dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si
era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in
mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata
dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per
vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore
imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di
Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un
onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso
dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu
lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario
Castello, due volte al giorno i reami ribelli, fattisi disertori della
sua causa. -- Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di
Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro
Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono
aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio,
trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della
Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e
l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveano i Romani per
l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di
questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano.
Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i
voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione
il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico
trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno
dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul
Vaticano[357].
[A.D. 1417]
Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta,
diritto goduto per tre secoli dal Senato[358]; e dalle monete coniate
col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie
delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo,
d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da
Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse
importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. -- 1. Il
contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la
molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i
Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città.
Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un
Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa,
assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire
sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il
riconobbero, allorchè la barca ove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma
gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona
artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la
città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte,
disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una
ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè
la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi
repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento
unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe
di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati
tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla
morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di
quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I
Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero
più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un
popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto,
gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a
sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che
era stata una fra le cagioni della sommossa. -- 2. Sotto il pacifico
Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le
menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti
di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per
l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per
possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere
raccolte le sue forze militari entro le mura della Metropoli, e
provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla
propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele
avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla
sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che
niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana
cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i
successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo
viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal
suffragio degli alemanni Elettori.
Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de'
Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati
andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e
il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero
e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362].
Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva essere
dottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta
miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale,
al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di
nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a
severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in
questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano
tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi
con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di
broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più
leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano
almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in
banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento,
che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la
podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il
superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di
misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione
estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i due
-collaterali-, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle
leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i
processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano
coteste leggi, che sembra lasciassero campo alle querele private e alle
unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il
Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della
giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del
territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano
quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli
stendardi de' -Caporioni- particolari, Capi di ciascun rione; e il primo
di questi Capi veniva distinto col grado e titolo di -Priore-. Il potere
legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee
generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro
predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre
classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra,
quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino
maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più
ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri
usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele
prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il
diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad
alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna;
le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via
di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano
in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile
indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo
collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a
mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580,
sotto il Pontificato di Gregorio XIII, e col consenso di questo
Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in
tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I
Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e
comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un
Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in
Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari
uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un
Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le
forme della Repubblica.
[A. D. 1453]
È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj
abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di
Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle
tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un
secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il
Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata,
possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio;
sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di
restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome
immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta
donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli
scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il
Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366] con cui viene dipinto
l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo
appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo
sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine,
pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a
prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo
ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a
difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva
colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo
Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le
vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom
traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato
ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime
infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i
divisamenti concetti; nè lungo tempo dovè aspettarla. In mezzo ai
giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo
attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione
generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco
punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo
a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra
obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore
della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei
Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non
pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei
diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi
partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane
intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il
giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della
Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in
mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il
contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e
in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante
acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi
di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa
tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo
tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento
soldati, e di quattrocento esuli, da lungo tempo avvezzi a sofferire e a
combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà
di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per
ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani,
giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa
e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare;
li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi
li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne
questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran
campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica».
Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il
Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove
assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi
un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un
armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore
l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e
moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia.
Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero
le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della
Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono
compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica
libertà[368]. Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la
loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è
veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali
sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il
più abbietto.
Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse
alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser
fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di
spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano
Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa
feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili
le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò
talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto
il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie
rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le
altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato
dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso,
Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le
sue alle vittoriose grida degli Orsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da
starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi
all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non
si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano;
e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la
moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato
ecclesiastico[370].
[A. D. 1500]
Le folgori spirituali[371] del Vaticano dipendono dalla forza che
l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla
ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora
nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla
violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo.
Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada
di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era
dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le
sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria
militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite
per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi
dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e
coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo
l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si
prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di
Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questa estesa e fertile
contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e
temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi
sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei
raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in
appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia
dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a
tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari
di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati
dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo
periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i
Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e
i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più,
eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia,
dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il
dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in
soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e
di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte
da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del
Settentrione e dell'Occidente, sotto gli stendardi di Carlo V,
distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e
Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed
ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una
disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del
possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e
riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte
l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre
offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per
cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de'
Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli
Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli
ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della
Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di
proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia,
pace e sommessione durate dalla metà del secolo decimosesto alla metà
del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e
dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo
rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro
il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino
allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai
nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi
del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza
soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà
e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni
de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente.
In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le
proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al
proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini
non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e
delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie
pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè
le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno
spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e
stagnante.
La dominazione temporale del Clero è sempre stato soggetto di censura a'
Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la
credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non
piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona
del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie,
trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure
calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe
dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non
soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe,
non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di
lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni
frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj
di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica,
privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere
grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro
alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de'
chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per
l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure
d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una
religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del
dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta
qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i
costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per
uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non
mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli
esempj di Pontefici degni di stare al paragone coi più grandi Potentati.
Il genio di Sisto V[377] si sollevò dall'oscurità di un convento di
Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e
di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli
scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378];
creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti
dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto
nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente
accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel
S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di
conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli
abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i
posteri di trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e
quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne
rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene
un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le
massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante
un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia,
dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione
dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto a me, che desidero morire in pace
con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non
offenderò volontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.
NOTE:
[280] Les -Mémoires sur la vie de François Pétrarque- (Amsterdam, 1764;
1767, 3 vol. in 4) presentano un'Opera abbondante di particolarità,
originale e gradevole assai; lavoro eseguito con impegno, e da tale che
avea studiati accuratamente e il Poeta, e i contemporanei del Poeta; ma
in mezzo alla Storia generale del secolo in cui visse l'eroe del
racconto, lui medesimo perdiamo troppo sovente di vista, e l'autore
comparisce talvolta snervato per troppa ostentazione di urbanità e di
galanteria. Nella prefazione posta al primo volume, l'abate di Sade
accenna, esaminando partitamente il merito di ciascheduno, venti
biografi italiani, che hanno trattato -ex professo- l'argomento
medesimo.
