brando scritta,
--O se tornava alla natìa sua riva
Per più non ritrovar la derelitta,
Il vecchio cavaliero ancor sen giva
Con la corazza da uno stral trafitta.
* * *
Poi divenne l'amor falso, elegante,
Al dolore ribelle e insiem crudele;
E se restava un core ancor fedele
Pareva in uggia al secolo incostante.
Il convento s'apriva a qualche amante
Sconsolata, e chiudevasi.--E le vele
Verso Citera vôlte al suono de le
Vïole seguitava il trionfante
Tragitto il bel navilio pien di suoni,
Dai cordami di seta rispondenti
Come corde di cetra alle canzoni.
Le donne artificiose e sorridenti
Scordavano le labili passioni
Col core pronto ai capricciosi eventi.
* * * *
Nella vita moderna comprendiamo
La storia tutta degli amor passati.
--Dal dì che ingenuamente il motto: t'amo
Diciam, la prima volta innamorati,
Non sentiam solo in noi l'antico Adamo,
Ma insieme al suo l'amor di tutti i vati,
Il desir forte ed il languire gramo
Del mesto cor, dei sensi inacerbati.
Nell'estasi più pura che levarne
Può fino al cielo, pur sentiamo invisa
La colpevol memoria della carne:
Nel loto ove sguazziamo in bassa guisa
Un pensiero risorge a tormentarne,
E sogniam d'Abelardo e d'Eloisa.
X.
UNA VOCE
*
Era deserto il vasto cimitero,
Nella pace suprema silenzioso;
Qua e là pel verde prato, maestoso
S'alzava un monumento alto e severo.
E tra una fila di cipressi tristi
Stavan gli umili avelli al par sacrati;
Molti che qui passarono obliati
Alfin dormivan là cheti e non visti.
Pendean dal tempo scolorite e storte
Le antiche croci in legno nero--rotte
E infracidile ognor dalle dirotte
Pioggie inondanti il campo della morte.
Qualcuna si vedea su cui d'affetto
Ultimo pegno stava ancor posata
Una ghirlanda misera e sfiorata
Che la mestizia ne risveglia in petto.
Coperte di mal erbe e insiem d'oblio
Altre vedeansi ove taceano i lai:
Stavano là da niun compiante mai,
Con le due nere braccia aperte a Dio.
E nel vento spirante intesi voce
Lugùbre e fioca da una tomba uscita:
Era suon che venìa dall'altra vita:
Mi piegai per udir sovra la croce.
--«O voi felici cui riscalda il sole!...
Dimmi, mortal, che fate ancor tra i vivi?
O voi che avete il cielo, il mare, i rivi,
La terra, i fior, le piante, e le parole,
«Sospirate? Piangete ancor? Sperate?
Che fate là? V'amate ognor? Gioite?
Ancor chiedete al tempo le infinite
Gioie fuggenti già in dolor mutate?
«Ai raggi incantatori della luna
Sentite ancor le bramosìe nascose?
Sonvi le selve ancor? Sonvi le rose
Ch'esalano l'amore ad una ad una?
«Ti parlo qui, mortal, dall'altra riva,
Dalla riva ove il vero è senza velo.
Mi appar chiara la terra e aperto il cielo,
Benchè giaccia quaggiù di luce priva.
«Son qui da sola, in questo avel, gelata
Ultima stanza ove s'attende Iddio,
--Verrà l'anime a scioglier dall'oblìo
Dell'angelo divino la chiamata?
«Ma fino allora, oh! quanto è questa cella
Gelido albergo per il corpo stanco!
--Rigida sta nel suo lenzuolo bianco
Colei che un giorno fu chiamata bella.»
* *
Gorgheggiavano intanto gli augelletti
Smentendo tutte le tristezze umane.
Splendeva il sol sulle iscrizioni vane,
Sui nomi già scordati--o benedetti.
Mormoravan le piante all'aura estiva,
E volsi il guardo al calmo firmamento,
Limpido come il ver, pien di contento,
Eterno sulla vita fuggitiva.
