85
Era a vedersi una scena faceta
Marfisa mezza ignuda con la spada,
che passeggia fanatica inquieta,
e Ipalca spaventata, che la bada
e che la guarda come una cometa,
non intendendo il fatto come vada;
ma finalmente ardita le chiedeva
la ragion del furor che l'accendeva.
86
Disse la dama:--Senti: s'egli è vero,
alla croce di Dio! con un pugnale
gli spacco il cor, lo mando al cimitero:
conoscerá Marfisa quanto vale.--
E detto questo, va come il pensiero.
Ipalca replicava:--Chi e quale?--
La dama irata si rivolge e dice:
--Ella è una cantatrice, cantatrice.
87
È saltimbanco, vende teriaca,
guadagna sulla moglie, fa il ruffiano,
e m'ha ficcata questa pastinaca,
il turco, l'assassino, il luterano!--
E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca.
Ipalca rispondeva:--Dite piano.--
Ma pure strologando indovinava
per qual ragion Marfisa furiava.
88
Di quel sospetto nulla piú fa sdegno
a Ipalca, che il sentire il traditore
si fosse sottomesso all'atto indegno
di dar la mano a una cantante e il core.
--Che sia ruffian--diceva--io mi rassegno,
ho pazienza che sia ciurmadore;
ma che una cantatrice sposata abbia,
santissimo Gesú, questo fa rabbia.
89
Io mi sento agghiacciar piú che nel verno.
Una cantante! oh, san Francesco mio!
una donna dannata in sempiterno,
per cui non ha misericordia Dio;
che ha mandate tant'anime all'inferno,
cantando in sul teatro e che so io!
una cantante, una scomunicata!
o Vergine Maria sempre laudata!
90
S'egli avesse sentito un cappuccino
a predicare un dí, com'ho sentito,
e gridare e sudar quell'angelino
contro queste donnacce da prurito,
e a provar che son diavol con l'uncino
sotto il belletto e sotto un bel vestito,
diguazzando una barba veneranda,
le avria il guascon lasciate da una banda.--
91
La stizza del sentir discorsi sciocchi
pose a Marfisa l'altra ira in bilancia,
e disse:--Non può far che l'ora scocchi;
t'immaschera al costume della Francia,
perocché le tue ciarle da pidocchi
gorgogliar presto mi farien la pancia.--
E brievemente andarono a vestirsi
per gir alla commedia a divertirsi.
92
E mascherate al teatro sen vanno,
l'una com'uomo e l'altra come dama.
Al numer diciassette picchiato hanno:
Ferraú tosto, per acquistar fama,
apre, mettendo Ipalca a saccomanno
con ceremonie, e quel momento chiama
felice, glorioso, e dá del resto;
ma Ipalca affatto era inesperta a questo.
93
Sei volte un'«umilissima» infilzando,
con rossor di Marfisa, entra e s'asside:
il sipario, che allor si andava alzando,
il complimento, grazie a Dio, recide.
La commedia si fa. Di quando in quando
si picchiano le mani e il popol ride,
e perch'ella era alquanto curiosa,
Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.
94
V'erano in essa di molti cristiani
posti in aspetto obbrobrioso e tristo,
preti papisti e frati veneziani,
ch'altro eran ben, che imitator di Cristo.
Ma tra gli altri cattolici romani,
entro a quella commedia un ne fu visto
d'un secolare spigolistro avaro,
che all'uditorio turco assai fu caro.
95
Il poeta pagan fingea che morta
fosse la moglie del divoto arpia,
e che i preti gli fossero alla porta
per le candele e per portarla via.
L'avaro, ch'era una persona accorta,
per l'avarizia spender non volia,
ma per unirla alla religione,
col piovan facea scena in un cantone.
96
--Per scarico--dicea--di coscienza,
piovano, confessar vi deggio il vero:
mia moglie, e ve lo dico in confidenza,
nulla credea ne' successor di Piero.
Le ho fatto correzioni in scandescenza,
ma le fatiche mie furono un zero;
morí secreta eretica in peccato,
né deve esser sepolta nel sagrato.--
97
Il piovano, ammirato e grave in viso,
faceva del zelante e del prudente,
dicendo:--A un caso occulto ed indeciso,
non si deve dar scandalo alla gente;
e poi so ch'ella è ita in paradiso,
e il posso dir d'una mia penitente.
