concittadino il colonnello Alessandro Dow (v. I, p. 23-83), il quale ne ha offerti i due primi volumi della sua storia dell'Indostan, come una traduzione dell'opera del persiano Feristà. Ma in mezzo ai pomposi ornamenti di stile adoperati da questo Scrittore, non è sì facile il discernere, se veramente sia versione, o originale. [304] La dinastia de' Samanidi durò cenventicinque anni (A. D. 874-999) sotto il successivo governo di dieci principi. -V.- la genealogia de' medesimi, e la caduta della dinastia nelle tavole del sig. De Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, pag. 404-406). Alla suddetta dinastia venne dopo quella de' Gaznevidi, A. D. 999-1183 (-V.- t. I, p. 239-240). Il metodo serbato da questo Storico nell'indicare le divisioni de' popoli ha sparsa non poca confusione sulle epoche, e oscurità quanto ai luoghi. [305] -Gazna hortos non habet: est emporium et domicilium mercaturae indicae- (Abulfeda, -Geogr.-; Reiske, -Tabul- 23, p. 349; d'Herbelot, p. 364). Niuno fra i viaggiatori moderni ha visitata questa città. [306] Fu anzi l'ambasciatore del Califfo di Bagdad che adoperò questo vocabolo arabo, o caldeo, ed equivalente al nostro di -Signore e Padrone- (d'Herbelot, p. 825). Gli Scrittori bisantini dell'undicesimo secolo si valgono a tradurlo delle voci Αυτοκρατωρ βασιλευς βασιλεων, e la voce Σουλτανος o -Soldanus-, dopo essere passata dai Gaznevidi ai Selgiucidi, e agli Emiri d'Asia e d'Egitto, vedesi usata spesse volte nel linguaggio famigliare de' Greci e de' Latini. Il Ducange (-Dissert.- 16 sopra Joinville, p. 238-240; -Gloss. graec. e latin.-) si sforza per provare che il titolo di Sultano veniva adoperato nell'antico regno di Persia; ma chimeriche sono le prove dal medesimo adotte: ei fonda tal sua opinione sopra un nome proprio de' temi di Costantino (II, 11), sopra un passo di Zonara, che ha confuse le epoche, e sopra una medaglia di Kai-Kosrù, il quale non è, come pensa il Ducange, il Sassanide del secolo XVI, ma il Selgiucida d'Iconium che viveva nel tredicesimo secolo (De Guignes, -Hist. des Huns-, t. I, p. 246.) [307] Feristà, giusta i racconti del Dow (-Hist. of Hindostan-, v. 1, p. 49), fa menzione di un'arma da fuoco che diceasi adoperata fra gli eserciti degl'Indù; ma non m'indurrò sì facilmente a persuadermi di tale uso anticipato dell'artiglieria (A. D. 1008), e piacerebbemi esaminare prima il testo, indi l'autorità di Feristà che vivea nel secolo XVII alla Corte Mogolla. [308] Kinnoga o Canoga (l'antica Palimbotra), vien collocata a 27° 3ʼ di lat. e 80° 11ʼ di long. -V.- D'Anville (-Antiq. de l'Indie-, p. 60-62), e la correzione del Maggiore Rennel che ha visitati i paesi in persona. (-V.- la sua eccellente -Memoria- sulla carta dell'Indostan, p. 37-43). Molte riduzioni sono da farsi sui trecento gioiellieri, e sulle trentamila botteghe di noci di -areca-, e sulle sessantamila bande di musici ec. numerati da Abulfeda (-Geogr. Tab.- XV, pag. 274: Dow, vol. I, p. 16). [309] Feristà chiama i Portoghesi gl'idolatri europei (Dow, vol. I, p. 66). -V.- Abulfeda, p. 272, e la -Carte da l'Indostan-, del Rennel. [310] D'Herbelot, -Biblioth. orientale-, p. 527. Del rimanente queste lettore, questi apoftegmi ec. offrono di rado il linguaggio del cuore, e il motivo delle pubbliche azioni. [311] Essi citano a cagion d'esempio un rubino di quattrocentocinquanta -miskali- (Dow, vol. I, pag. 53) ossia di sei libbre e tre once: mentre il più grosso fra i rubini trovato nel tesoro di Dely non pesava che diciassette -miskali- (-Voyages de Tavernier-, part. II, p. 280). Ben vero è che nell'Oriente si dà il nome di rubino a tutte le pietre colorate (p. 355), e che il Tavernier ne aveva vedute tre, più grosse e più preziose del ridetto rubino, fra le gemme -del nostro gran re, il più potente e il più magnifico di tutti i re della terra- (p. 376). [312] Dow, t. I, pag. 65. Dicesi che il sovrano di Kinnoga avea duemilacinquecento elefanti. (Abulfeda, -Geogr. Tab.- XV, p. 274). Il lettore può, giovandosi di queste particolarità intorno all'India, correggere una nota del Capitolo VIII, t. I, o seguendo quella nota correggere queste particolarità. [313] -V.- un'esatta e verisimile descrizione di questi costumi pastorali nella Storia di Guglielmo arcivescovo di Tiro (l. I, c. 7, -Gesta Dei per Francos-; p. 633-634), ed altra importantissima nota che è dovuta all'editore della -Histoire généalogique des Tatars-, p. 535-538. [314] Possono attingersi contezze sulle prime migrazioni dei Turcomanni, sull'incerta origine de' Selgiucidi nella storia laboriosa degli Unni scritta dal de Guignes (t. I, -Tables chronolog.- l. V, t. III, l. VII, IX, X), nella -Biblioth. oriental.- del d'Herbelot (pag. 799-802, 897, 901), in Elmacin (-Hist. Saracen.- pag. 331-333), e in Abulfarage (-Dynast.-, p. 221, 222). [315] Dow, -Hist. of Indostan-, vol. I, pag. 89, 95, 98. Ho copiato questo passo, per dare un saggio sul modo di scrivere dell'Autore persiano: ma suppongo che per una bizzarra fatalità lo stile di Feristà sarà stato perfezionato da quello di Ossian. [316] Il Zendekan del d'Herbelot (p. 1028), il Dindaka del Dow (vol. I, pag. 97), secondo tutte le apparenze sono la stessa cosa che il Dandanekan di Abulfeda (-Geograph.