-Hist.-, l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare
che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo
pagano.
[394]
-Vidimus flavum Tiberim, retortis-
-Littore Etrusco violenter undis,-
-Ire dejectum monumenta regis-
-Templaque Vestae.-
(Hor. -Carm.- l. I, od. II).
Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di
Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio
di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di -vetustissima- o
d'-incorrupta-?
[395] -Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit,
completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum-
(Svetonio, in -Augusto-, c. 30).
[396] Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia
portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo
proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di
tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera
de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: -La
natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio- ec.
[397] -V.- le -Epoques de la Nature- dell'eloquente filosofo Buffon. La
sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è
quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè
medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini
(p. 212-561, edizione in 4).
[398] Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo
fatto singolare quanto incontrastabile, -V.- le sue Opere (t. II, p. 98,
edizione di Baskerville).
[399] Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati
alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre
grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni
1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.).
[400] Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più
mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia
della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho
prestata seria fede giammai (-V.- quanto ne ho detto al capit. X). I
Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto
Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non
presentano che favole e oscurità.
[401] -V.- il capitolo XXXI di quest'Opera.
[402] Cap. XXXI, -ivi.-
[403] Cap. XXXIX, -ivi.-
[404] Cap. XLIII, -ivi.-
[405] Cap. XXVIII, -ivi.-
[406] -Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur
PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et
omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit-
(-Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV-, Muratori,
-Script. rer. ital.-, t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore
anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a
Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò
alla Vergine, -quae est mater omnium Sanctorum- (p. 297, 298).
[407] Flaminio Vacca (-V.- Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in
fine della -Roma antica- del Nardini) e parecchi Romani, -doctrina
graves-, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor
tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi,
-filiis nepotibusque-. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per
provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de'
conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per
iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità.
[408] -Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et
ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta
discooperuit- (Anastas. -in Vitalian.-, pag. 141). Questo Greco, vile al
pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di
devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una
Chiesa cattolica.
[409] -V.- intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di
Papa Adriano I a Carlomagno (-Cod. Carolin.-, -epist.- 67, nel Muratori,
-Script. ital.-, tom. III, part. II, pag. 223).
[410] Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D.
887-899), -De reb. gestis Car. M.-, l. V, 437-440, negli -Historiens de
France- (t. V, p. 180).
-Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas,-
-Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit.-
-De tam longinqua poterit regione vetustas-
-Illius ornatum Francia ferre tibi.-
E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (-Histor. de France-, t.
V, p. 378), -extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae
pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et
marmora devehi fecit-.
[411] Un passo del Petrarca (-Op.-, p. 556, 557, -in epistola hortatoria
ad Nicolaum Laurentium-) è sì energico, ed all'uopo, che non posso
starmi dal trascriverlo: -Nec pudor aut pietas continuit quominus impii
spoliata Dei templa, occupatas arces, opes publicas regiones urbis,
atque honores magistratuum inter se divisos- (mancherà un -habeant-),
-quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae
vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupendâ
societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides
desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam
ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores
horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis
fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque
nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de
liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus
fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum
venerabilis civis- (dee dire -cinis-) -erat, ut reliquas sileam,
desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt.- Ciò
non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca.
[412] Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi
nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna
alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora
a Spoleto (-Annali-, t. VI, pag. 416).
[413] -V.- gli -Annali d'Italia-. Lo stesso Muratori avea trovato questo
e il precedente fatto nella -Storia dell'Ordine di S. Benedetto-
pubblicata dal Mabillon.
[414] -Vita di Sisto V-, di Gregorio Leti, t. III, p. 50.
[415] -Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi,
vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad
calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti-
(p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una
sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del -Governo
civile di Roma-, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che
veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi
assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di
Cecilia Metella (p. 19, 20).
[416] Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II,
è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto
della regina di Svezia (-Musaeum italicum.-, t. I, p. 97).
-Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas;-
-Ex cujus lapsu gloria prisca patet.-
-Sed tuus hic populus muris defossa vetustis-
-Calcis in obsequium, marmora dura coquit;-
-Impia tercentum si sic gens egerit annos-
-Nullum hinc indicium nobilitatis erit.-
[417] -Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium,
vacua videretur, populum habet immensum- (-Opp.-, p. 605, -Epist.
familiares-, 11, 14).
