costrinse il Pontefice a fuggire dal Vaticano. Ributtato ad un tempo da'
suoi sudditi spirituali e temporali, nè rimastogli altro partito, fuor
quello della sommessione, si ritrattò mercè d'una umiliante Bolla, che
confermava tutti gli atti del Concilio, incorporava a questa Assemblea
venerabile i Cardinali e Legati pontifizj, e pareva annunziasse la
rassegnazione del Papa ai decreti di una suprema legislatura. La
rinomanza di cotali fatti si diffuse per l'Oriente; e come altrimenti
sarebbe accaduto? Alla presenza dei Padri del Concilio, Sigismondo
ricevè gli Ambasciatori ottomani[528], che posarono a' pie del medesimo
il donativo di dodici grandi casse piene di drappi di seta e di piastre
d'oro. Aspirando i Padri di Basilea alla gloria di ricondurre nel grembo
della Chiesa i Greci e i Boemi, sollecitarono per via di deputati (A. D.
1434-1437) l'Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli, a congiungersi
ad un'Assemblea onorata dalla confidenza delle nazioni dell'Occidente;
proposta, dall'accettar la quale lontano non mostravasi Paleologo, i cui
Ambasciatori vennero onorevolmente accolti dal Senato cattolico. Sol la
scelta del luogo sembrò ostacolo insuperabile per ostinazione de' Greci,
i quali ricusando di attraversare le Alpi, o il mar di Sicilia, fermi
mostravansi nel pretendere che il Concilio si adunasse in qualche città
dell'Italia, o posta nelle vicinanze del Danubio. Minori difficoltà
s'incontravano su gli altri punti di una tale negoziazione: già erasi
d'accordo su quello di pagare le spese del viaggio all'Imperatore greco,
che sarebbesi trasferito, accompagnato da settecento persone[529], al
luogo del Concilio, di sborsargli, all'atto dell'arrivo, una somma di
ottomila ducati[530] da poter egli impiegare in soccorso del suo Clero,
e di concedergli in oltre, intantochè si allontanava dalla sua Capitale,
un sussidio di diecimila ducati, di trecento arcieri e di alcune galee
per difenderla dal nemico. Sborsate avendo le prime somme la città di
Avignone, fu allestito, benchè non senza qualche lentezza e difficoltà,
il navilo a Marsiglia.
[A. D. 1437]
In mezzo alle angustie che lo incalzavano, Paleologo aveva almeno la
soddisfazione di vedere le potenze alleate dell'Occidente gareggianti
nel chiederlo in amicizia. Ma l'artificiosa solerzia d'un Sovrano
prevalse sopra la lentezza e la inflessibilità che per solito dagli atti
delle repubbliche non si dipartono. I decreti di Basilea, intendendo
continuamente a limitare il dispotismo del Papa e ad innalzare in guisa
stabile un tribunale supremo ed ecclesiastico, Eugenio portava il giogo
con impazienza, intanto che l'unione de' Greci gli somministrava un
decoroso pretesto per trasportare un Sinodo fazioso ed indocile dalle
rive del Reno a quelle del Po. Al di là dell'Alpi, i Padri non
isperavano più di conservare la loro independenza. La Savoia, o
Avignone, cui accettarono con ripugnanza per sede dell'adunata, venivano
riguardate a Costantinopoli come luoghi posti oltre le colonne
d'Ercole[531]. L'Imperator greco e il suo Clero paventavano i pericoli
di una lunga navigazione, e soprappiù gli offendeva l'orgoglio
manifestato dal Concilio, annunziando che dopo avere annichilata la
nuova eresia de' Boemi, non tarderebbe a sradicare l'antica de'
Greci[532]. Eugenio intanto non respirava che mansuetudine, compiacenza
e rispetto. Le sue sollecitazioni erano allettamenti al Sovrano di
Costantinopoli, affinchè la sua presenza imponesse termine allo scisma
de' Latini come a quello de' Greci. Gli proponea per luogo di amichevole
parlamento Ferrara, situata sulle sponde dell'Adriatico, nel qual tempo,
fosse per sorpresa od altro artifizio, si procurò un falso decreto del
Concilio[533] che condiscendea trasferirsi in codesta città dell'Italia.
A tal fine furono allestite nuove galee in Venezia e nell'isola di
Candia, le quali misero in mare prima del navilio di Basilea.
L'Ammiraglio del Pontefice ricevè il comando di mandarlo a fondo,
arderlo, distruggerlo[534], e poco mancò che queste ecclesiastiche
squadre non s'incontrassero in quelle medesime acque, ove sulla gloria
della lor preminenza Atene e Sparta contesero. Sollecitato
alternativamente dalle due fazioni, che sembravano prontissime a venire
alle mani per contendersi fra loro il possedimento della imperiale
persona, Paleologo tornò a meditare ancora, se fosse un buon espediente
l'abbandonare il palagio e la patria per avventurarsi ad una così
pericolosa spedizione. Tornandogli allora a mente i paterni consigli,
anche ogni ragione dettata dal senno dovea mostrargli che i Latini
divisi fra loro, non si accorderebbero per virtù di una estranea causa.
Aggiungasi che lo dissuase dall'imprendere un tale viaggio Sigismondo,
in cui non poteano supporsi motivi di parzialità, perchè il Concilio era
di suo consenso; e un suggerimento di questo Imperatore, veniva tanto
più valutato dai Greci, per aver questi adottata la stravagante opinione
che Sigismondo si cercherebbe fra essi un successore all'Impero[535].
Veniva in campo un altro consigliere, comunque non troppo, per vero
dire, meritevole della confidenza de' Greci, che Paleologo temea
d'irritare, il Sultano de' Turchi; non che Amurat intendesse nulla sulle
contestazioni che teneano in discordia i Cristiani; ma ad ogni modo non
gli piaceva vederli uniti; onde offeriva di aprire il suo erario ai
bisogni di Paleologo, assicurando ciò nullameno con un'apparenza di
generosità, che Costantinopoli sarebbe stata inviolabilmente rispettata,
ancorchè se ne fosse allontanato il Sovrano[536]. Ma chi gli fece più
ricchi donativi, e diede più belle parole, vinse l'animo del Principe
greco, che provava anche desiderio di allontanarsi per qualche tempo da
un teatro di disgrazie e pericoli. Dopo essersi spacciato con
un'equivoca risposta dai deputati del Concilio, fe' nota la sua
deliberazione d'imbarcarsi sulle galee pontifizie. Era vecchio assai il
Patriarca Giuseppe, onde più fatto alle impressioni del timore che a
quelle della speranza, e atterrito da' pericoli che gli sovrastavano
sull'Oceano, rimostrò come in un estraneo paese, la sua debole voce e
quella di una trentina de' suoi Prelati, correvano rischio di trovarsi
affogate in mezzo alle più numerose e potenti de' Vescovi, di cui il
Sinodo latino andava composto. Nondimeno cedè ai voleri di Paleologo,
alla lusinga datagli che sarebbe ascoltato come l'Oracolo delle nazioni,
e alla segreta brama d'imparare dal suo fratello d'Occidente il modo di
rendere affatto independente dai Sovrani la Chiesa[537]. Entrarono nel
suo corteggio i cinque Crociferi, ossia -dignitarj- di S. Sofia, e un
d'essi, il grande Ecclesiarca, o predicatore Silvestre Siropolo[538], ha
composta[539] una Storia dilettevole e sincera della -Falsa-
Unione[540]. Il Clero obbedì, suo malgrado, agli ordini dell'Imperatore
e del Patriarca; ma la sommessione era il suo primo dovere, la pazienza
la più utile delle sue virtù. Trovansi in una scelta di venti Prelati, i
nomi de' metropolitani d'Eraclea, Cizico, Nicea, Nicomedia, Efeso e
Trebisonda, e due nuovi Vescovi, Marco e Bessarione, innalzati a tale
dignità per la fiducia che il loro sapere e la loro eloquenza
inspiravano. Vennero parimente nominati a questa spedizione alcuni
monaci e filosofi, perchè accrescessero splendore alla dottrina e alla
santità della greca Chiesa, e molti cantori e musici al servizio della
Cappella imperiale. I Patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di
Gerusalemme, spedirono deputati, o si suppone almeno che gli avessero
spediti; il Primate di Russia rappresentava una Chiesa nazionale, perchè
quanto ad estensione di potere spirituale, i Greci poteano stare a petto
de' Latini. I preziosi vasi di S. Sofia furono commessi ai rischi del
mare, affinchè il Patriarca potesse coll'ordinaria sua pompa uffiziare;
e l'Imperatore adoperò quant'oro gli fu dato raccogliere per fregiare
d'ornamenti massicci il suo carro e il suo letto[541]. Ma mentre i Greci
metteano tanto studio a sostenere le esterne apparenze dell'antica
grandezza, contendean fra loro pel riparto di quindicimila ducati, che,
a titolo di anticipata elemosina, aveva ad essi somministrato il
Pontefice. Appena tutti gli apparecchi furon compiuti, Paleologo,
seguìto da numeroso corteggio, accompagnato dal suo fratello Demetrio e
dai primi personaggi dello Stato e della Chiesa, s'imbarcò sopra otto
navigli instrutti di vele e remi, che governarono verso lo stretto di
Gallipoli nell'Arcipelago, passando poscia nel golfo Adriatico[542].
