15
Lo staffier sol rimase che vedete,
e d'un altro staffiere il caval stracco.
Dissi:--Dall'una parte tirerete;
questo rozzon dall'altra, ch'io v'attacco.--
E giunsi qui come veder potete,
che ancor mi fo la croce per quel fiacco.--
Lo staffier stava fuor della memoria
e trasognato a udir sí bella storia.
16
Filinor di soppiatto l'occhiolino
fece al staffier ed ei l'intese tosto.
L'altro segue il racconto del cammino,
che un'altra baia nuova avea disposto.
Disse:--Sol mi rincresce un valigino,
che tenni pel viaggio sempre accosto,
con trentamila zecchin d'òr forbiti;
non m'avvedendo al fatto, addio, son iti.
17
Ed un portamantello io vedo ancora,
dove aveva alcun abito decente
(siccome un onest'uom di casa fuora
suol portar seco, andando a nuova gente);
e se n'è andato anch'esso alla malora,
con un brillante a cui non posi mente,
che m'è schizzato fuori dalle mani
nel combatter ch'io feci con que' cani.--
18
Molti del cerchio, udendo queste cose,
dicean basso:--È ben ver ch'egli è guascone.--
Altri, a' quai sembrar vero tutto suole,
tiravan gli occhi e avevan compassione.
Ma perché allora s'usavan parole
e fatti pochi per consolazione,
fuor che un commiserar di que' commossi,
a Filinor non s'offerser due grossi.
19
Marfisa altro non volle ad esser vinta
che bellezza nel putto e le avventure.
Veder gli parve una storia dipinta
di Marco romanzier nelle scritture.
Compianse i casi e die' piú d'una spinta,
perch'ospite suo fosse, e isforza pure;
ma Filinor, baciandole la mano,
disse ch'ospite andava al conte Gano.
20
--Invidio a Gano un commensal gentile
--disse Marfisa--come siete voi.--
Rispose l'altro con atto civile:
--Questa invidia è invidiabile fra noi.--
Soggiunse l'altra:--A Parigi c'è stile
delle conversazion: vedremci poi.--
--S'ubbidiscon--dicea l'altro--le dame.--
Terigi udiva e sol diceva:--Ho fame.
21
Mezzogiorno è suonato di due ore,
la maschera m'affanna e infastidisce.--
E poscia l'orivol metteva fuore,
dicendo:--Questa vita non gradisce.--
Marfisa rispondeva:--Mio signore,
dove tengono il tosco, io so, le bisce;
però non cominciate a fare il matto,
ch'io so come si lacera un contratto.
22
Non mi diceste un giorno:--A me fia grato
tutto quel ch'è piacer vostro, illustrissima?--
Terigi, tra balordo e disperato,
fece una riverenza profondissima.
Rise Marfisa e sul viso gli ha dato
con il ventaglio, ch'era leggiadrissima;
e finalmente ognuno a pranzo andava.
In casa a Gano Filinoro entrava.
23
Vide a piè della scala Gan teneva,
come un gigante, un crocifisso Cristo.
Nel girar della scala che faceva,
eccoti innanzi un altro Gesú Cristo.
Nella sala maggior entra, e vedeva
la -Via crucis-. Per tutto c'è Cristo.
Filinor, ch'è golpon, tosto s'avvede
di qual umor sia Gano e di qual fede.
24
Si trae il cappello e con la testa bassa
mette un ginocchio a terra e fa la croce;
ad ogni passo si segna e s'abbassa,
borbogliando orazion con umil voce.
Ecco Gan da Pontier che di lá passa:
Filinor non si move piú veloce,
ma torce il collo e si picchia e sospira;
poi, quando gli par tempo, a Gan s'aggira.
25
E gli fa riverenza, e poi gli ha data
la lettera che a lui lo raccomanda.
Gan lo saluta e, la lettra sbollata,
vide per Filinor ciò che dimanda.
E disse:--Cavalier, vi sia donata
quant'assistenza io posso in questa banda,
e ben la meritate al parer mio,
ché mi sembraste col timor di Dio.