[281] L'opinione di coloro che voleano Laura essere solamente un
personaggio allegorico, prevalse nel secolo decimoquinto, ma i
circospetti Comentatori non s'accordavano, volendo alcuni che -Laura-
fosse la Religione, altri la Virtù, e persino la Santissima Vergine, ec.
-V.- le Prefazioni del primo e secondo volume dell'abate di Sade.
[282] Laura di Noves, nata verso l'anno 1307, nel gennaio del 1325,
sposò Ugo di Sade, gentiluomo di Avignone, che fu geloso, ma non, a
quanto sembrò, per effetto di amore, perchè contrasse novelle nozze,
sette mesi dopo la morte di Laura, accaduta nel 6 di aprile 1348, ventun
anni esattamente dal dì, che Petrarca, vedendola per la prima volta, si
accese d'amore per lei.
[283] -Corpus crebris partubus exhaustum:- l'abate di Sade, biografo del
Petrarca, e sì ardente di zelo e d'affetto per questo Poeta, discende in
decimo grado da un figlio di Laura. Gli è verisimile essere questo il
motivo che gli ha suggerito il disegno della sua Opera, e lo ha fatto
sollecito di rintracciare tutte le particolarità di una Storia sì
rilevante per la vita e la fama della sua progenitrice (-V.- soprattutto
il tom. I, p. 123-133, note, p. 7-58, e il t. II, p. 455-495, note, p.
76-82).
[284] La fontana di Valchiusa, cotanto nota ai nostri viaggiatori
inglesi, è stata descritta dall'abate di Sade (-Mémoires-, t. I, p.
340-359) che ha seguìto le Opere del Petrarca, e le sue proprie nozioni
locali. Essa per verità non era che un ritiro da eremita, e la sbagliano
assai que' moderni che nella grotta di Valchiusa mettono insieme Laura e
il suo amante.
[285] L'edizione di Basilea, del secolo decimosesto, senza additar
l'anno, contiene milledugencinquanta pagine, stampate in carattere
piccolo. L'abate di Sade predica con forza per una nuova edizione delle
Opere latine del Petrarca; ma io dubito se sarebbe nè molto proficua al
Tipografo, nè molto dilettevole al Pubblico.
[286] -V.- Seldeno, -Titles of Honour- (t. III delle sue Opere, p.
457-466). Un secolo prima del Petrarca, S. Francesco avea ricevuta la
visita di un poeta -qui ab imperatore fuerat coronatus et exinde rex
versuum dictus-.
[287] Da Augusto fino a Luigi XIV, la Musa de' poeti non è stata che
troppo menzognera e venale; pure io dubito, se in verun secolo, o in
veruna Corte, siavi mai stato, come alla Corte d'Inghilterra, un poeta
stipendiato coll'obbligo di somministrare due volte all'anno, e sotto
tutti i regni, e qualunque fosse l'occasione, una certa quantità di
versi, e una certa dose di cantici di lode da cantarsi nella Cappella
regia, e credo, alla presenza del medesimo Re. Mi esprimo con tanto
maggiore franchezza sulla ridicolosità di un tal uso, che non vi sarebbe
miglior tempo d'abolirlo siccome questo in cui viviamo sotto un Monarca
virtuoso, ed avendo per poeta un uomo sommo.
[288] Isocrate (-Panagir.-, t. I, pag. 116, 117, ediz. Battie.
Cambridge, 1729) vuole di Atene sua patria, la gloria dell'istituzione
αγωνας και τα αθλα μεγισαμη μονον ταχους και ρωμης, αλλα και λογων και
γνομης, -degli agoni e dei premj massimi non solo per la velocità e per
la forza, ma ancora per l'eloquenza e pel sapere-. I Panatenei vennero
imitati a Delfo, ma non v'ebbe ai Giuochi Olimpici alcuna corona per la
musica fuor quella che la vanità tirannica di Nerone si arrogò (Svet.,
-in Ner.-, c. 23, Philostrat. presso il -Casaubon. ivi-, Dione Cassio, o
Xifilino, l. LXIII, p. 1032, 1041, -Potter's greek Antiquities-, v. I,
p. 445-450).
[289] I Giuochi Capitolini (-certamen quinquennale- MUSICUM -equestre;
gymnicum-) vennero istituiti da Domiziano (Svet., c. 4) nell'anno 86 di
Gesù Cristo (Censorino, -De die Natali-, c. 18, p. 100, ediz.
Havercamp), nè furono aboliti che nel quarto secolo (Ausonio, -De
professoribus Burdegal-. V). Se la corona fosse stata conceduta a poeti
d'un merito straordinario, l'esclusione di Stazio (-Capitolia nostrae
inficiata lyrae, Sylv.-, l. III, v. 31) potrebbe darne a divedere qual
fosse il merito di coloro che concorrevano alle corone dei giuochi del
Campidoglio; certamente i poeti latini vissuti prima di Domiziano sol
dall'opinione pubblica furono coronati.
[290] Il Petrarca e i Senatori di Roma ignoravano che l'alloro fosse la
corona de' Giuochi Delfici, non quella de' Capitolini (Plinio, -Hist.
nat.-, XV, 39; -Histoire critique de la république des lettres-, t. I,
p. 150-220). I vincitori del Campidoglio venivano coronati con una
ghirlanda di foglie di quercia (Marziale, l. IV, ep. 54).
[291] Il pio discendente di Laura si è sforzato, e non senza efficacia,
a difendere la purità della sua progenitrice contro le censure di gravi
personaggi, e contro le derisioni del mondo maligno (t. II, -not.-, p.
76-82).
[292] L'abate di Sade descrive con molta esattezza tutto quanto alla
incoronazione del Petrarca si riferisce (t. 1, p. 425, 435, t. II, p.