E dissi allor: Sognai. La tomba tace.
La tomba è vuota. In tutto il cimitero
Compie natura il suo vital mistero;
Sorgono fiori dal terren ferace.
È lieto il cimiter, natura è lieta,
Il dolore è nell'uomo e nella vita.
Il resto è pien della gioia infinita,
Della gioia immortale a noi segreta,
O voce ch'io credeva udir dal suolo
Sorger vêr me con un mesto susurro,
Piomba dall'alto invece e per l'azzurro
Fino quaggiù discendi ratta a volo!
Volsi lo sguardo al ciel--l'orecchio invano
Tesi aspettando l'implorata voce.
Scordavo il duol della vicina croce,
Ma il verbo non venìa dal ciel lontano.
XI.
. . . . .
*
Fuggiva il giorno ed io pensai: l'estate
Segue la primavera e passa, e viene
Il queto autunno, e poi le sconfortate
Brume; ma pur dopo le amare pene
Giungon le gioie e l'esultanze liete,
Dopo le lotte son l'ore serene.
L'uomo dopo la vita avrà quiete
Nella luce letal crepuscolare,
E dei desir più non saprà la sete.
Sì, una vita ventura che spaziare
Lascierà l'alma nostra alfine pura
Come libero augello sovra il mare
Verrà, ma forse nella nostra oscura
Mente sogniam la speme d'una vita
Fulgida troppo in la sorte futura.
Dei mondi nella serie indefinita
Entro un mondo sarem di veli avvolto,
E la luce sarà vaga e sbiadita.
Ne parrà forse rivedere il volto
D'alcun che amammo sulla terra vieta,
Ma mestamente fia l'occhio rivolto.
Avrem raggiunto il porto, ma la mèta
Ne apparirà diversa e men lucente
Di quanto disse ogni miglior profeta.
Un grigio azzurro regnerà; fian spente
Allor le tinte più sonore e vive;
Tutto parrà languire eternamente.
Color di perla, interminate rive
Si seguiran, cristalli inargentati,
E piante ignote d'ogni raggio schive,
E smorti fiori come addormentati
Nell'eterno sopor dolce e fatale,
E profumi sottili ed ignorati
Senza gli aromi turgidi del male,
Senza i poemi intensi del dolore
E dei peccati senza l'aureo strale,
Senza le lotte del terreno amore,
Sarà quale ombra d'una vita arcana,
E regnerà dove non suonan l'ore
Una nuova mestizia sovrumana.
* *
Pure al domani sotto il sol raggiante
Che illuminava i piani e l'alte cime
E mutava ogni goccia in un diamante
E pareva attestare il ver sublime.
Sentii scendere ancor nell'alma lassa
Il peso della vita che ne opprime.
Mi parve ancor che qui ove tutto passa,
Ove il dolore sol di nostro è certo,
E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,
Ove tutti si va per cammin erto
E faticoso ad una ignota mèta,
Non sapendo il perchè d'aver sofferto,
Ove lo spirto mai non si disseta
E ribellar sentiamo prigioniera
L'alma rinchiusa nella fragil creta,
Temibile non è per l'uom la sera,
Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto,
E affermerà se la speranza è vera
O se il destino d'ogni senso è vuoto.
* * *
Ma sul mio capo s'avvolgean le spire
Dei rami d'una quercia secolare
Dal tronco immane che non vuol morire.
Ed ecco, a un tratto, io la sentii parlare!
Una rauca e sottil voce da un ramo
Su di me scese e dovetti ascoltare.
--«Ah! tu almeno t'arresti quando chiamo,
E fai silenzio a queste mie parole.
Odon le piante. Mentre leggevamo
Nel tuo pensier che ignora ciò che vuole
E che per false strade si disperde,
Ridemmo, chè sei cieco innanzi al sole.
Bello risplende delle frondi il verde
Sull'azzurro del cielo, e altero è il fiore,
--E in vani sogni il tuo pensier si perde,
Sorride il sol nell'allegro splendore,
E le messi che zeffiro accarezza
Piegano liete innanzi al mietitore;
È gaio il mare per la dolce brezza
E avrà la gioia pur della tempesta...