Dovete anzi, di cere liberale,
farle un solenne onor nel funerale.--
98
Ciò che adduceva l'avaron marito
per non dar cere a quella sepoltura,
ciò che il piovan rispondeva perito
a voler torce di buona misura,
cagionava un dialogo fiorito,
di veritá ripieno e di natura,
a tal che i turchi pel rider scoppiavano,
e le lor brache larghe scompisciavano.
99
Ancor che fosse Marfisa affannosa
pel saltambanco che non giunge mai,
non tacque alla commedia scandalosa,
che il cristianesmo rinvilisce assai.
A Ferraú si volse dispettosa,
e disse:--Questi vostri commediai
sono troppo maledici e indiscreti
contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.--
100
Ipalca certo sarebbe fuggita,
ma giá dormiva alla seconda scena.
Ferraú con maniera assai pulita
disse a Marfisa:--Non vi date pena,
la politica nostra è stabilita,
nel far commedie in sulla turca scena,
di porre in tristo aspetto l'inimico,
per conservar nel popol l'odio antico.
101
In ludibrio si mettono i cristiani
e in una vista schifa e abbominevole,
acciò non si battezzino pagani.
La massima non sembra irragionevole.
Certo i vostri poeti son piú umani,
e le commedie loro han del piacevole;
e sembra, per voler retto decidere,
che vogliano i cristian far circoncidere.
102
Certi Macmud dipingono prudenti,
molto teneri in cor, molto pietosi,
certi bey, filosofi saccenti,
moralisti, divoti e generosi;
e per converso cristian malviventi,
marchesi ladri e conti pidocchiosi;
donde da noi si spera certo e crede
che vorrete abbracciar la nostra fede.
103
E inver sono infiniti i cristian vostri
che voi chiamate «turchi rinegati».
Fioccano a torme sempre a' templi nostri,
non senza alcuni preti e alcuni frati.
Forse annoiati son de' paternostri,
o poveri o viziosi o disperati;
ma forse anche i scrittor mal cauti fanno
cotesti disertor con vostro danno.--
104
Marfisa nelle spalle si rannicchia,
perocché quel discorso ha del preciso.
Ecco un che gentilmente al palco picchia:
è il ciurmador che avuto avea l'avviso.
Marfisa nel tabarro s'incrocicchia,
mettendo pria la maschera sul viso.
Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente
s'è mascherata alquanto goffamente.
105
In bocca la bizzarra un sassolino
si getta per confonder la favella,
caso che il ciurmador per rio destino
fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella;
ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino,
al viso, al favellare, alla gonnella,
alla disinvoltura, ed in sostanza
è Filinoro: è tronca ogni speranza.
106
Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto
nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio,
siccome il brodo nel paiuol ch'è surto
pel troppo foco e spinge insú il coperchio.
Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto,
che ha gran famiglia e nulla di soperchio,
non ha metá dolor di quel che prova
Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova.
107
Avea questo filosofo guascone,
poiché lasciò quel padre abate santo,
piantato il laico a piè, suo compagnone,
dormente un giorno e cotto piú che alquanto;
e venduto il destriere ed il rozzone
e i ricchi guarnimenti, trasse tanto
che poté tôr le poste e far viaggio,
piantar carote e cambiar personaggio.
108
Qui apparve abate, lá uffizial da guerra,
qua inviato secreto con arcani,
lá pellegrin che per gravi colpe erra,
e tenta d'elemosine i piovani;
in qualche castelletto, in qualche terra,
fu giuocator col diavol nelle mani,
perocché certo e' le sapeva tutte
e aggiunge alle dottrine di Margutte.
109
Protettor fatto d'una cantatrice,
vestito nobilmente e riccamente,
ei fu in sul punto, per quanto si dice,
ch'era il borsello suo convalescente.
In questa bella trovò la fenice,
amante men dell'altre fintamente,
ma non tanto fenice che donasse,
se prima il cavalier non la sposasse.
110
Avea raccolta questa verginetta,
tra onesti doni e le merci onorate,
d'orivuol, gemme e astucci una cassetta
e borse d'òr da esser venerate,
perché con sdegni casti e senza fretta
e con rifiuti le aveva acquistate,
con modesti atti e discorsi morali
e con le sette virtú cardinali.
