concittadino il colonnello Alessandro Dow (v. I, p. 23-83), il quale ne
ha offerti i due primi volumi della sua storia dell'Indostan, come una
traduzione dell'opera del persiano Feristà. Ma in mezzo ai pomposi
ornamenti di stile adoperati da questo Scrittore, non è sì facile il
discernere, se veramente sia versione, o originale.
[304] La dinastia de' Samanidi durò cenventicinque anni (A. D. 874-999)
sotto il successivo governo di dieci principi. -V.- la genealogia de'
medesimi, e la caduta della dinastia nelle tavole del sig. De Guignes
(-Hist. des Huns-, t. I, pag. 404-406). Alla suddetta dinastia venne
dopo quella de' Gaznevidi, A. D. 999-1183 (-V.- t. I, p. 239-240). Il
metodo serbato da questo Storico nell'indicare le divisioni de' popoli
ha sparsa non poca confusione sulle epoche, e oscurità quanto ai luoghi.
[305] -Gazna hortos non habet: est emporium et domicilium mercaturae
indicae- (Abulfeda, -Geogr.-; Reiske, -Tabul- 23, p. 349; d'Herbelot, p.
364). Niuno fra i viaggiatori moderni ha visitata questa città.
[306] Fu anzi l'ambasciatore del Califfo di Bagdad che adoperò questo
vocabolo arabo, o caldeo, ed equivalente al nostro di -Signore e
Padrone- (d'Herbelot, p. 825). Gli Scrittori bisantini dell'undicesimo
secolo si valgono a tradurlo delle voci Αυτοκρατωρ βασιλευς βασιλεων, e
la voce Σουλτανος o -Soldanus-, dopo essere passata dai Gaznevidi ai
Selgiucidi, e agli Emiri d'Asia e d'Egitto, vedesi usata spesse volte
nel linguaggio famigliare de' Greci e de' Latini. Il Ducange (-Dissert.-
16 sopra Joinville, p. 238-240; -Gloss. graec. e latin.-) si sforza per
provare che il titolo di Sultano veniva adoperato nell'antico regno di
Persia; ma chimeriche sono le prove dal medesimo adotte: ei fonda tal
sua opinione sopra un nome proprio de' temi di Costantino (II, 11),
sopra un passo di Zonara, che ha confuse le epoche, e sopra una medaglia
di Kai-Kosrù, il quale non è, come pensa il Ducange, il Sassanide del
secolo XVI, ma il Selgiucida d'Iconium che viveva nel tredicesimo secolo
(De Guignes, -Hist. des Huns-, t. I, p. 246.)
[307] Feristà, giusta i racconti del Dow (-Hist. of Hindostan-, v. 1, p.
49), fa menzione di un'arma da fuoco che diceasi adoperata fra gli
eserciti degl'Indù; ma non m'indurrò sì facilmente a persuadermi di tale
uso anticipato dell'artiglieria (A. D. 1008), e piacerebbemi esaminare
prima il testo, indi l'autorità di Feristà che vivea nel secolo XVII
alla Corte Mogolla.
[308] Kinnoga o Canoga (l'antica Palimbotra), vien collocata a 27° 3ʼ
di lat. e 80° 11ʼ di long. -V.- D'Anville (-Antiq. de l'Indie-, p.
60-62), e la correzione del Maggiore Rennel che ha visitati i paesi in
persona. (-V.- la sua eccellente -Memoria- sulla carta dell'Indostan,
p. 37-43). Molte riduzioni sono da farsi sui trecento gioiellieri, e
sulle trentamila botteghe di noci di -areca-, e sulle sessantamila
bande di musici ec. numerati da Abulfeda (-Geogr. Tab.- XV, pag. 274:
Dow, vol. I, p. 16).
[309] Feristà chiama i Portoghesi gl'idolatri europei (Dow, vol. I, p.
66). -V.- Abulfeda, p. 272, e la -Carte da l'Indostan-, del Rennel.
[310] D'Herbelot, -Biblioth. orientale-, p. 527. Del rimanente queste
lettore, questi apoftegmi ec. offrono di rado il linguaggio del cuore, e
il motivo delle pubbliche azioni.
[311] Essi citano a cagion d'esempio un rubino di quattrocentocinquanta
-miskali- (Dow, vol. I, pag. 53) ossia di sei libbre e tre once: mentre
il più grosso fra i rubini trovato nel tesoro di Dely non pesava che
diciassette -miskali- (-Voyages de Tavernier-, part. II, p. 280). Ben
vero è che nell'Oriente si dà il nome di rubino a tutte le pietre
colorate (p. 355), e che il Tavernier ne aveva vedute tre, più grosse e
più preziose del ridetto rubino, fra le gemme -del nostro gran re, il
più potente e il più magnifico di tutti i re della terra- (p. 376).
[312] Dow, t. I, pag. 65. Dicesi che il sovrano di Kinnoga avea
duemilacinquecento elefanti. (Abulfeda, -Geogr. Tab.- XV, p. 274). Il
lettore può, giovandosi di queste particolarità intorno all'India,
correggere una nota del Capitolo VIII, t. I, o seguendo quella nota
correggere queste particolarità.
[313] -V.- un'esatta e verisimile descrizione di questi costumi
pastorali nella Storia di Guglielmo arcivescovo di Tiro (l. I, c. 7,
-Gesta Dei per Francos-; p. 633-634), ed altra importantissima nota che
è dovuta all'editore della -Histoire généalogique des Tatars-, p.
535-538.
[314] Possono attingersi contezze sulle prime migrazioni dei Turcomanni,
sull'incerta origine de' Selgiucidi nella storia laboriosa degli Unni
scritta dal de Guignes (t. I, -Tables chronolog.- l. V, t. III, l. VII,
IX, X), nella -Biblioth. oriental.- del d'Herbelot (pag. 799-802, 897,
901), in Elmacin (-Hist. Saracen.- pag. 331-333), e in Abulfarage
(-Dynast.-, p. 221, 222).
[315] Dow, -Hist. of Indostan-, vol. I, pag. 89, 95, 98. Ho copiato
questo passo, per dare un saggio sul modo di scrivere dell'Autore
persiano: ma suppongo che per una bizzarra fatalità lo stile di Feristà
sarà stato perfezionato da quello di Ossian.