26
Chi in quel s'affida non può dubitare.
La coscienza netta è un gran conforto.
Io passai casi atroci, cose rare,
e mille volte dovevo esser morto.
Alle calunnie ed al perseguitare
io rispondeva sol:--Netto è quest'orto.--
La coscienza netta ed il timore
ch'ebbi sempre di Dio m'han tratto fuore.
27
Ma andiamo a pranzo omai, né vi crediate
queste parole abbia dette in mia lode.
Troppo son peccatore e ho meritate
l'arme di Dio, che tutto vede ed ode.--
Qui andaron al tinel, dove parate
son le vivande, ed altro ch'uova sode!
Pasticci si vedean, marmite piene,
zuppe, salvaticine ed ogni bene.
28
Qui stava Berta dal gran piè, consorte
del conte Gano ne' secondi voti;
Baldovin figlio, e della nera sorte
due frati grassi, in cèra assai devoti,
che facevan crocioni in sulle torte.
Giunto Gano, lettor, convien che noti
ch'ei volle a' frati levare il mantello,
dicendo che indulgenza era a far quello.
29
Poi, detto il -Benedicite- in tuon basso,
cominciasi a mangiare alla papale.
Diceva Gano a Berta a questo passo:
--Avete voi spedite allo spedale
quelle camicie rotte, e broda in chiasso
a' pover di contrada, che stan male?--
Ed anche quella carne che putia
--diceva Berta--ho data in cortesia.
30
Diceano i frati inarcando le ciglia:
--Oh pietá benedetta!--e rastrellavano.
--Sempre sará di Dio questa famiglia
e prosperata sempre;--e trangugiavano.
--Dammi ber--dicea Gano,--e il bicchier piglia
di scopulo che i servi gli recavano:
--Pel dí--dicendo--dell'eterne chiostre:
alla salute dell'anime nostre.
31
--Viva l'anima nostra--ognun dicea.
--Datemi ber, l'anima nostra viva.--
Si mangiava e scuffiava e si bevea
con una divozion contemplativa.
Filinor dissoluto i cor leggea,
e s'adattava al caso ed istupiva;
ma gli occhi ha chini e sta sí rattenuto,
che piú santo degli altri fu creduto.
32
Baldovino era un fanciullaccio rotto,
ma seguiva il costume di soppiatto,
ché in casa a Gan bisognava esser dotto
e far le iniquitá chete per patto.
Poco mangiava a desco e stava chiotto,
e va sonniferando tratto tratto.
La notte tutta alle puttane er'ito,
tornato a giorno e poco avea dormito.
33
Berta, che lo tenea per suo mignone
ed era tenerissima del putto:
--C'hai tu?--dicea--mi fai compassione:
oggi tu mi se' tristo e spunto e brutto.--
Rispondea l'altro:--Ho un po' d'indigestione;
stanotte io discorrei pel letto tutto,
smaniai, sudai; se feci un sonnellino,
sempre sognai col defunto Angelino.
34
E' mi parea vederlo ogni momento
che seco m'invitasse in paradiso.
--Taci lá, pazzerel; ch'è quel ch'io sento?--
diceva Berta e lo guardava fiso.
Gan soggiungea:--Quand'io sogno un uom spento,
segno è dal mio dover mi son diviso;
se -De profundis- non gli ho detti, ho il torto
quand'io mi lagno di sognare un morto.
35
--Certo--diceano e' frati,--a sogni tali
i -De profundis- sono un gran rimedio;
ma rimedi sicuri e principali
sono le messe a levarci d'assedio.
--Lasciam questi discorsi, o commensali
--diceva Gano;--abbiate un po' di tedio:
per questo forestiere di Guascogna,
a me commesso, consigliar bisogna.
36
Egli è d'illustre casa e stirpe antica,
giovane e timorato del Signore.
Ebbe la sorte a' giorni suoi nimica:
chi ben vive sempre ha persecutore.
