59 Era, come abbiam detto, quel guascone un garzonaccio del nuovo costume, e la trattava con adulazione, con un ruscel di lodi, con un fiume. Partito dalla sua conversazione, dicea:--Son secco, piú non vedo lume: son pur noiose queste innamorate;-- e s'inventava cose da stoccate. 60 Talor diceva:--Io fui da quella matta; non poteva sbrigarmi dall'assedio: quand'io ci son, non val che la combatta perché mi lasci andar; non c'è rimedio. La mi guarda languente, contraffatta; la trae sospiri, ch'io muoio di tedio. Le puzza il fiato sí, quando l'ho presso, ch'io soffrirei piú volentieri un cesso.-- 61 La dama gli avea dato qualche volta del matrimonio con Terigi un cenno. Il guascon detto avea:--Siete sepolta; pur le promesse mantener si denno: ma se goffo è il marito, ha fatto còlta la donna, ed ha fortuna s'ella ha senno. Voi m'intendete giá: questi imenei son per comoditá dati dai dèi.-- 62 Rideva la fanciulla estremamente, dicendogli:--Tu sei pur spiritoso.-- Quel garzonaccio aggiungea prestamente detti peggior, sicch'io dirli non oso. Quando partia, Marfisa diligente Ipalca gli spedia senza riposo, e sali, e dolci accuse si mandavano, e viglietti infocati che fumavano. 63 Terigi in casa non trova la sposa, e s'anch'ell'era in casa, ella non v'era. Ognuno al meschinel narra qualcosa, e s'inventava, ed egli si dispera. Chi l'aveva veduta furiosa, chi travestita a' ridotti la sera; ond'egli era geloso e riscaldato, e mandava spion per ogni lato. 64 Se alcuna volta in casa la trovava, or sbavigli, or rabuffi riscuoteva. Eccoti Filinoro che arrivava, e appresso la bizzarra si metteva. Il marchese sudava e sospirava per qualche gesto che lo trafiggeva, e peggio, ché il guascon mai non partia, ma volea ch'egli primo andasse via. 65 Correa d'aprile il bel mese ridente, e s'aspettava il giugno agli sponsali. Il Tauro in ciel minacciava sovente alla teda d'imen futuri mali. Nascean de' gran sospetti veramente di scioglimento ancora in fra i mortali. Tutto Parigi stava in attenzione su' scherzi di Marfisa e del guascone. 66 Terigi fece dir da don Gualtieri a Rugger che troncasse quella trama. A Filinoro avea detto Ruggeri che cercasse altra casa ed altra dama. Il guascon gli rispose:--Volentieri;-- ma fe' peggior effetto il porre in brama, ché la difficoltate ed il timore fe' cercar nascondigli e punti ed ore. 67 Liberamente lo voleva in casa Marfisa, e non voleva opposizioni; ma Filinor l'aveva persuasa che, rubati, miglior sono i bocconi. Ed ella per amor cheta è rimasa, cercando or buche, or tane ed or cantoni. Se n'andava l'onor di male in peggio per le altrui vigilanze ed il motteggio. 68 La mascheretta a' furtivi sospiri era alla dama opportuna sovente. Finito il carnoval, per i raggiri veniva la quaresima assistente, i sermon sacri ed i santi ritiri, e il zendal era un mezzo onnipossente: ch'è la finezza dell'usanza nuova far quel che alletta, e quel che alletta giova. 69 Nuovamente a Rugger Terigi accocca il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto che troppo l'onor suo Marfisa tocca e che il nuzial rimanderá per certo. Rugger afflitto non apriva bocca; e poich'egli ebbe sofferto e sofferto, a Carlo Magno un giorno fece istanza che a Filinoro facesse aver creanza. 70 Non s'usavan duelli, e le vendette s'erano riformate dall'antico: per vie nascoste dirette e indirette, chi mente avea domava l'inimico. Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette bricconerie del guascon ch'io non dico, le corna di Terigi e di Marfisa e il disonor della magion di Risa. 71 Carlone, vecchio rimbambito, ascolta; e perch'egli era d'impression gagliarda, appena ebbe Rugger data la volta, chiama il guascon, che un momento non tarda, e disse:--Sappi che, se una sol volta andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda, io te lo giuro da quel re che sono, che ti farò morir senza perdono.