59
Era, come abbiam detto, quel guascone
un garzonaccio del nuovo costume,
e la trattava con adulazione,
con un ruscel di lodi, con un fiume.
Partito dalla sua conversazione,
dicea:--Son secco, piú non vedo lume:
son pur noiose queste innamorate;--
e s'inventava cose da stoccate.
60
Talor diceva:--Io fui da quella matta;
non poteva sbrigarmi dall'assedio:
quand'io ci son, non val che la combatta
perché mi lasci andar; non c'è rimedio.
La mi guarda languente, contraffatta;
la trae sospiri, ch'io muoio di tedio.
Le puzza il fiato sí, quando l'ho presso,
ch'io soffrirei piú volentieri un cesso.--
61
La dama gli avea dato qualche volta
del matrimonio con Terigi un cenno.
Il guascon detto avea:--Siete sepolta;
pur le promesse mantener si denno:
ma se goffo è il marito, ha fatto còlta
la donna, ed ha fortuna s'ella ha senno.
Voi m'intendete giá: questi imenei
son per comoditá dati dai dèi.--
62
Rideva la fanciulla estremamente,
dicendogli:--Tu sei pur spiritoso.--
Quel garzonaccio aggiungea prestamente
detti peggior, sicch'io dirli non oso.
Quando partia, Marfisa diligente
Ipalca gli spedia senza riposo,
e sali, e dolci accuse si mandavano,
e viglietti infocati che fumavano.
63
Terigi in casa non trova la sposa,
e s'anch'ell'era in casa, ella non v'era.
Ognuno al meschinel narra qualcosa,
e s'inventava, ed egli si dispera.
Chi l'aveva veduta furiosa,
chi travestita a' ridotti la sera;
ond'egli era geloso e riscaldato,
e mandava spion per ogni lato.
64
Se alcuna volta in casa la trovava,
or sbavigli, or rabuffi riscuoteva.
Eccoti Filinoro che arrivava,
e appresso la bizzarra si metteva.
Il marchese sudava e sospirava
per qualche gesto che lo trafiggeva,
e peggio, ché il guascon mai non partia,
ma volea ch'egli primo andasse via.
65
Correa d'aprile il bel mese ridente,
e s'aspettava il giugno agli sponsali.
Il Tauro in ciel minacciava sovente
alla teda d'imen futuri mali.
Nascean de' gran sospetti veramente
di scioglimento ancora in fra i mortali.
Tutto Parigi stava in attenzione
su' scherzi di Marfisa e del guascone.
66
Terigi fece dir da don Gualtieri
a Rugger che troncasse quella trama.
A Filinoro avea detto Ruggeri
che cercasse altra casa ed altra dama.
Il guascon gli rispose:--Volentieri;--
ma fe' peggior effetto il porre in brama,
ché la difficoltate ed il timore
fe' cercar nascondigli e punti ed ore.
67
Liberamente lo voleva in casa
Marfisa, e non voleva opposizioni;
ma Filinor l'aveva persuasa
che, rubati, miglior sono i bocconi.
Ed ella per amor cheta è rimasa,
cercando or buche, or tane ed or cantoni.
Se n'andava l'onor di male in peggio
per le altrui vigilanze ed il motteggio.
68
La mascheretta a' furtivi sospiri
era alla dama opportuna sovente.
Finito il carnoval, per i raggiri
veniva la quaresima assistente,
i sermon sacri ed i santi ritiri,
e il zendal era un mezzo onnipossente:
ch'è la finezza dell'usanza nuova
far quel che alletta, e quel che alletta giova.
69
Nuovamente a Rugger Terigi accocca
il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto
che troppo l'onor suo Marfisa tocca
e che il nuzial rimanderá per certo.
Rugger afflitto non apriva bocca;
e poich'egli ebbe sofferto e sofferto,
a Carlo Magno un giorno fece istanza
che a Filinoro facesse aver creanza.