Venuto è qui per ritrovarla amica,
avere incarco e viver con onore,
raccomandato alla mia debolezza,
che, qual è, sempre a ristorar fu avvezza.
37
Angelin di Bordea, ch'era custode
del sigillo reale, è al ciel salito.
Chi può aver quell'incarco, molto gode.
Il parlamento de' porlo a partito.
Io non so con qual arte, inganno o frode,
Angelin di Bellanda è fuor uscito,
s'è dato in nota, non ha concorrenza.
De' far Filinor nostro esperienza.
38
Chiedon certe persone i boccon grassi
con una sicumera ed una esordia,
che sembra in barbagrazia a' capi bassi
debban ire i votanti di concordia.
L'incarco avuto, l'util va ne' spassi:
mai fanno un'opra di misericordia.
Per coscienza intendo Filinoro
dia concorrenza a questo barbassoro.
39
Tenterem, vederemo; a Carlo Mano
vo' ragionare; ho degli amici anch'io.
Possibil che disutile sia Gano!
Voi, Filinor, pregate intanto Iddio.--
Qui Filinor gli baciava la mano.
S'offerser tutti a questo lavorio.
Il pranzo era finito e, detto pria
l'-Agimus tibi gratia-, ognun partia.
40
Correan ventitré ore o poco meno.
Particolar invito era a Parigi
d'una conversazion famosa appieno,
che dava in casa il marchese Terigi
alla sua sposa dal viso sereno;
e aveva detto a don Gualtier:--Dirigi
tu la faccenda, e fa' che nulla manchi
perché non mi dileggin questi franchi.--
41
Io so, lettor, negli antichi poemi
talor goduto avrai qualche rassegna,
e letto: «Il tal passava, e par che tremi
il terren sotto alla schiera, all'insegna;
e il tal monarca da' paesi estremi
veniva dopo con sua gente degna,
armata di panziere o cuoio cotto
e con mazze ferrate e il giaco sotto».
42
Ma s'erano cambiati i paladini,
eran le lor rassegne anche mutate,
se i novelli costumi e i libriccini
d'altra sorta battaglie avean formate.
L'armature eran vaghi manichini,
brache alle cosce, tirate, attillate,
e d'un taglio mirabil vestimenti,
di velluto a giardino o guarnimenti.
43
Campi delle battaglie eran ridotti
casin, teatri e botteghe e saloni.
Armi da offesa, danar ne' borsotti,
carte da giuoco e finti paroloni,
teneri bigliettin, sospir dirotti;
e le cittá da far l'espugnazioni,
i ben de' troppo schiocchi o troppo arditi,
e le moglier de' poveri mariti.
44
Erano le rassegne come questa
ch'or dirò, dalle antiche differente.
Giá la ricreazione aveva presta
don Gualtier, mansionario diligente;
posta in ordin di torcie una tempesta,
e ciocche di cristallo risplendente,
non dico del Briati, che non c'era,
ma di Buemmia, cariche di cera.
45
Tavolin, ghiridoni, tavolieri
e carte e sbaraglin per tutto sono,
sedie co' lor piumacci ed origlieri
d'oro, ch'ognuna valea quanto un trono.
Piú candelotti con piú candelieri
v'erano che in Assisi pel perdono;
staffieri e cappenere una gran banda:
don Gualtieri è per tutto che comanda.
46
Terigi era cambiato di vestito,
se il primo fu d'argento, questo è d'oro;
tanta ricchezza ha intorno, è sí pulito,
che pareva quel giorno il bucentoro;
e sta sull'ale mezzo sbalordito
cosí grassotto e rosso, e di pel foro,
per ire ad accettare e a far gli onori
sino alla scala a' suoi visitatori
47
Con le man dietro passeggia, e pur chiede
agli staffier, che sono alla vedetta,
se comparir nessuno ancor si vede;
poi ripasseggia come un'anitretta.
S'affaccia a un specchio, spinge innanzi un piede,
e fa un inchin, poi lo raddoppia in fretta,
poi lo riprova infin ch'è persuaso:
sceglie il miglior per comparire al caso.
