facilmente diviene turbolenta e piena di gravi mali.- (Nota di N. N.)
[13] -V.- Calcocondila (l. VII, p. 186, 188), Duca (c. 33) e Marino
Barlezio nella Vita di Scanderbeg (pag. 145-146). La buona fede mostrata
da Amurat verso la guernigione di Sfetigrado fu un esempio ed una
lezione al figlio di lui Maometto.
[14] Il Voltaire (-Essai sur l'Histoire générale-, cap. 89, p. 283, 284)
ammira il -filosofo turco-. Avrebbe egli fatto lo stesso elogio ad un
Principe cristiano che si fosse ritirato in un Monastero? Il Voltaire
alla sua usanza era intollerante e bacchettone.
[15] Cioè -eremiti, o solitarj della religione maomettana, ch'ebbero
origine quattro secoli circa dopo la di lei fondazione, detti Santi da'
Maomettani-. (Nota di N. N.)
[16] -V.- nella Biblioteca orientale del d'Herbelot gli articoli
-Derviche, Fakir, Nasser, Rohbaniat-. Nondimeno gli scrittori arabi e
persiani hanno trattato leggiermente questo argomento, e fra i Turchi
soprattutto questa specie di monaci si è moltiplicata.
[17] Rycault, nell'opera, (-Etat présent de l'Empire Ottoman-, pag.
242-268) narra molte particolarità tratte da intertenimenti personali
avuti co' primarj Dervis, i quali per la maggior parte fanno ascendere
la loro origine al regno di Orcano; ma non fa menzione dei -Zichidi- di
Calcocondila (l. VII, pag. 286), fra i quali Amurat si ritirò. I -seid-
di questo autore sono discendenti di Maometto.
[18] Nel 1431, l'Alemagna mise in armi quarantamila uomini a cavallo, o
sergenti, per far la guerra agli Hussiti della Boemia (Lenfant, -Hist.
du Conc. de Bâle-, t. I, p. 318). Nell'assedio di Nuys sul Reno, nel
1474, i Principi, i Prelati e le città inviarono ciascuno il lor
contingente; e il Vescovato di Munster (che non è de' più grandi)
somministrò millequattrocento uomini a cavallo, seimila fanti, tutti
vestiti di verde, e dugento carriaggi. Le forze congiunte del Re
d'Inghilterra e del Duca di Borgogna erano appena eguali ad un terzo di
questi eserciti d'Alemanni (-Mém. de Philippe de Comines-, lib. IV, c.
2). Le potenze dell'Alemagna possono far conto sopra sei o
settecentomila combattenti ben pagati ed ottimamente disciplinati.
[19] Solamente nel 1444 la Francia e l'Inghilterra convennero di una
tregua d'alcuni mesi (-V. Foedera- del Rymer, e le -Cronache- delle due
nazioni).
[20] Nel descrivere la Crociata dell'Ungheria mi è stato guida lo
Spondano (-Annal. eccles.- A. D. 1443, 1444). Egli ha letti
accuratamente e paragonati coll'abilità di un vero critico gli scritti
de' Greci e degli Ottomani, le Storie dell'Ungheria, della Polonia e
dell'Occidente. Chiaro mostrasi ne' racconti, e allorchè può spogliarsi
dai pregiudizj religiosi, non sono da sprezzarsene le deduzioni.
[21] Ho tolta dal nome di Ladislao la lettera W, con cui lo cominciano
per la maggior parte gli Storici (-Wladislao-), o il facciano per
uniformarsi alla pronuncia polacca, o per distinguerlo dal suo rivale,
l'infante Ladislao d'Austria. Callimaco (l. I, part. II, pag. 447-486),
Bonfinio (-Dec.- III, l. IV), Spondano e Lenfant parlano diffusamente
delle gare di questi due principi per conseguire il trono d'Ungheria.
[22] Gli Storici greci, Franza, Calcocondila e Duca, non ci dimostrano
il loro Principe come personaggio molto operoso in questa Crociata.
Sembra che dopo esserne stato instigatore, l'abbia indi impacciata colla
sua pusillanimità.
[23] Cantemiro attribuisce al Caramano l'onore del divisamento citando
una lettera incalzante che scrisse al Re d'Ungheria. Ma le Potenze
maomettane son di rado istrutte degli affari della Cristianità, e la
situazione de' Cavalieri di Rodi e la loro corrispondenza danno a
credere che essi abbiano avuto parte a questo disegno del Sultano di
Caramania.
[24] Nelle loro lettere all'Imperatore Federico III, gli Ungaresi
ammazzarono trentamila Turchi in una sola battaglia; ma il modesto
Giuliano riduce il numero de' morti a soli seimila, o fors'anche duemila
Infedeli (Enea Silvio, in -Europa-, c. 5, et -epist.- 44-81, -apud
Spondanum-).
[25] -Siccome tanto i Cristiani che i Maomettani ammettevano ed
ammettono l'esistenza di un Esser Supremo, creatore e reggitore d'ogni
cosa, così ambidue i partiti, fecero in nome di lui il loro giuramento:
la differenza poi fra il dogma de' primi, e quello de' secondi è questa:
i Maomettani ammettono soltanto l'unità di Dio, cioè che c'è un solo Dio
senza trinità di persone, contro i politeisti, ossia idolatri, che
ammettono molti Dei; i Cristiani poi credono all'unità dell'essenza di
Dio, ed alla trinità della di lui persona, contro i Maomettani e contro
i politeisti ad un'ora.- (Nota di N. N.)
[26] -Non è da meravigliarsi che i Turchi maomettani sapendo, che i
Cristiani credono alla transustanziazione, abbiano chiesto che
giurassero l'osservanza del Trattato sul pane eucaristico, ossia mutato
nel corpo reale di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, pensando che
cotale giuramento legasse vie più le loro coscienze (non superstiziose
per quella credenza) che quello fatto sull'Evangelio.- (Nota di N. N.)
[27] -V.- l'origine della guerra de' Turchi e la prima spedizione di
Ladislao nel quinto e sesto libro della terza decade di Bonfinio, che
molto felicemente imita lo stile e l'ordine di T. Livio. Nondimeno
Callimaco (l. II, p. 487-496) lo supera in purezza di lingua ed
autenticità.
[28] Non pretendo farmi mallevadore per l'esattezza letterale del
discorso di Giuliano, le cui espressioni variano in Callimaco (l. III,
p. 505-507), in Bonfinio (-Dec.- III, l. VI, p. 457, 458) e in altri
Storici che hanno forse adoperata la propria loro eloquenza nel far
parlare gli Oratori di questo secolo; ma tutti s'accordano
nell'attribuirgli il consiglio dello spergiuro, che i Protestanti hanno
amaramente censurato, e mal difeso i Cattolici, cui tolse ogni coraggio
la rotta di Warna.
[29] Varnes, o Warna, era sotto la denominazione greca di Odessa, una
colonia di Milesj così chiamati ad onore di Ulisse (Cellario, t. I, p.
374. D'Anville, t. I, p. 312). Giusta la descrizione dell'Eussino data
da Arianno (p. 24-25, nel primo volume de' -Geografi di Hudson-) essa
era situata 1740 stadj lontano dalla foce del Danubio, 2140 da Bisanzo,
e 360 a tramontana del Promontorio del monte Emo che sporge nel mare.
[30] Alcuni Autori cristiani affermano che Amurat si trasse dal seno
un'ostia diversa da quella su di cui avea giurato di mantenere i patti
della negoziazione. I Musulmani più semplicemente suppongono ch'ei si
appellasse al -Profeta Gesù Cristo-, nella quale opinione sembra
accordarsi anche Callimaco (l. III, p. 516; Spondan., A. D. 1444, n. 8).
[31] Un critico giudizioso, crederà difficilmente a quegli -spolia
opima- di un general trionfante, ottenuti sì rare volte dal valore, e sì
spesso inventati dall'adulazione (Cantemiro, p. 90, 91). Callimaco (l.
III, p. 517) dice con più semplicità e verisimiglianza:
-Supervenientibus janizaris, telorum multitudine, non tam confossus est,
quam obrutus.-
[32] Oltre ad alcuni passi preziosi di Enea Silvio accuratamente
raccolti dallo Spondano, i nostri migliori testi sono tre Storici del
secolo XV, Filippo Callimaco (-De rebus a Wladislao Polonorum atque
Hungarorum rege gestis, libri III, in Bell., scriptor. rer. hungar.-, t.
I, p. 433-518), Bonfinio (-Décad.- III, l. V, pag. 460-467) e
Calcocondila (l. VII, p. 165-179). I due primi erano Italiani, ma
trascorsero la loro vita in Polonia e nell'Ungheria (Fabricius, -Bibl.
lat. medii infimae aetatis-, t. I, p. 524; Vossius, -De Hist. lat.-, l.