70
Non s'usavan duelli, e le vendette
s'erano riformate dall'antico:
per vie nascoste dirette e indirette,
chi mente avea domava l'inimico.
Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette
bricconerie del guascon ch'io non dico,
le corna di Terigi e di Marfisa
e il disonor della magion di Risa.
71
Carlone, vecchio rimbambito, ascolta;
e perch'egli era d'impression gagliarda,
appena ebbe Rugger data la volta,
chiama il guascon, che un momento non tarda,
e disse:--Sappi che, se una sol volta
andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda,
io te lo giuro da quel re che sono,
che ti farò morir senza perdono.--
72
A Gano Filinor racconta il caso.
Il Maganzese corre a Carlo Magno,
e come bufol menalo pel naso,
narrando la faccenda da mascagno;
tanto che il rimbambito è persuaso,
e in rabbia con Rugger batte il calcagno;
e rivocando i primi ordini suoi,
disse al guascon:--Va' a far ciò che tu vuoi.--
73
Io so che mi dirá qualche lettore:
--È impossibil per queste frascherie
s'incomodasse un tanto imperatore.--
Rispondo ch'io non dico mai bugie,
e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore
per odii, per timor, per gelosie.
Dame e serventi, come le formicole,
volean dall'imperier cose ridicole.
74
Ecco di nuovo incomincia la tresca
de' nascondigli e degli amor secreti.
Terigi le minacce pur rinfresca,
quando il garbuglio stran Rugger non vieti.
Don Guottibuossi don Gualtier ripesca
e trova scuse, e gridano tra preti:
rattaccónanla un tratto, e quattro e diece;
ma alfin non c'è piú stoppa né piú pece.
75
Era un dí di quaresima, e nel duomo
per il predicator v'era gran piena,
ché si teneva inarrivabil uomo
per eloquenza e mente e voce e lena.
Predicava ogni dí che il volean domo
i suoi persecutor; ma:--La balena
--dicea--non teme il morsecchiar de' granchi,--
e Dio non vuol che l'uditorio manchi.
76
Un fraticel piú franco non fu visto.
Usa argomenti e prove non piú intese.
Saltava dalla passion di Cristo
ad una descrizion del mal francese.
Poiché dell'«attrazione» avea provisto
e «parti eterogenee» il paese,
e d'un trattato bel di notomia,
faceva il crocione e andava via.
77
La «predestinazione» usava farla
di sabato, perché gli altri oratori,
non predicando il sabato, ascoltarla
potessero con gli altri ascoltatori.
Ma la ragion probabile, a pensarla,
ch'ei spargesse di sabato i sudori,
era ch'essendo solo quella volta,
facea nel borsellin maggior raccolta.
78
Scrive Turpin che in questa sua fatica
avea detta una cosa bella assai,
cioè che Cristo nella storia antica
a Pietro disse:--Tu mi negherai;--
e che Pietro risposto avea:--Né mica;
ciò che dite, maestro, non fia mai;--
ma che Pietro alla fin l'avea negato,
siccome Cristo avea pronosticato.
79
--E sapete perché--gridava il frate--
Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo?
Questo fu: state cheti e m'ascoltate.
Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.--
Turpino scrive che le sputacchiate,
a questa distinzion tra Pietro e Cristo,
furon tremila cento e settantotto,
e che rise Dodon che gli era sotto.
80
Ma ripiglio la storia. Il fraticello
de' costumi del secol predicava.
Sedea Terigi proprio in faccia a quello,
che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava.
Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello
del guascon con disprezzo lo pigliava;
gli siede avanti, e talor si volgea
e lo guardava in viso, e poi ridea.
81
Parecchie asinitá, simili a questa,
dice Turpin che gli andava facendo;
ma l'ultima gli fu tanto molesta,
che fu quasi per trarre un guaio orrendo.
Una lettra il guascon poco modesta,
che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo,
e la tien tanto aperta e sí palese,
che leggerla potesse anche il marchese.