48
Talor la man sinistra al fesso mette
del giubberello, e spinge il quarto in fuori,
perch'era tempestato di stellette
e fiorellin che mandava splendori.
In mille scorci par ch'e' si rassette,
tal che rideano insino a' servitori,
e talor per ischerno alcun lo chiama,
dicendo:--E' par che capiti una dama.
49
Illustrissimo, certo ella vien via.--
Presto Terigi alla scala correa.
Colui diceva:--Ha preso un'altra via.
Perdio! che qui venisse mi parea;--
poi gli facea le fiche dietrovia.
Non dimandar se la ciurma ridea,
perocché fino i servi erano iniqui
allora e riformati dagli antiqui.
50
I primi alla rassegna erano giunti
certi cagnotti parigin diserti,
ch'aveano in cento vizi i ben consunti;
e van per case, e gli occhi han ben aperti,
per condannar gli addobbi e tutti i punti
dell'apparecchio, e per farsi ben certi
che ci fosse abbondanza di confetti,
di caffè, cioccolato e di sorbetti.
51
Il marchese Terigi a que' fa vezzi,
perché l'ignobiltá cerca aderenze;
far gli faceva di rinfreschi mezzi,
per turar ne' lor sen le maldicenze.
Ma converrá che alfin si scandalezzi,
o ch'egli abbia duemila pazienze;
ché tutte le finezze fien mal spese,
e rideranno a lungo del marchese.
52
Ecco una dama con belletto e nèi,
di settant'anni. Aveva ancora in bocca
sei denti, e d'uno forse errar potrei:
moglier di Sinibaldo dalla Rocca.
Terigi è pronto, e quattro e cinque e sei
e sette riverenze le raccocca;
la dama gli diceva questo solo:
--Marchese, son qui putti col vaiuolo?--
53
Terigi le rispose:--Non, signora;
ma perché mai mi domandate questo?--
Disse la dama:--Io non l'ho avuto ancora,
ed il pigliarlomi saria molesto,
perocché il meglio alle fattezze isfiora,
oltre che mi potrebbe esser funesto.--
Disse il marchese:--Non, in fede mia.--
La dama co' serventi passa via.
54
Un gran rumor venía su per la scala,
un ridacchiar femminile e maschile.
Terigi sta come terzuol sull'ala,
e si diguazza a comparir gentile.
Ecco un drappello giunto nella sala,
di dame e cavalieri, signorile.
La prima, che il saluta alla sfranciosa,
era una dama guercia spiritosa.
55
La seconda era piccola e ben fatta;
la terza grande e grossa e gigantesca;
la quarta è bella e sembra alquanto astratta,
ma gli occhi l'appalesano furbesca;
la quinta alcun diria che fosse matta,
ed era la cagion di quella tresca,
del sghignazzar che prima si facea,
perché ciò che dicesse non sapea,
56
e sempre ragionava alla distesa,
non guardando piú al nero che al turchino.
Talor dir cosa santa aveva intesa,
ch'era un'oscenitá da malandrino.
L'altre ridean quand'ell'era discesa,
buffoneggiando Avolio paladino,
ch'era servente a lei, siccome intendo,
e lo commiseravano ridendo.
57
Gli altri serventi delle quattro prime,
per fare alle servite cosa grata,
faceano anch'essi un sghignazzar sublime.
Avolio è furbo e accresce la chiassata,
dicendo sol:--De' gusti non s'estime
buon giudice nessun della brigata;--
e baciava la mano alla sua dama,
che nulla s'accorgeva della trama.
58
Fan con Terigi alcuni convenevoli,
passando poscia al campo di battaglia,
sempre ridenti, ironici e scherzevoli
con Avolio, il qual nulla si travaglia.
Giunsero poi due dame cagionevoli,
che avean le guance color della paglia;
l'una ha gran naso, e l'altra l'ha schiacciato,
e nondimeno hanno serventi a lato.