E trilla l'augellin che il guscio spezza.
Sulla terra e nel ciel dovunque è festa,
Pur chiuso è ancor dell'universo il fato
E l'avvenir che agli esseri s'appresta.
«Tutto è mister, ma nel tronco ingrossato
Scorrer sentiamo il vital succo, come
Il mondo sente vita in ogni lato.
L'aura folleggia tra le sparse chiome...
Vengon gli amanti uniti--e poi retrivi
Cercan sui tronchi nostri inciso un nome.
E le foglie agitiamo e siam giulivi
Ignorando il destino, e pur sentiamo
Che ovunque è vita. E tu solo non vivi?
Tu pensi e scruti e dici: il vero io bramo.
E intanto passano i momenti vani
E le fronde non vedi sul mio ramo,
Breve è la vita e lungo il suo domani,
Qualunque sia. Sorridi dunque e sorgi!
Qui non dormire i sonni tuoi malsani!
Il mondo è immensa gioia che non scorgi».
XII.
LA CASCATA
Irradiata di sole, spumeggiante,
Dalla roccia scoscesa la cascata
Vedea cader laggiù--romoreggiante,
Inalterata.
E anch'io nel cor sentivami un torrente
Non bianco nè fulgente--doloroso--
Ma in quel posto si fè subitamente
Meno penoso.
Ed una voce udii tra quel fragore
Che mi disse: Tu pure hai la sorgente
Come la mia. Dessa si chiama Amore
Eternamente.
Lascia che scorra dal tuo core aperto,
In essa affogherai ogni tristezza;
Ti scorderai perfin d'aver sofferto
Nell'allegrezza.
Compresi il ver, provai la commozione
Che ne riempie l'alma tutta intera,
E mi sentii nel petto una tenzone
Dolce ed altera.
E a me stupito là su quella sponda,
Della vita tra il duolo e l'egra noia,
Parve il cader dell'acqua vagabonda
Pianto di gioia!
XIII.
ATARAH
AD ARRIGO BOITO
*
Atarah regna sopra un vasto impero;
Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo,
E passa eretta fra le vinte genti.
Le sue pupille sono più fulgenti
D'ogni fuoco che brilla al diadema
Pel quale ognuno innanzi ad essa trema.
La strana gemma che il coturno allaccia
Dall'alto carro par che guardi in faccia
--Mentre il corteggio maestoso incede--
Il popol schiavo che le giunge al piede,
(Al piè divin che sa sulla cervice
Dell'uom posare e renderlo felice).
Ella è possente, e se bella non fosse
Col terror frenerebbe le sommosse;
E come un uomo ella saprìa regnare
E ricever l'incenso dell'altare.
Ed anco è bella, e se non fosse forte
Padrona pur sarebbe della sorte,
E senza scettro ella potrìa guidare
La moltitudin cui dal monte al mare
Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce
Occhio languente dall'arcana luce.
Ella non teme alcun rivale e sfida
Che il più grande l'offenda o la derida,
E non paventa alcun Iddio e china
Non si prostra ad alcun, poichè è divina.
Sapïente, l'immenso impero regge
E per sè non conosce alcuna legge
E frena il mondo e non subisce freno.
--E quando passa, alta e scoperto il seno
Marmoreo e bruno e coronata in fronte,
Porta la gloria alteramente e l'onte.
Prostràti al suolo cristïani e mori
Miran tacendo i mostruosi amori
Cui potenza e talento ognor la spinge--
E i suoi desir stupiscono la sfinge
Che sogna sempre nella sabbia avvinta
Dall'immenso silenzio intorno cinta.
Ella tutto provò. Nei più segreti
Abissi del piacer con gl'inquieti
Sensi seguì la mente che galoppa,
La fantasia malsana; e nella coppa
Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo
Del possibile scorse (come lampo
Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto,
Ma limitato. Nulla m'è rimasto?
