costrinse il Pontefice a fuggire dal Vaticano. Ributtato ad un tempo da' suoi sudditi spirituali e temporali, nè rimastogli altro partito, fuor quello della sommessione, si ritrattò mercè d'una umiliante Bolla, che confermava tutti gli atti del Concilio, incorporava a questa Assemblea venerabile i Cardinali e Legati pontifizj, e pareva annunziasse la rassegnazione del Papa ai decreti di una suprema legislatura. La rinomanza di cotali fatti si diffuse per l'Oriente; e come altrimenti sarebbe accaduto? Alla presenza dei Padri del Concilio, Sigismondo ricevè gli Ambasciatori ottomani[528], che posarono a' pie del medesimo il donativo di dodici grandi casse piene di drappi di seta e di piastre d'oro. Aspirando i Padri di Basilea alla gloria di ricondurre nel grembo della Chiesa i Greci e i Boemi, sollecitarono per via di deputati (A. D. 1434-1437) l'Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli, a congiungersi ad un'Assemblea onorata dalla confidenza delle nazioni dell'Occidente; proposta, dall'accettar la quale lontano non mostravasi Paleologo, i cui Ambasciatori vennero onorevolmente accolti dal Senato cattolico. Sol la scelta del luogo sembrò ostacolo insuperabile per ostinazione de' Greci, i quali ricusando di attraversare le Alpi, o il mar di Sicilia, fermi mostravansi nel pretendere che il Concilio si adunasse in qualche città dell'Italia, o posta nelle vicinanze del Danubio. Minori difficoltà s'incontravano su gli altri punti di una tale negoziazione: già erasi d'accordo su quello di pagare le spese del viaggio all'Imperatore greco, che sarebbesi trasferito, accompagnato da settecento persone[529], al luogo del Concilio, di sborsargli, all'atto dell'arrivo, una somma di ottomila ducati[530] da poter egli impiegare in soccorso del suo Clero, e di concedergli in oltre, intantochè si allontanava dalla sua Capitale, un sussidio di diecimila ducati, di trecento arcieri e di alcune galee per difenderla dal nemico. Sborsate avendo le prime somme la città di Avignone, fu allestito, benchè non senza qualche lentezza e difficoltà, il navilo a Marsiglia. [A. D. 1437] In mezzo alle angustie che lo incalzavano, Paleologo aveva almeno la soddisfazione di vedere le potenze alleate dell'Occidente gareggianti nel chiederlo in amicizia. Ma l'artificiosa solerzia d'un Sovrano prevalse sopra la lentezza e la inflessibilità che per solito dagli atti delle repubbliche non si dipartono. I decreti di Basilea, intendendo continuamente a limitare il dispotismo del Papa e ad innalzare in guisa stabile un tribunale supremo ed ecclesiastico, Eugenio portava il giogo con impazienza, intanto che l'unione de' Greci gli somministrava un decoroso pretesto per trasportare un Sinodo fazioso ed indocile dalle rive del Reno a quelle del Po. Al di là dell'Alpi, i Padri non isperavano più di conservare la loro independenza. La Savoia, o Avignone, cui accettarono con ripugnanza per sede dell'adunata, venivano riguardate a Costantinopoli come luoghi posti oltre le colonne d'Ercole[531]. L'Imperator greco e il suo Clero paventavano i pericoli di una lunga navigazione, e soprappiù gli offendeva l'orgoglio manifestato dal Concilio, annunziando che dopo avere annichilata la nuova eresia de' Boemi, non tarderebbe a sradicare l'antica de' Greci[532]. Eugenio intanto non respirava che mansuetudine, compiacenza e rispetto. Le sue sollecitazioni erano allettamenti al Sovrano di Costantinopoli, affinchè la sua presenza imponesse termine allo scisma de' Latini come a quello de' Greci. Gli proponea per luogo di amichevole parlamento Ferrara, situata sulle sponde dell'Adriatico, nel qual tempo, fosse per sorpresa od altro artifizio, si procurò un falso decreto del Concilio[533] che condiscendea trasferirsi in codesta città dell'Italia. A tal fine furono allestite nuove galee in Venezia e nell'isola di Candia, le quali misero in mare prima del navilio di Basilea. L'Ammiraglio del Pontefice ricevè il comando di mandarlo a fondo, arderlo, distruggerlo[534], e poco mancò che queste ecclesiastiche squadre non s'incontrassero in quelle medesime acque, ove sulla gloria della lor preminenza Atene e Sparta contesero. Sollecitato alternativamente dalle due fazioni, che sembravano prontissime a venire alle mani per contendersi fra loro il possedimento della imperiale persona, Paleologo tornò a meditare ancora, se fosse un buon espediente l'abbandonare il palagio e la patria per avventurarsi ad una così pericolosa spedizione. Tornandogli allora a mente i paterni consigli, anche ogni ragione dettata dal senno dovea mostrargli che i Latini divisi fra loro, non si accorderebbero per virtù di una estranea causa. Aggiungasi che lo dissuase dall'imprendere un tale viaggio Sigismondo, in cui non poteano supporsi motivi di parzialità, perchè il Concilio era di suo consenso; e un suggerimento di questo Imperatore, veniva tanto più valutato dai Greci, per aver questi adottata la stravagante opinione che Sigismondo si cercherebbe fra essi un successore all'Impero[535]. Veniva in campo un altro consigliere, comunque non troppo, per vero dire, meritevole della confidenza de' Greci, che Paleologo temea d'irritare, il Sultano de' Turchi; non che Amurat intendesse nulla sulle contestazioni che teneano in discordia i Cristiani; ma ad ogni modo non gli piaceva vederli uniti; onde offeriva di aprire il suo erario ai bisogni di Paleologo, assicurando ciò nullameno con un'apparenza di generosità, che Costantinopoli sarebbe stata inviolabilmente rispettata, ancorchè se ne fosse allontanato il Sovrano[536]. Ma chi gli fece più ricchi donativi, e diede più belle parole, vinse l'animo del Principe greco, che provava anche desiderio di allontanarsi per qualche tempo da un teatro di disgrazie e pericoli. Dopo essersi spacciato con un'equivoca risposta dai deputati del Concilio, fe' nota la sua deliberazione d'imbarcarsi sulle galee pontifizie. Era vecchio assai il Patriarca Giuseppe, onde più fatto alle impressioni del timore che a quelle della speranza, e atterrito da' pericoli che gli sovrastavano sull'Oceano, rimostrò come in un estraneo paese, la sua debole voce e quella di una trentina de' suoi Prelati, correvano rischio di trovarsi affogate in mezzo alle più numerose e potenti de' Vescovi, di cui il Sinodo latino andava composto. Nondimeno cedè ai voleri di Paleologo, alla lusinga datagli che sarebbe ascoltato come l'Oracolo delle nazioni, e alla segreta brama d'imparare dal suo fratello d'Occidente il modo di rendere affatto independente dai Sovrani la Chiesa[537]. Entrarono nel suo corteggio i cinque Crociferi, ossia -dignitarj- di S. Sofia, e un d'essi, il grande Ecclesiarca, o predicatore Silvestre Siropolo[538], ha composta[539] una Storia dilettevole e sincera della -Falsa- Unione[540]. Il Clero obbedì, suo malgrado, agli ordini dell'Imperatore e del Patriarca; ma la sommessione era il suo primo dovere, la pazienza la più utile delle sue virtù. Trovansi in una scelta di venti Prelati, i nomi de' metropolitani d'Eraclea, Cizico, Nicea, Nicomedia, Efeso