coltivare un suolo fertile, e preparato dalla natura a dar largo
guiderdone di lor fatiche al Sacerdote e al soldato. Mandò anche
congratulazioni al Pontefice di Roma per la sua autorità ristaurata,
nell'Oriente, eccitandolo ad estinguere lo scisma dei Greci colla sua
presenza medesima ad un generale Concilio, e implorandone l'indulgenza e
l'appostolica assoluzione per que' Pellegrini che agli ordini del Capo
della Chiesa aveano contravvenuto[115]. Accorgimento e dignitosi modi la
risposta d'Innocenzo contraddistinsero; attribuendo ai vizj degli uomini
la sovversione dell'Impero d'Oriente, adorava in ordine a ciò i decreti
della Providenza. «I conquistatori, egli dicea, saranno o assoluti o
condannati giusta la condotta che terranno in appresso, e la validità
del loro parteggiamento è cosa che dal giudizio di S. Pietro dipende».
Non dimenticò nel medesimo tempo di prescriver loro, siccome il più
sacro de' doveri, quello di mantenere subordinati e tributarj i Greci ai
Latini, i Magistrati al Clero, il Clero al Pontefice.
Nel ripartimento delle province dell'Impero[116], la porzione che toccò
ai Veneziani trovossi più considerabile di quella dell'Imperatore
latino. Ei non possedea che un quarto della conquista. Riserbatasi
Venezia una grossa metà del rimanente, l'altra metà tra i venturieri di
Francia e di Lombardia venne distribuita. Il venerabile Dandolo,
acclamato despota della Romania, fu, giusta l'uso de' Greci, fregiato
de' calzaretti di porpora. Ei terminò il corso della sua lunga e
gloriosa vita a Costantinopoli; e benchè le prerogative di lui non
passassero ai suoi successori, questi ne conservarono nullameno i titoli
fino alla metà del secolo decimoquarto, ed aggiugneano l'altro
singolarissimo, di Signori di un quarto e mezzo dell'Impero Romano[117].
Il Doge, schiavo dello Stato, rade volte ottenea la permissione di
allontanarsi dalla sede del Governo; ma ne tenea vece in Grecia un Bailo
o reggente, insignito d'inappellabile giurisdizione sulla colonia de'
Veneziani. Degli otto rioni di Costantinopoli, tre appartenevano a
questa colonia; il cui tribunale independente, era composto di sei
giudici, quattro cancellieri, due ciamberlani, due avvocati fiscali e un
contestabile. Una lunga esperienza sul commercio d'Oriente, gli avea
fatti accorti sì, che meglio degli altri poteano provvedere ai loro
interessi nel ripartimento; pur commisero una imprudenza nell'accettare
il governo e la difesa d'Andrinopoli. Ad ogni modo la saggia politica di
questi trafficanti, pensò ad assicurarsi una catena di città, di isole e
di fattorie, lungo la costa marittima, che dai dintorni di Ragusi fino
all'Ellesponto e al Bosforo si estendea. I dispendiosi lavori che a
mantenere tali conquiste volevansi, avendo impoverito il veneto erario,
abbiurarono le antiche massime del lor governo, adattandosi ad un
feudale sistema, e concedendo, contenti di un semplice omaggio, ai
Nobili[118] il possedimento di que' paesi, che questi imprendeano a
conquistare, o a difendere. In cotal guisa, la famiglia di Sanuto
divenne padrona del Ducato di Nasso, che tenea la massima parte
dell'Arcipelago. Mediante uno sborso di diecimila marchi, la Repubblica
comperò dal Marchese di Monferrato, la fertile isola di Creta, o Candia,
e le rovine di cento città[119]. Ma i meschini concepimenti di
un'orgogliosa aristocrazia[120], non permisero trar grande profitto da
tali acquisti; onde i più giudiziosi fra i Senatori dichiararono non per
possedute terre, ma per l'Impero del mare il tesoro di S. Marco
impinguarsi. Sulla metà da ripartirsi fra i venturieri, il Marchese di
Monferrato, fuor d'ogni dubbio, alla maggior ricompensa aveva dritto.
Oltre alla cedutagli isola di Creta, per un riguardo al trono da cui fu
escluso, gli fu conferito il titolo di Re e assegnate le province al di
là dell'Ellesponto; ma fe' un saggio cambio di questa difficile e
lontana conquista, col regno di Tessalonica o di Macedonia, distante
dodici giornate dalla capitale, e dagli Stati del Re d'Ungheria, cognato
del Marchese, e vicino quanto bastava, perchè questi all'uopo ne potesse
sperare soccorsi. Il suo passaggio per le province che dovè traversare,
fu in mezzo a continue acclamazioni o sincere, o simulate de' Greci; e
l'antica e vera Grecia ricevette di nuovo un conquistatore latino[121],
che con aria d'indifferenza questa classica terra calcò. Degnando appena
d'un guardo le bellezze della valle di Tempe, pose molta cautela
addentrandosi nelle gole delle Termopile, occupò Tebe, Atene ed Argo,
città al medesimo sconosciute, e prese d'assalto Corinto e Napoli[122],
che aveano tentato resistergli. Or la sorte, ora la scelta e successivi
baratti, regolarono i premj degli altri pellegrini. Accecati dal giubilo
del riportato trionfo, usarono immoderatamente del lor potere, sulla
vita e le ricchezze d'un grande numero d'uomini. Dopo una
recapitolazione esatta di tutte le province da ripartirsi, pesarono con
avara bilancia le rendite di ciascuna di esse, la situazione più o men
vantaggiosa, i modi più o meno abbondanti che queste offerivano, per
alimentare uomini e cavalli sul loro suolo. Fin agli antichi
smembramenti del Romano Impero, le pretensioni dei vincitori si
estesero; nelle immaginarie lor divisioni, il Nilo e l'Eufrate si
trovavan compresi, e giubilava il guerriero che nella sua parte di
premio, la reggia del Sultano d'Iconium annoverava[123]. Non m'arresterò
in questo luogo ad enumerare i nuovi fregi genealogici, e i possedimenti
di ciascun cavaliere; mi basti il dire, che i Conti di Blois e di S.
Paolo, il ducato di Nicea e la signoria di Demotica ottennero[124]; i
principali feudi alle cariche di Contestabile, di Ciamberlano, di
Coppiere e di Mastro di casa, andarono uniti. Il nostro Storico,
Goffredo di Villehardouin, acquistò un ricco dominio sulle rive
dell'Ebro, accoppiando gli uffizj di Maresciallo di Sciampagna e di
Romania. Ciascun Barone a capo de' suoi cavalieri ed arcieri, si
trasferì a prender possesso della sua parte di premio; nè grande
resistenza la maggior parte di loro trovarono sulle prime: ma da
siffatta dispersione derivò, che le generali forze scemarono; e ognuno
s'immagina quanti litigi dovettero sorgere in tale stato di cose, e fra
uomini che riconoscevano per primitiva legge il successo dell'armi. Tre
mesi dopo la conquista di Costantinopoli, già l'Imperatore e il Re di
Tessalonica, marciavano un contra l'altro; però l'autorità del Doge, i
consigli del Maresciallo, la coraggiosa fermezza de' Pari a pacificarli
pervennero[125].
[A. D. 1204 ec.]
Due fuggiaschi che avevano occupato il trono di Costantinopoli,
assumeano tuttavia il titolo di Imperadori, e que' che furono lor
sudditi poteano cedere ad un moto di compassione verso l'antico Alessio,
o ardere del desiderio di vendicarsi sopra l'ambizioso Murzuflo. Vincoli
di famiglia, comune interesse, eguali delitti, e il merito di aver tolta
la vita ai nemici del suo rivale, persuasero il secondo usurpatore a
cercare di collegarsi col primo. Murzuflo si trasferì nel campo di
Alessio, ove carezzevolmente e con onori fu ricevuto: ma gli scellerati,
incapaci di sentire amicizia, hanno torto se si fidano in coloro che ad
essi somigliano. Dopo averlo fatto arrestare in un bagno e privare degli
occhi, Alessio si guadagnò le truppe di costui, se ne appropiò i tesori;
poi fattolo scacciare dal campo, Murzuflo errò, qua e là, oggetto di
scherno e d'orrore a coloro che, più di Alessio, aveano diritto di
odiare e di punir l'assassino dell'imperatore Isacco, e del figliuolo
d'Isacco. Straziato dalla tema e dai rimorsi, tentava rifuggirsi in
Asia, allorchè i Latini di Costantinopoli lo sorpresero, ed instituito
un pubblico giudizio, ad ignominiosa morte il dannarono. I giudici dopo
avere esitato, nella scelta del supplizio, tra la mannaia, la ruota, e
il palo, fecero collocare Murzuflo[126] sulla cima di una colonna di
marmo bianco, alta cenquarantasette piedi, e detta la -Colonna di
Teodosio- (A. D. 1204-1222)[127]. Dall'alto di questa, fu precipitato
capo volto a basso, e il cranio ne rimase infranto alla presenza di
numerosissimo popolo assembrato nel Foro del Tauro che vedea con
maraviglia in questo singolare spettacolo la spiegazione e il compimento
di un'antica profezia[128]. Men tragico fu il destino di Alessio: il
Marchese lo inviò in dono al Re de' Romani in Italia. Condannato a
perpetua prigionia, l'usurpatore venne trasferito da una Fortezza
dell'Alpi in un monastero dell'Asia, senza guadagnare molto nel cambio.