[A. D. 1438]
Dopo una lunga e molesta navigazione di settantasette giorni, questa
religiosa squadra avendo gettata l'áncora innanzi Venezia, trovò tale
accoglienza, che la gioia e lo splendore di questa repubblica fe'
manifesti. Sovrano del Mondo, il modesto Augusto non avea mai richiesti
ai suoi sudditi gli onori di cui gl'independenti Veneti largheggiarono a
questo debole successore d'Augusto. Dall'alto di un trono collocato
sulla poppa della sua nave, Paleologo ricevè la visita, o per parlare
alla greca, le adorazioni del Doge e de' Senatori[543], che vennero
entro il Bucintoro, seguìto da dodici ben fornite galee. Vedeasi coperto
il mare d'innumerabili gondole, quali d'esse per servire alla pompa
dello spettacolo, quali al piacere de' circostanti; di musicali suoni, e
dello strepito delle acclamazioni l'aere rintronava: splendeano di seta
e d'oro le vesti de' marinai e gli stessi navigli; ogni emblema,
mostrava le Aquile romane ai lioni di S. Marco accoppiate; insigne
corteggio, che mosse dal principio del Canal Grande, e sotto il ponte di
Rialto passò. Gli Orientali contemplavano ammirati i palagi, i tempj e
l'immensa popolazione di una città, che galleggiar sembrava
sull'onde[544]; ma sospirarono alla vista delle spoglie e de' trofei dal
saccheggio di Costantinopoli riportati. Dopo una dimora di quindici
giorni a Venezia, Paleologo continuò il suo cammino or per terra, or per
acqua sino a Ferrara. In tal momento, la politica del Vaticano avendone
vinto l'orgoglio, il Principe greco ricevè tutti gli antichi onori
sòliti a concedersi all'Imperatore di Oriente. Entrò in Ferrara
cavalcando un cavallo nero, intanto che veniva condotto dinanzi a lui un
bel palafreno bianco, i cui bardamenti vedeansi fregiati di aquile
ricamate in oro. Camminava sotto di un baldachino che sosteneano i
Principi della Casa d'Este, figli o parenti di Nicolò, Marchese della
città, e sovrano più potente che Paleologo nol fosse[545]. Il Principe
greco non ismontò da cavallo che giunto a piedi dello scalone; venutogli
incontro sino alle porte del proprio appartamento il Pontefice, rialzò
il Principe, che fece l'atto di prostrarsegli innanzi, e dopo averlo
paternamente abbracciato, gli additò una sedia posta alla sua sinistra.
Il Patriarca greco ricusò di scendere dalla sua galea sintanto che non
si fosse d'accordo sui modi del cerimoniale, regolati finalmente sì che
fosse mantenuta un'apparente eguaglianza fra il Vescovo di Roma e quello
di Costantinopoli. Questi ricevè un fraterno amplesso dal primo, e tutti
gli ecclesiastici greci rifiutarono di baciare il piede al romano
Pontefice. All'aprirsi del Sinodo, i Capi ecclesiastici e temporali si
disputarono il centro, ossia il posto d'onore; ma Eugenio trovò un
pretesto per non seguire l'antico cerimoniale di Costantino e di
Marciano, allegando che i suoi predecessori non si erano trovati in
persona nè a Nicea, nè a Calcedonia. Dopo lunghe discussioni, fu
risoluto, che le due nazioni occuperebbero a destra e a sinistra i due
lati della Chiesa; che la Cattedra di S. Pietro terrebbe il primo posto
nella fila de' Latini; e che il trono dell'Imperator greco, a capo del
suo Clero, si troverebbe alla medesima altezza di rincontro al secondo
posto, sede vacante dell'Imperator d'Occidente[546].
Ma non appena le allegrezze e le formalità fecero luogo alle gravi
discussioni, malcontenti del Papa e di sè medesimi, i Greci, ebbero a
pentirsi dell'imprudente lor viaggio. Gli Ambasciatori d'Eugenio a
Costantinopoli lo aveano dipinto come uomo giunto all'apice della
prosperità, Capo de' Principi e de' Prelati europei, tutti pronti ad un
suo accento a prestargli fede, e impugnar l'armi; inganno che la poco
numerosa Assemblea del Concilio di Ferrara in un subito dissipò. I
Latini apersero l'adunata con cinque Arcivescovi, diciotto Vescovi e
dieci Abati, la maggior parte de' quali sudditi, o concittadini
dell'italiano Pontefice. Eccetto il Duca di Borgogna, niun Sovrano
dell'Occidente si degnò comparire, o inviare ambasciatori; nè modo eravi
di abolire gli atti giudiziarj di Basilea contro la persona e la dignità
d'Eugenio, atti che dalla elezione di un nuovo Pontefice venner
conchiusi. In tal frangente, Paleologo chiese ed ottenne una dilazione
per procacciarsi dai Latini alcuni vantaggi temporali, qual prezzo di
un'unione che i suoi sudditi riprovavano; dopo la prima adunanza, le
discussioni pubbliche furono differite di lì a sei mesi. L'Imperatore,
accompagnato da una truppa di favoriti e di giannizzeri, trascorse la
state in un vasto monastero, situato gradevolmente sei miglia fuor di
Ferrara; e dimenticando fra i piaceri della caccia le dispute della
Chiesa e la calamità dello Stato, non pensò che a distruggere il
salvaggiume, senza darsi per inteso delle giuste querele del Marchese e
de' coltivatori della campagna[547]. Intanto i suoi miseri Greci
soffrivano tutte le molestie dell'esilio e della povertà; erano stati
assegnati per la sua spesa a ciascuno straniero tre, o quattro fiorini
d'oro al mese, e benchè l'intera somma arrivasse a più di settecento
fiorini, l'indigenza, o la politica del Vaticano, facea sempre rimanere
addietro buona parte di tale assegnamento[548]. Sospiravano essi di
vedersi liberati da quel confino, ma un triplice ostacolo impediva loro
il fuggirne. Non poteano uscire di Ferrara, senza un passaporto de' lor
superiori; i Veneziani aveano promesso di arrestare e rimandare i
fuggitivi: giungendo anche a Costantinopoli, non avrebbero potuto
sottrarsi alla scomunica, alle ammende, ad una sentenza che condannava
persino gli ecclesiastici ad essere posti ignudi e pubblicamente
flagellati[549]. La sola fame potè far risolvere i Greci ad aprire il
primo parlamento; ma con estrema ripugnanza acconsentirono a seguire a
Firenze il Sinodo fuggitivo; espediente però inevitabile, perchè e la
peste dominava in Ferrara, e la fedeltà del Marchese era divenuta
sospetta, e le truppe del Duca di Milano si avvicinavano alla città. Che
anzi tenendo queste la Romagna, sol con molta fatica e pericoli, il
Papa, l'Imperatore e i Prelati si apersero un varco per mezzo ai men
frequentati sentieri dell'Apennino[550].