e Trebisonda, e due nuovi Vescovi, Marco e Bessarione, innalzati a tale dignità per la fiducia che il loro sapere e la loro eloquenza inspiravano. Vennero parimente nominati a questa spedizione alcuni monaci e filosofi, perchè accrescessero splendore alla dottrina e alla santità della greca Chiesa, e molti cantori e musici al servizio della Cappella imperiale. I Patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, spedirono deputati, o si suppone almeno che gli avessero spediti; il Primate di Russia rappresentava una Chiesa nazionale, perchè quanto ad estensione di potere spirituale, i Greci poteano stare a petto de' Latini. I preziosi vasi di S. Sofia furono commessi ai rischi del mare, affinchè il Patriarca potesse coll'ordinaria sua pompa uffiziare; e l'Imperatore adoperò quant'oro gli fu dato raccogliere per fregiare d'ornamenti massicci il suo carro e il suo letto[541]. Ma mentre i Greci metteano tanto studio a sostenere le esterne apparenze dell'antica grandezza, contendean fra loro pel riparto di quindicimila ducati, che, a titolo di anticipata elemosina, aveva ad essi somministrato il Pontefice. Appena tutti gli apparecchi furon compiuti, Paleologo, seguìto da numeroso corteggio, accompagnato dal suo fratello Demetrio e dai primi personaggi dello Stato e della Chiesa, s'imbarcò sopra otto navigli instrutti di vele e remi, che governarono verso lo stretto di Gallipoli nell'Arcipelago, passando poscia nel golfo Adriatico[542]. [A. D. 1438] Dopo una lunga e molesta navigazione di settantasette giorni, questa religiosa squadra avendo gettata l'áncora innanzi Venezia, trovò tale accoglienza, che la gioia e lo splendore di questa repubblica fe' manifesti. Sovrano del Mondo, il modesto Augusto non avea mai richiesti ai suoi sudditi gli onori di cui gl'independenti Veneti largheggiarono a questo debole successore d'Augusto. Dall'alto di un trono collocato sulla poppa della sua nave, Paleologo ricevè la visita, o per parlare alla greca, le adorazioni del Doge e de' Senatori[543], che vennero entro il Bucintoro, seguìto da dodici ben fornite galee. Vedeasi coperto il mare d'innumerabili gondole, quali d'esse per servire alla pompa dello spettacolo, quali al piacere de' circostanti; di musicali suoni, e dello strepito delle acclamazioni l'aere rintronava: splendeano di seta e d'oro le vesti de' marinai e gli stessi navigli; ogni emblema, mostrava le Aquile romane ai lioni di S. Marco accoppiate; insigne corteggio, che mosse dal principio del Canal Grande, e sotto il ponte di Rialto passò. Gli Orientali contemplavano ammirati i palagi, i tempj e l'immensa popolazione di una città, che galleggiar sembrava sull'onde[544]; ma sospirarono alla vista delle spoglie e de' trofei dal saccheggio di Costantinopoli riportati. Dopo una dimora di quindici giorni a Venezia, Paleologo continuò il suo cammino or per terra, or per acqua sino a Ferrara. In tal momento, la politica del Vaticano avendone vinto l'orgoglio, il Principe greco ricevè tutti gli antichi onori sòliti a concedersi all'Imperatore di Oriente. Entrò in Ferrara cavalcando un cavallo nero, intanto che veniva condotto dinanzi a lui un bel palafreno bianco, i cui bardamenti vedeansi fregiati di aquile ricamate in oro. Camminava sotto di un baldachino che sosteneano i Principi della Casa d'Este, figli o parenti di Nicolò, Marchese della città, e sovrano più potente che Paleologo nol fosse[545]. Il Principe greco non ismontò da cavallo che giunto a piedi dello scalone; venutogli incontro sino alle porte del proprio appartamento il Pontefice, rialzò il Principe, che fece l'atto di prostrarsegli innanzi, e dopo averlo paternamente abbracciato, gli additò una sedia posta alla sua sinistra. Il Patriarca greco ricusò di scendere dalla sua galea sintanto che non si fosse d'accordo sui modi del cerimoniale, regolati finalmente sì che fosse mantenuta un'apparente eguaglianza fra il Vescovo di Roma e quello di Costantinopoli. Questi ricevè un fraterno amplesso dal primo, e tutti gli ecclesiastici greci rifiutarono di baciare il piede al romano Pontefice. All'aprirsi del Sinodo, i Capi ecclesiastici e temporali si disputarono il centro, ossia il posto d'onore; ma Eugenio trovò un pretesto per non seguire l'antico cerimoniale di Costantino e di Marciano, allegando che i suoi predecessori non si erano trovati in persona nè a Nicea, nè a Calcedonia. Dopo lunghe discussioni, fu risoluto, che le due nazioni occuperebbero a destra e a sinistra i due lati della Chiesa; che la Cattedra di S. Pietro terrebbe il primo posto nella fila de' Latini; e che il trono dell'Imperator greco, a capo del suo Clero, si troverebbe alla medesima altezza di rincontro al secondo posto, sede vacante dell'Imperator d'Occidente[546]. Ma non appena le allegrezze e le formalità fecero luogo alle gravi discussioni, malcontenti del Papa e di sè medesimi, i Greci, ebbero a pentirsi dell'imprudente lor viaggio. Gli Ambasciatori d'Eugenio a Costantinopoli lo aveano dipinto come uomo giunto all'apice della prosperità, Capo de' Principi e de' Prelati europei, tutti pronti ad un suo accento a prestargli fede, e impugnar l'armi; inganno che la poco numerosa Assemblea del Concilio di Ferrara in un subito dissipò. I Latini apersero l'adunata con cinque Arcivescovi, diciotto Vescovi e dieci Abati, la maggior parte de' quali sudditi, o concittadini dell'italiano Pontefice. Eccetto il Duca di Borgogna, niun Sovrano dell'Occidente si degnò comparire, o inviare ambasciatori; nè modo eravi di abolire gli atti giudiziarj di Basilea contro la persona e la dignità d'Eugenio, atti che dalla elezione di un nuovo Pontefice venner conchiusi. In tal frangente, Paleologo chiese ed ottenne una dilazione per procacciarsi dai Latini alcuni vantaggi temporali, qual prezzo di un'unione che i suoi sudditi riprovavano; dopo la prima adunanza, le discussioni pubbliche furono differite di lì a sei mesi. L'Imperatore, accompagnato da una truppa di favoriti e di giannizzeri, trascorse la state in un vasto monastero, situato gradevolmente sei miglia fuor di Ferrara; e dimenticando fra i piaceri della caccia le dispute della Chiesa e la calamità dello Stato, non pensò che a distruggere il salvaggiume, senza darsi per inteso delle giuste querele del Marchese e de' coltivatori della campagna[547]. Intanto i suoi miseri Greci soffrivano tutte le molestie dell'esilio e della povertà; erano stati assegnati per la sua spesa a ciascuno straniero tre, o quattro fiorini d'oro al mese, e benchè l'intera somma arrivasse a più di settecento fiorini, l'indigenza, o la politica del Vaticano, facea sempre rimanere addietro buona parte di tale assegnamento[548]. Sospiravano essi di vedersi liberati da quel confino, ma un triplice ostacolo impediva loro il fuggirne. Non poteano uscire di Ferrara, senza un passaporto de' lor superiori; i Veneziani aveano promesso di arrestare e rimandare i fuggitivi: giungendo anche a Costantinopoli, non avrebbero potuto sottrarsi alla scomunica, alle ammende, ad una sentenza che