Ma prima della caduta di Costantinopoli Alessio avea conceduta la sua
figlia in isposa ad un giovane eroe che riedificò e tenne il trono de'
principi greci[129]. Teodoro Lascaris, segnalato erasi per valore nei
due assedj di Bisanzo. Dopo la fuga di Murzuflo, ed essendo già i Latini
padroni della città, si offerse per Imperatore ai soldati ed al popolo,
offerta che in tal momento poteva essere un atto di virtù, e certamente
fu grande prova in lui di coraggio. Se nello stesso tempo gli fosse
stato lecito infondere un'anima a quelle vili turbe, avrebbero
calpestato sotto i lor piedi gli stranieri che lor sovrastavano; ma
codardi i Greci nella disperazione, il soccorso di lui ricusarono, onde
Teodoro fu costretto ripararsi nella Natolia, per respirare ivi un'aura
d'independenza, libero dal vedere e dal paventare i conquistatori della
sua patria. Sotto il titolo di despota, poscia d'Imperatore, unì a' suoi
stendardi il piccolo numero d'uomini coraggiosi che il disprezzo della
vita facea tuttavia forti contro la schiavitù; e riguardando come
legittimo ogni atto che alla salvezza pubblica potesse giovare, non ebbe
scrupolo d'invocare l'alleanza del Sultano de' Turchi. Posta in Nicea
Teodoro la sua residenza, Prusa, Filadelfia, Smirne ed Efeso apersero le
porte al loro liberatore. Le vittorie, e persin le sconfitte in forza e
rinomanza lo accrebbero, e successore di Costantino, ne serbò quella
parte d'Impero, che dal Meandro ai sobborghi di Nicomedia e in appresso
a quelli di Costantinopoli si estendea. Anche l'erede legittimo de'
Comneni, figlio del virtuoso Manuele, e pronipote del feroce Andronico,
possedeva in lontana provincia una debole parte di questo impero:
nomavasi Alessio, e il soprannome datogli di Grande probabilmente più
alla sua statura che alle sue imprese si riferiva. I principi della
dinastia, degli -Angeli-, senza aombrarsi della sua origine, lo aveano
nominato governatore o duca di Trebisonda[130]: la sua nascita gli
ispirava ambizione, la caduta dell'Impero gli fruttò independenza. Senza
cambiare di titolo, regnò tranquillamente sulla costa del Mar Nero da
Sinope sino al Fasi. Il figlio che a lui succedè, e del quale ignorasi
il nome, è conosciuto soltanto come vassallo del Sultano che egli
seguiva con dugento lancie alla guerra; ma il titolo di Duca di
Trebisonda in questi due Comneni durò, e unicamente Alessio, pronipote
del primo d'essi, spinto da orgoglio e da gelosia assunse il titolo
d'Imperatore. Anche nella parte occidentale dell'Impero, Michele,
bastardo della dinastia degli -Angeli-, e prima delle sconfitte,
riguardato, or come ostaggio, or come soldato, or come ribelle, salvò
dal naufragio un terzo frammento di greca dominazione. Fuggito dal campo
di Bonifazio, ottenne in isposa la figlia del governator di Durazzo, e
per tali nozze il possedimento di questa importante città: preso il
titolo di despota, fondò un principato possente nell'Epiro, nell'Etolia,
nella Tessaglia, sempre famosa per gli uomini bellicosi che la
popolarono. Que' Greci che offersero servigio ai Latini, divenuti
novelli loro sovrani, si videro disprezzati da questi superbi principi,
ed esclusi[131] da tutti gli onori civili e militari, come uomini sol
nati per obbedire e tremare. Offesi questi d'un sì aspro trattamento, si
accinsero a provare cogli effetti di un'operosa inimicizia, quanto
l'amicizia loro poteva essere utile a chi li vilipese. Finalmente
l'avversità aveva loro inspirato coraggio: onde tutti i cittadini chiari
per sapere o virtù, per nascita o valore, abbandonarono Costantinopoli,
riparandosi ai governi independenti di Trebisonda, d'Epiro o di Nicea.
Non si cita che un solo patrizio che abbia meritato l'encomio, se luogo
ad encomio pur v'era, di affezione e fedeltà verso i Franchi. I popoli
delle città e delle campagne si sarebbero forse accostumati ad una
moderata e regolar servitù. Forse alcuni anni di pace e d'industria
avrebbero fatto dimenticare ad essi la guerra e i suoi passeggieri
disastri. Ma la tirannide del sistema feudale allontanando le soavità
della pace, distruggea il frutto delle fatiche de' sudditi; e comunque
un'amministrazione semplice e savie leggi, somministrassero
agl'Imperadori latini di Costantinopoli, se avessero avuto
l'accorgimento di ben prevalersene, ogni agevolezza a proteggere i
proprj sudditi; in questo momento stava sul trono un principe titolare,
Capo e spesse volte schiavo de' suoi indocili confederati. La spada de'
Baroni arbitrava di tutti i feudi dell'Impero incominciando dall'intero
reame, e venendo fino all'infimo fra' castelli. La costoro ignoranza, le
discordie, la povertà ne estendevano la tirannide ai più rimoti
villaggi. Il poter temporale de' preti, e l'odio fanatico de' soldati in
un medesimo tempo i Greci opprimea; e il linguaggio e la religione
diversa erano siccome un cancello che per sempre separava i vinti dai
vincitori. Sintantochè i Crociati rimasero uniti nella capitale, la
ricordanza delle loro vittorie, e il terrore dell'armi loro tennero
cheto il soggiogato paese; ma col disunirsi, il segreto della propria
debolezza derivata da scarso numero, e dalla poca lor disciplina
svelarono; alcune rotte che per imprudenza si procacciarono li diedero a
divedere non invincibili. A proporzione di tema sminuita l'odio
afforzavasi ne' Greci, che ben presto passarono dalle lamentele alle
cospirazioni; onde un anno di servaggio non era ancora per essi
compiuto, quando implorarono, ossia accettarono con fiducia il soccorso
di un Barbaro, la cui possanza già aveano provata, della gratitudine del
quale non dubitavano[132].
[A. D. 1205]
Calo-Giovanni o Giovannizio, Capo ribelle dei Valacchi o de' Bulgari, fu
tra i più solleciti a congratularsi, mediante un'ambasceria coi Latini.
Il titolo reale da lui assunto, e la santa bandiera dal Pontefice romano
inviatagli, sembravano francheggiarlo a riguardarsi come fratello de'
nuovi imperatori di Costantinopoli, oltrechè, siccome lor complice nel
sovvertimento del greco Impero, credeva a buon diritto potersi noverare
fra i loro amici. Qual si fu la sorpresa di Giovannizio in udendo che il
Conte di Fiandra, imitando il fastoso orgoglio de' successori di
Costantino, ne avea rimandati gli ambasciadori, superbamente
annunziandogli essere solo dovere d'un ribelle il venire con fronte
china a toccare i gradini del soglio per meritarsi il perdono? Se il Re
de' Bulgari non avesse ascoltate che le voci del proprio risentimento,
il sangue unicamente potea lavar questo oltraggio; ma una più prudente
politica egli adoprò[133]; pago per allora di star guatando i progressi
del mal umore de' Greci, ai quali intanto diede a conoscere quanta pietà
in lui destassero le loro sventure, e come ei fosse propenso a secondare
colla persona, e con tutte le forze del regno, i primi tentativi che per
essi farebbersi a ricuperare la libertà. L'odio di nazione dilatò la
congiura, e ad un tempo il secreto e la fedeltà de' congiurati fe' più
sicuri. Benchè però i Greci ardessero d'impazienza di conficcare i loro
pugnali nel seno de' vincitori, aspettarono accortamente che Enrico
fratello del nuovo Cesare avesse condotto al di là dell'Ellesponto il
fior delle truppe. Le città e i villaggi della Tracia, per la più parte,
mostraronsi pronti a puntino al momento ed al segnal convenuti;
perlocchè i Latini, privi d'arme e di sospetti, si videro d'improvviso
in preda alla spietata e codarda vendetta de' loro schiavi. Da Demotica,
ove questa scena di strage ebbe principio, alcune navi del Conte di S.
Paolo cercarono in Andrinopoli ripararsi: ma già l'infuriata plebaglia
ne avea scacciati, o immolati, i Francesi ed i Veneziani. Quelle
guernigioni latine che pervennero a guadagnarsi una ritirata, sulla
strada maestra della capitale incontraronsi; ma quanto alle Fortezze
isolate che ai ribelli tuttavia resistevano, un presidio non sapea la
sorte dell'altro, e tutti quella del lor Sovrano ignoravano. La fama
ingrandita dallo spavento, portò ben presto a Costantinopoli le notizie
della ribellione dei Greci, e del rapido avvicinamento del Re dei
Bulgari. Giovannizio avea aggiunto alle sue truppe un corpo di
quattordicimila Comani, tolti dalla Scizia, i quali beveano, dicesi, il
sangue de' lor prigionieri, e sugli altari delle loro divinità i
Cristiani sagrificavano[134].
