Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME DUODECIMO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXIII
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO LX.
-Scisma de' Greci e de' Latini. Stato di Costantinopoli.
Ribellione de' Bulgari. Isacco l'Angelo scacciato dal trono per
opera del suo fratello Alessio. Origine della quarta Crociata. I
Francesi e i Veneziani collegati col figlio d'Isacco. Spedizione
navale a Costantinopoli. I due assedj, e resa della città caduta
in mano de' Latini.-
Lo scisma delle Chiese greca e latina seguì d'appresso la restaurazione
dell'Impero d'Occidente da Carlomagno operata[1]. Una nimistà nazionale
e religiosa tiene tuttavia disgiunte le due più numerose comunioni del
mondo Cristiano; e lo Scisma di Costantinopoli, inimicando i più utili
confederati, irritando i più pericolosi nemici, l'invilimento e la
caduta dell'Impero romano d'Oriente affrettò.
Più d'una volta, e manifestamente, è apparsa nel corso di questa Storia
l'avversione de' Greci contra i Latini. Stata erane prima origine l'odio
che i secondi portavano alla servitù, odio vie più acceso, dopo il regno
di Costantino, dall'orgoglio della eguaglianza e dall'ambizione del
dominio, e invelenito in appresso dalla preferenza che alcuni sudditi
ribelli aveano data alla lega de' Franchi. In tutti i tempi, i Greci si
mostrarono vanagloriosi di primeggiare per la loro erudizione religiosa
e profana. Primi di fatto nel ricevere i lumi del Cristianesimo i Greci,
nel seno di lor nazioni i decreti di sette Concilj generali vennero
pronunziati[2]. La lingua de' medesimi era quella della Santa Scrittura
e della filosofia; nei popoli barbari,[3] immersi nelle tenebre
dell'Occidente[4], doveano a loro avviso, arrogarsi il diritto di
discutere le quistioni misteriose della teologica scienza. Ma questi
Barbari, a lor volta, l'incostanza e le sottigliezze degli Orientali,
autori di tutte le eresie, disprezzavano; e benedivano la propria
ignoranza che di seguire con docilità la tradizione della Chiesa
Appostolica si appagava. Ciò nulla meno nel settimo secolo, i Sinodi di
Spagna, e quelli indi di Francia, portarono a miglior perfezione, o
corruppero[5] il Simbolo di Nicea intorno al mistero della terza persona
della Trinità[6]. Nelle lunghe controversie dell'Oriente era stata
scrupolosamente definita la natura e la generazione di Gesù Cristo; e i
naturali modi per cui un figlio deriva dal padre sembravano offrire alla
mente qualche debole immagine di un tale mistero. Ma l'idea di nascita
parea men confacevole allo Spirito Santo, che invece di un dono o di un
attributo divino, veniva considerato dai Cattolici come una sostanza,
una persona, un Dio. Comunque non generato, secondo lo stile ortodosso
però, -procedea-. Procedeva egli solo dal padre, o fors'anche dal
figlio? Ovvero dal padre e dal figlio? I Greci la prima di queste
opinioni ammettevano, i Latini si chiarirono per la seconda; e
l'aggiunta della parola -filioque-[7] fatta al Simbolo di Nicea accese
la discordia fra le Chiese Gallicana e Orientale. Nei principj di una
tal controversia i Pontefici Romani fecero mostra di serbare la
neutralità ed un animo moderato[8]. Condannavano la novità, e nondimeno
all'opinione delle nazioni transalpine si mostraron propensi. Parea lor
desiderio il coprire questa inutil ricerca col manto del silenzio e
della carità; onde nella corrispondenza fra Carlomagno e Leone III,
vediamo il Pontefice tener linguaggio di assennato politico, il Monarca
abbandonarsi alle passioni e alle massime pregiudicate d'un prete[9]. Ma
i principi ortodossi di Roma agl'impulsi della sua temporale politica
naturalmente cedettero; e il -filioque- che Leone desiderava
cancellato[10], venne aggiunto nel Simbolo e cantato nella Liturgia del
Vaticano. I simboli di Nicea e di S. Atanasio furono d'allora in poi
riguardati come parte della Fede cattolica, indispensabilmente
necessaria all'eterna salute, e tutti i Cristiani d'Occidente, sieno
Romani, sieno Protestanti, percossi dagli anatemi dei Greci, li
restituiscono a chiunque ricusa credere che lo Spirito Santo procede,
così dal padre come dal figlio. Tali articoli di fede non lasciano
possibilità d'accomodamento; bensì le regole di disciplina, nelle chiese
lontane e independenti, a variazioni debbono soggiacere: e perfin la
ragion de' Teologi potrebbe confessare che tai differenze sono
inevitabili e di poca entità. Sia effetto di politica o di
superstizione, Roma ha imposto a' suoi preti e diaconi il rigoroso
obbligo del celibato. Questo, appo i Greci, non si estende che ai
Vescovi ai quali la lor dignità offre il compenso di una privazione,
fatta anche men sensibile per essi dagli anni. Il Clero parrocchiale, i
Papassi, godono del consorzio della moglie che prima di assumere gli
Ordini Sacri sposarono. Nell'undicesimo secolo, fu agitata con calore
una quistione che riferivasi agli -Azzimi-, pretendendosi che l'essenza
della Eucaristia dependesse dall'uso del pane col lievito o senza
lievito. Mi è egli lecito in una storia grave il narrare i rimproveri
che venivano furiosamente scagliati contro i Latini, i quali lungo tempo
rimasero sulla difensiva? -- Essi trascuravano di osservare il decreto
appostolico che proibisce il nudrirsi di sangue d'animali, o di questi
animali stessi affogati o strozzati: praticavano ogni sabbato il digiuno
mosaico; permetteano nella prima settimana di quaresima l'uso del
formaggio e del latte[11]; si concedeva ai monaci infermi il mangiar
carne; il grasso degli animali, talvolta alla mancanza d'olio suppliva;
riserbavasi all'Ordine episcopale l'amministrazione della Santa Cresima,
o dell'unzione battesimale. I Vescovi portavano al dito un anello, come
sposi spirituali della loro Chiesa; i preti si radevano la barba, e
battezzavano con una semplice immersione; tai sono i delitti che
infiammarono lo zelo dei Patriarchi di Costantinopoli, e de' quali collo
stesso fervore i dottori latini cercavano di scolparsi[12].
[A. D. 857-886]
La superstizione e l'odio nazionale contribuiscono in segnalata guisa ad
invelenire i dispareri, anche sulle cose più indifferenti; ma lo scisma
de' Greci ebbe per sua cagione immediata la gelosia de' due Pontefici.