Disse sognando, e con la sua possanza,
Con l'ingegno che annulla la distanza,
Con la muta scïenza della carne,
I toccati confin vuole allargarne.
Si risovvenne ed inventò. La storia
Le fu maestra, ma ad infame gloria
Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse
Più stretti i nodi alla chimera e vinse
Semiramide stessa invidïosa
Nel superbo sepolcro.
A mente che osa
Aiutata dall'oro e dal potere
Natura cede.
E nelle calde sere
Perfino il puro ciel complice anch'esso
Parea s'inebbriasse, a lei sommesso
Con le infinite stelle. Ed ella in alto
Guardava meditando un qualche assalto
Per convertire coi desiri occulti
Il firmamento ad infernali culti.
Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo.
--Talor sdraiata in sull'alto terrazzo,
Talor seguente in mare le sue flotte--
Ora voluttüosa in lunga notte
Lontan dal sole nel gioir si affoga,
Ora il nemico di sua man soggioga.
Brevi battaglie lampeggianti adora
Ed orgie senza termine in cui l'ora
Passa obliata--Poi con regal calma
Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.
* *
Ella tornava un dì da una vittoria
Suprema, cinta d'abbagliante gloria.
E bella al par d'una immortai guerriera...
Il suo serto splendeva nella sera
Siccome un sol notturno sulla terra,
E il popol suo e quello vinto in guerra
Tremavano davanti al suo passaggio.
Ed il cielo taceva sovra il maggio
Fiorito e caldo, e la città giuliva
Fiammeggiante brillava sulla riva,
Accesa tutta da un delirio immane,
Vivente mare fatto d'onde umane,
Sul re captivo ella teneva fise
Le sue pupille.
Ella l'amò e l'uccise.
Dei prigionieri poi fissò la sorte;
Prescrisse strane leggi; ogni coorte
Vide sfilare in una polve d'oro.
I serti vinti chiuse nel tesoro
E prodigò le gemme. Poi le sale
E i cortili s'aprirò a colossale
Festa.
Nel colmo del gioir furente,
Ella scomparve. Andò per la silente
Aperta scala al sommo del palazzo
D'onde scorgeva l'assordante e pazzo
Spettacolo dell'orgia impicciolito.
E allor pensò, pensò con infinito
Ardire. Ed un desìo sentì dolente
E acuto; e assorta sulla sala ardente,
Che avea per vôlta il cielo imperturbato,
Ora volgeva l'occhio ancor velato
Da torve ebbrezze, ora mirava invece
Le calme stelle scintillanti. Fece
Un gesto stanco, indi la mano stese
E lentamente una gran coppa prese,
E la vuotò con un gesto demente.
S'accese la pupilla stranamente,
Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa,
Curvossi indietro la sua bella testa
Smorta e bramosa sotto il diadema,
E cadde morta in una ebbrezza estrema.
XIV.
LA BARCA
Vidi una rotta barca sopra l'umida
Spiaggia caduta, e giunta ai giorni estremi;
Dall'albero pendea una vela lacera,
Eran perduti i remi.
Smarrito è ormai il vessillo che fluttua,
Franto il timon, le sarte--e la sirena
Scolpita sulla prua, ridente al pèlago,
Ahi! giace nella rena.
E gli arabeschi, e le dorate, ingenue
Pitture son raschiate, e nulla resta
Della prima parvenza e del bell'impeto
Delle sere di festa.
Triste rovina avvolta nella polvere,
Pur bella ancora per le svelte forme!
--Simile all'uom che all'avvenire torbido
Stanco rinunzia e dorme.
Tra le nubi del ciel, beffardo irrompere
Scorgeasi un raggio sulla terra serena.
Guardai. Sconnesse erano ormai le fradicie
Coste della carena.
Era quella la barca che l'oceano
Dovea meco solcar cercando i lidi
Dove viviam felici nell'orgoglio
Dei sentimenti fidi.
Era quello il navilio delle fervide
Speranze nelle imprese ardimentose
Per cui s'attese invan vento propizio
Mentre appassian le rose.
Non indugiate mai, voi che la gondola
Tenete in riva pronta per salpare.
