gran Logoteta, Giorgio Acropolita osò con sincerità sostenere una
opinione che feriva il Sovrano. Questi, portata primieramente la mano
all'elsa della sua scimitarra, fu rattenuto indi dal nuovo pensamento di
punire in modo più obbrobrioso il Ministro. Cotesto uffiziale, un de'
primarj dell'Impero, ebbe dal suo Signore il comando di scendere da
cavallo, e spogliato delle sue vesti alla presenza del Principe e
dell'esercito, e steso sul suolo, soggiacque ai colpi di bastone, che
due guardie, od esecutori senza pietà gli menarono addosso; gastigo
durato sì lungo tempo, che quando per ordine imperiale fu fatto tregua
alle percosse, il misero paziente quasi non ebbe bastante forza per
sorgere da terra e trascinarsi alla sua tenda. Dopo essere stato
ritirato per alcuni giorni, gli stessi comandi assoluti di Teodoro lo
richiamarono nel Consiglio; e, ciò che prova quanto i Greci d'allora ad
ogni sentimento di onore e di vergogna fossero morti, è il saper noi
l'obbrobrio cui fu sottoposto Acropolita, dalla sua narrazione
medesima[209]. Questa crudeltà ingenita dell'Imperatore ebbe maggior
alimento da un penoso morbo che gli presentava di continuo imminente la
morte, e dai timori destatisi nel medesimo di doverlo alle forze di un
veleno, o di un sortilegio. Ogn'impeto di collera che lo assaliva,
costava or le sostanze, or la vita, o gli occhi, o alcun membro del
corpo a qualche individuo della famiglia imperiale, o a qualche grande
uffiziale della Corona; laonde sul terminar de' suoi giorni, il figlio
di Vatace si meritò dal popolo, o certamente dalla sua Corte, il nome di
tiranno. Venuto una volta in deliberazione di maritare una nobile ed
avvenentissima donzella ad un vil plebeo, cui solo merito era il
capriccio del Sovrano che lo favoriva, e non acconsentendo a tai nozze
la madre della giovane che apparteneva alla famiglia de' Paleologhi,
Teodoro, per sin dimenticati i riguardi e al grado, e all'età dovuti, la
fe' mettere fino al collo entro un sacco insieme a diversi gatti, delle
quali bestie veniva aizzato a punture di spille il furore. Giunto agli
ultimi del viver suo questo Principe, mostrò rincrescimento delle
passate crudeltà e desiderio con successivi atti clementi di
cancellarle. Lo crucciavano ad un tempo (A. D. 1559) i pensieri di un
figlio che non avendo più di otto anni, egli vedeva avventurato ai
pericoli di una lunga minorità; ne confidò pertanto la tutela alla
santità del patriarca Arsenio, e al valore di Giorgio Muzalone, gran
domestico. Questo secondo quanto godea il favore del Principe,
altrettanto della pubblica esecrazione era scopo; tanto maggiormente che
le corrispondenze fra i Greci e i Latini avendo introdotto nelle
monarchie de' primi i titoli e i privilegi ereditarj, le famiglie
nobili[210] si adiravano in veggendo l'innalzamento di un favorito privo
di meriti, e che, per giunta, incolpavano di tutti gli errori del
Sovrano e delle calamità della patria. Nondimeno nel primo Consiglio
tenutosi dopo la morte di Teodoro, Muzalone dall'alto del trono aringò
in difesa della propria condotta e delle intenzioni da cui fu mossa, con
tanta arte, che per allora lodatane la modestia, e largheggiatogli di
proteste di stima e di fedeltà, i più inviperiti nemici del favorito si
mostrarono i primi ad onorarlo col titolo di custode e salvator de'
Romani. Ma otto giorni bastarono agli apparecchi di una congiura che
scoppiò nel nono, mentre si celebravano le pompe funerali del Monarca
defunto nella cattedrale di Magnesia,[211] città dell'Asia, situata in
riva all'Ermo, alle falde del Sipilo, poichè in questa città Teodoro era
spirato. Interrotta la cerimonia da una sommossa delle guardie,
Muzalone, i fratelli e i partigiani di questo, vennero trucidati a piè
dell'altare, datosi per nuovo collega al Patriarca, assente in quel
punto, Michele Paleologo, uno de' Greci d'allora il più illustre per
meriti e per natali[212].
Fra tanti che invaniscono de' loro antenati, la maggior parte è ridotta
a contentarsi di una gloria municipale, o domestica, e avene assai pochi
i quali osassero consegnare i privati fasti delle lor famiglie agli
Annali della propria nazione. Ma sino dalla metà dell'undecimo secolo,
la nobile schiatta de' Paleologhi[213] luminosa nella Storia di Bisanzo
si mostra. Incominciatone lo splendore col valoroso Giorgio Paleologo
che collocò il padre de' Comneni sul trono di Costantinopoli, i
congiunti, o discendenti dello stesso Giorgio continuarono nelle
successive generazioni a segnalarsi or comandando gli eserciti, or
presedendo ai Consigli di Stato. La famiglia imperiale non disdegnò il
lor parentado, talchè, se l'ordine di successione fosse stato a rigore
osservato rispetto alle donne, la moglie di Teodoro Lascaris avrebbe
ceduto alla sua sorella primogenita, madre di quel Michele Paleologo,
che in appresso innalzò al trono la propria famiglia. Al vanto di una
illustre nascita Michele aggiungea quello che dalle sue nozioni
politiche e militari gli derivava. Asceso fin dagli anni della prima
giovinezza alla carica di Contestabile o comandante de' Franchi
mercenarj, la sostenne splendidamente, e avido e prodigo ad un tempo la
sua ambizione il rendea; perchè, se la spesa necessaria al mantenimento
suo personale, non eccedea le tre piastre d'oro, molto danaro
abbisognavagli per far donativi, che alle sue maniere affabili e buone
qualità sociali accrescevano pregio. Questa affezione ch'egli si era
guadagnata dal popolo e dai soldati, diede ombra alla Corte; nondimeno
Michele si sottrasse per tre volte ai pericoli che o la sua imprudenza,
o quella de' suoi partigiani gli suscitarono.
1. Sotto il regno di Vatace, che era pur quello della giustizia, essendo
nato litigio fra due uffiziali[214], l'un de' quali accusava l'altro di
sostenere il diritto ereditario de' Paleologhi al trono, si pensò
definirlo con un combattimento giudiziario, usanza che i Greci aveano
tolta di recente dalla giurisprudenza dei Latini. Comunque soggiacesse
l'accusato, si mantenne sempre fermo nel protestare sè essere il solo
colpevole, e i discorsi o imprudenti, o criminosi da lui tenuti non
solamente non avere ottenuta approvazione dal suo protettore Michele
Paleologo, ma a non saputa di questo essere stati fatti. A mal grado di
ciò, forti sospetti aggravavano tuttavia il Contestabile, fatto scopo
per ogni dove alle dicerie della malevolenza, onde l'arcivescovo di
Filadelfia, scaltrito cortigiano, lo sollecitava a sottomettersi al
-Giudizio di Dio-, e a far palese colla prova del fuoco la sua
innocenza[215]. Il qual partito se Paleologo avesse accettato, tre
giorni prima innanzi le prove, doveasi, secondo quelle costumanze,
avvolgergli il braccio in un sacchetto, fasciatura che l'imperiale
suggello guarentiva indissolubile; poi gli facea mestieri portar tre
volte dall'altare alla balaustrata del santuario una palla di ferro
rovente; e il non riceverne danno, o dolore, comunque non si fosse
premunito con verun'arte, assoluto lo rimandava. Ma con una piacevole
accortezza il Contestabile da una tal prova pericolosa si liberò. «Io
sono soldato, diss'egli, e pronto a combattere, brandendo l'armi, i miei
accusatori, ma ad un profano, ad un peccatore mio pari, Dio non comparte
il dono di far miracoli. Ben la vostra pietà, o prelato santissimo, può
meritarmi questa grazia celeste. Riceverò pertanto, ma solo dalle vostre
mani, la palla arroventata che debb'essere il mallevadore della mia
innocenza». L'arcivescovo rimase scompigliato, l'Imperatore sorrise;
nuovi servigi meritarono a Michele assoluzione e perdono e onori
novelli.
2. Sotto il regno successivo, essendo Paleologo governator di Nicea, fu
avvertito, in tempo che Teodoro era lontano, dei pericoli da temersi
dalla diffidenza di questo principe, che probabilmente accigneasi a
compensarne i servigi col dargli morte, o privarlo per lo meno degli
occhi. Per non fare una tale esperienza, il Contestabile, seguito da
alcuni servi, abbandonò la città e gli Stati di Teodoro; spogliato indi
dai Turcomani nell'attraversare il Deserto, trovò nondimeno alla Corte
del Sultano ospizio e buon'accoglienza. Ridotto ad una tanto equivoca
condizione di vita l'esule illustre, seppe unire i doveri che gli
imponea la gratitudine verso il Sultano a quelli di cittadino; laonde
mentre i Tartari respingea dai dominj del suo benefattore, mandava
salutevoli avvisi alle guernigioni romane delle frontiere, e pervenne ad
ultimare un Trattato di pace, fra le cui condizioni vi fu quella,
decorosa per lui, della sua grazia e del suo ritorno alla patria.