Il Romano, sostenendo la supremazia dell'antica Metropoli, pretendea non
avere altro eguale nel mondo Cristiano; quello della Capitale regnante
voleva essergli eguale e ricusava di riconoscere un superiore. Verso la
metà del nono secolo, un laico, l'ambizioso Fozio[13], capitano delle
guardie, e primo segretario dell'Imperatore, ottenne, o fosse merito di
lui, o grazia del Principe, la molto più desiderabile dignità di
Patriarca di Costantinopoli. Fornito di cognizioni superiori al
rimanente del Clero, anche nella scienza ecclesiastica, immune da taccia
per la purezza dei suoi costumi, solamente la fretta posta nell'assumere
gli Ordini sacri, e l'irregolarità del suo innalzamento gli venivano
rimproverati. Ignazio predecessore di lui che era stato costretto a
rassegnare la cattedra, conservava tuttavia per sè la compassione
pubblica e l'ostinatezza de' suoi partigiani. Costoro portarono
appellazione a Nicolò I; uno de' più orgogliosi e ambiziosi Pontefici
Romani, che mai fossero stati, il quale accolse avidamente questo motivo
di giudicare e condannare il proprio rivale. Si arroge che la discordia
de' due prelati fu ancora inacerbita da un conflitto di giurisdizione,
perchè si disputavano entrambi il Re e la nazione dei Bulgari; e poco
rilevante cosa pareva all'uno e all'altro, che questi popoli si fossero
di recente al Cristianesimo convertiti, se non potevano fra i loro
sudditi spirituali questi nuovi proseliti noverare. Sostenuto dalla sua
Corte, il Patriarca Greco riportò la vittoria, ma in mezzo alla violenza
della disputa, scomunicò a sua volta il successor di S. Pietro,
avvolgendo tutta la Chiesa latina nel bando di scisma e d'eresia che
egli avea fulminato; col quale atto ad un regno breve e precario la pace
del mondo Fozio sagrificò. Il Cesare Bardas, protettore di Fozio, lo
trascinò seco nella sua caduta; e Basilio il Macedone, si mostrò giusto
nel restituire all'antica sede Ignazio, agli anni e alla dignità del
quale non erasi avuto bastante riguardo. Dal fondo del suo convento, o
del suo carcere, con patetiche lamentele, e con accorte adulazioni,
Fozio sollecitava il favore del nuovo monarca; onde appena ne fu morto
il rivale, risalì alla sedia patriarcale di Costantinopoli. Cessato di
vivere Basilio, sperimentò le vicissitudini delle Corti, e
l'ingratitudine del suo allievo asceso sul trono. Rimosso quindi una
seconda volta, nella solitudine che gli estremi momenti della sua vita
acerbò, dovette augurarsi le soavità dello studio e la libertà della
vita secolare che all'ambizione aveva posposte. Ad ogni politico
cambiamento, il clero cedea docilmente e senza perplessità al soffio
dell'aura di Corte, e ad ogni cenno del nuovo principe; onde un Sinodo
di trecento Vescovi teneasi sempre indifferentemente apparecchiato o a
celebrare il trionfo del Santo, o ad imprecare l'esecrabile Fozio caduto
dal seggio[14]; e i Papi, sedotti da promesse ingannevoli di soccorsi, o
di ricompense, si lasciavano condurre ad approvare questi atti
contraddittorj, e per via di lettere o di Legati, i Sinodi di
Costantinopoli ratificarono. Ma la Corte ed il popolo, Ignazio e Fozio,
in una cosa convenivano, nel non ammettere le pretensioni de' Papi. I
ministri di questi vennero insultati, o posti in carcere: la
-processione- dello Spirito Santo dimenticata, la Bulgaria unita per
sempre al trono di Bisanzo; e lo scisma si fece più durevole per le
censure rigorose emanate dagli stessi Papi contro le moltiplicate
ordinanze che un Patriarca irregolare avea decretate. L'ignoranza e la
corruttela del decimo secolo sospesero le contestazioni fra i due
popoli, le nimistà loro non ammollì; ma allorchè, la spada de' Normanni
fece ritornare le chiese della Puglia sotto la giurisdizione di Roma, il
Patriarca nel congedarsi da questo perduto gregge, lo avvertì con una
lettera piena di fiele di evitare e abborrire le eresie de' Latini. La
nascente maestà del Romano Pontefice, non potè comportare questa
insolenza d'un ribelle; onde Michele Cerulario pubblicamente, e in mezzo
di Costantinopoli, si vide dai Legati Pontifizj scomunicato (A. D.
1054). Consegnarono questi sull'altare di S. Sofia il terribile anatema
che chiarendo[15] le sette mortali eresie dei Greci, condannava
all'eterna società del demonio, e degli angeli delle tenebre, i
colpevoli predicatori di queste eresie e i loro sfortunati settarj.
Sembrò talvolta che la concordia si rimettesse; perchè, giusta i bisogni
della Chiesa o dello Stato greco, or da una banda, or dall'altra, al
linguaggio della dolcezza e della carità si piegava; ma non mai i Greci
abbiurarono i proprj errori, non mai i Papi ritrattarono le lor
sentenze; talchè può quivi riguardarsi l'epoca del consumato scisma
dell'Oriente. Ciascun nuovo atto ardimentoso de' Romani Pontefici lo
ingrossò[16]. Le sventure, l'umiliazione de' Monarchi alemanni fecero
arrossire e tremare gl'Imperatori di Costantinopoli, la possanza
temporale e la vita militare del Clero latino il popolo Greco
scandalezzarono[17].
[A. D. 1000-1200]
L'avversione in cui mutuamente i Greci e i Latini si avevano, fu
confermata, e apparve più manifesta nelle tre prime spedizioni della
Palestina. Alessio Comneno non risparmiò artifizj, per allontanare, se
altro non poteasi, questi formidabili pellegrini. I successori di lui,
Manuele e Isacco l'Angelo, tramarono di concerto coi Musulmani la rovina
de' più illustri condottieri de' Franchi; insidiosa e perfida politica
in cui vennero ben secondati dalla volontaria obbedienza de' loro
sudditi d'ogni classe. Di sì fatta avversione vuol certamente darsi gran
colpa alla differenza d'idiomi, di vesti e di consuetudini, la quale
diversità fa discordanti fra loro, e contrarie le une dall'altre, presso
che tutte le nazioni del Globo. E l'amor proprio e la prudenza del
Sovrano ad un tempo soffrivano in veggendo queste invasioni di stranieri
eserciti che chiedeano imperiosamente il diritto di attraversare gli
Stati greci e di passare sotto le mura della loro capitale. Oltrechè, i
pusillanimi sudditi dell'Imperator greco venivano spogliati e insultati
da questi rozzi abitanti dell'Occidente, e l'odio dei primi contra i
secondi era anche nudrito da segreta gelosia, che le pie e coraggiose
imprese de' Crociati inspiravano. Un cieco zelo di religione ai motivi
profani di nazionale odio aggiugneasi; poichè i Cristiani d'Occidente,
in vece di ricevere amichevole accoglienza dai loro fratelli cristiani
d'Oriente, udiansi continuamente rintronare all'intorno i nomi di
scismatici e di eretici, nomi ad ortodosso orecchio più aspri che non
quelli stessi di Pagani o d'Infedeli. Laonde anzichè inspirare quella
fiducia che a conformità di culto e di Fede parea consentanea, i Franchi
erano abborriti dai Greci, per alcune regole di disciplina o quistioni
teologiche in cui le massime loro, o del Clero latino, da quelle della
Chiesa Orientale scostavansi. Nel tempo della Crociata di Luigi VII, i
preti greci lavarono e purificarono un altare, siccome profanato dal
divin sagrifizio celebratovi da un prete francese. I compagni di
Federico Barbarossa si dolsero d'insulti e cattivi trattamenti, che
soprattutto dai Vescovi e dai Monaci riceveano. Cotesti ecclesiastici,
nelle loro preci, e ne' loro sermoni, animavano il popolo contro gli
empj Barbari venuti fra loro. Viene anzi accusato il Patriarca di avere
promulgato che l'esterminare i scismatici era pei fedeli una via di
ottenere remissione plenaria di tutti i peccati[18]. Un entusiasta, di
nome Doroteo portò ad un tempo spavento e calma nell'animo
dell'Imperatore, col predirgli che gli eretici alemanni assalirebbero la
porta di Blacherna, ma ne riceverebbero tal castigo che diverrebbe
tremendo esempio della divina vendetta. I passaggi di questi grandi
eserciti erano avvenimenti rari e pericolosi: ma le Crociate diedero fra
i due popoli origine ad una corrispondenza che li fornì di nuove
cognizioni, senza però guarirli dai pregiudizj che le loro menti
viziavano. Il lusso e le ricchezze di Costantinopoli ivi attraevano le
produzioni di tutti i climi, intanto che il lavoro e l'industria de'
numerosi cittadini, contrabbilanciavano il bisogno d'introdurre cose
peregrine. Situata questa metropoli in modo che chiama a sè il commercio
di tutte le parti del Globo, questo commercio per lungo tempo fu nelle
sole mani degli stranieri. Venuta Amalfi a scadimento, i Veneziani, i
Pisani, e i Genovesi posero fattorie nella Capitale del greco impero: i
lor servigi ebbero guiderdoni di privilegi ed onori; comperarono poderi
e case: le famiglie di questi per via di maritaggi co' nativi
moltiplicaronsi; e dopo che fu tollerata una moschea maomettana divenne
impossibile il proibire chiese di rito romano[19]. Le due mogli di
Manuele Comneno[20] alla stirpe de' Franchi spettarono, cognata la prima
dell'Imperatore Corrado, figlia la seconda del principe di Antiochia. Lo
stesso Manuele ottenne in isposa al proprio figlio Alessio una figlia di
Filippo Augusto, re di Francia, ed una figlia maritò al Marchese di
Monferrato, che nella reggia di Costantinopoli avea ricevuta la sua
educazione, e delle dignità della Corte greca andava insignita. Questo
monarca aspirava alla conquista dell'Occidente dopo averne combattuti
gli eserciti; apprezzava il valore de' Franchi, della fedeltà loro non
dubitava[21], e in modo assai singolare compensava i loro meriti
guerrieri conferendo ad essi i lucrosi uffizj di giudici e di tesorieri.
La politica gli suggerì sollecitare una lega col Pontefice, onde la
pubblica voce lo accusò, siccome parziale alla nazione e al culto de'
Latini[22]: i quali e sotto il regno di Manuele, e sotto il successivo
di Alessio venivano indicati cogli odiosi nomi di estranei, di eretici,
di favoriti. Triplice delitto che fu severamente espiato nella sommossa
che annunziò il ritorno e l'innalzamento di Andronico[23]. Il Popolo
accorse all'armi; dalle coste dell'Asia il tiranno inviò e truppe e
galee che la vendetta pubblica favoreggiassero; onde l'impotente
resistere degli stranieri non divenne che un pretesto al raddoppiato
furore de' loro uccisori. Nè età, nè sesso, nè vincoli d'amicizia o di
parentado poterono salvar le vittime che l'odio, il fanatismo, e
l'avarizia aveano consagrate alla morte. Trucidati per le strade e nelle
lor case i Latini: ridotto in cenere il rione ove abitavano: arsi i
sacerdoti nelle proprie chiese, gl'infermi ne' loro ospitali.