Furioso irride con lo scherno orribile
Agli aspettanti il mare.
Varate pur tra la bufera rapida
In tra i lampi ed i tuoni e le saette,
Fidate pur le vostre gioie al turbine,
A un fragil alber strette!
Per chi parte tra i fulmini e le tenebre,
Sfidando il mar con una fede ardita,
Spesso si snebbia il cielo e azzurro illumina
Una novella vita.
XV.
. . . . .
Alta e superba nella sculturale
Perfezïon delle sue forme pure,
Pare una statua greca--eppur sa il male
Delle tristezze oscure.
Divine son le linee del suo volto,
Le curve altere della sua persona.
--Nel bianco petto è un cor che soffrì molto
E al soffrir s'abbandona.
Invano nel mirare il suo profilo
Scorre il pensiero ai lieti dì d'Atene
E ricordiam la Venere di Milo.
--Le ore non son serene.
A poco a poco sul marmoreo viso
Nuovo pallor pose la vita. Antica
È la bellezza sua, ma il suo sorriso
Conosce la fatica.
XVI.
RESURRECTA
Che la vostra miseria non mi tange,
Nè fiamma d'esto incendio non m'assale.
DANTE
*
Ella già visse nell'antico Egitto,
Tra le città che sembran visïoni,
Allor che gloriosi nel delitto
Trionfavan superbi i Faraoni;
E guardò calma col gran d'occhio nero
Le feste immense e l'orride tenzoni.
Pallida e bruna, col sorriso altero,
Della immobile Sfinge colossale
Sfidò lo sguardo bianco ed il mistero
Con la serenità d'una rivale.
--E degli amori sempre più implacati
Conobbe il peso e il fàscino letale;
E gli ascosi desir negli abbagliati
Occhi d'intera folla plaudente
E le brame che lottano coi fati.
--Poscia sparì d'in mezzo a quella gente,
La splendida sua vita ebbe una fine;
Crebbe il pallor, fûr le pupille spente,
S'irrigidir le sue forme divine
Qual prodigio che subito s'arresta,
E nel sonno calò senza confine.
In bende avvolta fu dai pie' alla testa,
E sotto la piramide, in l'eletto
Sepolcro preparato come a festa,
Dormì mill'anni con lo stesso aspetto.
* *
Ora è fra noi. Per mistica e segreta
Legge rinata sotto nuovo clima,
Come una evocazione di poeta,
Bellezza tal che realtà sublima!
I dolori dell'oggi ed i desiri
Guardando senza sprezzo e senza stima.
Ahi! non cura le gioie ed i martiri
Di quest'epoca folle ed ammalata,
Ed ignora la causa dei sospiri.
E resta calma e pensierosa, e guata
Tra le piccole feste e il triste amore,
Nel trionfo paranco trasognata.
Della sua vita e morte anterïore
Un vestigio sul viso l'è rimasto;
Vi si scorge il ricordo che non muore
Dei sogni ardenti e del suo sonno casto.
XVII.
FRA I MONTI
*
Giovani e già dalle uniformi grevi
Vicende affranti e dal tornar dei giorni
Inesorabili,
Dagli anni lunghi e dai dì troppo brevi
Ora tumultüosi or disadorni,
Risospinti dal caso, ancor riuniti,
Ma più divisi assai che dagli eventi
Dal sentir intimo,
Un istante obliavano, smarriti
In te, Natura, che il cuore addormenti.
* *
Andavan soli come ai dì passati
In una valle chiusa in mezzo ai monti.
Era il meriggio,
Ma sui verdi sentier dal sol dorati
Nell'alme loro v'eran due tramonti.
Ei camminava mesto, lentamente.
Guardando le pupille dolorose
D'azzurro limpido
E la purezza del profilo, e spente
Quasi sul volto a lei le belle rose.
Gli antichi dì parean tornati ancora;
Ei credeva sognare un sogno vero.
Le foglie tremule
Mormoravan su lor come in allora
Che Amor li precedeva sul sentiero.