3. Intanto ch'egli stava difendendo l'Oriente contra le fazioni del
despota dell'Epiro, il Principe, sul solo fondamento di nuovi sospetti,
lo condannò, e questa volta Michele, fosse debolezza, o fedeltà, porse
la mano alle catene, e si lasciò condurre da Durazzo a Nicea, cammino di
circa seicento miglia. Il ministro incaricato di una commissione sì
odiosa, per altro la mitigò coi riguardi usati verso del prigioniere; ne
andò guari che i pericoli sovrastanti ad esso, dileguarono per
l'infermità dell'Imperatore, e cessarono affatto allor quando questi
giunto all'istante della morte raccomandò al medesimo Paleologo il
proprio figlio; col quale atto nel modo il più evidente manifestò di
riconoscere e l'innocenza, e il potere d'un uomo sì ragguardevole.
Ma oltre alla rimembranza dell'oltraggio che questa sua innocenza avea
ricevuto, troppo manifesto era il potere, perchè vi fosse speranza di
arrestarne il corso in sulla via che l'ambizione gli apriva[216]. Nel
Consiglio tenutosi dopo la morte di Teodoro, primo Michele a giurar
fedeltà a Muzalone, fu indi il primo ad infrangere un tal giuramento; ma
si condusse con tanta scaltrezza, che trasse profitto dalla strage
accaduta pochi giorni dopo, senza partecipar del delitto, o almeno del
rimprovero del delitto. Quando si venne alla scelta di un reggente,
ponendo destramente in conflitto le passioni e gli interessi contrarj
de' candidati, se ne cattivò i voti, in guisa che ciascuno per parte sua
protestava non esservi alcuno, dopo di sè, che più di Paleologo
meritasse la preferenza. Col titolo di gran Duca, accettò, o si arrogò
il potere esecutivo dello Stato, sintanto che durasse la lunga minorità
del giovine Cesare. Nulla avendo a temere dal Patriarca, che era
solamente un fantasma insignito d'onori, seppe colla superiorità del suo
ingegno o allettare, o dileguare le fazioni de' Nobili. Avea Vatace
depositati i tesori, venuti dalla sua assegnatezza, entro un Forte
situato alle rive dell'Ermo, e da' suoi fedeli Varangi difeso; ma il
Contestabile, che avea mantenuta la sua autorità, o la sua prevalenza
sulle truppe straniere, adoperò le guardie per impadronirsi del tesoro,
il tesoro per corrompere le guardie; inoltre sì accorto, che comunque
delle pubbliche ricchezze abusasse, di avarizia, o avidità personale non
fu giammai sospettato. Tutti i discorsi di lui e de' suoi partigiani
intendevano a far credere ai sudditi di ogni classe che la loro
prosperità sarebbe cresciuta in proporzione del suo potere. Mitigò il
rigor delle tasse, perpetuo argomento delle querele del popolo, e proibì
le prove del fuoco e i combattimenti giudiziarj, barbare instituzioni,
già abolite, o venute in discredito, così nella Francia[217] come
nell'Inghilterra[218], alla qual considerazione si arroge che il
giudizio per via della spada opponeasi egualmente alla ragione di un
popolo ingentilito[219], e alle propensioni morali di un popolo
pusillanime, siccome i Greci lo erano. Si guadagnò l'amore de' veterani
assicurando il vitto alle mogli e ai figli de' medesimi. Col proteggere
il progresso delle Scienze e la purezza della religione, ebbe per sè i
filosofi e i Sacerdoti; largo promettitore di ricompense al merito, fece
sì che tutti gli aspiranti a cariche applicassero a sè medesimi queste
promesse. Non ignorando quanta fosse la prevalenza del clero, si studiò
con buon successo per procacciare i suffragi di un Ordine così poderoso,
al quale scopo gli somministrò un onorevole colore il dispendioso
viaggio che da Nicea a Magnesia intraprese. Visitandoli di notte tempo,
con nuove liberalità seduceva i prelati, e lusingò la vanità
dell'incorruttibile Patriarca coll'omaggio di condurne egli medesimo la
mula per le strade della città, allontanando colla propria mano la
calca, onde si tenesse alla dovuta rispettosa distanza. Senza rinunziare
ai diritti che gli venian dalla nascita, incoraggiò la libertà delle
discussioni sui vantaggi di una monarchia elettiva, per lo che i
partigiani di lui poneano in aria di trionfo la seguente interrogazione:
quale infermo vorrebbe affidare la cura della propria salute, qual
mercatante la condotta della sua nave, all'ingegno d'un medico o d'un
nocchiero ereditarj? La fanciullezza dell'Imperatore, e i pericoli da
una lunga minorità minacciati, rendeano necessaria allo Stato la
protezione di un Reggente adulto ed esperto, di un collegato al trono
che non dovesse paventare la gelosia de' suoi pari, e insignito de'
titoli e delle prerogative reali. Dopo le quali cose apparve che sol per
vantaggio del principe e de' popoli, senza viste d'interesse o per sè, o
per la propria famiglia, il gran Duca acconsentiva ad assumersi la
tutela e l'educazione del figlio di Teodoro; del rimanente aspettava
egli con impazienza il felice istante, in cui già ferma al regno la mano
del giovine Principe, potesse questi liberare il suo tutore dal peso
dell'amministrazione, e restituirgli il conforto di vivere nella sua
pacifica oscurità. Gli vennero primieramente conferiti i titoli e le
prerogative di -despota-, per cui godea degli onori della porpora, e del
secondo grado della monarchia romana. Convenutosi indi che Giovanni e
Michele sarebbero acclamati Imperatori colleghi, e sollevati entrambi
sopra lo scudo, salva per Giovanni la preminenza derivatagli dal diritto
di successione, i due augusti colleghi si giurarono amicizia
inviolabile, permettendo ai sudditi di obbligarsi con giuramento a
chiarirsi contro l'aggressore; espressione equivoca ed atta a
somministrare pretesto alla discordia e alla guerra civile. Di tutto ciò
Paleologo parea soddisfatto: ma nel dì della cerimonia della coronazione
che accader dovea nella cattedral di Nicea, gli amici di Paleologo
levarono un grido per sostenere la preminenza dovuta, questi diceano,
all'età e al merito del nuovo Cesare; ed a tale contrasto fuori di luogo
si cercò per temperamento il differire a più favorevole circostanza la
coronazione di Giovanni Lascaris. Laonde il giovine principe, fregiato
unicamente di una lieve corona, comparve seguendo il suo tutore, che
solo ricevè dalle mani del Patriarca il diadema imperiale. Non senza
un'estrema ripugnanza Arsenio abbandonò in tal guisa gl'interessi del
pupillo: ma i Varangi (A. D. 1260), sollevata la loro azza da guerra,
prevalsero alla timida fanciullezza del principe legittimo che diede un
segno di approvazione; e nondimeno si fecero udire alcune voci sulla
necessità che l'esistenza di un fanciullo non fosse omai ostacolo alla
felicità d'uno Stato. Grato Paleologo ai suoi amici, d'impieghi civili e
militari li presentò, e creando nella propria famiglia un -despota- e
due -sebastocratori-, conferì al vecchio generale Alessio Strategopolo
il titolo di Cesare, che rendè ampio guiderdone al suo benefattore col
farlo padrone di Costantinopoli.
[A. D. 1261]
Correva il secondo anno del regno di Michele, allorchè, risedendo egli
nel palagio e ne' giardini di Ninfea[220] presso Smirne, ricevette di
notte tempo la prima notizia di questo incredibile buon successo, ad
annunziargli il quale si andò con molto riguardo innanzi destarlo, per
condiscendere alle tenere sollecitudini della sorella del medesimo,
Eulogia. Il messaggiero, uomo di niun conto e sconosciuto, non portava
con sè alcuna lettera del generale vincitore; laonde Paleologo, pensando
alla sconfitta di Vatace, e alla inutilità dei tentativi che egli stesso
avea di recente operati, nè potendo persuadersi che ottocento soldati
avessero potuto sorprendere Costantinopoli, ebbe per sospetto il messo,
e fattolo arrestare, gli promise grandi ricompense, qualora un tale
annunzio si fosse verificato, altrimenti gli minacciò morte. La Corte
rimase per alcune ore in queste alternative di tema e di speranza, fino
al momento in cui i messi di Alessio arrivarono apportatori de' trofei
della vittoria, della spada cioè e dello scettro[221], dei calzaretti, e
del berrettone[222] di Baldovino -l'Usurpatore-, i quali arredi nel
momento della sua precipitosa fuga gli eran caduti. Venne tantosto
convocata un'assemblea de' Prelati, dei Nobili e de' Senatori, e sì
universale ed intensa era l'allegrezza, che niun altro fausto
avvenimento avea per lo innanzi destato un giubilo simile a questo. Il
nuovo Sovrano di Costantinopoli, con elaborata Orazione magnificò la
propria fortuna e quella del popolo. «Fuvvi un tempo, ei dicea, un tempo
assai remoto, allorchè l'Impero de' Romani, dal golfo Adriatico al Tigri
e ai confini dell'Etiopia si dilatava. Vennero i giorni di calamità, ne'
quali, dopo la perdita di molte province, la medesima Capitale cadde fra
le mani dei Barbari dell'Occidente. Dall'ultimo grado della sciagura, il
flutto della prosperità ci ha nuovamente innalzati; ma non ostante
erravamo sempre esuli e fuggitivi, e a chi ne chiedeva ove fosse la
patria de' Romani, additavamo arrossendo il clima del Globo e la regione
del Cielo. La Providenza favorevole alle nostr'armi ne ha restituita
Costantinopoli, sedia dell'Impero e della Religione. Spetta al nostro
valore e al nostro coraggio il far sì che questo prezioso acquisto sia
presagio e mallevadore di novelle vittorie». Tanta era nel Principe e
nel popolo l'impazienza, che venti giorni dopo l'espulsione de' Latini
(A. D. 1261), Michele fece il suo trionfale ingresso in Costantinopoli.