-- 72 A Gano Filinor racconta il caso. Il Maganzese corre a Carlo Magno, e come bufol menalo pel naso, narrando la faccenda da mascagno; tanto che il rimbambito è persuaso, e in rabbia con Rugger batte il calcagno; e rivocando i primi ordini suoi, disse al guascon:--Va' a far ciò che tu vuoi.-- 73 Io so che mi dirá qualche lettore: --È impossibil per queste frascherie s'incomodasse un tanto imperatore.-- Rispondo ch'io non dico mai bugie, e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore per odii, per timor, per gelosie. Dame e serventi, come le formicole, volean dall'imperier cose ridicole. 74 Ecco di nuovo incomincia la tresca de' nascondigli e degli amor secreti. Terigi le minacce pur rinfresca, quando il garbuglio stran Rugger non vieti. Don Guottibuossi don Gualtier ripesca e trova scuse, e gridano tra preti: rattaccónanla un tratto, e quattro e diece; ma alfin non c'è piú stoppa né piú pece. 75 Era un dí di quaresima, e nel duomo per il predicator v'era gran piena, ché si teneva inarrivabil uomo per eloquenza e mente e voce e lena. Predicava ogni dí che il volean domo i suoi persecutor; ma:--La balena --dicea--non teme il morsecchiar de' granchi,-- e Dio non vuol che l'uditorio manchi. 76 Un fraticel piú franco non fu visto. Usa argomenti e prove non piú intese. Saltava dalla passion di Cristo ad una descrizion del mal francese. Poiché dell'«attrazione» avea provisto e «parti eterogenee» il paese, e d'un trattato bel di notomia, faceva il crocione e andava via. 77 La «predestinazione» usava farla di sabato, perché gli altri oratori, non predicando il sabato, ascoltarla potessero con gli altri ascoltatori. Ma la ragion probabile, a pensarla, ch'ei spargesse di sabato i sudori, era ch'essendo solo quella volta, facea nel borsellin maggior raccolta. 78 Scrive Turpin che in questa sua fatica avea detta una cosa bella assai, cioè che Cristo nella storia antica a Pietro disse:--Tu mi negherai;-- e che Pietro risposto avea:--Né mica; ciò che dite, maestro, non fia mai;-- ma che Pietro alla fin l'avea negato, siccome Cristo avea pronosticato. 79 --E sapete perché--gridava il frate-- Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo? Questo fu: state cheti e m'ascoltate. Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.-- Turpino scrive che le sputacchiate, a questa distinzion tra Pietro e Cristo, furon tremila cento e settantotto, e che rise Dodon che gli era sotto. 80 Ma ripiglio la storia. Il fraticello de' costumi del secol predicava. Sedea Terigi proprio in faccia a quello, che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava. Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello del guascon con disprezzo lo pigliava; gli siede avanti, e talor si volgea e lo guardava in viso, e poi ridea. 81 Parecchie asinitá, simili a questa, dice Turpin che gli andava facendo; ma l'ultima gli fu tanto molesta, che fu quasi per trarre un guaio orrendo. Una lettra il guascon poco modesta, che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo, e la tien tanto aperta e sí palese, che leggerla potesse anche il marchese. 82 In fronte avea la lettera: «Cor mio!» il contenuto non lo voglio dire; basti saper che il fine era un addio da far di tenerezza un uom svenire. --Miserere di me, che mai vegg'io!-- disse Terigi e si poté sentire; perch'ell'era una lettera, una manna, di pugno proprio della sua tiranna. 83 Non si ricorda piú d'esser in chiesa, né del predicador, né dell'udienza. Si leva e corre con la faccia accesa, come se lo cacciasse la scorrenza. Dá d'urto negli astanti e fa contesa; s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»: fece rivolta come un Truffaldino, arrabbiato, grassotto e piccolino. 84 Esce dal tempio alfine, a casa è giunto, e don Gualtier, suo mansionario, chiama. --Prete--gli disse,--è questo il duro punto, ch'abbandono Marfisa, che non m'ama. Non m'ama, mi tradisce! Son consunto: si freghi dietro il suo titol di dama. Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci: questa scritta nuzial restituisci.-- 85 Poi della lettra e del guascon sfacciato gli narra. Don Gualtier facea stupori: poscia in veste talare s'è avviato alla magion di Risa a far rumori; e poiché il caso e il comando ha narrato del padron suo, la scritta trasse fuori. Sopra d'un tavolin la pose, e poi volge le spalle e va pe' fatti suoi. 86 Bradamante è caduta in sfinimento; don Guottibuossi corre per l'aceto; Ruggero è saggio e prova un gran tormento: volea gridar, voleva starsi cheto. Marfisa seppe il fatto e, come il vento, spedisce Ipalca al guascone in secreto a dirgli che, se il mondo rovinasse, ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse. 87 Queste difficoltá, questi fracassi, questi accidenti grandi da narrarsi, eran per la bizzarra giuochi e spassi, perocché andava dietro a immaginarsi che nelle brutte e ne' talenti bassi la vita cheta sol potesse darsi. --Le marmotte--diceva--di pel tondo non sono buone a tener desto il mondo. 88 Chi ha merito--diceva--il mondo tiene sempre in discorso e in sé col guardo vòlto. Che dica bene o male, o male o bene, di questa cosa non mi curo molto. De' bacelloni han delle sciocche pene, ma i scempi non gli curo e non gli ascolto. L'invidia e l'ignoranza può contendere, ma il mondo è per metá sempre da vendere.-- 89 Dalle commedie e da romanzi nuovi traea gran parte de' suoi bei riflessi. Nelle pubbliche piazze e ne' ritrovi, nelle botteghe, e tra birri e tra messi, si fanno ciarle intanto, e par che provi ognun che il caso nato ben non stessi, che buona cosa avea Terigi fatta e che Marfisa era una bella matta. 90 Di Filinor la voce universale dicea ch'egli era un cavalier briccone. Ei va pensando riparare al male: sfida Terigi con un cartellone; che scelga il campo e l'arma; che a mortale duello il vuol per la riputazione. Terigi, grasso, pigro e piccoletto, fu per morir quando il cartello ha letto. 91 L'onor non vuol che tardi alla risposta, né che ricusi la disfida certo; ma se guarda alla trippa mal disposta e ascolta il cor, si ritrova diserto. Chiama il prete Gualtieri:--Deh! t'accosta,-- dicendo, ed il cartel gli dava aperto. Don Gualtier legge. Il caso del duello non vo' dirvi per or, ch'è troppo bello. FINE DEL CANTO SETTIMO CANTO OTTAVO ARGOMENTO. Il duello non segue per la mente di don Gualtier. Marfisa è screditata. La corregge Ermellina. Agiatamente Gano sen muore in forma inaspettata. Bandito è Filinor: resta furente Marfisa e fuor di modo disperata. A Turpino arcivescovo Ruggero chiede di porla a forza in monastero. 1 De' costumi del secol predicava il fraticel, se vi ricorda, ho detto. Pulitamente ogni punto toccava dell'andazzo vizioso maledetto. Nel suo quaresimal non si trovava sermon che fosse, come quel, diretto, della gola, dell'ozio e degli amori. Le costure scuoteva agli uditori. 2 Delle miglior cucine di Parigi, de' miglior letti e delle miglior tresche, de' luoghi ove scorrevano i luigi per gozzoviglie e per guanciotte fresche, dove dell'allegria sempre i vestigi, era, e del giuoco e delle piú dolci esche: avea 'l frate studiato in fra l'untume del secolo il sermon sopra il costume. 3 Donde sapea del secol la malizia, perché vivea nel secol veramente; ma al minacciar la divina giustizia, il secol si rideva apertamente; ché gli equivoci, i vini e la dovizia, ch'egli ogni dí cercava in fra la gente, facea che il detto: «Fa' quel ch'io ti dico, non quel ch'io fo» non s'apprezzasse un fico. 4 Turpin sotto al suo ricco baldacchino era nel duomo, e avea presso Dodone. Si volse a quel, dicendo:--Paladino, perdio! questo è un bel pezzo di sermone. Dovria pentirsi il secolo assassino a tai sudor di noi sacre persone. Parmi che passi delle vostre colpe questo sant'uom piú addentro che alle polpe.