[A. D. 1438-1439]
Ma la politica e il tempo avendo superati tutti gli ostacoli, la
violenza stessa de' Padri di Basilea giovò ai buoni successi di Eugenio.
Le nazioni dell'Europa essendo venute a detestare lo scisma, rifiutarono
l'elezione di Felice V, successivamente Duca di Savoia, eremita, e Papa.
I più poderosi Principi si avvicinarono al rivale dell'escluso
Pontefice, passando a grado dalla neutralità ad una sincera affezione. I
Legati, seguìti da alcuni spettabili membri, si volsero ai Padri romani,
che vedeano tuttodì crescere il proprio numero, e l'opinione del
Pubblico in loro favore. Il Concilio di Basilea trovavasi ridotto a
trentanove Vescovi e trecento membri del clero inferiore[551], intanto
che i Latini di Firenze univano alla persona del Pontefice otto
Cardinali, due Patriarchi, otto Arcivescovi, cinquantadue Vescovi, e
quarantacinque Abati, o Capi d'Ordini religiosi. Il lavoro di nove mesi
e le discussioni di venticinque adunanze, operarono finalmente l'unione
de' Greci. Quattro quistioni principali eransi agitate dalle due Chiese,
e riguardavano I. L'uso del pane azzimo nella Comunione. II. La natura
del Purgatorio. III. La supremazia del Papa. IV. La processione,
semplice o duplice, dello Spirito Santo. La causa di entrambe le nazioni
da dieci abili Teologhi venne discussa. Il Cardinale Giuliano adoperò
l'ineffabile sua eloquenza a favor de' Latini; i Greci ebbero Marco
d'Efeso e Bessarione di Nicea per lor primarj campioni. Non ometteremo a
tale proposito una osservazione che onora i progressi della ragione
umana. La prima di tali quistioni fu discussa siccome punto poco
rilevante, che potea variare, senza portar seco gravi conseguenze,
giusta l'opinione de' tempi e delle nazioni; quanto alla seconda le due
parti convennero dovervi essere uno stato intermedio di purificazione
per li peccati veniali. Se poi una siffatta purificazione venisse
operata dal fuoco elementare, era un tale articolo, che per avere
maggiore agio di definirlo in quel medesimo luogo, i disputanti si
presero il tempo d'alcuni anni. La supremazia del Papa parea un punto
più importante e più litigioso: cionnullameno gli Orientali che aveano
sempre riconosciuto il Vescovo di Roma pel primo fra i cinque
Patriarchi, non fecero difficoltà ad ammettere che egli usasse della sua
giurisdizione in conformità de' santi canoni, condiscendenza vaga che
poteva essere determinata, o priva d'effetto secondo le circostanze. La
processione dello Spirito Santo, o dal solo Padre, o dal Padre e dal
Figlio era articolo di Fede più profondamente radicato nell'opinione
degli uomini. Nell'Assemblea di Ferrara e di Firenze, l'addizione Latina
del -Filioque- diede motivo a due quistioni, l'una che riguardava la
legalità, l'altra l'ortodossia. Gli è inutile che sopra un tale
argomento io mi diffonda in proteste d'imparziale indifferenza per parte
mia; pur sembrami che i Greci avessero per sè un vittorioso argomento
nella decisione del Concilio di Calcedonia, col quale si proibiva
l'aggiungere alcun articolo, qualunque fosse, al Simbolo di Nicea, o
piuttosto di Costantinopoli[552]. Negli affari di questo Mondo non è sì
facile il comprendere come un'Assemblea di legislatori, possa impor
vincoli ai suoi successori, forniti della medesima autorità; ma una
decisione dettata dall'inspirazione divina, debbe essere vera ed
immutabile. L'avviso di un Vescovo o di un Sinodo di provincia non può
prevalere contra il giudizio universale della Chiesa cattolica. Quanto
al dottrinale, gli argomenti erano eguali da tutte due le bande, e
questa disputa parea volgere all'infinito, perchè la processione di un
Dio è cosa che confonde l'umana intelligenza. L'Evangelio collocato
sull'altare, nulla offeriva che potesse risolvere la quistione. I testi
de' santi Padri potevano essere stati sagrificati dalla soperchieria, o
da capziose argomentazioni oscurati: i Greci non conoscevano nè gli
scritti de' Santi latini, nè i loro caratteri[553]. Noi possiamo per lo
meno essere sicuri che gli argomenti di ciascuna fazione parvero
impotenti contro quelli dell'altra. La ragione può rischiarare gli
errori di una mente pregiudicata; una continua attenzione corregger le
sviste, se l'oggetto può essere presentato ai nostri sensi: ma i Vescovi
e i frati aveano imparato sin dall'infanzia a ripetere una formola di
misteriose parole; alla ripetizione di queste parole medesime aveano
congiunto il loro onore nazionale e personale, e l'acredine di una
disputa pubblica li rendè del tutto intrattabili.
Intanto che questi si perdevano in un labirinto d'argomenti oscuri, il
Papa e l'Imperatore bramavano un'apparenza di unione, che sola potea
raggiugnere lo scopo del loro abboccamento; laonde l'ostinazione non
resistè all'influsso di personali e segrete negoziazioni. Il Patriarca
Giuseppe era soggiaciuto al peso degli anni e dell'infermità, e le
parole ch'ei pronunziò spirando, furono di pace e d'unione. La speranza
di ottenerne la carica, tentava l'ambizione del Clero greco; e la pronta
sommessione di Bessarione e d'Isidoro, Arcivescovi, un di Nicea, l'altro
di Russia, fu comperata e guiderdonata col promoverli immantinente alla
dignità cardinalizia. Nelle prime discussioni, Bessarione erasi mostrato
il più fermo ed eloquente campione della Chiesa greca; e se la patria lo
ributtò come apostata e figlio spurio[554], egli diè a divedere, se
prestiamo fede alla storia ecclesiastica, il raro esempio di un
cittadino che sa rendersi commendabile alla Corte con una resistenza
segnalata, e con una rassegnazione adoperata a proposito. Soccorso da'
suoi due Coadjutori spirituali, l'Imperatore usò, rispetto a ciascuno
de' due Vescovi, gli argomenti più confacevoli allo stato loro in
generale e alla loro indole in particolare; sicchè tutti a mano a mano
cedettero all'esempio, o all'autorità. Prigionieri presso i Latini,
spogliati delle loro rendite dai Turchi, tre vesti e quaranta ducati,
faceano tutto il loro tesoro, che ben presto si trovò rifinito[555]. Per
poter tornare alla lor patria, doveano raccomandarsi alle navi di
Venezia e alla generosità del Pontefice; in somma vedeansi ridotti a
tale indigenza che bastò per guadagnarli offrir loro il pagamento degli
assegnamenti arretrati, ai quali avevano diritto[556]. I soccorsi de'
quali abbisognava la pericolante Costantinopoli poteano scusare una
prudente e pia dissimulazione: ma a questi riguardi si aggiunsero forti
inquietudini sulla personale loro sicurezza, perchè fu fatto ad essi
comprendere che sarebbero abbandonati in Italia alla giustizia, o alla
vendetta del romano Pontefice[557]. Nell'Assemblea particolare dei
Greci, ventiquattro membri di questa Chiesa approvarono la formula
d'unione, sol dodici recalcitrarono. Ma i cinque Crociferi di S. Sofia
che aspiravano alla vacante carica del Patriarca, furono respinti per
essersi tenuti alle regole dell'antica disciplina, e videro il lor
diritto di suffragio trasmesso a Monaci, a Gramatici, a Laici, dai quali
si aspettava una maggior compiacenza: sicchè la volontà del Monarca
produsse finalmente una fallace e codarda unanimità. Sol due uomini
zelanti d'amor di patria osarono far palesi pubblicamente i loro
sentimenti e quelli della nazione; Demetrio fratello dell'Imperatore
ritiratosi a Venezia per non essere spettatore di questa unione, e Marco
d'Efeso, che credendo forse stimolo di coscienza il suo orgoglio, gridò
eretici tutti i Latini, rifiutò la loro comunione, e si chiarì
solennemente il difensore della Chiesa greca e ortodossa[558]. Fu fatta
prova di mettere in iscritto il Trattato di unione con que' termini che
potessero soddisfare i Latini, nè soverchiamente umiliare i Greci; ma
comunque si pesassero le parole e le sillabe, la bilancia inclinò
qualche poco in favore del Vaticano. Si stabilì (e qui domando
attenzione dal leggitore) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal
Figlio, come da un stesso principio o da una stessa sostanza; che
procede dal Figlio essendo della stessa natura e della stessa sostanza,
e che procede dal Padre e dal Figlio per una -spirazione- e per una
produzione. Gli articoli de' preliminari di questo Trattato saranno
stati intesi più facilmente. Eugenio si obbligava coi Greci a pagare
tutte le spese del loro ritorno, a mantenere sempre due galee e trecento
soldati in difesa di Costantinopoli, a mandar loro dieci galee per un
anno o venti per sei mesi, qualunque volta ne venisse richiesto, a
sollecitare in un momento di grave pericolo i soccorsi de' Principi
dell'Europa, e a mandare all'áncora nel porto di Bisanzo tutt'i vascelli
che trasporterebbero pellegrini a Gerusalemme.