Atterrito l'Imperatore, spedì un corriere per richiamare il fratello suo
Enrico; e se Baldovino avesse aspettato il ritorno di questo principe
valoroso, che dovea condurgli un soccorso di ventimila Armeni, sarebbesi
veduto in istato di assalire il Re de' Bulgari con eguaglianza di
numero, e superiorità assoluta di armi e di disciplina. Ma lo spirito di
cavalleria non sapendo per anco discernere dalla viltà la prudenza,
l'Imperatore mosse al campo, scortato da soli cenquaranta cavalieri, e
dal lor seguito ordinario di arcieri e sergenti. Dopo inutili
rimostranze, il Maresciallo finalmente obbedì al comando di condurre
l'antiguardo in sulla strada di Andrinopoli; il Conte di Blois conducea
il corpo di battaglia, al retroguardo il vecchio Doge si stava. Accorsi
da ogni banda sotto le bandiere di questo piccolo esercito i fuggitivi
Latini, s'imprese tosto l'assedio di Andrinopoli, e tali erano le pie
intenzioni de' Crociati, che durante la Settimana Santa, davano opera a
devastar foraggiando la campagna, e a fabbricar macchine intese alla
distruzione di un popolo di Cristiani. Ma ben tosto interruppeli la
cavalleria leggiera de' Comani, venuta arditamente a scaramucciare quasi
sul confine delle disordinate lor linee. Il Maresciallo pubblicò un
bando che avvertiva la cavalleria di trovarsi pronta per montare a
cavallo, e ordinarsi in battaglia al primo suono di tromba, minacciando
pena di morte a chiunque si fosse distolto dai compagni per inseguire il
nemico. Primo a disobbedire ad una provvisione tanto sensata il Conte di
Blois, fu cagione colla sua imprudenza della perdita dell'Imperatore. Al
primo impeto de' Latini, essendosi i Comani, a guisa di Parti o di
Tartari, dati alla fuga, dopo una corsa di due leghe, voltaron fronte
congiuntamente, e avvilupparono i pesanti squadroni francesi nel momento
che stremi dal correre e cavalli e cavalieri, non aveano questi alcuna
abilità di difendersi. Ucciso il Conte sul campo di battaglia,
prigioniero l'Imperatore rimase; e il loro valor personale, per cui l'un
d'essi disdegnò di fuggire, l'altro di ceder vilmente mal compensarono
l'ignoranza, o la trascuratezza che diedero a divedere degli obblighi
imposti ai generali d'esercito[135].
[A. D. 1205]
Superbo della riportata vittoria e dell'illustre prigioniero che traeva
seco, il Bulgaro si avanzò per soccorrere Andrinopoli e a compiere la
sconfitta dei Latini; de' quali sarebbe stata inevitabile la
distruzione, se il maresciallo di Romania non avesse data prova di quel
tranquillo coraggio e di quel militare intendimento, rari in tutti i
secoli, ma più ancora straordinarj in quella età, ove più dall'istinto
che dalla scienza, le guerre eran condotte. Il Villehardouin limitatosi
a manifestare i proprj timori, e il cordoglio che lo premea, al suo
fedele e prode amico, il Doge di Venezia, inspirò per tutto il campo
quella fiducia, in cui sola riduceasi la speranza della salvezza. Dopo
essersi per un intero giorno mantenuto nella pericolosa situazione che
fra la città e il nemico esercito lo collocava, il Maresciallo levò il
campo di notte tempo, e senza veruno strepito, operando per tre continui
giorni una ritratta cotanto ingegnosa, che Senofonte e i suoi diecimila
eroi sarebbero stati costretti ad ammirarla; instancabile nel correre
dal retroguardo all'antiguardo, quivi sostenea l'impeto de' nemici, ivi
fermava l'imprudente correre de' suoi fuggitivi. Per ogni dove i Comani
affrontavano, una linea d'insuperabili lancie si parava contr'essi. Nel
terzo dì finalmente, e dopo essere state così tribolate, le truppe
latine scorsero il mare, la solitaria città di Rodosto[136] e i compagni
che dalle coste dell'Asia giugnevano. Abbracciatisi, piansero insieme, e
l'armi loro e i lor consigli riunirono. Il Conte Enrico assunse a nome
del fratello, il governo d'un impero ancor nell'infanzia, nondimeno a
caducità pervenuto[137]. I Comani mal resistendo all'ardor della state
si ritirarono; ma sull'istante del pericolo, settemila Latini, infedeli
al loro giuramento e ai fratelli, abbandonarono la capitale: alcune
vittorie di poco momento mal compensavano la perdita di cento cavalieri
periti nelle pianure di Rusio. La sola Costantinopoli, e due o tre
Fortezze sulle coste di Europa e di Asia, all'Imperator rimanevano. Il
Re de' Bulgari, invincibile come inesorabile, evitò con modi rispettosi
di condiscendere alle istanze del Pontefice che pregava il nuovo
proselito a restituire ai desolati Latini la pace e il loro Sovrano. «La
liberazione di Baldovino, rispondea Giovannizio, non è più in potere
degli uomini. Di fatto questo principe era morto nel suo carcere, e
l'ignoranza indi e la credulità, molti diversi racconti sul genere di
questa morte han divulgati. Coloro che di storie tragiche si dilettano,
crederanno di buon grado che il casto prigioniero fe' vani gli amorosi
voti della Regina de' Bulgari; che tale rifiuto alle calunnie della
femmina, e alla gelosia di un selvaggio lo avventurò; che mani e piedi
gli venner troncati; che il rimanente di quel sanguinoso corpo fu
gettato fra gli scheletri de' cavalli e dei cani, e respirò per tre
giorni, sintanto che gli uccelli da preda venissero a divorarlo[138].
Vent'anni dopo, in una foresta de' Paesi Bassi, un romito si volle far
credere il conte Baldovino, imperator di Costantinopoli, e sovrano
legittimo della Fiandra; narrò a quel popolo, egualmente propenso alla
ribellione e alla credulità, le circostanze straordinarie della sua
fuga, le sue avventure e la sua penitenza. Cedendo per un istante ad una
persuasione cara al loro cuore, i Fiamminghi credettero rivedere il
Sovrano che pianto avevano per lungo tempo. Ma la Corte di Francia, dopo
brevi indagini, scoperse l'impostore che fu ad ignominiosa morte
dannato. Pur non sì di leggieri i popoli della Fiandra abbandonarono una
illusione che gli allettava: onde i più gravi storici di questo paese
danno colpa alla Contessa Giovanna di avere sagrificata all'ambizione la
vita di un genitore infelice[139].
[A. D. 1216]
Tutte le nazioni venute a civiltà ammettono, durante la guerra, un
accordo pel cambio, o pel riscatto dei prigionieri. Di questi
protraendosi la cattività, non è un mistero il loro destino, e giusta il
loro grado, onorevolmente, o del certo umanamente, vengon trattati; ma
le leggi della guerra il selvaggio principe dei Bulgari non conoscea; ed
essendo difficile il portar lo sguardo ne' silenziosi nascondigli delle
sue prigioni, volse un intero anno prima che i Latini fossero certi
della morte di Baldovino, e che Enrico acconsentisse ad assumere il
titolo d'Imperatore. Cotal moderazione, siccome esempio di rara e
inimitabile virtù, applaudirono i Greci, che ambiziosi, perfidi ed
incostanti, pronti ognora mostravansi ad abbracciare, o anticipar
l'occasione di una sede vacante, in tempo che quasi tutte le monarchie
dell'Europa aveano riconosciute, o confermate le leggi di successione,
veri mallevadori della sicurezza de' popoli e de' monarchi. Morti a mano
a mano, o ritiratisi gli eroi della Crociata, Enrico rimase presso che
solo, gravato dal peso di far la guerra e di difender l'Impero. Già il
rispettabile Dandolo, carico d'anni e di gloria, giaceva nel sepolcro;
il Marchese di Monferrato tornava lentamente dalla sua guerra nel
Peloponneso per vendicar Baldovino e proteggere Tessalonica.