- p. 345 Reiske), piccola città del Korasan, distante due giornate da Marù, e celebre in Oriente perchè vi nasce la bambagia, e gli abitanti suoi la lavorano. [317] Gli Storici bisantini (Cedreno t. II, p. 766, 767, Zonara t. II, p. 235, Niceforo Briennio, p. 21), hanno qui confuso le epoche e i luoghi, i nomi e le persone, le cagioni e gli effetti. L'ignoranza e gli errori di questi Greci, nè qui mi fermerò a diciferarli, possono inspirar molti dubbj sulla storia di Ciassare e di Ciro, tal quale la raccontano i più eloquenti fra i loro predecessori. [318] Guglielmo di Tiro (l. I, c. VII, p. 633). Il metodo di trar gli augurj dalle frecce è antico e celebre nell'Oriente. [319] D'Herbelot (pag. 801). Del rimanente, quando la posterità di Selgiuk fu pervenuta all'apice delle grandezze, non si mancò di celebrarlo, come trentaquattresimo discendente del grande Afrasiab, imperatore di Turan (p. 800). La genealogia tartara di Zingis ne fa conoscere un altro modo di adulare e un'altra favola: al dir dello storico Mirkond, i Selgiucidi di Alankavà derivano da una vergine (p. 801, col. 2); e se questi sono i -Zalzut- di Abulgazi-Bahadur-Kan (-Hist. généalog.- p. 148) vien citata in favor loro una testimonianza di molto peso; quella di un principe tartaro, discendente di Zingis, di Alankavà, o Alancù, e di Oguz-Kan. [320] Per effetto di un lieve cambiamento, Togrul-Beg trovasi essere il Tangroli-Pix de' Greci. Il d'Herbelot (-Bib. orient.- p. 1027, 1028) e il De Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, p. 189-201) raccontano con molta esattezza le particolarità del regno e dell'indole di Togrul. [321] Cedreno (t. II, p. 774, 775) e Zonara (t. II, p. 257) colle solite lor cognizioni sugli affari di Oriente, ne dipingono questo ambasciatore come uno -Sceriffo- che simile al -Syncellus- del Patriarca, sia stato il vicario e il successore del Califfo. [322] Ho tolta da Guglielmo di Tiro una tal distinzione fra i Turchi e i Turcomanni, distinzione almeno popolare e spontanea. I nomi sono gli stessi e la sillaba -man- ha lo stesso valore negli idiomi persiano e teutonico. Pochi fra i critici ammetteranno l'etimologia di Giacomo di Vitry (-Hist. Hieros.- l. I, c. II, p. 1061), secondo il quale, Turcomanni significa Turci, e Comani un popolo mescolato. [323] -È vero, che la religione maomettana non ha culto d'Immagini; e se i Cristiani lo avevano, siccome esso nè per la teoria, nè per la pratica non era, come pure non è, un'idolatria, così non sembra aver egli potuto indurre i popoli idolatri del Settentrione ad abbracciare a poco a poco il Cristianesimo. Molti poi di quei popoli s'erano fatti Ariani, ma non Cattolici.- (Nota di N. N.) [324] -Histoire génér. des Huns-, t. III, p. 165, 166, 167. Il De Guignes cita Abulmahasan, storico dell'Egitto. [325] -V.- la Biblioteca orientale, agli articoli -Abbassidi-, -Caher- o -Cayem-, e gli Annali di Elmacin e di Abulfaragio. [326] Ho tolte dal signor De Guignes (t. III, p. 197-198) le particolarità che a questa stravagante cerimonia si riferiscono; e il dotto Autore le ha tratte da Bondari, che ha composta in arabo la storia dei Selgiucidi (t. V, p. 365). Nulla mi è noto sul carattere di questo Bondari, nè intorno al paese, o al secolo, ne' quali ha vissuto. [327] -Eodem anno- (A. E. 455) -obiit princeps Togrul-Becus... Rex fuit clemens, prudens, et peritus regnandi, cujus terror corda mortalium invaserat, ita ut obedirent ei reges atque ad ipsum scriberent.- Elmacin, -Hist. Saracen.-, p. 342, vers. Erpenii. [328] -V.- intorno le guerre de' Turchi e de' Romani, Zonara, Cedreno, Scilitzes, il continuator di Cedreno, e Niceforo Briennio Cesare. I due primi erano frati, uomini di Stato i due ultimi; nondimeno tali erano i Greci d'allora, che appena distinguesi fra gli uni e gli altri qualche differenza di stile e di carattere. In quanto spetta agli Orientali mi sono prevalso, giusta il solito, delle erudite ricchezze del d'Herbelot (-V.- gli articoli de' primi Selgiucidi), e delle esatte ricerche del signor De Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, l. X). [329] ’Εφερετος γαρ εν Τουρηοις λογος, ως ειη πεπρωμενον ηαταραφηναι το Τουρηων γενος απο της τοιαυτης δυναμεως, αποιαν ο Μακεδον Αλεξανδρος εχωι κατασρεψατο Περσος. -Corse voce fra i Turchi, essere destino che da tanta potenza fosse rovesciata la stirpe turca, come per Alessandro Macedone furono sconfitti i Persiani.- (Cedreno, t. II, p. 791). Nulla v'ha di inverisimile nella credulità del volgo, e i Turchi aveano imparata dagli Arabi la Storia, o la leggenda di Escander Dulcarnio. (D'Herb. p. 317, ec.) [330] -Certamente che Dio fa vedere alcune volte subito, e chiaramente il suo castigo.- (Nota di N. N.) [331] Οι και Ιβεριαν ηαι Μεσοποταμιαν, και Αρμενοιαν οικουσι και οι την Ιουδαικην του Νεσορου και των Ακεφαλων θρησκεδουτιν αιρεσιν, -quelli che abitano l'Iberia e la Mesopotamia, e l'Armenia, e quelli che seguono l'eresia giudaica di Nestorio, e degli Acefali. V.- inoltre le osservazioni di Scilitzes a piè della pagina di Cedreno (t. II, p. 834), poichè le costruzioni equivoche di questo Greco non mi inducono tuttavia a credere che egli abbia confuso il Nestorianismo e l'eresia dei Monofisiti. Egli parla frequentemente di μενις, χολος, οργη Θεου, -ira, bile, collera di Dio-, qualità che mi sembrano appartenere a tutt'altro che ad un ente perfetto; ma la cieca dottrina del ridetto scrittore è costretta a confessare che una tal collera οργε, μενις etc., non tardò a percotere i Latini ortodossi. [332] Se i Greci avessero conosciuto il nome di Georgiani (Stritter, -Memoriae Byzant.-, t. IV, Iberica), io ne attribuirei l'etimologia all'agricoltura di questi popoli, come quella del Εκυθαι γεωδγοι, -Sciti, Georgj- (agricoltori) d'Erodoto (l. IV, c. 18, pag. 289, ediz. di Wesseling). Ma tal voce non rinveniamo nè fra i Latini (Giacomo di Vitry, -Hist. Hierosol.-, c. 79, p. 1095), nè fra gli Orientali (d'Herbelot, p. 407), se non se dopo le crociate, e divotamente è stata tolta dal nome di S. Giorgio di Cappadocia. [333] Mosheim, -Instit. Hist. eccles.