59
E dicendo al marchese:--Altri che voi,
non ci avrien fatte uscire oggi di casa,--
nel marziale agone andaron poi
l'una col naso e l'altra con la nasa.
Terigi alla risposta era infraddoi,
e alfin chiusa la bocca gli è rimasa,
ché non gli era venuto un complimento
da fare a quelle un bel ringraziamento.
60
Un risolino e un abbassar di testa
per quella volta esser dové bastante.
Dopo re Salomon si manifesta,
che pareva uno stinco di gigante,
con una dama giovinetta e mesta,
la qual dovea tenerlo per giostrante,
perché lo sposo non vuol per niente,
fuor che il re Salomone, altro servente.
61
Ughetto di Dordona era il consorte,
del costume novel non ben suaso;
ma perch'egli era pure un uom di corte,
il vecchio e il nuovo temperava al caso.
--S'usa il servente; e bene, abbi la Morte,--
disse alla moglie un dí, torcendo il naso:
e certo ad ogni passo Salomone
sputa catarro ed anima e polmone.
62
Un «oh!» s'udí nella sala all'arrivo
di Salomon, che il palagio rimbomba,
perocché a far le scale semivivo
era rimasto, e sfiata con la tromba.
La dama vergognosa il viso schivo
teneva e basso.--Povera colomba!--
dicean le genti burlone. Ella passa,
e non bada al marchese che s'abbassa.
63
Berlinghier la seguiva da lontano.
È senza dama il gentil Berlinghieri;
ma si vedea che non l'aveva sano
il core, e si leggeano i suoi pensieri;
ché va fiutando un gherofan c'ha in mano,
mostrando custodirlo volentieri,
tanto che s'apponea piú d'un francese
del giardin di quel fiore e del paese.
64
Veniva Otton la reina de' sardi
servendo poscia, ed ella è in gran furore,
e lo sgridava ch'era giunto tardi,
ché s'avvedeva ch'ei cambiava core.
--Se per altra--diceva--nel sen ardi,
dillo per tempo, cane, traditore.--
Otton si scusa, ma non istá salda
quella reina di natura calda.
65
La contessa d'Olanda è dietro a lei.
L'aveva udita e le disse:--Regina,
trattate com'io fo i serventi miei.
Non fate lor mai prego né moina:
se vengon, bene, io gli saluterei;
se no, non darei foco alla fucina,
perocché a mostrar lor zolfo e premura,
e' se la prendon poi senza misura.
66
Quel buona lana Ansuigi attendeva:
era alle ventitré l'appuntamento;
scoccaron l'ore e mai non si vedeva.
Questo petroccol m'ha recato il vento,
ed io, senz'altro dir, feci alto leva,
ché d'ogni po' di gruccia io mi contento.--
Aveva la contessa un prete a lato,
che pareva un orsaccio mascherato.
67
Fanno i lor convenevol col marchese
le dame, i cavalieri e quell'abate,
del qual si rise, ed era d'un paese
dove soffronsi in pace le risate.
Passarono alle offese e alle difese;
poscia dentro alle camere parate.
Terigi a non veder Marfisa langue.
In questo giungon due dame del sangue.
68
A veder queste due giugnere unite,
fu nel palagio universal stupore.
Per cagion mille tra nascoste e trite
star doveano disgiunte ed in livore.
Una di quelle delle piú scaltrite
era la schiuma, il puro estratto, il fiore;
l'altra ha un cervello da Dio benedetto,
che per poco scacciava ogni sospetto.
69
L'astuta è morta, cotta, innamorata
di quella dal buon core nel servente;
ma dovea star la tresca mascherata
per cose ch'io non dico per niente:
donde fingeva far la spasimata.
E l'amica, dell'altra diligente,
lungi da lei dicea che s'abbruciava:
ad ogni passo un bacio le accoccava.
70
--Dove anderete voi--dicea--dimani?
al passeggio, al teatro od alla corte?
Se voi andaste fra lupi e fra cani,
quand'io non son con voi, son colle morte.--
Poscia volgeva gli occhiolin marrani
al cavaliere e lo saetta forte.