condannava persino gli ecclesiastici ad essere posti ignudi e pubblicamente flagellati[549]. La sola fame potè far risolvere i Greci ad aprire il primo parlamento; ma con estrema ripugnanza acconsentirono a seguire a Firenze il Sinodo fuggitivo; espediente però inevitabile, perchè e la peste dominava in Ferrara, e la fedeltà del Marchese era divenuta sospetta, e le truppe del Duca di Milano si avvicinavano alla città. Che anzi tenendo queste la Romagna, sol con molta fatica e pericoli, il Papa, l'Imperatore e i Prelati si apersero un varco per mezzo ai men frequentati sentieri dell'Apennino[550]. [A. D. 1438-1439] Ma la politica e il tempo avendo superati tutti gli ostacoli, la violenza stessa de' Padri di Basilea giovò ai buoni successi di Eugenio. Le nazioni dell'Europa essendo venute a detestare lo scisma, rifiutarono l'elezione di Felice V, successivamente Duca di Savoia, eremita, e Papa. I più poderosi Principi si avvicinarono al rivale dell'escluso Pontefice, passando a grado dalla neutralità ad una sincera affezione. I Legati, seguìti da alcuni spettabili membri, si volsero ai Padri romani, che vedeano tuttodì crescere il proprio numero, e l'opinione del Pubblico in loro favore. Il Concilio di Basilea trovavasi ridotto a trentanove Vescovi e trecento membri del clero inferiore[551], intanto che i Latini di Firenze univano alla persona del Pontefice otto Cardinali, due Patriarchi, otto Arcivescovi, cinquantadue Vescovi, e quarantacinque Abati, o Capi d'Ordini religiosi. Il lavoro di nove mesi e le discussioni di venticinque adunanze, operarono finalmente l'unione de' Greci. Quattro quistioni principali eransi agitate dalle due Chiese, e riguardavano I. L'uso del pane azzimo nella Comunione. II. La natura del Purgatorio. III. La supremazia del Papa. IV. La processione, semplice o duplice, dello Spirito Santo. La causa di entrambe le nazioni da dieci abili Teologhi venne discussa. Il Cardinale Giuliano adoperò l'ineffabile sua eloquenza a favor de' Latini; i Greci ebbero Marco d'Efeso e Bessarione di Nicea per lor primarj campioni. Non ometteremo a tale proposito una osservazione che onora i progressi della ragione umana. La prima di tali quistioni fu discussa siccome punto poco rilevante, che potea variare, senza portar seco gravi conseguenze, giusta l'opinione de' tempi e delle nazioni; quanto alla seconda le due parti convennero dovervi essere uno stato intermedio di purificazione per li peccati veniali. Se poi una siffatta purificazione venisse operata dal fuoco elementare, era un tale articolo, che per avere maggiore agio di definirlo in quel medesimo luogo, i disputanti si presero il tempo d'alcuni anni. La supremazia del Papa parea un punto più importante e più litigioso: cionnullameno gli Orientali che aveano sempre riconosciuto il Vescovo di Roma pel primo fra i cinque Patriarchi, non fecero difficoltà ad ammettere che egli usasse della sua giurisdizione in conformità de' santi canoni, condiscendenza vaga che poteva essere determinata, o priva d'effetto secondo le circostanze. La processione dello Spirito Santo, o dal solo Padre, o dal Padre e dal Figlio era articolo di Fede più profondamente radicato nell'opinione degli uomini. Nell'Assemblea di Ferrara e di Firenze, l'addizione Latina del -Filioque- diede motivo a due quistioni, l'una che riguardava la legalità, l'altra l'ortodossia. Gli è inutile che sopra un tale argomento io mi diffonda in proteste d'imparziale indifferenza per parte mia; pur sembrami che i Greci avessero per sè un vittorioso argomento nella decisione del Concilio di Calcedonia, col quale si proibiva l'aggiungere alcun articolo, qualunque fosse, al Simbolo di Nicea, o piuttosto di Costantinopoli[552]. Negli affari di questo Mondo non è sì facile il comprendere come un'Assemblea di legislatori, possa impor vincoli ai suoi successori, forniti della medesima autorità; ma una decisione dettata dall'inspirazione divina, debbe essere vera ed immutabile. L'avviso di un Vescovo o di un Sinodo di provincia non può prevalere contra il giudizio universale della Chiesa cattolica. Quanto al dottrinale, gli argomenti erano eguali da tutte due le bande, e questa disputa parea volgere all'infinito, perchè la processione di un Dio è cosa che confonde l'umana intelligenza. L'Evangelio collocato sull'altare, nulla offeriva che potesse risolvere la quistione. I testi de' santi Padri potevano essere stati sagrificati dalla soperchieria, o da capziose argomentazioni oscurati: i Greci non conoscevano nè gli scritti de' Santi latini, nè i loro caratteri[553]. Noi possiamo per lo meno essere sicuri che gli argomenti di ciascuna fazione parvero impotenti contro quelli dell'altra. La ragione può rischiarare gli errori di una mente pregiudicata; una continua attenzione corregger le sviste, se l'oggetto può essere presentato ai nostri sensi: ma i Vescovi e i frati aveano imparato sin dall'infanzia a ripetere una formola di misteriose parole; alla ripetizione di queste parole medesime aveano congiunto il loro onore nazionale e personale, e l'acredine di una disputa pubblica li rendè del tutto intrattabili. Intanto che questi si perdevano in un labirinto d'argomenti oscuri, il Papa e l'Imperatore bramavano un'apparenza di unione, che sola potea raggiugnere lo scopo del loro abboccamento; laonde l'ostinazione non resistè all'influsso di personali e segrete negoziazioni. Il Patriarca Giuseppe era soggiaciuto al peso degli anni e dell'infermità, e le parole ch'ei pronunziò spirando, furono di pace e d'unione. La speranza di ottenerne la carica, tentava l'ambizione del Clero greco; e la pronta sommessione di Bessarione e d'Isidoro, Arcivescovi, un di Nicea, l'altro di Russia, fu comperata e guiderdonata col promoverli immantinente alla dignità cardinalizia. Nelle prime discussioni, Bessarione erasi mostrato il più fermo ed eloquente campione della Chiesa greca; e se la patria lo ributtò come apostata e figlio spurio[554], egli diè a divedere, se prestiamo fede alla storia ecclesiastica, il raro esempio di un cittadino che sa rendersi commendabile alla Corte con una resistenza segnalata, e con una rassegnazione adoperata a proposito. Soccorso da' suoi due Coadjutori spirituali, l'Imperatore usò, rispetto a ciascuno de' due Vescovi, gli argomenti più confacevoli allo stato loro in generale e alla loro indole in particolare; sicchè tutti a mano a mano cedettero all'esempio, o all'autorità. Prigionieri presso i Latini, spogliati delle loro rendite dai Turchi, tre vesti e quaranta ducati, faceano tutto il loro tesoro, che ben presto si trovò rifinito[555]. Per poter tornare alla lor patria, doveano raccomandarsi alle navi di Venezia e alla generosità del Pontefice; in somma vedeansi ridotti a tale indigenza che bastò per guadagnarli offrir loro il pagamento degli assegnamenti arretrati, ai quali avevano diritto[556]. I soccorsi de' quali abbisognava la pericolante Costantinopoli poteano scusare una prudente e pia dissimulazione: ma a questi riguardi si aggiunsero forti inquietudini