-, p. 632. -V.- inoltre nei -Voyages de Chardin- (t. I, p. 171-174) i costumi e il culto di questa popolazione tanto avvenente e spregevole. La genealogia da' Principi georgiani incominciando da Adamo, e venendo sino ai nostri giorni, leggesi nelle Tavole del sig. de Guignes (t. I, p. 433-438). [334] Costantino Porfirogeneta fa menzione di queste città. (-De administ. imper.- l. II, c. 44, p. 119.) Gli Scrittori bizantini dell'undicesimo secolo ne parlano parimente chiamandola Mantzichierte, che molti confondono con Teodosiopoli; ma il Delisle, nelle sue note e nella sua Carta, ha determinata la situazione di Malazkerd. Abulfeda (-Geogr., Tab.- 18, p. 310) la vuole una piccola città, costrutta di pietre nere, provveduta d'acqua, ma priva di alberi ec. [335] Gli Uzj de' Greci (Stritter, -Memor. byzant.-, t. III, p. 923-948) sono i Gozz degli Orientali (-Hist. des Huns-, t. II, p. 122; t. III, p. 533 ec.). Se ne trovano sulle rive del Danubio e del Volga, nell'Armenia, nella Sorìa, e nel Korasan, e sembra che il nome di Uzj sia stato dato all'intera popolazione de' Turcomanni. [336] Gioffredo Malaterra (l. I, c. 33) accenna con distinzione -Urselius- (il -Russelius- di Zonara) fra i Normanni che sottomisero la Sicilia, e gli attribuisce il soprannome di Baliol. Gli Storici inglesi raccontano in qual guisa i Bailleul vennero dalla Normandia a Durham; fabbricarono il castello di Bernard sul Tees; fecero entrare nella loro famiglia una erede di Scozia ec. Il Ducange (-Note ad Nicephor. Briennium-, l. II, c. 4) ha fatte diverse indagini su questo argomento per onorare il presidente di Bailleul, il cui padre avea abbandonato la professione dell'armi per vestire la toga. [337] Elmacin (p. 343, 344) accenna un tal numero che il verisimile non eccede; pure Abulfaragio (p. 227) lo riduce a quindicimila uomini a cavallo, e il D'Herbelot (p. 102) a dodicimila. Del rimanente lo stesso Elmacin fa ascendere a trecenmila uomini l'esercito imperiale, ed anche Abulfaragio si esprime in tal guisa. -Cum centum hominum millibus, multisque equis et magna pompa instructus.- I Greci si astengono dall'indicare alcun numero determinato. [338] Gli autori greci non asseriscono così chiaramente che il Sultano si sia ritrovato alla battaglia: assicurano che Arslan diede il comando delle truppe al suo eunuco, e che indi si ritirò lungi dal campo ec. Parlano forse in tal guisa per ignoranza, o per gelosia, o il fatto sarebbe mai vero? [339] Questo Andronico era figliuolo di Cesare Giovanni Duca, fratello dell'Imperator Costantino (Ducange, -Fam. byzant.- p. 165). Niceforo Briennio, mentre loda le virtù, e attenua le colpe (l. I, p. 30-38, l. II, p. 53) di cotest'uomo, confessa ciò nonostante l'odio del medesimo contra Romano. ου πανυ δε φιλιως εχον προς βασιλεα -non avea dramma d'affetto pel re-. Scilitzes narra in più chiare note il tradimento di Andronico. [340] Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto, raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile. [341] Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio, eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης -non indegni dell'Impero Romano-, e che l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato. [342] Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (-ad calcem-Cedreni, t. II, p. 835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I, p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 343, 344), in Abulfaragio (-Dynast.-, p. 227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211). Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore, una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e l'affricano Novairi. [343] Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213), sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 344, 345). [344] Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi legge l'iscrizione, vi si dée già trovare. [345] La -Biblioteca orientale- ne presenta il testo per la storia del regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la -Histoire générale des Huns- (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che, se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto. [346] V. un eccellente Discorso posto in fine alla -Storia di Nadir-Shah-, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak, Anvari, Rascidi, ec., nella -Biblioteca orientale.- [347] Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la fine dell'undicesimo secolo. [348] -V.- Chardin, -Voyages en Perse-, t. II, p. 235. [349] L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A. H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze originali de' Persiani e degli Arabi. (-De Religione veterum Persarum-, c. 16, p. 200-211). [350] Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης κακοδαιμονεσερον πενιας, -la maggiore di tutte le calamità.- Ella toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col suo Visir. (-Alexias-, l. VI, p. 177, 178). [351] Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p. 269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman, qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita prima della fine del duodecimo secolo. [352] Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (-Voyages en Turquie et en Perse-: p. 107-110). [353] Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore obbedivano ai -decreti d'arresto-, ossia -Sciaus- del gran Sultano (-Alexias-, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i due figli di Solimano (p. 180). [354] Petis de la Croix (-Vie de Gengis-khan-, p. 161), cita questa espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene. [355] Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103, 104), e ad Anna Comnena (-Alexias-, p. 91, 92, ec., 168, ec.). [356] Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron (-V.