III, c. 8-11; -Dictionn. de Bayle-, Bonfinius) v. quanto al teatro della
guerra del secolo XV un Trattatello di Felice Petancio, Cancelliere di
Segnia (-ad calcem Cuspinian. de Caesaribus-, p. 716-722).
[33] Il sig. Lenfant ne fa conoscere l'origine del Cardinale Giuliano
(-Hist. du concil. de Bâle-, t. I, p. 247, ec.) e le guerre da esso
fatte in Boemia (p. 515, ec.). Spondano e il Continuatore di Fleury
raccontano, secondo le circostanze, i servigi da esso prestati a Basilea
ed a Ferrara, e l'infausto fine che ebbe.
[34] Syropulo fa un elogio ben generoso de' meriti del suo nemico (p.
117): τοιαυτα τινα ειπεν ο Ιουλιανος, πεπλατυσμε ως αγαν και λογικως,
και μετ’ επιστημης και δεινοτητος Ρητορικης, -disse Giuliano alcune cose
molto ampiamente e logicamente, e con sapiente e vigorosa rettorica-.
[35] -V.- Bonfinius (-Déc.- III, l. IV. p. 423). Come mai gli Italiani
poteano pronunziare senza vergogna, o il Re d'Ungheria ascoltare, nè
arrossirne, la ridicola adulazione che confondea il nome di un villaggio
della Valachia col soprannome glorioso, ma accidentale, di un ramo della
famiglia Valeria dell'antica Roma?
[36] Filippo di Comines (-Mém.-, l. VI, cap. 13) si fonda sulla
tradizione de' tempi, e tesse uno splendido elogio ad Uniade, chiamato
col singolar nome di Cavalier Bianco di Valeigne (Valachia).
Calcocondila e gli Annali turchi del Leunclavio però ne mettono in
dubbio il valore e la fedeltà.
[37] -V.- Bonfinio (Déc. III, l. VII, p. 492), e Spondano (A. D. 1457,
n. 17). Uniade ebbe comune la gloria di difendere Belgrado con
Capistrano, Frate dell'Ordine di S. Francesco; ma ne' lor racconti nè il
Santo, nè l'Eroe si degnano far menzione l'uno dell'altro.
[38] -V.- Bonfinio (Déc. III, l. VIII, Déc. IV, l. VIII). Ridondano di
sana critica le singolari osservazioni che ha fatte lo Spondano sul
carattere e sulla vita di Mattia Corvino (A. D. 1464, n. 1; 1475, n. 6;
1476, n. 14-16; 1490, n. 4, 5). La prima ambizione di questo Principe
era volta a meritarsi l'ammirazione degl'Italiani. Pietro Ranzani,
Siciliano, ne ha celebrate le imprese nell'-Epitome rerum hungaricarum-.
(p. 322-412). Galesto Marzio di Narni ha raccolte tutte le arguzie e le
sentenze di Mattia Corvino (p. 528-568); e abbiamo inoltre una relazione
particolare sul suo matrimonio e sulla cerimonia della sua
incoronazione. Queste tre Opere trovansi unite nel primo volume
-Scriptores rerum hungaricarum- del Bell.
[39] Ser Guglielmo Temple nel suo pregevole Saggio sulle virtù eroiche
(vol. III, p. 385 delle sue Opere) collegò Uniade e Scanderbeg ai sette
uomini che ad avviso di lui meritarono, senza averla cinta, una Corona;
Belisario, Narsete, Gonzalvo di Cordova, Guglielmo I, Principe d'Orange,
Alessandro, Duca di Parma, Giovanni Uniade e Giorgio Castriotto, o
Scanderbeg.
[40] Bramerei trovare alcuni Comentarj semplici ed autentici scritti da
un amico di Scanderbeg, ove mi venissero dipinti a dovere il luogo,
l'uomo ed i tempi. La vecchia Storia nazionale di Marino Barletti, prete
di Scodra (-De vita, moribus et rebus gestis Georgii Castrioti-, ec.,
lib. XIII, p. 367, -Strab.- 1537, -in fol.- ), non cel dà a divedere che
avvolto in bizzarri panni e carico di menzogneri ornamenti. -V.-
Calcocondila, l. VII, p. 185; l. VIII, p. 229.
[41] Marino tratteggia appena e con ripugnanza tutto quanto si riferisce
alla educazione e alla circoncisione di Scanderbeg (l. I, p. 6-7).
[42] Se Scanderbeg morì nel 1466, compiendo il sessantesimoterzo anno
della sua età (Marino, l. XIII, p. 270 ), ne deriva che nacque nel 1403.
Se in età di nove anni, -novennis- (Mar. l. I, pag. 1-6), fu dai Turchi
rapito ai genitori, sarà ciò accaduto nel 1412, vale a dire nove anni
prima che Amurat II salisse il soglio: questo Principe ereditò dunque,
non comprò egli lo schiavo albanese. Spondano ha osservata questa
contraddizione (A. D. 1341, n. 31; A. D. 1443, n. 14).
[43] Per buona sorte Marino ci ha istrutti delle rendite di Scanderbeg
(l. II, p. 44).
[44] Vi erano due Dibras, Dibras Superiore, e Dibras Inferiore, uno
nella Bulgaria, l'altro nell'Albania. Il primo distante settanta miglia
da Croia (l. I, pag. 17) era contiguo alla Fortezza di Sfetigrado, i cui
abitanti ricusarono di attinger l'acqua ad un pozzo, ove era stata usata
la perfidia di gettare un cane morto (l. V, pag. 139-140). Una buona
carta dell'Epiro ne manca.
[45] Si paragoni il racconto del turco Cantemiro colla prolissa
declamazione del prete Albanese (l. IV, V, VI), copiata da tutti quelli
che vennero dopo.
[46] Ad onore del suo Eroe, il Barletti (l. VI, p. 188-192) fa morire il
Sultano sotto le mura di Croia, di malattia per dir vero; ma questa
ridicola favola è smentita dai Greci e dai Turchi, che convengono
unanimemente sul tempo e sulle circostanze della morte di Amurat
avvenuta dopo.
[47] -V.- le sue imprese in Calabria, ne' libri IX, X di Marino
Barletti, ai quali può contrapporsi la testimonianza, o il silenzio del
Muratori (-Ann. d'Ital.- t. XII, p. 291) e dei suoi Autori originali
(Giovanni Simoneta, -De rebus Francisci Sfortiae-, in Muratori, -Script.
rerum Ital.-, tom. XXI, p. 728, ed altrove). La cavalleria albanese
divenne ben tosto famosa in Italia sotto il nome di Stradiotti (-Mém. de
Comines-, l. VIII, c. 5).
[48] Lo Spondano, fondato sopra ottime autorità e giudiziose
considerazioni, ha ridotto il colosso di Scanderbeg a proporzioni
ordinarie (A. D. 1461, n. 20; 1463, n. 9; 1465, n. 12, 13; 1467, n. 1).
Le lettere che lo stesso Scanderbeg scriveva al Papa e la testimonianza
di Franza, riparatosi a Corfù, vicino al luogo dell'asilo sceltosi
dall'Albanese, ne dimostrano le angustie cui si vide questi ridotto,
angustie che Marino cerca palliare con poco garbo (l. X).
[49] -V.- intorno alla famiglia de' Castriotti il Ducange (-Fam.
Dalmat.-, XVIII, p. 548-550).
[50] Colonia d'Albanesi citata dal sig. Swinburne nel suo viaggio alle
Due Sicilie (vol. I, p. 350-354).
[51] Chiara ed autentica è la Cronaca di Franza, ma invece di quattro
anni e sette mesi, lo Spondano (A. D. 1445, n. 7) attribuisce sette o
otto anni al regno dell'ultimo Costantino, fondandosi sopra una lettera
apocrifa di Eugenio IV al Re di Etiopia.
[52] Il Franza (l. III, c. 1, 6) è meritevole di confidenza e di stima.
[53] Supponendo che cotest'uomo fosse preso nel 1394, allorchè Timur
invase la Georgia la prima volta, (Serefeddino l. III, cap. 50), egli è
possibile che abbia seguito il suo padrone tartaro nell'Indostan,
nell'anno 1398, e di lì siasi imbarcato per le Isole degli aromi.
[54] I felici e virtuosi Indiani vivevano oltre a cencinquanta anni, e
possedevano le più perfette produzioni de' regni vegetabili e minerali;
gli animali vi erano di statura gigantesca, draghi di settanta cubiti,
formiche lunghe nove pollici (formica indica), pecore grandi come gli
elefanti, e anche elefanti grandi come pecore. -Quidlibet audendi....-
etc.