Parea che gli dicesse a questo passo:
--Vedi, per te, cagnaccio, a che m'abbasso!--
71
La buona rispondea:--Concluderemo;
io vi ringrazio dell'amor cordiale;
come e dove a voi piace, andar potremo.--
Dicendo questo, avean fatte le scale.
Terigi va inarcandosi all'estremo.
Un de' serventi, altero e liberale,
sí gli strinse una guancia con due dita,
che fu il marchese per gridare:--Aita!--
72
Venne Giulia di Scozia, poetessa,
incolta con un po' d'affettazione.
Un codazzo di abati avea con essa,
pieni di adulazione e soggezione.
Portava una sua cuffia da dimessa,
guardava ognuno come in astrazione;
ma spicca al marchesino un complimento,
che lo fa ammutolir di stordimento.
73
Claudia, filosofessa di Bretagna,
scrignuta, nera e maghera venía,
che della moltitudine si lagna
e quel concorso intitola «follia».
--Beata--vien dicendo--la campagna!--
con un gobbo signor che la servia.
Loda la solitudine, arrabbiata,
perché la moltitudin non la guata.
74
Ermenegilda Galega è venuta,
orrida, nera, sperticata e lunga,
zoppa dal manco piè, sicché saluta
tutti alla parte manca, ov'ella giunga.
Né si de' creder ch'ella venga muta,
per storpio od orridezza che la punga,
perch'è un'indiavolata di Galizia,
piena di foco, d'arte e di malizia.
75
Aveva seco quindici serventi,
tutti gelosi di sí bella rosa.
Ermenegilda ride ed alle genti
dice:--Mirate cosa portentosa!
Costor son tutti innamorati spenti
di questa sfinge zoppa e mostruosa.--
Un tal disprezzo franco di se stessa
le faceva d'amanti quella pressa.
76
Era giunta Ermellina senza gale,
grassotta, allegra, semplice e sincera;
e col marito Aldabella morale,
con l'occhio in guardia, ruvida e severa.
L'antica imperatrice, ancor gioviale,
è quivi giunta ad onorar la sera,
ma in figura privata col danese.
Non dimandar se inchini fa il marchese.
77
Da Montalban non veniva Clarice,
ché Rinaldo le gioie le ha impegnate,
e le andrienne ad una cantatrice
ha date in don, le cuffie e le cascate.
Per la ricreazion questo si dice
dalle signore afflitte e addolorate;
ma lo diceano tanto allegramente
che dell'angoscia lor parean contente.
78
Apparve Conegonda borgognona,
per il cambiar de' serventi famosa,
alta, diritta, di bella persona,
ch'è del buon gusto suo molto orgogliosa.
Quattr'ore prima che suonasse nona,
incominciata ha l'opra portentosa
dell'acconciar del capo e del vestire,
per far le convitate sbigottire.
79
Vien col capo crollante ed ondeggiante,
con una guardatura dolce e grave,
e una veste ricchissima e galante,
che nel portarla è delle donne brave.
Astolfo è suo, mastro d'ogni amante,
dottissimo ammiraglio a quella nave,
ed era stato consiglier tre ore
a porle in sul toppé di gemme un fiore.
80
Parea la patriarchessa delle donne.
Il drappel de' feriti in fila abbonda,
ch'è un alfabeto quasi fino al conne,
dopo d'Astolfo dietro a Conegonda.
Non è da dir se quell'altre madonne
fan rigoletti, union, bisbiglio ed onda:
volean partire unite come un fiume,
in sul pretesto del suo mal costume.
81
Il marchese Terigi è disperato,
spalanca gli occhi tondi e parla e prega.
Astolfo è un matto assai considerato;
fa il sordo, ghigna e per nulla si piega.
Dodon, che de' costumi è giá informato,
piglia i mariti e gran ragione allega,
dicendo:--Le consorti abbian giudizio:
non è piú tempo di fuggire il vizio.
82
Invidia solo è quella che le irrita:
è troppo bella Conegonda e adorna.