Al suo avvicinare, apertasi la Porta d'Oro, il pio conquistatore, sceso
da cavallo, si fece portare innanzi la miracolosa immagine di Maria la
Conduttrice, affinchè apparisse che la Vergine stessa lo conduceva al
tempio del proprio figlio nella cattedrale di S. Sofia. Ma dopo essersi
abbandonato ai primi impeti della divozione e dell'orgoglio, contemplò
sospirando la rovina e la solitudine che regnavano per ogni dove della
derelitta sua Capitale. Lordati di fumo e fango i palagi, offrivano per
ogni lato l'impronta della salvatica licenza de' Franchi; vedeansi
intere contrade consumate dal fuoco, o guaste dall'ingiuria de' tempi;
gli edifizj sacri e profani spogliati de' loro arredi, e, come se i
Latini avessero preveduto l'istante di essere discacciati, ogni
industria loro era stata posta nel saccheggiare e distruggere;
annichilato il commercio dall'anarchia, e dall'indigenza; sparita colla
ricchezza pubblica la popolazione. Essendo stata una fra le prime cure
dell'Imperatore il restituire ai Nobili i palagi de' loro antenati,
tutti coloro che poterono offrire valevoli documenti, tornarono a
trovarsi nel ricinto delle lor case, o almeno sugli spianati ov'esse
stettero un giorno. Ma questi proprietarj essendo periti in gran parte,
la maggiore eredità fu del fisco. Le sollecitazioni di Michele trassero
gli abitanti delle province a popolare nuovamente Costantinopoli, ove i
prodi Volontarj che l'aveano liberata, ottennero possedimenti. I Baroni
francesi e le primarie famiglie, insieme coll'Imperatore, si erano
ritirate. Ma una moltitudine paziente di oscuri Latini, affezionatasi al
paese, alcun fastidio del cambiato padrone non si prendea. Anzichè
privare delle lor fattorie i Pisani, i Veneti, i Genovesi, il saggio
conquistatore, dopo avere da questi ricevuto il giuramento di fedeltà,
protesse la loro industria, ne confermò i privilegi, e permise ad essi
di conservare la loro giurisdizione e i lor magistrati. I Pisani e i
Veneziani continuarono ad occupare i loro rioni a parte nella città; ma
i Genovesi, più meritevoli degli altri di gratitudine per parte de'
Greci, eccitata ne aveano la gelosia; perchè la loro independente
colonia che aveva sulle prime posta dimora ad Eraclea in un porto della
Tracia, condiscese alla sollecitazione che li chiamava a popolare il
sobborgo di Galata; ma la opportunità del sito essendo stata ad essi
giovevole per rinvigorire il primitivo loro commercio non andò guari che
la maestà dell'Impero di Costantinopoli ne sofferse[223].
[A. D. 1261]
Il ritorno de' Greci a Costantinopoli venne celebrato, siccome l'epoca
di un novello impero: il solo conquistatore, fondato sul diritto della
propria spada, rinovò la cerimonia della sua incoronazione nella
Cattedrale di S. Sofia; Giovanni Lascaris, pupillo di Michele, e
legittimo Sovrano, vide a poco a poco sparire le prerogative della sua
dignità, e cancellato dagli atti del governo il suo nome; ma i diritti
di lui vivevano ancora nella ricordanza de' popoli, ed egli intanto
avanzavasi verso gli anni della virilità e dell'ambizione. Fosse timore,
o ribrezzo, Paleologo non lordò nel sangue di un innocente Principe le
sue mani; ma perplesso fra i sentimenti dell'usurpatore e que' del
parente, si affrancò il possedimento del trono, mercè uno di que'
delitti imperfetti, co' quali i moderni Greci eransi già addimesticati,
e poichè la privazione della vista rendea un principe incapace di
governare l'Impero, a questo colpevole espediente ricorse; ma invece che
all'infelice giovane fossero strappati gli occhi, si pensò a distruggere
in esso la forza del nervo ottico esponendolo alla riflessione ardente
di un arroventato bacino;[224] dopo di che confinato in un lontano
castello, vi languì dimenticato per molto volgere d'anni. Benchè questo
meditato delitto sembri incompatibile coi rimorsi, possiam credere, che
Paleologo avesse nel commetterlo una disadatta, quanto per lui comoda,
fiducia nella misericordia del Cielo; ma non quindi rimanea meno esposto
al biasimo e alla vendetta degli uomini. Applaudissero pure, o,
intimoriti dalle sue crudeltà, si stessero silenziosi i vili cortigiani
dell'usurpatore; ma il clero potea parlare a nome di un invisibile
padrone, e condotto da un Prelato inaccessibile alla speranza come al
timore. Vero è che Arsenio[225], dopo rassegnata per breve tempo la sua
dignità, si era prestato ad occupare la sede ecclesiastica di
Costantinopoli; onde sotto la presidenza di lui la Chiesa greca fu
restaurata. Egli sperava di ammollire per via di pazienza e di
sommessioni l'animo del tiranno, e di rendersi per tal via utile al
giovine Imperatore; ma troppo a lungo gli artifizj di Paleologo si erano
presa a giuoco la pietosa semplicità del Prelato; il quale appena seppe
il destino infausto di Lascaris, prese il partito di adoperare le armi
spirituali, e questa volta la superstizione protesse la causa
dell'umanità e della giustizia. Pertanto in un Concilio di Vescovi (A.
D. 1262-1263), che l'esempio del loro Capo facea coraggiosi, pronunziò
anatema contro Michele, avendo nondimeno la prudenza di continuare a
fare menzione di lui nelle pubbliche preci. I prelati d'Oriente non
avevano ancora abbracciate le pericolose massime dell'antica Roma, nè si
credeano quindi in diritto di far forti le loro censure spirituali col
gridare rimossi dal trono i monarchi, e sciogliere i sudditi dal
giuramento di fedeltà; però il colpevole, separato in tal guisa da Dio e
dalla Chiesa, diveniva scopo al pubblico orrore, orrore che, in una
Capitale abitata da turbolenti fanatici, era valevole ad armare il
braccio di un assassino, o ad eccitare una sedizione. Paleologo che
comprendeva il pericolo, confessò il proprio delitto, implorando la
clemenza del giudice: la colpa non avea più riparo; chi l'avea commessa
ne godeva il frutto; una rigorosa penitenza potea cancellarla, ed
innalzare il peccatore agli onori di un Santo; ma l'inflessibile
Patriarca ricusò di additar vie di espiazione, o di concedere alcuna
speranza di pietà celeste al colpevole, e solamente condiscese a
rispondere che ad un sì atroce delitto una straordinaria espiazione
voleasi. «È necessario ch'io rassegni l'Impero?» sclamò Michele,
rimettendo, o facendo l'atto di rimettere la spada imperiale. E già
Arsenio portava la mano a questo pegno della Sovranità; ma non tardò ad
accorgersi che l'Imperatore non si sentiva inclinato a pagare a sì caro
prezzo l'assoluzione implorata[226]; per lo che acceso di sdegno il
Prelato cercò la sua cella, lasciando il monarca piangente e prostrato
in sulla soglia del tempio.
[A. D. 1266-1312]
Lo scandalo e i pericoli di una tale scomunica durarono più di tre anni.