1-6, not. p. 1-13). Questi racconti sono tolti dagli scritti del
Petrarca e dal Diario romano del Monaldeschi, che ha avuto il senno di
non frammettere alle sue narrazioni le favole di cui ne ha recentemente
presentati Sannuccio Delbene.
[293] L'atto originale trovasi pubblicato fra i documenti giustificativi
alle -Mémoires sur Pétrarque- (t. III, p. 50-53).
[294] Per avere prove sull'entusiasmo che il Petrarca nodriva per Roma,
voglia soltanto il leggitore aprire a caso le Opere dello stesso Poeta,
o quelle del suo francese biografo. Questi ha scritto il primo viaggio
del Petrarca a Roma (t. I, p. 323-335); ma in cambio di tanti fiori di
rettorica e di morale, sarebbe stato meglio che, per dilettare il suo
secolo e la posterità, il Poeta avesse offerta una descrizione esatta
della città e della propria Coronazione.
[295] Il Padre Du Cerceau, Gesuita, ha scritto la -Histoire de la
Conjuration de Nicolas Gabrini, dit de Rienzi, tyran de Rome, en 1347-,
Opera pubblicata a Parigi, nel 1748, in 12, dopo la morte dell'autore.
Ho tolti da quest'Opera alcuni fatti e diversi documenti che trovansi in
un libro di Giovanni Hocsemio, Canonico di Liegi, Storico contemporaneo
(Fabricius, -Biblioth. latin. medii aevi-, t. III, p. 273; t. IV, p.
85).
[296] L'abate di Sade che fa sì grande numero di scorrerie sulla Storia
del secolo decimoquarto, necessariamente ha dovuto trattare, come
proprio soggetto, una vicenda politica, che fece nel Petrarca una sì
viva impressione (-Mémoires-, t. II, p. 50, 51, 320, 417, not. p. 70-76;
t. III, p. 221-243, 366-375). V'ha luogo a credere che nessuna idea, o
nessun fatto accennati nelle Opere del Petrarca gli sieno sfuggiti.
[297] Giovanni Villani, l. XII, c. 89-104, in Muratori, -Rerum Ital.
script.-, t. XIII, p. 969, 970, 981-983.
[298] Il Muratori ha inserito nel suo terzo volume delle -Antichità
italiane- (p. 249-548) -i Fragmenta historiae romanae ab anno 1327,
usque ad annum 1354-, scritti nel dialetto che usavasi a Roma e a Napoli
nel secolo decimo quarto, con una versione latina a comodo degli
stranieri. Contengono questi le particolarità le più autentiche sulla
Vita di Cola (Nicolò) di Rienzi; erano stati pubblicati nel 1627, in 4.,
col nome di Tommaso Fortifiocca, del quale non parlasi nell'Opera, se
non se come d'uomo punito dal Tribuno per delitto di falso. La natura
umana rade volte è capace di una così sublime, o stupida imparzialità;
ma chiunque sia l'autore di tali Fragmenti, gli ha scritti sul luogo e
nel tempo della sommossa, e dipinge senza secondi fini e senza arte i
costumi di Roma e l'indole del Tribuno.
[299] La prima e la migliore epoca della vita del Rienzi, quella in cui
governò col carattere di Tribuno, trovasi descritta nel capitolo
decimottavo dei -Frammenti- poc'anzi citati (p. 399-479). Questo
capitolo, nella nuova divisione, forma il secondo libro della Storia,
che contiene trent'otto capitoli, o sezioni meno estese.
[300] A taluno forse non dispiacerà di trovar qui un saggio dell'idioma
che parlavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimoquarto: -Fo da soa
juventuine nutricato di latte de eloquentia, bono gramatico, megliore
rettuorico, autorista bravo. Deh como et quanto era veloce lettore!
moito usava Tito Livio, Seneca, et Tullio, et Balerio Massimo, moito li
dilettava le magnificentie di Julio Cesare raccontare. Tutta la die se
speculava negl'intagli di marmo le quali iaccio intorno Roma. Non era
altri che esso, che sapesse lejere li antichi pataffii. Tutte scritture
antiche vulgarizzava; quesse fiure di marmo justamente interpretava. Oh
come spesso diceva:- Dove suono quelli buoni Romani? dove ene loro somma
justitia? Poteramme trovare in tempo che quessi fiuriano!
[301] Il Petrarca raffronta la gelosia de' Romani col carattere facile
de' mariti avignonesi (-Mém.-, t. I, p. 330).
[302] I frammenti della -Lex Regia- trovansi nelle -Inscrizioni- del
Grutero (t. I, p. 242) e in fine al Tacito dell'Ernesti, con alcune
dotte annotazioni dell'editore. (t. II).
[303] Non posso omettere un sorprendente e ridicolo abbaglio del Rienzi.
La -lex Regia- conferisce a Vespasiano la facoltà di dilatare il
-Pomaerium-, vocabolo famigliare a tutti gli Antiquarj, ma non al
Tribuno, che lo confondeva con -pomarium- (verziere), e traducea lo
-Jardino de Roma, cioene Italia-; il quale significato adottarono e il
traduttore latino (p. 406) e lo Storico francese (pag. 33), meno
scusabili nella loro ignoranza. Che più? La dottrina del Muratori su
questo passo si è addormentata.
[304] -Priori- (Bruto) -tamen similior, juvenis uterque, longe ingenio
quam cujus simulationem induerat, ut sub hoc obtentu liberator ille P.
R. aperiretur tempore suo.... Ille regibus, hic tyrannis contemptus.-
(Opp., p. 536).
[305] Leggo in un manoscritto -perfumante quatro- SOLDI, in un altro
-quatro- FIORINI; differenza non lieve, perchè il fiorino valeva dieci
-soldi romani- (Muratori, -Dissert.- 28). Verrebbe dalla prima versione
che le famiglie di Roma ascendessero solamente a venticinquemila, la
seconda le porterebbe a dugencinquantamila; ma temo assai che la prima
versione sia più conforme allo stato di scadimento in cui trovavasi Roma
in allora, e alla poca estensione del suo territorio.