111
Ma poiché molto il pericol, dicea,
d'ir sui teatri la mortificava,
ché la sua castitá, che salva avea
sino a quel punto, si perseguitava,
a sposar Filinoro discendea
e i santi acquisti in dote gli recava;
ma veramente l'accieca la brama
di sposar Filinor per esser dama.
112
Filinoro, filosofo in bisogno,
non ebbe alcun ribrezzo e se la prese,
dicendo in cor:--Tu sarai dama in sogno;
co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese;
quando ho danar, di nulla mi vergogno.--
E cominciò di smisurate spese,
e veste e giuoca e spende senza fine,
e tratta principesse e ballerine.
113
In poco tempo al verde s'è ridotto.
Alla dama consorte il ver celava;
pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto,
ad un sí triste segno sospettava;
ma finalmente scopre ch'egli è rotto,
che le vesti e le cuffie le impegnava,
e cominciava ad appiccar baruffa:
ma invan con Filinor si grida e sbuffa.
114
Che con moine, carezze e scherzetti,
quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere:
comincia in casa a condur degli oggetti,
paladini e milord che potean spendere;
gli pianta e parte al canto de' duetti
e di quell'arie che soleano accendere.
La dama sposa per necessitate
l'util modestie ha infin rinnovellate.
115
E perché giova in cosí fatta tresca
cambiar paesi e riuscir novelli,
questa coppia gentil piantò bertesca
e in diverse cittá vischio agli uccelli.
La dama, ch'era una lana sardesca,
al cavalier tenea stretti i borselli,
dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere,
si fece ciurmador, di cavaliere.
116
Ma lo faceva con magnificenza
e suoni e canti e livree ben guarnite.
La moglie in casa non facea credenza,
ed egli in piazza spaccia elisirvite;
e tenendo nel dua la rubescenza,
di qua, di lá le genti ha sbalordite.
Da pochi giorni in Saragozza egli era,
e in brieve nel palchetto è quella sera.
117
Quando riebbe la bizzarra il fiato,
fece forza a se stessa: discorrendo
col sassolino fitto nel palato,
molte richieste al guascon va facendo.
Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato,
alle dimande va soddisfacendo:
nelle risposte si fe' grande onore,
salvo che apparve un po' millantatore.
118
Non so qual fosse degli angeli bigi,
che inducesse la dama a far richiesta
a quel cosmopolita se Parigi
vedesse, andando in quella parte o in questa,
ché le pareva in chiesa a San Dionigi
veduto averlo a messa un dí di festa;
e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama,
l'avea veduto a far scherzi a una dama.
119
Disse il guascon:--È vero, è vero, è vero.
Era costei di famiglia elevata,
Marfisa detta, sorella a Ruggero,
morta per me, basita, spasimata.
Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero,
né so dir come l'abbia sopportata,
ché le puzzava il fiato ed era pazza,
ed anche anche non molto ragazza.--
120
Or qui Marfisa lascia ogni contegno,
allarga il suo tabarro, e strigne il pugno,
gridando:--O figlio di puttana, indegno!--
gli sciorina una nespola nel grugno.
La maschera le cade a questo segno,
la faccia ha calda piú che al sol di giugno,
e gli schiaffi e i cazzotti replicando:
--Becco, ruffian!--gridava trangosciando.
121
Ipalca è anch'essa smascherata e grida:
--Ponete, Dio, la vostra santa mano.--
Ferraú sembra incantato da Armida
e non intende questo caso strano.
--Olá, zitti, si calmi e si divida,--
gridava dal palchetto ogni pagano;
il teatro è commosso in tutti i lati,
e i comici si stan co' visi alzati.
122
Il guascon l'influenza vuol fuggire
e del palchetto aperto ha giá la porta:
di stizza la bizzarra ecco svenire;
nelle braccia d'Ipalca è mezza morta.
Ferraú non rifina di stupire,
e faceva la bocca d'una sporta;
ma divenne peggior la circostanza,
che il caso non è ancor brutto a bastanza.
123
Rugger dietro la traccia de la suora
a Saragozza assai stanco è arrivato.
Egli era tutto fango e tarda è l'ora:
a casa Ferraú l'uscio ha picchiato;
non che sapesse di Marfisa ancora,
né ch'abbia in Saragozza il piè fermato,
ma per non alloggiar nelle taverne,
che in Spagna son peggior delle caverne.