[316] Il Zendekan del d'Herbelot (p. 1028), il Dindaka del Dow (vol. I,
pag. 97), secondo tutte le apparenze sono la stessa cosa che il
Dandanekan di Abulfeda (-Geograph.- p. 345 Reiske), piccola città del
Korasan, distante due giornate da Marù, e celebre in Oriente perchè vi
nasce la bambagia, e gli abitanti suoi la lavorano.
[317] Gli Storici bisantini (Cedreno t. II, p. 766, 767, Zonara t. II,
p. 235, Niceforo Briennio, p. 21), hanno qui confuso le epoche e i
luoghi, i nomi e le persone, le cagioni e gli effetti. L'ignoranza e gli
errori di questi Greci, nè qui mi fermerò a diciferarli, possono
inspirar molti dubbj sulla storia di Ciassare e di Ciro, tal quale la
raccontano i più eloquenti fra i loro predecessori.
[318] Guglielmo di Tiro (l. I, c. VII, p. 633). Il metodo di trar gli
augurj dalle frecce è antico e celebre nell'Oriente.
[319] D'Herbelot (pag. 801). Del rimanente, quando la posterità di
Selgiuk fu pervenuta all'apice delle grandezze, non si mancò di
celebrarlo, come trentaquattresimo discendente del grande Afrasiab,
imperatore di Turan (p. 800). La genealogia tartara di Zingis ne fa
conoscere un altro modo di adulare e un'altra favola: al dir dello
storico Mirkond, i Selgiucidi di Alankavà derivano da una vergine (p.
801, col. 2); e se questi sono i -Zalzut- di Abulgazi-Bahadur-Kan
(-Hist. généalog.- p. 148) vien citata in favor loro una testimonianza
di molto peso; quella di un principe tartaro, discendente di Zingis, di
Alankavà, o Alancù, e di Oguz-Kan.
[320] Per effetto di un lieve cambiamento, Togrul-Beg trovasi essere il
Tangroli-Pix de' Greci. Il d'Herbelot (-Bib. orient.- p. 1027, 1028) e
il De Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, p. 189-201) raccontano con
molta esattezza le particolarità del regno e dell'indole di Togrul.
[321] Cedreno (t. II, p. 774, 775) e Zonara (t. II, p. 257) colle solite
lor cognizioni sugli affari di Oriente, ne dipingono questo ambasciatore
come uno -Sceriffo- che simile al -Syncellus- del Patriarca, sia stato
il vicario e il successore del Califfo.
[322] Ho tolta da Guglielmo di Tiro una tal distinzione fra i Turchi e i
Turcomanni, distinzione almeno popolare e spontanea. I nomi sono gli
stessi e la sillaba -man- ha lo stesso valore negli idiomi persiano e
teutonico. Pochi fra i critici ammetteranno l'etimologia di Giacomo di
Vitry (-Hist. Hieros.- l. I, c. II, p. 1061), secondo il quale,
Turcomanni significa Turci, e Comani un popolo mescolato.
[323] -È vero, che la religione maomettana non ha culto d'Immagini; e se
i Cristiani lo avevano, siccome esso nè per la teoria, nè per la pratica
non era, come pure non è, un'idolatria, così non sembra aver egli potuto
indurre i popoli idolatri del Settentrione ad abbracciare a poco a poco
il Cristianesimo. Molti poi di quei popoli s'erano fatti Ariani, ma non
Cattolici.- (Nota di N. N.)
[324] -Histoire génér. des Huns-, t. III, p. 165, 166, 167. Il De
Guignes cita Abulmahasan, storico dell'Egitto.
[325] -V.- la Biblioteca orientale, agli articoli -Abbassidi-, -Caher- o
-Cayem-, e gli Annali di Elmacin e di Abulfaragio.
[326] Ho tolte dal signor De Guignes (t. III, p. 197-198) le
particolarità che a questa stravagante cerimonia si riferiscono; e il
dotto Autore le ha tratte da Bondari, che ha composta in arabo la storia
dei Selgiucidi (t. V, p. 365). Nulla mi è noto sul carattere di questo
Bondari, nè intorno al paese, o al secolo, ne' quali ha vissuto.
[327] -Eodem anno- (A. E. 455) -obiit princeps Togrul-Becus... Rex fuit
clemens, prudens, et peritus regnandi, cujus terror corda mortalium
invaserat, ita ut obedirent ei reges atque ad ipsum scriberent.-
Elmacin, -Hist. Saracen.-, p. 342, vers. Erpenii.
[328] -V.- intorno le guerre de' Turchi e de' Romani, Zonara, Cedreno,
Scilitzes, il continuator di Cedreno, e Niceforo Briennio Cesare. I due
primi erano frati, uomini di Stato i due ultimi; nondimeno tali erano i
Greci d'allora, che appena distinguesi fra gli uni e gli altri qualche
differenza di stile e di carattere. In quanto spetta agli Orientali mi
sono prevalso, giusta il solito, delle erudite ricchezze del d'Herbelot
(-V.- gli articoli de' primi Selgiucidi), e delle esatte ricerche del
signor De Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, l. X).
[329] ’Εφερετος γαρ εν Τουρηοις λογος, ως ειη πεπρωμενον ηαταραφηναι το
Τουρηων γενος απο της τοιαυτης δυναμεως, αποιαν ο Μακεδον Αλεξανδρος
εχωι κατασρεψατο Περσος. -Corse voce fra i Turchi, essere destino che da
tanta potenza fosse rovesciata la stirpe turca, come per Alessandro
Macedone furono sconfitti i Persiani.- (Cedreno, t. II, p. 791). Nulla
v'ha di inverisimile nella credulità del volgo, e i Turchi aveano
imparata dagli Arabi la Storia, o la leggenda di Escander Dulcarnio.
(D'Herb. p. 317, ec.)
[330] -Certamente che Dio fa vedere alcune volte subito, e chiaramente
il suo castigo.- (Nota di N. N.)