Fará dell'altre un comento alla vita:
se fuggon, conto a voi punto non torna.
Conegonda ha eloquenza ed è gradita:
saprá scoprire a voi tante di corna.--
I mariti son pallidi, e tremando
a' serventi si van raccomandando.
83
Furon alfin le furie racchetate.
Turpino questo per miracol nota.
Seguon frattanto a giugner le brigate,
come lamprede ch'escon dalla mota.
Terigi ha l'anche e le tempie sudate.
A me gira il cervel come una ruota,
ché la rassegna è a torme ed a torrenti
di dame, cavalieri e di serventi.
84
Molte vecchie decrepite lisciate,
che aveano un arzanal di gale e fiori,
le sale di Terigi han profumate
d'un misto di cattivi e buoni odori;
e perché son ricchissime d'entrate,
han per serventi ragazzi signori,
che avean scarse mesate da' lor padri,
pur hanno gemme ed abiti leggiadri.
85
La maldicenza sopra a quelle vecchie
e sopra que' ragazzi corredati
faceva un mormorio come di pecchie,
infamando que' finti spasimati;
ma la satira giusta nelle orecchie,
in quel secol di franchi illuminati,
faceva quell'effetto che faria
lo sputar passeggiando per la via.
86
V'eran uomini seri alla sembianza,
degl'inglesi affettati imitatori,
che passeggiando duri in ogni stanza,
da filosofi muti osservatori,
studian dir pochi motti e di sostanza,
per comparir profondi pensatori;
ma il miglior de' lor detti dir potevi
che consista nell'esser pochi e brevi.
87
V'erano viaggiatori italiani,
illustri cavalier ne' lor paesi,
con ricche vesti e anella sulle mani,
derisi assai da' paladin francesi,
perch'erano, diceano, grossolani,
superstiziosi e non ben atei resi,
che le chiese ed i riti rispettavano
e il venerdí capponi non mangiavano.
88
Erano giovinastri appena usciti
dalle riforme e da' licei novelli,
che a' sensati sembravano storditi
nelle lor controversie e parallelli.
Strillavano argomenti non piú uditi,
con un vero martirio a' lor cervelli,
impuntigliati a riedificare
il modo di pensare e giudicare.
89
Perché erano stati stimolati
da' precettor del novello oriente
a dare un calcio agli scrittori andati,
a scrivere e pensar diversamente,
a scagliarsi nell'aria spiritati,
nuove idee divorando nella mente,
ché ingoiando di quelle, ognor sull'ali,
divenian dotti e stelle originali.
90
Donde quegl'invasati, andando in traccia
d'idee per l'aria e immagini novelle,
sperando nuove idee pigliare a caccia,
prendean farfalle in iscambio di quelle;
e poscia, disputando rossi in faccia
per comparire originali stelle,
credendo argomentare e dir ragioni,
sputavan farfallette e farfalloni.
91
Tuttavia sostenean che il pensar loro
era un astratto di geometria;
che degli antichi dettami il lavoro
erano pregiudizi e scioccheria.
Se si opponeva alcun del concistoro,
si dicevan l'un l'altro:--Andiamo via,
ché le nostre scoperte e il nostro ingegno
non han che far colle teste di legno.--
92
Poi schiamazzando andavan per le sale,
criticando ricamo e acconciature,
e vomitando il lor genio carnale
per le dame piú belle creature.
--Se aver potessi--dicevan--la tale...
--Cara colei... vorrei...--mille sozzure;
ch'era infin lor legittima scienza
leggerezza e brutal concupiscenza.
93
Cert'inni infami d'uno stile impuro,
che tenean per sublimi e lor diletti,
a Venere, a Priápo, ad Epicuro;
certe lorde canzon, certi sonetti
da far entrare in succhio un tronco, un muro,
recitavan que' dotti giovinetti;
e le spregiudicate in ratto e in gloria
studiavan appararli alla memoria.