[55] Il nostro centenario s'imbarcò in una nave che veleggiava alle
Isole degli aromi, per trasferirsi a uno de' porti esterni dell'India,
-invenitque navem grandem ibericam qua in Portugalliam est delatus-. Un
tal passaggio descritto nel 1477 (Franza, l. III, c. 30), vent'anni
avanti la scoperta del Capo di Buona Speranza, è immaginario, o
miracoloso; però questa singolare geografia sente l'antico e vecchio
errore che collocava le sorgenti del Nilo nell'India.
[56] Cantemiro che chiama la figlia di Lazzaro Ogli, l'Elena de'
Serviani, mette l'epoca delle sue nozze con Amurat nell'anno 1424. Non
sarà cosa sì facile da credersi che durante ventisei anni in cui
stettero insieme il Sultano -corpus ejus non tetigit-. Dopo la presa di
Costantinopoli, ella si rifuggì presso Maometto II, Franza (l. III, c.
XXII).
[57] Il leggitore istrutto avrà a memoria le offerte di Agamennone
(-Iliade-, l. V, n. 144) e l'uso generale degli antichi.
[58] Cantacuzeno (ignoro se fosse parente dell'Imperatore di questo
nome) era Gran Domestico, zelante difensore del simbolo greco, e
fratello della regina di Servia, presso la quale fu inviato col
carattere d'ambasciadore (Siropulo, p. 37, 38-45).
CAPITOLO LXVIII.
-Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista
definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di
Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero
romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di
Maometto II, sua morte.-
L'assedio di Costantinopoli fatto dai Turchi, eccita primieramente i
nostri sguardi e la nostra curiosità sul personaggio e sul carattere del
possente distruttore di questo Impero[59]. Maometto II era figlio di
Amurat II; la madre di lui, insignita de' titoli di Cristiana e di
Principessa, trovossi verisimilmente confusa tra la folla delle tante
concubine che venivano d'ogni paese a popolare lo -harem- del Sultano.
Educato da prima nelle massime e ne' sentimenti d'un devoto seguace
dell'Islamismo, finchè in lui durò questo fervore, non v'era volta in
cui avesse toccate donne infedeli, che non si tergesse indi le mani e il
volto colle abluzioni prescritte dalla legge. Ma sembra che, cogli anni
e colla consuetudine di regnare, si ammollisse in lui la severità di
così stretta osservanza; e l'animo ambizioso di questo principe,
disdegnando riconoscere alcuna potestà maggior della sua, vuolsi che, in
alcuni momenti di libertà, qualificasse senza riguardi il Profeta della
Mecca coi predicati d'impostore e di masnadiero. Ma, agli occhi del
pubblico, sempre mostratosi rispettoso alla dottrina e ai precetti del
Corano[60], i suoi privati trascorsi non giunsero mai a saputa del
popolo; però a tal proposito, non conviene prestar cieca fede alla
credulità degli stranieri e de' settarj, ognor proclivi a pensare che
uno spirito, recalcitrante alla verità, opponga poi all'errore e alle
cose assurde un disprezzo ancor più invincibile. Addottrinato da
abilissimi maestri, fece rapidi progressi nel corso degli studj che nel
tempo della sua educazione gli vennero prescritti; assicurasi che egli
parlasse o intendesse cinque lingue[61], l'araba, la persiana, la caldea
o l'ebraica, la latina e la greca. Potea contribuire al suo diletto la
persiana, alla sua edificazione l'araba; le quali due lingue d'ordinario
tutti i giovani dell'Oriente imparavano. Attese le corrispondenze che
trovavansi fra i Greci ed i Turchi, era naturale in lui il desiderio di
conoscere la lingua d'una nazione ch'ei divisava di soggiogare: e doveva
parimente essergli piacevole d'intendere gli encomj in versi, o in prosa
latina[62], che all'orecchio gli pervenivano[63]; ma non intendiamo di
qual giovamento potesse divenirgli, o qual merito raccomandasse alla sua
politica il rozzo dialetto de' suoi schiavi ebrei. Famigliari erano ad
esso la storia e la geografia, e ardea di nobile emulazione in leggendo
le vite degli Eroi dell'Oriente e forse di quelli dell'Occidente[64]. I
suoi studj di astrologia, poteano essere scusati dalle assurde massime
di quel secolo, oltrechè questo studio, vano in sè stesso, suppone in
chi lo professa alcuni principj di matematica; le generose
sollecitazioni fatte ai pittori dell'Italia, perchè venissero a stare
presso di lui, e le ricompense delle quali ai medesimi largheggiò, il
palesarono acceso di un gusto profano per le belle arti[65]. Ma la
religione e le lettere non pervennero a domare il suo carattere
selvaggio ed impaziente di freno. Nè rammenterò già a questo proposito,
perchè pochissima fede le presto io medesimo, la storia de' quattordici
paggi fatti sventrare dinanzi a sè, per conoscere qual d'essi avesse
mangiato un popone, nè l'altra leggenda della bella schiava da lui
medesimo decollata per dare a divedere ai suoi giannizzeri che le donne
non avrebbero mai soggiogato il loro padrone. Il silenzio degli Annali
turchi che accusano di ubbriachezza soli tre Principi della dinastia
ottomana[66], attesta la sobrietà di Maometto II; ma sono fuori di
dubbio i suoi furori e l'inflessibilità delle sue passioni. Sembra
dimostrato ad evidenza che, e nel campo, e nella reggia, lievissimi
motivi lo indussero a versar torrenti di sangue, e che le sue
inclinazioni, contrarie alla natura, arrecarono spessi oltraggi ai più
nobili fra i suoi giovani prigionieri. Durante la guerra d'Albania, egli
meditò le lezioni del padre, e ne superò di buon'ora la gloria, onde
all'invincibile scimitarra di questo Sultano viene attribuita la
conquista di due Imperi, di dodici Reami, e di dugento città, calcolo
però falso e dalla sola adulazione instituito. Egli aveva
indubitatamente tutte le prerogative di un soldato, e quelle fors'anche
di un Generale: la presa di Costantinopoli suggellò la sua fama; ma
ponendo in confronto le imprese, i soccorsi per eseguirle, e gli
ostacoli, lo stesso Maometto II avrebbe dovuto rifiutar, vergognandone,
l'adulazione di chi lo mettea al pari di Alessandro e di Timur. Le forze
da lui guidate furono sempre superiori di numero a quelle dell'inimico,
e nondimeno, le sue conquiste non si estesero al di là dell'Eufrate e
del mare Adriatico, e nondimeno, ne interruppero il corso e Uniade, e
Scanderbeg, e il Re di Persia, e i Cavalieri di Rodi.
[A. D. 1451-1481]
Sotto il regno di Amurat, Maometto gustò due volte i diletti del trono e
due volte ne scese: la sua giovine età non gli permettea d'opporsi al
ritorno del padre; ma non la perdonò più mai ai Visiri che questo
salutare espediente aveano consigliato. Dopo avere sposata la figlia di
un Emir turcomanno, e assistito alle feste che durarono due mesi, partì
con sua moglie da Andrinopoli per Magnesia, ov'era la residenza del suo
governo. In meno di sei settimane, lo richiamò un messaggio del Divano
che annunziavagli la morte del padre, e la propensione che mostravano i
giannizzeri a ribellarsi. Ma la rapidità del suo arrivo, e il vigore che
ei dimostrò, li ricondussero tosto all'ubbidienza: attraversò
l'Ellesponto con una scelta guardia, e alla distanza di un miglio da
Andrinopoli, gli furono incontro, per prosternarsi ai suoi piedi, i
Visiri e gli Emiri, gl'Imani e i Cadì, i soldati ed il popolo, che gioia
e tenerezza ostentavano. Egli avea allora ventun anni, e allontanò ogni
motivo di sedizione colla morte, indispensabile a' suoi fini, de'
fratelli tuttavia fanciulli[67]. Vennero a congratularsi con esso, e a
sollecitarne l'amicizia, gli Ambasciatori delle Potenze d'Asia e
d'Europa, coi quali favellò in termini che additavano moderazione e
pace. Ridestò fiducia nell'animo del greco Imperatore con solenne
giuramento e lusinghevoli assicurazioni che andavano unite alla ratifica
del Trattato stipulatosi dal padre suo coll'Impero; finalmente assegnò
un ricco dominio, in riva allo Strimone, al pagamento annuale de'
trecentomila -aspri- dovuti alla Corte di Bisanzo, che, per secondare le
istanze del Sultano, custodiva un Principe della Casa ottomana. Ma i
suoi confinanti dovettero palpitare in veggendo la severa austerità di
questo giovane Monarca nel riformare il fasto della Casa imperiale. Le
somme di danaro che da Amurat venivano consagrate al lusso, egli adoperò
ai fini della sua ambizione. Licenziò, incorporandone una parte nel suo
esercito, un reggimento di settemila falconieri; nella state di quel
primo anno del suo regno, trascorse a capo delle sue soldatesche le
province dell'Asia; e dopo avere umiliato l'orgoglio de' Caramani, ne
accettò la sommessione, affinchè non gli dessero impaccio ad eseguire
imprese di maggior conseguenza[68].