[A. D. 1438]
Nello stesso anno, e quasi nel medesimo giorno, a Basilea[560] si
toglieva il Pontificato ad Eugenio che stava a Firenze terminando
l'unione de' Greci coi Latini. Il Sinodo di Basilea, che per vero dire
il Pontefice romano chiamava un'Assemblea di demonj, lo pronunziò
colpevole di simonia, di spergiuro, di tirannide, d'eresia e di
scisma[561]; incorreggibile ne' suoi vizj, e indegno di sostenere verun
uffizio ecclesiastico. Il Sinodo di Firenze intanto (A. D. 1438) lo
riveriva come Vicario legittimo e sacro di Gesù Cristo, come l'uomo di
cui la pietà e la virtù, dopo una separazione di sei secoli, aveano
riuniti i Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente in un sol gregge, e
sotto un solo Pastore. L'atto di Unione venne sottoscritto dal Papa,
dall'Imperatore e dai primarj membri delle due Chiese, non eccetto que'
medesimi, i quali, come Siropolo, erano stati privi del diritto di dar
voto[562]. Sembrava che due copie di simile atto, una per l'Oriente,
l'altra per l'Occidente bastassero. Ma Eugenio ne fece copiare e
sottoscrivere quattro, onde moltiplicare i monumenti della riportata
vittoria[563]. Ai sei di luglio, giornata memorabile, i successori di S.
Pietro e di Costantino salirono sui loro troni alla presenza di due
nazioni adunate nella Cattedrale di Firenze. I rappresentanti di queste
nazioni, il Cardinale Giuliano e Bessarione, Arcivescovo di Nicea, si
mostrarono sulla cattedra, ove dopo aver letto ad alta voce, ciascuno in
sua lingua, l'Atto di unione, si diedero pubblicamente il bacio di pace
e di riconciliazione, a nome dei loro compatriotti, e fra gli applausi
di quelli d'essi che erano presenti. Il Papa e il suo Clero uffiziarono
secondo i riti della romana Liturgia, e venne cantato il simbolo
coll'aggiunta del -Filioque-. I Greci che diedero in ordine a ciò la
loro approvazione, si scusarono assai goffamente, adducendo a motivo del
proprio contegno, l'ignoranza del significato di queste parole, che
furono mal articolate, e che per altro erano assai armoniose[564]. Più
scrupolosi i Latini, ricusarono fermamente di ammettere veruna cerimonia
della Chiesa d'Oriente. Cionnullameno l'Imperatore e il suo Clero non
dimenticarono l'onore della propria nazione, e ratificando
volontariamente il Trattato, sottintesero la clausola tacita che non si
farebbe veruna innovazione nel loro Simbolo, o nelle loro cerimonie.
Risparmiarono e rispettarono la generosa fermezza di Mario d'Efeso, nè
vollero dopo la morte di Giuseppe, procedere all'elezione di un nuovo
Patriarca, in tutt'altro luogo fuorchè nella Cattedrale di Santa Sofia.
Eugenio superò le sue promesse e le loro speranze nelle liberalità
usate, in generale e in particolare, verso de' Greci. Con minor pompa e
più umili se ne tornarono questi per la via di Ferrara e Venezia. Nel
successivo capitolo sapranno i miei leggitori quale accoglienza
trovarono a Costantinopoli[565] (A. D. 1440). Il buon successo di questa
prima impresa incoraggiò Eugenio a rinovare una scena così edificante; i
deputati degli Armeni e de' Maroniti, i Giacobiti dell'Egitto e della
Sorìa, i Nestoriani e gli Etiopi, ammessi successivamente a baciare il
piede del Santo Padre, annunziarono l'obbedienza e l'-ortodossia-
dell'Oriente. Questi Ambasciatori, sconosciuti presso alle nazioni che
si arrogavano di rappresentare[566], giovarono a divulgare per
l'Occidente la fama della pietà di Eugenio; e gridori ad arte sparsi,
accusarono gli scismatici della Svizzera e della Savoia, siccome i soli
che si opponessero alla perfetta unione del Mondo cristiano. Alla
vigorosa loro resistenza, succeduta finalmente la stanchezza d'un
inutile sforzo, e sciogliendosi per insensibili gradi il Concilio di
Basilea, Felice giudicò opportuna cosa rassegnare la tiara, e tornarsene
al suo devoto o delizioso romitaggio di Ripaglia[567] (A. D. 1449).
Scambievoli atti di dimenticanza del passato e compensi confermarono la
pace generale; si lasciò che i disegni di riforma andassero a vôto; i
Papi si mantennero nella loro supremazia spirituale e continuarono ad
abusarne[568]: nessun litigio in appresso turbò le elezioni di
Roma[569].
[A. D. 1300-1453]
I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi
vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne
furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia,
d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del
Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi
di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori
dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima
agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia.
Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si
erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano
corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj
per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca,
schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi
ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto
Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado
contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli,
circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato
intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà
forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata
dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono
tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli
di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure
di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su
que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale
sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di
Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più
accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone
più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son
pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza
e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca
osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione
alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e
lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si
fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per
trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali
occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro
mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]».
Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli
altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di
costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini
agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare
tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di
divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli
che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano
ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana.
Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di
eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può
affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti
scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade
dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta
pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi
progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e
d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti
dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non
l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della
società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva
con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene
per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua
latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma
migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da
Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il
loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e
liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la
prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue
lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di
primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione
degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile,
più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di
Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci
stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di
Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e
distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori
degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad
annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi,
e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste
copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non
v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un
tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche
della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa
escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi
delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse
preparato a riceverli e coltivarli.