Nell'abboccamento che questi ebbe coll'Imperatore, vennero accomodati
alcuni vani dispareri intorno l'omaggio e i servigi feudali; indi
scambievole stima e comune pericolo avendoli in salda lega congiunti,
questo nodo vie più fermarono le nozze di Enrico colla figlia di
Bonifazio; ma non andò guari che Enrico dovette piangere la morte del
suocero e dell'amico. Seguendo il consiglio di alcuni Greci rimasti
fedeli, il marchese di Monferrato operò con buon successo un'ardimentosa
scorreria nelle montagne di Rodope. Al solo suo avvicinarsi, i Bulgari
si diedero a fuga, non mancando però, giusta il loro uso, di riordinarsi
per rendergli funesta la ritirata. Il guerriero intrepido, appena seppe
essere assalito il suo retroguardo, montò a cavallo, e corse colla
lancia in resta incontro al nemico, avendo persino a sdegno di ripararsi
il corpo colla sua armadura; ma in mezzo al tentativo imprudente, un
dardo a morte il ferì: onde i Barbari fuggitivi ne portarono la testa a
Calo-Giovanni, siccome trofeo di una vittoria, il merito della quale non
avevano avuto. Nel punto di questo fatale avvenimento cade la penna di
mano, e gli accenti mancano al generoso Villehardouin[140]. Se egli
continuò ancora a sostenere l'uffizio di maresciallo della Romania, le
successive imprese di lui alla posterità sono ignote[141]. I pregi
d'Enrico non erano inferiori all'arduità del momento in cui prese le
redini dell'Impero. All'assedio di Costantinopoli, al di là
dell'Ellesponto, acquistata erasi la rinomanza di prode cavaliere e di
abile generale. Alla intrepidezza del fratello univa la prudenza e la
mansuetudine, virtù che all'impetuoso Baldovino non furono gran che
famigliari. Nella duplice guerra contra i Greci dell'Asia e i Bulgari
dell'Europa, sempre mostrossi il primo in arcione, o sulle navi, nè mai
trascurando alcuna di quelle cautele che assicurar potevano la vittoria,
spesse volte coll'esempio della sua intrepidezza a secondarlo e a salvar
l'Impero gli scoraggiati Latini animò. Nondimeno al successivo miglior
esito delle cose, meno gli sforzi d'Enrico, e i soccorsi d'uomini e di
danaro spediti dalla Francia contribuirono, che non gli orrori, gli atti
crudeli e la morte del nemico il più formidabile dei Latini.
Coll'implorare siccome liberatore Calo-Giovanni, i Greci speravano che
costui le lor leggi e la lor libertà avrebbe protette; ma ebbero ben
tosto l'infausta occasione di accorgersi, fin dove la ferocia di un
Barbaro pervenisse, e di abborrire il selvaggio conquistatore, che del
proprio disegno di spopolare la Tracia, di spianare le città, di
trapiantarne gli abitanti al di là del Danubio omai non faceva un
mistero. E già parecchie città, parecchi villaggi della Tracia deserti
erano; già in luogo di Filippopoli un cumulo sol di rovine scorgevasi.
Gli abitanti di Andrinopoli e di Demotica, primi autori della ribellione
un egual destino aspettavansi. Innalzatosi fino al trono di Enrico un
grido di dolore e di pentimento, ebb'ei la grandezza d'animo di
aggiugnere al perdono la sua confidenza ne' popoli supplichevoli. Non
potendo nell'istante raccogliere sotto i proprj stendardi più di
quattrocento cavalieri seguìti dai loro arcieri, e sergenti, con questo
sì tenue corpo di esercito, cercò e rispinse il Capo dei Bulgari che,
oltre alla sua fanteria, a quarantamila uomini di cavalleria comandava.
Ben s'avvide in tal circostanza Enrico, qual sia la differenza tra
l'avere favorevoli, o contrarj gli abitanti inermi del paese che teatro
è della guerra. Salvò dalla distruzione le città che tuttavia
rimanevano, costringendo il barbaro Giovannizio ad abbandonare,
sconfitto e coperto di obbrobrio la preda; l'assedio di Tessalonica fu
l'ultima fra le calamità che questo principe fece sentire alla Grecia e
che egli stesso sentì. Nel più folto della notte, essendo stato
assassinato entro la sua tenda, il Generale, o fors'anche l'uccisore
medesimo che lo trovò immerso nel proprio sangue, attribuì questa morte
alla lancia di S. Demetrio, nè fuvvi generalmente nel campo chi nol
credesse[142]. Dopo molte riportate vittorie, il saggio Enrico conchiuse
un onorevole Trattato di pace col successore di Giovannizio, e coi
principi di Nicea e d'Epiro. Coll'abbandonare le sue pretensioni sopra
alcuni incerti confini, assicurò a sè medesimo e ai suoi feudatarj il
possedimento di un vasto reame che duratogli per dieci anni, lasciò
godere all'impero questo intervallo di pace e di prosperità. Alieno
dalla troppo severa politica di Baldovino e di Bonifazio, gli uffizj
militari e civili senza timore ai Greci fidava; condotta generosa, che
divenuta era ancor necessaria, perchè i principi di Epiro e di Nicea
aveano appresa l'arte di sedurre i Latini e di mettere in opera la
mercenaria loro prodezza. Si mostrò sollecito Enrico di porre insieme
d'accordo i suoi sudditi, e di compensarne i meriti, non tenendo conto
di paese, o di lingua; solamente mostrò minor cura della riconciliazione
delle due Chiese, che cosa pressochè impossibile gli sembrava. Pelagio,
Legato del Pontefice, che un fasto addicevole ad un sovrano fra le mura
di Bisanzo ostentava, oltre all'avere abolito il culto greco, pretendeva
a tutto rigore il pagamento delle decime da chicchessia, una chiara
professione di fede intorno alla -processione- dello Spirito Santo, una
cieca obbedienza ai comandamenti del Papa. In tutti i tempi, la parte
più debole si è trovata costretta a rimostrare i doveri della propria
coscienza, ad implorare i diritti della tolleranza. «I nostri corpi,
diceano i Greci, sian pur di Cesare, ma le anime nostre appartengono a
Dio». La fermezza dell'Imperatore pose un riparo alla persecuzione[143].
Laonde, se pur è vero che ei morì di veleno dai Greci apprestatogli, tal
prova d'ingratitudine e di stoltezza, è fatalmente atta ad ispirarne
trista opinione sul genere umano. Il valore di Enrico potea dirsi virtù
comune, in cui diecimila cavalieri gli erano pari. Ma in un secolo di
superstizione, un coraggio ben più straordinario diè a divedere, quello
di opporsi all'orgoglio e all'avarizia del clero. Osò, nella cattedrale
di S. Sofia, collocare il suo trono alla destra del trono del Patriarca,
il quale atto riguardato a Roma, come colpevole presunzione, gli
procacciò agre censure da Papa Innocenzo III. Con un salutare editto,
primo esempio delle leggi che -le mani morte- riguardano, l'Imperatore
Enrico proibì la vendita de' feudi; perchè molti Latini, impazienti di
ritornare in Europa, abbandonavano i fondi loro alla Chiesa, che con
danaro contante, e con indulgenze ne pagava il prezzo. Questi terreni
divenendo sacri, e immediatamente fatti immuni dal militare servigio,
una colonia di soldati sarebbesi ben tosto trasformata in una
corporazione di preti[144].
Il virtuoso Enrico morì a Tessalonica, ove, per difendere il regno e il
figlio ancor fanciullo dell'amico suo Bonifazio erasi trasportato. Tutta
la linea maschile de' Conti di Fiandra colla morte de' due primi
Imperatori di Costantinopoli rimaneva estinta; ma la lor sorella Jolanda
era moglie di un principe francese e madre di numerosa prole. Una figlia
di lei avea per marito Andrea, Re d'Ungheria, prode e pio campion della
Croce; dal quale, col farlo Imperatore, i Baroni di Romania i soccorsi
d'un possente e vicin regno sarebbersi procacciati; ma mostratosi il
saggio Andrea rispettoso alle leggi della successione, i Latini
sollecitarono la principessa Jolanda e il marito di lei Pietro di
Courtenai, Conte di Auxerre a trasportarsi a Costantinopoli per ivi
cingere il diadema d'imperator d'Oriente. Chiaro per paterna origine e
per regale legnaggio della sua madre, come il più prossimo parente del
lor Monarca, i Baroni francesi lo rispettavano. Aggiugnevansi a favor di
Pietro luminosa fama, vasti possedimenti, e i suffragi degli
ecclesiastici e de' soldati, rimasti egualmente soddisfatti del fatale
zelo e del valore di questo guerriero nella sanguinosa crociata che
contro gli Albigesi fu impresa. Certamente la vanità de' Francesi doveva
esser paga in veggendo un uomo di lor nazione sul trono di
Costantinopoli: ma la prudenza avrebbe fatto vedere che meno invidia che
compassione si meritava l'uomo che a grandezza tanto fallace e
pericolosa aggiugnea. Per sostenere con dignità il nuovo grado,
Courtenai si vide primieramente costretto a vendere, o impegnare la più
ricca parte del suo patrimonio. Sol per questi espedienti, e soccorso
dalla liberalità del suo parente Filippo Augusto, e dallo spirito di
cavalleria che per tutta la Francia dominava, si trovò in istato di
passar l'Alpi, condottiero di cenquaranta cavalieri e di cinquemila
cinquecento arcieri, o sergenti. Dopo qualche esitanza, il Pontefice
Onorio III si arrendè a coronare questo nuovo successore di Costantino,
avuta però la cautela di compire la cerimonia in una chiesa posta fuori
del ricinto della città, per tema, non venisse supposto che questa
conferisse al nuovo unto alcun diritto di sovranità sulla capitale
antica del Mondo. Ben si obbligarono i Veneziani a trasportare oltre il
mare Adriatico Pietro e le sue truppe, e fin nella reggia di Bisanzo
l'Imperatrice co' suoi quattro figli; ma per premio dell'agevolato
tragetto, pretesero dal nuovo Imperatore ch'ei si accignesse a riprender
Durazzo, allor dominata dal despota dell'Epiro. Michele l'Angelo o
Comneno, il primo della dinastia d'Epiro avea lasciata in retaggio la
sua possanza e ambizione al fratello Teodoro, che già minacciava e
assaliva i latini possedimenti. Dopo avere Pietro soddisfatto con un
inutile assalto il suo debito, si vide alla necessità di levare
l'assedio, e di terminare per terra fino a Tessalonica il suo rischioso
cammino. Smarritosi fra le montagne dell'Epiro, si scontrò in gole
affortificate e difese; le vettovaglie mancarongli; perfide apparenze di
negoziazione ancora gli porsero indugi. Infine Pietro di Courtenai e il
Legato romano si trovarono arrestati, mentre uscivano d'un banchetto;
per lo che le truppe francesi prive di Capo e di modi per sostenersi, e
adescate dall'ingannevol promessa di essere nudrite e umanamente
trattate, cedettero l'armi. Il Vaticano sull'empio Teodoro lanciò le sue
folgori, minacciandolo della vendetta della terra e del cielo. Ma poichè
le querele del Pontefice al suo Legato sol riferivansi, l'Imperatore e i
soldati del medesimo prigionieri dimenticò, concedendo perdono, o a dir
meglio protezione al despota dell'Epiro, che appena liberato il Legato,
promise obbedienza spirituale all'appostolica sede di Roma. I comandi
assoluti di Onorio contennero l'ardor dei Veneziani e del Re ungarese;
nè altro che una morte[145] o naturale, o violenta la prigionia del
misero Courtenai terminò[146].