[418] Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle
diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico
Lancisi. -De Romani Coeli qualitatibus-, p. 122.
[419] Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre
città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita
compilazione pubblicata dal Muratori col titolo -Antiquitates Italiae
medii aevi, Dissert. 26-, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I,
p. 446 della stessa Opera volgarizzata.
[420] -Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane
Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt-
(Montfaucon, -Diarium italicum-, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285)
accenna -arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et
senatorum, turres de Bratis, arcus Antonini, turres de Cosectis-, etc.
[421] -Hadriani molem.... magna ex parte Romanorum injuria....
disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia,
absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset- (Poggi, -De
varietate fortunae-, p. 12).
[422] Di Enrico IV, (Muratori, -Annali d'Italia-, tom. IX, p. 147).
[423] Mi giova in questo luogo citare un passo importante del
Montfaucon: -Turris ingens rotunda.... Caeciliae Metellae.... sepulchrum
erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum
supersit; et- TORRE DI BOVE -dicitur, a boum capitibus muro inscriptis.
Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta
fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum
Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum
Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati,
in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat- (p. 142).
[424] -V.- Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono
tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello.
[425] Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, -ad velum aureum-, nella Vita di
Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, -Script. ital.-,
t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.).
-Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu-
Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum- (probabilmente
-vocatos-)
-In scelus in socios fraternaque vulnera patres,-
-Tormentis jecisse viros immania saxa;-
-Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas-
-Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo-
-Lumina vicino, quo sit spoliata supellex.-
[426] Il Muratori (-Dissertazioni sopra le Antichità Italiane-, t. I, p.
427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di
due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto
-cantari- di Genova (ogni -cantaro- pesa cinquanta libbre).
[427] La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza,
prescrivendo severamente di conservare -pro comuni utilitate le case de'
cittadini messi in bando- (-Galvaneus-, nel Muratori, -Script. rer.
ital.-, t. XII, p. 1041).
[428] Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e
piangendo additavagli, -maenia-, -lacerae specimen miserabile Romae-, e
annunziava l'intenzione di restaurarle (-Carmina latina-, lib. II,
-epist. Paulo Annibalensi-, XII, p. 97, 98).
-Nec te parva manet servatis fama ruinis-
-Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae-
-Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas-
-Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti-
-Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!-
-Quod ille nequivit- (Hannibal)
-Perficit hic aries.-
[429] Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua -Verona
illustrata-, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e
Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per
riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il
nome di -Colosseo, o Culiseo-, perchè eguale denominazione fu data
all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè
la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (-in atrio-) del suo
palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19).
[430] Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia
di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o
otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi
nel -Tesoro- di Sallengro. Il Montfaucon nel -Diarium- (p. 233) decide
che l'avidità de' Barbari -est una germanaque causa foraminum-.
[431] Donato, -Roma vetus et nova-, p. 285.
[432] -Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus,
cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus- (Beda, -in Excerptis,
seu collectaneis- presso il Ducange, -Gloss. med. et infimae
latinitatis-, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo
attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma
prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il
venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra.
[433] Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal
Muratori (-Script. rer. ital.-, t. III, p. 1), il passo che attesta
questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla
fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo.
[434] -V. Statuta urbis Romae-, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186.
Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di
Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, -Script. rer. Ital.-, t.
XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di -Nagona- e del monte
Testaceo.
[435] Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa
piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo,
questo cumulo singolare di -maiolica rotta-, sembra solamente serbato ad
una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di
maiali per dare divertimento alla plebaglia (-Statuta urbis Romae-, p.
186).
[436] Il -pallio-, giusta il Menagio, viene da -palmarium-, ma questa è
una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini
abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o
abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome
premio della vittoria (Muratori, -Diss.- 33).
[437] Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno
millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille
cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete
d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi
era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli
Ebrei. (-Statuta urbis-, -ivi-).
[438] Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti
di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta
la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli -Annali
romani- (Muratori, -Script. rer. ital.-, t. XII, pag. 535, 536).
Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo
in cui vengono raccontate, il carattere della verità.
[439] Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la
ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo.
[440] Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (-Mém. de
l'Acad. des Inscript.-, t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo
delle fazioni, -de Tiburtino faciendo-, nel Colosseo, fondandosi sopra
un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma.
[441] -Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem
deletum- (Poggi, p. 17).
[442] Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura
il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27);
questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione
favorevole per far rivivere un tal diritto.
[443] Dopo aver misurato il -priscus amphitheatri gyrus-, il Montfaucon
(p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era
tuttavia intatto; -tacendo clamat-. Il -Muratori- (-Ann. d'Ital.-, t.
XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice
Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano
VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: -Quod non fecerunt
Barbari, fecerunt Barbarini-; ma può essere che la sola somiglianza
delle parole lo abbia suggerito.
[444] Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo
smantellamento del Colosseo: -Quod si non suopte merito atque
pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res
utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse.-
[445] Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad
una menda di cinquecento -aurei- chiunque demolirà un antico edifizio,
-ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis
perpetuo repraesentent.-
[446] Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, -Mémoires
sur Pétrarque-, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto -miraculo rerum
tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu,
nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam
rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror-
(-Opp.-, pag. 605, -Familiares- 11, 14. -Joanni Columnae-).
[447] Egli eccettua, lodandone le -rare- cognizioni, Giovanni Colonna.
-Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus
dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae-.
[448] L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio,
aggiunge: -Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat
quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem
dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim
imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum
resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant
custodes senatui,- etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i
quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si
ribellarono; ma -tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in
hebdomada senatoribus nuntiavit.- Agrippa tornò addietro e ridusse ad
obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298).
[449] Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio -captus a Romanis exiit,
ivitque Neapolim-. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (-De
gestis regn. anglor.-, l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di
Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i
Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti.
[450] -V.- l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente
osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste
statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele,
vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a
dire prima del vincitore di Dario (Plinio, -Hist. nat.- XXXIV, 19).
[451] Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta
miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro,
ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide
sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio
latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e
portava nel petto una larga ferita (-Pectus perforat ingens-, ec.). Se
questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de'
contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in
quel secolo barbaro apparvero.
[452] -Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput
integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad
plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures
in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus,
horti patronus congesta humo texit- (Poggi, -De varietate fortunae-, p.
12).
[453] -V.- le -Memorie di Flamminio Vacca- (n. 57, p. 11, 12) sul finire
della Roma antica del Nardini (1704, in 4).
[454] Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o
diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto
(Labat, -Voyage en Espagne et en Italie-, t. III, p. 217, 218 ). Nel
1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel
1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento
novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della
popolazione abbia continuato.
[455] Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha
fatte sulle diverse parti di questa città (-Diarium. italic.-, c. 8-20,
p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi.
Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica
Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di
Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti,
se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli
scritti di Onofrio Panvinio, -qui omnes observavit-, poi le Opere
recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il
Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta
dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti
cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le
iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti
gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome
di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla
munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire
questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima
pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda
ed esatta per la topografia dell'antica Roma.
(-Nota alla pagina 141-) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni
intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora
come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè
Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj
personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che
all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al
Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto
delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato
Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente,
malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia -Credo
etc.- del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (-Credo etc.-, da
noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12)
dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della
-consustanzialità- di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser
Supremo, vale a dire della -divinità- di Gesù Cristo, ed i
Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani,
negando i primi la -consustanzialità- e la -divinità- di Gesù Cristo, ed
accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè
all'Esser Supremo, ma non -consustanziale- allo stesso, ossia della
stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo
poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero,
i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa
dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine,
sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi
occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il
Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici
ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i
Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di
molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani,
da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere
nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a
favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli
Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia
Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente
Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte
cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in
cui non v'era la parola -consubstantialem-, determinata dal Concilio di
Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore
Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353
contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo
di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per
ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per
comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e
potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di
Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo
Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani
e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non
voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu
Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di
Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con
Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della -consustanzialità-.
Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio;
ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino
Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S.
Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono
concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio
Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista
situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali,
che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel
quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo
semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e
bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur
troppo l'atto di fede, ossia il -Credo etc.- semi-ariano, di quel
Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore
Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e
divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de'
Concilj di Labbe, edizion di Venezia: -Post quam biennio exulasset
(Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum
innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio
exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque
dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac
morum turpissimam maculam incurit-. Labbe t. 3, p. 195, edizione di
Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu
poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de'
Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco
la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi
ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la
sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale
dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede
del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera
ed universale.
-Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae
voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego
Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius,
decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At
ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox
consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus,
idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi
perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio,
a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt,
dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu
per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius
sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et
frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem,
et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et
coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego
libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc
sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram,
quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini,
comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et
ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii
ad orientales episcopos.- Bini stesso presso Labbe dice: -haec est vera
illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit-.
Ecco un'altra lettera di Liberio.
-Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium- (Vescovi ariani
d'Occidente): -eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae
restitui cupit-.
-Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et
unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate
compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae
martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei.
Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae
episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem,
secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae
comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae
romanae etc.- In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani
presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di
che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci
accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: -Liberius medio
victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor
intravit. S. Jeron. in Chron.- S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo
sostenitore della -consustanzialità- e -divinità- di Gesù Cristo,
deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj
ariani, così disse pure del Papa Liberio: -Haec est perfidia ariana....
anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi
anathema, et tertio praevaricator Liberii-. -Lib. 6, fragm.-, edizione
Parigi 1693.
Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione
fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana,
siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il
quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non
una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un
altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu
il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo
Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà,
una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i
Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè
sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e
dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati
Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i
Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro
Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi
mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale
consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra,
dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le
parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà
in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i
Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel
loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo
una sola volontà. -Hist. sextae Synodi.- Labbe, T. 7, p. 610.
Ecco la lettera.
-Dilectissimo fratri Sergio, Honorius.- Dopo alcune parole dice: -Nec
non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus
novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato,
claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines
offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae
operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei
eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae
naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam
suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem
operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum
Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc.- -Actio 13, Conc.
VI.- Labbe, -sacrorum Conc. etc.-, edizione Veneta. T. II, p. 582. Il
Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i
Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne
macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò
chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante
piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori
premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche
e di religione.
Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose
che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto
Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri
eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio:
-Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et
secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis,
opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim
anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit;
necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et
exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico
Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema,
Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico
anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano
haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi
anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur
haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et
universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc.-
Labbe, T. II, p. 622.
-Sanctum Concilium exclamavit- (avendo già i Vescovi, ed i procuratori
d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli atti) -omnes
ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro
et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus
haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et
docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione
Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18.- Labbe, T. II,
pag. 655. -Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas
naturales operationes communiter, atque indivise procedentes
praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores
procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum,
Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos
praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium
gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in
his, seculus est. Actio 18.- Labbe, Tom. II, pag. 658.
Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra
Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de'
quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che
d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin,
giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di
Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla
civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può
saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento
delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non
si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche
dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da
tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla
si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il
fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini
dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o
da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti,
mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello stato,
e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e
della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non
lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino
a' nostri giorni. (-Nota di N.N.-)
(-Nota alla pag. 142-) Il diritto de' rei ecclesiastici, e
particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il
potere di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj
rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione,
non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre
con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj
nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte
a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, -Sacrorum Conciliorum Nova
et amplissima Collectio etc.-, edizione Venezia) furono proposti nel
Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo
presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui
abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota T.
12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il
diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e
consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle
famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione
dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono
e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo
nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette
Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S.
Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso
la fine del secolo quarto.
I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi
secoli.
II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una
stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il
falsificatore ha voluto far credere.
III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione
latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo
intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono
scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420.
IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e
degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non
fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da
Isidoro, come scritte da essi.
V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del
secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state
promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del
nono.
VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del
Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò
l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi
Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite.