[306] V. Hocsemio, p. 398, presso Du Cerceau (-Hist. de Rienzi-, p.
194). Le quindici leggi pubblicate da questo tribuno trovansi presso lo
Storico che, per far più presto, chiamerò -Fortifiocca-, l. II, c. 4.
[307] -V.- Fortifiocca (l. II, c. 11). La descrizione di questo
naufragio ci dà a conoscere alcune particolarità del commercio e della
navigazione del secolo decimoquarto. 1. Il naviglio era stato costrutto
a Napoli, e noleggiato pe' porti di Marsiglia e di Avignone. 2. I
piloti, originarj di Napoli e dell'isola -Oenaria-, e meno abili dei
piloti siciliani e genovesi. 3. Lo stesso naviglio tornava allora,
costeggiando, da Marsiglia; assalito da una tempesta, si rifuggì alla
foce del Tevere, ma mancatagli la corrente, fu costretto a naufragare;
la ciurma, veduta l'impossibilità di salvarlo, scese a terra. 4. Questo
naviglio portava all'erario regio la rendita della Provenza, e contenea
molte balle di pepe, di cannella e drappi di Francia, per un valore di
ventimila fiorini, preda assai rilevante a quei giorni.
[308] Nello stesso modo un vecchio conoscente di Oliviero Cromwell, che
si ricordava di averlo veduto entrar goffamente, e con ignobile
atteggiamento nella Camera de' Comuni, fu attonito del contegno facile e
maestoso del Protettore sul trono (-V.- Harris's -Life of Cromwell-,
pag. 27-34, sulle testimonianze di Clarendon, Warwick, Witelocke,
Waller, ec.). Un uomo che senta il proprio merito e il proprio potere
assume facilmente le maniere confacevoli alla sua dignità.
[309] -V.- le particolarità, le cagioni e gli effetti della morte di
Andrea nel Giannone (t. VI, l. XXIII, p. 111, 130 dell'ediz. Bettoni,
Milano) e nelle -Mémoires sur la vie de Pétrarque- (t. II, p. 143-148,
245-250, 375-379, -not.-, p. 21-37). L'abate di Sade vorrebbe attenuare
il delitto di questa Regina.
[310] L'avvocato che arringò contro Giovanna di Napoli non poteva
aggiungere nulla alla forza de' ragionamenti espressi in poco nella
lettera di Luigi di Baviera: -Johanna! inordinata vita praecedens,
retentio potestatis in regno, neglecta vindicta, vir alter susceptus, et
excusatio subsequens, necis viri tui te probant fuisse participem et
consortem.- Giovanna di Napoli ha molti tratti singolari di somiglianza
con Maria di Scozia.
[311] -V.- l'-Epistola hortatoria de capessenda republica-, che il
Petrarca scrisse al Rienzi (-Opp.-, pag. 535-550) e la quinta egloga o
pastorale dello stesso Petrarca, allegorica dal principio al fine, e
piena di oscurità.
[312] Plutarco nelle sue -Quistioni romane- (-Opusc.-, t. I, p. 505,
ediz. gr. Enr. Stef.), pone sopra principj sommamente costituzionali il
genere semplice del poter dei Tribuni, i quali, propriamente parlando,
non erano magistrati, ma argini opposti alla magistratura. Era di lor
dovere ομοιουσθαι σχηματι, και σολη και διαιτη τοιε επιτνγχανουσι των
πολιτων... καταπατεισαιδαι δει, -assomigliarsi nel contegno, nell'abito
e nella vita ai seguaci dei cittadini.... il tribuno dee passeggiare-,
(è detto di C. Curione) και μη σεμνον ειναιτη τον δημαρχον οψει... οσω
δε μαλλον εκταπεινουται τω σωματι, τοσουτω μαλλον αυξεται τη δυναμει, -e
non essere d'aspetto severo in vista.... Quanto più comparisce umile
all'esterno, tanto più cresce in potere-. Ma nè il Rienzi, nè forse lo
stesso Petrarca erano in istato di leggere un filosofo greco. Ciò
nondimeno Tito Livio e Valerio Massimo, che entrambi studiavano,
avrebbero potuto instillar loro questa modesta dottrina.
[313] Non si saprebbe come tradurre in inglese questo titolo energico,
ma barbaro, -Zelator Italiae-[*], che il Rienzi assumea.
* -Forse desiderosissimo di una Italia- in italiano si accosterebbe al
concetto che Cola di Rienzi voleva esprimere. Dico si accosterebbe,
perchè -desiderare- non è -adoperarsi per ottenere-. -Studiosissimo-,
-zelantissimo- renderebbe meglio il -zelator-, ma senza un verbo col
segnacaso genitivo -di vedere, di creare-, si cadrebbe nell'oscuro, e
forse nel barbaro, anche in italiano. (-Nota del Trad. Ital.-)
[314] -Era bell'uomo- (l. II, c. I, p. 399). È da osservarsi che -il
riso sarcastico- dell'edizione di Bracciano non si trova nel manoscritto
romano pubblicato dal Muratori. Di ritorno dal suo primo esilio, veniva
dipinto siccome un mostro. -Rienzi traeva una ventrasca tonna trionfale
a modo de un abbate asiano or asinino- (l. III, c. 18, p. 523).
[315] Comunque stravagante possa sembrare una tal festa, se ne erano
vedute altre simili. Nel 1327, un Colonna e un Orsini furono creati
cavalieri dal popolo romano, che tentava questa via per avvicinare le
due famiglie; fu apprestato a ciascuno de' due candidati un bagno
d'acqua di rose; lor vennero apparecchiati letti con reale magnificenza,
e a S. Maria d'Araceli sul Monte Capitolino furono serviti dai venti
-buoni uomini-. Ricevettero indi da Roberto, re di Napoli, la spada di
cavalieri (-Hist. rom.-, l. I, c. 2, p. 259).