[A. D. 1221-1228]
La lunga incertezza in cui si rimase sulla sorte di Pietro, la presenza
della legittima sovrana Jolande, o moglie, o vedova del medesimo, fecero
che l'elezione di un nuovo Imperatore si differisse. La morte di questa
principessa vissuta in mezzo ai cordogli, accadde in tempo che già
sgravata erasi d'un fanciullo, cui fu imposto il nome di Baldovino,
ultimo e più sfortunato dei principi latini di Costantinopoli. Comunque
la sua stessa nascita fosse un motivo, per essergli affezionati ai
Baroni della Romania, la fanciullezza del medesimo avrebbe lungo tempo
esposto l'impero agli inconvenienti di una minorità, per lo che i
diritti de' fratelli di Baldovino prevalsero. Il primogenito, Filippo di
Courtenai, erede di Namur dal lato di madre, ebbe l'accorgimento di
preferire la realtà del suo marchesato ad un'ombra di impero; pel quale
rifiuto, Roberto, secondogenito di Pietro e di Jolande, al trono di
Costantinopoli fu chiamato. Fatto circospetto dalla paterna sventura,
per traverso all'Alemagna e lungo le rive del Danubio, seguì lentamente
il suo cammino, e agevolatogli il passaggio per l'Ungheria dai motivi di
parentado con quel Re, marito di sua sorella, pervenne finalmente alla
meta, coronato dal Patriarca nella cattedrale di S. Sofia. Ma non provò
durante l'intero suo regno che umiliazioni e disastri; e la colonia
della Nuova Francia, così allora chiamata, cedea da tutte le bande ai
collegati sforzi de' Greci di Nicea, e dell'Epiro. Dopo una vittoria più
alla sua perfidia che al valore dovuta, Teodoro l'Angelo entrato nel
regno di Tessalonica, e scacciatone il debole Demetrio, figlio del
Marchese Bonifazio, fe' sventolare sulle mure di Andrinopoli il suo
stendardo, aggiugnendo superbamente il proprio nome al novero di tre o
quattro imperatori suoi emuli. Giovanni Vatace, genero e successore di
Teodoro Lascaris, occupando il rimanente della provincia asiatica,
splendè, durante un regno di trentatre anni, per tutte quelle virtù che
ad un legislatore e ad un conquistatore si aspettano. Ei seppe, ottimo
capitano, fare strumento di sue vittorie il valore di parecchi Franchi
mercenarj, la cui diffalta, al lor paese funesta, divenne annunzio e
cagione della superiorità risorgente de' Greci. Vatace costrusse una
flotta, impose leggi all'Ellesponto, le isole di Lesbo e di Rodi
ridusse, i Veneziani di Candia assalì, ai lenti e deboli soccorsi che ai
Latini pervenivano dall'Occidente tolse la via. Indarno l'Imperatore
latino fe' prova di opporre a Vatace un esercito, la cui sconfitta
lasciò morti sul campo di battaglia quanti cavalieri e antichi
conquistatori tuttavia rimanevano. Ma men trafiggeano l'animo
dell'inetto Roberto i buoni successi del nemico che l'insolenza de' suoi
sudditi latini, i quali della debolezza dell'Imperatore e dell'impero
abusavano parimente. Le domestiche sciagure di questo principe
dimostrano ad un tempo la ferocia del secolo e l'anarchia che quel
governo premea. Sedotto Roberto dall'avvenenza di una nobile giovane
della provincia di Artois, e dimentico degli accordi che la mano di lui
alla figlia di Vatace obbligavano, introdusse nel palagio l'arbitra del
suo cuore, inducendo la madre della donzella, abbagliata dallo splender
della porpora, ad acconsentire, comunque ad un gentiluomo della Borgogna
fosse promessa in isposa. L'amore del tradito pretendente in furor
convertendosi, adunò i proprj amici, e rotte le porte della reggia,
precipitò nell'Oceano la madre di colei che era divenuta o moglie, o
concubina dell'Imperatore, e a questa barbaramente il naso e le labbra
tagliò. I Baroni, anzichè voler punire il colpevole, fecero plauso ad
un'azione feroce, che Roberto non potea perdonare nè come principe, nè
come uomo[147]. Sottrattosi alla sua colpevole capitale, corse ad
implorare la giustizia, o la compassione della Romana Sede Apostolica:
ma il Papa lo esortò freddamente a ritornarsene nel suo regno; e nè
manco gli fu lecito arrendersi a tal consiglio, perchè alla gravezza del
dolore, della vergogna e della rabbia d'un impotente risentimento, i
suoi giorni cedettero[148].
[A. D. 1228-1237]
Il secolo della cavalleria è il solo tempo che abbia aperte al valore di
semplici privati le vie de' troni di Gerusalemme e di Costantinopoli. La
sovranità titolare di Gerusalemme apparteneva a Maria figlia di Isabella
e di Corrado di Monferrato, e pronipote di Almerico, o di Amauri. Il
pubblico voto, e una sentenza di Filippo Augusto, le aveano dato in
isposo Giovanni di Brienne, uscito di una nobile famiglia della
Sciampagna, e additato siccome il più valoroso fra i difensori di Terra
Santa[149]. Nella quinta Crociata, condottiero di centomila Latini
portatosi alla conquista dell'Egitto, terminò l'assedio di Damieta
coll'impadronirsi di questa Fortezza; i disastri che succedettero a tale
resa, vennero unanimamente attribuiti all'avarizia e all'orgoglio del
Legato Pontifizio. Dopo aver data in isposa la propria figlia a Federico
II[150], l'ingratitudine dell'Imperatore lo costrinse ad accettare il
comando delle truppe della Chiesa: perchè comunque avanzato negli anni e
privato della sua corona, il valente e generoso Giovanni di Brienne
ognor pronto mostravasi a brandire la spada, se l'utile della
Cristianità lo chiedeva. Non avendo regnato che sette anni Roberto di
Courtenai, il fratello di lui Baldovino non poteva essere uscito ancor
dell'infanzia, e intanto i Baroni di Romania vedeano la necessità di
rimettere lo scettro fra le mani d'un adulto e d'un eroe. Il nome e
l'uffizio di reggente, cose non erano da offerirsi al rispettabile Re di
Gerusalemme. Onde accordaronsi di conferirgli, sua vita durante, il
titolo e le prerogative imperiali, sotto l'unico patto che ei concedesse
la figlia sua secondogenita in moglie a Baldovino, serbato nella
maggiorità degli anni a succedergli nel trono di Costantinopoli. La
scelta di Giovanni di Brienne, la sua presenza e la sua fama, fecero
rinascere la speranza de' Greci e de' Latini. Ammiravano il contegno
guerriero[151], il vigor d'un vegliardo che gli ottant'anni già
oltrepassava, e la statura che dalle proporzioni ordinarie toglievasi;
ma l'avarizia e l'amor della quiete a quanto appariva aveano raffreddato
nel suo animo l'ardor delle imprese; lasciate sbandar le sue truppe, due
anni interi in un vergognoso ozio per esso trascorsero. Solamente da
questo sonno il destò il formidabile collegarsi di Vatace Imperator di
Nicea con Azan Re de' Bulgari. Conducendo un esercito di centomila
uomini, e una flotta di trecento legni da guerra, i due Imperatori
assediarono Costantinopoli; mentre le forze dell'Imperatore latino in
soli centosessanta cavalieri e in una picciola mano d'arcieri, o di
sergenti era posta. Sto perplesso nel raccontare che invece di pensare a
difendere la città, questo eroe fece una sortita a capo della sua
cavalleria, e che di quarantotto squadroni nemici, soli tre alla sua
spada invincibile si sottrassero. Animati dal suo esempio, l'infanteria
e i cittadini si lanciarono sulle navi che stavano tuttavia ancorate a
piè delle mura, e ne condussero venticinque in trionfo entro il porto di
Costantinopoli. Alla voce del Monarca, i vassalli e i confederati in
difesa di lui presero l'armi, tutti gli ostacoli che al lor cammino
opponevansi atterrarono, e nel successivo anno, ottennero sugli stessi
nemici una seconda vittoria. I poeti di quel rozzo secolo, ad Ettore, ad
Orlando, a Giuda Maccabeo raffigurarono Giovanni di Brienne[152]; ma il
silenzio dei Greci affievolisce alcun poco e la gloria del principe, e
l'autorità di coloro che il celebrarono. Non andò guari che l'Impero
perdette l'ultimo fra i suoi difensori: il moribondo Monarca ebbe
l'ambizione di entrare in Paradiso vestito da franciscano[153].