82
In fronte avea la lettera: «Cor mio!»
il contenuto non lo voglio dire;
basti saper che il fine era un addio
da far di tenerezza un uom svenire.
--Miserere di me, che mai vegg'io!--
disse Terigi e si poté sentire;
perch'ell'era una lettera, una manna,
di pugno proprio della sua tiranna.
83
Non si ricorda piú d'esser in chiesa,
né del predicador, né dell'udienza.
Si leva e corre con la faccia accesa,
come se lo cacciasse la scorrenza.
Dá d'urto negli astanti e fa contesa;
s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»:
fece rivolta come un Truffaldino,
arrabbiato, grassotto e piccolino.
84
Esce dal tempio alfine, a casa è giunto,
e don Gualtier, suo mansionario, chiama.
--Prete--gli disse,--è questo il duro punto,
ch'abbandono Marfisa, che non m'ama.
Non m'ama, mi tradisce! Son consunto:
si freghi dietro il suo titol di dama.
Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci:
questa scritta nuzial restituisci.--
85
Poi della lettra e del guascon sfacciato
gli narra. Don Gualtier facea stupori:
poscia in veste talare s'è avviato
alla magion di Risa a far rumori;
e poiché il caso e il comando ha narrato
del padron suo, la scritta trasse fuori.
Sopra d'un tavolin la pose, e poi
volge le spalle e va pe' fatti suoi.
86
Bradamante è caduta in sfinimento;
don Guottibuossi corre per l'aceto;
Ruggero è saggio e prova un gran tormento:
volea gridar, voleva starsi cheto.
Marfisa seppe il fatto e, come il vento,
spedisce Ipalca al guascone in secreto
a dirgli che, se il mondo rovinasse,
ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse.
87
Queste difficoltá, questi fracassi,
questi accidenti grandi da narrarsi,
eran per la bizzarra giuochi e spassi,
perocché andava dietro a immaginarsi
che nelle brutte e ne' talenti bassi
la vita cheta sol potesse darsi.
--Le marmotte--diceva--di pel tondo
non sono buone a tener desto il mondo.
88
Chi ha merito--diceva--il mondo tiene
sempre in discorso e in sé col guardo vòlto.
Che dica bene o male, o male o bene,
di questa cosa non mi curo molto.
De' bacelloni han delle sciocche pene,
ma i scempi non gli curo e non gli ascolto.
L'invidia e l'ignoranza può contendere,
ma il mondo è per metá sempre da vendere.--
89
Dalle commedie e da romanzi nuovi
traea gran parte de' suoi bei riflessi.
Nelle pubbliche piazze e ne' ritrovi,
nelle botteghe, e tra birri e tra messi,
si fanno ciarle intanto, e par che provi
ognun che il caso nato ben non stessi,
che buona cosa avea Terigi fatta
e che Marfisa era una bella matta.
90
Di Filinor la voce universale
dicea ch'egli era un cavalier briccone.
Ei va pensando riparare al male:
sfida Terigi con un cartellone;
che scelga il campo e l'arma; che a mortale
duello il vuol per la riputazione.
Terigi, grasso, pigro e piccoletto,
fu per morir quando il cartello ha letto.
91
L'onor non vuol che tardi alla risposta,
né che ricusi la disfida certo;
ma se guarda alla trippa mal disposta
e ascolta il cor, si ritrova diserto.
Chiama il prete Gualtieri:--Deh! t'accosta,--
dicendo, ed il cartel gli dava aperto.
Don Gualtier legge. Il caso del duello
non vo' dirvi per or, ch'è troppo bello.
FINE DEL CANTO SETTIMO
CANTO OTTAVO
ARGOMENTO.
Il duello non segue per la mente
di don Gualtier. Marfisa è screditata.
La corregge Ermellina. Agiatamente
Gano sen muore in forma inaspettata.
Bandito è Filinor: resta furente
Marfisa e fuor di modo disperata.
A Turpino arcivescovo Ruggero
chiede di porla a forza in monastero.