94
Tebaldo, cavaliere di Provenza,
c'ha per entrata il titol di marchese,
ridotto industre dalla sua indigenza,
serviva dieci dame del paese,
ed era condottiere in diligenza
di tutte per un scudo l'una al mese.
Accordava con esse i punti e l'ore,
per esser puntual con le signore.
95
Aveano i punti e l'ore stabiliti
l'un dall'altro uno spazio conveniente,
perché Tebaldo er'uomo de' puliti,
né trasgredisce al patto di servente.
Giá i suoi dieci viaggi avea finiti,
condotte le servite diligente;
ma, pel correr qua e lá, giú per il mento
gli grondava il sudor sul pavimento.
96
Buon per lui che giravano staffieri
con cioccolata della piú squisita,
e biscottelli rossi, verdi e neri,
da ristorargli l'anima sfinita.
Con lodi sterminate a' credenzieri,
il buon Tebaldo esercita le dita,
né lascia le saccocce inoperose,
per fare il liberal colle virtuose.
97
Ardemia, nel buon gusto raffinata,
massime nel dar bella educazione,
una sua figlia avea seco menata
per far stupire la ricreazione.
Quella agli ott'anni appena era arrivata,
ma a sé fa volger tutte le persone,
perc'ha un vestito di mirabil taglio:
fa risolini e scherzi col ventaglio.
98
La madre precettori le ha tenuti:
una -quondam- leggiadra danzatrice;
un mastro di cappella, che la aiuti
a imparar ciò che lice e che non lice,
e a far svenire i maschi sugli acuti
e in sui bemolli a un passaggio felice;
ed un maestro di lingue straniere,
perch'ella fosse un'arca di sapere.
99
Fa passi misurati e pettoruta
cinguetta a chi dianzi se le para:
con occhio seduttore ognun saluta,
quella moral seguendo ch'ella impara.
Di ott'anni è civettina divenuta:
si udia suonar per tutto:--Oh cara! oh cara!--
onde Ardemia si gonfia e va superba
della sua figliuoletta Frine in erba.
100
Giunsero dei visetti femminini
tardi, senza serventi né mariti,
benedetti dicendo i libriccini
che i pregiudizi hanno da noi sbanditi.
Eran donne con passi mascolini,
che gli antichi riguardi avean smarriti:
venian sole, ma fiacche e riscaldate;
il diavolo sapea dov'eran state.
101
Eran le stanze tutte quante piene:
piú non sapea Terigi dove attendere:
per gl'inchin riscaldate avea le rene,
e non ha piú ceremonie da spendere.
In gran faccende è don Gualtier dabbene,
che avea le cere tutte fatte accendere;
ed è per tutto, e grida che si smoccoli
e si raccolga il gocciolar de' moccoli.
102
Era una bella cosa il cappellano,
in cappel largo ed in veste talare,
che venía, de' staffieri capitano,
le tazze de' gelati accompagnare;
e va diritto gridando:--Fa' piano,
ché tu potresti il vassoio versare.
S'io non ci fossi, credo che fareste
i gran marroni: oh che teste! oh che teste!--
103
Giá le moderne zuffe incominciavano,
i duelli, i terzetti ed i quartetti,
ed in quinto ancora battaglie appiccavano.
Tristi a que' che al schermir sono scorretti;
ché all'«ombre», alle «concine», che fumavano,
a' «trisette», a' «quintigli» ed «a' picchetti»,
si cambieran le lor borse in rigagni,
ed averan rabbuffi da' compagni.
104
In ogni parte il conflitto bolliva
de' giuochi delle carte e de' parlari.
Il drappel che non giuoca intorno giva
a sentir:--Coppe, bastoni e danari.--
Parecchi stan di dietro a qualche diva,
fingendo al giuoco i maestri o i scolari;
ma veramente in primo scopo avieno,
di scoprir qual avesse piú bel seno.
105
V'era Riccardo, il sir di Normandia,
un nobil divenuto poveretto,
che per venire alla funzione avia
preso a prestanza il giubbetto e il farsetto.
I paladin con poca cortesia
lo trafiggean dell'esser meschinetto,
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