[A. D. 1237-1261]
Nelle descrizioni delle due vittorie riportate da Giovanni di Brienne,
non vedo fatta menzione del nome, non che di veruna impresa di
Baldovino, pupillo, indi successore dello stesso Giovanni, comunque già
pervenuto ad età che atto al militare servigio il rendea[154]. Questo
Principe adoperato in uffizj meglio alla sua indole confacevoli, visitò
le Corti dell'Occidente, e quello soprattutto del Pontefice e del Re di
Francia, alle quali lo inviarono, affinchè la presenza del giovinetto
eccitando maggior compassione sulla sua innocenza e sulle sventure della
sua Casa, ne rendesse più efficaci le preghiere per ottenere soccorsi
d'uomini e di danari. Per tre volte egli ripetè queste umilianti
peregrinazioni, nel cui adempimento, parve mettesse uno studio per
prolungare la sua lontananza e differire il ritorno. Durò venticinque
anni il regno di Baldovino II, la più gran parte trascorsi da lui fuori
de' proprj Stati, perchè non si credea mai men libero e men sicuro, come
quando nella patria e nella capitale del dominio greco si stava. Alcuna
volta la vanità di lui ebbe per vero di che appagarsi sugli sterili
onori che alla porpora e al titolo augusto venian tributati. Di fatto
intanto che Federico II era scomunicato e percosso da un bando che
intendeva a privarlo dell'impero, il suo collega d'Oriente assisteva al
Concilio di Lione, seduto in trono e alla destra del Romano Pontefice.
Ma quanto maggior numero di volte poi, questo Imperatore, mendico ed
esule, si trovò invilito agli occhi proprj e di tutte le nazioni, e per
oltraggi sofferti, e fino per la insultante pietà di cui fu lo scopo!
Trasferendosi per la prima volta nell'Inghilterra fu arrestato a
Douvres, e severamente redarguito perchè si era fatto lecito di entrare
senza permissione negli Stati d'un regno independente; e poichè ebbe
ottenuta, non senza qualche poco d'indugio, la libertà di proseguire nel
suo cammino, si vide con fredda urbanità accolto alla Corte, alla quale
dovette saper grado di un dono di settecento marchi d'argento con cui
partì[155]. Tutto quanto potè ottenere dall'avarizia di Roma si stette
nel bando di una Crociata e in un tesoro d'indulgenze,[156] moneta
invilita assai perchè troppo di frequente, e con troppa inconsideratezza
era stata adoprata. Gl'illustri natali e le sventure del Principe greco,
ben commossero il cuor generoso del cugino di lui Luigi IX; ma il fervor
guerriero del Santo Re ai lidi dell'Egitto e della Palestina volgeasi.
Baldovino alleviò alcun poco le angustie proprie, e quelle cui ridotto
era il suo impero colla vendita del Marchesato di Namur e della Signoria
di Courtenai, soli Stati ereditarj che gli rimanessero[157]. Giovatosi
di questi espedienti umilianti, o rovinosi del certo, potè condurre in
Romania un esercito di trentamila uomini, il cui numero apparve tanto
maggiore ai Greci pel terrore che ad essi inspirò. I primi messaggi da
esso inviati alle Corti francese ed inglese, annunziavano speranze ed
anche buoni successi. Avea sottomessi tutti i dintorni della Capitale,
fino ad una distanza di tre giornate della medesima, e conquistata una
rilevante città, che comunque nelle sue lettere ei non accenni, io
suppongo essere stata Chiorli; la qual vittoria dovea e fargli sgombro
il successivo cammino, e assicurare la tranquillità della frontiera. Ma
tutte le ridette speranze (posto ancora che le cose nunziate da
Baldovino fossero state vere) si dileguarono come un sogno; nelle inette
mani di questo Principe i tesori come le milizie venute dalla Francia si
spersero; onde non trovò miglior sostegno per reggersi in trono di una
vergognosa lega che strinse coi Comani e coi Turchi. Per confermare il
vile Trattato, ei concedè la propria nipote in isposa all'infedele
Sultano di Cogni, e per rendersi accetto ai Comani, alle cerimonie del
loro culto si sottomise: onde fra un campo e l'altro, fu sagrificato un
cane, e i Principi contraenti, come pegno di reciproca fedeltà,
gustarono il sangue l'uno dall'altro[158]. Sempre più intanto la povertà
lo premea. Il successore d'Augusto demolì gli appartamenti vuoti della
sua reggia; o a meglio dire della sua prigione, di Costantinopoli per
trarne legna da scaldarsi. S'impadronì de' piombi che coprivano i templi
per farli supplire alle spese della sua casa. Prese ad imprestito con
esorbitanti usure, danaro dai mercatanti italiani; e impegnò per qualche
tempo il proprio figlio e successore al trono Filippo, onde assicurare
il pagamento di un debito che avea contratto coi Veneziani[159]. La
fame, la sete, la nudità sono patimenti reali; ma l'opulenza non vuol
calcolarsi che colle regole di proporzione. Un Principe facoltoso, come
privato, può trovarsi secondo i bisogni che lo premono, in preda a tutte
le amarezze e le angosce dell'indigenza.
In mezzo allo squallore di una tanto obbrobriosa povertà, rimaneva
tuttavia all'Imperatore o all'Impero un tesoro che ricevea il suo
immaginario valore[160] dalla divozione del Mondo cristiano. Scapitato
era alquanto per fattine parteggiamenti il legno della vera Croce,
oltrechè l'essere dimorato sì lungamente fra le mani degl'Infedeli,
rendea anche sospette molte particelle di esso già diffuse per l'Oriente
e per l'Occidente; ma veniva conservata nella cappella imperiale di
Costantinopoli un'altra reliquia della Passione del Redentore. La Corona
di Spine di Gesù Cristo era non men della Croce, cosa preziosa ed
autentica. È noto che gli antichi Egizj depositavano per pegno de'
proprj debiti le mummie de' loro antenati[161], e faceano così garante
l'onore e la religione pel pagamento della somma tolta ad imprestito;
imitato avevano questo esempio i Baroni della Romania in tempo che
l'Imperatore era lontano, perchè abbisognando di un prestito di
tredicimila centotrentaquattro piastre d'oro, diedero in ostaggio la
Santa Corona per ottenerlo[162]. Giunto il tempo del pagamento, nè
trovandosi all'uopo i danari, Nicola Querini, ricco mercatante
veneziano, si offerse a soddisfare i creditori, con che la Corona
rimanesse depositata in Venezia, e divenisse poi proprietà personale
dello stesso Querini, ogni qualvolta entro un termine corto e pattuito
non venisse riscattata. Avendo i Baroni dovuto far noto al Sovrano
questo malauguroso contratto, e il pericolo che sovrastava, perchè lo
Stato non aveva abilità per una somma maggiore di settemila lire
sterline all'incirca, Baldovino trovò che sarebbe stato provvedimento
ammirabile in quel frangente il ritogliere dalle mani de' Veneziani
questo tesoro, e farlo passare in quelle del Re cristianissimo[163]. Il
qual partito e più onorevole ed utile si dimostrava. Nondimeno la
negoziazione trovò alcune difficoltà. Il pio Luigi IX avrebbe riguardata
la compera di una reliquia come un delitto di simonia; ma cambiando
solamente lo stile del contratto, egli trovò che potea senza scrupolo
pagare il debito de' Greci, ricevere la Corona di Spine qual donativo, e
dare indi un attestato di gratitudine al donatore. Due Dominicani
pertanto vennero inviati a Venezia siccome ambasciadori incaricati di
riscattare e ricevere il santo deposito che sottratto si era ai pericoli
della navigazione e alle galee di Vatace. Aperta la cassa, vennero
verificati i sigilli così del Doge come dei Baroni greci, stati apposti
sopra un reliquiario d'argento, prima custodia della scatoletta d'oro,
entro cui questo monumento della Passione di Cristo si racchiudeva. I
Veneziani cedettero, benchè di mal animo, alla giustizia e alla potenza
del Re di Francia; l'imperator Federico diede rispettosamente per li
suoi Stati il passaggio alla preziosa reliquia; tutta la Corte di
Francia le andò incontro fino a Troyes nella Sciampagna. Il Re co' piedi
scalzi, e vestito di una semplice camicia, portò egli stesso la Santa
Corona in trionfo per le strade di Parigi; e un donativo di diecimila
marchi d'argento consolò Baldovino del sagrifizio cui s'era prestato. Il
buon successo di una tal negoziazione allettò questo ad offrire colla
medesima generosità gli altri ornamenti della sua imperiale
cappella[164]; un avanzo ragguardevole del legno della vera Croce, il
panno di Gesù Cristo, la lancia, la spugna, la catena, attrezzi tutti
della Passione, la verga di Mosè, e una parte del cranio di S. Giovanni
Battista. Per dar condegno luogo a tutte queste spirituali ricchezze, S.