Somministrerà un'idea di questa carnificina l'atto di clemenza che la
terminò. Furono venduti ai Turchi quattromila Cristiani, che
sopravvissero alla general proscrizione. I preti e i frati furono quelli
che più operosi e inviperiti alla distruzione de' scismatici si
dimostrarono, e fu cantato pietosamente un -Te Deum-, poichè il capo
d'un Cardinale romano, Legato pontifizio, videsi separato dal suo busto,
e trascinato a coda di cavallo per le strade della città fra i barbari
scherni d'un'inferocita ciurmaglia. I più prudenti Latini al primo
sentore della sommossa si erano riparati nelle proprie navi, e
attraversando l'Ellesponto, a questa scena d'orror si sottrassero. Nella
loro fuga però, portarono strage ed incendio sulla costa greca per una
estensione di dugento miglia, e usando crudel rappresaglia su que'
sudditi dell'Impero che erano innocenti, sfogarono soprattutto il
proprio furore sui preti ed i frati, e colle fatte prede si compensarono
delle ricchezze che essi e i loro amici aveano perdute. Di ritorno
nell'Occidente, divulgarono per tutta Italia ed Europa la debolezza,
l'opulenza, la perfidia, e il feroce astio de' Greci, i cui vizj, quai
conseguenze naturali dello scisma e dell'eresia venner dipinti. I
pellegrini della prima Crociata, mossi da scrupolo di coscienza, aveano
trascurata la più bella fra le occasioni di aprirsi per sempre la strada
di Gerusalemme coll'assicurarsi il possedimento di Costantinopoli; ma un
interno cambiamento politico allettò, e quasi costrinse i Francesi ed i
Veneziani ad accingersi alla conquista dell'Impero Orientale.
[A. D. 1185-1195]
Nel corso della storia di Bisanzo furono per me narrate l'ipocrisia,
l'ambizione, la tirannide e la caduta di Andronico, ultimo rampollo
della dinastia Comnena che in Costantinopoli abbia regnato. La tempesta
politica che balzò dal trono costui, salvò la vita, e fu cagione
d'innalzamento ad Isacco l'Angelo, che per linea femminina dalla stessa
stirpe scendea[24]. Al successore di un secondo Nerone non doveva esser
difficile il meritarsi l'affetto, e la stima de' sudditi; eppure qualche
volta i Greci il governo di Andronico ebbero ad augurarsi. Almeno questo
tiranno, fornito di molto ingegno e di fermo animo, seppe scorgere quai
vincoli il suo interesse a quello del popolo collegassero; e
solertissimo nel far tremare coloro che gli davano ombra, governò per
altro in modo che gli oscuri privati, e le lontane province benedivano
la rigorosa giustizia del loro sovrano. Ma il successore di Andronico,
vano e geloso del potere supremo acquistato, mancava e del coraggio e
dell'ingegno che ad adoprarlo erano nccessarj: i vizj di costui funesti
divennero ai sudditi; inutili, se pur ne ebbe qualcuna, le sue virtù. I
Greci che alla costui negligenza tutte le calamità dello Stato
apponeano, gli negarono persino il merito de' vantaggi passeggieri, o
accidentali che durante il suo regno godettero. Sonnacchioso sul trono,
la sola voce del piacere lo ridestava, consagrando tutte le sue veglie a
turbe di commedianti e buffoni, ai quali ancora oggetto di sprezzo
rendeasi. Il lusso delle feste da esso ordinate e de' suoi edifizj,
superava ogni pompa di cui altra Corte avesse sfoggiato giammai; aveva
eunuchi e domestici fino al numero di ventimila, e il mantenimento della
mensa e della casa, meno di quattromila lire d'argento, ossia di quattro
milioni sterlini annuali non gli costava; a soddisfare le proprie voglie
non conoscea che una via; opprimere il popolo, che irritavano egualmente
e le vessazioni operate nel riscotere le pubbliche rendite, e l'uso che
di queste rendite si faceva alla Corte. Intantochè i Greci numeravano i
giorni della loro schiavitù, un Profeta che in guiderdone del suo
profetare ottenne da Isacco il Patriarcato, gli predisse, che durante un
regno felice di trentadue anni avrebbe esteso sino al monte Libano i
confini dell'impero, le sue conquiste oltre l'Eufrate. Ma il solo atto
ch'ei fece per verificare una simile predizione, fu quello di spedire
un'ambasceria scandalosa quanto superba a Saladino[25], chiedendogli la
restituzione del Santo Sepolcro, e proponendo una lega offensiva e
difensiva a questo nemico del nome cristiano. Fra le indegne mani
d'Isacco, e del fratello di lui, gli avanzi del greco Impero ebbero
l'ultimo crollo. L'isola di Cipro, il cui nome ridesta le idee di
dolcezza e di voluttà fu invasa da un Principe della dinastia de'
Comneni; e per un singolare accordo di circostanze, il valore di
Riccardo d'Inghilterra trasportò nella Casa di Lusignano questo reame,
compenso ben abbondante della perduta Gerusalemme.
[A. D. 1186]
La ribellione de' Valacchi e de' Bulgari, quanto di ignominia alla
monarchia, altrettanto di inquietudine portò alla capitale. Dopo la
vittoria di Basilio II, questi popoli si erano serbati sommessi ai
principi di Bisanzo, sommessione per vero dire che non recava ai
vassalli grande molestia; ma niuno avea mai fatta la pruova di ridurre
efficacemente sotto il giogo de' costumi e delle leggi quelle selvagge
tribù. Per ordine di Isacco l'Angelo, vennero private del solo modo di
sussistenza che avessero, delle loro greggie, che vennero adoperate alla
pompa delle nozze dell'Imperatore. Indi il rifiuto di pareggiarli nello
stipendio e nel grado agli altri soldati dell'Impero, gli animi di que'
guerrieri indocili affatto irritò. Pietro e Asan, due possenti Capi
della stirpe degli antichi Re[26], si eressero in difensori de' proprj
diritti e della pubblica libertà: i fanatici, che ad essi prestarono
l'uffizio di predicatori, bandirono alle genti che il glorioso S.
Demetrio loro avvocato, avea sempre abbandonate le parti de' Greci:
laonde la ribellione dalle sponde del Danubio ai monti della Tracia e
della Macedonia si dilatò. Dopo alcuni sforzi inutili per sedarli,
Isacco e il fratello d'Isacco riconobbero la loro independenza; perchè
fin sulle prime, le truppe imperiali si scoraggiarono alla vista dei
teschi e de' brani de' lor confratelli, lungo le gole del monte Emo
dispersi. Il valore e la politica di Giovanni o Giovannizio, fondarono
sopra salde basi il secondo regno de' Bulgari. Questo accorto Barbaro
spedì un'ambasciata ad Innocenzo III, riconoscendosi per nascita e
religione figlio di Roma[27], e supplicando umilmente il Pontefice a
concedergli la facoltà di battere moneta, il titolo di Re, e un
arcivescovo o Patriarca latino. Nel quale intento essendo egli riuscito,
il Vaticano riportò il trionfo di una nuova conquista, che fu la prima
origine dello scisma; poichè, se ai Greci fosse rimasta la loro
preminenza sulla Chiesa di Bulgaria, alle pretensioni della sovranità
avrebbero, senza dolersene, rinunziato.