I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed
esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti
secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi,
si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si
distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la
vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di
straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il
merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci
dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità;
che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di
contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi
manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa,
e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata.
Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia,
ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua
ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non
era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo
tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano
tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole
dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e
di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero
oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il
Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per
erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di
una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel
corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia,
di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli,
riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle
quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque
proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e
sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di
Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega
intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato
fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco
d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il
Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la
difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que'
Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a
lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da
Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò
imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la
luce della ragione a quella del loro -ombelico-. Dopo una separazione di
tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il
generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto
nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo
un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo.
Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le
corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura
data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano,
il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca
cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo,
parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia
d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la
gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo
grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente
d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra
promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità:
dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo
campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie
dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io
sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che
esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone,
il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea
già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta
in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un
conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor
nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo
tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con
qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la
cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire
al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero
ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano
alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584].
[A. D. 1360]
La scienza cui sforzavasi invano di aggiugnere il Petrarca, fu più
accessibile agli studj dell'amico di lui il Boccaccio, padre della prosa
toscana[585]. Questo Scrittore popolare, che dee la propria celebrità al
Decamerone, vale a dire ad un centinaio di Novelle amorose e piacevoli,
può giustamente essere considerato come colui che ridestò in Italia lo
spento amore dell'idioma greco. Pervenuto nel 1360, e colle persuasioni
e cogli atti di ospitalità a trattenere presso di sè Leone, o Leonzio
Pilato, che indirigevasi ad Avignone, lo alloggiò nella propria casa, ed
ottenutagli una pensione dalla Repubblica fiorentina, consagrò tutte le
ore di ozio al primo professore greco che insegnasse questa lingua nelle
contrade occidentali dell'Europa. L'esterno di Leone avrebbe allontanato
da tale studio un discepolo che ne fosse stato amante men del Boccaccio.
Avvolto questo maestro in mantello di filosofo, o di cencioso, avea
contegno ributtante, capelli neri che disordinatamente gli venivan sul
fronte, barba lunga, nè troppo monda, di carattere volubile e cupo, e nè
meno compensava questi difetti sgradevoli colle grazie e colla chiarezza
del discorso quando parlava latino. Pur l'ingegno di costui racchiudeva
un tesoro di greca erudizione; egualmente versato nella favola, nella
storia, nella gramatica e nella filosofia, spiegò nelle scuole di
Firenze i poemi d'Omero. Col soccorso delle istruzioni del medesimo, il
Boccaccio compose, per far cosa grata all'amico Petrarca, una traduzione
letterale in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, della quale è probabile
che si valesse in segreto Lorenzo Valla per comporre nel successivo
secolo la sua versione latina. Il Boccaccio inoltre da' suoi
intertenimenti con Leone raccolse i materiali per l'Opera intorno agli
Dei del Paganesimo, riguardata in quel secolo come un prodigio di
erudizione, e che l'autore giuncò di caratteri e passi greci per
eccitare la sorpresa e l'ammirazione de' suoi ignoranti
contemporanei[586]. I primi passi nella instruzione sono lenti e penosi;
ond'è che tutta l'Italia non somministrò in principio che dieci
discepoli d'Omero, numero al quale nè Roma, nè Venezia, nè Napoli
aggiunse un solo nome di più. Nondimeno gli studenti si sarebbero
moltiplicati, e questo studio avrebbe fatto più rapidi progressi, se
l'incostante Leone, in capo a tre anni, non avesse abbandonato uno stato
onorevole e vantaggioso. Passando da Padova si fermò alcuni giorni in
casa del Petrarca, cui tanto spiacque il carattere cupo e insocievole di
quest'uomo, quanto l'erudizione lo soddisfece; malcontento degli altri e
di sè medesimo, disdegnando la felicità di cui potea godere, Leone non
si traeva mai volentieri coll'immaginazione che su gli uomini e gli
oggetti lontani. Tessalo in Italia, Calabrese in Grecia, disprezzava
alla presenza de' Latini i loro costumi, la loro religione, la loro
lingua, e arrivato appena a Costantinopoli sospirò la ricchezza de'
Veneziani e l'eleganza de' Fiorentini. Voltosi nuovamente agli amici
d'Italia, li trovò sordi alle sue importunità; nondimeno molto
ripromettendosi dalla loro indulgenza e curiosità, si avventurò ad un
secondo viaggio; ma all'ingresso del golfo Adriatico il vascello, entro
cui stavasi, essendo stato assalito da una tempesta, l'infelice
Professore, raccomandatosi come Ulisse all'albero della nave, morì
percosso dal fulmine. L'affettuoso Petrarca versò qualche lagrima sulla
morte di questo infelice; ma soprattutto cercò accuratamente di sapere,
se qualche copia di Sofocle, o d'Euripide fosse caduta fra le mani de'
marinai[587].
[A. D. 1390-1415]
I deboli germi raccolti dal Petrarca e trapiantati dal Boccaccio,
inaridirono ben tosto. La successiva generazione, limitatasi a
perfezionare la latina eloquenza, abbandonò l'erudizione greca, e
solamente verso la fine del secolo XIII quest'altro studio si rinovò in
guisa durevole nell'Italia[588]. Prima d'imprendere il suo viaggio,
Manuele avea deputati oratori ai Sovrani d'Occidente per eccitare la
loro compassione. Il più ragguardevole di questi per dignità e per
sapere fu Manuele Crisoloras[589], di nascita sì nobile, a quanto
credeasi, che i maggiori di lui aveano abbandonata Roma per seguire il
Gran Costantino. Dopo avere visitate le Corti di Francia, e
d'Inghilterra, ove ottenne alcuni soccorsi e molte promesse, venne
sollecitato a sostenere pubblicamente gli uffizj di Professore, secondo
invito fatto a un Greco, di cui parimente Firenze ebbe il merito.
Crisoloras, versato del pari nelle lingue greca e latina, meritò i
riguardi per lui avutisi dalla Repubblica, e le speranze ne oltrepassò.
Discepoli d'ogni età e di ogni condizione alla sua scuola accorrevano, e
uno fra questi compose una Storia generale, in cui rendea conto de'
motivi degli studj impresi e degli ottenuti successi. «In quel tempo,
dice Leonardo Aretino[590], io studiava la Giurisprudenza, ma ardendo
l'animo mio per l'amor delle Lettere, io dava alcune ore allo studio
della Logica e della Rettorica. All'arrivo di Manuele stetti perplesso,
se avrei abbandonato lo studio delle leggi, o se avrei lasciata sfuggire
la preziosa occasione che mi si offeriva, instituendo nel bollore dalla
mia giovinezza questi ragionamenti fra me medesimo: Così dunque
tradiresti la fortuna che ti sorride? Ricuseresti un modo per potere
conversare famigliarmente con Omero, con Demostene e con Platone, con
que' Poeti, con que' Filosofi, con quegli Oratori, di cui tanto grandi
maraviglie si narrano, e che tutte le generazioni hanno riconosciuti
quali maestri sovrani di tutte le scienze? Si troverà sempre nelle
nostre Università un numero bastante di Professori di diritto civile; ma
un maestro di lingua greca, e un maestro simile a questo, lasciandolo
sfuggire una volta, come trovarlo di nuovo? Convinto da questo
ragionamento, mi dedicai per intero a Crisoloras, e con tanta ardenza,
che le lezioni da me studiate il giorno, divenivano costantemente il
soggetto de' sogni miei nella notte[591].» Nel medesimo tempo Giovanni
da Ravenna, educato nella casa del Petrarca[592], interpretava gli
autori latini a Firenze; duplice scuola in cui furono allevati quegli
Italiani che illustrarono il secolo e la patria loro, e per tal modo
quella chiara città dell'Italia, divenne l'utile vivaio dell'erudizione
de' Greci e dei Romani[593]. L'arrivo dell'Imperatore richiamò
Crisoloras dalla cattedra alla Corte, ma insegnò in appresso a Pavia e a
Roma colla medesima fortuna e coronato sempre d'eguali applausi.