Luigi spese una somma di ventimila marchi nell'edificare la Santa
Cappella che la faceta musa di Boileau ha fatta immortale. L'autenticità
di tali reliquie, antiche tanto e tratte da paesi così lontani, non può
omai essere provata dalla testimonianza degli uomini; ma son costretti
ad ammetterle tutti coloro che credono ai miracoli da esse operati.
Nella metà dello scorso secolo la santa ferita di una Spina della Corona
risanò radicalmente un'ulcera inveterata[165]; prodigio attestato dai
Cristiani i più devoti, ed anche sapienti della Francia, e che non può
sì facilmente essere dismentito se non se da coloro che vanno muniti di
un antidoto generale[166] contro ogni specie di credulità
religiosa[167].
[A. D. 1237-1261]
I Latini di Costantinopoli[168] trovandosi circondati, stretti d'ogni
banda, la sola discordia e divisione de' Greci e de' Bulgari tardar ne
potevano la rovina; ma la politica e la potenza militare di Vatace
Imperator di Nicea, rendè vana quest'ultima loro speranza. Dalla
Propontide fino alle rupi della Panfilia l'Asia godea giorni di pace e
di prosperità sotto questo Sovrano, che ottenendo a mano a mano nuovi
allori ne' campi di battaglia, crescea di preponderanza in Europa.
Scacciati i Bulgari dalle Fortezze situate nelle montagne della
Macedonia e della Tracia, ridusse il loro reame a que' limiti, fra i
quali lungo le rive del Danubio oggidì è contenuto. Allorchè
l'Imperatore de' Romani si mostrò stanco di sopportare che un Duca di
Epiro, un Principe Comneno dell'Occidente, pretendesse disputargli, di
avere comuni seco lui gli onori della porpora; Demetrio, cambiato
umilmente il colore de' suoi calzari, accettò, mostrandosi grato, il
titolo di despota; il quale atto di abbiezione, oltre alla inettezza nel
governare, gli alienò i cuori de' sudditi, che implorarono la protezione
del Principe greco, di cui Demetrio era vassallo. Per la qual cosa
Vatace giunto ad unire il regno di Tessalonica a quel di Nicea, regnò
senza competitori dalle frontiere della Turchia insino al golfo
Adriatico. I Principi europei ne rispettavano il merito e la possanza, e
probabilmente non gli era d'uopo che risolversi ad abbracciare la Fede
ortodossa, perchè il Pontefice abbandonasse senza rincrescimento
l'Imperatore latino di Costantinopoli; ma la morte di Vatace, la breve
durata del regno turbolento di Teodoro, la minorità di Giovanni, un
figlio, l'altro pronipote di Vatace, ritardarono il risorgimento della
greca dominazione in Bisanzo. Nel capitolo successivo darò conto delle
domestiche vicissitudini che afflissero que' due successori di Vatace;
per ora mi basta il notare che l'ultimo di essi soggiacque all'ambizione
del suo tutore e collega, Michele Paleologo, uomo in cui si diedero a
divedere congiuntamente e quelle virtù, e que' vizj proprj di ordinario
ai fondatori di nuove dinastie. L'imperatore Baldovino era caduto
nell'abbaglio di credere che una negoziazione non sostenuta da veruna
forza, gli basterebbe a ricuperare alcune province o città. Ma gli
ambasciatori di lui vennero rimandati da Nicea, ove non ottennero che
sprezzi e risposte schernevoli; per ciascuna provincia che domandavano,
Paleologo adduceva un pretesto, per cui non gli era lecito, ei diceva,
il privarsene; in una di esse era nato, aveva avuto i primi rudimenti
della scuola militare nell'altra; in tal provincia avea goduti i piaceri
della caccia, e volea continuar lungo tempo a goderli. «In somma qual
parte di dominio avete risoluto di cederne?» gli domandarono stupefatti
quei messi. «Nessuna, rispose il Principe greco, nè anco una pollice di
terra. Se il vostro padrone brama la pace, mi paghi per tributo annuale
la rendita delle dogane di Costantinopoli, al qual patto potrò
concedergli che continui a regnare; e avrò il suo rifiuto come primo
segnale di guerra. A me perizia militare non manca, e gli eventi delle
cose confido a Dio e alla mia spada»[169]. Nella prima prova che ei fece
dell'armi sue contra il despota dell'Epiro, riportò vittoria; cui però
venne d'appresso una sconfitta: onde i Comneni -Angeli- continuarono a
resistergli nelle montagne della Macedonia, e anche dopo la morte di
questo Principe, conservarono la loro autorità. Peggio tornarono le cose
ai Latini, i quali, caduto prigioniero Villehardouin, principe di Acaia,
rimasero privi con esso del più operoso e possente vassallo
dell'agonizzante lor monarchia. Intanto le repubbliche di Genova e di
Venezia, venuta per la prima volta l'una contro l'altra a guerra navale,
si contendeano l'impero del mare, e il commercio dell'Oriente: e poichè
motivi di ambizione e d'interesse teneano affezionati a Costantinopoli i
Veneziani, i rivali di questi offersero ai nemici de' Latini soccorso,
la qual lega de' Genovesi con un conquistatore scismatico l'indignazione
del Vaticano eccitò[170].
Tutto inteso al suo grande divisamento, Michele visitò in persona
ciascuna Fortezza della Tracia, e le guernigioni ne accrebbe. Dopo avere
scacciati gli avanzi de' Latini dagli ultimi possedimenti che lor
rimanevano, diede assalto al sobborgo di Galata, ma infruttuosamente;
perchè quel Barone che perfidamente mantenea corrispondenza coi Greci, o
non potè, o non volle aprirgli le porte della Capitale. All'apparire
della successiva primavera, Alessio Strategopolo, generale favorito di
Michele, e insignito da questo del titolo di Cesare, attraversò
l'Ellesponto conducendo seco ottocento uomini a cavallo, ed alcune
truppe d'infanteria[171] che servir doveano ad una spedizione segreta.
Gli ordini avuti dal ridetto generale erano di avvicinarsi a
Costantinopoli, di esplorare attentamente tutte le cose, e curare le
occasioni che si potessero offrire ad ultimi tentativi; però di
astenersi da ogni impresa o dubbia, o pericolosa contro della città.
Abitava nelle vicinanze della Propontide e del mar Nero una schiatta
ardimentosa di villani e di malviventi, avvezzi all'armi e di incerta
fede, pure e per linguaggio e religione comuni, e per le viste del
momentaneo interesse maggiormente affezionati alla parte de' Greci.
Nomati venivano i -Volontarj-[172], e come tali offersero servigio al
generale di Michele, il cui esercito, accresciuto dagli ausiliari Comani
sommò allora a venticinquemila uomini[173]. Eccitato dall'ardore di
questi Volontarj, e dalla sua propria ambizione, il nuovo Cesare
trasgredì i comandi del suo Signore, colla fondata fiducia che il buon
successo farebbe della inobbedienza le scuse. Pertanto i Volontarj che,
qual gente posta continuamente in istato di guatare i Latini, ne
conoscevano la debolezza, la stremità, la paura, additarono quel momento
come il più propizio a sorpendere e ad occupare Bisanzo. Un giovine
imprudente posto ivi da poco tempo al governo della Colonia veneta,
partito erane con trenta galee, traendo seco il fiore de' Cavalieri
francesi ad una folle impresa contro Dafnusia, città situata in riva al
mar Nero, e distante quaranta leghe da Costantinopoli; i rimanenti
Latini vi mancavano di forze, e si stavano nella sicurezza. Non che
ignorassero il passaggio dell'Ellesponto operato da Alessio; ma
dissipati i loro primi timori dall'intendere qual piccola forza lo
accompagnasse, non pensarono tampoco a ricercare se questa si fosse
aumentata. Nel campo greco le cose erano apparecchiate in tal modo, che
Alessio lasciandosi addietro il suo corpo d'esercito ad una distanza
opportuna per venirgli all'uopo in soccorso, potea, protetto dalle
tenebre, innoltrarsi con una scelta scorta. Nel medesimo tempo che
alcuni della spedizione avrebbero poste le scale alla parte più bassa
delle mura, di dentro sarebbesi trovato pronto un vecchio Greco, il
quale avea promesso introdurre per una via sotterranea fino alla propria
casa una parte de' suoi compatriotti; e questi di lì sarebbersi
trasferiti alla porta d'Oro che da lungo tempo più non si apriva, ed
atterrati dalla parte interna i battitoi, i Greci doveane trovarsi
padroni di Bisanzo, prima che i Latini fossero stati avvertiti del loro
pericolo. Dopo essere stato perplesso per qualche tempo, Alessio si
abbandonò allo zelo dei Volontarj, che ardimentosi, e pieni di fiducia
riuscirono, talchè quanto ho narrato sul divisamento dell'impresa, basta
ad additarne l'adempimento e il buon successo[174]. Per vero dire
Alessio, oltrepassata appena la soglia della porta d'Oro, tremò egli
stesso sulla propria temerità; fermossi, deliberò, ma lo costrinse
l'ardir disperato de' Volontarj, che gli mostrarono quasi impossibile in
quel momento, e più pericolosa dell'assalto la ritirata. Intanto che
Alessio tenea le sue truppe regolari in ordine di battaglia, i Comani si
sparsero per tutte le bande: fu sonato a raccolta: e le minacce di
saccheggio e d'incendio che si udivano per ogni dove obbligarono gli
abitanti ad appigliarsi a un partito. I Greci di Costantinopoli
manteneano affetto agli antichi loro Sovrani. I mercatanti genovesi
rispettavano la recente lega che la loro Repubblica col Principe greco
aveva contratta ed odiavano i Veneziani; in tutti i rioni si presero
l'armi; l'aere risonò di una acclamazione generale: «Vittoria e lunga
vita a Michele e a Giovanni, gli augusti Imperatori de' Romani.» Queste
grida svegliarono Baldovino; ma l'imminenza stessa di un tanto pericolo
non valse a fargli sguainare la spada in difesa di una città, dalla
quale gli era forse più conforto che rincrescimento l'allontanarsi.