- Abulfeda, -Geogr.-, -Climat- 17, p. 301-305.). [357] -Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec. coll'espressione- Consustantialem, -che spiega, e stabilisce appunto la Divinità di Gesù Cristo.- (Nota di N. N.) [358] -Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum- (Guibert. Abbat., -Hist. Hierosol.-, l. I, p. 468). Ella è cosa singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott nelle sue -Memorie- (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e dell'arcivescovo greco». [359] L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo turco come se vi fosse stato in persona. -Matres correptae in conspectu filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem passio ad filias-, ec. [360] -V.- diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di Solimano in Anna Comnena (-Alexias-, l. VI, p. 168, 169), colle note del Ducange. [361] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi. [362] Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la ravvisa per autentica (-Not. ad Alexiad.-, p. 335, ec.), benchè sia piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) -verbis vestita meis-, privilegio d'una indefinita estensione. [363] Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera -Gesta Dei per Francos-, contengono sicurissime particolarità intorno alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec. (-Mém. de l'Acad. des inscript.-, t. XXXVII, p. 467-500). [364] -Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium gravabatur, aut respirabat qualitate- (l. I, c. 3, p. 630). La latinità di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più. [365] -V.- intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa Eginardo (-De vita Caroli Magni-, c. 16, p. 79-82), Costantino Porfirogeneta (-De administr. imperii-, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi (-Critica-, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15). [366] Il Califfo concedè diversi privilegi -Amalphitanis viris amicis et utilium introductoribus- (-Gesta Dei-, p. 934). Il commercio di Venezia nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che confondea le due fazioni del Circo (-Veneti et Prasini-) co' Veneziani e coi Parigini. [367] -I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come semplice loro Profeta, ed inviato da Dio.- (Nota di N. N.) [368] Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (-Bibl. orient.-, t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo. [369] L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica (t. II, p. 214-306. -De lumine sancti sepulchri-). [370] -Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare l'espressione- pia frode. (Nota di N. N.) [371] Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno 870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino, che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno. [372] I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627), Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il miracolo, e gli fu sostituita la frode. [373] Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu inventata (-Mémoires du chevalier d'Arvieux-, t. II, p. 140; Giuseppe Abudacni, -Hist. Coph.-, c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim, di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la liquefazione del sangue di S. Gennaro. [374] Possono consultarsi il D'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 411), il Renaudot (-Hist. patriar. Alex.-, p. 390-397, 400, 401), Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto, tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono fatto interpretare verbalmente da un amico. [375] La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono, giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione, trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi da lui trascorsi (-Voyages-, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney. [376] -V.- Glaber, l. III, c. 7, e gli -Annali- del Baronio e del Pagi, A. D. 1009. [377] -Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres.... reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad propria reverterentur.- (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, -Historiens de France-, t. X, p. 50). [378] Glaber (l. III, c. 1). Katona (-Hist. crit. reg. Hungar.-, t. I, pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un monastero a Gerusalemme. [379] Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de' racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto. [380] V. Elmacin (-Hist. Saracen.-, p. 349, 350), e Abulfaragio (-Dynast.-, p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (-Histoire des Huns-, t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i nomi di Abulfeda e di Novairi. [381] Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076) fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo 1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il -regnum Babylonicum- (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius, A. D. 1064, n. 56). [382] De Guignes, -Histoire des Huns-, t. I, p. 249-252. [383] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano un -aureus- da ciascun pellegrino. Il -caphar- de' Franchi è oggidì di quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi. CAPITOLO LVIII. -Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de' Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro. Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del regno franco o latino.- [A. D. 1095-1099] Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme, un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese. Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni, attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa, poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co' piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de' pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza, mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia, se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per promulgarvi. Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo, contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de' Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de' Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi, Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli, non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny, nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de' Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro, ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata trascorsa. [A. D. 1095] Taluno potrebbe sulle prime stupire alla vista di un Pontefice Romano che si avvisò di erigere nel cuor medesimo della Francia un tribunale, d'onde lanciare i suoi anatemi contra il Sovrano di quella contrada: ma la maraviglia sparisce affatto agli occhi di chi si faccia una giusta idea di un Re di Francia dell'undicesimo secolo[394]. Filippo I, pronipote di Ugo Capeto, e fondatore della famiglia regnante, che in mezzo allo scadimento della posterità di Carlomagno, avea instituiti in reame i suoi dominj ereditarj di Parigi e di Orleans, ben possedea in proprietà la giurisdizione e la rendita di questo picciolo Stato; ma quanto al rimanente della Francia, nè Ugo, nè i primi suoi discendenti, altra cosa erano che gli alti feudatarj di circa sessanta Ducati, o contee ereditarie o independenti[395], i Capi de' quali paesi, sdegnando le legali assemblee, poco obbedivano, così alle leggi come al Monarca; e il sol modo che questi avesse tal volta per vendicarsi della loro tracotanza, nella indocilità de' Nobili di minor conto era posta. A Clermont dunque, e in tutta la signoria del conte di Alvernia[396], il Papa potea disfidare impunemente la collera di Filippo, onde il Concilio adunatovi da Urbano, nè in numero, nè in ragguardevolezza, a quello di Piacenza cedè[397]. Oltre alla sua Corte, e al collegio de' Cardinali Romani, il Pontefice vedeasi ivi fiancheggiato da tredici arcivescovi, da dugentoventicinque vescovi, e da quattrocento prelati di mitra insigniti. Le persone più rinomate per santità e dottrina in quel secolo vennero a rischiarare co' lumi della loro scienza, e a soccorrere co' proprj consigli, i Padri della Chiesa: intanto che immenso stuolo di possenti signori e di valorosi cavalieri accorrea da tutti i vicini reami al Concilio, e ne aspettava con impazienza i decreti[398]. Tanto era il fervore inspirato da zelo e curiosità ad un tempo, che migliaia di stranieri, non trovando più alloggio nella città, accampavano nella pianura, senza badare che già innoltrato era il novembre. Otto giorni di questa adunata partorirono per vero dire alcuni canoni edificanti, o giovevoli alla riforma de' costumi. Portate severissime censure contra la licenza delle guerre fra particolari, venne confermata la tregua di Dio,[399] ossia la sospensione di ogni ostilità per quattro giorni della settimana. La Chiesa si chiarì proteggitrice de' sacerdoti e del sesso femminile da essa presi sotto la sua salvaguardia; la qual tutela, durante tre anni fu estesa ai coltivatori e ai mercatanti, impotenti vittime della vessazion militare: ma comunque una legge sia rispettabile, l'autorità dalla quale deriva non perviene in un subito a cambiare l'indole di una generazione; e sappiamo men grado ad Urbano degli sforzi da esso fatti per sedare i litigi de' privati, allorchè allo scopo di queste sue provvisioni consideriamo. Ei non pensava che ad agevolare a sè stesso le vie di dilatare l'incendio della guerra dalle rive dall'Atlantico, alle sponde dell'Eufrate. Dopo la convocazione del sinodo di Piacenza, la fama di un sì grande disegno sparsa erasi appo i diversi popoli. Gli ecclesiastici che da un paese e dall'altro tornavano, aveano già predicato in tutte le diocesi il merito e la gloria alla liberazione di Terra Santa congiunti: pel quale motivo, il Pontefice dall'alto della cattedra che nel mercato di Clermont gli era stata innalzata, non durò molta fatica a persuadere uditori, così ben preparati, e propensi avidamente a credere ad ogni suo detto. Chiari ne sembravano gli argomenti, veementi erano le sue esortazioni, e il buon successo non poteva mancare. Migliaia di voci, che in una sola si confondevano, interruppero l'oratore esclamando strepitosamente nel rozzo linguaggio di que' tempi: -Deus lo volt, Deus lo volt.