-- 5 Dodon rispose:--Arcivescovo mio, del secol questo frate ha detto il vero; ma fatemi un piacer, se amate Dio: i vostri frati radunate e il clero, ché un giorno voglio lor predicar io, e facilmente di provarvi spero che il maggior mal, che nel mio secol sia, deriva dalla vostra sacristia.-- 6 Turpin prudente e grave partí zitto con la sua cappa magna e il pastorale, dicendo:--Un bel tacer non fu mai scritto.-- Benediceva il mondo universale, ed alla mensa vescovil, che vitto pareva d'Epicuro, la morale rammemora del frate, disprezzando gli stravizzi del secolo nefando. 7 Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta. Altro non penso ed altro non ragiono che fatti da lui scritti quella volta. Ora a Terigi ritornar fia buono, che la disfida del guascone ha tolta a esaminar col cappellan, dicendo: --Tu vedi, prete: -me tibi commendo-.-- 8 Prete Gualtier non era senza testa: conosce ben che il guascone era accorto; che il gradasso facea nella richiesta, perché Terigi era grassotto e corto. E disse:--Nulla non temete; a questa disfida io vi trarrò con lode in porto. Qui deluder convien l'arte con l'arte, come c'insegnan le moderne carte.-- 9 Gli pose innanzi penna e calamaio, dicendo:--Quel ch'io detto voi scrivete.-- Disse Terigi:--Io scrivo tutto gaio; ma pensa a quel che detti, caro prete.-- Dicea Gualtier:--Ho il guascon nel mortaio. Scrivete pur, ché non vi pentirete.-- E finalmente il buon Terigi scrisse ciò che volle Gualtier, che cosí disse: 10 «Io Terigi, marchese e duca e conte e signore di eccetera, al guascone Filinor dice ch'egli ha le man pronte al duello minacciato e lo spadone; che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte, di Senna in sulle rive, al torrione; ma avverto Filinor che prima impari che i duelli non seguon che fra pari. 11 Voi del re Carlo Magno e imperatore di cavalier di camera nel posto siete, e persona pubblica; io signore privato son: sicché tutto all'opposto. S'io v'ammazzo, vedete in qual errore di lesa maestade incorro tosto. Nessun mi può salvar dalla rovina del fisco e della morte repentina. 12 Se voi mi trafiggete, io son privato: v'è assai piú facil rattoppar la cosa. Questa disuguaglianza è gran peccato e una sopraffazione vergognosa. Quando avrete l'incarco rinunziato, non sará la disfida difettosa; e allora al torrione oltre alla Senna v'attenderò diritto come antenna». 13 Scritta la lettra, diceva Terigi: --Non vo' mandarla, grida a tuo talento. Può rinunziare, e allor, per san Dionigi! venga a me l'olio santo pel cimento.-- Dicea Gualtieri:--Io sfido Malagigi a ritrovar piú sano pensamento co' suoi dimon. Non abbiate paura, ché vi fa grande onor la mia scrittura.-- 14 Questo viglietto il prete, buona lana, fe' che Terigi a Filinor spedisce. Al guascon la risposta parve strana: pensa e ripensa e nulla stabilisce. Lasciar l'incarco non è cosa sana; questa risoluzion forte abborrisce, perocch'è necessaria la prebenda: e par che la risposta non intenda. 15 Replica la disfida e chiama vile il marchese Terigi e poltroniere. Gualtieri è corbacchion di campanile: risponde che l'accetta con piacere; ma che rinunzi prima, s'è civile, il suo pubblico incarco all'imperiere, e poscia che sará di lá dal ponte, in sulla Senna, come un Rodomonte. 16 Comincia Filinor pubblicamente a narrar per la piazza le faccende. Terigi è in sull'avviso, e colla gente narra la sua risposta e si difende. Ognun gli dá ragione apertamente, e la bassezza del guascon riprende. Tutto Parigi entrato era in questione, e si dava al marchese la ragione. 17 Ne' pubblici discorsi la canzona finiva in sulle spalle di Marfisa. Se le metteva in capo una corona di pazza, d'immodesta e d'altra guisa. Si sa che, quando un popolo ragiona, ha piú valor chi muove maggior risa, né si guarda alla dama o alla plebea ne' titoli, ne' detti o nell'idea. 18 Se avea Marfisa amica donna alcuna, si potea dir che questa era Ermellina. La moglie del danese era quell'una che sola le poteva star vicina. Era una dama fatta in buona luna, che si piccava d'esser indovina, sincera, perspicace e di coraggio, atta a dar un consiglio molto saggio. 