[A. D. 1451]
I Casisti musulmani, e soprattutto turchi, avean deciso non potere i
Fedeli tenersi obbligati da una promessa contraria agl'interessi e ai
doveri di lor religione, ed essere in facoltà del Sultano l'annullare i
Trattati fatti da lui e da' suoi predecessori; privilegio immorale, che
la giustizia e la magnanimità di Amurat avea disdegnato. Ma l'ambizione
persuase al figlio di Amurat, il più orgoglioso di tutti gli uomini, la
bassezza di discendere agli artifizj della dissimulazione e della
perfidia. Colla pace sul labbro e colla guerra nel cuore, ei non pensava
che ad impadronirsi di Costantinopoli, e a rompere co' Greci; i Greci
stessi gliene somministrarono imprudentemente il pretesto[69]. I greci
Ambasciatori, ai quali dovea parer ventura l'essere dimenticati,
seguirono al campo il Principe turco per chiedergli il pagamento, anzi
l'aumento della somma di danaro annuale ch'egli sborsava all'Impero di
Bisanzo. Importunarono parimente con tale inchiesta il Divano; laonde il
Visir, amico de' Cristiani in segreto, lor fece conoscere i sentimenti
de' suoi colleghi e di Maometto. «Insensati e miserabili Romani, dicea
Calil; noi conosciamo i vostri disegni, e voi non sapete il pericolo in
cui vi state! Lo scrupoloso Amurat più non vive, e la sua Corona è
passata sul capo di un giovane vincitore che alcuna legge non frena, che
alcun ostacolo non può arrestare. Se vi scampate da lui, ringraziatene
la divina bontà che differisce tuttavia il gastigo de' vostri peccati.
Perchè volerci provocare in modo indiretto, e con vane minacce? Mettete
in libertà il fuggitivo Orcano. Coronatelo Sultano della Romania.
Chiamate gli Ungaresi dall'altra riva del Danubio, armate contro di noi
le nazioni dell'Occidente, e siate sicuri esser questo il vero modo di
fabbricarvi ed affrettarvi la vostra rovina». Ma se queste tremende
parole del Visir spaventarono gli Ambasciatori, altrettanto li
rincorarono l'umana accoglienza e gli affettuosi detti del Principe
ottomano. Maometto promise loro che appena fosse di ritorno ad
Andrinopoli, ascolterebbe le querele de' Greci, e si prenderebbe
pensiero de' loro veri interessi. Poi, toccata appena l'altra riva
dell'Ellesponto, abolì per prima cosa il pagamento annuale che solea
farsi ai Greci, ordinando si scacciassero dalle rive dello Strimone
tutti i loro impiegati. Date così a divedere le sue ostili intenzioni,
non tardò un secondo decreto che minacciava assedio a Costantinopoli, e
in tal qual modo incominciava a metterlo ad effetto. L'avolo di Maometto
II avea sulla costa asiatica edificata una Fortezza che dominava il
passaggio angusto del Bosforo. Ora il nipote risolvè di innalzarne una
più formidabile di rincontro a questa sulla costa europea; laonde mille
muratori ricevettero in primavera il comando di trovarsi in un paese
detto Azomaton, situato ad una distanza circa di cinque miglia dalla
Capitale dell'Impero greco[70]. L'eloquenza è l'espediente dei deboli;
ma l'eloquenza dei deboli rare volte persuade, e gli Ambasciatori di
Costantino adoperarono invano quest'arme per distorre Maometto dagli
ideati divisamenti; ebbero bel rimostrare che l'avolo del Sultano, per
fabbricare solamente una Fortezza nel proprio territorio, ne avea
chiesta permissione all'Imperatore Manuele, nè trattavasi allora di una
duplice fortificazione che rendesse i Turchi padroni dello Stretto,
siccome questa, il cui fine non poteva essere se non se di rompere la
lega fra le due nazioni, d'impedire il commercio de' Latini sul mar
Nero, e fors'anche di affamare Costantinopoli. «Io non intraprendo nulla
contro la vostra città, rispondea lo scaltrito Sultano, ma pensate che
le sue mura sono il limite del vostro Impero. Vi siete forse dimenticati
le strettezze in cui si trovò mio padre, quando vi collegaste cogli
Ungaresi, quando questi invadeano dalla banda di terra il nostro
territorio, e quando aprivate alle galee francesi l'ingresso
dell'Ellesponto? Amurat dovette guadagnarsi colla forza il passaggio del
Bosforo, e lo effettuò, perchè il poter vostro non corrispondeva alla
vostra mala volontà. Mi ricordo che io, allora fanciullo, stavami ad
Andrinopoli; quella volta i Musulmani tremarono, e i -Gaburi-[71] ci
derisero per qualche tempo sulla nostra disgrazia. Ma quando mio padre
riportò quella vittoria ne' campi di Warna, fece voto, sappiatelo,
d'innalzare, per assicurarsi meglio, una Fortezza sulla riva
occidentale; ed io devo mantenere i voti di mio padre: avete voi forse
il diritto o la forza per impedirmi di far quel che voglio sul mio
territorio? Perchè questo spazio di terra è mio, i possedimenti de'
Turchi, in Asia, arrivano fino alle sponde del Bosforo; e quanto
all'Europa i Romani l'hanno abbandonata. Tornate a casa vostra, e dite
al vostro Re; che l'Ottomano presente è molto diverso dai suoi
predecessori; che le sue risoluzioni oltrepassano tutto quanto quelli
desiderarono; che egli fa più di quanto essi poteano risolvere. Partite,
non vi verrà fatto alcun male; ma farò scorticar vivo il primo di voi
che tornasse da me con un siffatto messaggio». Dopo una simile
intimazione, Costantino, per valore e per grado il primo di tutti i
Greci[72], avea risoluto di prender l'armi, e impedire che i Turchi si
avvicinassero maggiormente, e sulla riva europea del Bosforo si
stanziassero. Ma il rattennero i consigli de' suoi Ministri dell'Ordine
civile ed ecclesiastico, che gli fecero abbracciare un men nobile e in
uno men prudente sistema. Questi lo indussero ad opporre nuova pazienza
a nuovi oltraggi, a lasciare agli Ottomani il biasimo di farsi i primi
aggressori, ad affidare nella fortuna e nel tempo, così la loro difesa,
come la distruzione di una Fortezza, che Maometto, i Consiglieri
diceano, non potea conservar lungo tempo in vicinanza ad una vasta e
popolosa Capitale. Tra le speranze de' creduli e i timori de' saggi, il
verno trascorse, differendosi sempre di prendere provvedimenti che
avrebbero dovuto stare a cuore di ciascun cittadino, nè lasciare a verun
d'essi un istante sol di riposo. I Greci si accecarono sul pericolo che
li minacciava, sintanto che il giungere di primavera e l'avvicinare di
Maometto, li facesse certi della loro inevitabil rovina.
[A. D. 1452]
Rare volte vengono disobbediti gli ordini di un padrone che mai non
perdona. Ai 26 di marzo, la pianura di Azomaton si vide coperta di uno
sciame d'indefessi turchi operai, ai quali, e per terra e per mare, e
dall'Europa e dall'Asia, venivano portati i materiali di cui
abbisognavano[73]. Nella Catafrigia si preparava la calce; dalle foreste
di Eraclea e di Nicomedia erano tratte le legna; gli scavi della Natolia
somministravan le pietre. Ognuno dei mille muratori, aiutato da due
manovali, aveva l'obbligo giornaliero di due cubiti di fabbrica. Datasi
forma triangolare alla Fortezza[74], ciascun angolo di essa venne
fiancheggiato da una grossa torre, la prima delle quali stava sul pendio
della collina; le due altre occupavano le coste del mare. La grossezza
delle mura era di ventidue piedi, di trenta il diametro delle torri; un
saldo spianato di piombo formava il coperchio dell'edifizio. Maometto in
persona sollecitava e con instancabile ardore regolava il lavoro;
ciascuno dei tre Visiri volle per sè l'onore di avere terminata una
delle tre torri; lo zelo de' Cadì con quello dei giannizzeri gareggiava;
non v'era servigio, comunque triviale, che non venisse nobilitato
dall'idea di servir Dio e il Sultano, e la solerzia della moltitudine
animavano gli sguardi di un despota, il cui sorriso diveniva pronostico
di felicità, un'occhiata severa, di morte. Atterrito l'Imperator greco
in veggendo procedere un'opera ch'egli non era più in tempo di
arrestare, cercò ma indarno, di ammollire con modi carezzevoli, e con
donativi, l'animo d'un inesorabile nemico, che anzi desiderava e
fomentava tutte le occasioni di venire ad aperta guerra; occasioni che
non poteano più tardare ad offrirsi. Osservando alcuni Cristiani che gli
avidi e sacrileghi Musulmani adoperavano, e certamente senza scrupolo, i
frantumi di sontuose chiese poste in rovina, e perfino le colonne di
marmo consagrate all'Arcangelo S. Michele, col volersi opporre,
ricevettero la palma del martirio dalle mani stesse dei distruttori.