Ripartendo i quindici ultimi anni della sua vita, fra l'Italia e
Costantinopoli, ora Inviato imperiale, or Professore, l'onorevole
ministero di rischiarare col proprio ingegno una straniera nazione, nol
fece dimentico mai di quanto al suo Principe e alla sua patria dovea.
Manuele Crisoloras, morì a Costanza, ove lo avea spedito in delegazione
presso al Concilio l'Imperatore.
[A. D. 1400-1500]
Allettata da sì fatto esempio, una folla di Greci indigenti, e istrutti
almeno nella loro lingua, si diffusero per l'Italia, accelerando così il
progresso delle lettere greche. Gli abitanti di Tessalonica e di
Costantinopoli fuggirono lungi dalla tirannide de' Turchi, in seno ad un
paese ricco, libero e curiosissimo. Il Concilio introdusse in Firenze le
dottrine della Chiesa greca, e gli oracoli della filosofia di Platone: e
que' fuggiaschi che acconsentirono alla unione delle due Chiese, ebbero
nella nuova patria il doppio merito di abbandonare l'antica, non
solamente per la causa del Cristianesimo, ma per quella più particolare
del Cattolicismo. Un cittadino che sagrifica la sua fazione e la propria
coscienza agli adescamenti del favore, può nondimeno non essere sfornito
delle sociali virtù di un privato. Lungi dal suo paese, egli è meno
esposto agli umilianti nomi di schiavo e di apostata, e la
considerazione che si guadagna presso i nuovi associati, può a grado a
grado ricondurlo a ben pensare di sè medesimo. Bessarione, che in premio
della sua docilità aveva ottenuta la porpora ecclesiastica, pose dimora
in Italia; e il Cardinale greco, patriarca titolare di Costantinopoli,
fu riguardato a Roma come il Capo e protettore della sua nazione[594].
Fece valere il suo ingegno nelle Legazioni di Bologna, di Venezia, della
Francia e dell'Alemagna, e in un Conclave fu per alcuni momenti
disegnato a salire la cattedra di S. Pietro[595]. Gli onori
ecclesiastici avendo giovato a farne spiccare di più il merito e
l'ingegno letterario, il suo palagio videsi trasformato in una scuola,
nè accadea che il Cardinale si trasferisse al Vaticano senza che lo
seguisse un numeroso stuolo di discepoli dell'una e dell'altra
nazione[596], e di dotti, i quali col gloriarsi di un tale maestro, vie
meglio meritavano dal pubblico, divenuti eglino pure autori di scritti
che, oggidì coperti di polvere, grande spaccio ebbero in quella età con
molto vantaggio de' contemporanei. Non mi assumo io qui di noverare
tutti coloro che nel secolo XV contribuirono a restaurare la greca
letteratura. Mi basta il citare con gratitudine i nomi di Teodoro Gaza,
di Giorgio da Trebisonda, di Giovanni Argiropolo, e di Demetrio
Calcocondila, che insegnarono la propria nativa lingua nelle scuole di
Firenze e di Roma. Le loro fatiche pareggiarono quelle di Bessarione,
del quale rispettavano la dignità, invidiandone in segreto la sorte; ma
umile ed oscura si fu la vita di questi gramatici, che, toltisi dal
lucroso arringo ecclesiastico, viveano segregati dalle più ragguardevoli
compagnie, e per le proprie consuetudini, e per lo stesso vestire;
laonde non avendo essi ambito altro merito, fuor quello dell'erudizione,
doveano contentarsi di quel solo compenso che a questa si tributava. Da
tal classe vuol essere eccettuato Giovanni Lascaris[597]. I modi
affabili, l'eloquenza, l'illustre nascita che lo adornavano,
raccomandarono in lui un discendente d'Imperatori ai Reali di Francia, i
quali lo inviavano in diverse città, ove adempieva a vicenda gli uffizj
di negoziatore e di Professore. Per dovere e per interesse, i mentovati
dotti coltivarono lo studio della lingua latina, alcuni di loro essendo
pervenuti a scrivere e a parlare con eleganza e facilità questo idioma
ad essi peregrino. Non quindi spogliatisi mai della nazionale vanità, le
loro lodi, o almeno l'ammirazione riserbavano come in privilegio agli
scrittori del loro paese, all'ingegno de' quali la fama ed il vitto
doveano; e la loro parzialità alcune volte svelavano con isconvenevoli
critiche, o piuttosto satire contro i poemi di Virgilio, e le arringhe
di Cicerone[598]. Non dee però tacersi che molta parte del merito per
cui primeggiavano questi maestri del greco, diveniva loro dalla
consuetudine di parlare in tale idioma, consuetudine che va per
necessità unita alle lingue viventi: ma i loro primi discepoli non
poterono discernere quanto avessero tralignato dalla scienza ed anche
dalla pratica dei loro maggiori; e fu opera del senno della successiva
generazione, il bandir dalle scuole la pronunzia viziosa[599] che quelli
vi aveano introdotta. Ignari essendo del valore degli accenti greci,
quelle note musicali, che pronunziate da una lingua attica e da orecchio
attico udite, racchiudevano il segreto dell'armonia, non erano per essi,
come per noi, che contrassegni muti e privi di significato, inutili
nella prosa, incomodi nella poesia. Possedeano essi i veri principj
della gramatica; onde rifusero nelle loro lezioni i preziosi fragmenti
di Apollonio e di Erodiano; e i lor Trattati della sintassi e della
etimologia, benchè sforniti di spirito filosofico, sono anche ai dì
nostri di un grande soccorso agli studiosi. Nel tempo che le Biblioteche
di Bisanzo si distruggevano, ciascun fuggitivo s'impadronì d'un
fragmento del tesoro pericolante, di una copia di qualche autore, che
senza di ciò sarebbe andata perduta. Queste copie vennero moltiplicate
da diverse penne laboriose, e talvolta ingegnose, che ammendavano, ove
era d'uopo, il testo, e aggiugnevano le loro interpretazioni, o quelle
di antichi scoliasti. I Latini conobbero se non lo spirito, almeno il
significato letterale degli Autori classici della Grecia. Le bellezze di
stile sparivano in una traduzione; ma Teodoro Gaza ebbe l'intendimento
di scegliere opere rilevanti per sè stesse siccome quelle di Teofrasto e
d'Aristotele; e le Storie delle piante e degli animali da questi Greci
composte, apersero un vasto campo alla parte teorica e sperimentale
delle scienze naturali.
Venne ciò nulla ostante data la preferenza alle incerte nubi della
metafisica. Un venerabile Greco fece risorgere in Italia il genio di
Platone, condannato da lungo tempo all'obblio, e nel palagio de' Medici
lo insegnò[600]; elegante filosofia che poteva essere di qualche
vantaggio, in quel tempo che il Concilio di Firenze a dispute teologiche
solo attendeva. Lo stile di Platone è un prezioso modello della purezza
del dialetto attico: e adatta sovente i suoi più sublimi pensamenti al
tuono famigliare della conversazione, arricchendoli talvolta di tutta
l'arte dell'eloquenza e della poesia. I dialoghi di questo grand'uomo
offrono un quadro drammatico della vita e della morte d'un saggio: e
allorchè si degna discendere dai cieli, il suo Sistema morale imprime
nell'animo l'amore della verità, della patria e della umanità. Socrate,
co' precetti e coll'esempio, avea raccomandato un modesto dubitare e un
libero ricercare: l'entusiasmo de' Platonici, che adoravano ciecamente
le visioni e gli errori del lor divino maestro, potea giovare a
correggere il metodo arido e dogmatico della Scuola peripatetica.