[316] Tutti credeano in quel tempo alla lebbra e al bagno di Costantino
(Petr. -epist. fam.- VI, 2); e il Rienzi, per giustificare in appresso
la propria condotta presso la Corte di Avignone, allegò che un divoto
Cristiano non poteva avere profanato un vaso di cui s'era servito un
Pagano. Cionnullameno quando venne lanciata contro il tribuno una Bolla
di scomunica, fra i motivi della medesima veniva anche specificato
questo delitto (Hocsemio, presso il Du Cerceau, p. 189, 190).
[317] Questa intimazione verbale fatta al Pontefice Clemente VI, narrata
dal Fortifiocca, e che trovasi in un manoscritto del Vaticano, viene
negata dal biografo del Petrarca (t. II, -not.-, p. 70-76); egli si
giova però d'argomenti più speciosi che atti a convincere. Non è
maraviglia, se la Corte di Roma non desiderò di entrare in una quistione
sì dilicata.
[318] Quanto ai due Imperatori rivali, che il Rienzi citò al suo
tribunale, è l'Hocsemio (Du Cerceau, p. 163-166) che racconta questo
tratto di libertà e di follia.
[319] È cosa singolare che il Fortifiocca non abbia fatto cenno di
questa coronazione, verisimile per sè stessa, e confermata dalle
testimonianze dell'Hocsemio e del medesimo Rienzi (Du Cerceau, p.
167-170-229).
[320] -Puoi se faceva stare denante a se, mentre sedeva, li baroni tutti
in piedi ritti co le vraccia piegate, e co li capucci tratti. Deh como
stavano paurosi- (-Hist. rom.-, l. II, c. 20, p. 409)! Gli ha veduti, ce
li fa vedere.
[321] La lettera, colla quale il Rienzi giustifica la condotta tenuta
verso i Colonna (Hocsemio, presso Du Cerceau, p. 222-229), svela al
naturale un mariuolo ad un tempo ed un pazzo[322].
[322] Trovo un concetto affatto identico nel Cantore del Ricciardetto.
«E v'è un misto di matto e di briccone.»
(-Nota dell'Ed.-)
[323] Rienzi, nella lettera che abbiam citata poc'anzi, attribuisce a S.
Martino il Tribuno e a Bonifazio VIII, nemici della Casa Colonna, a sè
medesimo e al popolo romano, la gloria di questo combattimento, che il
Villani (l. XII, c. 104) trasforma in una regolare battaglia. Il
Fortifiocca (l. II, c. 34-37) descrive partitamente e con semplicità il
disordine del combattimento, la fuga de' Romani, e la viltà di Rienzi.
[324] Parlando della caduta della famiglia Colonna, intendo qui
solamente quella di Stefano. Il Padre Du Cerceau confonde spesse volte
il padre ed il figlio. Dopo l'estinzione del primo ramo, questa Casa si
è perpetuata ne' rami collaterali da me non conosciuti in un modo
abbastanza esatto. -Circumspice,- dice il Petrarca, -familiae tuae
statum, Columniensium- domos: -solito pauciores habeat Columnas. Quid ad
rem? Modo fundamentum stabile, solidumque permaneat.-
[325] Il Convento di S. Silvestro era stato fondato e dotato dai
Cardinali della Casa Colonna a favore di quelle loro parenti che
volessero abbracciare la vita monastica, e la stessa Casa Colonna
continuò sempre a proteggerlo. Nel 1318 le religiose erano in numero di
dodici. Le altre figlie di questa Casa aveano la permissione di sposare
i lor cugini in quarto grado, dispensa fondata sul picciolo numero delle
nobili famiglie romane, e sulle strette loro parentele (-Mém. sur
Pétrarque-, t. I, p. 110; t. II, p. 401).
[326] Il Petrarca scrisse alla famiglia Colonna una lettera piena di
ricercatezza e di pedanteria (-Fam.-, l. VII, -epist.- 13, p. 682, 685).
Vi si vede un'amicizia annegata in mezzo al patriottismo. -Nulla toto
orbe principum familia carior; carior tamen respublica, carior Roma,
carior Italia.-
«-Je rends graces aux Dieux de n'être pas Romain.-»
[327] Polistore, autore contemporaneo che ha conservati molti fatti
originali, nè privi di vezzo per gli eruditi (-Rer. Ital.-, t. XXV, c.
31, p. 798-804), accenna oscuramente questa assemblea, e le opposizioni
che trovò il Rienzi nella medesima.
[328] Il P. Du Cerceau (p. 196-252) ha tradotti i Brevi e le Bolle di
Clemente VI contra il Rienzi seguendo gli Annali Ecclesiastici di
Oderico Rainaldi (A. D. 1347, n. 15-17-21) che trovò questi atti negli
archivj del Vaticano.
[329] Mattia Villani descrive l'origine, il carattere e la morte di
questo Conte di Minorbino, uomo -di natura incostante et sanza fede-.
Era stato avo del Minorbino un astuto notaio che arricchitosi delle
spoglie de' Saracini di Nocera, comperò indi la Nobiltà. -V.- il suo
imprigionamento, e gli sforzi fatti a pro del medesimo dal Petrarca (t.
II, p. 149-151).
[330] Mattia Villani (l. II, c. 47; l. III, c. 33-57-78) e Tommaso
Fortifiocca (l. III, c. 1-4) narrano le turbolenze accadute in Roma fra
l'intervallo della partenza e del ritorno del Rienzi. Non mi sono
fermato sulle amministrazioni del Cerroni e del Baroncelli che imitarono
unicamente il Rienzi, loro modello.
[331] Lo zelo di Polistore, l'Inquisitore dominicano (-Rer. ital.-, t.