Costantino avea chiesta una guardia turca che proteggesse i campi e i
ricolti de' sudditi greci; e veramente Maometto questa guardia gli
concedè, ma comandandole per prima cosa di lasciar pascolare liberamente
i muli e i cavalli del campo, e di proteggere i Turchi contro i nativi,
ogni qualvolta i secondi si avvisassero di assalire i primi. Accadde una
notte che gli uomini del seguito d'un Capo ottomano aveano mandati i lor
cavalli in mezzo a un campo di biade mature. Irritati i Greci dal danno,
e più dall'insulto, vennero cogli Ottomani ad una rissa, in cui perirono
parecchi individui dell'una e dell'altra nazione. Fu fatto su di ciò
ricorso a Maometto, che n'ebbe massima gioia, cogliendo questa
opportunità per inviar truppe che sterminassero gli abitanti di quel
villaggio. I colpevoli, se tali poteano dirsi, s'erano dati alla fuga;
ma quaranta agricoltori che, affidati alla propria innocenza,
attendevano tranquillamente alla mietitura, caddero vittima delle
scimitarre ottomane. Fino a quel momento, Costantinopoli ricevea fra le
sue mura que' Turchi che per motivo di commercio, o di curiosità vi si
traevano; ma a questo annunzio che accrebbe a dismisura il terrore, il
Sovrano ordinò se ne chiudesser le porte; pure sempre lusingato dalla
speranza di pace, mise liberi, il terzo giorno, i Turchi che vi si
trovavan racchiusi[75], inviando a Maometto un ultimo messaggio, da cui
traspirava la ferma rassegnazione di un cristiano e di un guerriero.
«Poichè nè i giuramenti, nè i Trattati, nè la stessa sommessione possono
assicurare la pace, egli scriveva al Sultano, prosegui gli atti della
tua sacrilega nimistà. Solo in Dio è posta la mia speranza. Se gli piace
di ammollire il tuo cuore, un sì felice cambiamento mi arrecherà gioia;
se egli vuole che Costantinopoli sia tua, mi sottometterò senza
lagnarmene ai suoi santi voleri. Ma fin che il Giudice de' Principi
della Terra non avrà pronunziato fra noi, io devo vivere e morire
difendendo il mio popolo». Maometto diè tal risposta che lo mostrava
risoluto inesorabilmente alla guerra. Compiuto essendo e munito a dovere
il novello Forte, vi pose un vigilante Agà, e quattrocento giannizzeri
incaricati di sottoporre a tributo tutte le navi che, senza distinzion
di paese, si trovassero a gittata delle nuove batterie; indi ritornò ad
Andrinopoli. Una nave veneziana che ricusava obbedire ai nuovi
dominatori del Bosforo, con un solo sparo di cannone fu mandata a fondo.
Il capitano e trenta marinai si salvarono nel palischermo; ma condotti
indi alla Porta carichi di catene, il loro condottiero venne impalato,
eglino decollati: lo storico Duca narra di avere veduti a Demotica i
loro corpi esposti alle belve[76]. L'assedio di Costantinopoli venne
differito alla successiva primavera; intanto un esercito ottomano marciò
nella Morea per dar faccende ai fratelli di Costantino. In questi
calamitosi giorni (A. D. 1453), uno de' Principi Paleologhi, il despota
Tommaso, ebbe la sorte, o il disastro di vedersi nascere un figlio.
«Ultimo erede, dice l'afflitto Franza, dell'ultima -scintilla-
dell'Impero romano[77]».
I Greci ed i Turchi trascorsero il verno nella inquietudine e
nell'ansietà; agitati i primi dal timore, fatti impazienti i secondi
dalla speranza; e gli uni intesi agli apparecchi di difesa, gli altri a
quelli d'assalto; ma più fortemente erano compresi da questi sentimenti,
che per diverso motivo agitavano gli animi de' due popoli, i loro
Imperatori, l'uno che temea di perder tutto, l'altro che ad acquistar
tutto agognava; sentimenti che rendea più vivi in Maometto l'ardore
della giovinezza e la violenza della sua indole. Intanto che impiegava
l'ore di passatempo ad Andrinopoli[78] nel fabbricare il palagio -Gehan
Numa- (la lanterna del Mondo), edifizio che ad altezza prodigiosa venne
innalzato, i suoi pensieri non si dipartivano dal divisamento di
conquistare la città de' Cesari. Alzatosi verso l'ora della seconda
veglia della notte, mandò pel primo Visir; il messaggio e l'ora,
l'indole del principe e i rimbrotti di una non innocente coscienza
spaventavano non poco Calil-Baza, il quale, stato confidente di Amurat,
fu anche tra coloro che consigliarono di richiamarlo al trono. Vero è
che Maometto, all'atto di cingere la Corona, lo avea confermato nella
carica di Visir colmandolo di apparenti favori; ma il vecchio Ministro
non ignorava di camminare sopra un diaccio fragile e sdruccioloso, che
potea rompersegli sotto i piedi, e in un abisso precipitarlo.
L'affezione, forse innocente, dimostrata da questo Visir ai Cristiani
gli avea, sotto il Regno trascorso, acquistato l'odievole nome di -Gabur
Ortascì-, o di fratel balio degl'Infedeli[79]. Dominato dall'avarizia,
mantenea col nemico una venale corrispondenza che fu scoperta e punita
dopo la guerra. Nella notte in cui ricevè l'ordine di trasferirsi presso
il Sultano, abbracciò la moglie e i figli, paventando di non più
rivederli; indi riempiuto di piastre d'oro un calice, corse al palagio,
ove prostratosi dinanzi a Maometto, gli offerse, giusta l'uso orientale,
quell'oro, come lieve tributo e pegno di sommessione e di
gratitudine[80]. «Non voglio, il Sultano gli disse, riprendermi quello
che ti ho donato, ma piuttosto accumulare sul tuo capo nuove
beneficenze. Però adesso pretendo da te un dono, che mi sarà più utile e
che vale ben più del tuo oro; ti chiedo Costantinopoli». Riavutosi dalla
sorpresa il Visir, gli rispose: «quel medesimo Dio che ti ha conceduto
sì gran parte dell'Impero romano non te ne ricuserà la Capitale, e i
pochi dominj che le vanno or congiunti. La Providenza dell'Altissimo e
il tuo potere me ne assicurano; i tuoi fedeli schiavi ed io
sagrificheremo i nostri giorni e i nostri averi per eseguire la tua
volontà.» «-Lala-[81] (vale a dire mio precettore,) disse il Sultano,
vedi tu quest'origliere? questa notte nelle mie agitazioni non ho fatto
che mandarlo da una banda e dall'altra. Temi l'oro e l'argento dei
Romani; del rimanente, noi vagliamo più di loro alla guerra, e, col
soccorso di Dio e del Profeta, non tarderemo ad impadronirci di
Costantinopoli.» Per indagar l'animo de' suoi soldati, ei trascorrea
sovente le strade solo e travestito, nè era cosa priva di rischio l'aver
riconosciuto il Sultano, quando agli occhi del volgo volea nascondersi.
Molte ore d'ozio impiegava a delineare la pianta di Costantinopoli, a
disputare co' suoi generali ed ingegneri sui luoghi ove conveniva
innalzare le batterie, d'onde fosse meglio incominciare l'assalto, o dar
fuoco alle mine, o applicare le scale. Durante il giorno, si provavano
le fazioni e gli stratagemmi che il Sultano avea ideati la notte.
Nell'esaminare gli strumenti di distruzione, portava sollecita
attenzione alla terribile scoperta fatta recentemente dai Latini, onde
l'artiglieria di Maometto superò quella dell'altre nazioni d'allora. Un
fonditor di cannoni, danese o ungarese, che trovava appena il suo vitto
al servizio de' Greci, passò a quello de' Turchi, e largamente nel
compensò il Sultano, rimasto contento fin dalla prima risposta che
cotest'uomo erasi affrettato di dare ad una sua interrogazione. «Posso
io avere un cannone fornito della forza di mandare una palla o un sasso
che basti a rovesciare le mura di Costantinopoli?» -- «Mi è nota, rispose
il fonditore, la fortezza di queste mura, ma quand'anche fossero più
salde di quelle di Babilonia, potrei metter contr'esse una macchina di
tanto forte gittata che le buttasse a terra; sta poi a vedere, se i
vostri ingegneri saprebbero appuntare e collocar questa macchina».