124
Ferraú gli era stato amico assai,
né spezza l'amistá religione.
Rugger gli aveva scritto sempremai,
mantenendo social correlazione.
Un servo al buio gli rispose:--Andrai
al teatro, se cerchi il mio padrone,
al numer diciassette, all'ordin primo.--
Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo.
125
Poiché gli ha consegnato il suo destriere,
vuol ire alla commedia, e giá s'avvia
stanco, con gli stivai, né vuol sedere,
ché Ruggero è un gioiel da compagnia.
Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere,
che, benché la commedia a mezzo sia,
la paga die' alla porta interamente
con un sussiego d'uomo indifferente.
126
Al numer diciassette è per picchiare.
--Questa è--dicea--delle belle sorprese;
in trasporto vedrò Ferraú andare,
venirmi incontro con le braccia tese.--
Ma spesso avvien il contrario al pensare.
Ardeano allor le premesse contese;
Filinor per fuggir da quella guerra,
sbuca e spinge Rugger col culo in terra.
127
Lasciando il paladino a gambe alzate,
trova la scala senza chieder scusa;
Rugger, che cerimonie ha immaginate,
si rizza con la mente assai confusa.
Entra nel palco, e vo' che giudichiate
se rimanesse con la testa busa;
Marfisa e Ipalca son senza bauta,
e tutta è sbottonata la svenuta.
128
Ferraú carta alla lumiera accende
ed alla dama suffumigia il naso;
l'entrata di Rugger nessun comprende,
perché son tutti stolidi del caso.
Rugger conosce ognun, ma nulla intende,
e duro duro nel palco è rimaso;
rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto
iscopron Rugger, ch'era qui giunto.
129
Ferraú con un «oh!» d'ammirazione
volle abbracciar l'amico e a mezzo resta;
Marfisa con un «ah!» di soggezione
rimase con la faccia bassa e mesta;
Ipalca con un «uh!» di confusione
si cacciò la bauta sulla testa;
Ruggero con un «eh» si morse un guanto,
ed io coll'ipsilon termino il canto.
FINE DEL CANTO UNDECIMO
CANTO DUODECIMO ED ULTIMO
ARGOMENTO.
Ritrova Orlando in luogo stran Morgante.
More il guascon per la filosofia.
Si dá un dettaglio general galante
di Carlo e Francia e della baronia.
Move la guerra Marsilio arrogante.
La bizzarra ha una fiera pulmonia:
guarisce mal, ché tisicuzza resta;
da pinzochera alfin caccia una vesta.
1
Della mia penna d'oca, alme annoiate,
questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro.
È -Marfisa- al suo fin, non dubitate;
non mi chiudete il caro udito vostro.
So che in picciol drappello siete state,
che lo stil mio non è pel secol nostro,
ma un rancidume italian che offese,
non essendo condito col francese.
2
Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei.
O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole.
Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei
scrittor, piú che di cose, di parole.
Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi;
sono squagliate omai le antiche fole;
ma perch'io tengo ancor di muffa un poco,
scandalezzando ognun, te, Febo, invoco.
3
Difendi almen la povera mia pelle
dall'ugne di seimila e piú Marfise,
che son rimaste vecchiette e donzelle,
perché non han le bizzarrie recise.
Tutte vorran di brigata esser quelle
in quella che Turpino un tempo mise;
e non varran proteste o apologie
con queste imbestialite anime mie.
4
Da' Nami avari, dagli Astolfi vani,
da' Terigi grossier, dagli Olivieri,
da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani,
Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri,
e Guottibuossi e Gualtier cappellani,
e tante dame e tanti cavalieri
che a quelli di Turpino han somiglianza,
mi salva: io non ho colpa né arroganza.
5
Solo i Marchi e i Mattei da San Michele
hanno alcune cagion d'irritamento,
ché fûro un dí molesti alle mie vele,
ma dicono:---Mea culpa- e me ne pento.--
Spegner non posso piú le lor candele,
che stan come memoria e monumento;
ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno,
cordiali baci ed amicizia avranno.
6
Al secolo torniam di Carlo Mano,
alle dolenti note di Turpino,
a Filinoro fatto ciarlatano,
alla bizzarra ed al fratel meschino,
a Dodon sciolto, al danese cristiano,
ad Orlando, ad ogni altro paladino,
perocché incominciando s'ha intenzione
di dare all'opra alfin conclusione.