XXV, c. 36, p. 819), ha, non v'è dubbio, esagerato queste visioni, non
saputesi nè dagli amici, nè dai nemici del Rienzi. Se questi avesse
affermato, che il Regno dello Spirito Santo sottentrava in vece di
quello di Cristo, che la tirannide del Pontefice doveva essere abolita,
non si sarebbe tardato a convincerlo di eresia e di ribellione, senza
dar disgusto al popolo di Roma.
[332] La maraviglia, e quasi gelosia, del Petrarca è una prova, se non
della verità di questo fatto incredibile, almeno della buona fede di chi
lo racconta. L'abate di Sade (-Mém.- t. III, p. 242) cita la sesta
epistola del lib. decimoterzo del Petrarca; ma egli ha consultato il
manoscritto reale, non l'edizione ordinaria di Basilea (p. 920).
[333] Egidio, o Gille Albornoz, Nobile spagnuolo, Arcivescovo di Toledo,
e Cardinale Legato in Italia (A. D. 1353-1367), restituì coll'armi e col
consiglio l'autorità temporale ai Pontefici. Sepulveda ne ha scritta la
vita; ma il Dryden non ha potuto ragionevolmente supporre che il nome di
Albornoz, o di Volsey fosse pervenuto all'orecchio del Mufti della
tragedia del -Don Sebastiano-.
[334] Il P. Du Cerceau (p. 344-394) ha tolta da Mattia Tillani e dal
Fortifiocca la sua relazione sulle azioni e la fine del Cavaliere di
Montréal, vissuto da ladro e morto da eroe. Capo di una compagnia libera
(la prima di queste bande che avesse ancora desolata l'Italia) si
arricchì e divenne formidabile; aveva impiegato danaro in tutti i
banchi, e a Padova, solamente, sessantamila ducati.
[335] Il Fortifiocca che non si mostra nè amico, nè nemico del Rienzi,
ne racconta con tutte le particolarità (l. III, p. 12-25) l'esilio, la
seconda amministrazione e la morte. Il Petrarca che amava il -Tribuno-,
intese con indifferenza la morte del -Senatore-.
[336] L'abate di Sade descrive in piacevole modo, e attenendosi allo
stesso Petrarca, la fiducia e le speranze deluse del Poeta (-Mem.- t.
III, p. 375-413); ma il maggior cordoglio, benchè il più nascosto, fu
per lui la corona che il Poeta Zanubi ottenne dalle mani medesime
dell'Imperatore Carlo IV.
[337] -V.- nell'Opera aggradevole ed esatta dell'abate di Sade le
lettere scritte dal Petrarca, nel 1334, a Benedetto XII (t. I, p.
261-265), nel 1342, a Clemente VI (t. II, p. 45-47) e nel 1336, ad
Urbano V (t. III, p. 677-691); l'elogio dell'ultimo di questi Pontefici
(p. 711-715), l'apologia del medesimo (p. 771); e si consulti (-Opp.- p.
1068-1085) ove si rinverrà il parallelo pieno di fiele che il Petrarca
instituisce fra il merito della Francia e quel dell'Italia.
[338]
-Squallida sed quoniam facies, neglectaque cultu-
-Caesaries; multisque malis lassata senectus-
-Eripuit solitam effigiem; vetus accipe nomen;-
-Roma vocor.-
(Carm. l. II, p. 77.)
Protrae una tale allegoria al di là di tutti i limiti, e sin della
pazienza dei leggitori. Le lettere in prosa che il Petrarca scrisse ad
Urbano V sono più semplici e più persuasive (-Senilium-, l. VII, p.
811-827; l. IX, -epist.- 1. p. 844-854).
[339] -In vece di credulità bisognava dire fede, o credenza, perchè
credulità significa credenza eccessiva senza motivi di credibilità. S.
Paolo scrisse- rationabile obsequium vestrum. -Si sa poi da quella parte
d'istoria Ecclesiastica risguardante i Papi specialmente, ch'essi furono
premurosissimi, per loro istituto, di tener fermi gli animi nella
credenza.- (Nota di N. N.)
[340] Non ho tempo di trattenermi sulle leggende di Santa Brigida e di
Santa Catterina: la seconda di queste leggende potrebbe somministrare
alcune dilettevoli storie. L'impressione che fecero sull'animo del Papa
è attestata dai discorsi tenuti da lui medesimo al letto di morte,
quando avvertì i circostanti -ut caverent ab hominibus, sive viris, sive
mulieribus, sub specie religionis loquentibus visiones sui capitis, quia
per tales ipse seductus- etc. (Baluzio, -Not. ad vit. pap.
Avenionensium-, t. I, p. 1223).
[341] Questa spedizione di scorridori viene narrata dal Froissard
(Chronique, t. I, p. 230) e nella Vita del Du Guesclin (-Collection
générale des Mémoires historiques-, t. IV, c. 16, p. 107-113). Fin
dall'anno 1361 la Corte avignonese avea sofferte violenze da bande
d'uomini della stessa indole, che indi attraversavano l'Alpi (-Mémoires
sur Pétrarque-, tom. III, p. 563-569).
[342] Il Fleury, seguendo gli Annali di Oderico Rinaldi, cita il
Trattato originale stipulato e sottoscritto nel dì 21 decembre, 1776,
fra Gregorio XI e i Romani (-Hist. eccl.-, t. XX, p. 275).
[343] La prima Corona, o -regnum- (Ducange, -Gloss. lat.-, t. V, p.
702), che vedesi far comparsa sulla mitra de' Papi, significa la
donazione di Costantino, o di Clodoveo. Bonifazio VIII vi aggiunse la
seconda per dare a divedere che i Pontefici, oltre al regno spirituale,
un regno temporale possedono. I tre Stati della Chiesa vengono
rappresentati dalla triplice Corona che adottarono Giovanni XXII, o
Benedetto XII (-Mém. sur Pétr-. t. I, p. 258, 259).