[A. D. 1195-1203]
I Bulgari, odiando, come odiavano, l'Impero greco, doveano sopra ogni
cosa pregare il Cielo che durasse il regno d'Isacco l'Angelo, divenuto
il miglior mallevadore della loro prosperità o independenza. Nondimeno i
Capi de' Bulgari nella cecità del loro astio avevano egualmente a vile e
la nazione greca, e l'imperiale famiglia. «Non son nati in Grecia?
diceva Asan ai propri soldati. Il clima, l'animo, l'educazione sono
sempre i medesimi, e produrranno sempre i medesimi effetti. Vedete voi
in cima alla mia lancia queste lunghe banderuole che ondeggiano a grado
del vento; non differiscono che nel colore: composte di una seta stessa,
lavorate dalle stesse mani, quelle che sono tinte in color di porpora
non hanno maggior prezzo o valore dell'altre[28]». Il Regno di Isacco,
vide sorgere e cadere molti pretendenti all'Impero: un generale che avea
respinte le flotte dei Siciliani, dall'ingratitudine del Monarca venne
trascinato alla ribellione, indi alla propria rovina: sommosse e segrete
congiure, più d'una volta turbarono i sonni del principe voluttuoso. Per
più riprese salvato o dal caso, o dalla sollecitudine de' suoi
domestici, soggiacque finalmente alle trame d'un ambizioso fratello, che
per guadagnarsi il possedimento precario di un vacillante trono, i
sentimenti della fedeltà, della natura ed ogni riguardo d'affetto
dimenticò[29]. Intantochè Isacco si diportava pressochè solo cacciando
nelle ville della Tracia, Alessio, in mezzo al campo e fra gli applausi
di tutto l'esercito, vestì la porpora; scelta che la capitale e il clero
approvarono. Schifo per vanità del nome dei padri suoi, il nuovo Sovrano
assunse il più pomposo della famiglia real de' Comneni. Non mi restano
espressioni obbrobriose per contrassegnare Alessio dopo quelle che per
dipingere Isacco adoprai: unicamente aggiugnerò che l'indegno
usurpatore[30] durò otto anni sul trono, e ne dovette grazia ai meno
effeminati vizj della sua moglie Eufrosina. Solo al vedersi inseguito,
come un nemico, dalle infedeli sue guardie imperiali, del suo disastro
avvidesi Isacco: e corse fuggendo, all'aspetto de' suoi persecutori,
fino a Stagira in Macedonia, cammino di circa cinquanta miglia; ma
abbandonato a sè stesso e privo di soccorsi l'infelice Isacco, non potè
al suo destino sottrarsi. Arrestato, condotto a Costantinopoli, privato
degli occhi, e confinato in una solitaria torre, solo pane ed acqua ivi
furono il suo nudrimento. Nel tempo di tale catastrofe toccava soltanto
il dodicesimo anno Alessio figlio d'Isacco, che crescea nella speranza
di succedere al regno. La fanciullezza di lui trovò grazia presso il
tiranno, che lo serbò, e nella pace, e nella guerra, a decorare la pompa
del proprio corteggio. Essendo accampato in riva al mare l'esercito
greco, una nave italiana favorì la fuga del giovine principe, che, sotto
abito di marinaio, involatosi alle indagini de' nemici, passò
l'Ellesponto, nè tardò a trovarsi, immune da pericolo, sulle coste della
Sicilia. Dopo essersi indi condotto a salutare la dimora de' Santi
Appostoli e ad implorare la protezione di Papa Innocenzo III, cedè
Alessio agl'inviti della sua sorella, Irene moglie di Filippo di Svevia,
Re de' Romani. Ma attraversando l'Italia, intese come il fiore de'
cavalieri d'Occidente, nella città di Venezia assembrato, a veleggiare
alla Terra Santa accigneasi: onde gli nacque in cuore un raggio di
speranza, che l'armi invincibili de' Crociati tornassero il padre suo
sul trono che gli era stato rapito.
[A. D. 1198]
Dieci o dodici anni all'incirca dopo la perdita di Gerusalemme, i Nobili
della Francia vennero nuovamente alla guerra santa eccitati per la voce
di un terzo Profeta, meno stravagante di Piero l'Eremita, per vero dire,
ma che in politica ed eloquenza a S. Bernardo di gran lunga cedea. Un
prete ignorante nato ne' dintorni di Parigi, Folco di Neuilly[31]
abbandonò il servigio della sua parrocchia per sostenere la parte più
seducente di missionario ambulante e di predicatore del popolo: la fama
della sua santità e de' suoi miracoli si diffuse; veementemente
declamava contro i vizj del secolo, e i sermoni che per le pubbliche vie
di Parigi andava spacciando ebbero la fortuna di convertire ladri,
usurai, meretrici, e persino alcuni dottori e scolari dell'Università.
Appena Innocenzo III tenne la cattedra di San Pietro, bandì per
l'Italia, per l'Alemagna e per la Francia, la necessità, ossia il dovere
di una nuova Crociata[32]. L'eloquente Pontefice deplorava in patetico
stile la rovina di Gerusalemme, il trionfo dei Pagani, e l'obbrobrio
della Cristianità, liberalmente promettendo la remission de' peccati e
un'indulgenza plenaria a tutti coloro che presterebbero servigio alla
guerra di Palestina, o colla persona per un anno, o col ministerio di un
sostituto per due[33]. Fra i Legati, ed Oratori che intonarono la sacra
tromba, Folco di Neuilly ebbe la preminenza così per dimostrato zelo,
come per lo sfarzo de' buoni successi che ottenne. E certamente lo stato
in allora de' principali monarchi dell'Europa, tutt'altro che favorevole
ai voti del Santo Padre, si dimostrava; l'Imperatore Federico II,
tuttavia fanciullo, vedea dilacerati i suoi dominj dell'Alemagna dalle
discordie delle rivali Case di Svevia e Brunswik, e dalle fazioni
memorabili de' Guelfi e de' Ghibellini. Filippo Augusto di Francia aveva
il suo pericoloso voto adempiuto, nè troppo talentavagli di rinovarlo;
ma per altra parte, avido di lodi e di potenza questo monarca, assegnò
un fondo perpetuo al servigio militare di Terra Santa. Riccardo
d'Inghilterra, sazio di gloria, e acerbato dai disgustosi incidenti che
alla sua prima spedizione si univano, si prese la libertà di rispondere
con una facezia alle esortazioni di Folco di Neuilly, che, con egual
sicurezza, mandava i suoi rabbuffi ai popoli e ai Re. «Voi mi
consigliate, gli facea scrivere Plantageneto, di sciogliermi dalle mie
tre figlie, la superbia, l'avarizia e l'incontinenza. Ebbene! Per
metterle nelle mani di chi ne sappia far conto, consegno la mia superbia
ai Templarj, la mia avarizia ai frati di Citeaux, la mia incontinenza ai
Vescovi». Ciò non pertanto i grandi vassalli, e i Principi di secondo
ordine, alle voci del predicatore docilmente obbedirono. Il giovine
Tebaldo Conte di Sciampagna, in età di ventidue anni fu primo e de' più
zelanti a mettersi nella santa impresa; che, a ciò il confortavano gli
esempj del padre e del fratel primogenito, quegli stato condottiere
della seconda Crociata, questi morto in Palestina col titolo di Re di
Gerusalemme. Duemila dugento cavalieri doveano omaggio e servigio
militare al Conte di Sciampagna[34], e la Nobiltà di questo paese per
maestria nell'armi di altissima fama godea[35]. Oltrechè, Tebaldo,
divenuto sposo della erede della Casa di Navarra, poteva aggiugnere alle
sue truppe una coraggiosa banda di Guasconi tolti da entrambi i lati de'
Pirenei. Gli fu compagno d'armi, Luigi, conte di Blois e di Chartres,
venuto, come egli, di sangue reale; perchè questi due Principi erano,
l'uno e l'altro, nipote e del francese, e dell'inglese Monarca. Nella
moltitudine de' Baroni e Prelati che il fervore de' due Conti imitarono,
vogliono essere distinti Mattia di Montmorenci, chiaro per natali e per
merito, il famoso Simone di Montfort, flagello degli Albigesi, il
valente Goffredo di Villehardouin[36], maresciallo di Sciampagna[37],
che si è degnato scrivere nell'idioma[38] barbaro del suo secolo e del
suo paese[39] la narrazione de' consigli, e delle spedizioni, nelle
quali egli medesimo una delle primarie parti sostenne. Nel medesimo
tempo, Baldovino, conte di Fiandra, che avea sposata la sorella di
Tebaldo, prese la croce a Bruges non meno del proprio fratello Enrico, e
dei principali cavalieri e cittadini di questa ricca ed industriosa
provincia[40]. I Capi pronunziarono solennemente il lor voto nella
Chiesa, e lo ratificarono ne' tornei. Dopo che in parecchie assemblee
generali fu discusso intorno ai modi di accignersi alla grande impresa,
venne risoluto che, per liberare la Palestina, si dovea portar la guerra
in Egitto, paese che, dopo la morte di Saladino, la fame e le civili
guerre straziavano. Ma la ria ventura che aveano incontrata tanti
eserciti, condotti dai Sovrani in persona, mostravano pericolosissima
cosa l'imprendere per terra una sì lunga spedizione: e benchè i
Fiamminghi abitassero le coste dell'Oceano, i Baroni francesi mancavano
di navilio, nè avevano inoltre sull'arte del navigare nozioni di sorte
alcuna. In tal frangente, i Crociati saggiamente nominarono sei deputati
o rappresentanti, nel novero de' quali il Villehardouin si trovò, con
pieno potere di negoziare pel vantaggio della Confederazione, e di
regolare tutte le fazioni di questa impresa. Non essendovi che gli Stati
marittimi dell'Italia, atti a fornire quanto facea di mestieri per
trasportare i pellegrini, le armi loro e i cavalli, i sei deputati
cercarono Venezia, onde far valere e la divozione, e l'interesse allo
scopo di ritrar soccorsi da quella possente repubblica.
