diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il -nome- d'Imperatore, ma a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale. Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica. Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione, essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso. [A. D. 1144] L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma tali titoli venivano conceduti dagl'Imperatori, avvero i possenti cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado, della lor dignità[198] e fors'anche delle pretensioni che avevano di derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo, e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente forma ad una nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello. L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù, l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de' suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200] Come assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano alle leggi della città di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne' paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono, o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201]. Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza, annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne' tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura; distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città, questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale: nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo; ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi, gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che per una terza parte, mettendo in vece di lui un -patrizio-; ma un sì fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo, forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo, dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e della Repubblica[211]. In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte, prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici, sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea, purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero. Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore, egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi -Podestà-[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta. [A. D. 1252-1258] In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama, e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite, questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine. Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere, e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà, la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro, racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una grande colonna di marmo[215]. [A. D. 1263-1278] Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe, che già munito di potere independente, si trovasse in istato di difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno; talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice, mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV, che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al -nobile e fedele Martino-, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria loro Metropoli. [A. D. 1144] Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare. Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I, offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A. D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il -Siciliano- hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla -nostra- libertà, e alla -vostra- coronazione. Il nostro zelo e il nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo, introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra poco, e Roma nol vide. [A. D. 1155] Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che, ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma? Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222]. Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo, il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de' primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna. Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà. Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati, implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio. Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene. Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero? Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia? Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà. Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città, della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande stendardo, detto il -Carroccio- di Milano[226]. Estinta la Casa di Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici fossero deboli e rifiniti[227]. Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?) furono oggetto di terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo. Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate; ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma, spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro ambizione, sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de' primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano. Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più mai[230]; le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo, possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232] e di Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso di Tuscolo, e stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega, l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester. Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari, ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de' mercenarj stranieri. L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna del Signore[234]; sotto i primi Principi cristiani, la cattedra di S. Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de' Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle elezioni spariva per le sommosse di una città che non conoscea più superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi, l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179, instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il non partecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto, venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A. D. 1274)[238] pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla, vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune, o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de' Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il precetto della clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239] uno specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D. 1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i Romani[241] dinanzi alla Chiesa di S. Pietro; nel qual luogo, rimosso dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano legittimo[243]; e questo assalto tentato fuor di tempo contro il privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò. Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano, non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo, e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S. Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio, ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando; e appena giunti in Roma si chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione; veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate, delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di Francia[245]. Alle armi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto (A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano. Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna, aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo. Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo, ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperioso di cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma, preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj, l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli effetti[246][247]. [A. D. 1140] Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbe stata obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani, l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in Avignone[249], rimasta per oltre a settantasette anni[250] la fiorente residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del Venesino,[251] paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone. Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa la Sovranità d'Avignone, che non pagarono più di ottantamila fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria. [A. D. 1300] I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio, e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole, il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio, inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de' sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero. La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio; l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'-Anno Santo-[254], non fu men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300, la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce per implorare le indulgenze dell'Anno Santo -come era consueta cosa il concederle-. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna, vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de' pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S. Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino, di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria, spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de' suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla legge mosaica, dalla quale prese il nome di -Giubbileo-[258]. Si obbedì alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260]. Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi, spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262]; onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi, e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII, questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi, e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi mantenute[265]. La famiglia de' -Frangipani-, contò Consoli nel risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità ch'essa ebbe di -frangere-, dividere il suo pane col popolo in tempo di carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome i -Corsi- e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città entro il recinto delle proprie fortificazioni. I -Savelli-, di derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori l'antico soprannome di -Capizucchi-; i -Conti- hanno conservati gli onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli -Annibaldi-[266] debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza. Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di mestieri distinguere le famiglie rivali de' -Colonna- e degli -Orsini-, la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di Roma moderna. 1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome, ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di -Cavae-; possedeano per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di -Colonna- nella Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito, sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo, il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati. Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S. Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta; duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273]. Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura, fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?» -- «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o della Corte di Avignone. 2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica; convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e salda marmorea COLONNA[279]. NOTE: [161] -Cioè Gregorio II che fu eletto Vescovo di Roma circa l'anno 716, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000