Immediatamente, dopo una tale risposta, Maometto fece mettere una
fonderia ad Andrinopoli; e provvedutosi quanto metallo a ciò
abbisognava, in capo a tre mesi, il fonditore, che nomavasi Urbano, ebbe
terminato un cannone di bronzo di una smisurata, e quasi incredibile
grandezza. Il calibro era, dicesi, di dodici palmi, e lanciava una palla
di pietra che oltre a sei quintali pesava[82]. Fu scelto dinanzi al
nuovo palagio un vano di spianato per provare la nuova macchina; e
affine di prevenire le infauste conseguenze del terrore che il primo
sparo della medesima avrebbe incusso, venne avvertito il pubblico, un
giorno prima di mettere il cannone in atto. Lo scoppio fu udito a una
distanza di cento stadj all'intorno. Per trasportare questa macchina
struggitrice, vennero congiunti insieme trenta carri, a tirare i quali
sessanta buoi furono adoperati; dugento uomini stavano ad entrambi i
lati, per mantenere in equilibrio e sostenere questa enorme massa,
sempre in procinto di rotolarsi, or da una banda, or dall'altra; dugento
cinquanta marraiuoli marciavano innanzi per agevolarle il passaggio e
riparare le strade ed i ponti; onde fu d'uopo di due mesi circa di
lavoro per far fare cencinquanta miglia alla macchina. Un arguto
Filosofo[83] deride a tal proposito la greca credulità, giustamente
osservando che non giova mai il fidarsi troppo alle esagerazioni de'
vinti. Giusta il calcolo istituito dal medesimo, sol per lanciare con
effetto alla distanza che fu presa una palla di due quintali,
abbisognerebbe un quintale e mezzo di polvere; la qual massa non potendo
in un tratto accendersi tutta, la palla uscirebbe, prima che il
quindicesimo della polvere avesse preso fuoco, e sarebbe animata quindi
da un minimo impulso. Ignorante, come confesso di esserlo in quest'arte
struggitrice, aggiugnerò soltanto che la scienza dell'artigliere, di
tanto migliorata ai dì nostri, preferisce il numero alla grossezza de'
pezzi, la vivacità del fuoco allo strepito, o anche all'effetto di un
solo scoppio. Nondimeno non ardisco rifiutare una testimonianza positiva
ed unanime de' contemporanei, nè dee parere inverisimile che i primi
fonditori, condotti, ne' loro sforzi, più dall'ambizione che dal sapere,
tentassero ancora cose oltre al possibile. Però un cannone turco, più
grande ancora, nelle dimensioni, del cannone di Maometto, custodisce
tuttavia l'ingresso de' Dardanelli, e benchè ne sia incomodo l'uso, una
recente prova ha dimostrato esserne tutt'altro che da disprezzarsi gli
effetti. Tre quintali di polvere lanciarono lontano seicento tese un
sasso pesante undici quintali; questo andò in tre pezzi, che
attraversarono il canale lasciando il mare coperto di spuma, e
percossero l'opposta collina, e con forza ne vennero rimbalzati[84].
[A. D. 1453]
Intanto che Maometto minacciava la Capitale dell'Oriente, l'Imperatore
greco implorava con ferventi preci i soccorsi della terra e del Cielo;
ma le potenze invisibili erano sorde alle sue supplicazioni, e la
Cristianità vedea con indifferenza la caduta di Costantinopoli che non
avea omai altra speranza di soccorso, fuorchè nella gelosia politica del
Sultano d'Egitto. Fra gli Stati che avrebbero potuto soccorrere
Costantinopoli, quali erano troppo deboli, quali troppo lontani; alcuni
riguardavano immaginario il pericolo, altri inevitabile. I Principi
dell'Occidente badavano soltanto alle interminabili querele che li
disunivano; il Papa non sapea perdonare ai Greci la loro ostinazione, o
doppiezza; ed anzi Nicolò V in vece di adoperare la sua mediazione
perchè le armi e le ricchezze dell'Italia li favorissero, predisse la
prossima lor distruzione; onde pel suo onore desiderava quasi
l'adempimento di tal profezia.
Parve che provasse un istante di compassione allor che li vide al grado
ultimo del disastro; ma questa compassione venne troppo tardi, e gli
sforzi che produsse, mancando d'energia come di successo, Costantinopoli
era già in mano de' Turchi, prima che le squadre di Genova e di Venezia
uscissero dei loro porti per andarne in soccorso[85]; gli altri
Principi, e persin quelli della Morea e delle isole della Grecia, si
mantennero in una fredda neutralità: la colonia genovese dimorante a
Galata negoziò a parte col Sultano, il quale non le tolse la lusinga che
la sua clemenza le avrebbe permesso di sopravvivere alla rovina
dell'Impero. Una gran parte di plebei, ed alcuni nobili abbandonarono da
vili il loro paese, quando imminente era il pericolo; l'avarizia fece
che i ricchi negassero all'Imperatore, e conservassero pei Turchi quelle
ricchezze con cui poteano stipendiarsi più eserciti di mercenarj[86]. In
tale stato d'invilimento e derelizione, Costantino si preparò nullameno
a sostenere lo scontro col suo formidabil nemico, e per vero, il
coraggio del Principe greco pareggiava i pericoli che gli sovrastavano;
ma troppo minori erano le sue forze della lotta da sostenersi. Fin dai
primi giorni di primavera, l'antiguardo turco, impadronitosi de' borghi
e de' villaggi fino alle porte di Costantinopoli, concedea protezione e
vita a quelli che si sommettevano; ma sterminava col ferro e col fuoco
qualunque paese tentasse resistere. Mesembria, Acheloo e Bizon, città
che sul mar Nero rimanevano ai Greci, si arrendettero alla prima
intimazione. Unicamente Selimbria meritò l'onore di un assedio, o di un
blocco, perchè i prodi suoi abitanti, intanto che erano stretti dal lato
di terra, si posero in mare, corsero a devastar la costa di Cizico, e di
ritorno, vendettero in mezzo alla pubblica piazza i prigionieri che in
questa correria avevano fatti. Ma il silenzio, la sommessione furono
generali all'arrivo di Maometto che pose il suo campo cinque miglia
distante dalla Capitale del greco Impero, ed avanzatosi indi col suo
esercito schierato in battaglia, collocò dinanzi alla Porta di S. Romano
il proprio stendardo, dando incominciamento al memorabile assedio di
Costantinopoli.
Le milizie europee ed asiatiche di Maometto teneano tutto lo spazio di
destra e sinistra dalla Propontide al porto. I giannizzeri occupavano il
fronte rimpetto alle tende di Maometto; una profonda fossa copriva le
linee ottomane, e un corpo di Turchi a parte circondava il sobborgo di
Galata, tenendosi in guardia contro la mal certa fede dei Genovesi.