[A. D. 697-1200]
Nel narrare l'invasione fatta da Attila nell'Italia, non tacqui[41],
come i Veneziani fuggiti dalle città distrutte del Continente, si
fossero cercato uno oscuro asilo nella catena d'isolette che l'estremità
dell'Adriatico golfo fiancheggiano. Circondati per ogni lato dal mare,
liberi, indigenti, laboriosi, e padroni d'una inaccessibil dimora, a
mano a mano in repubblica si congregarono. Le prime fondamenta di
Venezia accolse l'isola di Rialto, e venne, in vece della elezione
annuale di dodici tribuni, l'uffizio di un Duca o Doge perpetuo, che
durava quanto la vita di chi lo assumea. Collocati fra due imperi, i
Veneziani vanno fastosi della fama di aver sempre mantenuta la primitiva
loro independenza[42], e sostenuta coll'armi la lor libertà, dai Latini
posta in pericolo, fama che, con testimonianze commesse allo scritto,
potrebbero di leggieri giustificare. Il medesimo Carlomagno abbandonò
tutte le sue pretensioni sulle isole del golfo Adriatico; Pipino, figlio
di lui, ebbe mal successo in volendo superare le lagune di Venezia,
troppo profonde, perchè la sua cavalleria potesse varcarle, ma non a
bastanza per offerire alle sue navi ricetto; e sotto il successivo regno
di tutti gli alemanni Imperatori, le terre della Repubblica veneta da
ogn'altro paese italiano sonosi contraddistinte. Ma quegli abitanti
imbevuti eransi dell'opinione generale dell'estranie nazioni, e de'
Greci loro sovrani, i quali siccome parte non alienabile dell'Impero
d'Oriente li riguardavano[43]. Il nono e il decimo secolo somministrano
prove e molte, e saldissime di tale dipendenza. Laonde i vani titoli e i
servili onori della Corte di Bisanzo, cotanto ambiti dai loro Dogi,
avrebbero invilite le magistrature di questo popolo libero, se
l'ambizione de' cittadini, e la debolezza di Costantinopoli non avessero
per insensibili gradi sciolte le catene di questa dependenza medesima,
che poi non era nè severissima, nè di soverchio assoluta. Convertiti
l'obbedienza in rispetto, i privilegi in prerogative, la libertà del
Governo politico quella del Governo civile affrancò. Le città marittime
dell'Istria e della Dalmazia obbedivano ai sovrani dell'Adriatico; e
quando questi armarono per Alessio contra i Normanni, l'Imperatore greco
non riguardò i soccorsi de' medesimi, qual tributo che il Sovrano può
aspettarsi dai sudditi, ma beneficenza di grati e fedeli confederati li
reputò. Retaggio fu di questo popolo il mare[44]. Certamente i Genovesi
e i Pisani, rivali de' Veneti, teneano la parte occidentale del
Mediterraneo, dalla Toscana a Gibilterra; ma avendo Venezia ottenuta di
buon'ora una grossa parte nel commercio vantaggiosissimo della Grecia e
dell'Egitto, le ricchezze di essa, a proporzione delle inchieste degli
Europei, si aumentarono; le sue manifatture di cristalli e di seta,
fors'anche l'instituzione della sua Banca ad una antichità la più rimota
risalgono, e i frutti della comune industria nella magnificenza della
Repubblica e de' privati ammiravansi. Facea mestieri di mantenere
l'onore della veneta bandiera, di vendicare ingiurie a questa inferite,
o proteggerne la marittima libertà? La Repubblica potea in brevissimo
tempo lanciar nell'acque, allestire una flotta di cento galee, ch'essa
adoperò a mano a mano contra i Greci, contra i Saracini, contra i
Normanni, o in soccorso, che grande fu, de' Francesi nelle loro
spedizioni alle coste della Sorìa. Ma questa solerzia de' Veneziani, nè
cieca, nè disinteressata mostravasi. Dopo la conquista di Tiro,
parteciparono al dominio sovrano di questa città, primo ricettacolo del
commercio di tutto il Globo; e già scorgeansi nella politica del veneto
Governo tutta l'avarizia di un popolo trafficante, e tutta l'audacia di
una potenza marittima. Ma non fu mai che il consiglio l'ambizione non ne
regolasse; e dimenticò rare volte, che, se la copia delle sue galee
armate era conseguenza e salvaguardia di sua grandezza, il suo navilio
mercantile le avea dato origine e la sostenea. Evitato lo scisma de'
Greci, non quindi Venezia un'obbedienza servile al Pontefice di Roma
prestò; e l'abito di corrispondere cogl'Infedeli di tutti i climi, le fu
schermo di buon'ora contra gl'influssi della superstizione. Il Governo
primitivo di Venezia presentava una mescolanza informe di democrazia e
di monarchia; pei suffragi di una generale assemblea eleggevasi il Doge;
e questi, sinchè piaceva al popolo la sua amministrazione, regnava con
fasto e con autorità ad un sovrano addicevoli; ma negli spessi
cambiamenti politici occorsi, cotesti maestrati vennero e rimossi, e
confinati in esilio, e talvolta anche morti per opera di una moltitudine
sempre violenta, spesse volte ingiusta. Col secolo dodicesimo solamente
incominciò quell'abile e vigilante aristocrazia, per le cui conseguenze
ai dì nostri il Doge non è più che un fantasma, il popolo un nulla[45].
[A. D. 1201]
Appena giunti a Venezia i sei ambasciatori francesi, vennero nel palagio
di S. Marco amichevolmente accolti dal Doge Enrico Dandolo, che,
pervenuto all'ultimo periodo dell'umana vita, fra gli uomini più chiari
del suo secolo risplendea[46]. Aggravato dagli anni, e divenuto
cieco[47], il Dandolo conservava tutto il vigore del suo coraggio e del
suo intendimento, il fervor d'un eroe bramoso di segnalare per qualche
memorabile impresa l'epoca del suo regno, la saggezza di un cittadino
infiammato dall'ardore di fondare la propria fama sulla gloria e la
possanza della sua patria. Il valore e la fiducia de' Baroni francesi e
de' lor deputati, ottennero da lui approvazione ed encomj: «S'io non
fossi che un privato, rispondea loro, nel sostenere una sì bella causa,
e in compagnia di tali campioni, bramerei terminare il corso della mia
vita.» Ma nella sua qualità di magistrato di una Repubblica, li chiese
di qualche indugio per consigliarsi in una bisogna di tanta importanza
co' suoi colleghi. La proposta de' Francesi venne primieramente discussa
nel consesso de' sei Savj nominati di recente per vegliare
all'amministrazione del Doge; indi portata ai quaranta Membri del
Consiglio di Stato, poi comunicata all'Assemblea legislativa, composta
di quattrocentocinquanta Membri, eletti ciascun anno ne' sei rioni della
città. E in pace, e in guerra, il Doge era sempre il Capo della
Repubblica; ma il credito personale goduto dal Dandolo, di maggior peso
l'autorità legale rendevane. Si ventilarono ed approvarono le ragioni da
esso addotte per favorire la confederazione; indi gli fu conferita
l'autorità di far note agli ambasciatori le condizioni del Trattato che
si volea stipulare[48]. Giusta le medesime, i Crociati, verso la festa
di S. Giovanni, del successivo anno sarebbersi adunati a Venezia, ove
avrebbero trovato barche piatte per contenere quattromila cinquecento
cavalli e novemila scudieri, e navi sufficienti per trasportare
quattromila cinquecento uomini a cavallo e ventimila fantaccini. I
Veneziani doveano inoltre per nove mesi mantenere di tutte le necessarie
vettovaglie la flotta, e condurle ovunque il servigio di Dio o della
Sovranità il richiedesse, scortandole inoltre con cinquanta galee
armate, e veleggianti colla bandiera della Repubblica. In corrispondenza
di tal carico che si assumeano i Veneziani, i pellegrini, prima del
partire, doveano sborsare ottantacinquemila marchi d'argento; e quanto
alle conquiste, sarebbersi in parti eguali divise fra i confederati.