1
De' costumi del secol predicava
il fraticel, se vi ricorda, ho detto.
Pulitamente ogni punto toccava
dell'andazzo vizioso maledetto.
Nel suo quaresimal non si trovava
sermon che fosse, come quel, diretto,
della gola, dell'ozio e degli amori.
Le costure scuoteva agli uditori.
2
Delle miglior cucine di Parigi,
de' miglior letti e delle miglior tresche,
de' luoghi ove scorrevano i luigi
per gozzoviglie e per guanciotte fresche,
dove dell'allegria sempre i vestigi,
era, e del giuoco e delle piú dolci esche:
avea 'l frate studiato in fra l'untume
del secolo il sermon sopra il costume.
3
Donde sapea del secol la malizia,
perché vivea nel secol veramente;
ma al minacciar la divina giustizia,
il secol si rideva apertamente;
ché gli equivoci, i vini e la dovizia,
ch'egli ogni dí cercava in fra la gente,
facea che il detto: «Fa' quel ch'io ti dico,
non quel ch'io fo» non s'apprezzasse un fico.
4
Turpin sotto al suo ricco baldacchino
era nel duomo, e avea presso Dodone.
Si volse a quel, dicendo:--Paladino,
perdio! questo è un bel pezzo di sermone.
Dovria pentirsi il secolo assassino
a tai sudor di noi sacre persone.
Parmi che passi delle vostre colpe
questo sant'uom piú addentro che alle polpe.--
5
Dodon rispose:--Arcivescovo mio,
del secol questo frate ha detto il vero;
ma fatemi un piacer, se amate Dio:
i vostri frati radunate e il clero,
ché un giorno voglio lor predicar io,
e facilmente di provarvi spero
che il maggior mal, che nel mio secol sia,
deriva dalla vostra sacristia.--
6
Turpin prudente e grave partí zitto
con la sua cappa magna e il pastorale,
dicendo:--Un bel tacer non fu mai scritto.--
Benediceva il mondo universale,
ed alla mensa vescovil, che vitto
pareva d'Epicuro, la morale
rammemora del frate, disprezzando
gli stravizzi del secolo nefando.
7
Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono
a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta.
Altro non penso ed altro non ragiono
che fatti da lui scritti quella volta.
Ora a Terigi ritornar fia buono,
che la disfida del guascone ha tolta
a esaminar col cappellan, dicendo:
--Tu vedi, prete: -me tibi commendo-.--
8
Prete Gualtier non era senza testa:
conosce ben che il guascone era accorto;
che il gradasso facea nella richiesta,
perché Terigi era grassotto e corto.
E disse:--Nulla non temete; a questa
disfida io vi trarrò con lode in porto.
Qui deluder convien l'arte con l'arte,
come c'insegnan le moderne carte.--
9
Gli pose innanzi penna e calamaio,
dicendo:--Quel ch'io detto voi scrivete.--
Disse Terigi:--Io scrivo tutto gaio;
ma pensa a quel che detti, caro prete.--
Dicea Gualtier:--Ho il guascon nel mortaio.
Scrivete pur, ché non vi pentirete.--
E finalmente il buon Terigi scrisse
ciò che volle Gualtier, che cosí disse:
10
«Io Terigi, marchese e duca e conte
e signore di eccetera, al guascone
Filinor dice ch'egli ha le man pronte
al duello minacciato e lo spadone;
che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte,
di Senna in sulle rive, al torrione;
ma avverto Filinor che prima impari
che i duelli non seguon che fra pari.
11
Voi del re Carlo Magno e imperatore
di cavalier di camera nel posto
siete, e persona pubblica; io signore
privato son: sicché tutto all'opposto.
S'io v'ammazzo, vedete in qual errore
di lesa maestade incorro tosto.
Nessun mi può salvar dalla rovina
del fisco e della morte repentina.
12
Se voi mi trafiggete, io son privato:
v'è assai piú facil rattoppar la cosa.