19 Sentendo il mormorio de' susurroni e lo sparlar contro Marfisa amica, aveva detto a parecchi:--Bricconi e della caritá gente nimica!-- Poi per andare a far le ammonizioni, si fece portar via 'n una lettica, e le stimate fece con le mani, giunta a Marfisa, e disse:--Ho degli arcani. 20 Cara figliuola mia, tutto il paese discorre che Terigi t'ha piantata. Ma poco stimo il fatto del marchese: piú mi trafigge l'altra intemerata; ché mille lingue serpentine accese t'hanno assai malmenata e screditata. Si fanno sopra te discorsi orrendi, come se fosti qualche... tu m'intendi. 21 Queste imprudenze, questi nascondigli, il voler a tuo modo senza freno, le lettere amorose, i tuoi puntigli per certi Filinor sono un veleno; e désti a sospettar sino a' conigli, e a dir ch'è il tuon, dove appare il baleno. Io ti difendo, ma una lingua sola non può frenar d'un popolo la gola.-- 22 Rispose allor Marfisa:--A modo mio la vorrò sempre; non son piú ragazza. Perché ho mente e intelletto e spirto e brio, dal volgo ignaro son creduta pazza; ma se innocente sono appresso Dio, non bado a' pregiudizi della piazza. Terigi, i maldicenti e le lor voci io tengo dove soffiansi le noci.-- 23 L'Ermellina soggiunse:--Adagio un poco, cara sorella, non vi riscaldate. Con questo furor vostro e troppo foco, credendo farvi onor, vi rovinate. Gesú, Giuseppe e la Madonna invoco, e vi farò veder che v'ingannate, e che il vostro cervello ha un po' di vizio, credendo il mondo sempre in pregiudizio. 24 Sonvi tre leggi, e la divina è prima, la seconda è del re che ci corregge, forma il popol la terza in ogni clima; benché non paia, ella è purtroppo legge. L'ubbidir la divina e farne stima fa, dopo morte, Dio pel ciel ci elegge; chi la seconda offende, non fa bene, perché ha morte, prigione ed altre pene. 25 Gli offensor della prima, al pentimento, trovan misericordia ed han perdono. Il re pietoso, ed anche oro ed argento, fa cambiar la seconda nel suo trono. Se il popol giudicato ha il portamento di donna, d'uomo, o l'ingegno, non buono, perdio! s'è santo ed ha cervel divino, è un ladro, un traditor, un Truffaldino. 26 Le colpe innanzi a Dio non sono oscure, il re co' suoi processi le fa chiare; il mondo guarda, e fa sue conietture: dritte o torte che sien, vuol giudicare. E, verbigrazia, tu non vuoi misure nel viver, nel parlar, nel praticare; nel cor potresti anch'esser santa Rosa, t'ha giudicata il mondo un'altra cosa. 27 E se viver pur déi del mondo in mezzo con buona fama e con riputazione, s'ei col giudizio t'ha posta nel lezzo e sei del mondo in trista opinione, dell'innocenza attenderai da sezzo premio nel ciel, ma non fra le persone; né t'appagar di qualche riverenza d'adulazione o di concupiscenza. 28 Molto ben sa la legge nel suo core la maritata, che le pose il mondo; la sa la vedovella pel suo onore, e la fanciulla la conosce a fondo: ma la foia, il capriccio ed il furore, la vanitá mena la mazza a tondo; e maritate, vedove e donzelle spezzan le leggi e fabbrican novelle. 29 Un «costume novel» detto è l'abuso. Gli scrittoracci pieni di lussuria co' lor riflessi aiutano il mal uso, ' perché godon veder le donne in furia; e i giovinastri lor dicon sul muso ch'è sciocco pregiudizio il far penuria. Ma il mondo in pieno a chi non ha cervello, credi, Marfisa, dietro fa un libello. 30 Scommetterei, sorella, che se sposa t'esibisci al guascon, ch'è tuo piacere, la tua gioia, il tuo core, la tua rosa, e che speri che t'ami di sapere; ei rivolge il discorso ad altra cosa, facendo il sordo o albanese messere, ché quanto piú vizioso è l'uomo e franco, men vuol Marfise per ispose al fianco. 