sulla personale loro sicurezza, perchè fu fatto ad essi comprendere che sarebbero abbandonati in Italia alla giustizia, o alla vendetta del romano Pontefice[557]. Nell'Assemblea particolare dei Greci, ventiquattro membri di questa Chiesa approvarono la formula d'unione, sol dodici recalcitrarono. Ma i cinque Crociferi di S. Sofia che aspiravano alla vacante carica del Patriarca, furono respinti per essersi tenuti alle regole dell'antica disciplina, e videro il lor diritto di suffragio trasmesso a Monaci, a Gramatici, a Laici, dai quali si aspettava una maggior compiacenza: sicchè la volontà del Monarca produsse finalmente una fallace e codarda unanimità. Sol due uomini zelanti d'amor di patria osarono far palesi pubblicamente i loro sentimenti e quelli della nazione; Demetrio fratello dell'Imperatore ritiratosi a Venezia per non essere spettatore di questa unione, e Marco d'Efeso, che credendo forse stimolo di coscienza il suo orgoglio, gridò eretici tutti i Latini, rifiutò la loro comunione, e si chiarì solennemente il difensore della Chiesa greca e ortodossa[558]. Fu fatta prova di mettere in iscritto il Trattato di unione con que' termini che potessero soddisfare i Latini, nè soverchiamente umiliare i Greci; ma comunque si pesassero le parole e le sillabe, la bilancia inclinò qualche poco in favore del Vaticano. Si stabilì (e qui domando attenzione dal leggitore) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un stesso principio o da una stessa sostanza; che procede dal Figlio essendo della stessa natura e della stessa sostanza, e che procede dal Padre e dal Figlio per una -spirazione- e per una produzione. Gli articoli de' preliminari di questo Trattato saranno stati intesi più facilmente. Eugenio si obbligava coi Greci a pagare tutte le spese del loro ritorno, a mantenere sempre due galee e trecento soldati in difesa di Costantinopoli, a mandar loro dieci galee per un anno o venti per sei mesi, qualunque volta ne venisse richiesto, a sollecitare in un momento di grave pericolo i soccorsi de' Principi dell'Europa, e a mandare all'áncora nel porto di Bisanzo tutt'i vascelli che trasporterebbero pellegrini a Gerusalemme. [A. D. 1438] Nello stesso anno, e quasi nel medesimo giorno, a Basilea[560] si toglieva il Pontificato ad Eugenio che stava a Firenze terminando l'unione de' Greci coi Latini. Il Sinodo di Basilea, che per vero dire il Pontefice romano chiamava un'Assemblea di demonj, lo pronunziò colpevole di simonia, di spergiuro, di tirannide, d'eresia e di scisma[561]; incorreggibile ne' suoi vizj, e indegno di sostenere verun uffizio ecclesiastico. Il Sinodo di Firenze intanto (A. D. 1438) lo riveriva come Vicario legittimo e sacro di Gesù Cristo, come l'uomo di cui la pietà e la virtù, dopo una separazione di sei secoli, aveano riuniti i Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente in un sol gregge, e sotto un solo Pastore. L'atto di Unione venne sottoscritto dal Papa, dall'Imperatore e dai primarj membri delle due Chiese, non eccetto que' medesimi, i quali, come Siropolo, erano stati privi del diritto di dar voto[562]. Sembrava che due copie di simile atto, una per l'Oriente, l'altra per l'Occidente bastassero. Ma Eugenio ne fece copiare e sottoscrivere quattro, onde moltiplicare i monumenti della riportata vittoria[563]. Ai sei di luglio, giornata memorabile, i successori di S. Pietro e di Costantino salirono sui loro troni alla presenza di due nazioni adunate nella Cattedrale di Firenze. I rappresentanti di queste nazioni, il Cardinale Giuliano e Bessarione, Arcivescovo di Nicea, si mostrarono sulla cattedra, ove dopo aver letto ad alta voce, ciascuno in sua lingua, l'Atto di unione, si diedero pubblicamente il bacio di pace e di riconciliazione, a nome dei loro compatriotti, e fra gli applausi di quelli d'essi che erano presenti. Il Papa e il suo Clero uffiziarono secondo i riti della romana Liturgia, e venne cantato il simbolo coll'aggiunta del -Filioque-. I Greci che diedero in ordine a ciò la loro approvazione, si scusarono assai goffamente, adducendo a motivo del proprio contegno, l'ignoranza del significato di queste parole, che furono mal articolate, e che per altro erano assai armoniose[564]. Più scrupolosi i Latini, ricusarono fermamente di ammettere veruna cerimonia della Chiesa d'Oriente. Cionnullameno l'Imperatore e il suo Clero non dimenticarono l'onore della propria nazione, e ratificando volontariamente il Trattato, sottintesero la clausola tacita che non si farebbe veruna innovazione nel loro Simbolo, o nelle loro cerimonie. Risparmiarono e rispettarono la generosa fermezza di Mario d'Efeso, nè vollero dopo la morte di Giuseppe, procedere all'elezione di un nuovo Patriarca, in tutt'altro luogo fuorchè nella Cattedrale di Santa Sofia. Eugenio superò le sue promesse e le loro speranze nelle liberalità usate, in generale e in particolare, verso de' Greci. Con minor pompa e più umili se ne tornarono questi per la via di Ferrara e Venezia. Nel successivo capitolo sapranno i miei leggitori quale accoglienza trovarono a Costantinopoli[565] (A. D. 1440). Il buon successo di questa prima impresa incoraggiò Eugenio a rinovare una scena così edificante; i deputati degli Armeni e de' Maroniti, i Giacobiti dell'Egitto e della Sorìa, i Nestoriani e gli Etiopi, ammessi successivamente a baciare il piede del Santo Padre, annunziarono l'obbedienza e l'-ortodossia- dell'Oriente. Questi Ambasciatori, sconosciuti presso alle nazioni che si arrogavano di rappresentare[566], giovarono a divulgare per l'Occidente la fama della pietà di Eugenio; e gridori ad arte sparsi, accusarono gli scismatici della Svizzera e della Savoia, siccome i soli che si opponessero alla perfetta unione del Mondo cristiano. Alla vigorosa loro resistenza, succeduta finalmente la stanchezza d'un inutile sforzo, e sciogliendosi per insensibili gradi il Concilio di Basilea, Felice giudicò opportuna cosa rassegnare la tiara, e tornarsene al suo devoto o delizioso romitaggio di Ripaglia[567] (A. D. 1449). Scambievoli atti di dimenticanza del passato e compensi confermarono la pace generale; si lasciò che i disegni di riforma andassero a vôto; i Papi si mantennero nella loro supremazia spirituale e continuarono ad abusarne[568]: nessun litigio in appresso turbò le elezioni di Roma[569]. [A. D. 1300-1453] I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia, d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia. Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca, schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli, circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]». Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana. Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile, più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi, e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse preparato a riceverli e coltivarli. I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi, si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità; che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa, e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata. Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia, ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia, di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli, riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que' Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la luce della ragione a quella del loro -ombelico-. Dopo una separazione di tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo. Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano, il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo, parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità: dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone, il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584]. [A. D. 1360] La scienza cui sforzavasi invano di aggiugnere il Petrarca, fu più accessibile agli studj dell'amico di lui il Boccaccio, padre della prosa toscana[585]. Questo Scrittore popolare, che dee la propria celebrità al Decamerone, vale a dire ad un centinaio di Novelle amorose e piacevoli, può giustamente essere considerato come colui che ridestò in Italia lo spento amore dell'idioma greco. Pervenuto nel 1360, e colle persuasioni e cogli atti di ospitalità a trattenere presso di sè Leone, o Leonzio Pilato, che indirigevasi ad Avignone, lo alloggiò nella propria casa, ed ottenutagli una pensione dalla Repubblica fiorentina, consagrò tutte le ore di ozio al primo professore greco che insegnasse questa lingua nelle contrade occidentali dell'Europa. L'esterno di Leone avrebbe allontanato da tale studio un discepolo che ne fosse stato amante men del Boccaccio. Avvolto questo maestro in mantello di filosofo, o di cencioso, avea contegno ributtante, capelli neri che disordinatamente gli venivan sul fronte, barba lunga, nè troppo monda, di carattere volubile e cupo, e nè meno compensava questi difetti sgradevoli colle grazie e colla chiarezza del discorso quando parlava latino. Pur l'ingegno di costui racchiudeva un tesoro di greca erudizione; egualmente versato nella favola, nella storia, nella gramatica e nella filosofia, spiegò nelle scuole di Firenze i poemi d'Omero. Col soccorso delle istruzioni del medesimo, il Boccaccio compose, per far cosa grata all'amico Petrarca, una traduzione letterale in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, della quale è probabile che si valesse in segreto Lorenzo Valla per comporre nel successivo secolo la sua versione latina. Il Boccaccio inoltre da' suoi intertenimenti con Leone raccolse i materiali per l'Opera intorno agli Dei del Paganesimo, riguardata in quel secolo come un prodigio di erudizione, e che l'autore giuncò di caratteri e passi greci per eccitare la sorpresa e l'ammirazione de' suoi ignoranti contemporanei[586]. I primi passi nella instruzione sono lenti e penosi; ond'è che tutta l'Italia non somministrò in principio che dieci discepoli d'Omero, numero al quale nè Roma, nè Venezia, nè Napoli aggiunse un solo nome di più. Nondimeno gli studenti si sarebbero moltiplicati, e questo studio avrebbe fatto più rapidi progressi, se l'incostante Leone, in capo a tre anni, non avesse abbandonato uno stato onorevole e vantaggioso. Passando da Padova si fermò alcuni giorni in casa del Petrarca, cui tanto spiacque il carattere cupo e insocievole di quest'uomo, quanto l'erudizione lo soddisfece; malcontento degli altri e di sè medesimo, disdegnando la felicità di cui potea godere, Leone non si traeva mai volentieri coll'immaginazione che su gli uomini e gli oggetti lontani. Tessalo in Italia, Calabrese in Grecia, disprezzava alla presenza de' Latini i loro costumi, la loro religione, la loro lingua, e arrivato appena a Costantinopoli sospirò la ricchezza de' Veneziani e l'eleganza de' Fiorentini. Voltosi nuovamente agli amici d'Italia, li trovò sordi alle sue importunità; nondimeno molto ripromettendosi dalla loro indulgenza e curiosità, si avventurò ad un secondo viaggio; ma all'ingresso del golfo Adriatico il vascello, entro cui stavasi, essendo stato assalito da una tempesta, l'infelice Professore, raccomandatosi come Ulisse all'albero della nave, morì percosso dal fulmine. L'affettuoso Petrarca versò qualche lagrima sulla morte di questo infelice; ma soprattutto cercò accuratamente di sapere, se qualche copia di Sofocle, o d'Euripide fosse caduta fra le mani de' marinai[587]. [A. D. 1390-1415] I deboli germi raccolti dal Petrarca e trapiantati dal Boccaccio, inaridirono ben tosto. La successiva generazione, limitatasi a perfezionare la latina eloquenza, abbandonò l'erudizione greca, e solamente verso la fine del secolo XIII quest'altro studio si rinovò in guisa durevole nell'Italia[588]. Prima d'imprendere il suo viaggio, Manuele avea deputati oratori ai Sovrani d'Occidente per eccitare la loro compassione. Il più ragguardevole di questi per dignità e per sapere fu Manuele Crisoloras[589], di nascita sì nobile, a quanto credeasi, che i maggiori di lui aveano abbandonata Roma per seguire il Gran Costantino. Dopo avere visitate le Corti di Francia, e d'Inghilterra, ove ottenne alcuni soccorsi e molte promesse, venne sollecitato a sostenere pubblicamente gli uffizj di Professore, secondo invito fatto a un Greco, di cui parimente Firenze ebbe il merito. Crisoloras, versato del pari nelle lingue greca e latina, meritò i riguardi per lui avutisi dalla Repubblica, e le speranze ne oltrepassò. Discepoli d'ogni età e di ogni condizione alla sua scuola accorrevano, e uno fra questi compose una Storia generale, in cui rendea conto de' motivi degli studj impresi e degli ottenuti successi. «In quel tempo, dice Leonardo Aretino[590], io studiava la Giurisprudenza, ma ardendo l'animo mio per l'amor delle Lettere, io dava alcune ore allo studio della Logica e della Rettorica. All'arrivo di Manuele stetti perplesso, se avrei abbandonato lo studio delle leggi, o se avrei lasciata sfuggire la preziosa occasione che mi si offeriva, instituendo nel bollore dalla mia giovinezza questi ragionamenti fra me medesimo: Così dunque tradiresti la fortuna che ti sorride? Ricuseresti un modo per potere conversare famigliarmente con Omero, con Demostene e con Platone, con que' Poeti, con que' Filosofi, con quegli Oratori, di cui tanto grandi maraviglie si narrano, e che tutte le generazioni hanno riconosciuti quali maestri sovrani di tutte le scienze? Si troverà sempre nelle nostre Università un numero bastante di Professori di diritto civile; ma un maestro di lingua greca, e un maestro simile a questo, lasciandolo sfuggire una volta, come trovarlo di nuovo? Convinto da questo ragionamento, mi dedicai per intero a Crisoloras, e con tanta ardenza, che le lezioni da me studiate il giorno, divenivano costantemente il soggetto de' sogni miei nella notte[591].» Nel medesimo tempo Giovanni da Ravenna, educato nella casa del Petrarca[592], interpretava gli autori latini a Firenze; duplice scuola in cui furono allevati quegli Italiani che illustrarono il secolo