Il tempo e la penitenza di Michele avendo acchetati i gridori del
popolo, i Prelati greci giunsero a condannare il rigore d'Arsenio,
siccome opposto alla evangelica mansuetudine. Intanto l'Imperatore non
si stette dal fare accortamente antivedere, che quando si continuasse a
ributtare la sua sommessione, ei potrebbe trovare a Roma un giudice più
indulgente; ed era cosa più semplice e più conforme agli interessi della
Chiesa bisantina il procurarsi nel proprio seno un Capo che proferisse i
suoi giudizj a norma delle brame imperiali. Si fece comparire il nome di
Arsenio in mezzo ad alcuni rumori vaghi di scontento e di cospirazioni;
alcune irregolarità che si pretese scoprire nel reggimento spirituale
del medesimo, somministrarono pretesto ad un sinodo per giudicare e
rimovere il Prelato, che sotto buona scorta di armati, fu trasferito in
una isoletta della Propontide. Prima di essere condotto al luogo
dell'esilio, il Patriarca pretese dignitosamente che si facesse un
inventario de' tesori della chiesa, manifestò non possedere egli in
proprio che tre piastre d'oro guadagnate nel copiar salmi, serbò tutta
l'independenza dell'animo suo, e continuò fino all'ultimo respiro nelle
proteste che quanto a lui non avrebbe mai assoluto l'Imperatore[227].
Qualche tempo dopo la partenza di Arsenio, Gregorio vescovo di
Andrinopoli, venne ad occupare la sede patriarcale di Bisanzio; ma non
avendo egli stesso bastante prevalenza per dare all'assoluzione
dell'Imperatore tutta l'autenticità che bramavasi, Giuseppe, accreditato
monaco, adempiè questa rilevantissima cerimonia che accadde alla
presenza del Senato e del popolo. Solo in termine di sei anni, l'umile
penitente potè essere riammesso nella Comunion de' Fedeli; ed è pur vero
dire un conforto per l'umanità, il pensare che la prima condizione
impostagli onde ottenere il perdono celeste, fu quella di mitigare la
sorte del misero Lascaris. Ma lo spirito di Arsenio dominando tuttavia
sopra una potente fazione surta nel monachismo e nel clero, mantenne uno
scisma che oltre ai quarant'otto anni durò. Michele e il figlio di lui,
rispettando gli scrupoli de' pii faziosi, posero il massimo riguardo
nell'affrontarli, onde la riconciliazione degli Arseniani divenne un
affar serio di Chiesa e di Stato. Animati da una fiducia figlia del
fanatismo, proposero questi di provare con un miracolo la giustizia
della lor causa. Vennero gittate sopra un rogo ardente due carte, in una
delle quali trovavasi registrato il voto degli Arseniani, nell'altra
quel de' contrarj; non dubitando i primi che le fiamme avrebbero portato
rispetto alla verità; ma sfortunatamente entrambe le carte bruciarono;
non preveduto incidente che restituì la pace per un giorno, prolungò le
discordie per una generazione[228], al finir della quale fu la vittoria
per gli Arseniani. In quel tempo la parte vinta del clero dovette
astenersi per quaranta giorni dagli uffizj ecclesiastici; ad una
leggiera penitenza si sottomisero i laici, e deposto il cadavere di
Arsenio nel Santuario, in nome del Santo defunto, il Principe e il
popolo ricevettero l'assoluzione dei peccati de' loro padri[229].
[A. D. 1259-1282]
Il delitto di Paleologo, non avendo avuto altro motivo, o almen pretesto
che l'innalzamento della sua famiglia, egli fu sollecito di assicurarne
la successione al trono, col far partecipe degli onori della porpora il
suo primogenito. Andronico (A. D. 1273-1332), soprannominato indi il
Vecchio, venne coronato e acclamato Imperator de' Romani, nel sedicesimo
anno dell'età sua, titolo augusto che ei portò durante un regno, lungo
quanto povero di gloria, nove anni, come collega del padre, cinquanta
come successor del medesimo. Lo stesso Michele sarebbe stato creduto più
meritevole del trono se asceso mai non vi fosse; perchè le fazioni de'
nemici spirituali e domestici breve tempo gli concedettero, onde
adoperarsi alla propria gloria o alla felicità de' suoi sudditi.
Nondimeno tolse ai Franchi diverse isole delle più importanti che questi
possedevano sull'Arcipelago, Lesbo, Chio e Rodi; e l'armi del fratello
di lui Costantino, governatore di Sparta e della Malvasia, ricuperarono
tutta la parte orientale della Morea da Argo e Napoli insino al Capo di
Tenaro. Il Patriarca censurando agramente lo spargimento del sangue
cristiano, ebbe l'audacia di opporre all'armi de' Principi i suoi
scrupoli timorosi; e per vero dire, mentre questi intendevano a far
conquiste nell'Occidente, i Turchi devastavano le contrade poste al di
là dell'Ellesponto, e con immense depredazioni giustificavano il parere
di un Senatore greco; il quale morendo predisse che il nuovo conquisto
di Costantinopoli avrebbe costato ai suoi concittadini la perdita di
tutta l'Asia. Vincitore, col solo braccio de' suoi capitani, Michele, la
spada di lui irrugginì nell'imperiale palagio, e le negoziazioni che
egli ebbe coi Pontefici, e col Re di Napoli, sol per tratti di una
politica perfida e sanguinaria lo han segnalato[230].
[A. D. 1274-1277]
1. Il Vaticano era l'asilo più naturale cui potesse riparare un
Imperatore latino scacciato dal trono, e il Pontefice Urbano IV si
mostrò commosso dalle sciagure del principe fuggitivo, e deliberato a
sostenerne i diritti. Bandite una Crociata contra i Greci scismatici, la
scomunica contro i loro confederati ed amici, un'indulgenza plenaria a
chi li guerreggiava, sollecitò i soccorsi di Luigi IX a favore
dell'infelice congiunto di questo Monarca, chiedendo pel servigio della
guerra santa la decima parte delle rendite ecclesiastiche della Francia
e dell'Inghilterra[231]. Lo scaltro Michele, che spiava attentamente i
progressi della nascente procella, si adoperò a sospendere gli atti
nimichevoli del Pontefice, e a calmarne lo sdegno per via di
supplichevoli ambascierie, e di lettere rispettose, nelle quali però
destramente insinuava che un saldo Trattato di pace sarebbe stato il
primo passo verso la riconciliazione delle due Chiese. Ma un sì patente
artifizio, non potea far breccia negli animi della Corte di Roma, la
quale rispose a Michele essere d'uopo che la penitenza del figlio
precedesse il perdono del padre, e spettar solo alla Fede il preparar le
basi della lega e dell'amicizia. Dopo molti indugi e politici
andirivieni, la vicinanza del pericolo e lo stile incalzante di Gregorio
X, costrinsero Paleologo ad imprendere una seria negoziazione: egli
allegò l'esempio del gran Vatace al clero greco, il quale credendo
leggere nell'animo del principe, non mostrò rifuggire dalle prime vie
rispettose e conciliatorie propostegli; ma allor quando vide imminente
la conclusione di un definitivo Trattato, i prelati in chiare note si
espressero, che essendo i Latini, non solo di nome, ma di fatto,
eretici, ogni Greco si trovava nell'obbligo di disprezzarli come la più
vil feccia del genere umano[232]. Paleologo studiò tutti gli espedienti
atti a persuadere, ad intimorire, a corrompere gli ecclesiastici più
apprezzati dal popolo, e ad ottenerne partitamente i suffragi, or motivi
di pubblica sicurezza, ora argomenti di carità cristiana adducendo.
Pesati nella bilancia della politica e della teologia, il testo de'
Santi Padri e l'armi de' Franchi, i più moderati senza però approvare il
supplimento[233] aggiunto al Simbolo di Nicea, s'indussero a confessare
che credeano non impossibile l'accordo delle due proposizioni dalle
quali derivava lo scisma, riducendo ad un senso cattolico ed ortodosso
la processione dello Spirito Santo del Padre -per- il Figlio, o del
Padre -e del- Figlio[234]. Quanto poi alla supremazia del Papa, benchè
fosse una materia men ardua dell'altre a comprendersi, era più difficile
il trovar sovra essa i prelati e i monaci greci d'accordo. Nondimeno,
Michele non si stancava di rimostrar loro che poteano, senza pericolo,
considerare il Vescovo di Roma come il primo fra i patriarchi,
trovandosi in tale distanza da lui, che dipendea dalla loro prudenza il
salvare dai perniciosi effetti del diritto di appellazione la libertà
della Chiesa orientale; egli poi, per parte sua, assicuravali che
avrebbe sagrificato l'impero e la vita, anzichè cedere nel menomo
articolo di Fede ortodossa, o di independenza della sua patria: la quale
protesta del sovrano venne suggellata e autenticata da una -Bolla
d'Oro-. Il Patriarca Giuseppe si ritrasse nel suo monastero per prender
tempo a risolvere, giusta le conseguenze del Trattato, se abbandonerebbe
la cattedra patriarcale, o se gli tornerebbe il risalirvi; intanto
l'Imperatore, il figlio del medesimo, Andronico, trentacinque
Arcivescovi, e Vescovi metropolitani e i loro sinodi sottoscrissero le
lettere di unione e di obbedienza, alle quali sottoscrizioni furono
aggiunti i nomi de' Vescovi di molte diocesi distrutte dalla invasione
degl'Infedeli. Poi un'ambasceria composta di ministri e di prelati di
confidenza del principe, da esso istrutta segretamente e con gran calore
di non serbar limiti nel mostrarsi condiscendenti al sommo Pontefice,
mosse verso l'Italia portando seco profumi e preziosi ornamenti da
offerirsi all'altar di San Pietro. Papa Gregorio X, che a capo di
cinquecento Vescovi nel Concilio di Lione li ricevè[235], versava
lagrime d'allegrezza su questi suoi figli smarriti per sì lungo tempo, e
finalmente venuti a penitenza, e ricevuto il giuramento dalle mani degli
ambasciatori, che a nome de' due sovrani lo scisma abbiurarono, e
insigniti i Prelati dell'anello e della mitra, cantò in greco e in
latino il simbolo di Nicea coll'aggiunta del -filioque-, ringraziando
Dio che lo avea predestinato alla gloria di riconciliar le due Chiese.