[344] Il Baluzio (-Not. ad pap. Avenion.-, t. I, p. 1194, 1195) cita
diverse testimonianze intorno alle minacce degli ambasciatori romani e
alla rassegnazione dell'Abate di Monte Cassino, -qui ultro se offerens,
respondit se civem romanum esse, et illud velle quod ipsi vellent-.
[345] Possono leggersi, nelle Vite di Urbano V, e di Gregorio XI,
Baluzio, (-Vit. pap. Avenion.-, t. I, p. 363-486), Muratori, (-Script.
rer. ital.-, t. III, part. I, pag. 613-712) il ritorno de' Papi a Roma,
e l'accoglienza che dal popolo ricevettero. Nelle dispute dello scisma
vennero esaminate severamente, benchè con parzialità, tutte le
circostanze; soprattutto allor quando accadde la grande verificazione
che decise sull'obbedienza della Castiglia, verificazione alla quale il
Baluzio, seguendo un manoscritto della Biblioteca di Harlay, rimanda sì
di frequente i proprj leggitori nelle sue note, p. 1281, etc.
[346] Può forse, chi crede l'immortalità dell'anima, ravvisare nella
morte un gastigo per l'uom dabbene? Mostrerebbe così una perplessità
nella propria fede. Ma un filosofo non può essere di concorde avviso coi
Greci ον οι θεοι φιλουσιν αποθνησκει νεος, -muore giovane chi è amato
dagli Dei- (Brunck, -Poetae Gnomici-, p. 231). -V.- in Erodoto (l. I, c.
31) la Novella e morale de' giovani d'Argo.
[347] Il Sig. Lenfant, nella -Storia del Concilio di Pisa-, ha compilati
e paragonati fra loro i racconti de' partigiani d'Urbano, e di quei di
Clemente, degl'Italiani e degli Alemanni, de' Francesi e degli
Spagnuoli. Sembra che gli ultimi si mostrassero più operosi e verbosi in
questa querela. Il loro editore Baluzio ha nelle sue -Note-
somministrate le prove sopra tutti i fatti e i detti che vengono narrati
nelle Vite di Gregorio XI e di Clemente VII.
[348] Sembra che i numeri adottati dai successori di Clemente VII, e di
Benedetto XIII, sciolgano a svantaggio della legittimità di questi
Pontefici la quistione. Gl'Italiani li chiamano, senza riguardo,
Antipapi, mentre i Francesi, dopo avere ventilate le ragioni d'entrambe
le parti, si limitano a dubitare e a tollerare (Baluz., -in Praef.-). È
cosa singolare, o piuttosto è cosa da non maravigliarsene, che l'una e
l'altra fazione ebbero Santi, visioni e miracoli.
[349] Il Baluzio si studia (-Not.- p. 1271-1280) a giustificare la
purezza e la pietà de' motivi di Carlo V, Re di Francia: «Questo
Principe ricusò di ascoltare le ragioni di Urbano; ma e i partigiani di
Urbano non ricusarono forse di ascoltare quelle di Clemente etc.?».
[350] Una lettera o declamazione pubblicata col nome di Eduardo III
(Baluzio, -Vit. papar. Avenion.-, t. I, p. 553), mostra con quanto zelo
la nazione inglese si movesse contra la fazione di Clemente; nè a sole
parole si limitò questo zelo. Il Vescovo di Norwick sbarcò a capo di
sessantamila fanatici sul Continente (Hume's, -History-, vol. III, p.
57, 58).
[351] Oltre a quanto narrano in generale gli Storici, i Giornali di
Delfino Gentile, di Pietro Antonio e di Stefano Infessura, nella grande
Raccolta del Muratori, ne danno a conoscere quai fossero in quella età
lo stato e le sciagure di Roma.
[352] Il Giannone (T. VI, l. XXIV, c. VI, p. 247, ediz. Bettoni) suppone
che Ladislao si fosse intitolato -Rex Romae-, benchè tale titolo più non
si conoscesse dopo l'espulsione dei Tarquinj. Ma si è scoperto in
appresso che conveniva leggere -Rex Ramae-, di Rama, oscuro regno
congiunto a quel di Ungheria.
[353] Qual precipua e decisiva parte abbia sostenuta il Regno di Francia
nello scisma di Occidente, leggesi in una Storia particolare, composta
sulla traccia di autentici documenti da Pietro Dupuis, ed inserita nel
settimo volume dell'ultima edizione dell'opera del Presidente De Thou,
amico dello stesso Dupuis (part. XI, p. 110-184).
[354] Giovanni Gerson, uno de' più intrepidi fra que' dottori, autore, o
per lo meno il propugnatore zelante di questo partito, regolò spesse
volte in ordine a ciò la condotta dell'Università di Parigi e della
Chiesa Gallicana, come egli medesimo ne parla a lungo ne' proprj scritti
teologici, dei quali abbiamo una buona compilazione eseguita dal Le
Clerc (-Bibl. choisie-, t. X, p. 1-78).
[355] Leonardo Bruni di Arezzo, un di quelli che maggiormente
contribuirono al risorgimento della letteratura classica nell'Italia, e
che, dopo avere servito parecchi anni alla Corte di Roma, qual
Segretario, abbandonò questa carica per assumere l'altra onorevole di
Cancelliere della Repubblica di Firenze (Fabr., -Bibl. med. aevi-, t. I,
p. 290). Il Lenfant nella sua Opera (-Concile de Pise-, t. I, p.
191-195) ne ha offerta la traduzione di questa curiosa lettera.