e la patria loro, e per tal modo quella chiara città dell'Italia, divenne l'utile vivaio dell'erudizione de' Greci e dei Romani[593]. L'arrivo dell'Imperatore richiamò Crisoloras dalla cattedra alla Corte, ma insegnò in appresso a Pavia e a Roma colla medesima fortuna e coronato sempre d'eguali applausi. Ripartendo i quindici ultimi anni della sua vita, fra l'Italia e Costantinopoli, ora Inviato imperiale, or Professore, l'onorevole ministero di rischiarare col proprio ingegno una straniera nazione, nol fece dimentico mai di quanto al suo Principe e alla sua patria dovea. Manuele Crisoloras, morì a Costanza, ove lo avea spedito in delegazione presso al Concilio l'Imperatore. [A. D. 1400-1500] Allettata da sì fatto esempio, una folla di Greci indigenti, e istrutti almeno nella loro lingua, si diffusero per l'Italia, accelerando così il progresso delle lettere greche. Gli abitanti di Tessalonica e di Costantinopoli fuggirono lungi dalla tirannide de' Turchi, in seno ad un paese ricco, libero e curiosissimo. Il Concilio introdusse in Firenze le dottrine della Chiesa greca, e gli oracoli della filosofia di Platone: e que' fuggiaschi che acconsentirono alla unione delle due Chiese, ebbero nella nuova patria il doppio merito di abbandonare l'antica, non solamente per la causa del Cristianesimo, ma per quella più particolare del Cattolicismo. Un cittadino che sagrifica la sua fazione e la propria coscienza agli adescamenti del favore, può nondimeno non essere sfornito delle sociali virtù di un privato. Lungi dal suo paese, egli è meno esposto agli umilianti nomi di schiavo e di apostata, e la considerazione che si guadagna presso i nuovi associati, può a grado a grado ricondurlo a ben pensare di sè medesimo. Bessarione, che in premio della sua docilità aveva ottenuta la porpora ecclesiastica, pose dimora in Italia; e il Cardinale greco, patriarca titolare di Costantinopoli, fu riguardato a Roma come il Capo e protettore della sua nazione[594]. Fece valere il suo ingegno nelle Legazioni di Bologna, di Venezia, della Francia e dell'Alemagna, e in un Conclave fu per alcuni momenti disegnato a salire la cattedra di S. Pietro[595]. Gli onori ecclesiastici avendo giovato a farne spiccare di più il merito e l'ingegno letterario, il suo palagio videsi trasformato in una scuola, nè accadea che il Cardinale si trasferisse al Vaticano senza che lo seguisse un numeroso stuolo di discepoli dell'una e dell'altra nazione[596], e di dotti, i quali col gloriarsi di un tale maestro, vie meglio meritavano dal pubblico, divenuti eglino pure autori di scritti che, oggidì coperti di polvere, grande spaccio ebbero in quella età con molto vantaggio de' contemporanei. Non mi assumo io qui di noverare tutti coloro che nel secolo XV contribuirono a restaurare la greca letteratura. Mi basta il citare con gratitudine i nomi di Teodoro Gaza, di Giorgio da Trebisonda, di Giovanni Argiropolo, e di Demetrio Calcocondila, che insegnarono la propria nativa lingua nelle scuole di Firenze e di Roma. Le loro fatiche pareggiarono quelle di Bessarione, del quale rispettavano la dignità, invidiandone in segreto la sorte; ma umile ed oscura si fu la vita di questi gramatici, che, toltisi dal lucroso arringo ecclesiastico, viveano segregati dalle più ragguardevoli compagnie, e per le proprie consuetudini, e per lo stesso vestire; laonde non avendo essi ambito altro merito, fuor quello dell'erudizione, doveano contentarsi di quel solo compenso che a questa si tributava. Da tal classe vuol essere eccettuato Giovanni Lascaris[597]. I modi affabili, l'eloquenza, l'illustre nascita che lo adornavano, raccomandarono in lui un discendente d'Imperatori ai Reali di Francia, i quali lo inviavano in diverse città, ove adempieva a vicenda gli uffizj di negoziatore e di Professore. Per dovere e per interesse, i mentovati dotti coltivarono lo studio della lingua latina, alcuni di loro essendo pervenuti a scrivere e a parlare con eleganza e facilità questo idioma ad essi peregrino. Non quindi spogliatisi mai della nazionale vanità, le loro lodi, o almeno l'ammirazione riserbavano come in privilegio agli scrittori del loro paese, all'ingegno de' quali la fama ed il vitto doveano; e la loro parzialità alcune volte svelavano con isconvenevoli critiche, o piuttosto satire contro i poemi di Virgilio, e le arringhe di Cicerone[598]. Non dee però tacersi che molta parte del merito per cui primeggiavano questi maestri del greco, diveniva loro dalla consuetudine di parlare in tale idioma, consuetudine che va per necessità unita alle lingue viventi: ma i loro primi discepoli non poterono discernere quanto avessero tralignato dalla scienza ed anche dalla pratica dei loro maggiori; e fu opera del senno della successiva generazione, il bandir dalle scuole la pronunzia viziosa[599] che quelli vi aveano introdotta. Ignari essendo del valore degli accenti greci, quelle note musicali, che pronunziate da una lingua attica e da orecchio attico udite, racchiudevano il segreto dell'armonia, non erano per essi, come per noi, che contrassegni muti e privi di significato, inutili nella prosa, incomodi nella poesia. Possedeano essi i veri principj della gramatica; onde rifusero nelle loro lezioni i preziosi fragmenti di Apollonio e di Erodiano; e i lor Trattati della sintassi e della etimologia, benchè sforniti di spirito filosofico, sono anche ai dì nostri di un grande soccorso agli studiosi. Nel tempo che le Biblioteche di Bisanzo si distruggevano, ciascun fuggitivo s'impadronì d'un fragmento del tesoro pericolante, di una copia di qualche autore, che senza di ciò sarebbe andata perduta. Queste copie vennero moltiplicate da diverse penne laboriose, e talvolta ingegnose, che ammendavano, ove era d'uopo, il testo, e aggiugnevano le loro interpretazioni, o quelle di antichi scoliasti. I Latini conobbero se non lo spirito, almeno il significato letterale degli Autori classici della Grecia. Le bellezze di stile sparivano in una traduzione; ma Teodoro Gaza ebbe l'intendimento di scegliere opere rilevanti per sè stesse siccome quelle di Teofrasto e d'Aristotele; e le Storie delle piante e degli animali da questi Greci composte, apersero un vasto campo alla parte teorica e sperimentale delle scienze naturali. Venne ciò nulla ostante data la preferenza alle incerte nubi della metafisica. Un venerabile Greco fece risorgere in Italia il genio di Platone, condannato da lungo tempo all'obblio, e nel palagio de' Medici lo insegnò[600]; elegante filosofia che poteva essere di qualche vantaggio, in quel tempo che il Concilio di Firenze a dispute teologiche solo attendeva. Lo stile di Platone è un prezioso modello della purezza del dialetto attico: e adatta sovente i suoi più sublimi pensamenti al tuono famigliare della conversazione, arricchendoli talvolta di tutta l'arte dell'eloquenza e della poesia. I dialoghi di questo grand'uomo offrono un quadro drammatico della vita e della morte d'un saggio: e allorchè si degna discendere dai cieli, il suo Sistema morale imprime