Indi i Nunzj del Papa accompagnarono i deputati nel lor ritorno a
Bisanzo, a fine di dar compimento a questa rigenerazione dei Greci; e
ben apparisce dalle istruzioni che questi ebbero, come la politica del
Vaticano di uno specioso titolo di supremazia non fosse contenta.
Secondo queste, doveano indagare accuratamente l'animo del sovrano e del
popolo; assolvere que' membri del Clero scismatico, che, abbiurati i
loro errori, presterebbero giuramento di obbedienza alla Sede
Appostolica; mettere in uso per tutte le Chiese il simbolo ortodosso;
preparar le cose al ricevimento di un Cardinale Legato munito dei poteri
alla sua dignità e all'uffizio suo pertenenti; imprimere nell'animo
dell'Imperator greco il sentimento de' vantaggi che la protezione
temporale del romano Pontefice poteva fruttargli[236].
[A. D. 1277-1282]
Ma questi deputati non trovarono un sol partigiano presso una nazione
che profferiva con orrore i nomi di Roma e di riconciliazione con essa.
Per vero dire non tenea più il Patriarcato Giuseppe, in luogo del quale
stavasi allora Vecco, ecclesiastico ornato di dottrina come di moderati
sentimenti. Gli stessi motivi obbligavano tuttavia l'Imperatore nelle
sue proteste pubbliche di riconciliazione colla Chiesa romana: ma in
privato, ostentando disapprovazione dell'orgoglio de' Latini e delle
cose nuove che andavansi introducendo, oltre che inviliva con questa
duplice ipocrisia la sua dignità, incoraggiava e puniva nel medesimo
tempo la disobbedienza de' proprj sudditi. Col consenso di entrambe le
Chiese, essendosi pronunziata sentenza di anatema contro tutti gli
scismatici pertinaci, non arrossì Paleologo di farsi egli medesimo delle
censure ecclesiastiche esecutore, e di adoperare, quando le vie della
persuasione tornavano inutili, le minacce, le prigionie, gli esigli, i
flagelli, le amputazioni di membra, le quali provvisioni, dice uno
Storico, sono la pietra di paragone del coraggio e della viltà. Due
principi greci, i quali regnavano tuttavia con titolo di despoti
sull'Italia, sull'Epiro e sulla Tessaglia, benchè si fossero sottomessi
al sovrano di Costantinopoli, ricusarono le catene del Pontefice di
Roma; e armata mano, e con buon successo, il loro rifiuto sostennero.
Protetti da essi, i vescovi e i monaci fuggitivi adunarono sinodi
d'opposizione, che rinversavano i nomi d'eretici e per giunta i più
ingiuriosi di apostati, sui loro persecutori. Il principe di Trebisonda
avendo assunto il titolo imperiale, di cui veniva divulgato indegno il
vil Paleologo, gli stessi Latini di Negroponte, di Tebe, di Atene e
della Morea, perdettero il merito della conversione, collegandosi, quali
apertamente, quali in segreto coi nemici dell'Imperator di Bisanzo. I
generali più prediletti da esso, e che faceano parte di sua famiglia,
disertavano, tradivano un dopo l'altro una causa cui riguardavano come
sacrilega. Contro di lui cospirarono e la sorella Eulogia e la nipote, e
due cugine, Maria, regina de' Bulgari, altra nipote di Paleologo, che
negoziò col sultano d'Egitto la perdita dello zio, e tali atti di
perfidia, siccome prove di virtù sublimissime dall'opinione pubblica
venian divulgate[237]. Intanto le insistenze de' Nunzj pontifizj per
veder mandata a termine la santa opera, facendosi vie più forti presso
Michele, questi si vide ridotto ad una sincera narrazione di quanto avea
fatto e sofferto per essi. Non poteano revocare in dubbio che i settarj
d'entrambi i sessi e di tutti i gradi, non fossero stati per opera di
lui spogliati e d'onori, e di beni, e di libertà. Il registro delle
confiscazioni e de' gastighi contenea inoltre personaggi fra i più cari
all'Imperatore, e che maggiormente ne aveano meritati i favori. I
medesimi Nunzj vennero condotti nelle carceri, ove furono mostrati loro
incatenati a quattro angoli d'una prigione quattro principi di sangue
imperiale, che si divincolavano, e scoteano con impeto di rabbia i lor
ferri. Due di questi uscirono, l'uno sottomettendosi, l'altro andando
alla morte; i due rimanenti, in pena di lor pertinacia, perdettero gli
occhi; per la qual crudele e funesta tragedia, dolenti apparvero que'
pochi Greci medesimi che propensi all'unione con Roma si erano
manifestati[238]. Non v'ha tra i persecutori chi non debba aspettarsi di
essere scopo all'odio delle sue vittime. Ma hanno la maggior parte un
qualche compenso, se non nella testimonianza della propria coscienza,
almeno negli encomj de' lor partigiani, e fors'anche nel buon successo
de' feroci atti operati. Michele, l'ipocrisia del quale non avea impulso
che dai fini di una crudele politica, era costretto ad odiare sè
medesimo, a disprezzare i suoi complici, a stimare ed invidiare quei
coraggiosi ribelli, che lo aveano a vile ed abborrivano nel tempo
stesso. Intanto che gli abitanti di Costantinopoli per la sua barbarie
lo detestavano, i Romani lo accusavano di lentezza e di doppia fede,
talchè finalmente il Pontefice Martino escluse dalla comunion de' fedeli
cotesto uomo adoperatosi con tanto entusiasmo a restituire al suo
pastore un ovile scismatico.
[A. D. 1283]
Dopo la morte del tiranno, abbiurata per consenso unanime di tutti i
Greci l'unione delle due Chiese, vennero purificati i templi,
ribenedetti i penitenti, e Andronico, versando copiose lagrime sui falli
della sua gioventù, negò pietosamente alle ceneri del padre le esequie
solite tributarsi ad un Principe e ad un Cristiano[239].