7
Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa
non andò molto lunge dalle mura.
Cavalcò poche miglia alla ricisa,
con gran molestia d'una sua rottura,
dicendo:--Io sono il soccorso di Pisa;
il zelo v'è, ma stanca è la natura.--
Chiese notizie a parecchi villani,
la fece dire in chiesa a tre piovani.
8
Ma finalmente, stanco e appassionato
d'aver abbandonata Galerana,
che aveva innanzi agli occhi in ogni lato
per lui dolente e vecchia e poco sana,
la rottura e l'amor l'han consigliato:
è la speranza per Marfisa vana;
sicché tornò a Parigi di portante,
lasso come venisse da Levante.
9
Giunto a Parigi, Galerana attenta
volle gli fosser poste le coppette,
sei sopra i lombi, e grida:--Ch'ei le senta,--
ed una in sulla nuca, che fûr sette;
né mai fu lieta né mai fu contenta
se anche un servizial non se gli mette,
dicendo:--So ben io che un serviziale
a un riscaldato è la man celestiale.--
10
Dodone aveva scorsa l'Inghilterra,
invano di Marfisa ricercando.
Qui d'un suo portafogli, che disserra,
ben mille commession venne cavando,
ché al partir di Parigi un serra serra
aveva avuto di «vi raccomando»,
sentendo ch'ei di Londra va a' confini,
da cavalieri e dame e paladini.
11
Spiegando i bullettin, che avea riposti
per la gran fretta senza fare esame,
legge che astucci e oriuoli avean posti,
catene, tabacchiere e vasellame,
mille lavor fantastici e supposti,
e tutto d'oro e niente di rame;
indi guaine o vuoi stivali o guanti
per certe dita de' moderni amanti.
12
Certe manteche stimolanti ed atte
a risvegliar la snervata lussuria;
certi spiriti ed acque ad arte fatte,
che metton nelle reni della furia;
e cento libri osceni e cose stratte
contro contro al ciel, contro la romana curia,
e insegnamenti a creder solamente
nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.
13
Il bello era a veder ne' bullettini,
massime in que' che i libri ricercavano,
le scritte commession da' paladini,
di spropositi piene, che fummavano.
Parean note dell'arte de' facchini
a tal che appena si raccapezzavano;
pur volean libri usciti sul Tamigi,
per fare i letterati per Parigi.
14
Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo;
ma finalmente si metteva a ridere,
gridando:--O paladini, o secol, quanto
cercate il mal dal ben scêrre e dividere!
Beata etá, se tanto mi dá tanto,
chi retto può dell'avvenir decidere?
Felici tutti i secol che verranno
dietro la traccia di costor che sanno.--
15
Arsi ha i viglietti delle ordinazioni
Dodone e verso Francia via galoppa,
dicendo:--O vili, o porci, o mascalzoni!
Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa.
Astucci d'oro, e d'òr repetizioni!
Color mi pagherieno alfin di stoppa.
Guaine, unguenti, libri da puttane!
M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.--
16
Cosí ridendo ed ora bestemmiando,
sprona il destriere e spaccia la campagna.
Ora troviamo un poco il conte Orlando,
che cerca invan Marfisa in Alemagna.
In una piazza a Vienna capitando,
gente vide che s'urta e si scalcagna,
che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava
al quale un carantano si pagava.
17
Sopra quell'uscio grande una gran tela
era appiccata, e un uom dipinto in questa:
parea formato il quadro d'una vela,
tanto è l'uom di statura disonesta.
Fuori è un che trangoscia e si querela
con voce roca, e sopra al quadro pesta
con una verga, e grida, e ognun consiglia
ad appagarsi della maraviglia.
18
Orlando guarda la trista pittura
del gigante ivi esposto, e crede certo
che ignota non gli sia quella figura;
pure il ritratto non conosce aperto.
La curiositá della natura
lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto;
entra ed iscopre con stupor davante
spettacol del casotto il gran Morgante.
19
Il Pulci in modo arcano lasciò scritto
che pel morso d'un granchio egli era morto;
ma per allegoria s'intenda il vitto
d'un casotto, e il suo fine un tristo porto.
Orlando fuor di sé, dal duol trafitto,
gridò:--Fortuna, è troppo grave il torto!