31 Credi alfin che la donna in suo contegno, che dello stato suo la legge osserva, laudata vien dal degno e dall'indegno, e general riputazion conserva. Questo sciôr matrimoni a un picciol segno e del proprio capriccio farsi serva, il cambiar Filinori a fantasia e il cagionar duelli, è una pazzia.-- 32 Dall'Ermellina in fuori, la bizzarra un tal discorso non avria sofferto. In sulla lingua avea la scimitarra; pur disse cheta:--Io non credea per certo che mi veniste innanzi con le carra di riflession, ch'io dono al vostro merto. Leggi o non leggi, universale o mondo, io nulla intendo e nulla mi confondo. 33 Piú libera di me ne' portamenti è la duchessa Fulvia de' Migliori, e la reina Isotta fa portenti, e la marchesa Ilaria co' signori. --Allega delle matte piú di venti in tua difesa, alfin poco t'onori --disse Ermellina,--ch'anche i disperati dicon:--Non sarem soli in fra i dannati.-- 34 Orsú, tu déi lasciar cotesta vita e devi Filinoro abbandonare. Pónti in contegno, ed a Terigi unita voglio vederti e il filo rappiccare. La giovinezza fugge, e quando è gita, sai che non suole addietro ritornare. Ti ridurrai vecchiaccia ricusata, abborrita, ridicola e muffata.-- 35 Scrive Turpin che a questa volta sola pianse Marfisa assai dirottamente. Abbracciando Ermellina, la parola non potea sciôr pel singhiozzar frequente. Poi disse alfine:--Amica, la tua scola non voglio disprezzar, sarò prudente; ma dell'abbandonare il mio guascone io non ho cor per tal risoluzione. 36 Caro colui! Quegli occhi, i capei biondi, lo spirito elevato, l'eloquenza, que' sospir caldi, i sguardi moribondi, la franchezza, l'affabile presenza, le erudizion che vaglion mille mondi, quella non so qual nobile insolenza, quel sprezzar snello e quella maggioranza fanno che del cor mio non me n'avanza. 37 E' tiene un alfabeto regolato, co' nomi e colle nascite a puntino, d'ogni tenor, di qualunque castrato, e d'ogni ballerina e ballerino, e d'ogni cantatrice sa il casato, l'abilitá, la vita e il vagheggino; insomma un cavalier d'usanza nuova piú pulito di lui non si ritrova. 38 Dio ti dica per me se delle mode ei s'intende all'eccesso, e del buon gusto e delle acconciature e delle code, d'un abito, d'un drappo e d'un imbusto; se in un teatro sa chi merta lode, se d'un poeta sa decider giusto. Di Marco e di Matteo nelle riforme scopre il bel, vede il buono, è a me conforme. 39 Ponlo con un cattolico, è cristiano; ponlo con un eretico, ei s'adatta; con un pagano, e' par nato pagano; con un giudeo, giudeo sembra di schiatta. Accorda tutto, è universale e piano, e veramente sa come si tratta; coltiva tutti, con ognuno è amabile, e infine è un uom moderno, inarrivabile. 40 Io non posso, Ermellina; ti prometto che sono indiavolata per colui: non lascerò giammai quel caro oggetto; mai piú, Ermellina, d'uom sí cotta fui. Se tu provassi il foco c'ho nel petto per le bellezze, per i merti sui, tu piangeresti e mi compatiresti, e per compassion m'aiuteresti.-- 41 E qui Marfisa al collo d'Ermellina piangeva e singhiozzava amaramente. L'altra avea la corata tenerina, e sapea ben che Amore era possente; donde, commossa, scorda la dottrina, comincia a lagrimar dirottamente, e quando il singhiozzar le permettea: --Convien lasciar... convien lasciar...--dicea. 42 Marfisa sempre va crescendo il pianto, dicendo:--Io non lo posso, ché son morta.-- Intenerisce l'altra, che altrettanto apre a un ruscel di lagrime la porta. Ma finalmente disse:--Vedo quanto sei spolpata d'amore; ti conforta. Io scopro che a guarirti le parole son vane e che un miracolo ci vuole. 43 E però del caffé, del cioccolate io vo' mandare a certe donne sante, acciò con le preghiere infervorate ti facciano scordar cotesto amante; ed io per tre domeniche ordinate farò la comunion santificante. Tu alla sacra famiglia fa' orazione, e t'uscirá dal cor questo guascone.