[A. D. 1266]
Il Paleologo ordinò si riedificassero e munissero le torri di
Costantinopoli; che i Latini in mezzo alle sofferte calamità aveano
lasciato cadere in rovina, e le fece copiosamente provvedere di grani e
carni salate, per timor d'un assedio che per parte delle potenze
occidentali si vedea minacciato. Il più formidabile fra i vicini
dell'Imperator greco era il Monarca delle due Sicilie, ma sintanto che
Manfredi, figlio naturale di Federico II, stava in quel trono, gli Stati
di questo principe divenivano baluardo, anzi che oggetto d'inquietudine
ai principi d'Oriente. Benchè industre e valoroso l'usurpatore Manfredi,
separato dalla causa de' Latini, e percosso dai successivi anatemi di
molti Papi, avea bastanti brighe per difendere sè medesimo, intantochè
la Crociata bandita contro di questo immediato nemico di Roma, tenea in
faccende gli eserciti che avrebbero potuto assediare Costantinopoli. Il
fratello di S. Luigi, Carlo Conte di Angiò e di Provenza, che condusse a
tale santa spedizione (A. D. 1270) la cavalleria della Francia[240]
fattosi vendicatore di Roma, la corona delle due Sicilie in premio ne
riportò. Venuto Manfredi in odio ai suoi sudditi cristiani, si vide
costretto a chiamare sotto i proprj stendardi una colonia di Saracini
che, sotto la protezione del padre di lui Federico, stanziata erasi
nella Puglia; odioso espediente, che rende ragione della diffidenza con
cui il guerriero cattolico rifiutò ogni proposta di accomodamento
speditagli da Manfredi. «Portate, dicea Carlo d'Angiò, questa risposta
al Sultano di Nocera; ditegli che Dio e le nostre spade decideranno fra
noi, e che se egli non mi manda in paradiso, io lo manderò sicuramente
all'inferno». Gli eserciti vennero a scontro; non so in qual parte
dell'altro Mondo andasse Manfredi, ma in questo perdè presso Benevento
la battaglia, gli amici, la corona e la vita. Napoli e la Sicilia furono
immantinente popolate da una schiatta bellicosa di Nobili francesi,
l'ambizioso Duce de' quali si riprometteva la conquista dell'Affrica,
della Grecia e della Palestina. Non mancando speciosi motivi che lo
potevano indurre a sperimentare primieramente le sue armi contro
Costantinopoli, Paleologo, che poco fidavasi sulle proprie forze, portò
per più riprese appellazione dalle ambiziose mire di Carlo ai sensi
umani di S. Luigi, che sul feroce animo del fratello una giusta
prevalenza serbava. Indugiò qualche tempo di più ne' novelli Stati il
fratello del Re di Francia per l'invasione di Corradino, ultimo erede
della Casa imperiale di Svevia; ma soggiaciuto questo giovine Principe
ad una impresa maggiore delle sue forze, la testa di lui cadendo
pubblicamente sopra di un palco, indicò ai rivali di Carlo che non solo
per gli Stati, ma per le proprie vite dovean paventare. Portò nuova
tregua alle inquietudini dell'Imperatore di Bisanzo l'ultima Crociata
che San Luigi imprese sulla costa dell'Affrica; perchè era cosa naturale
che il Re di Napoli, mosso parimente da riguardi di dovere e d'interesse
avrebbe coi soldati suoi e colla persona secondate le sante armi del
proprio fratello; ma la morte di S. Luigi spacciò Carlo dall'importuna
soggezione di un censore virtuoso; ed inoltre il Re di Tunisi essendosi
riconosciuto vassallo e tributario della corona di Sicilia, rimaneva
agl'intrepidi cavalieri francesi piena libertà di movere sotto lo
stendardo di un vittorioso capitano le loro armi contro l'Imperatore
della Grecia. Un maritaggio e un Trattato strinsero maggiormente
gl'interessi della Casa di Courtenai a quelli di Carlo, che promise la
propria figlia Beatrice a Filippo figlio ed erede dell'Imperator
Baldovino, concedendogli un assegnamento annuale di seicento once d'oro
per sostenere la sua dignità; ed intanto il padre dello sposo
distribuiva generosamente ai suoi confederati i regni e le province
dell'Oriente, non riserbando per sè che la città di Costantinopoli e i
suoi contorni fino alla distanza di una giornata di cammino[241]. In sì
imminente pericolo, Paleologo si affrettò a sottoscrivere il Simbolo, e
ad implorare la protezione del Papa, che in quel momento, vero angelo di
pace e padre comune de' Fedeli si dimostrò; e negando di benedire le
armi e consagrare l'impresa meditata contro Costantinopoli, oppose colla
sua voce un ritegno al valore e alla spada di Carlo d'Angiò, che fu
veduto dagli ambasciatori greci, allorchè, nell'anticamera pontifizia,
irritato dal rifiuto, il suo scettro d'avorio per rabbia mordea. Cotesto
principe, nondimeno, portò, giusta quanto apparve, rispetto alla
disinteressata mediazione di Gregorio X; ma in appresso i modi
orgogliosi di Nicolò III della famiglia degli Orsini, la parzialità di
questo pontefice verso i congiunti, offendendo il Franco, alienarono
dagl'interessi della Chiesa uno de' suoi più valevoli difensori.
Finalmente asceso al soglio pontifizio Martino IV, di nazione francese,
approvò, e stava per sortire il suo effetto la Lega instituita contra i
Greci, Lega alla quale partecipavano, Filippo, Imperatore latino, il Re
delle due Sicilie, la repubblica di Venezia, il primo prestandole il
proprio nome, il Papa una Bolla di scomunica, Carlo il Formidabile un
rinforzo di quaranta Conti, di diecimila sergenti, di un numeroso corpo
d'infanteria e di un navilio di trecento legni da trasporto, i Veneti
una squadra di quaranta galee. Il giorno dato al ritrovo di questa
numerosa armata nel porto di Brindisi non era ancora giunto, che già
trecento cavalieri, impadronitisi dell'Albania, aveano tentato, ma
indarno, d'intraprendere la Fortezza di Belgrado. La sconfitta di questi
allettò per pochi momenti la vanità della Corte di Costantinopoli; ma
Paleologo, assai accorto per vedere l'inferiorità delle sue forze contro
tanta oste, affidò la propria sicurezza agli effetti di una congiura, e
se è lecito esprimersi in cotal guisa, alla segreta opera di un sorcio
che rodea la corda all'arco del tiranno della Sicilia[242].
[A. D. 1280]
Era fra i dispersi partigiani della Casa di Svevia Giovanni di Procida,
scacciato da un'isoletta di questo nome, situata nella baia di Napoli,
suo retaggio domestico. Discendente da nobil famiglia, e avendo sortita
una colta educazione, potè sottrarsi all'indigenza che insieme
all'esilio avrebbe sofferta, professando la medicina, già da lui appresa
a Salerno. Sprezzatore oltre ogni credere della vita, come è proprio di
chi congiura, non rimanendogli fuor d'essa altra cosa da perdere,
possedeva inoltre l'arte di negoziare, di far valer le sue ragioni e di
nascondere i proprj fini; per le qual cosa ne' diversi parlamenti che
ebbe e con nazioni, e con privati, qualunque parte questi tenessero, sol
de' loro interessi sapea mostrarsi studioso. Intanto non eravi genere
d'angheria o fiscale, o militare, di cui non avessero a dolersi i
novelli Stati dell'Angioino[243], che sagrificava gli averi e le vite
de' suoi sudditi dell'Italia alla propria ambizione e alla licenza dei
cortigiani. Ben la sua presenza era valevole freno all'odio che gli
portavano i cittadini di Napoli; ma la debole amministrazione, e i vizj
de' suoi capitani, o governatori si erano fatti scopo al disprezzo e
all'indignazione ad un tempo de' Siciliani. Procida pervenuto colla sua
eloquenza a ridestare ne' popoli il sentimento di libertà, persuase
inoltre ai Baroni che l'interesse di ciascuno di loro stavasi nel
difendere la causa comune. Colla speranza di stranieri soccorsi,
Giovanni visitò a mano a mano le Corti dell'Imperatore greco, e di
Pietro Re d'Aragona[244], che possedeva i paesi marittimi di Valenza e
della Catalogna. All'ambizioso Pietro offerse una corona, che questi
potea giustamente pretendere, fondandosi sui diritti già acquistati
nello sposarsi alla sorella di Manfredi, e sugli estremi voti di
Corradino; che dal ferale talamo disegnò, gettando il proprio anello,
l'erede dei suoi diritti e il vendicatore della sua morte. Quanto a
Paleologo era facile l'indurlo a favorire una impresa che interrompendo
al suo nemico il divisamento di portar la guerra fra gli stranieri, gli
dava inoltre la briga di difendersi ne' proprj Stati da una congiura:
laonde somministrò mille once d'oro, divenute opportunissime ad armare
una flotta di Catalani, che sotto bandiera sacra, e col pretesto di
mover guerra ai Saracini dell'Affrica, spiegaron le vele. Travestito or
da frate, or da mendicante, l'instancabile ministro della congiura corse
da Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragossa. Nel medesimo
tempo, Papa Nicolò, nemico personale di Carlo, sottoscrisse un Trattato
e un atto di donazione, che trasportava i feudi di S. Pietro dagli
Angioini agli Aragonesi. Il segreto di una tanta cospirazione, benchè
diffuso in sì grande numero di paesi, e liberamente comunicato a tanta
moltitudine di persone che ad essa partecipavano, fu conservato oltre a
due anni con una gelosia senza esempio; perchè ciascun cospiratore
imbevuto erasi della massima di Procida, il quale avea protestato, che
s'ei sospettasse la sua mano sinistra consapevole delle intenzioni della
sua destra, non indugierebbe a reciderla. Con tale artifizio profondo e
terribile apparecchiava la mina, benchè non potrebbe accertarsi, se la
sedizione di Palermo, da cui lo scoppio ne derivò, fosse accidentale o
premeditata.