[331] Οι και Ιβεριαν ηαι Μεσοποταμιαν, και Αρμενοιαν οικουσι και οι την
Ιουδαικην του Νεσορου και των Ακεφαλων θρησκεδουτιν αιρεσιν, -quelli che
abitano l'Iberia e la Mesopotamia, e l'Armenia, e quelli che seguono
l'eresia giudaica di Nestorio, e degli Acefali. V.- inoltre le
osservazioni di Scilitzes a piè della pagina di Cedreno (t. II, p. 834),
poichè le costruzioni equivoche di questo Greco non mi inducono tuttavia
a credere che egli abbia confuso il Nestorianismo e l'eresia dei
Monofisiti. Egli parla frequentemente di μενις, χολος, οργη Θεου, -ira,
bile, collera di Dio-, qualità che mi sembrano appartenere a tutt'altro
che ad un ente perfetto; ma la cieca dottrina del ridetto scrittore è
costretta a confessare che una tal collera οργε, μενις etc., non tardò a
percotere i Latini ortodossi.
[332] Se i Greci avessero conosciuto il nome di Georgiani (Stritter,
-Memoriae Byzant.-, t. IV, Iberica), io ne attribuirei l'etimologia
all'agricoltura di questi popoli, come quella del Εκυθαι γεωδγοι,
-Sciti, Georgj- (agricoltori) d'Erodoto (l. IV, c. 18, pag. 289, ediz.
di Wesseling). Ma tal voce non rinveniamo nè fra i Latini (Giacomo di
Vitry, -Hist. Hierosol.-, c. 79, p. 1095), nè fra gli Orientali
(d'Herbelot, p. 407), se non se dopo le crociate, e divotamente è stata
tolta dal nome di S. Giorgio di Cappadocia.
[333] Mosheim, -Instit. Hist. eccles.-, p. 632. -V.- inoltre nei
-Voyages de Chardin- (t. I, p. 171-174) i costumi e il culto di questa
popolazione tanto avvenente e spregevole. La genealogia da' Principi
georgiani incominciando da Adamo, e venendo sino ai nostri giorni,
leggesi nelle Tavole del sig. de Guignes (t. I, p. 433-438).
[334] Costantino Porfirogeneta fa menzione di queste città. (-De
administ. imper.- l. II, c. 44, p. 119.) Gli Scrittori bizantini
dell'undicesimo secolo ne parlano parimente chiamandola Mantzichierte,
che molti confondono con Teodosiopoli; ma il Delisle, nelle sue note e
nella sua Carta, ha determinata la situazione di Malazkerd. Abulfeda
(-Geogr., Tab.- 18, p. 310) la vuole una piccola città, costrutta di
pietre nere, provveduta d'acqua, ma priva di alberi ec.
[335] Gli Uzj de' Greci (Stritter, -Memor. byzant.-, t. III, p. 923-948)
sono i Gozz degli Orientali (-Hist. des Huns-, t. II, p. 122; t. III, p.
533 ec.). Se ne trovano sulle rive del Danubio e del Volga,
nell'Armenia, nella Sorìa, e nel Korasan, e sembra che il nome di Uzj
sia stato dato all'intera popolazione de' Turcomanni.
[336] Gioffredo Malaterra (l. I, c. 33) accenna con distinzione
-Urselius- (il -Russelius- di Zonara) fra i Normanni che sottomisero la
Sicilia, e gli attribuisce il soprannome di Baliol. Gli Storici inglesi
raccontano in qual guisa i Bailleul vennero dalla Normandia a Durham;
fabbricarono il castello di Bernard sul Tees; fecero entrare nella loro
famiglia una erede di Scozia ec. Il Ducange (-Note ad Nicephor.
Briennium-, l. II, c. 4) ha fatte diverse indagini su questo argomento
per onorare il presidente di Bailleul, il cui padre avea abbandonato la
professione dell'armi per vestire la toga.
[337] Elmacin (p. 343, 344) accenna un tal numero che il verisimile non
eccede; pure Abulfaragio (p. 227) lo riduce a quindicimila uomini a
cavallo, e il D'Herbelot (p. 102) a dodicimila. Del rimanente lo stesso
Elmacin fa ascendere a trecenmila uomini l'esercito imperiale, ed anche
Abulfaragio si esprime in tal guisa. -Cum centum hominum millibus,
multisque equis et magna pompa instructus.- I Greci si astengono
dall'indicare alcun numero determinato.
[338] Gli autori greci non asseriscono così chiaramente che il Sultano
si sia ritrovato alla battaglia: assicurano che Arslan diede il comando
delle truppe al suo eunuco, e che indi si ritirò lungi dal campo ec.
Parlano forse in tal guisa per ignoranza, o per gelosia, o il fatto
sarebbe mai vero?
[339] Questo Andronico era figliuolo di Cesare Giovanni Duca, fratello
dell'Imperator Costantino (Ducange, -Fam. byzant.- p. 165). Niceforo
Briennio, mentre loda le virtù, e attenua le colpe (l. I, p. 30-38, l.
II, p. 53) di cotest'uomo, confessa ciò nonostante l'odio del medesimo
contra Romano. ου πανυ δε φιλιως εχον προς βασιλεα -non avea dramma
d'affetto pel re-. Scilitzes narra in più chiare note il tradimento di
Andronico.
[340] Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto,
raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile.
[341] Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il
riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio,
eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano
ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης -non indegni dell'Impero Romano-, e che
l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato.
[342] Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano
Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (-ad calcem-Cedreni, t. II, p.
835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I,
p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in
Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 343, 344), in Abulfaragio (-Dynast.-, p.
227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211).
Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo
Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore,
una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e
l'affricano Novairi.
[343] Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213),
sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di
questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha
conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (-Hist. Saracen.-, p.
344, 345).
[344] Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato
con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a
ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi
legge l'iscrizione, vi si dée già trovare.
[345] La -Biblioteca orientale- ne presenta il testo per la storia del
regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la -Histoire générale des
Huns- (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle
correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che,
se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in
mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto.
[346] V. un eccellente Discorso posto in fine alla -Storia di
Nadir-Shah-, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak,
Anvari, Rascidi, ec., nella -Biblioteca orientale.-
[347] Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro
sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a
piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte
queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la
possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi
di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza
il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la
fine dell'undicesimo secolo.