-[400] «Dio vuole così certamente; il pietoso Pontefice replicò. Che questo accento memorabile Deus vult, dettato senza dubbio dallo Spirito Santo, sia d'ora in poi il vostro grido eccitatore della battaglia; esso animerà lo zelo e il coraggio de' difensori di Gesù Cristo. La sua Croce è il simbolo della vostra salute. Portatene una rossa di color di sangue sul vostro petto, o sulle vostre spalle, e sia dessa il segno esteriore della irrevocabile obbligazione che avete assunta». Giubilando ognuno obbedì, e molta mano di ecclesiastici e di laici attaccarono sulle lor vesti il segnal de' Crociati[401], supplicando Urbano a farsi lor condottiero. Il prudente successor di Gregorio ricusò quest'onore pericoloso, adducendo a scusa del suo rifiuto lo scisma della Chiesa e i doveri del Pontificato. Arringati poscia que' fedeli, il cui zelo di partecipare alla santa impresa venia ritardato o dal sesso, o dalla lor professione, o dagli anni, o dalle infermità, raccomandò loro secondassero colle preghiere e colle elemosine il coraggio di coloro che aveano la bella sorte di potere militare in persona, conferì il titolo e la podestà di Legato appostolico ad Ademaro; vescovo di Puy, nel Velay, primo a ricever la Croce dalle mani del sommo Pontefice. Raimondo, conte di Tolosa, il più fervente fra i condottieri laici, assente trovavasi dal Concilio; ma gli ambasciatori di lui ne fecero la scusa, e pel loro padrone obbligaronsi. Tutti i ridotti campioni si confessarono, e ricevettero l'assoluzione, unitamente ad una esortazione, divenuta superflua, di sollecitare i loro compatrioti ed amici a seguirli. La partenza per Terra Santa venne deliberata pel giorno solenne dell'Assunzione, ossia quindicesimo di agosto del successivo anno[402]. Gli atti violenti sono tanto famigliari agli uomini, che connaturali ai medesimi potrebbero quasi supporsi. Il più lieve pretesto, il più incerto fra i diritti ne sembrano bastanti motivi per armare una nazione contro d'un'altra. Ma il nome e l'indole d'una guerra santa vogliono un esame più rigoroso, nè dobbiamo credere sì alla presta che i servi di un Principe di pace abbiano sguainata la spada di distruzione senza motivi rispettabili, senza le apparenze di un diritto legittimo e di una indispensabile necessità. Alle tarde lezioni dell'esperienza per lo più è riserbato l'illuminare gli uomini sulla politica o buona, o cattiva di una qualunque impresa dai medesimi sostenuta; ma prima che a questa si accingano, gli è d'uopo almeno che la coscienza loro il motivo e lo scopo ne approvi. Nel secolo delle Crociate, i Cristiani dell'Oriente e dell'Occidente, erano con vero convincimento persuasi della giustizia e del merito della loro spedizione; e comunque gli argomenti che eglino adoperavano, si trovino il più delle volte annebbiati da un continuo abuso della Scrittura, e delle figure rettoriche; trapela però che particolarmente fondavansi sul diritto naturale e sacro di difendere la propria religione, sui titoli speciali che essi reputavano avere al possedimento di Terra Santa, sull'empietà de' loro nemici o Maomettani, o Pagani che fossero[403]. I. Il diritto di una giusta difesa comprende, non v'ha dubbio, anche quella de' nostri collegati o spirituali, o civili; e si appoggia sull'esistenza reale del pericolo, più o meno incalzante a proporzione dell'odio e del poter de' nemici. È stata imputata a dogma maomettano una massima perniciosa, il dovere cioè di estirpare tutte le altre religioni coll'armi: accusa portata contro essa dall'odio, o dalla ignoranza, e confutata abbondantemente dal Corano, dalla storia de' conquistatori Musulmani, dalla tolleranza pubblica e legale al culto de' Cristiani conceduta dall'Islamismo. Non può per altro negarsi che i Musulmani, sotto un ferreo giogo, assoggettano le chiese dell'Oriente; che così in pace come in guerra si attribuiscono, come per diritto divino e incontestabile, l'Impero dell'Universo: che le conseguenze necessarie della loro condotta minacciano ad ogni istante le nazioni, da essi nomate infedeli, di perdere la loro religione, o la loro libertà, doppia perdita, che appunto nell'undicesimo secolo, le vittorie de' Turchi faceano a ragione temere. Essi aveano sottomessi in men di trent'anni tutti i reami dell'Asia fino a Gerusalemme e all'Ellesponto, e l'Impero greco già inclinar sembrava alla sua totale rovina. Oltre ad un sentimento naturale d'affetto pe' loro fratelli, i Latini avevano un interesse proprio nel difendere Costantinopoli, il baluardo il più saldo dell'Occidente; nè può contrastarsi che il privilegio della difesa, tanto al prevenire quanto al respingere una invasione, legittimamente si estende. Però al buon successo di tale impresa così numerosi soccorsi non si voleano, nè la ragione umana potrà approvare giammai le spaventose migrazioni che, spopolando l'Europa, apersero inutilmente alle genti migrate una tomba nell'Asia. II. L'acquisto della Palestina non avrebbe, in verun caso, contribuito alla possanza, o alla maggior sicurezza de' Latini; onde il fanatismo soltanto ha potuto accignersi a difendere questa impresa contra un picciolo paese tanto rimoto. Ma i Cristiani armavano i loro diritti sopra una terra, promessa ad essi in virtù d'un patto inalienabile, suggellato col Sangue di Gesù Cristo. Il lor dovere gli obbligava, dicevano, a scacciare dalla santa eredità che lor pertenea, una banda di ingiusti possessori che, profanando il sepolcro dell'Uomo Dio, la devozione de' Pellegrini insultavano. -- Come rispondere ad essi che la preminenza di Gerusalemme, e la santità della Palestina, colla legge di Mosè erano sparite? che il Dio de' Cristiani non è una divinità locale: che il possedimento di Betlemme o del Calvario, l'acquisto della tomba, o della culla del Redentore non renderanno mai scusabile agli occhi di lui l'infrazione de' precetti morali dell'Evangelio? Questi argomenti perderanno sempre ogni forza contra le pesanti armi della superstizione, nè è cosa sì agevole che anime timorate, spontaneamente i loro creduti diritti sulla Terra Sacra de' misteri e de' prodigi abbandonino. III. Ma le guerre -sante- che hanno insanguinati tutti i climi del globo, dall'Egitto alla Livonia, dal Perù all'Indostan, ebbero d'uopo di cercare la loro legittimità, in massime più generali e più