Com'hai ridotto in sí misero stato
un che con le mie mani ho battezzato?
20
Caro figlioccio mio, gigante degno,
chi ti condusse a tanta estremitade?
tu che meco domasti piú d'un regno,
spargendo il sangue per cristianitade?--
Morgante a questa voce, ad ogni segno,
conobbe Orlando suo, pien di bontade,
e si coperse con le mani il viso,
a un pianto abbandonandosi improvviso.
21
Il conte l'abbracciò teneramente,
e in una stanza trasse il suo gigante,
dov'è un gran pagliariccio puzzolente,
su cui dormiva il povero Morgante.
Quivi cresce di lagrime il torrente:
fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante,
e chiede al catecumeno suo monte:
--Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?--
22
Rispose quel:--Poiché mi battezzasti,
e ch'ebbi per Gesú tante ferite,
e tanti turchi col battaglio ho guasti,
vinte cittá, rotte schiere infinite;
giudicai d'aver fatto quanto basti
a meritarmi il pan per mille vite;
ma Carlo in pace, grasso e rimbambito,
ebbe nel dua chi l'aveva servito.
23
Tu sai del memorial ch'ho presentato:
ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese;
ed egli alfier mi fece riformato
con que' meschin cinque ducati il mese.
Giá conosci il mio ventre dilatato
e s'eran sufficienti per le spese:
ebbi tant'ira, caro paladino,
ch'io fui per farmi ancora saracino.
24
Molte donne cristiane parigine,
innamorate della mia grandezza,
m'avrien soccorso con un certo fine;
ma non vo' dirti la lor sfrenatezza.
Oh quai costumi! oh che buone farine!
perché la chiesa vostra ancor battezza?
Irato, stomacato, sbalordito,
ospite insalutato son fuggito.
25
Non volli abbandonar la nuova fede,
perché l'ho ancora in buona opinione.
Tu dicesti:--Esser cieco de' chi crede,
de' sperar, abbia o non abbia ragione.--
Sperando, sono andato sempre a piede;
servii, sperando, di guardaportone;
ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando:
partii cieco credendo e ognor sperando.
26
Pelle ed ossa, una mummia era ridotto,
sembrava la figura d'un sudario.
Videmi un cavaliere, industre e dotto
de' teatri e dell'opere impressario;
mi disse che, s'entrassi in un casotto
per lui, meco saria Cesare e Dario.
Risposi sí, ché vedeva la fame
e da tre dí vivea di fieno e strame.
27
Mi fece por sopra un gran carro chiuso
questo caritatevol ortodosso,
perché nessuno mi vedesse il muso,
per non aver pregiudizio d'un grosso.
Di cittade in cittá di me fece uso;
tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso,
e servo per le spese come il miccio,
la notte dormo in su quel pagliericcio.--
28
Morgante qui le lagrime rinnova,
che ognuna avrebbe empiuta una scodella;
i suoi merti rammenta e il duol che prova
per la prostituzione e si martella;
qualch'eresia gigantesca ritrova,
ché la disperazion lo discervella
e dice della fede e la speranza
cose contro gli arcani e la costanza.
29
Orlando molto lo rimproverava,
col viso brusco, sussiegato e fiero,
dicendo:--Anche nell'onde s'affogava,
perché mancò di fede, un dí san Piero.
Colle tribolazion Dio ti provava,
per veder s'eri buon cristian da vero.--
Disse il gigante lagrimoso e chiotto:
--È ver, ma risparmiar potea il casotto.
30
--No--grida il conte,--vessazion piú fiera
dell'esporti al casotto potea darti;
la berlina, la frusta e la galera
potean giugnere ancora a tribolarti.
Vedi che inaspettato questa sera
a Vienna m'ha spedito a sollevarti.--
Grato Morgante allora è al ciel rivolto,
ché frusta né galea non l'abbia còlto.
31
Coll'impressario il roman senatore
ebbe molte parole e molta pena
per liberar Morgante, ché il signore
ha una scritta peggior d'una catena.
Il conte è pien dell'antico furore;
colui non par che lo badasse appena,
e disse:--Piú non s'usano i bestiali;
cantan le carte e sonvi i tribunali.--
32
Dal suo procurator corre volando.
Ecco un messo togato viene ansante,
che intima una gran pena al conte Orlando
e nel casotto sequestra il gigante;
poi cita il senator, per non so quando,
a non so quale tribunal davante.