Aristotele e Platone offrono meriti eguali, e nullameno sì diversi fra
loro, che ponendoli in bilancia, darebbero luogo ad una interminabile
controversia; pur qualche scintilla di libertà può uscire dall'urto di
due opposte servitù. Queste due Sette divisero fra loro i Greci moderni,
i quali sotto lo stendardo degli antichi maestri, con più di furore che
d'intelligenza, si fecero guerra. I fuggiaschi di Costantinopoli
scelsero Roma per nuovo lor campo di battaglia; ma non andò guari che i
gramatici fecero entrare in questa filosofica lotta l'odio e le ingiurie
personali: laonde Bessarione, comunque partigiano zelantissimo di
Platone egli fosse, sostenne l'onore della patria, frammettendo i
consigli e l'autorità d'un mediatore. La dottrina dell'Accademia, ne'
giardini de' Medici, formava le delizie degli uomini colti e gentili; ma
distrutta ben tosto questa filosofica società, il Saggio d'Atene non
venne più consultato che negli scientifici gabinetti, intanto che il
possente emulo del medesimo, rimase solo oracolo della scuola e della
Chiesa[601].
[A. D. 1447-1455]
Ho descritto con imparzialità il merito letterario de' Greci, ma gli è
d'uopo confessare che la buona voglia de' Latini li secondò, e
fors'anche li superò. Sendo allora l'Italia divisa in un grande numero
di piccioli Stati independenti, i Principi e le Repubbliche si
disputavano l'onore d'incoraggiare e ricompensare le belle lettere.
Nicolò V[602], il cui merito fu infinitamente superiore alla sua fama,
per sapere e virtù si tolse dalla oscurità, ove la nascita lo avea
posto, l'indole dell'uomo superando in lui mai sempre l'interesse del
Pontefice, Nicolò arrotò di propria mano le armi, di cui fu fatto uso in
appresso per offendere la Chiesa romana[603]. Dopo essere stato l'amico
de' principali dotti del suo secolo, ne divenne il protettore, e tal si
era la rara semplicità de' suoi costumi, che nè egli, nè essi quasi si
accorsero d'un cambiamento di condizione. S'ei sollecitava qualcuno ad
accettare un donativo, non l'offeriva come misura di merito, ma come
prova di affetto, e scontrandosi in chi per modestia esitasse,
soggiugnea compreso dal sentimento di quel che valeva egli stesso:
«Accettate, non avrete sempre un Nicolò in mezzo a voi». Diffondendosi
via maggiormente per tutta la Cristianità l'influsso della Santa Sede,
il virtuoso Pontefice se ne valse per acquistar più libri che benefizj.
Mandò a cercare, fra le rovine delle Biblioteche di Costantinopoli e in
tutti i monasteri dell'Alemagna e della Gran Brettagna, i polverosi
manoscritti dell'Antichità, procacciandosi le copie esatte di quelli de'
quali non gli si volevano vendere gli originali. Il Vaticano,
antico[605] ricettacolo delle Bolle, delle Leggende, de' monumenti della
superstizione e della frode, ringorgò di suppellettili più rilevanti, e
tanto s'adoperò Nicolò, che negli otto anni del suo regno, pervenne ad
unire una Biblioteca di cinquemila volumi. Alla munificenza di questo
Pontefice, il Mondo latino fu debitore delle traduzioni di Senofonte,
Diodoro, Polibio, Tucidide. Erodoto ed Appiano; della geografia di
Strabone, dell'Iliade, delle più preziose Opere di Platone, di
Aristotele, di Tolomeo, di Teofrasto e de' Padri della Chiesa greca. Un
mercatante di Firenze, che senza titoli di nascita e senza il soccorso
dell'armi, governava Firenze, imitò l'esempio del romano Pontefice. Il
nome e il secolo di Cosimo de' Medici[606] ceppo di una sequela di
Principi, sono intrinsecamente collegati coll'idea del risorgimento
delle scienze. La sua possanza gli venne dalla fama che si meritò
consagrando le proprie ricchezze al vantaggio dell'uman genere. Le
corrispondenze di lui si estendeano dal Cairo a Londra, e spesse volte
la medesima nave gli riportava libri greci e droghe dell'India.
L'ingegno del suo nipote Lorenzo, e l'educazione che il bisavolo gli
procurò, ne fecero non solamente un proteggitore della letteratura, ma
un giudice della medesima e un letterato. La sciagura trovava nel suo
palagio un soccorso, il merito un guiderdone; l'Accademia platonica
rallegravane gli ozj; incoraggiò le nobili gare di Demetrio Calcocondila
e di Angelo Poliziano; Giovanni Lascaris, zelante missionario di
Lorenzo, gli riportò dall'Oriente dugento manoscritti, ottanta de' quali
erano sconosciuti in que' tempi alle Biblioteche d'Europa[607]. Animata
da un medesimo spirito tutta l'Italia, i progressi delle nazioni
retribuirono ai Principi il compenso delle loro liberalità. Riserbatisi
i Latini il privilegiato possedimento della loro propria letteratura,
questi discepoli de' Greci divennero ben presto capaci di trasmettere e
perfezionare le lezioni che aveano ricevute. Dopo un breve succedersi di
maestri stranieri, la migrazione cessò; ma già essendosi diffuso
l'idioma dei Greci al di là dell'Alpi, la gioventù della Francia,
dell'Alemagna e dell'Inghilterra,[608] propagò nella sua patria il sacro
fuoco che avea ricevuto nelle scuole di Roma e di Firenze[609]. Nei
parti dello spirito, come nella produzioni della terra, l'arte e
l'industria superano i doni della natura; gli Autori greci, dimenticati
alle rive dell'Ilisso, comparvero splendenti su quelle dell'Elba e del
Tamigi; Bessarione e Gaza avrebbero potuto invidiare l'esattezza di
Budeo, il buon gusto d'Erasmo, la facondia di Stefano, l'erudizione di
Scaligero, e il discernimento di Reiske, o di Bentley. Il caso arricchì
i Latini di un novello vantaggio colla scoperta della stampa; ma Aldo
Manuzio e i suoi innumerabili successori adoperarono quest'arte preziosa
a moltiplicare e perpetuare le Opere dell'Antichità[610]. Un solo
manoscritto portato dalla Grecia, moltiplicavasi in diecimila copie
tutte più belle che l'originale. Sotto questa forma Omero e Platone
leggerebbero più volentieri le proprie Opere, e i loro scoliasti debbono
cedere la palma ai nostri editori occidentali.