VII. Perchè Dionisio detto il -Picciolo-, diligente collettore delle
Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo,
cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere
Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato
d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli
stesso ci assicura; -praeteritorum apostolicae sedis praesulum
constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad
Julianum praesbyterum-.
VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi,
contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro
falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati,
di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi
secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state
scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che
fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua
collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette.
Queste Lettere principalmente sostengono come doverose, e già consuete
le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle
cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o
delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener
Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi,
e determinano molte regole per renderle assai difficili.
Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a'
cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi
contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse,
erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli
del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di
conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè
s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il
suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere
per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo
ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento,
tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica,
i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da
quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute
vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false
Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di
conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e
praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate
dall'autorità di cinquanta de' primi Papi.
L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a
costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano
ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni,
sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni,
scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: -Etsi sedem
apostolicam nullatenus appellasset- (cioè il Vescovo reo condannato e
deposto dal Concilio) -contra tot tamen et tanta vos Decretalia- (cioè
le false d'Isidoro) -efferre statuta, et episcopum, inconsultis nobis,
deponere nulla modo debuistis-. -Epist. 42. Nic. I.- Le cause de'
Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj
delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi
presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto
canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di
Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali
(benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni
antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro
specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro
Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie
che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero
Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle
promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano:
-quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere,
libellum de patrum antiquorum- (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a
Siricio) -ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones,
editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra
evangelicam, et apostolicam et canonicam etc.- Flodoardo, -Hist. di
Reims-.
Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in
Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro
Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero
le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo
Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro
de Marca: -Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex
supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos
transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de
unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab
episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta
statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi
tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata
fuisse verba epistolarum illarum decretalium et earum auctoritatem,
probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae
Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari,
ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch.
Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii-, l. 3, c. 6.
Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di
Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di
togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle
appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente
anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle
Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai
Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce
lo prova il prelodato Arcivescovo: -Tandem eo deventom est ut tantis
nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam
gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et
Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo,
Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in
causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent-, Ibidem, l. 3,
c. 7.
La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il
nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli
circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il -Piccolo-) onde -antiquo
juri novum successit-, ci dice dottamente anche il -De Marca-, formossi
delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione
generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne
testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di
Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III,
d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni
dette -Clementine-, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo -Corpus
juris canonici-.
Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a
stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come Capi in
particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co'
Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e
quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a
Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì
dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i
rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine
del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche
da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande.
Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo
lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali
(vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S.
Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere
e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi
un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei
Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e
sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle
false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori
protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere
invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino:
vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307.
* * * * *
Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della
grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando
e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere
innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra
importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che
potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito
dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile.
Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato
l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere:
l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta
avrebbe raddoppiato quasi i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente.
Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a'
sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero.
FINE DEL DECIMOTERZO ED ULTIMO VOLUME.
INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL DECIMOTERZO
VOLUME
CAPITOLO LXVII. -Scisma de' Greci e de' Latini.
Regno e carattere di Amurat. Crociata di
Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del
medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg.
Costantino Paleologo, ultimo Imperatore
di Costantinopoli.-
A. D.
Parallelo fra Roma e Costantinopoli -pag.- 5
1440-1448 Scisma greco dopo il Concilio di Firenze 10
Zelo de' Russi e degli Orientali 13
1421-1451 Regno e carattere di Amurat II15
1442-1444 Rassegna due volte successive il trono 17
1443 Lega formata da Eugenio contro i Turchi19
Ladislao Re di Polonia e d'Ungheria marcia
contr'essi23
Pace de' Turchi24
1444 10 novembre. Violazione del Trattato di pace 25
Giornata di Warna 28
Morte di Ladislao 29
Il Cardinale Giuliano31
Giovanni Corvino Uniade 32
1457 Difesa di Belgrado e morte di Uniade34
1404-1413 Nascita e educazione di Scanderbeg principe
dell'Albania 36
1443 Tradisce il Sultano e fa guerra ai Turchi 38
Valore di Scanderbeg 40
1467 Morte 42
1448-1453 Costantino ultimo degli Imperatori Romani o Greci 44
1450-1452 Ambasceria di Franza 46
Stato della Corte di Bisanzo 49
CAPITOLO LXVIII. -Regno e carattere di Maometto II.
Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli
fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo.
Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano
nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste
di Maometto II; sua morte.-
Carattere di Maometto II51
1451-1481 Regno 55
1451 Intenzioni ostili di Maometto contro i Greci 57
1452 Costruisce una Fortezza sul Bosforo 62
Guerra de' Turchi 64
Apparecchi per l'assedio di Costantinopoli66
Gran cannone di Maometto68
1453 Costantinopoli assediata71
Forze de' Turchi 74
De' Greci75
1452 Fallace unione delle due Chiese 77
Ostinazione e fanatismo de' Greci78
1453 Progredisce l'assedio di Costantinopoli82
Assalto e difesa 85
Soccorso venuto agli assediati, e vittoria
navale riportata dai Cristiani 87
Maometto fa trasportare il suo navilio per terra92
Strettezze in cui trovasi la città 96
I Turchi si preparano ad un assalto generale 96
L'Imperator Costantino si congeda l'ultima
volta dai Greci 99
1453 29 maggio. Assalto generale 101
Morte dell'Imperatore Costantino Paleologo 106
I Greci perdono la città e l'Impero107
Costantinopoli saccheggiata dai Turchi107
Prigionia de' Greci 110
Calcolo del bottino 112
Maometto II trascorre la città, S. Sofia,
il palagio, ec.116
Condotta di Maometto verso i Greci 118
Torna a popolare e ad abbellire Costantinopoli 119
Estinzione delle famiglie imperiali de'
Comneni e de' Paleologhi123
1460 La Morea perduta pe' Turchi 125
1461 Anche Trebisonda 126
1453 Dolore e spavento in cui è immersa l'Europa 129
1481 Morte di Maometto II133
CAPITOLO LXIX. -Stato di Roma dopo il secolo
dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi.
Sedizioni nella città di Roma. Eresia politica
di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della
Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani.
Loro guerre. Vengono privati della elezione
e della presidenza de' Papi, che si ritirano
ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma.
Querele fra i Colonna e gli Orsini.-
1100-1500 Stato di Roma e cambiamenti politici del
medesimo 135
800-1100 Imperatori di Roma francesi e alemanni137
Autorità de' Pontefici in Roma 140
Fondata sull'affezione del popolo 140
Sul diritto140
Sulle virtù degli stessi Pontefici 141
Sulle loro ricchezze142
Incostanza della superstizione 143
Sommosse di Roma contro i Papi 145
1086-1305 Successori di Gregorio VII147
1099-1118 Pasquale II148
1118-1119 Gelasio II 149
1144-1145 Lucio II150
1181-1185 Lucio III 150
1119-1124 Calisto II 151
1130-1143 Innocenzo II -ivi-
Pittura che S. Bernardo fa dei Romani 152
1159 Eresia politica di Arnaldo da Brescia 153
1144-1154 Esorta i Romani a far rinascere la repubblica 157
1155 Arso vivo 159
1144 Restaurazione del Senato 160
Campidoglio163
Zecca164
Prefetto della città166
Numero de' Membri del Senato, e forma della
loro elezione 167
Ufizio del Senatore 169
1252-1258 Brancaleone171
1263-1278 Carlo d'Angiò 173
1281 Papa Martino IV 174
1328 L'Imperatore Luigi di Baviera175
I Romani si volgono agl'Imperatori 175
1144 Corrado III175
1156 Federico I 177
Guerre de' Romani contro le città confinanti181
1167 Battaglia di Tuscolo184
1234 Di Viterbo 185
Elezione de' Papi185
1179 Diritto de' Cardinali fondato da Alessandro III187
1274 Conclave instituito da Gregorio X 188
Lontananza de' Papi da Roma 192
1294-1303 Bonifazio VIII193
1309 Traslazione della Santa Sede ad Avignone 195
1300 Instituzione del Giubbileo e dell'Anno Santo198
1350 Secondo Giubbileo202
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1000