L'alte montagne nere e i verdeggianti
Colli e le roccie e i pini e le cascate
D'argento vivido
Suscitavano in lui gli antichi canti,
Ricordavano a lei l'ore passate.
Mirava il triste sguardo ed il sorriso
Ancor più triste--e gli diceva i fati
Lungo il silenzio
E la terribil calma del suo viso
E i suoi capelli d'oro scolorati.
Egli sentiva nuovo atro dolore
E non osava prenderle la mano.
Il labbro roseo,
La bocca semiaperta come un fiore
Davan tormento di desir lontano.
Andavan sempre, appena una parola
Vana scambiando ed un sorriso mesto,
Ma come un rantolo
L'inutil detto ritornava in gola
Ed il sorriso scompariva presto.
Giunsero alfine al pie' d'una cascata
Che dall'alto piombava eternamente;
E stanchi, subito
Sedetter sulla pietra logorata
Sotto la piova dell'acqua cadente.
Tutto era verde intorno, alberi ed erbe
Ed il muschio dei sassi ognor spruzzati
Dall'acqua candida,
Verdi le foglie e verdi le superbe
Cime dei monti eccelsi e imperturbati.
A un tratto innanzi a loro una parvenza
Vaga si leva. Uno spettro gentile,
Ahi! bello e pallido,
Oltremodo e silente. Eppure senza
Stupore lo guardaro in atto umile.
Poichè l'avevan ben riconosciuto
Al pallore, agli spenti occhi divini,
Ai raggio livido
Che uscìa da lui, ed al suo labbro muto,
--E rimaser tremanti, ad occhi chini.
Era il povero antico amor, perduto
Da tanto tempo, d'ogni speme privo,
Disciolto in l'aere!...
E fûr trafitti da un rimorso acuto,
L'antico amor non era ahimè! più vivo.
Ahi! senza vita egli era a lor davanti
Coi capelli di fiori incoronati,
Ma eran languide
Appassite ghirlande e i vecchi pianti
S'eran negli occhi suoi cristallizzati.
Lo spettro cadde a terra. Allor pietosa
Anco una volta la bella compagna
Posò un ginocchio;
Lui pure si chinò; la prezïosa
Salma portaro in mezzo alla campagna,
La portarono insieme a un vasto prato
Solitario più ancora e là, scavata
La terra, un tumulo
Apprestarono, ed or giace isolato
L'amore che finì la sua giornata.
La fossa è larga e guarda il firmamento
Perchè ei possa risorger s'è immortale,
Ed in silenzio
Restaro a lungo là senza lamento
E sentivan passar soffio letale.
Ed ella, fredda, lui guardava intanto
Senza fede oramai ne' giorni bui.
Guardava gelida;
Ed ei sentì che l'occhio senza pianto
Dicea che aveva amato più di lui.
XVIII.
. . . . .
La terra è un punto in mezzo al firmamento,
Tra una polve di soli astro ignorato:
Atomo è l'uomo ignaro del suo fato,
Che appena nato è spento.
--Cosi pensiam nelle ore solitàrie
Quando è di noi signor solo il pensiero,
Quando cerchiam senza fralezza il vero
E scrutiam l'invisibile--
Ma allor che avvinti da due bianche braccia
Nella festa dei sensi appare il vero
E ne sembra si fonda ogni mistero
Nel mistero d'un bacio,
Sentiam che vasto più del vasto cielo
E più forte del fato Amore impera,
Che l'uomo è il re per cui vediam, la sera,
Steso il sidereo velo.
XIX.
LA VILLA
*
Risplende il sole; il vasto cielo puro
Distende la sua pace sovra il mondo;
Dormono le colline, e lungi, in fondo
Mette una riga nera il bosco oscuro;
Ed il largo viale sontüoso
Conduce nella villa abbandonata,
Aperta, dove l'alta sala ornata
È piena di frescura e di riposo.
Errando nel tepor del mezzogiorno,
Due vaghi amanti innanzi a quella villa
S'arrestan contemplando la tranquilla
Vista pensosi e il muto parco intorno,
Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti
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