pieghevoli a cotal uopo. Si è soventi volte, e per più riprese, supposto e affermato che la differenza delle dottrine religiose, basta a giustificare qualsivoglia ostilità; che i campioni della Croce possono soggiogar santamente, od anche piamente immolare, tutti gl'increduli ostinati, e che la Grazia è l'unica origine, del potere sulla terra, della felicità nel regno de' Cieli. Più di quattro secoli innanzi la prima Crociata, i Barbari dell'Arabia e della Germania, quasi nello stesso tempo, e nel modo medesimo, avevano invase le province orientali e occidentali dell'Impero romano. Il tempo, i negoziati, la conversione de' Franchi al cristianesimo, le conquiste di questi aveano autenticate; ma i principi maomettani comparivano tuttavia, così agli occhi de' sudditi, come a quelli de' vicini, quai tirannici usurpatori, nè scorgeasi alcuna ingiustizia nel privarli, o per via di guerre, o per via di sommosse, di un illegittimo possedimento[404]. Col corrompersi de' costumi de' Cristiani, più severo divenne il loro codice di penitenza[405], e la moltitudine de' peccati, partorì la moltiplicità dei rimedj. Ne' tempi della Chiesa primitiva, i peccatori, con una pubblica e volontaria confessione, all'espiazione delle colpe si apparecchiavano. Nel medio evo, i vescovi e i preti, facendosi eglino stessi ad interrogare il colpevole, lo costrigneano a rendere un severo conto de' suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni, prescrivendogli indi, sotto quai patti dovea meritarsi la divina misericordia: ma poichè la tirannide e l'indulgenza, aveano un campo per abusare a vicenda di questo arbitrario potere, venne composta una regola di disciplina, che d'istruzione e di guida ai giudici spirituali servisse. Primi inventori di siffatta legislazione furono i Greci; la Chiesa latina, i lor precetti penitenziali[406] tradusse, o imitò: e ne' giorni di Carlomagno, il clero di ciascuna diocesi aveva un codice, che veniva prudentemente nascosto agli occhi del volgo. In sì dilicata valutazione delle offese e de' gastighi, l'acume e l'esperienza de' frati, tutti i casi, e tutte le distinzioni andavano prevedendo. Trovavansi nella lor lista peccati che parea non avesse potuto sospettare la stessa malizia, altri cui la ragione non sapea prestar fede. Le colpe più comuni di fornicazione, di adulterio, di spergiuro e di sacrilegio, di rapina e omicidio, venivano espiate con una penitenza, che, giusta le circostanze, dai quaranta giorni ai sette anni si prolungava. Durante questo corso di salutari mortificazioni, una pratica metodica di preghiere e digiuni ridonava la salute all'anima del peccatore, e l'assoluzione delle sue colpe ottenevagli. Il disordine delle sue vesti ne annunziava i rimorsi e la contrizione; astener doveasi da ogni affare, e sociale diletto. Ma il rigoroso adempimento di tali prescrizioni, avrebbe di leggieri convertiti in deserti i palagi, i campi e le intere città; i Barbari dell'Occidente non mancavano, per dir vero, di fiducia e di docilità al sacerdozio; ma la natura umana contra le massime si ribellava, e spesse volte le magistrature indarno adopravansi a far forte l'ecclesiastica giurisdizione; oltrechè, diveniva cosa impossibile l'eseguire esattamente una gran parte di penitenze. Il peccato di adulterio, per un giornaliero reiterarsi delle fralezze degli uomini, moltiplicavasi, e quello dell'omicidio talvolta comprendea la strage di una intera popolazione; ogni atto peccaminoso producea un conto a parte; onde in quella età di anarchia[407] e di corruzione, non era difficile che un peccatore, anche fra i meno colpevoli, contraesse in penitenze un debito di trecent'anni. A questa sua impotenza di pagamento suppliva una commutazione, o indulgenza: ventisei solidi[408] d'argento, quattro lire sterline all'incirca, pagavano la penitenza di un anno per l'uomo ricco, tre solidi, o nove scellini, all'indigente egual servigio prestavano. Cotali elemosine vennero bentosto adoperate agli usi della Chiesa, che nella remission de' peccati una sorgente inesausta di ricchezze e di potenza rinvenne[409]. Un debito di tre secoli (mille dugento lire sterline all'incirca) potea arrecar sommo danno ad uno splendidissimo patrimonio: la mancanza d'oro e d'argento fu ammendata colla alienazione delle terre; e Pipino, e Carlomagno, formalmente protestarono che le immense loro donazioni aveano per iscopo la guarigione delle proprie anime. Ella è massima delle leggi civili, che chiunque non può pagare con danaro, sconti col proprio corpo, onde i Monaci ammisero la pratica della flagellazione, doloroso ma economico supplimento[410]. Dopo una stima arbitraria, un anno di penitenza fu valutato tremila colpi di disciplina[411], e tali erano la robustezza e la pazienza del famoso eremita S. Domenico l'Incuoiato[412], che in sei giorni con una flagellazione di trecentomila battiture, il debito di un secolo intero pagava. Un grande numero di penitenti d'entrambi i sessi, cotesto esempio imitò. E poichè era permesso il trasportare in un altro il merito della sopportata flagellazione, un campion vigoroso potea sulle proprie spalle espiare i peccati di tutti i suoi benefattori[413]. Sì fatti compensi pecuniarj e personali introdussero, nell'undicesimo secolo, un genere di più onorevole soddisfazione. I predecessori di Urbano II, aveano concedute indulgenze a coloro che, contro i Saracini dell'Affrica e della Spagna, brandivano l'armi; estendendo l'esempio ricevuto da essi, questo Pontefice, nel Concilio di Clermont, compartì indulgenza plenaria a tutti quelli che sotto i vessilli della Croce si arrolerebbero: la quale indulgenza era posta