Questa disuguaglianza è gran peccato
e una sopraffazione vergognosa.
Quando avrete l'incarco rinunziato,
non sará la disfida difettosa;
e allora al torrione oltre alla Senna
v'attenderò diritto come antenna».
13
Scritta la lettra, diceva Terigi:
--Non vo' mandarla, grida a tuo talento.
Può rinunziare, e allor, per san Dionigi!
venga a me l'olio santo pel cimento.--
Dicea Gualtieri:--Io sfido Malagigi
a ritrovar piú sano pensamento
co' suoi dimon. Non abbiate paura,
ché vi fa grande onor la mia scrittura.--
14
Questo viglietto il prete, buona lana,
fe' che Terigi a Filinor spedisce.
Al guascon la risposta parve strana:
pensa e ripensa e nulla stabilisce.
Lasciar l'incarco non è cosa sana;
questa risoluzion forte abborrisce,
perocch'è necessaria la prebenda:
e par che la risposta non intenda.
15
Replica la disfida e chiama vile
il marchese Terigi e poltroniere.
Gualtieri è corbacchion di campanile:
risponde che l'accetta con piacere;
ma che rinunzi prima, s'è civile,
il suo pubblico incarco all'imperiere,
e poscia che sará di lá dal ponte,
in sulla Senna, come un Rodomonte.
16
Comincia Filinor pubblicamente
a narrar per la piazza le faccende.
Terigi è in sull'avviso, e colla gente
narra la sua risposta e si difende.
Ognun gli dá ragione apertamente,
e la bassezza del guascon riprende.
Tutto Parigi entrato era in questione,
e si dava al marchese la ragione.
17
Ne' pubblici discorsi la canzona
finiva in sulle spalle di Marfisa.
Se le metteva in capo una corona
di pazza, d'immodesta e d'altra guisa.
Si sa che, quando un popolo ragiona,
ha piú valor chi muove maggior risa,
né si guarda alla dama o alla plebea
ne' titoli, ne' detti o nell'idea.
18
Se avea Marfisa amica donna alcuna,
si potea dir che questa era Ermellina.
La moglie del danese era quell'una
che sola le poteva star vicina.
Era una dama fatta in buona luna,
che si piccava d'esser indovina,
sincera, perspicace e di coraggio,
atta a dar un consiglio molto saggio.
19
Sentendo il mormorio de' susurroni
e lo sparlar contro Marfisa amica,
aveva detto a parecchi:--Bricconi
e della caritá gente nimica!--
Poi per andare a far le ammonizioni,
si fece portar via 'n una lettica,
e le stimate fece con le mani,
giunta a Marfisa, e disse:--Ho degli arcani.
20
Cara figliuola mia, tutto il paese
discorre che Terigi t'ha piantata.
Ma poco stimo il fatto del marchese:
piú mi trafigge l'altra intemerata;
ché mille lingue serpentine accese
t'hanno assai malmenata e screditata.
Si fanno sopra te discorsi orrendi,
come se fosti qualche... tu m'intendi.
21
Queste imprudenze, questi nascondigli,
il voler a tuo modo senza freno,
le lettere amorose, i tuoi puntigli
per certi Filinor sono un veleno;
e désti a sospettar sino a' conigli,
e a dir ch'è il tuon, dove appare il baleno.
Io ti difendo, ma una lingua sola
non può frenar d'un popolo la gola.--
22
Rispose allor Marfisa:--A modo mio
la vorrò sempre; non son piú ragazza.
Perché ho mente e intelletto e spirto e brio,
dal volgo ignaro son creduta pazza;
ma se innocente sono appresso Dio,
non bado a' pregiudizi della piazza.
Terigi, i maldicenti e le lor voci
io tengo dove soffiansi le noci.--
23
L'Ermellina soggiunse:--Adagio un poco,
cara sorella, non vi riscaldate.
Con questo furor vostro e troppo foco,
credendo farvi onor, vi rovinate.