nell'animo l'amore della verità, della patria e della umanità. Socrate, co' precetti e coll'esempio, avea raccomandato un modesto dubitare e un libero ricercare: l'entusiasmo de' Platonici, che adoravano ciecamente le visioni e gli errori del lor divino maestro, potea giovare a correggere il metodo arido e dogmatico della Scuola peripatetica. Aristotele e Platone offrono meriti eguali, e nullameno sì diversi fra loro, che ponendoli in bilancia, darebbero luogo ad una interminabile controversia; pur qualche scintilla di libertà può uscire dall'urto di due opposte servitù. Queste due Sette divisero fra loro i Greci moderni, i quali sotto lo stendardo degli antichi maestri, con più di furore che d'intelligenza, si fecero guerra. I fuggiaschi di Costantinopoli scelsero Roma per nuovo lor campo di battaglia; ma non andò guari che i gramatici fecero entrare in questa filosofica lotta l'odio e le ingiurie personali: laonde Bessarione, comunque partigiano zelantissimo di Platone egli fosse, sostenne l'onore della patria, frammettendo i consigli e l'autorità d'un mediatore. La dottrina dell'Accademia, ne' giardini de' Medici, formava le delizie degli uomini colti e gentili; ma distrutta ben tosto questa filosofica società, il Saggio d'Atene non venne più consultato che negli scientifici gabinetti, intanto che il possente emulo del medesimo, rimase solo oracolo della scuola e della Chiesa[601]. [A. D. 1447-1455] Ho descritto con imparzialità il merito letterario de' Greci, ma gli è d'uopo confessare che la buona voglia de' Latini li secondò, e fors'anche li superò. Sendo allora l'Italia divisa in un grande numero di piccioli Stati independenti, i Principi e le Repubbliche si disputavano l'onore d'incoraggiare e ricompensare le belle lettere. Nicolò V[602], il cui merito fu infinitamente superiore alla sua fama, per sapere e virtù si tolse dalla oscurità, ove la nascita lo avea posto, l'indole dell'uomo superando in lui mai sempre l'interesse del Pontefice, Nicolò arrotò di propria mano le armi, di cui fu fatto uso in appresso per offendere la Chiesa romana[603]. Dopo essere stato l'amico de' principali dotti del suo secolo, ne divenne il protettore, e tal si era la rara semplicità de' suoi costumi, che nè egli, nè essi quasi si accorsero d'un cambiamento di condizione. S'ei sollecitava qualcuno ad accettare un donativo, non l'offeriva come misura di merito, ma come prova di affetto, e scontrandosi in chi per modestia esitasse, soggiugnea compreso dal sentimento di quel che valeva egli stesso: «Accettate, non avrete sempre un Nicolò in mezzo a voi». Diffondendosi via maggiormente per tutta la Cristianità l'influsso della Santa Sede, il virtuoso Pontefice se ne valse per acquistar più libri che benefizj. Mandò a cercare, fra le rovine delle Biblioteche di Costantinopoli e in tutti i monasteri dell'Alemagna e della Gran Brettagna, i polverosi manoscritti dell'Antichità, procacciandosi le copie esatte di quelli de' quali non gli si volevano vendere gli originali. Il Vaticano, antico[605] ricettacolo delle Bolle, delle Leggende, de' monumenti della superstizione e della frode, ringorgò di suppellettili più rilevanti, e tanto s'adoperò Nicolò, che negli otto anni del suo regno, pervenne ad unire una Biblioteca di cinquemila volumi. Alla munificenza di questo Pontefice, il Mondo latino fu debitore delle traduzioni di Senofonte, Diodoro, Polibio, Tucidide. Erodoto ed Appiano; della geografia di Strabone, dell'Iliade, delle più preziose Opere di Platone, di Aristotele, di Tolomeo, di Teofrasto e de' Padri della Chiesa greca. Un mercatante di Firenze, che senza titoli di nascita e senza il soccorso dell'armi, governava Firenze, imitò l'esempio del romano Pontefice. Il nome e il secolo di Cosimo de' Medici[606] ceppo di una sequela di Principi, sono intrinsecamente collegati coll'idea del risorgimento delle scienze. La sua possanza gli venne dalla fama che si meritò consagrando le proprie ricchezze al vantaggio dell'uman genere. Le corrispondenze di lui si estendeano dal Cairo a Londra, e spesse volte la medesima nave gli riportava libri greci e droghe dell'India. L'ingegno del suo nipote Lorenzo, e l'educazione che il bisavolo gli procurò, ne fecero non solamente un proteggitore della letteratura, ma un giudice della medesima e un letterato. La sciagura trovava nel suo palagio un soccorso, il merito un guiderdone; l'Accademia platonica rallegravane gli ozj; incoraggiò le nobili gare di Demetrio Calcocondila e di Angelo Poliziano; Giovanni Lascaris, zelante missionario di Lorenzo, gli riportò dall'Oriente dugento manoscritti, ottanta de' quali erano sconosciuti in que' tempi alle Biblioteche d'Europa[607]. Animata da un medesimo spirito tutta l'Italia, i progressi delle nazioni retribuirono ai Principi il compenso delle loro liberalità. Riserbatisi i Latini il privilegiato possedimento della loro propria letteratura, questi discepoli de' Greci divennero ben presto capaci di trasmettere e perfezionare le lezioni che aveano ricevute. Dopo un breve succedersi di maestri stranieri, la migrazione cessò; ma già essendosi diffuso l'idioma dei Greci al di là dell'Alpi, la gioventù della Francia, dell'Alemagna e dell'Inghilterra,[608] propagò nella sua patria il sacro fuoco che avea ricevuto nelle scuole di Roma e di Firenze[609]. Nei parti dello spirito, come nella produzioni della terra, l'arte e l'industria superano i doni della natura; gli Autori greci, dimenticati alle rive dell'Ilisso, comparvero splendenti su quelle dell'Elba e del Tamigi; Bessarione e Gaza avrebbero potuto invidiare l'esattezza di Budeo, il buon gusto d'Erasmo, la facondia di Stefano, l'erudizione di Scaligero, e il discernimento di Reiske, o di Bentley. Il caso arricchì i Latini di un novello vantaggio colla scoperta della stampa; ma Aldo Manuzio e i suoi innumerabili successori adoperarono quest'arte preziosa a moltiplicare e perpetuare le Opere dell'Antichità[610]. Un solo manoscritto portato dalla Grecia, moltiplicavasi in diecimila copie tutte più belle che l'originale. Sotto questa forma Omero e Platone leggerebbero più volentieri le proprie Opere, e i loro scoliasti debbono cedere la palma ai nostri editori occidentali. Prima che la letteratura classica risorgesse in Europa, gli abitatori di essa avvolgeansi fra le tenebre di una barbara ignoranza, e la povertà stessa degli idiomi annunziava la rozzezza de' loro costumi. Coloro che studiarono i più perfetti idiomi di Roma e della Grecia, si trovarono trapiantati in un nuovo Mondo di scienza e di luce, ammessi nel consorzio delle nazioni libere e ingentilite dell'Antichità, e in famigliare conversazione con quegl'immortali, che aveano parlato il sublime linguaggio dell'eloquenza e della ragione. Corrispondenze di tal natura doveano necessariamente innalzar l'anima e migliorare il gusto de' moderni; potremmo credere nullameno, ragionando sulle prime Opere di questi, che lo studio degli Antichi avesse somministrate catene, anzichè ali, all'umano ingegno. Lo spirito d'imitazione, comunque