Filelfo, che, trent'anni prima dell'assedio dimorava in Grecia,
fondandosi sopra dati accuratamente raccolti, assicura che le forze de'
Turchi, tutte comprendendole senza eccezione, non poteano oltrepassare i
sessantamila uomini di cavalleria e i ventimila di fanteria, rampognando
alle nazioni cristiane la pusillanimità di essersi così docilmente
sottomesse ad un pugno di Barbari. E per vero dire, se non si
calcolassero che i -Capiculi-[87], soldati della Porta che andavano di
conserva col Principe e dal suo erario venivano stipendiati, il loro
numero doveva starsi all'incirca col calcolo di Filelfo; ma è da
osservarsi che i Pascià mantenevano, o reclutavano una milizia
provinciale a parte ne' proprj governi; che eranvi molti paesi soggetti
ad una contribuzione militare; che per ultimo l'esca del bottino
attraeva una grande moltitudine di volontarj sotto lo stendardo di
Maometto; e lo squillo della sacra tromba, dovette condurvi uno sciame
di fanatici affamati ed intrepidi, che, se altro non fosse, accrebbero
lo spavento dei Greci e ne rintuzzarono al primo assalto le spade. Duca,
Calcocondila, e Leonardo da Chio, fanno ascendere a trecento o
quattrocentomila uomini l'esercito del Sultano; ma Franza, trovatosi in
maggior vicinanza del campo, e meglio quindi in istato d'instituire le
sue osservazioni, non contò più di dugencinquantottomila uomini, calcolo
ragionevole che non oltrepassa nè i fatti che si sanno, nè i limiti
della probabilità[88]. Men formidabile era la forza marinaresca degli
assedianti; perchè comunque trecentoventi legni si stessero nell'acque
della Propontide, solamente diciotto di questi meritavano di essere
nominati navi da guerra, non consistendo quasi tutto il rimanente, se
non se in piccioli navigli da trasporto, che versavano nel campo
ottomano e uomini, e munizioni, e vettovaglie; e Costantinopoli, in
questo suo stato di massima debolezza, contenea tuttavia più di
centomila abitanti, che però tra i prigionieri, non fra i combattenti,
fecero numero; operaj la maggior parte, preti, donne e uomini sforniti
di quel coraggio, che talvolta per la comune salvezza le medesime donne
hanno saputo mostrare. Comprendo, e sarei quasi proclive a scusare la
renitenza di que' sudditi, che per obbedire alle voglie di un tiranno si
vedono costretti a portar le armi in lontane contrade; ma colui che non
ardisce cimentare la propria vita per difendere i propri averi ed i
figli, ha perduta fra gli uomini i sentimenti più operosi e
caratteristici dell'umana natura. Giusta un ordine dell'Imperatore, i
suoi ufiziali si trasportarono in ciascun rione per prendere un registro
di que' cittadini, non esclusi i frati, che fossero abili e pronti ad
armarsi in difesa del loro paese; catalogo che fu rimesso a Franza[89]
il quale, preso da dolore e confusione ad un tempo, portò l'annunzio al
Sovrano, che tutto il numero dei difensori della nazione si riduceva a
quattromila novecentosettanta Romani; infausta verità che Costantino e
il suo fedele Ministro procurarono di tenere celata, intanto che venne
tratto dall'arsenale un corrispondente numero di scudi, di balestre e di
archibusi. Si aggiugnea il sussidio di duemila stranieri, comandati da
Giovanni Giustiniani, Nobile genovese, al quale, oltre all'essere stata
pagata anticipatamente e con generosità la sua soldatesca, venne
promessa l'Isola di Lesbo in premio del suo valore e de' suoi buoni
successi. Venne indi tirata dinanzi all'ingresso del Porto una grossa
catena, cui difendevano alcune navi da guerra e mercantili, così greche
come italiane, e furono trattenute pel servigio pubblico tutte le navi
della Cristianità che, a mano a mano, giugneano dal mar Nero e
dall'Isola di Candia. Dopo tutti questi provvedimenti, una Capitale di
tredici, o forse sedici miglia di circonferenza, non poteva opporre a
tutte le forze dell'Impero ottomano che una guarnigione di sette, o
ottomila soldati. Stavano aperte agli assedianti l'Asia e l'Europa,
mentre le forze e i viveri de' Greci scemavano ogni giorno senza che di
fuori potessero sperare verun soccorso.
[A. D. 1452]
I primi Romani avrebbero impugnate l'armi, deliberati di vincere o di
morire. I primi Cristiani si sarebbero abbracciati fra loro, aspettando
con rassegnazione e carità la corona del martirio; ma i Greci di
Costantinopoli, comunque non sentissero fervore che per gli affari di
religione, non ne traevano altro frutto, che di reciproche nimistà e
discordie. L'Imperatore Giovanni Paleologo avea, prima di morire,
abbandonato il divisamento che tant'ira destò nei suoi sudditi, il
divisamento di unir le due Chiese; il fratello di lui Costantino lo
ripigliò quando, le angustie in cui trovavasi, gl'imposero come una
necessità di ricorrere ad un'ultima prova di dissimulazione e di
adulazione[90]. Inviò ambasciatori a Roma coll'incarico di chiedere
temporali soccorsi ed assicurare il Santo Padre che i Greci al suo
spirituale dominio si sommetteano. Questi scusavano ad un tempo il lor
Sovrano, se avea da prima trascurato un tale dovere, a motivo dei tristi
casi dello Stato che aveano assorte tutte le sollecitudini del Principe,
in sostanza bramosissimo di vedere un Legato pontifizio nella sua
Capitale. Benchè il Vaticano sapesse per prova quanto vi fosse poco da
fidarsi nelle parole dei Greci, non potea con decenza mostrarsi sordo a
tali voci di pentimento; ma più presto un Legato che un esercito gli
concedè; laonde sei mesi prima della presa di Costantinopoli il
Cardinale Isidoro nativo di Russia, vi comparve, qual nunzio del
Pontefice, seguìto da un corteggio di preti e di soldati. L'Imperatore
lo accolse qual padre ed amico; ne ascoltò rispettosamente i sermoni
così in pubblico come in privato, e sottoscrisse l'atto di unione, nella
stessa guisa che venne accettato nel Concilio di Firenze, al qual
esempio si conformarono i più docili fra i sacerdoti e laici della
Chiesa greca. Nel giorno 12 dicembre, i Greci si unirono alla
celebrazione del divin sagrifizio e della preghiera, nel tempio di S.
Sofia, ove fu fatta commemorazione solenne de' due Pontefici, vale a
dire di Nicolò V, Vicario di Gesù Cristo, e del Patriarca Gregorio, che
un popolo ribelle aveva esiliato.
Ma le vesti e la lingua del Prete latino ufiziante furono argomento di
scandalo ai Greci, inorriditi in veggendolo consagrar pane senza
lievito, e versar acqua fredda nel calice eucaristico. Uno Storico
greco confessa arrossendo che nessuno de' suoi concittadini,
compresovi lo stesso Imperatore, si prestò di buona fede a tale
riconciliazione[91][92]. A discolparli dalla taccia di una sommessione
così inconsiderata e plenaria, dicevano essersi riservati il diritto di
rivederne l'atto in appresso; ma la migliore e più trista scusa ad un
tempo che avessero, stava nel confessarsi spergiuri. Oppressi dai
rimproveri di quei lor fratelli che non avevano tradita la propria
coscienza, rispondeano lor sotto voce: «armatevi di rassegnazione anche
per poco, aspettate di veder libera la città dall'immenso drago che
spalanca la bocca per divorarci; ne saprete dire in allora se siam
riconciliati davvero cogli azzimiti». Ma la pazienza non è la
prerogativa caratteristica dello zelo religioso, nè cortigianesca
disinvoltura è bastante a frenar la violenza del popolare entusiasmo.
Persone d'ogni classe e d'entrambi i sessi si trasportarono in folla
dalla chiesa di S. Sofia alla celletta del frate Gennadio[93], affine di
consultare nel gran frangente questo religioso che reputavasi l'oracolo
della Chiesa. Ma il santo personaggio non si mostrò: assorto, a quanto
parea, nelle sue profonde meditazioni, o nelle sue estasi mistiche,
lasciò solamente esposta in fronte alla sua porta una tavoletta, ove le
turbe lessero le seguenti parole: «Sciagurati Romani! perchè
abbandonaste voi la strada della verità? Perchè invece di mettere la
vostra fiducia in Dio, negli Italiani l'avete posta? Col perdere la
vostra fede, perderete anche la vostra città. Signore, abbi compassione
di me. Io protesto al cospetto tuo che sono innocente di questo delitto.
Sciagurati Romani, pensate bene, trattenetevi e pentitevi! nell'atto
stesso che abbiurerete la religione dei padri vostri; nell'atto stesso
che vi collegherete coll'empietà, cadrete schiavi sotto uno straniero
servaggio». Udito questo avviso di Gennadio, le vergini spose di Dio,
pure come gli Angeli, e superbe come i demonj[94], sorsero contra l'atto
di unione, e maledirono qualunque lega coi partigiani presenti e futuri
della Chiesa latina; le imitò, le approvò la maggior parte del Clero e
del popolo. Uscendo del monasterio di Gennadio, i devoti Greci si
sparsero per la taverna bevendo alla confusione degli schiavi del Papa,
votando tazze ad onore della immagine della Santissima Vergine, e
supplicandola a difendere questa città da Maometto, come altre volte
l'avea protetta contro l'armi di Cosroe e contro il Cagano. Così
inebbriati dal fanatismo e dai fumi del vino, esclamarono
sconsigliatamente: «Che abbiam noi bisogno di soccorso e di unione? che
abbiam noi bisogno dei Latini? vada lungi da noi il culto degli
azzimiti». Frenesia epidemica che tenne in trambusto la popolazione per
tutto il verno antecedente alla vittoria de' Turchi; la Quaresima e la
prossimità delle feste, anzichè ispirare sentimenti di pace e di carità,
non fece che rincalzare l'ostinazione e la prevalenza del fanatismo. I
confessori che spiavano e atterrivano le coscienze, prescrivevano
penitenze rigorosissime a chiunque avesse ricevuta la comunione dalle
mani d'un prete accusato di consenso, o formalmente, o tacitamente,
prestato alla Lega. La Messa celebrata da un tal sacerdote, contaminava,
secondo costoro, quegli stessi che le aveano assistito; se preti,
perdeano la virtù del carattere sacerdotale, e nemmen nel pericolo di
morte istantanea, era permesso invocare il soccorso delle loro preghiere
e delle loro assoluzioni. Appena celebratosi dai Latini il servigio
divino nella chiesa di S. Sofia, fu riguardata come polluta, e il Clero
e il popolo ne rifuggirono come da una sinagoga, o da un tempio di
Pagani; onde questa venerabile Basilica, che, fumante non ha guari
d'incensi, e splendente per immensa moltitudine di fiaccole, avea sì
spesso risonato di preci e di rendimenti di grazie, rimase fra lo
squallore di un assoluto e tetro silenzio. Più inviperito odio portavasi
ai Latini che agli stessi Eretici ed Infedeli; talchè il primo Ministro
dell'Impero, il Gran Duca, si spiegò apertamente che avrebbe preferita
la necessità di vedere a Costantinopoli il turbante di Maometto
all'odievol presenza della tiara del Papa o di un cappello di
Cardinale[95]. Tal sentimento cotanto indegno di un cristiano e di un
amico della sua patria, era divenuto a tutti i Greci comune, e tornò ad
essi fatale. Costantino si trovò privo dell'affetto e del soccorso de'
proprj sudditi, la viltà naturale de' quali prendea un religioso
pretesto dal dovere di rassegnarsi ai decreti della Providenza, o dalla
chimerica speranza di una liberazione miracolosa[96].