Gesú, Giuseppe e la Madonna invoco,
e vi farò veder che v'ingannate,
e che il vostro cervello ha un po' di vizio,
credendo il mondo sempre in pregiudizio.
24
Sonvi tre leggi, e la divina è prima,
la seconda è del re che ci corregge,
forma il popol la terza in ogni clima;
benché non paia, ella è purtroppo legge.
L'ubbidir la divina e farne stima
fa, dopo morte, Dio pel ciel ci elegge;
chi la seconda offende, non fa bene,
perché ha morte, prigione ed altre pene.
25
Gli offensor della prima, al pentimento,
trovan misericordia ed han perdono.
Il re pietoso, ed anche oro ed argento,
fa cambiar la seconda nel suo trono.
Se il popol giudicato ha il portamento
di donna, d'uomo, o l'ingegno, non buono,
perdio! s'è santo ed ha cervel divino,
è un ladro, un traditor, un Truffaldino.
26
Le colpe innanzi a Dio non sono oscure,
il re co' suoi processi le fa chiare;
il mondo guarda, e fa sue conietture:
dritte o torte che sien, vuol giudicare.
E, verbigrazia, tu non vuoi misure
nel viver, nel parlar, nel praticare;
nel cor potresti anch'esser santa Rosa,
t'ha giudicata il mondo un'altra cosa.
27
E se viver pur déi del mondo in mezzo
con buona fama e con riputazione,
s'ei col giudizio t'ha posta nel lezzo
e sei del mondo in trista opinione,
dell'innocenza attenderai da sezzo
premio nel ciel, ma non fra le persone;
né t'appagar di qualche riverenza
d'adulazione o di concupiscenza.
28
Molto ben sa la legge nel suo core
la maritata, che le pose il mondo;
la sa la vedovella pel suo onore,
e la fanciulla la conosce a fondo:
ma la foia, il capriccio ed il furore,
la vanitá mena la mazza a tondo;
e maritate, vedove e donzelle
spezzan le leggi e fabbrican novelle.
29
Un «costume novel» detto è l'abuso.
Gli scrittoracci pieni di lussuria
co' lor riflessi aiutano il mal uso, '
perché godon veder le donne in furia;
e i giovinastri lor dicon sul muso
ch'è sciocco pregiudizio il far penuria.
Ma il mondo in pieno a chi non ha cervello,
credi, Marfisa, dietro fa un libello.
30
Scommetterei, sorella, che se sposa
t'esibisci al guascon, ch'è tuo piacere,
la tua gioia, il tuo core, la tua rosa,
e che speri che t'ami di sapere;
ei rivolge il discorso ad altra cosa,
facendo il sordo o albanese messere,
ché quanto piú vizioso è l'uomo e franco,
men vuol Marfise per ispose al fianco.
31
Credi alfin che la donna in suo contegno,
che dello stato suo la legge osserva,
laudata vien dal degno e dall'indegno,
e general riputazion conserva.
Questo sciôr matrimoni a un picciol segno
e del proprio capriccio farsi serva,
il cambiar Filinori a fantasia
e il cagionar duelli, è una pazzia.--
32
Dall'Ermellina in fuori, la bizzarra
un tal discorso non avria sofferto.
In sulla lingua avea la scimitarra;
pur disse cheta:--Io non credea per certo
che mi veniste innanzi con le carra
di riflession, ch'io dono al vostro merto.
Leggi o non leggi, universale o mondo,
io nulla intendo e nulla mi confondo.
33
Piú libera di me ne' portamenti
è la duchessa Fulvia de' Migliori,
e la reina Isotta fa portenti,
e la marchesa Ilaria co' signori.
--Allega delle matte piú di venti
in tua difesa, alfin poco t'onori
--disse Ermellina,--ch'anche i disperati
dicon:--Non sarem soli in fra i dannati.--
34
Orsú, tu déi lasciar cotesta vita
e devi Filinoro abbandonare.