[348] -V.- Chardin, -Voyages en Perse-, t. II, p. 235.
[349] L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i
nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A.
H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze
originali de' Persiani e degli Arabi. (-De Religione veterum Persarum-,
c. 16, p. 200-211).
[350] Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης
κακοδαιμονεσερον πενιας, -la maggiore di tutte le calamità.- Ella
toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e
quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col
suo Visir. (-Alexias-, l. VI, p. 177, 178).
[351] Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue
indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p.
269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman,
qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita
prima della fine del duodecimo secolo.
[352] Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a
Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in
rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque
giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (-Voyages en Turquie et en
Perse-: p. 107-110).
[353] Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore
obbedivano ai -decreti d'arresto-, ossia -Sciaus- del gran Sultano
(-Alexias-, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i
due figli di Solimano (p. 180).
[354] Petis de la Croix (-Vie de Gengis-khan-, p. 161), cita questa
espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene.
[355] Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha
potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si
contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e
poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni
storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a
Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103,
104), e ad Anna Comnena (-Alexias-, p. 91, 92, ec., 168, ec.).
[356] Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di
una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron
(-V.- Abulfeda, -Geogr.-, -Climat- 17, p. 301-305.).
[357] -Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di
Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di
Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec.
coll'espressione- Consustantialem, -che spiega, e stabilisce appunto la
Divinità di Gesù Cristo.- (Nota di N. N.)
[358] -Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum-
(Guibert. Abbat., -Hist. Hierosol.-, l. I, p. 468). Ella è cosa
singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un
non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott
nelle sue -Memorie- (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano
commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di
una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano
anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono
la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e
dell'arcivescovo greco».
[359] L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo
turco come se vi fosse stato in persona. -Matres correptae in conspectu
filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum
filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem
passio ad filias-, ec.
[360] -V.- diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di
Solimano in Anna Comnena (-Alexias-, l. VI, p. 168, 169), colle note del
Ducange.
[361] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le
più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi.
[362] Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio
avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la
ravvisa per autentica (-Not. ad Alexiad.-, p. 335, ec.), benchè sia
piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni
di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti
hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) -verbis vestita meis-,
privilegio d'una indefinita estensione.
[363] Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di
Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera
-Gesta Dei per Francos-, contengono sicurissime particolarità intorno
alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai
tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul
commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec.
(-Mém. de l'Acad. des inscript.-, t. XXXVII, p. 467-500).
[364] -Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque
nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium
gravabatur, aut respirabat qualitate- (l. I, c. 3, p. 630). La latinità
di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta
essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e
quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più.
[365] -V.- intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa
Eginardo (-De vita Caroli Magni-, c. 16, p. 79-82), Costantino
Porfirogeneta (-De administr. imperii-, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi
(-Critica-, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15).
[366] Il Califfo concedè diversi privilegi -Amalphitanis viris amicis et
utilium introductoribus- (-Gesta Dei-, p. 934). Il commercio di Venezia
nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando
mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che
confondea le due fazioni del Circo (-Veneti et Prasini-) co' Veneziani e
coi Parigini.
[367] -I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano
visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini
maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come
semplice loro Profeta, ed inviato da Dio.- (Nota di N. N.)
[368] Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (-Bibl.
orient.-, t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del
Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai
Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo.
[369] L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso
prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica
(t. II, p. 214-306. -De lumine sancti sepulchri-).
[370] -Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo
dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare
l'espressione- pia frode. (Nota di N. N.)
[371] Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del
monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno
870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino,
che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i
Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno.
[372] I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627),
Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I
Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il
miracolo, e gli fu sostituita la frode.
[373] Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a
giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu
inventata (-Mémoires du chevalier d'Arvieux-, t. II, p. 140; Giuseppe
Abudacni, -Hist. Coph.-, c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim,
di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i
nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la
liquefazione del sangue di S. Gennaro.
[374] Possono consultarsi il D'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 411), il
Renaudot (-Hist. patriar. Alex.-, p. 390-397, 400, 401), Elmacin (-Hist.
Saracen.-, p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto,
tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono
fatto interpretare verbalmente da un amico.
[375] La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e
della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli
Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle
classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono,
giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici
dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche
cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione,
trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi
da lui trascorsi (-Voyages-, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume
del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney.
[376] -V.- Glaber, l. III, c. 7, e gli -Annali- del Baronio e del Pagi,
A. D. 1009.
[377] -Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo
coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus
hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres....
reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum
pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad
propria reverterentur.- (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, -Historiens de
France-, t. X, p. 50).
[378] Glaber (l. III, c. 1). Katona (-Hist. crit. reg. Hungar.-, t. I,
pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un
monastero a Gerusalemme.
[379] Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de'
racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto.
[380] V. Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 349, 350), e Abulfaragio
(-Dynast.-, p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (-Histoire des Huns-,
t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i
nomi di Abulfeda e di Novairi.
[381] Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076)
fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante
Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase
trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal
Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia
sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo
1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale
dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il -regnum
Babylonicum- (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius,
A. D. 1064, n. 56).
[382] De Guignes, -Histoire des Huns-, t. I, p. 249-252.
[383] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga
nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano
un -aureus- da ciascun pellegrino. Il -caphar- de' Franchi è oggidì di
quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi.
CAPITOLO LVIII.
-Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de'
Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica
dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme
conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro.
Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del
regno franco o latino.-
[A. D. 1095-1099]
Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme,
un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il
Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse
egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue
lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse
qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al
qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di
Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni
guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che
tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di
una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere
credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il
lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi
del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento
ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso
all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e
possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va
unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora
del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di
Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima
Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è
vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto
era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta
ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in
un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si
assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese.
Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui
rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero
l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma
poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni,
attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un
Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise
sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore
della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del
Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e
della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa,
poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi
digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano
le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co'
piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le
mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi
de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano
persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo
animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le
ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con
egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della
sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel
momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente
eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de'
pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i
cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri
del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor
Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza,
mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei
suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e
frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi
e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari
colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto
invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia,
se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se
gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se
non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per
promulgarvi.
Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso
Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore
dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad
arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda
dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di
farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che
il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di
mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il
più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo
Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente
accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior
porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli
onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di
Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i
Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a
motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo,
contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di
questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo
di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di
Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la
prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de'
Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de'
Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla
ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie
di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di
Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno
sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma
l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si
era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato
in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi,
Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila
laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi
cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette
giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli
Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando
le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli,
non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici
implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente
adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano
ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a
respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro
penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa
condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a
cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi
in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la
sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare
Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la
liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le
finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in
una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve
dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il
Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di
guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa
d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di
Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra
Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità
ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny,
nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de'
Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro
con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse
con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di
ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro,
ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata
trascorsa.
[A. D. 1095]
Taluno potrebbe sulle prime stupire alla vista di un Pontefice Romano
che si avvisò di erigere nel cuor medesimo della Francia un tribunale,
d'onde lanciare i suoi anatemi contra il Sovrano di quella contrada: ma
la maraviglia sparisce affatto agli occhi di chi si faccia una giusta
idea di un Re di Francia dell'undicesimo secolo[394]. Filippo I,
pronipote di Ugo Capeto, e fondatore della famiglia regnante, che in
mezzo allo scadimento della posterità di Carlomagno, avea instituiti in
reame i suoi dominj ereditarj di Parigi e di Orleans, ben possedea in
proprietà la giurisdizione e la rendita di questo picciolo Stato; ma
quanto al rimanente della Francia, nè Ugo, nè i primi suoi discendenti,
altra cosa erano che gli alti feudatarj di circa sessanta Ducati, o
contee ereditarie o independenti[395], i Capi de' quali paesi, sdegnando
le legali assemblee, poco obbedivano, così alle leggi come al Monarca; e
il sol modo che questi avesse tal volta per vendicarsi della loro
tracotanza, nella indocilità de' Nobili di minor conto era posta. A
Clermont dunque, e in tutta la signoria del conte di Alvernia[396], il
Papa potea disfidare impunemente la collera di Filippo, onde il Concilio
adunatovi da Urbano, nè in numero, nè in ragguardevolezza, a quello di
Piacenza cedè[397]. Oltre alla sua Corte, e al collegio de' Cardinali
Romani, il Pontefice vedeasi ivi fiancheggiato da tredici arcivescovi,
da dugentoventicinque vescovi, e da quattrocento prelati di mitra
insigniti. Le persone più rinomate per santità e dottrina in quel secolo
vennero a rischiarare co' lumi della loro scienza, e a soccorrere co'
proprj consigli, i Padri della Chiesa: intanto che immenso stuolo di
possenti signori e di valorosi cavalieri accorrea da tutti i vicini
reami al Concilio, e ne aspettava con impazienza i decreti[398]. Tanto
era il fervore inspirato da zelo e curiosità ad un tempo, che migliaia
di stranieri, non trovando più alloggio nella città, accampavano nella
pianura, senza badare che già innoltrato era il novembre. Otto giorni di
questa adunata partorirono per vero dire alcuni canoni edificanti, o
giovevoli alla riforma de' costumi. Portate severissime censure contra
la licenza delle guerre fra particolari, venne confermata la tregua di
Dio,[399] ossia la sospensione di ogni ostilità per quattro giorni della
settimana. La Chiesa si chiarì proteggitrice de' sacerdoti e del sesso
femminile da essa presi sotto la sua salvaguardia; la qual tutela,
durante tre anni fu estesa ai coltivatori e ai mercatanti, impotenti
vittime della vessazion militare: ma comunque una legge sia
rispettabile, l'autorità dalla quale deriva non perviene in un subito a
cambiare l'indole di una generazione; e sappiamo men grado ad Urbano
degli sforzi da esso fatti per sedare i litigi de' privati, allorchè
allo scopo di queste sue provvisioni consideriamo. Ei non pensava che ad
agevolare a sè stesso le vie di dilatare l'incendio della guerra dalle
rive dall'Atlantico, alle sponde dell'Eufrate. Dopo la convocazione del
sinodo di Piacenza, la fama di un sì grande disegno sparsa erasi appo i
diversi popoli. Gli ecclesiastici che da un paese e dall'altro
tornavano, aveano già predicato in tutte le diocesi il merito e la
gloria alla liberazione di Terra Santa congiunti: pel quale motivo, il
Pontefice dall'alto della cattedra che nel mercato di Clermont gli era
stata innalzata, non durò molta fatica a persuadere uditori, così ben
preparati, e propensi avidamente a credere ad ogni suo detto. Chiari ne
sembravano gli argomenti, veementi erano le sue esortazioni, e il buon
successo non poteva mancare. Migliaia di voci, che in una sola si
confondevano, interruppero l'oratore esclamando strepitosamente nel
rozzo linguaggio di que' tempi: -Deus lo volt, Deus lo volt.-[400] «Dio
vuole così certamente; il pietoso Pontefice replicò. Che questo accento
memorabile Deus vult, dettato senza dubbio dallo Spirito Santo, sia
d'ora in poi il vostro grido eccitatore della battaglia; esso animerà lo
zelo e il coraggio de' difensori di Gesù Cristo. La sua Croce è il
simbolo della vostra salute. Portatene una rossa di color di sangue sul
vostro petto, o sulle vostre spalle, e sia dessa il segno esteriore
della irrevocabile obbligazione che avete assunta». Giubilando ognuno
obbedì, e molta mano di ecclesiastici e di laici attaccarono sulle lor
vesti il segnal de' Crociati[401], supplicando Urbano a farsi lor
condottiero. Il prudente successor di Gregorio ricusò quest'onore
pericoloso, adducendo a scusa del suo rifiuto lo scisma della Chiesa e i
doveri del Pontificato. Arringati poscia que' fedeli, il cui zelo di
partecipare alla santa impresa venia ritardato o dal sesso, o dalla lor
professione, o dagli anni, o dalle infermità, raccomandò loro
secondassero colle preghiere e colle elemosine il coraggio di coloro che
aveano la bella sorte di potere militare in persona, conferì il titolo e
la podestà di Legato appostolico ad Ademaro; vescovo di Puy, nel Velay,
primo a ricever la Croce dalle mani del sommo Pontefice. Raimondo, conte
di Tolosa, il più fervente fra i condottieri laici, assente trovavasi
dal Concilio; ma gli ambasciatori di lui ne fecero la scusa, e pel loro
padrone obbligaronsi. Tutti i ridotti campioni si confessarono, e
ricevettero l'assoluzione, unitamente ad una esortazione, divenuta
superflua, di sollecitare i loro compatrioti ed amici a seguirli. La
partenza per Terra Santa venne deliberata pel giorno solenne
dell'Assunzione, ossia quindicesimo di agosto del successivo anno[402].