[356] Non posso passare sotto silenzio la grande lite nazionale che gli
ambasciatori dell'Inghilterra sostennero valorosamente contro quelli di
Francia. Pretendeano questi che la Cristianità fosse per essenza
scompartita in sole quattro grandi nazioni, l'Italia, l'Alemagna, la
Francia e la Spagna, sole, secondo essi, che avessero voce nella grande
contesa; e quanto ai Regni men vasti (la Danimarca, il Portogallo ec., e
vi aggiugnevano l'Inghilterra) non erano che compresi sotto l'una, o
l'altra di queste generali divisioni. Gl'Inglesi affermavano per parte
loro che le Isole Britanniche, di cui la principale era l'Inghilterra,
dovevano essere riguardate come quinta nazione, e quinta nell'aver voce;
e per rialzare lo splendore della loro patria ricorsero a tutti gli
argomenti che la verità e la favola ai medesimi suggeriva. Comprendendo
nelle Isole Britanniche l'Inghilterra, la Scozia, il paese di Galles, i
quattro Regni d'Irlanda e le Orcadi, presentarono questi territorj di
otto reali Corone, distinte per quattro o cinque lingue, l'inglese, la
gallese, il dialetto della contea di Cornovaglia, la scozzese e
l'irlandese; asserirono che la maggiore fra queste Isole era lunga, da
tramontana ad ostro, ottocento miglia, corrispondenti a quaranta giorni
di cammino; che la sola Inghilterra contenea trentadue contee, o
cinquantaduemila parrocchie (asserzione un poco avanzata) oltre alle
cattedrali, ai collegi, ai priorati, agli ospitali. Furono allegate la
missione di S. Giuseppe di Arimatea, la nascita di Costantino, la
legazione de' due Primati, ec.; nè venne posta in obblivione la
testimonianza di Bartolomeo di Glanville (A. D. 1360 ) il quale non
vedeva che quattro Regni nella Cristianità; 1. quel di Roma; 2. quel di
Costantinopoli; 3. quel dell'Irlanda, passato negl'inglesi Monarchi; 4.
quel della Spagna. Gl'Inglesi trionfarono ne' Consigli; ma per vero dire
aggiunsero grande peso alle loro fazioni le vittorie di Enrico V. Ser
Roberto Wingfield, ambasciatore di Enrico VIII presso l'Imperatore
Massimiliano I, trovò a Costanza le allegazioni d'entrambe le parti, e
le fece stampare a Lovanio nel 1517. Vennero indi più correttamente
pubblicate nella Raccolta di Vonder-Hardt (t. V), che si giovò di un
manoscritto di Lipsia; ma non ho veduto che la compilazione di tali atti
pubblicata dal Lenfant (-Conc. de Const.-, t. II, p. 447-453; ec.).
[357] Un Ministro protestante, il sig. Lenfant, che abbandonando la
Francia, si ritirò a Berlino, ha scritta con molta buona fede, diligenza
ed eleganza, la Storia de' tre successivi Concilj di Pisa, di Costanza e
di Basilea, in sei volumi in 4. La parte men pregevole di quest'Opera è
quanto si riferisce al Concilio di Basilea, la migliore, quella che
tratta del Concilio di Costanza.
[358] -V.- la -Diss. 27 delle Antichità- del Muratori, e la prima
-Istruzione della Scienza delle Medaglie- del P. Joubert e del Barone
della Bastia. La Storia numismatica di Papa Martino V e de' suoi
successori venne composta da due frati, Moulinet, oriondo francese, e
Bonanni, oriondo italiano. Credo però che la prima parte della Serie sia
stata rifatta con più recenti medaglie.
[359] Oltre alle Vite di Eugenio IV (-Rer. Ital.-, tom. IX, p. 869, e t.
XXV, p. 256) il Giornale di Paolo Petroni e di Stefano Infessura, sono i
testi più sicuri ed originali che si abbiano intorno alla ribellione de'
Romani contra Eugenio IV; il primo che vivea in que' giorni a Roma,
tiene il linguaggio di un cittadino, pavido, nella stessa guisa, della
tirannide de' preti e di quella del popolo.
[360] Il Lenfant (-Conc. de Basle-, t. II, pag. 276-268) nel descrivere
la coronazione di Federico III, segue Enea Silvio, spettatore ed attore
di questa sfarzosa cerimonia.
[361] Il giuramento di fedeltà che il Papa prescriveva all'Imperatore, è
stato registrato e consacrato nelle -Clementine- (l. II, tit. 9); ed
Enea Silvio, il quale si oppose a questa nuova pretensione del
Pontefice, non prevedea che dopo il volgere di pochi anni, ascenderebbe
egli stesso il trono di S. Pietro, e abbraccerebbe allora le massime di
Bonifazio VIII.
[362] -Lo senatore di Roma, vestito di brocarto con quella beretta, con
quelle maniche, e ornamenti di pelle, co' quali va alle feste di
Testaccio e Nagone-, non ferì forse gli sguardi di Enea Silvio; ma il
cittadino di Roma parla con ammirazione e compiacenza di una tal
circostanza.
[363] -V.- negli -Statuti- di Roma il -Senatore- e i tre -Giudici- (l.
I, c. 3-14), i -Conservatori- (lib. I, cap. 15, 16, 17; l. III, c. 4), i
-Caporioni- (lib. I, c. 18; l. III, c. 8), il -Consiglio segreto- (lib.
III, cap. 2), il -Consiglio comune- (l. III, c. 3). Il titolo delle
-querele domestiche-, delle -disfide-, e degli -atti di violenza-, ec.,
occupa molti capitoli (c. 14-40) del secondo libro.
[364] -Statuta almae urbis Romae auctoritate S. D. N. Gregorii XIII,
Pont. Max. a senatu populoque Rom. reformata et edita Romae, 1580, in
folio.- I vecchi statuti cadendo in disuso, nè convenendo più per
l'avvenire ai Romani, furono raccolti in cinque libri non pubblicati.
Luca Peto, dotto giureconsulto e antiquario venne incaricato di esserne
il Triboniano; per altro io m'augurerei il vecchio codice colla sua
rozza corteccia di libertà e di barbarie.
[365] Nel tempo ch'io stetti a Roma, e nel tempo parimente che vi
soggiornò il sig. Grosley (-Observ. sur l'Italie-, t. II, p. 361), il
Senatore di Roma era il sig. Bielke nobile svedese che aveva abbracciata
la religione cattolica. Gli Statuti accennano anzichè determinare i
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