Patti per vero alquanto aspri; ma la circostanza incalzava, e i Baroni
francesi non sapeano risparmiare nè il proprio sangue, nè le proprie
ricchezze. Fu tosto convocata un'assemblea generale per ratificare il
Trattato, e diecimila cittadini empieano la grande cappella e la piazza
di S. Marco. I Nobili francesi vidersi per la prima volta alla necessità
d'inchinare la maestà del popolo. «Illustri Veneziani, dicea il
maresciallo di Sciampagna, veniam deputati da' più grandi e più possenti
Baroni della Francia, per supplicare i Sovrani del mare a soccorrerci
nel liberare Gerusalemme. Questi nostri commettenti ci raccomandarono
prostrarci dinanzi a voi, nè ci rialzeremo, se prima non ne promettete
di vendicare con noi gli affronti fatti al Redentore del Mondo». Tali
parole accompagnate dal pianto[49], l'atteggiamento supplichevole, e in
un l'aspetto guerriero di coloro che le proferivano, eccitarono tal
grido universale di applauso, il cui rumore, dice Goffredo, a quel del
tremuoto rassomigliavasi. Il venerabile Doge salì il suo tribunale, ove
aringando favore dei supplicanti, spiegò quali siano i soli motivi
onorevoli e virtuosi che l'adunanza di tutto un popolo possono
giustificare. Copiatosi in pergamena il Trattato, munito di suggelli,
confermato da giuramenti, scambievolmente accettato con lagrime di gioia
dai rappresentanti delle due nazioni, venne tosto inviato a Roma per
ottenerne da Papa Innocenzo III l'approvazione. I mercatanti
somministrarono duemila marchi per le prime spese dell'armamento; e
intantochè due de' sei Deputati le Alpi rivalicavano per annunziare alla
lor gente il buon successo delle negoziate cose, gli altri quattro si
condussero, ma indarno a Genova e a Pisa, per indurre queste due
Repubbliche a prendere parte nella Santa Lega.
[A. D. 1202]
Indugi ed ostacoli non preveduti tardarono l'adempimento di questo
Trattato. Di ritorno a Troyes, il Maresciallo venne affettuosamente
accolto, e per le operate cose lodato da Teobaldo, conte di Sciampagna,
generale che ad unanime voto i pellegrini eransi scelto; ma la salute di
questo giovine valoroso incominciando a vacillare, non andò guari che
ogni speranza di salvarlo mancò. Deplorando il destino che lo dannava a
perire immaturo, non in mezzo al campo della battaglia, ma sopra un
letto d'angoscia, distribuì morendo i proprj tesori a' suoi prodi e
numerosi vassalli, dopo averli indotti a giurare alla sua presenza che
il voto di lui e di loro medesimi avrebber compiuto. Ma, prosegue il
Maresciallo, non tutti quelli che accettarono i donativi la lor parola
mantennero; i più risoluti campioni della Croce a Soissons si
assembrarono per la scelta di un nuovo generale, e fosse incapacità,
gelosia, o contraggenio, non trovarono alcuno tra i Principi francesi
fornito delle prerogative d'animo necessarie a condurre sì fatta
spedizione, e nemmeno del desiderio di questo comando. Laonde i voti si
unirono a favore di uno straniero, di Bonifazio, marchese di Monferrato,
rampollo di una stirpe d'eroi, e conosciuto egli medesimo per meriti
politici e militari[50]. Nè la pietà, nè la sua ambizione, gli
consigliavano ricusar l'offerta di comando fattagli dai Baroni francesi:
per lo che, dopo avere trascorsi alcuni giorni alla Corte di Francia,
ove trovò accoglienza ad un amico e ad un parente dovuta, accettò
solennemente nella chiesa di Soissons la croce di pellegrino, e il
bastone di generale, ripassando indi l'Alpi per prepararsi a questa
impresa di lunga durata. All'avvicinarsi della Pentecoste, Bonifazio,
dispiegato il proprio stendardo, prese la volta di Venezia a capo de'
suoi Italiani; colà il precedettero, o seguirono i Conti di Fiandra e di
Blois, ed alcuni più illustri Baroni di Francia, ai quali si aggiunse un
numeroso corpo di pellegrini alemanni, tutti compresi dagli stessi
motivi che i primi animavano[51]. Non solamente aveano compiuti, ma
oltrepassati i loro obblighi, i Veneziani: costrutte scuderie pe'
cavalli, baracche pe' soldati; magazzini abbondantemente forniti di
foraggi e di vettovaglie: i legni da trasporto, le navi e le galee, non
aspettavano per salpare che il pagamento della somma stipulata nel
Trattato per le spese di allestire la flotta. Ma tal somma era più forte
assai delle ricchezze insieme unite di tutti i pellegrini in Venezia
adunati. I Fiamminghi, che un'obbedienza volontaria e precaria al loro
Conte prestavano, aveano impresa sui proprj navigli la lunga navigazione
dell'Oceano e del Mediterraneo, e molta mano di Francesi e d'Italiani
preferito valersi per questa traversata dei modi meno dispendiosi e più
agiati che vennero offerti loro dai Marsigliesi e dai Pugliesi. I
pellegrini trasferitisi a Venezia avrebbero potuto dolersi in veggendo
che, dopo avere scontata la loro contribuzione personale, venivano
tenuti mallevadori pei compagni lontani; pur tutti i Capi di buon grado
le proprie suppellettili di oro e d'argento nel tesoro di S. Marco
deposero; ma un sì generoso sagrifizio non era ancora bastante, e ad
onta di tanti sforzi a compiere la pattuita somma trentaquattromila
marchi ancora mancavano.
La politica e l'amor patrio del Doge tolsero di mezzo l'ostacolo. Ei
fece ai Baroni il partito di unirsi ai suoi concittadini per ridurre
alcune città ribellanti della Dalmazia; al qual patto promise condursi
in persona a combattere sulle coste della Palestina, e ottenere inoltre
dalla Repubblica che, quanto al rimanente debito de' Crociati,
aspettasse ad ottenerne il pagamento l'istante, in cui qualche ricca
conquista ne porgesse ai medesimi i modi. Non poco titubarono, mossi
anche da riguardi di coscienza, i Francesi; ma anzichè rinunziare
all'impresa, finalmente a questo partito si accomodarono. I primi atti
ostili della flotta, furono contro Zara[52], città forte sulle coste
della Schiavonia, che sottrattasi ai Veneziani, sotto la protezione del
Re ungarese erasi posta[53]. Rotta la catena, o sbarra che il porto ne
difendeva, sbarcati i loro cavalli, le loro truppe, le loro macchine da
guerra, costrinsero nel quinto giorno la città ad arrendersi a
discrezione. Gli abitanti ebbero salve la vite, ma per punirli d'aver
ribellato, vennero saccheggiate le loro case, spianate le mura della
città. Innoltrata essendo la stagione, i confederati risolvettero
scegliere un porto sicuro in fertile paese, per ivi trascorrere il verno
tranquillamente: ma ne turbaron la quiete le nimistà di nazione surte
fra i soldati e i marinai, e le frequenti lotte che da queste nimistà
conseguivano. La conquista di Zara era stata origine di discordie e di
scandali. Spiacea che la prima fazione de' confederati, non di sangue
infedele, ma del sangue medesimo de' Cristiani, avesse lordate le loro
armi; lo stesso Re di Ungheria e i suoi nuovi sudditi fra i campioni
della Croce si noveravano; il timore o la incostanza aumentava gli
scrupoli de' devoti. Il Pontefice avea scomunicati diversi spergiuri
Crociati che saccheggiavano e trucidavano i lor fratelli[54]: anatema
che risparmiò solamente il Marchese Bonifazio e Simone di Montfort, l'un
d'essi, perchè non si era trovato all'assedio, l'altro pel merito di
avere abbandonata del tutto la lega. Innocenzo avrebbe perdonato di buon
grado ai semplici e docili penitenti francesi, ma a maggiore sdegno lo
concitava l'ostinata ragione de' Veneziani, che ricusando di confessare
le loro colpe, non sapean che farsi di perdono, nè voleano, quanto alle
bisogne lor temporali, l'autorità d'un prete conoscere.
L'unione di una flotta e di un esercito sì poderoso, le speranze del
giovine Alessio avea rianimate[55]. Così a Venezia come a Zara, non
risparmiò vivissime istanze ai Crociati, perchè il riconducessero in
patria, e la liberazione del suo genitore operassero[56]. Le
raccomandazioni di Filippo, Re di Alemagna, la presenza e le preghiere
del giovine Greco a pietà mossero i pellegrini; e il marchese di
Monferrato, e il Doge di Venezia, la causa ne assunsero e perorarono. Un
doppio parentado e la dignità di Cesare aveano colla famiglia imperiale
congiunti i due fratelli primogeniti di Bonifazio[57], che sperava
acquistarsi, per l'importanza di un tanto servigio prestato, un reame.