Due lati del triangolo in cui stassi Costantinopoli, vale a dire quelli
che si estendono lungo il mare, erano inaccessibili ai nemici; la
Propontide da una banda formava una difesa naturale, il porto ne formava
un'artificiale dall'altra. Un doppio muro, e una fossa che avea cento
piedi di profondità, copriva la base del triangolo situata fra le due
rive dalla banda di terra; alle quali fortificazioni il Franza che le
avea vedute, attribuiva una estensione di sei miglia[97]; quivi fu il
principale assalto degli Ottomani. Costantino dopo avere ripartite le
fazioni e il comando de' posti più pericolosi, si accinse a difendere
l'esterno muro. Ne' primi giorni d'assedio, i soldati scesero nella
fossa d'onde fecero una sortita in piena campagna, ma non tardarono ad
avvedersi che, avuta proporzione del numero de' combattenti d'entrambi i
campi, era più funesta ai Greci la perdita d'un Cristiano, che al nemico
quella di venti Turchi; laonde dopo queste prime prove di coraggio, si
limitarono prudentemente a lanciare armi di gittata dall'alto de'
baloardi, prudenza che in tale istante non potea essere accusata, come
viltà, comunque la popolazione greca fosse in generale pusillanime e
vile; l'ultimo de' Costantini si meritò il nome di Eroe; la sua nobile
truppa di volontarj parea infiammata dello spirito de' primi Romani, e
gli ausiliarj stranieri sosteneano l'onore della cavalleria d'Occidente.
In mezzo al fumo, fra lo strepito e il fuoco de' loro archibusi e de'
loro cannoni, percoteano incessantemente con grandini di dardi il
nemico. Tutte le bocche delle greche spingarde mandavano cadauna nello
stesso tempo sui Turchi cinque e persin dieci palle di piombo della
grossezza d'una noce; e giusta la spessezza delle file, o la forza della
polvere, ciascun colpo potea trapassare l'armadura e il corpo di molti
guerrieri; ma i Turchi bentosto, riparando la loro via con trincee, o
tenendosi dietro alle rovine, si avvicinarono maggiormente. Ogni dì più
periti nella scienza militare divenivano i Cristiani, ma i lor magazzini
da polvere, mal provveduti sin da principio, non doveano tardare a
votarsi. La loro artiglieria scarsa e di picciol calibro, non potea
produrre grandi effetti, e se aveano ancora alcuni pezzi più rilevanti
non si avventuravano a collocarli sopra vecchie muraglie, che l'impeto
dello scoppio avrebbe crollate e rinversate[98]. Oltrechè, il micidiale
segreto essendo già noto parimente agli Ottomani, questi lo adoperavano
con tutta l'efficacia che possono infondere negl'ingegni di offesa il
fanatismo, le ricchezze, il dispotismo. Ragionammo dianzi del gran
cannone di Maometto, arme rilevante e segnalata nella Storia dell'epoca
ora descritta; enorme bocca da fuoco che fiancheggiavano altre due quasi
della stessa grandezza[99]. Dopo che i Turchi ebbero appuntato una lunga
serie di cannoni contro le mura, quattordici batterie fulminarono nel
tempo stesso i luoghi meno fortificati; ma nel descrivere una di tali
batterie, gli Autori si valgono d'espressioni sì equivoche, che non
intendiamo bene, se essa contenesse centotrenta pezzi di cannone, o
centotrenta palle. Del rimanente, a malgrado del potere e della solerzia
di Maometto, scorgesi l'infanzia dell'arte in quel tempo. Sotto un
padrone che calcolava i minuti secondi, il gran cannone non potea trarre
che sette volte al giorno[100]. Il metallo riscaldato scoppiò, sicchè
molti cannonieri rimasero morti, e fu ammirata l'abilità di un fonditore
che immaginò, per andar contro ad una nuova disgrazia, di versare, dopo
ciascuno scoppio, una certa quantità d'olio entro i cannoni.
Le prime palle dei Musulmani lanciate a caso, aveano fatto più strepito
che rovina. Mercè soltanto i suggerimenti di un ingegnere cristiano, i
Turchi appresero a percotere direttamente i due lati opposti degli
angoli salienti d'un baloardo. Per quanto poco destri fossero questi
artiglieri, la moltiplicità de' colpi supplì alla poca abilità di
addirizzarli, onde gli Ottomani, pervenuti finalmente sino all'orlo
della fossa, si accinsero a colmare questa enormissima apertura a fine
di procurarsi per traverso alla medesima una strada all'assalto[101]. Vi
gettarono entro e massi e fascinate e tronchi d'alberi, e tal fu
l'impeto di quei lavoratori, che i primi trovatisi in riva alla fossa, o
i più deboli, vi caddero dentro e vi trovarono sepoltura. Intantochè gli
assedianti davano indefessa opera a tale lavoro, la sola speranza di
salute per gli assediati stavasi nel cercare di renderli inutili, a
lunghi e micidiali scontri esponendosi, e distruggendo la notte tutta
l'opera che i soldati di Maometto aveano fatta nella giornata. Ricorreva
all'arte delle mine il Sultano; ma oltre alla difficoltà di valersene in
un terreno, che era compatta rupe, gli opponeano altrettante contromine
i cristiani ingegneri; perchè niuno aveva a que' giorni pensato a colmar
di polve quelle vie sotterranee, e a produr così quegli scoppj che fanno
saltare in aria le torri e le intere città[102]. Una circostanza che
contraddistinse dagli altri assedj quello di Costantinopoli, si fu l'uso
promiscuo dell'artiglieria antica e moderna. Fra mezzo ai metalli
ignivomi vedeansi macchine opportune a lanciar sassi e dardi; uno stesso
muro soffriva l'urto delle palle e dell'ariete ad un tempo; nè la
scoperta della polvere avea fatto dimenticare l'uso del fuoco greco.
Rotandosi su i suoi cilindri, avanzava un'immensa torre di legno, mobile
arsenale di munizioni da guerra, coperto d'un triplice cuoio. I
guerrieri che vi stavano chiusi entro, poteano senza pericolo, per le
feritoie della medesima, trarre sugli assediati; la parte anteriore di
essa avea tre porte, che davano abilità di sortire e di ritirarsi ai
soldati. Una scala interna li conduceva al pianerottolo superiore di
essa torre, d'onde poteano col ministerio di carrucole, sollevare una
scala che, attaccandosi coll'estremità al baluardo nemico, diveniva un
ponte per gli assedianti. Coll'unione di tutti questi diversi modi
d'assalto, alcuni de' quali tanto più funesti si fecero ai Greci, perchè
non ne aveano veruna cognizione, giunsero finalmente i Turchi a
rinversare la torre di S. Romano; però vennero ancora respinti dopo un
ostinato combattimento, che la notte interruppe e che divisavano
rincominciare all'alba del nuovo giorno con più vigore, e maggiore
fiducia di buon successo. Nè questi momenti conceduti alla speranza e al
riposo vennero trascurati dalla solerzia dell'Imperatore greco e del
genovese Giustiniani, che rimasti tutta la notte su i baloardi,
affrettarono tutti que' provvedimenti da cui poteva ancora dipendere il
destino della Chiesa e di Costantinopoli. Laonde all'apparire
dell'aurora novella, l'impaziente Maometto vide, con istupore ed eguale
afflizione, incenerita la sua torre di legno, tornata nel primo stato la
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