-- 44 Marfisa alle sue massime rispose pazzi detti del secolo d'allora, che gli -Ottimismi- e l'altre opre famose le avean mandato il cerebro in malora. L'altra le mani agli orecchi si pose fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora, maledicendo l'ozio, gli scrittori, il costume novello e i Filinori. 45 Quel di Guascogna intanto al torrione di lá da Senna ogni dí passeggiava: con lungo spaventevole spadone, per far duello, il marchese aspettava. Il marchese alla corte di Carlone, a veder se l'incarco rinunziava, manda ogni giorno; e pur lo trova saldo, e lascia che passeggi nel suo caldo. 46 Poi di soperchiator gli dá la taccia e lo predica vile e prepotente. I paladini con scoperta faccia condannan Filinoro apertamente. A poco a poco fuggon la sua traccia; dove son, non lo vogliono per niente; come un codardo, un messo, un contadino, non l'accettano piú nel lor casino. 47 Per sua maggior sventura il conte Gano, suo direttore, a novant'anni giunto, per il catarro è a letto, dalla mano del medico sfidato, al duro punto, né se gli può parlar, perché il piovano, che con l'estrema unzion giá l'aveva unto e gli accomanda l'anima, dicea che andarlo a disturbar non si potea. 48 Berta piangente e mezza in sfinimento dicea che certo ella gli andava dietro, che si sentia nel cor presentimento, che non potea soffrire il caso tetro; e poi chiede al piovan se testamento faceva il conte Gano, e di qual metro, soggiungendo:--Piovano, io sono certa che gli ricorderete la sua Berta.-- 49 Il piovan rispondea:--State pur cheta, ch'egli ha disposto con somma prudenza. Un'anima di Dio, né piú discreta, non ho trovata in altra mia assistenza. Gran confession da dottor, da profeta! gran sottile, illibata coscienza! Ma giá sapete in quanta divozione faceva ogni otto dí la comunione.-- 50 Gano il suo testamento avea rogato, e istituita una mansioneria perpetua nel piovan che aveva a lato, e in quello che in -pro tempore- faria. Per ogni messa ordinava un ducato; e inoltre un funeral commesso avia di quarantotto torcie di gran peso, incerto pel piovan di zelo acceso. 51 Trecento preti aveva anche ordinati, e a ciaschedun di tre libbre un torchietto, duemila sacrifizi celebrati lo stesso dí ch'entrava in cataletto. Infiniti legati a preti, a frati. Della disposizione il resto ometto, ché basta il dir del testamento quanto vi fa veder che Gano è morto santo. 52 Il Maganzese mille tradimenti aveva fatti e usate sodomie, mandate in chiasso e in preda a' malviventi le stuprate donzelle e per le vie, ed infamati avea mille innocenti, e fatti usurpi e truffe e ruberie, né verbo si leggea nel testamento di rifar danni o di risarcimento. 53 Lo volle morto Dio di novant'anni sul letto ed affogato dal catarro; ed i sacri leviti in grand'affanni la santitá di lui misero in carro. Deh, lettor mio, non creder ch'io t'inganni; Turpin lo scrisse, io quel ch'ei scrive narro: che al seppellir di Gano un cieco nato guarí, perché il suo corpo avea toccato. 54 Sappiam che Dio per sua misericordia talora a' tristi lunga etá concede, perché con lui si mettano in concordia un giorno o l'altro, e questo abbiam per fede. Ma lo star con Gesú sempre in discordia, testando alfin come di Gan si vede, prete Turpin può ben scriver miracoli, non porrei Gano mai su' tabernacoli. 55 Morto Gano, il guascon divenne come un uom storpiato a cui la gruccia è tolta. Ognuno a modo suo gli cambia nome, e in ridicol lo mette e non l'ascolta. Un fulmine gli venne in sulle chiome, ch'ogni fortuna sua gli ebbe sepolta, perché una legge nuova è fuori uscita, che i duelli bandia, pena la vita. 56 Contro la legge egli era sfidatore: fu rilasciato l'ordin di pigliarlo. S'avvide il furbo, e di Parigi fuore fuggí né si poté piú ritrovarlo; e fu bandito come traditore, con taglia a chi potesse ghermigliarlo. Marfisa, come il bando udí gridare, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000