Corse alla riva, ove scorse per sua ventura le vele di quella flotta che
tornava addietro dalla sua vana spedizione contro Dafnusia. Vedendosi
che Costantinopoli era perduta senza riparo, Baldovino, e le primarie
famiglie latine s'imbarcarono sulle galee veneziane, che dopo avere
veleggiato all'isola di Eubea, di lì condussero in Italia l'augusto
fuggitivo, che trovò presso il Pontefice romano un'accoglienza in cui la
compassione e lo sprezzo si avvicendavano. Dal momento della perduta sua
capitale, fino a quel della morte, Baldovino impiegò tredici anni in
sollecitazioni alle Potenze cristiane, affinchè si collegassero per
rimetterlo in trono; supplica che gli era già famigliare; nè si mostrò
in quest'ultimo esilio, o più indigente o più avvilito di quello che
egli era apparso nelle sue tre prime peregrinazioni alle Corti d'Europa.
Il figlio di lui, Baldovino, ereditò dal padre il vano titolo
d'Imperatore, e Catterina figlia di questo, divenuta sposa di Carlo di
Valois, fratello di Filippo il Bello Re di Francia, gli portò in dote le
sue pretensioni. La linea femminina della casa di Courtenai trasportò
successivamente le avite prerogative titolari in diverse famiglie,
sintantochè il titolo d'Imperatore di Costantinopoli, apparso troppo
fastoso e sonoro per essere unito al nome di un privato, modestamente si
spense nel silenzio e nella dimenticanza[175].
Dopo avere raccontate le spedizioni de' Latini nella Palestina e a
Costantinopoli, non mi è lecito abbandonare questo argomento, senza
esaminare gli effetti prodotti dalle Crociate ne' paesi che furono
teatro delle medesime, e sulle nazioni che ne furono i personaggi[176].
L'impressione fatta dai Franchi nei regni maomettani dell'Egitto e della
Sorìa si dileguò col loro sparire, benchè la ricordanza di questi
conquistatori vi fosse rimasta. I fedeli discepoli di Maometto non
sentirono mai la profana brama di studiar le leggi o l'idioma degli
idolatri[177]; nè gli affari che ebbero o per leghe, o per ostilità
cogli stranieri dell'Occidente, alterarono, poco, o assai, la primitiva
semplicità de' loro costumi. Alquanto meno inflessibili si mostrarono i
Greci, che essendo vanagloriosi, ambiziosi credeansi; e negli sforzi che
operarono per ricuperare l'Impero, altri ne fecero per pareggiare in
valore, in disciplina, in saper militare, i loro avversarj. Aveano
giusto motivo di disprezzare quella letteratura che allor possedeano le
contrade dell'Occidente; pure lo spirito di libertà che vi dominava
avendo svelata ad esse una parte de' diritti comuni a tutti gli uomini,
alcune fra le istituzioni pubbliche e private de' Francesi vennero da
loro adottate. La corrispondenza di Costantinopoli coll'Italia dilatò
l'uso dell'idioma latino, onde alcuni Padri ed autori classici ottennero
onore di traduzione fra i Greci[178]. Ma la persecuzione die' forza allo
zelo religioso e alle opinioni pregiudicate dei Cristiani dell'Oriente,
talchè il regno de' Latini confermò la separazione delle due Chiese.
Se ne' secoli delle Crociate, confrontiamo fra loro i Latini
dell'Europa, i Greci, e gli Arabi, se esaminiamo i diversi gradi di
sapere, de' progressi dell'arti e dell'industria allignate fra questi
popoli, certamente non concederemo ai rozzi nostri progenitori che una
terza sede fra le nazioni venute a civiltà: i loro successivi
avanzamenti, la supremazia che ai nostri giorni hanno ottenuta gli
Europei, vuolsi attribuire ad una energia particolare della loro indole,
ad uno spirito d'imitazione e di sedulità sconosciuto ai lor rivali, ne'
tempi ancora che li superavano, e presso i quali le facoltà dell'ingegno
trovavansi allora stazionarie, o piuttosto a retrogradare inclinate.
Dotati delle qualità morali da noi indicate i Latini, non è maraviglia
se trassero vantaggi immediati ed essenziali da una serie di avvenimenti
che dispiegando ai loro sguardi tutta la scena del Globo, li poneano in
lunghe e frequenti comunicazioni coi popoli più colti dell'Oriente. I
progressi primaticci, e più manifesti, apparvero nel commercio, nelle
manifatture e nell'arti, dalle quali nascono la più ardente brama delle
ricchezze, il bisogno de' piaceri, gli allettamenti della vanità. In
mezzo anche ad una folla di fanatici, potea trovarsi un prigioniero o un
pellegrino, capace di por mente ad un trovato ingegnoso del Cairo o di
Costantinopoli; e comunque la Storia non gli abbia pagato un tributo
debito di gratitudine, colui che ne portò da que' paesi il modello de'
mulini a vento[179], merita un nome fra i benefattori delle nazioni. Fra
i vantaggi di questa dilatata corrispondenza vogliono parimente essere
annoverati i godimenti del lusso, lo zucchero e i drappi di seta, venuti
in origine dalla Grecia e dall'Egitto. Più tardi i Latini sentirono i
bisogni dell'intelletto, onde più lentamente andarono nel soddisfarli.
Cagioni d'altra natura, e più moderni avvenimenti, destarono in Europa
la curiosità, madre dello studio: ma nel secolo delle Crociate, la
letteratura de' Greci e degli Arabi non inspirava che indifferenza agli
Europei. Forse adattarono alla pratica alcuni principj di medicina,
alcune figure di matematica; la necessità potè far nascere alcuni
interpreti di lieve conto che servissero ai diversi bisogni de'
mercatanti e de' soldati: pure il commercio cogli Orientali, non avea
diffuso lo studio e la nozione delle lor lingue nelle scuole
d'Europa[180]. Benchè un principio di religione simile a quello dei
Maomettani dovesse fare schifi dell'idioma del Corano i Cattolici, pur
sembrava che il desiderio d'intendere nel suo originale il Vangelo,
avesse potuto eccitare la curiosità de' medesimi, e incoraggiarli alla
pazienza di uno studio gramaticale che avrebbe loro scoperto le bellezze
di Platone e di Omero. Pure, durante un regno di sessant'anni, i Latini
di Costantinopoli fastidirono l'idioma e l'erudizione dei loro sudditi:
e i manoscritti furono i soli tesori che invidiati a questi non vennero,
e di cui nessuno pensò a dispogliarli. Vero è che le Università di
Occidente tenevano Aristotile per loro oracolo; ma un Aristotile
barbaro, perchè invece di ricorrere alla fonte, si erano umilmente
contentate di una erronea versione composta da qualche Ebreo o Moro
dell'Andaluzia. Le Crociate non avendo avuto origine che da un barbaro
fanatismo, i loro effetti più rilevanti corrisposero alle cagioni.
Ciascun pellegrino ambiva di tornare in patria, carico di spoglie sacre
e reliquie tolte alla Grecia e alla Palestina[181], ognuna delle quali
andava preceduta e seguìta da una moltitudine di visioni e miracoli;
nuove leggende, la cattolica Fede[182]; nuove superstizioni, la pratica
del culto alterarono. La Guerra Santa fu l'infausta sorgente, d'onde
scaturirono e l'inquisizione, e i frati mendicanti, e i definitivi
progressi della idolatria[183] e l'eccessivo abuso delle indulgenze.
L'irrequieto spirito de' Latini cercava pascolo a spese della ragione e
della religione; laonde su l'ignoranza e la cecità furono il retaggio
del nono e del decimo secolo, può dirsi ancora che le favole[184] e le
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000