Più generosa l'ambizione del Dandolo, inspiravagli ardente desiderio di
assicurare al suo paese gl'immensi vantaggi che una tale impresa al
commercio veneto promettea[58]. La prevalenza di questi due personaggi
ottenne buona accoglienza agli ambasciatori d'Alessio; e se per una
parte, la vastità delle offerte fattesi da questo giovane, era tale da
mettere in qualche diffidenza, per l'altra i motivi da esso addotti, e i
vantaggi ai quali per sè stesso agognava, poterono giustificare
l'indugio posto alla liberazione di Gerusalemme, e all'uso delle forze
che a tal fine esser doveano serbate. Promise pertanto Alessio per sè e
pel padre suo, che appena ricuperato il trono di Costantinopoli, al
lungo scisma de' Greci porrebbero termine, sottomettendosi eglino e i
loro sudditi, alla supremazia della Chiesa romana. Si obbligò
ricompensare le fatiche e i servigi de' Crociati coll'immediato sborso
di dugentomila marchi d'argento; seguire i pellegrini in Egitto; o, se
più espediente fossesi giudicato, mantenere durante un anno diecimila
soldati, e finchè vivea, cinquecento uomini a cavallo pel servigio di
Terra Santa. Patti così seducenti vennero dalla Repubblica di Venezia
accettati, e l'eloquenza del Doge e del Marchese indusse i Conti di
Blois, di Fiandra, di S. Paolo, ed altri otto Baroni a prender parte in
una impresa tanto gloriosa. Co' soliti giuramenti un Trattato di lega
offensiva e difensiva si confermò: ciascuno individuo, giusta lo stato
suo, o la sua indole, fu adescato da motivi di generale interesse, o da
quelli del proprio; dall'onore di restituire ad un Sovrano il trono
perduto, o dall'opinione assai fondata che tutti gli sforzi de' Crociati
per liberare la Palestina sarebbero vani, ogni qualvolta la conquista di
Costantinopoli, non precedesse e agevolasse quella di Gerusalemme. Ma i
ridetti Capi comandavano una truppa di guerrieri liberi e di volontarj,
alcuni di questi loro eguali, che ragionavano, e talvolta a proprio
talento operavano. Benchè una grande maggiorità per la nuova lega si
fosse chiarita, non immeritevoli di considerazione erano il numero e gli
argomenti di coloro che la ributtavano[59]. Anche gli animi i più
intrepidi abbrividivano al racconto udito delle forze navali di
Costantinopoli, e delle inaccessibili fortificazioni di questa città.
Pure non allegavano in pubblico i lor timori, e forse a sè stessi
palliandoli, più decorose obbiezioni, dedotte dal dovere e dalla
Religione, mettevano in campo. Citavano i dissidenti la santità del voto
che, unicamente per far libero il Santo Sepolcro, dalle lor famiglie e
case aveali allontanati; non essere lor pensamento che motivi oscuri ed
incerti di umana politica dovessero distoglierli da una santa impresa,
l'evento della quale nelle mani della Providenza si stava: le censure
pontificie e i rimproveri di lor coscienza averli assai severamente
puniti per la conquista di Zara, prima colpa che si rimprocciavano; non
volere aggiugnerne una seconda col lordare in avvenire le proprie armi
nel sangue cristiano: sullo Scisma dei Greci aver già l'Appostolo di
Roma pronunziata sentenza; non appartenerne ad essi la punizione; nè
tampoco il farsi vendicatori degl'incerti diritti dei Principi di
Bisanzo. Mossi da sì fatti principj, o pretesti, una gran parte di
pellegrini, per valore e pietà i più rinomati, abbandonarono il campo;
eppure nocquero meno all'impresa, che non quella fazione di mal contenti
che rimanendo, cercarono tutte le occasioni di spargere nell'esercito la
discordia, e con opposizioni, or manifeste, or segrete, il buon esito
dell'armi impacciarono.
[A. D. 1203]
Tale diffalta non fece che i Veneziani affrettassero meno gli apparecchi
della partenza, e forse, sotto apparenza di generosa sollecitudine
inspirata loro dal giovine Alessio, celavano il risentimento che contra
la nazioni di lui e la famiglia nudrivano. Oltrechè, la cupidigia loro
sentivasi offesa dalla preferenza che di recente i Greci aveano data
alla rivale Repubblica di Pisa; non dimenticavano antichi e tremendi
conti rimasti addietro tra essi e la Corte di Costantinopoli; fors'anche
il Dandolo non si dava, per lo meno, cura di dismentire la popolare
credenza che accusava l'Imperator Manuele, di avere violati nella
persona del veneto Doge i diritti delle nazioni e della umanità,
privandolo della facoltà della vista, nel tempo che il grado di
Ambasciatore la persona di lui rendea sacra. Da parecchi anni le onde
adriatiche d'un sì straordinario armamento non si ricordavano;
centoventi barche piatte, o -palandre- per li cavalli; dugentoquaranta
vascelli carichi di soldati e d'armi, settanta di vettovaglie, protetti
da cinquanta galee ben munite, e pronte alla pugna, tal si era lo stato
di una sì formidabile flotta[60]. Propizio il vento, tranquillo il mare,
sereno il cielo mostravansi, e gli occhi d'ognuno con ammirazione a
questa scena guerriera e splendentissima stavano intenti. Gli scudi de'
cavalieri e degli scudieri, giovando parimente ad ornamento e a difesa,
vedeansi ad entrambe le sponde delle navi in bell'ordine collocati; e le
varie bandiere delle nazioni e delle famiglie, che sventolavano a prora,
uno spettacolo magnifico e decoroso offerivano. Le catapulte e le
macchine atte a lanciar sassi e a conquassare muraglie, allor l'ufizio
dell'artiglieria de' nostri giorni prestavano. Una musica militare
raddolciva i travagli e le noie della navigazione, intantochè que'
guerrieri affidati alla persuasione che quarantamila eroi cristiani
erano bastanti a conquistar l'Universo, scambievolmente
s'incoraggiavano[61]. Per l'abilità e l'esperienza de' veneti piloti,
giunta con prospero viaggio da Venezia a Zara la flotta cristiana, da
quest'ultimo lido a Durazzo, situato sul territorio greco, immune da
avversi casi pervenne. L'isola di Corfù le offerse reficiamenti e
riparo. Superato con fausta navigazione il pericoloso capo Maleo,
estremità australe della Morea, i confederati approdarono alle isole di
Negroponte e di Andros[62], gettando le áncore dinanzi ad Abido, riva
asiatica dell'Ellesponto. Nè difficili, o sanguinosi furono i preludj
della conquista. Privi di zelo patrio e di coraggio gli abitanti delle
greche province, nè solamente a resister pensarono. E per vero dire la
presenza del legittimo erede del trono potea questa loro docilità render
lodevole, e n'ebbero di fatto il compenso nella moderazione e nella
severa disciplina che gli occupatori mantennero. Nell'attraversare
l'Ellesponto questa flotta trovandosi entro canale angustissimo
rinserrata, il numero delle vele la superficie dell'acqua oscurò.
Postesi alla giusta distanza le navi in mezzo al vasto specchio della
Propontide, per queste quete onde solcarono fino agli scali della costa
europea, fermando l'áncore verso l'abbazia di S. Stefano, tre leghe
circa a ponente di Costantinopoli. Il Doge consigliò saggiamente i
Crociati a non isbandarsi sopra quella costa popolosa e nemica. Poi
accostandosi al termine le lor vettovaglie, e giunta la stagion delle
messi, deliberarono rinnovellarle nelle fertili isole della Propontide;
e a tal meta i confederati il loro corso indirissero. Ma un colpo di
vento, e l'impazienza de' naviganti, li spinsero verso levante, in tanta
vicinanza della spiaggia e della città, che quelli dei baluardi e quelli
dele navi con gittate di sassi e dardi scambievolmente si salutarono. In
questo passaggio, l'armata contemplò con ammirazione la capitale
dell'Oriente che ergendosi sulla cima de' sette suoi colli, e dominando
i continenti dell'Asia e dell'Europa, piuttosto la capitale sembrava
dell'Universo. Indorate le cupole de' palagi e delle Chiese dai raggi
del Sole, questi erano ripercossi dalla superficie dell'acque. Il
brulichio dei soldati e degli abitanti affoltatisi sulle mura sorprese
gli sguardi de' naviganti spettatori che la codardia di quella gente
ignoravano; onde un subitaneo terrore invase i petti d'ogni Crociato in
pensando che a memoria d'uomini una tanto pericolosa impresa da una sì
picciola mano di combattenti non erasi mai tentata. Ma il momentaneo
scoraggiamento dissiparono la speranza e la consuetudine del valore; per
lo che «ciascuno, narra il Maresciallo della Sciampagna, fisò il guardo
alla spada, o alla lancia, di cui fra poco avrebbe fatto un uso tanto
glorioso[63]». Innanzi al sobborgo di Calcedonia i Latini il navilio
fermarono. Rimasti soli entro le navi i marinai, e sbarcati senza
ostacolo i soldati e l'armi, il saccheggio di un palagio imperiale,
offerse anticipate ai Baroni le delizie del buon successo cui
aspiravano. Nel terzo giorno, la flotta e l'esercito si volsero a
Scutari, sobborgo asiatico di Costantinopoli. Sorpreso e messo in fuga
da ottanta cavalieri un corpo di cinquecento uomini di cavalleria greca,
una pausa di nove giorni bastò a provvedere lautamente il campo e di
foraggi e di ogni genere di vettovaglie.