Gli atti violenti sono tanto famigliari agli uomini, che connaturali ai
medesimi potrebbero quasi supporsi. Il più lieve pretesto, il più
incerto fra i diritti ne sembrano bastanti motivi per armare una nazione
contro d'un'altra. Ma il nome e l'indole d'una guerra santa vogliono un
esame più rigoroso, nè dobbiamo credere sì alla presta che i servi di un
Principe di pace abbiano sguainata la spada di distruzione senza motivi
rispettabili, senza le apparenze di un diritto legittimo e di una
indispensabile necessità. Alle tarde lezioni dell'esperienza per lo più
è riserbato l'illuminare gli uomini sulla politica o buona, o cattiva di
una qualunque impresa dai medesimi sostenuta; ma prima che a questa si
accingano, gli è d'uopo almeno che la coscienza loro il motivo e lo
scopo ne approvi. Nel secolo delle Crociate, i Cristiani dell'Oriente e
dell'Occidente, erano con vero convincimento persuasi della giustizia e
del merito della loro spedizione; e comunque gli argomenti che eglino
adoperavano, si trovino il più delle volte annebbiati da un continuo
abuso della Scrittura, e delle figure rettoriche; trapela però che
particolarmente fondavansi sul diritto naturale e sacro di difendere la
propria religione, sui titoli speciali che essi reputavano avere al
possedimento di Terra Santa, sull'empietà de' loro nemici o Maomettani,
o Pagani che fossero[403].
I. Il diritto di una giusta difesa comprende, non v'ha dubbio, anche
quella de' nostri collegati o spirituali, o civili; e si appoggia
sull'esistenza reale del pericolo, più o meno incalzante a proporzione
dell'odio e del poter de' nemici. È stata imputata a dogma maomettano
una massima perniciosa, il dovere cioè di estirpare tutte le altre
religioni coll'armi: accusa portata contro essa dall'odio, o dalla
ignoranza, e confutata abbondantemente dal Corano, dalla storia de'
conquistatori Musulmani, dalla tolleranza pubblica e legale al culto de'
Cristiani conceduta dall'Islamismo. Non può per altro negarsi che i
Musulmani, sotto un ferreo giogo, assoggettano le chiese dell'Oriente;
che così in pace come in guerra si attribuiscono, come per diritto
divino e incontestabile, l'Impero dell'Universo: che le conseguenze
necessarie della loro condotta minacciano ad ogni istante le nazioni, da
essi nomate infedeli, di perdere la loro religione, o la loro libertà,
doppia perdita, che appunto nell'undicesimo secolo, le vittorie de'
Turchi faceano a ragione temere. Essi aveano sottomessi in men di
trent'anni tutti i reami dell'Asia fino a Gerusalemme e all'Ellesponto,
e l'Impero greco già inclinar sembrava alla sua totale rovina. Oltre ad
un sentimento naturale d'affetto pe' loro fratelli, i Latini avevano un
interesse proprio nel difendere Costantinopoli, il baluardo il più saldo
dell'Occidente; nè può contrastarsi che il privilegio della difesa,
tanto al prevenire quanto al respingere una invasione, legittimamente si
estende. Però al buon successo di tale impresa così numerosi soccorsi
non si voleano, nè la ragione umana potrà approvare giammai le
spaventose migrazioni che, spopolando l'Europa, apersero inutilmente
alle genti migrate una tomba nell'Asia.
II. L'acquisto della Palestina non avrebbe, in verun caso, contribuito
alla possanza, o alla maggior sicurezza de' Latini; onde il fanatismo
soltanto ha potuto accignersi a difendere questa impresa contra un
picciolo paese tanto rimoto. Ma i Cristiani armavano i loro diritti
sopra una terra, promessa ad essi in virtù d'un patto inalienabile,
suggellato col Sangue di Gesù Cristo. Il lor dovere gli obbligava,
dicevano, a scacciare dalla santa eredità che lor pertenea, una banda di
ingiusti possessori che, profanando il sepolcro dell'Uomo Dio, la
devozione de' Pellegrini insultavano. -- Come rispondere ad essi che la
preminenza di Gerusalemme, e la santità della Palestina, colla legge di
Mosè erano sparite? che il Dio de' Cristiani non è una divinità locale:
che il possedimento di Betlemme o del Calvario, l'acquisto della tomba,
o della culla del Redentore non renderanno mai scusabile agli occhi di
lui l'infrazione de' precetti morali dell'Evangelio? Questi argomenti
perderanno sempre ogni forza contra le pesanti armi della superstizione,
nè è cosa sì agevole che anime timorate, spontaneamente i loro creduti
diritti sulla Terra Sacra de' misteri e de' prodigi abbandonino.
III. Ma le guerre -sante- che hanno insanguinati tutti i climi del
globo, dall'Egitto alla Livonia, dal Perù all'Indostan, ebbero d'uopo di
cercare la loro legittimità, in massime più generali e più pieghevoli a
cotal uopo. Si è soventi volte, e per più riprese, supposto e affermato
che la differenza delle dottrine religiose, basta a giustificare
qualsivoglia ostilità; che i campioni della Croce possono soggiogar
santamente, od anche piamente immolare, tutti gl'increduli ostinati, e
che la Grazia è l'unica origine, del potere sulla terra, della felicità
nel regno de' Cieli. Più di quattro secoli innanzi la prima Crociata, i
Barbari dell'Arabia e della Germania, quasi nello stesso tempo, e nel
modo medesimo, avevano invase le province orientali e occidentali
dell'Impero romano. Il tempo, i negoziati, la conversione de' Franchi al
cristianesimo, le conquiste di questi aveano autenticate; ma i principi
maomettani comparivano tuttavia, così agli occhi de' sudditi, come a
quelli de' vicini, quai tirannici usurpatori, nè scorgeasi alcuna
ingiustizia nel privarli, o per via di guerre, o per via di sommosse, di
un illegittimo possedimento[404].