Nel giorno della vigilia di Pasqua, intanto che una processione di
cittadini, allor disarmati visitava, una chiesa fuor di città, una
donzella d'illustre nascita fu villanamente insultata da un soldato
francese[245], la cui audacia venne punita subito colla morte. I
colleghi dell'ucciso che sopravvennero, dispersero per un momento la
calca; ma il numero e il furor prevalendo, i cospiratori afferrarono
l'occasione, onde dilatatosi l'incendio per tutta l'isola, ottomila
Francesi rimasero indistintamente trucidati in questa catastrofe cui fu
dato il nome di Vespero Siciliano[246]. Dispiegata in tutta la città la
bandiera della libertà e della Chiesa, per ogni dove o la presenza, o lo
spirito di Procida incoraggiava la sommossa, intantochè Pietro
d'Aragona, veleggiando dalla costa d'Affrica a Palermo, entrò nella
città fra i plausi de' cittadini che Monarca e liberatore della Sicilia
il nomavano. Eguali furono la costernazione e lo stupore di Carlo in
udendo la ribellione di un popolo, cui per sì lungo tempo e impunemente
avea calpestato; per lo che nel primo impeto di dolore e di divozione fu
udito esclamare: «Gran Dio, se hai risoluto umiliarmi, fa che almeno io
non discenda con tanto precipizio dal sommo della grandezza.» Richiamata
dalla guerra di Grecia la sua armata navale con tanta rapidità che già i
porti dell'Italia ne erano pieni, Messina per sua giacitura, si trovò
esposta ai primi colpi della regale vendetta. Privi di fiducia nelle
proprie forze, e di speranze di soccorso dagli stranieri, i cittadini
avrebbero aperte le porte, se il Monarca avesse voluto assicurarli del
perdono, e del mantenimento degli antichi lor privilegi; ma questi avea
già riassunto l'orgoglio primiero; e le supplichevoli istanze, fattegli
dal Legato pontifizio, non valsero ad ottenere da lui che la promessa di
risparmiare la città, a patto che gli venissero consegnati ottocento
ribelli, de' quali avrebbe egli somministrato il catalogo, e la cui
sorte sarebbe intieramente dall'arbitrio suo dipenduta. Mentre la
disperazione de' Messinesi riaccendeva il loro coraggio, Pietro
d'Aragona in lor soccorso accorrea[247], e la scarsezza de' viveri, e i
pericoli dell'equinozio costrinsero l'Angioino a ripararsi alle coste
della Calabria. Nel medesimo tempo, l'ammiraglio de' Catalani, il
celebre Ruggero da Loria conducendo la sua invincibile squadra a
sgomberare il canale, la flotta francese, più abbondante di navigli da
trasporto che di galee, rimase, in parte arsa, in parte calata a fondo;
il quale avvenimento assicurò l'independenza alla Sicilia, e a Paleologo
il trono. Ma questo principe trovavasi agli estremi del viver suo, ed
ebbe solamente prima di morire il conforto di sapere la sciagura d'un
nemico da lui abborrito quanto apprezzato, perchè si era forse lasciato
convincere dall'opinione allor generale, che se Carlo non avesse avuto
Paleologo per avversario, era venuto l'istante in cui Costantinopoli e
l'Italia obbedissero ad un sol padrone[248]. Da quel punto in appresso,
la vita di Carlo non fu che una sequela continua di infortunj.
Minacciata dai nemici la sua Capitale, fattogli prigioniero il figlio,
Carlo morì senza avere ricuperata la Sicilia; che dopo una guerra di
venti anni, venne per Trattato disgiunta dal regno di Napoli, e come
regno independente, in un ramo secondogenito della Casa d'Aragona fu
trasferita[249].
[A. D. 1303-1307]
Uom non mi taccierà, almeno lo spero, di superstizione: ma non posso
starmi dall'osservare che anche su questa terra, l'ordine naturale degli
avvenimenti offre talvolta apparenze fortissime di una retribuzione
morale. Il primo Paleologo avea salvato il suo Impero ingombrando i
regni dell'Occidente di ribellioni e di stragi; e da questi germi di
discordia nacque una generazione d'uomini formidabili che assalirono e
crollarono il trono del successore di Paleologo. Ne' secoli più moderni,
i debiti e le tasse sono il segreto veleno che rodono gli Stati in seno
alla pace; ma ne' governi deboli e irregolari del Medio Evo, questa pace
veniva turbata continuamente dalle calamità istantanee che derivavano
dall'avere licenziati gli eserciti. Troppo amici dell'ozio per darsi al
lavoro, troppo superbi per mendicare la sussistenza, i mercenarj
vivevano di ladronecci, e millantando il nome di qualche Capo, la cui
bandiera spiegavano per apparir meno spregevoli, si rendevano più
molesti; il Sovrano che non abbisognava più del loro braccio, e dalla
presenza de' medesimi incomodato, cercava spacciarsene col regalarli
agli Stati vicini. Dopo la pace della Sicilia, migliaia di Genovesi,
Catalani e d'altre patrie[250], che aveano combattuto per terra e per
mare in difesa degli Aragonesi e degli Angioini, si radunarono formando
un corpo di nazione per costumanze ed interessi eguali congiunta. Appena
seppero l'invasione fattasi dai Turchi nelle province asiatiche
dell'Impero d'Oriente, deliberarono procacciarsi, combattendo
contr'essi, stipendj e prede; nel qual disegno, Federico Re di Sicilia
di tutto buon grado li secondò, largheggiando loro di soccorsi che alla
presta gli allontanassero. Dopo venti anni che una cotal gente facea la
guerra, non conoscea per sua patria che i campi o le navi; istrutta sol
nel combattere, non aveva altra proprietà fuor dell'armi; non sapea
ravvisare altra virtù fuor del valore. Le donne che seguivano cotali
bande, erano divenute non meno intrepide de' lor mariti od amanti; ed
immaginandosi le popolazioni che i Catalani con un sol colpo di sciabola
avessero la virtù di spaccare in due parti il cavaliere e il cavallo,
questa opinione era già di per se stessa un'arma di più in loro
soccorso. Ruggero di Flor, sopra ogni altro Capo di simil genìa,
acquistatosi fama, offuscava per merito personale i suoi rivali, i
feroci Aragonesi. Figlio di un Gentiluomo alemanno della Corte di
Federico II, che avea sposata una nobile donzella di Brindisi, Ruggero
fu a mano a mano Templario, apostata, pirata, e per ultimo il più ricco
e possente ammiraglio del Mediterraneo. Da Messina a Costantinopoli
indirisse il suo corso, seguendolo diciotto galee, quattro più grossi
navigli e ottomila venturieri. Andronico il Vecchio, che avea
sottoscritto con questo generale un Trattato, prima che ei salpasse
dalla Sicilia, tenne la data fede, ed accolse questo formidabile
soccorso con un sentimento misto di terrore e di gioia. Assegnate stanze
nella sua reggia al valoroso straniero, gli diede in isposa la propria
nipote, conferendogli il titolo di Gran Duca, o Ammiraglio della
Romania. Dopo qualche tempo di riposo, varcato l'Ellesponto colle sue
truppe, Ruggero assalì arditamente i Turchi, e periti per le sue armi
trentamila Musulmani in due sanguinose battaglie, liberò dall'assedio
che la strignea Filadelfia, e meritossi il nome di liberatore dell'Asia.
Ma non andò guari che la schiavitù e la rovina di quelle misere
popolazioni venne dietro ad un lampo brevissimo di prosperità. Quegli
abitanti, dice uno Storico, fuggirono dal fumo per cader nelle fiamme, e
la nimistà de' Turchi era men funesta dell'amicizia dei Catalani. Questi
consideravano come loro proprietà le vite e le sostanze di coloro che
aveano salvati; le giovani donzelle non si erano sottratte alle
persecuzioni di amanti circoncisi che per venire, o di lor grado, o
dalla forza costrette, fra le braccia di scorridori cristiani. Ogni
riscossione di ammende, o sussidj andava congiunta a sfrenate rapine e
ad esecuzioni arbitrarie, dalle quali avendo voluto liberarsi coll'oppor
resistenza Magnesia, città dell'Impero, il Gran Duca per gastigarla vi
pose l'assedio[251]. Di cotale violenza si scusò in appresso allegando
il risentimento di un esercito vittorioso e irritato, capace di non
rispettare l'autorità stessa del comandante, e forse anche di
minacciarne la vita, se si fosse accinto a punir l'impeto di una fedele
soldatesca, provocata a giusto sdegno dal rifiuto con cui la popolazione
si sottraeva dal concederle il prezzo pattuito agli ottenuti servigi. Le
minacce e le querele di Andronico non giovavano che a far vie più palese
la debolezza e lo stato deplorabile dell'Impero. Comunque la Bolla d'Oro
imperiale non chiedesse a Ruggero di Flor che cinquecento uomini a
cavallo e mille fanti, nonostante il Monarca avea presa al servigio e
nodrita tutta la ciurma de' volontarj accorsa ne' suoi Stati sotto le
bandiere del condottier catalano. Mentre le più prodi milizie
collegatesi coll'Impero si contentavano di uno stipendio di tre
bisantini d'oro al mese, ognuno di tai fuorusciti riceveva una, o due
once d'oro, il che formava un soldo annuale di cento lire sterline. Uno
de' costoro Capi avea modestamente attribuito un valore di trecentomila
scudi ai suoi servigi avvenire. Laonde pel mantenimento di questi
dispendiosi mercenarj, era già uscito più di un milione fuor dell'erario
imperiale. Percossi con disastrosissime tasse i ricolti degli
agricoltori, tolto un terzo de' loro salarj agli uffiziali pubblici, il
titolo della moneta avea sofferta una sì obbrobriosa alterazione che in
ventiquattro parti di essa più di cinque d'oro non se ne trovavano[252].
Avendo l'Imperatore intimato a Ruggero di sgomberar la provincia, questi
obbedì di buon grado, perchè non vi restava più cosa da saccheggiare; ma
ricusò di licenziare le truppe, e comunque fosse annunziato in termini
rispettosi un simil rifiuto, non dimostrava meno independenza e
ribellione; perchè protestò che, se l'Imperatore avesse mosso contro di
lui, ei sarebbe andato quaranta passi verso il medesimo per baciare la
terra prostratoglisi innanzi; ma che poi nel rialzarsi da quell'umil
postura, non avrebbe potuto dimenticare che sacre erano ai proprj
fratelli d'armi la sua sciabola e la sua vita. Egli si degnò accettare
il titolo di Cesare e le insegne di tal dignità; ma propostogli il
Governo dell'Asia, e un sussidio in biade e danari col patto di ridurre
le sue truppe al picciol numero di tremila uomini, ricusò tale offerta.