Pónti in contegno, ed a Terigi unita
voglio vederti e il filo rappiccare.
La giovinezza fugge, e quando è gita,
sai che non suole addietro ritornare.
Ti ridurrai vecchiaccia ricusata,
abborrita, ridicola e muffata.--
35
Scrive Turpin che a questa volta sola
pianse Marfisa assai dirottamente.
Abbracciando Ermellina, la parola
non potea sciôr pel singhiozzar frequente.
Poi disse alfine:--Amica, la tua scola
non voglio disprezzar, sarò prudente;
ma dell'abbandonare il mio guascone
io non ho cor per tal risoluzione.
36
Caro colui! Quegli occhi, i capei biondi,
lo spirito elevato, l'eloquenza,
que' sospir caldi, i sguardi moribondi,
la franchezza, l'affabile presenza,
le erudizion che vaglion mille mondi,
quella non so qual nobile insolenza,
quel sprezzar snello e quella maggioranza
fanno che del cor mio non me n'avanza.
37
E' tiene un alfabeto regolato,
co' nomi e colle nascite a puntino,
d'ogni tenor, di qualunque castrato,
e d'ogni ballerina e ballerino,
e d'ogni cantatrice sa il casato,
l'abilitá, la vita e il vagheggino;
insomma un cavalier d'usanza nuova
piú pulito di lui non si ritrova.
38
Dio ti dica per me se delle mode
ei s'intende all'eccesso, e del buon gusto
e delle acconciature e delle code,
d'un abito, d'un drappo e d'un imbusto;
se in un teatro sa chi merta lode,
se d'un poeta sa decider giusto.
Di Marco e di Matteo nelle riforme
scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.
39
Ponlo con un cattolico, è cristiano;
ponlo con un eretico, ei s'adatta;
con un pagano, e' par nato pagano;
con un giudeo, giudeo sembra di schiatta.
Accorda tutto, è universale e piano,
e veramente sa come si tratta;
coltiva tutti, con ognuno è amabile,
e infine è un uom moderno, inarrivabile.
40
Io non posso, Ermellina; ti prometto
che sono indiavolata per colui:
non lascerò giammai quel caro oggetto;
mai piú, Ermellina, d'uom sí cotta fui.
Se tu provassi il foco c'ho nel petto
per le bellezze, per i merti sui,
tu piangeresti e mi compatiresti,
e per compassion m'aiuteresti.--
41
E qui Marfisa al collo d'Ermellina
piangeva e singhiozzava amaramente.
L'altra avea la corata tenerina,
e sapea ben che Amore era possente;
donde, commossa, scorda la dottrina,
comincia a lagrimar dirottamente,
e quando il singhiozzar le permettea:
--Convien lasciar... convien lasciar...--dicea.
42
Marfisa sempre va crescendo il pianto,
dicendo:--Io non lo posso, ché son morta.--
Intenerisce l'altra, che altrettanto
apre a un ruscel di lagrime la porta.
Ma finalmente disse:--Vedo quanto
sei spolpata d'amore; ti conforta.
Io scopro che a guarirti le parole
son vane e che un miracolo ci vuole.
43
E però del caffé, del cioccolate
io vo' mandare a certe donne sante,
acciò con le preghiere infervorate
ti facciano scordar cotesto amante;
ed io per tre domeniche ordinate
farò la comunion santificante.
Tu alla sacra famiglia fa' orazione,
e t'uscirá dal cor questo guascone.--
44
Marfisa alle sue massime rispose
pazzi detti del secolo d'allora,
che gli -Ottimismi- e l'altre opre famose
le avean mandato il cerebro in malora.
L'altra le mani agli orecchi si pose
fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora,
maledicendo l'ozio, gli scrittori,
il costume novello e i Filinori.
45
Quel di Guascogna intanto al torrione
di lá da Senna ogni dí passeggiava:
con lungo spaventevole spadone,
per far duello, il marchese aspettava.