Parrà forse cosa straordinaria che, imprendendo io a narrare l'invasione
di un grande Impero, non abbia fatta menzione degli ostacoli che al buon
successo de' conquistatori oppor si poteano. Perchè, comunque i Greci
difettasero di valore, erano ricchi ed industriosi, e obbedivano ad un
assoluto Monarca. Ma avrebbe fatto mestieri che a questo Monarca non
fossero mancati, l'antiveggenza, finchè i nemici erano lontani, il
coraggio, poichè gli ebbe alle coste dei suoi dominj. Avendo dimostrato
di accogliere in atto di scherno le prime notizie venutegli intorno alla
lega del proprio nipote co' Francesi e coi Veneziani, i cortigiani di
lui gli persuasero essere verace questo scherno e figlio del suo
coraggio. Non passava sera che al finir della mensa costui -non mettesse
per tre volte in rotta i Barbari dell'Occidente-. Questi -Barbari- in
vece non disprezzavano, e ben a ragione, le forze navali de' Greci:
perchè i mille seicento navigli pescherecci di Costantinopoli[64]
avrebbero somministrati quanti marinai bastavano ad allestire una flotta
capace di sommergere le galee venete, o certamente di chiudere ad esse
l'ingresso dell'Ellesponto. Ma qual valevole difesa non diviene
impotente per la trascuratezza d'un Sovrano, per la corruttela de' suoi
Ministri? Il Gran Duca, o Ammiraglio, facea un traffico scandaloso, e
quasi pubblico, delle vele, degli alberi da nave, de' cordami. Le reali
foreste servivano soltanto alla caccia del Principe, il che aveasi per
bisogno ben più rilevante; e gli eunuchi, al dir di Niceta, stavano di
sentinella agli alberi, come se queste piante ad un culto religioso
fossero consacrate. L'assedio di Zara, il rapido avvicinar de' Latini
destarono finalmente Alessio dagli orgogliosi suoi sogni; ma quando la
sciagura gli parve reale, inevitabile la credè parimente. La presunzione
disparve, e all'abietta codardia, e alla disperazione die' luogo. Questi
spregevoli -Barbari- accamparono impunemente a veggente della reggia di
chi li scherniva; e il tremebondo Monarca non seppe che ricorrere ad
un'ambasceria, il cui fasto, e minaccevole contegno, non velò agli occhi
de' Francesi la costernazione prodotta dal loro arrivo. Gli Ambasciatori
chiesero a nome di Cesare con quali mire i Latini avessero posto campo
sotto le mura imperiali; se a ciò sinceramente gli avea mossi la brama
di compiere il loro voto e far libera Gerusalemme, applaudire Alessio ai
lor pietosi disegni, ed essere pronto a secondarli co' proprj tesori; ma
se avessero ardito penetrare nel santuario dell'Impero, rendersi ad essi
noto, che il loro numero, fosse stato anche dieci volte maggiore, dal
giusto sdegno dell'Imperatore campar non poteali. Semplice e nobile si
fu la risposta del Doge veneto e de' Baroni, «L'obbligo che ci siamo
assunti, è difendere la causa della giustizia e dell'onore; disprezziamo
l'usurpatore della Grecia, le sue offerte, le sue minacce. Noi dobbiamo
amicizia, egli obbedienza, all'erede legittimo di Bisanzo, al giovine
Principe che sta in mezzo di noi, e al padre di esso, l'Imperatore
Isacco, a cui un fratello ingrato ha tolti il trono, la libertà, e
persino il godimento di vedere la luce. Questo colpevole fratello
confessi il suo delitto, implori la clemenza dell'uomo cui fece mortali
offese; noi intercederemo, onde gli sia permesso di vivere nella pace e
nell'abbondanza. Ma riguarderemo siccome insulto commesso contro di noi
una seconda ambasceria, alla quale il ferro e il fuoco portati di nostra
mano nel palagio di Costantinopoli, sarebbero la sola nostra
risposta[65].»
Dieci giorni dopo giunti a Scutari i Crociati, e come soldati, e come
Cattolici, al passaggio del Bosforo si prepararono. Pericolosa impresa!
Largo e rapido è questo canale; in tempo di bonaccia, la corrente
dell'Eussino, potea portare in mezzo alla flotta, quel fuoco formidabile
che si conosce sotto nome di fuoco greco; settantamila uomini schierati
in battaglia stavano difendendo l'opposta riva. In sì memorabile
giornata, che volle il caso contraddistinta da cheto aere e da cielo
sereno, i Latini in sei spartimenti distribuirono il loro ordine di
battaglia. Al primo, ossia all'antiguardo comandava il Conte di Fiandra,
uno fra' Principi cristiani de' più poderosi, e temuto pel numero e per
l'abilità de' suoi balestrai; il fratello di lui Enrico, i Conti di S.
Paolo e di Blois, Mattia di Montmorency guidavano i quattro altri corpi
alla pugna; e sotto il commando del Montmorency marciavano volontarj il
Maresciallo e i Nobili della Sciampagna. Al Marchese di Monferrato,
condottiero degli Alemanni e de' Lombardi, obbediva il sesto spartimento
militare, retroguardo e corpo di riserva di tutto l'esercito. I cavalli
di battaglia, sellati, e coperti delle lor gualdrappe che sino a terra
scendevano, nelle barche piatte vennero collocati[66]. Dietro il proprio
cavallo teneasi in piedi ciascun cavaliere, nascosto il capo nell'elmo,
brandendo la lancia, armato di tutto punto. I sergenti e gli arcieri si
posero entro i legni da trasporto, ognun de' quali era rimorchiato da
una ben armata ed agile galea; laonde tutti questi sei spartimenti,
senza incontrare nemici, nè ostacoli, il Bosforo attraversarono. Ciascun
corpo, ciascun soldato non faceva altro voto che di essere il primo a
sbarcare, altra deliberazione che di vincere o di morire. I cavalieri,
gelosi d'affrontar essi i rischi più grandi, appena il poterono, si
lanciarono armati nel mare, e coll'acqua che il loro fianco radea
raggiunsero il lido. I sergenti[67] e gli arcieri il loro esempio
seguirono, gli scudieri, abbassati i ponti delle -palandre-, posero a
terra i cavalli. I Cavalieri in arcione aveano appena incominciato ad
ordinare gli squadroni e a mettersi colle lance in resta, quando i
settantamila Greci che stavano ad essi a fronte, sparirono. Alessio
diede l'esempio di questo scoraggiamento ai soldati non lasciando altro
segnale di essersi trovato in quel campo, che una ricca tenda, dal cui
spoglio soltanto i Latini compresero che contro un Imperatore avean
combattuto. Fu risoluto giovarsi del primo terrore che comprese i nemici
per forzare con doppio impeto l'ingresso del porto. Di fatto i Francesi
presero d'assalto la torre di Galata[68]; intanto che i Veneziani si
assumeano il più arduo cimento di rompere la sbarra, ossia catena tesa
da questa torre alla riva bisantina. I primi sforzi a ciò parvero
inutili, ma l'intrepida loro perseveranza la vinse: venti legni da
guerra, quanto rimanea della greca marineria, vennero presi o mandati a
fondo. Gli speroni delle galee[69], o il loro peso, troncarono,
infransero gli enormi anelli di quella catena; per lo che la flotta
veneta vittoriosa, e senza scomporsi, gettò l'áncora nel porto di
Costantinopoli. Tai furono i primi fatti, per cui i Latini con ventimila
uomini che tuttavia ad essi avanzavano, si procacciarono i modi di
avvicinarsi, per assediarla, ad una città che racchiudeva
quattrocentomila uomini[70], cui solamente qualche coraggio per
difenderla avrebbe bastato. Un tale calcolo per vero dire suppone che la
popolazione di Costantinopoli, sommasse in circa a due milioni
d'abitanti; ma ammettendo ancora che il numero de' Greci in armi non
fosse sì sterminato, gli è certo che i Francesi il credeano, e tale
persuasione fa evidente prova di lor magnanima intrepidezza.
Sul modo dell'assalto, i Francesi e i Veneziani diversi furono
d'opinione, preferendo ognun d'essi quel genere di battaglia in cui avea
maggiore esperienza. I Veneziani, nè a torto, sostenevano essere
Costantinopoli più accessibile dal lato del mare e del porto; ma i
Francesi poteano, senza vergognarsene, protestare che bastantemente
cimentato avevano le loro vite e fortune entro un naviglio e sopra un
infido elemento; laonde chiesero ad alta voce prove degne della
cavalleria, fermo terreno, e combattimenti a tu per tu, fossero poi a
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