Essendo l'assassinio il provvedimento cui per ultimo i codardi soglion
ricorrere, e la curiosità avendo condotto il nuovo Cesare alla reggia di
Andrinopoli, ove risedeva allora la Corte, gli Alani della guardia
imperiale lo trafissero negli appartamenti e alla presenza della
medesima Imperatrice; nè v'è troppo luogo a dire che ei cadesse vittima
di una vendetta particolare di costoro, come si pretese far credere,
perchè gli altri compatriotti di Ruggero, mentre se ne stavano
tranquillamente, e riposando sulla fede de' Trattati, in Bisanzo,
vennero nel medesimo tempo compresi in una proscrizione generale che il
Principe e il Popolo profferirono congiuntamente. La maggior parte di
questi venturieri, sbigottiti per la perdita del loro Capo, e rifuggiti
ai propri navigli, salparono per cercarsi dimora in varie parti della
costa mediterranea. Però una vecchia banda composta di mille cinquecento
Catalani, o Francesi, mantenutasi sulla Fortezza di Gallipoli
nell'Ellesponto, ivi spiegò la bandiera aragonese, offrendosi a
giustificare e vendicare il suo Generale, mercè un combattimento di
dieci, o cento guerrieri contra un egual numero di nemici. Anzichè
accettare l'ardimentosa disfida, l'Imperatore Michele, figliuolo e
collega di Andronico, venne in sentenza di opprimerli colla superiorità
del numero. Senza badare che ei riducea con ciò ad ultimo impoverimento
l'Impero, raccolse un esercito di tredicimila uomini a cavallo, e di
trentamila fanti, coprendo la Propontide di greci e genovesi navigli. Ma
di queste sì ragguardevoli forze, e per terra e per mare, trionfarono i
Catalani, animati dalla disperazione, e superiori ai Greci per
disciplina. Il giovine Imperatore, riparatosi al suo palagio, lasciò un
corpo di cavalleria leggiera, che difendeva il paese. Per cotali
vittorie rialzatesi le speranze de' venturieri, ben tosto crebbero anche
di numero, perchè guerrieri di tutte le nazioni, si unirono sotto lo
stendardo e il nome della -Grande Compagnia-; alla qual congrega
militare si aggiunsero tremila Maomettani convertiti che abbandonarono
le bandiere imperiali. Il possedimento di Gallipoli dava abilità ai
Catalani d'impacciare il commercio di Costantinopoli e del mar Nero,
intanto che i lor compagni da' due lati dell'Ellesponto disastravano le
frontiere dell'Europa e dell'Asia. Non trovando miglior modo di
tenerseli lontani, i Greci, diedero eglino stessi il guasto a tutti i
dintorni di Bisanzo: i contadini si ritrassero entro le mura della città
colle loro mandrie, uccidendo in un sol giorno tutta quella parte di
esse che non poteano nè rinchiudere, nè nudrire. Per quattro volte
Andronico rinovò proposte di pace che sempre furono inflessibilmente
respinte; se non che la scarsezza de' viveri e le discordie de' Capi,
costrinsero finalmente i Catalani a sottrarsi dalle rive dell'Ellesponto
e dalle vicinanze della Capitale. Gli avanzi della -Grande Compagnia-,
dopo essersi divisi dai Turchi, continuarono le loro corse per traverso
alla Macedonia e alla Tessaglia, cercandosi nuove stanze nel cuor della
Grecia[253].
[A. D. 1204-1458]
Dopo alcuni secoli che i Greci erano stati dimenticati, l'invasione dei
Latini non li ridestò che per sottometterli a nuovi disastri. Durante
due secoli e mezzo che trascorsero fra la prima e l'ultima conquista di
Costantinopoli, una moltitudine di tirannetti si disputò la venerabile
greca contrada. Le sue antiche città erano in preda a tutti i mali delle
guerre civili e straniere, senza che i vantaggi almeno del -genio- e
della libertà li confortasse; a tal che, se la servitù è da preferirsi
all'anarchia, la Grecia non dee dolersi di riposare sotto il giogo degli
Ottomani. Non mi accingerò presentemente a tessere l'oscura storia delle
diverse dinastie che successivamente sorsero e caddero sul continente e
nell'isola, ma un senso di gratitudine verso il primitivo soggiorno
delle Muse e della filosofia dee far sì che ciascun istrutto leggitore
prenda parte al destino di Atene[254]. Nel parteggiamento dell'Impero,
il principato di Atene e di Tebe era stato dato in ricompensa ad Ottone
De la Roche, nobile guerriero della Borgogna[255], che governò col
titolo di Gran Duca[256], al qual titolo i Latini attribuivano un
particolare significato, e i Greci una ridicola origine che fino ai
giorni di Costantino ascendea[257]. Il ridetto Ottone seguiva gli
stendardi del Marchese di Monferrato; e il figlio e due pronipoti del
medesimo conservarono tranquillamente il vasto patrimonio, che o per un
miracolo di buona condotta, o per fortuna era stato acquistato dal Capo
di lor famiglia[258], sino al momento in cui l'erede di tale famiglia
contrasse tai nozze, che senza distoglierlo dalle mani de' Francesi lo
trasportarono nel ramo primogenito della Casa di Brienne. Gualtieri di
Brienne, nato da questo maritaggio, e succeduto alla madre nel ducato
d'Atene, prese al suo servigio alcuni mercenarj Catalani, che presentati
di feudi dal Gran Duca, lo fecero padrone di più di trenta castelli,
spettanti dianzi a diversi Nobili, o vassalli del principato d'Atene, o
che solamente vi confinavano. Avvertito Gualtieri dell'avvicinamento e
delle intenzioni della -Grande Compagnia- adunò settecento cavalieri,
seimila sergenti, e circa ottomila uomini di fanteria, a capo delle
quali truppe corse incontro al nemico sino alle rive del Cefiso in
Beozia. Comunque le forze dei Catalani non sommassero che a tremila
cinquecento uomini a cavallo, e a quattromila fanti, la buona disciplina
e l'astuzia lor tenea luogo di numero; laonde avendo essi innondati
artifizialmente i dintorni del proprio campo, e il Gran Duca, seguìto
dai suoi cavalieri essendosi innoltrato senza timore, nè cautela nel
mezzo di quella valle, i cavalli affondarono nella melma, e la maggior
parte della francese cavalleria fu tagliata a pezzi. Scacciati della
Grecia i Francesi, e la famiglia di Gualtieri, il figlio di lui, di nome
parimente Gualtieri, Duca titolare d'Atene, tiranno di Firenze e
Contestabile di Francia, ne' campi di Poitiers perdè la vita. I
vittoriosi Catalani, scompartitisi fra loro l'Attica e la Beozia,
sposaron le vedove e le figlie de' vinti, e per quattordici anni la
-Grande Compagnia- fece tremare tutta la Grecia. Ma dilacerata da
intestine discordie, si vide alla necessità di riconoscere un Sovrano
nel Capo della famiglia di Aragona; per lo che sino alla fine del secolo
XIV, i Re di Sicilia arbitrarono sopra Atene, siccome governo, o
appannaggio spettante ai loro dominj. Dopo de' Francesi e de' Catalani,
la famiglia Acciaiuoli, plebea a Firenze, possente a Napoli, sovrana in
Grecia, fondò la terza dinastia e abbellì di nuovi edifizj Atene,
divenuta capitale d'un regno, che comprendeva Tebe, Argo, Corinto, Delfo
e una porzione della Tessaglia. Ma questo governo disparve per l'armi
vincitrici di Maometto II, che fece strozzare l'ultimo Gran Duca, e
allevarne i figli nella disciplina e religione del Serraglio.
Benchè oggidì non rimanga che l'ombra di Atene[259], cotesta città
contiene tuttavia otto o diecimila abitanti. I tre quarti son Greci di
lingua e di religione; il rimanente Turchi, che contraendo vincoli di
consuetudine co' primi hanno alquanto mansuefatto l'orgoglio e la
gravità nazionale. L'olivo, dono di Minerva, verdeggia tuttavia nelle
campagne dell'Attica, e il mele del monte Imeto, nulla ha perduto del
suo squisito profumo[260]. Ma il commercio ivi languisce, e sta affatto
nelle mani degli stranieri: la coltura di quello sterile territorio è
abbandonata agli erranti Valacchi. Ciò nullameno gli Ateniesi si
contraddistinguono tuttavia per acume e vivacità d'ingegno, ma son tai
vantaggi, che, se non li regola, o coltiva lo studio, se il sentimento
della libertà non li nobilita, tralignano in una vil propensione
all'inganno; quindi è che gli abitanti di que' dintorni hanno adottato
il proverbio. «Dio ne liberi dagli Ebrei di Tessalonica, dai Turchi di
Negroponte, dai Greci di Atene.» Di fatto questo scaltrito popolo ha
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