lodevole sia il modello, tiene sempre alla schiavitù; onde i primi discepoli dei Greci e de' Romani, pareano una colonia di stranieri in mezzo al loro paese e al lor secolo. Tante minute cure adoprate ad introdursi ne' penetrali dell'Antichità più rimota, poteano impiegarsi più utilmente nel render perfetto lo stato attuale della società: i Critici e i Metafisici, seguivano servilmente l'autorità di Aristotele. I Poeti, gli Storici, gli Oratori, ripeteano, con fastosa ostentazione, i pensieri e le espressioni del secolo d'Augusto; se contemplavano le opere della natura, cogli occhi di Plinio e di Teofrasto il faceano; e alcuni d'essi, Pagani devotissimi, rendeano perfino segreto omaggio agli Dei di Omero e di Platone[611]. Gli Italiani, nel secolo successivo alla morte del Petrarca e del Boccaccio, si trovarono oppressi dal numero e della possanza de' loro antichi ausiliarj. Comparve una folla d'imitatori latini, che adesso lasciamo, senza inconveniente, riposare negli scaffali delle nostre biblioteche. Ma difficilmente potremmo citare in quell'epoca di erudizione, la scoperta di una scienza, un'opera originale, o eloquente, scritta in idioma nativo[612]. Ciò nullameno, quando il suolo fu bastantemente imbevuto di questa celeste rugiada, la vegetazione e la vita comparvero d'ogni banda; i moderni idiomi vennero a perfezione; gli Autori classici di Roma e di Atene inspirarono purezza di gusto e nobile emulazione. Nell'Italia, siccome dappoi nella Francia e nell'Inghilterra, al regno seducente della poesia e delle finzioni, succedettero i lumi della filosofia speculativa e sperimentale. Può talvolta il genio emergere più presto della espettazione; ma all'educazione di un popolo, siccome a quella di un individuo, è necessario ne sia esercitata la memoria, prima di mettere in atto le molle della ragione, o della imitazione. Sol dopo averli imitati per lungo tempo, perviene l'artista a pareggiare, e talvolta a superare, i proprj modelli. NOTE: [485] Questa singolare istruzione è stata tolta, cred'io, dagli archivj del Vaticano, per cura di Odorico Raynald, e inserita nella sua continuazione degli -Annali- del Baronio (Roma, 1646-1677, in dieci volumi -in folio-). Io non mi sono prevalso che dell'Abate Fleury (-Hist. eccles.-, t. XX, p. 1-8), le compilazioni del quale Scrittore ho sempre trovate chiare, esatte ed imparziali. [486] -Si vegga la nostra Nota- (pag. 89) -che tratta del Concilio di Lione.- (Nota di N. N.) [487] L'ambiguità di questo titolo è felice, o ingegnosa; e -Moderator- come sinonimo di -rector-, -gubernator-, è un termine di latinità classica ed anche ciceroniana, che si troverà non nel -Glossario- del Ducange, ma nel -Thesaurus- di Roberto Stefano. [488] La prima epistola (-sine titulo-) del Petrarca, rappresenta il pericolo della -barca- e l'incapacità del -piloto-. -Haec inter, vina madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat, dormitat, jam somno praeceps atque- (utinam solus) -ruit..... heu quanto felicius patrio terram sulcasset aratro, quam scalmum piscatorium ascendisset.- Una tale satira impone al biografo di questo Pontefice l'obbligo di pesarne le virtù e i vizj, che sono stati esagerati dai Guelfi e dai Ghibellini, dai Cattolici e dai Protestanti (-V.- le -Memorie sulla vita del Petrarca-, t. I, p. 259; II, n. 15, p. 13-16). Fu Papa Benedetto XII che diede occasione al proverbio -bibamus papaliter-. [489] -V.- le Vite originali di Clemente VI nel Muratori (-Script. rer. ital.-, t. III. parte 2, pag. 550-589), in Mattia Villani (-Cron.-, l. III, c. 43, -in Muratori-, t. XIV, p. 186), che lo chiama -molto cavalleresco, poco religioso-; in Fleury (-Hist. eccles.-, tom. XX, p. 127) e nella Vita del Petrarca (t. II, p. 42-45). L'Abate di Sade gli si mostra assai più indulgente; ma è da notarsi che questo Scrittore era prete e gentiluomo ad un tempo. [490] Questa matrona è conosciuta sotto il nome, probabilmente sformato, di Zampea, ed aveva accompagnata la sua padrona a Costantinopoli, ove rimase sola con essa. Gli stessi Greci non le poterono negar lode di donna prudente, erudita e cortese. Cantacuzeno (l. I, c. 42). [491] -Era opportuno il provare l'asserzione con una particolare citazione.- (Nota di N. N.) [492] -V.- tutta questa negoziazione in Cantacuzeno (lib. IV, c. 9), che in mezzo agli encomj di cui largheggia alla propria virtù, svela le inquietudini di una coscienza colpevole. [493] -V.- un così ignominioso Trattato in Fleury (-Hist. eccles.-, p. 151-154), che lo ha tolto da Raynald, e questi forse dagli archivj del Vaticano. Esso non meritava il fastidio di adulterarlo. [494] -V.- le due Vite originali di Urbano V nel Muratori (-Script. rer. ital.-, t. III, parte 2, p. 623-635) e gli -Annali ecclesiastici- di Spondano (t. I, p. 573, A. D. 1369, n. 7) e Raynald (Fleury, -Hist. eccles.-, t. XX, p. 223, 224). Credo che gli Storici pontifizj, se hanno esagerato, abbiano esagerato di poco le genuflessioni di Paleologo. [495] -Paulo minus quam si fuisset Imperator Romanorum-. Nondimeno il suo titolo d'Imperatore de' Greci non gli venia disputato (-Vit. Urbani V-, p. 623). [496] Privilegio riserbato ai soli successori di Carlomagno, i quali anche non poteano goderne che il giorno di Natale: in tutte le altre feste, questi diaconi coronati, si contentavano di presentare al Papa il messale e il corporale, quando diceva la messa. Nondimeno l'Abate di Sade ha la generosità di credere cosa possibile, che siasi derogato alla regola per un riguardo ai meriti di Carlo IV, ma non in quello stesso giorno, che era il primo novembre 1368. Sembra che l'Abate apprezzi al giusto e l'uomo, e il privilegio (-Vie de Pétrarque-, t. III, p. 735). [497] A malgrado della denominazione italiana corrotta (Mattia Villani, l. XI, c. 79, in Muratori, t. XV, pag. 746), l'etimologia di -Falcone in bosco- ci dà la parola inglese Hawkwood, vero nome del nostro audace concittadino (Tommaso Walsingham, -Hist. anglican.-, -inter scriptores Cambdeni-, p. 184). Dopo ventidue vittorie e una sola sconfitta, morto nel 1394 Generale de' Fiorentini, questa repubblica lo fece seppellire con onori che non avea conceduti nè a Dante, nè al Petrarca (Muratori, -Annali d'Ital.-, t. XII, p. 212-271). [498] Questo torrente d'Inglesi, o il fossero per nascita, o per la causa che difendevano, calò di Francia in Italia dopo la pace di Bretignì, nel 1360. Il Muratori (-Ann.-, tom. XII, p. 197) esclama con più di verità che di cortesia: «Ci mancava ancor questo, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri Tedeschi ed Ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla.» [499] Calcocondila, (l. I, p. 25-26) pretende che Paleologo si trasferisse a visitare la Corte di Francia: ma il silenzio degli Storici nazionali confuta abbastanza quest'asserzione. Non sono nè manco molto inclinato a credere che egli abbandonasse l'Italia, -valde bene consolatus et contentus-, come ne vien detto nella -Vita di Urbano V-, p. 623. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000