Col corrompersi de' costumi de' Cristiani, più severo divenne il loro
codice di penitenza[405], e la moltitudine de' peccati, partorì la
moltiplicità dei rimedj. Ne' tempi della Chiesa primitiva, i peccatori,
con una pubblica e volontaria confessione, all'espiazione delle colpe si
apparecchiavano. Nel medio evo, i vescovi e i preti, facendosi eglino
stessi ad interrogare il colpevole, lo costrigneano a rendere un severo
conto de' suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni,
prescrivendogli indi, sotto quai patti dovea meritarsi la divina
misericordia: ma poichè la tirannide e l'indulgenza, aveano un campo per
abusare a vicenda di questo arbitrario potere, venne composta una regola
di disciplina, che d'istruzione e di guida ai giudici spirituali
servisse. Primi inventori di siffatta legislazione furono i Greci; la
Chiesa latina, i lor precetti penitenziali[406] tradusse, o imitò: e ne'
giorni di Carlomagno, il clero di ciascuna diocesi aveva un codice, che
veniva prudentemente nascosto agli occhi del volgo. In sì dilicata
valutazione delle offese e de' gastighi, l'acume e l'esperienza de'
frati, tutti i casi, e tutte le distinzioni andavano prevedendo.
Trovavansi nella lor lista peccati che parea non avesse potuto
sospettare la stessa malizia, altri cui la ragione non sapea prestar
fede. Le colpe più comuni di fornicazione, di adulterio, di spergiuro e
di sacrilegio, di rapina e omicidio, venivano espiate con una penitenza,
che, giusta le circostanze, dai quaranta giorni ai sette anni si
prolungava. Durante questo corso di salutari mortificazioni, una pratica
metodica di preghiere e digiuni ridonava la salute all'anima del
peccatore, e l'assoluzione delle sue colpe ottenevagli. Il disordine
delle sue vesti ne annunziava i rimorsi e la contrizione; astener
doveasi da ogni affare, e sociale diletto. Ma il rigoroso adempimento di
tali prescrizioni, avrebbe di leggieri convertiti in deserti i palagi, i
campi e le intere città; i Barbari dell'Occidente non mancavano, per dir
vero, di fiducia e di docilità al sacerdozio; ma la natura umana contra
le massime si ribellava, e spesse volte le magistrature indarno
adopravansi a far forte l'ecclesiastica giurisdizione; oltrechè,
diveniva cosa impossibile l'eseguire esattamente una gran parte di
penitenze. Il peccato di adulterio, per un giornaliero reiterarsi delle
fralezze degli uomini, moltiplicavasi, e quello dell'omicidio talvolta
comprendea la strage di una intera popolazione; ogni atto peccaminoso
producea un conto a parte; onde in quella età di anarchia[407] e di
corruzione, non era difficile che un peccatore, anche fra i meno
colpevoli, contraesse in penitenze un debito di trecent'anni. A questa
sua impotenza di pagamento suppliva una commutazione, o indulgenza:
ventisei solidi[408] d'argento, quattro lire sterline all'incirca,
pagavano la penitenza di un anno per l'uomo ricco, tre solidi, o nove
scellini, all'indigente egual servigio prestavano. Cotali elemosine
vennero bentosto adoperate agli usi della Chiesa, che nella remission
de' peccati una sorgente inesausta di ricchezze e di potenza
rinvenne[409]. Un debito di tre secoli (mille dugento lire sterline
all'incirca) potea arrecar sommo danno ad uno splendidissimo patrimonio:
la mancanza d'oro e d'argento fu ammendata colla alienazione delle
terre; e Pipino, e Carlomagno, formalmente protestarono che le immense
loro donazioni aveano per iscopo la guarigione delle proprie anime. Ella
è massima delle leggi civili, che chiunque non può pagare con danaro,
sconti col proprio corpo, onde i Monaci ammisero la pratica della
flagellazione, doloroso ma economico supplimento[410]. Dopo una stima
arbitraria, un anno di penitenza fu valutato tremila colpi di
disciplina[411], e tali erano la robustezza e la pazienza del famoso
eremita S. Domenico l'Incuoiato[412], che in sei giorni con una
flagellazione di trecentomila battiture, il debito di un secolo intero
pagava. Un grande numero di penitenti d'entrambi i sessi, cotesto
esempio imitò. E poichè era permesso il trasportare in un altro il
merito della sopportata flagellazione, un campion vigoroso potea sulle
proprie spalle espiare i peccati di tutti i suoi benefattori[413]. Sì
fatti compensi pecuniarj e personali introdussero, nell'undicesimo
secolo, un genere di più onorevole soddisfazione. I predecessori di
Urbano II, aveano concedute indulgenze a coloro che, contro i Saracini
dell'Affrica e della Spagna, brandivano l'armi; estendendo l'esempio
ricevuto da essi, questo Pontefice, nel Concilio di Clermont, compartì
indulgenza plenaria a tutti quelli che sotto i vessilli della Croce si
arrolerebbero: la quale indulgenza era posta nell'assoluzione di tutti i
loro peccati, e nella remission generale di tutto il debito che in
penitenze canoniche ai medesimi rimaneva[414]. La fredda filosofia del
nostro secolo, durerà forse fatica a comprendere la viva impressione,
che sopra anime colpevoli e fanatiche questa promessa operò. Alla voce
del lor Pastore, i masnadieri, gli omicidi, gli incendiarj a migliaia
accorrevano, impazienti di riscattare le proprie anime, col trasportare
in mezzo agl'Infedeli il furore onde si erano fatti esecrabili nella lor
patria. I peccatori di ogni grado e di ogni specie, questo nuovo metodo
di espiazione avidamente abbracciarono. Niuno credeasi a bastanza puro,
niuno esente da colpa e dal dovere di far penitenza; e quelli ancora che
aveano minor motivo di paventare la giustizia di Dio e della Chiesa, si
confortavano nell'idea di acquistare tanto maggiori diritti ad una
ricompensa del lor pietoso coraggio, così in questo Mondo, come
nell'altro. Il Clero latino non esitò a promettere la corona del
martirio[415] a chiunque fosse in così santa spedizione soggiaciuto; e
chi alla conquista di Terra Santa sopravvivea, poteva aspettarsi con
sicurezza un premio, che cogli anni della vita sua accumulavasi in
Cielo. Di fatto, tutti questi Crociati offerivano il proprio sangue al
figlio di Dio, che immolato erasi per la lor redenzione; prendeano la
Croce; entravano con fiducia nella via del Signore; la Providenza di lui
dovea vegliare sovr'essi, e forse anche la sua onnipotenza, con modi
visibili e miracolosi, toglier di mezzo gli ostacoli che l'impresa loro
impacciassero. La nube e la colonna di Jehova non erano marciate dinanzi
agli Israeliti guidandoli fin nella Terra Promessa? a miglior diritto i
Cristiani non poteano sperare che i fiumi si aprirebbero per dare ad
essi passaggio, che le mura delle più forti città cadrebbero al suono
delle loro trombe, che il sole arresterebbe il suo corso, per lasciare a
questi campioni il tempo necessario a distruggere gli Infedeli?