Il marchese alla corte di Carlone,
a veder se l'incarco rinunziava,
manda ogni giorno; e pur lo trova saldo,
e lascia che passeggi nel suo caldo.
46
Poi di soperchiator gli dá la taccia
e lo predica vile e prepotente.
I paladini con scoperta faccia
condannan Filinoro apertamente.
A poco a poco fuggon la sua traccia;
dove son, non lo vogliono per niente;
come un codardo, un messo, un contadino,
non l'accettano piú nel lor casino.
47
Per sua maggior sventura il conte Gano,
suo direttore, a novant'anni giunto,
per il catarro è a letto, dalla mano
del medico sfidato, al duro punto,
né se gli può parlar, perché il piovano,
che con l'estrema unzion giá l'aveva unto
e gli accomanda l'anima, dicea
che andarlo a disturbar non si potea.
48
Berta piangente e mezza in sfinimento
dicea che certo ella gli andava dietro,
che si sentia nel cor presentimento,
che non potea soffrire il caso tetro;
e poi chiede al piovan se testamento
faceva il conte Gano, e di qual metro,
soggiungendo:--Piovano, io sono certa
che gli ricorderete la sua Berta.--
49
Il piovan rispondea:--State pur cheta,
ch'egli ha disposto con somma prudenza.
Un'anima di Dio, né piú discreta,
non ho trovata in altra mia assistenza.
Gran confession da dottor, da profeta!
gran sottile, illibata coscienza!
Ma giá sapete in quanta divozione
faceva ogni otto dí la comunione.--
50
Gano il suo testamento avea rogato,
e istituita una mansioneria
perpetua nel piovan che aveva a lato,
e in quello che in -pro tempore- faria.
Per ogni messa ordinava un ducato;
e inoltre un funeral commesso avia
di quarantotto torcie di gran peso,
incerto pel piovan di zelo acceso.
51
Trecento preti aveva anche ordinati,
e a ciaschedun di tre libbre un torchietto,
duemila sacrifizi celebrati
lo stesso dí ch'entrava in cataletto.
Infiniti legati a preti, a frati.
Della disposizione il resto ometto,
ché basta il dir del testamento quanto
vi fa veder che Gano è morto santo.
52
Il Maganzese mille tradimenti
aveva fatti e usate sodomie,
mandate in chiasso e in preda a' malviventi
le stuprate donzelle e per le vie,
ed infamati avea mille innocenti,
e fatti usurpi e truffe e ruberie,
né verbo si leggea nel testamento
di rifar danni o di risarcimento.
53
Lo volle morto Dio di novant'anni
sul letto ed affogato dal catarro;
ed i sacri leviti in grand'affanni
la santitá di lui misero in carro.
Deh, lettor mio, non creder ch'io t'inganni;
Turpin lo scrisse, io quel ch'ei scrive narro:
che al seppellir di Gano un cieco nato
guarí, perché il suo corpo avea toccato.
54
Sappiam che Dio per sua misericordia
talora a' tristi lunga etá concede,
perché con lui si mettano in concordia
un giorno o l'altro, e questo abbiam per fede.
Ma lo star con Gesú sempre in discordia,
testando alfin come di Gan si vede,
prete Turpin può ben scriver miracoli,
non porrei Gano mai su' tabernacoli.
55
Morto Gano, il guascon divenne come
un uom storpiato a cui la gruccia è tolta.
Ognuno a modo suo gli cambia nome,
e in ridicol lo mette e non l'ascolta.
Un fulmine gli venne in sulle chiome,
ch'ogni fortuna sua gli ebbe sepolta,
perché una legge nuova è fuori uscita,
che i duelli bandia, pena la vita.
56
Contro la legge egli era sfidatore:
fu rilasciato l'ordin di pigliarlo.
S'avvide il furbo, e di Parigi fuore
fuggí né si poté piú ritrovarlo;
e fu bandito come traditore,
con taglia a chi potesse ghermigliarlo.
Marfisa, come il bando udí gridare,
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