Quest'ordin, questo messo, queste carte
fecero smemorare il nostro Marte.
33
E cominciava gli occhi a stralunare,
dicendo:--O Dio del ciel, che cosa è questa!
può la giustizia un furbo spalleggiare?
qual è la triste azion, qual è l'onesta?--
E volea lo staggito via menare.
Morgante ride e crollava la testa,
dicendo:--Ecco per me, caro campione,
della galera la tribolazione.--
34
Molti tedeschi Orlando han consigliato
a non commetter criminal per certo,
perocché avrebbe in tutto rovinato
nel vero punto la question del merto.
--Voi avete avversario un avvocato
--dicean--ch'è ben inteso e molto esperto,
e saprá côr vantaggio in sui trapassi:
bisogna misurar l'ordine e i passi.--
35
--Qual ordine? quai passi?--il conte grida
quanto spender dovrò? quanto piatire?--
Diceano quei:--Se avrete buona guida,
basteran tre o quattr'anni a diffinire.
Chi volete del spender che decida?
non si misuran ne' litigi lire.--
Morgante ride e dice:--Conte mio,
tribolazioni che ti manda Dio!--
36
Non poté Orlando trattener le risa,
pensando al vecchio ed al nuovo costume.
--Questa spada tal causa avria decisa
a' giorni miei--dicea--senz'arte o acume.
Mille pupille e vedove in tal guisa
da tirannia levai, da mendicume.
A non poter trar fuori, or son ridotto
un da me battezzato, d'un casotto.
37
Giudici miei, non siate addormentati;
delle leggi si fanno iniqui abusi
da una caterva d'uomin scellerati:
deh! non sedete sonnolenti e ottusi.
Certi procurator, certi avvocati
fan mille oppression, mille soprusi,
temerari affidando alcuna volta
in chi dorme sedendo o male ascolta.
38
O siate vigilanti ad impedire
i lacci occulti, i forensi veleni,
o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire
per le proprie ragioni e i propri beni.
Questo è un voler far tisici morire
mezzi i soggetti vostri d'amor pieni,
ed un voler che chi non ha danari
sia pasto de' piú furbi e de' piú avari.
39
Dov'è quel mascalzon dell'impressario?
Non vo' consigli o fòro o citazione,
né star tre anni in mano col lunario
a legger ferie e dí di riduzione.
Non so di merto o d'ordine o divario,
non voglio prima istanza o appellazione:
piú non conosco la ragion qual sia;
voglio pagar la sua bricconeria.--
40
Or qui in maneggio quella lite andava
tra il conte Orlando e l'avverso avvocato,
il qual di cerimonie il caricava,
vantandosi sincero ed onorato.
Il conte d'un sudor freddo sudava
e chiude gli occhi e chiede esser spacciato.
Dunque per il real lucro cessante
cento zecchin fûr chiesti pel gigante.
41
Orlando gli pagò subitamente,
piú del solito guercio ma scherzevole,
dicendo:--Ella è un signor conveniente:
la richiesta è discreta e ragionevole.
La prego a riverirmi il suo cliente,
al qual parto obbligato ed amorevole.
Il cielo a lei mandi sempre lavoro
e quanto le desidero nel fòro.--
42
Il sir d'Anglante gli volse le schiene,
chiama il gigante e mettonsi in viaggio
verso Parigi.--Meco al male e al bene
starai--diceva Orlando,--ma sie saggio.--
Morgante rispondeva:--Io non so bene
se i saggi o i matti trovin piú vantaggio;
vedo nel mondo certe stramberie,
che saran chiare al novissimo die.--
43
Rispose Orlando:--Questo avvien, mi credi,
perché gli uomin si scostan dal Vangelo.
Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi,
e dicono:--Un sipario azzurro è il cielo,
e togli quel che puoi e quel che vedi;
e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo,
e stupra e strippa e procura dovizia,
ché dorme e si delude la giustizia.--
44
Tosto che fu trattato l'eroismo
da certi libriccini geniali
col titol di pazzia, di fanatismo
ne' martiri, ne' forti e ne' leali,
fu una conseguenza l'ateismo
e il far la societade d'animali,
ma d'animai tanto peggior de' bruti,
quanto di questi gli uomin son piú acuti.
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