Fra i condottieri e i soldati che al Santo Sepolcro affrettavansi,
oserei assicurare non essersene trovato un solo che lo spirito di
entusiasmo, la fiducia nel merito dell'impresa, la speranza del
guiderdone e del patrocinio celeste, non animassero. Ma mi persuado
parimente che, per la maggior parte di essi, tali motivi non fossero i
soli; e che per alcuni anzi, non formassero il principal fomite di tanto
fervore. La preponderanza, o l'abuso, della religione, difficilmente
arrestano il torrente de' costumi dei popoli, bensì quando voglion
affrettarne il corso, l'impulso loro non trova più resistenza. I Papi e
i Sinodi indarno tuonavano contro le guerre de' privati, i sanguinosi
tornei, gli amori licenziosi, i duelli giudiziarj. Più agevolmente
riuscivano ad eccitare disputazioni metafisiche fra i Greci, a trar ne'
chiostri le vittime del dispotismo e dell'anarchia, a santificare la
pazienza de' vili e degli schiavi, o in appresso, a farsi merito
dell'umanità e della benevolenza che fra i moderni Cristiani ravvisansi.
Gli esercizj della persona, e la guerra, erano le passioni favorite de'
Franchi e de' Latini; veniva lor comandato di abbandonarsi alle medesime
per ispirito di penitenza, di trasportarsi in lontani paesi, e sguainare
le loro spade contra le nazioni dell'Oriente; il buon successo, o
solamente l'aver cercato di meritarlo, bastavano a fare immortali i nomi
degli eroi della Croce; anche una pietà la più pura da una sì luminosa
prospettiva di gloria militare allettata esser poteva. Nelle picciole
lor guerre europee, questi campioni versavano il sangue de' loro amici,
o compatriotti, per l'acquisto forse unicamente di un villaggio, o di un
castello: quale esser doveva la loro esultanza nel correre ad affrontare
stranieri nemici, vittime al ferro lor consacrate! già colla loro
immaginazione afferravano le corone ricche dell'Asia; e i trofei
riportati dai Normanni nella Puglia, e nella Sicilia, parean mallevadori
d'un trono al più oscuro fra i venturieri. Le contrade abitate dai
Cristiani in quel secolo di barbarie, e per clima, e per coltivazione al
suolo de' Maomettani cedevano: oltrechè, i vantaggi, di cui natura ed
arte largheggiavano all'Asia, erano stati fuor di misura esagerati dallo
zelo, o dall'entusiasmo de' pellegrini, e dalle idee che avea concepita
l'Europa in veggendo i frutti di un commercio ancor nell'infanzia; il
volgo di tutte le classi bevea con avidità i racconti delle maraviglie,
che presentava una contrada innaffiata da fonti di mele, e da ruscelli
di latte, abbondante di miniere d'oro e di diamanti, coperta di palagi
di marmo e di diaspro, adombrata da boschetti olezzanti di cinnamomo e
d'incenso. Ciascun Capo di guerrieri si ripromettea dalla sua spada un
ricco ed onorevole possedimento, cui assegnava per solo confine
l'ampiezza de' proprj desiderj in questo paradiso terrestre[416]. I
vassalli, i soldati poneano la propria fortuna nelle mani di Dio e del
loro Signore. Le spoglie di un Emiro turco, bastar doveano ad arricchire
l'infimo tra i fantaccini: la squisitezza de' vini della Grecia,
l'avvenenza delle donne di quel paese, nella immaginazione di que'
campioni della Croce, destavano commozioni più conformi alla natura
umana, che alla lor professione[417]. Nel medesimo tempo, l'amore della
libertà accendea gli animi di tutti coloro che della tirannide feudale
ed ecclesiastica erano vittime. Col divenire Crociati, i borghigiani, e
i contadini, soggetti alla servitù della gleba, sottrar si poteano al
giogo di un superbo padrone, e trapiantarsi colle loro famiglie in una
terra di libertà. Il frate vedeva un modo di sciogliersi dalla rigida
disciplina del suo convento; il debitore di sospendere gl'interessi
dell'usura e le persecuzioni de' creditori; gli assassini, e i
malfattori d'ogni genere, di sfuggire la punizione de' loro delitti, e
di disfidare impunemente le leggi[418].
Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza
de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo
aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente,
dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i
più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro
amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della
santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a
mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione.
Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di
cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare
protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi
ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor
consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di
poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente
partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa
ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de'
Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli
stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del
cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza
degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i
limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella
fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese
fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza
sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di
manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli
che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra
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