Prima che la letteratura classica risorgesse in Europa, gli abitatori di
essa avvolgeansi fra le tenebre di una barbara ignoranza, e la povertà
stessa degli idiomi annunziava la rozzezza de' loro costumi. Coloro che
studiarono i più perfetti idiomi di Roma e della Grecia, si trovarono
trapiantati in un nuovo Mondo di scienza e di luce, ammessi nel
consorzio delle nazioni libere e ingentilite dell'Antichità, e in
famigliare conversazione con quegl'immortali, che aveano parlato il
sublime linguaggio dell'eloquenza e della ragione. Corrispondenze di tal
natura doveano necessariamente innalzar l'anima e migliorare il gusto
de' moderni; potremmo credere nullameno, ragionando sulle prime Opere di
questi, che lo studio degli Antichi avesse somministrate catene, anzichè
ali, all'umano ingegno. Lo spirito d'imitazione, comunque lodevole sia
il modello, tiene sempre alla schiavitù; onde i primi discepoli dei
Greci e de' Romani, pareano una colonia di stranieri in mezzo al loro
paese e al lor secolo. Tante minute cure adoprate ad introdursi ne'
penetrali dell'Antichità più rimota, poteano impiegarsi più utilmente
nel render perfetto lo stato attuale della società: i Critici e i
Metafisici, seguivano servilmente l'autorità di Aristotele. I Poeti, gli
Storici, gli Oratori, ripeteano, con fastosa ostentazione, i pensieri e
le espressioni del secolo d'Augusto; se contemplavano le opere della
natura, cogli occhi di Plinio e di Teofrasto il faceano; e alcuni
d'essi, Pagani devotissimi, rendeano perfino segreto omaggio agli Dei di
Omero e di Platone[611]. Gli Italiani, nel secolo successivo alla morte
del Petrarca e del Boccaccio, si trovarono oppressi dal numero e della
possanza de' loro antichi ausiliarj. Comparve una folla d'imitatori
latini, che adesso lasciamo, senza inconveniente, riposare negli
scaffali delle nostre biblioteche. Ma difficilmente potremmo citare in
quell'epoca di erudizione, la scoperta di una scienza, un'opera
originale, o eloquente, scritta in idioma nativo[612]. Ciò nullameno,
quando il suolo fu bastantemente imbevuto di questa celeste rugiada, la
vegetazione e la vita comparvero d'ogni banda; i moderni idiomi vennero
a perfezione; gli Autori classici di Roma e di Atene inspirarono purezza
di gusto e nobile emulazione. Nell'Italia, siccome dappoi nella Francia
e nell'Inghilterra, al regno seducente della poesia e delle finzioni,
succedettero i lumi della filosofia speculativa e sperimentale. Può
talvolta il genio emergere più presto della espettazione; ma
all'educazione di un popolo, siccome a quella di un individuo, è
necessario ne sia esercitata la memoria, prima di mettere in atto le
molle della ragione, o della imitazione. Sol dopo averli imitati per
lungo tempo, perviene l'artista a pareggiare, e talvolta a superare, i
proprj modelli.
NOTE:
[485] Questa singolare istruzione è stata tolta, cred'io, dagli archivj
del Vaticano, per cura di Odorico Raynald, e inserita nella sua
continuazione degli -Annali- del Baronio (Roma, 1646-1677, in dieci
volumi -in folio-). Io non mi sono prevalso che dell'Abate Fleury
(-Hist. eccles.-, t. XX, p. 1-8), le compilazioni del quale Scrittore ho
sempre trovate chiare, esatte ed imparziali.
[486] -Si vegga la nostra Nota- (pag. 89) -che tratta del Concilio di
Lione.- (Nota di N. N.)
[487] L'ambiguità di questo titolo è felice, o ingegnosa; e -Moderator-
come sinonimo di -rector-, -gubernator-, è un termine di latinità
classica ed anche ciceroniana, che si troverà non nel -Glossario- del
Ducange, ma nel -Thesaurus- di Roberto Stefano.
[488] La prima epistola (-sine titulo-) del Petrarca, rappresenta il
pericolo della -barca- e l'incapacità del -piloto-. -Haec inter, vina
madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat,
dormitat, jam somno praeceps atque- (utinam solus) -ruit..... heu quanto
felicius patrio terram sulcasset aratro, quam scalmum piscatorium
ascendisset.- Una tale satira impone al biografo di questo Pontefice
l'obbligo di pesarne le virtù e i vizj, che sono stati esagerati dai
Guelfi e dai Ghibellini, dai Cattolici e dai Protestanti (-V.- le
-Memorie sulla vita del Petrarca-, t. I, p. 259; II, n. 15, p. 13-16).
Fu Papa Benedetto XII che diede occasione al proverbio -bibamus
papaliter-.
[489] -V.- le Vite originali di Clemente VI nel Muratori (-Script. rer.
ital.-, t. III. parte 2, pag. 550-589), in Mattia Villani (-Cron.-, l.
III, c. 43, -in Muratori-, t. XIV, p. 186), che lo chiama -molto
cavalleresco, poco religioso-; in Fleury (-Hist. eccles.-, tom. XX, p.
127) e nella Vita del Petrarca (t. II, p. 42-45). L'Abate di Sade gli si
mostra assai più indulgente; ma è da notarsi che questo Scrittore era
prete e gentiluomo ad un tempo.
[490] Questa matrona è conosciuta sotto il nome, probabilmente sformato,
di Zampea, ed aveva accompagnata la sua padrona a Costantinopoli, ove
rimase sola con essa. Gli stessi Greci non le poterono negar lode di
donna prudente, erudita e cortese. Cantacuzeno (l. I, c. 42).
[491] -Era opportuno il provare l'asserzione con una particolare
citazione.- (Nota di N. N.)
[492] -V.- tutta questa negoziazione in Cantacuzeno (lib. IV, c. 9), che
in mezzo agli encomj di cui largheggia alla propria virtù, svela le
inquietudini di una coscienza colpevole.
[493] -V.- un così ignominioso Trattato in Fleury (-Hist. eccles.-, p.
151-154), che lo ha tolto da Raynald, e questi forse dagli archivj del
Vaticano. Esso non meritava il fastidio di adulterarlo.
[494] -V.- le due Vite originali di Urbano V nel Muratori (-Script. rer.
ital.-, t. III, parte 2, p. 623-635) e gli -Annali ecclesiastici- di
Spondano (t. I, p. 573, A. D. 1369, n. 7) e Raynald (Fleury, -Hist.
eccles.-, t. XX, p. 223, 224). Credo che gli Storici pontifizj, se hanno
esagerato, abbiano esagerato di poco le genuflessioni di Paleologo.
[495] -Paulo minus quam si fuisset Imperator Romanorum-. Nondimeno il
suo titolo d'Imperatore de' Greci non gli venia disputato (-Vit. Urbani
V-, p. 623).
[496] Privilegio riserbato ai soli successori di Carlomagno, i quali
anche non poteano goderne che il giorno di Natale: in tutte le altre
feste, questi diaconi coronati, si contentavano di presentare al Papa il
messale e il corporale, quando diceva la messa. Nondimeno l'Abate di
Sade ha la generosità di credere cosa possibile, che siasi derogato alla
regola per un riguardo ai meriti di Carlo IV, ma non in quello stesso
giorno, che era il primo novembre 1368. Sembra che l'Abate apprezzi al
giusto e l'uomo, e il privilegio (-Vie de Pétrarque-, t. III, p. 735).
[497] A malgrado della denominazione italiana corrotta (Mattia Villani,
l. XI, c. 79, in Muratori, t. XV, pag. 746), l'etimologia di -Falcone in
bosco- ci dà la parola inglese Hawkwood, vero nome del nostro audace
concittadino (Tommaso Walsingham, -Hist. anglican.-, -inter scriptores
Cambdeni-, p. 184). Dopo ventidue vittorie e una sola sconfitta, morto
nel 1394 Generale de' Fiorentini, questa repubblica lo fece seppellire
con onori che non avea conceduti nè a Dante, nè al Petrarca (Muratori,
-Annali d'Ital.-, t. XII, p. 212-271).
[498] Questo torrente d'Inglesi, o il fossero per nascita, o per la
causa che difendevano, calò di Francia in Italia dopo la pace di
Bretignì, nel 1360. Il Muratori (-Ann.-, tom. XII, p. 197) esclama con
più di verità che di cortesia: «Ci mancava ancor questo, che dopo essere
calpestata l'Italia da tanti masnadieri Tedeschi ed Ungheri, venissero
fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla.»
[499] Calcocondila, (l. I, p. 25-26) pretende che Paleologo si
trasferisse a visitare la Corte di Francia: ma il silenzio degli Storici
nazionali confuta abbastanza quest'asserzione. Non sono nè manco molto
inclinato a credere che egli abbandonasse l'Italia, -valde bene
consolatus et contentus-, come ne vien detto nella -Vita di Urbano V-,
p. 623.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000