nell'assoluzione di tutti i loro peccati, e nella remission generale di tutto il debito che in penitenze canoniche ai medesimi rimaneva[414]. La fredda filosofia del nostro secolo, durerà forse fatica a comprendere la viva impressione, che sopra anime colpevoli e fanatiche questa promessa operò. Alla voce del lor Pastore, i masnadieri, gli omicidi, gli incendiarj a migliaia accorrevano, impazienti di riscattare le proprie anime, col trasportare in mezzo agl'Infedeli il furore onde si erano fatti esecrabili nella lor patria. I peccatori di ogni grado e di ogni specie, questo nuovo metodo di espiazione avidamente abbracciarono. Niuno credeasi a bastanza puro, niuno esente da colpa e dal dovere di far penitenza; e quelli ancora che aveano minor motivo di paventare la giustizia di Dio e della Chiesa, si confortavano nell'idea di acquistare tanto maggiori diritti ad una ricompensa del lor pietoso coraggio, così in questo Mondo, come nell'altro. Il Clero latino non esitò a promettere la corona del martirio[415] a chiunque fosse in così santa spedizione soggiaciuto; e chi alla conquista di Terra Santa sopravvivea, poteva aspettarsi con sicurezza un premio, che cogli anni della vita sua accumulavasi in Cielo. Di fatto, tutti questi Crociati offerivano il proprio sangue al figlio di Dio, che immolato erasi per la lor redenzione; prendeano la Croce; entravano con fiducia nella via del Signore; la Providenza di lui dovea vegliare sovr'essi, e forse anche la sua onnipotenza, con modi visibili e miracolosi, toglier di mezzo gli ostacoli che l'impresa loro impacciassero. La nube e la colonna di Jehova non erano marciate dinanzi agli Israeliti guidandoli fin nella Terra Promessa? a miglior diritto i Cristiani non poteano sperare che i fiumi si aprirebbero per dare ad essi passaggio, che le mura delle più forti città cadrebbero al suono delle loro trombe, che il sole arresterebbe il suo corso, per lasciare a questi campioni il tempo necessario a distruggere gli Infedeli? Fra i condottieri e i soldati che al Santo Sepolcro affrettavansi, oserei assicurare non essersene trovato un solo che lo spirito di entusiasmo, la fiducia nel merito dell'impresa, la speranza del guiderdone e del patrocinio celeste, non animassero. Ma mi persuado parimente che, per la maggior parte di essi, tali motivi non fossero i soli; e che per alcuni anzi, non formassero il principal fomite di tanto fervore. La preponderanza, o l'abuso, della religione, difficilmente arrestano il torrente de' costumi dei popoli, bensì quando voglion affrettarne il corso, l'impulso loro non trova più resistenza. I Papi e i Sinodi indarno tuonavano contro le guerre de' privati, i sanguinosi tornei, gli amori licenziosi, i duelli giudiziarj. Più agevolmente riuscivano ad eccitare disputazioni metafisiche fra i Greci, a trar ne' chiostri le vittime del dispotismo e dell'anarchia, a santificare la pazienza de' vili e degli schiavi, o in appresso, a farsi merito dell'umanità e della benevolenza che fra i moderni Cristiani ravvisansi. Gli esercizj della persona, e la guerra, erano le passioni favorite de' Franchi e de' Latini; veniva lor comandato di abbandonarsi alle medesime per ispirito di penitenza, di trasportarsi in lontani paesi, e sguainare le loro spade contra le nazioni dell'Oriente; il buon successo, o solamente l'aver cercato di meritarlo, bastavano a fare immortali i nomi degli eroi della Croce; anche una pietà la più pura da una sì luminosa prospettiva di gloria militare allettata esser poteva. Nelle picciole lor guerre europee, questi campioni versavano il sangue de' loro amici, o compatriotti, per l'acquisto forse unicamente di un villaggio, o di un castello: quale esser doveva la loro esultanza nel correre ad affrontare stranieri nemici, vittime al ferro lor consacrate! già colla loro immaginazione afferravano le corone ricche dell'Asia; e i trofei riportati dai Normanni nella Puglia, e nella Sicilia, parean mallevadori d'un trono al più oscuro fra i venturieri. Le contrade abitate dai Cristiani in quel secolo di barbarie, e per clima, e per coltivazione al suolo de' Maomettani cedevano: oltrechè, i vantaggi, di cui natura ed arte largheggiavano all'Asia, erano stati fuor di misura esagerati dallo zelo, o dall'entusiasmo de' pellegrini, e dalle idee che avea concepita l'Europa in veggendo i frutti di un commercio ancor nell'infanzia; il volgo di tutte le classi bevea con avidità i racconti delle maraviglie, che presentava una contrada innaffiata da fonti di mele, e da ruscelli di latte, abbondante di miniere d'oro e di diamanti, coperta di palagi di marmo e di diaspro, adombrata da boschetti olezzanti di cinnamomo e d'incenso. Ciascun Capo di guerrieri si ripromettea dalla sua spada un ricco ed onorevole possedimento, cui assegnava per solo confine l'ampiezza de' proprj desiderj in questo paradiso terrestre[416]. I vassalli, i soldati poneano la propria fortuna nelle mani di Dio e del loro Signore. Le spoglie di un Emiro turco, bastar doveano ad arricchire l'infimo tra i fantaccini: la squisitezza de' vini della Grecia, l'avvenenza delle donne di quel paese, nella immaginazione di que' campioni della Croce, destavano commozioni più conformi alla natura umana, che alla lor professione[417]. Nel medesimo tempo, l'amore della libertà accendea gli animi di tutti coloro che della tirannide feudale ed ecclesiastica erano vittime. Col divenire Crociati, i borghigiani, e i contadini, soggetti alla servitù della gleba, sottrar si poteano al giogo di un superbo padrone, e trapiantarsi colle loro famiglie in una terra di libertà. Il frate vedeva un modo di sciogliersi dalla rigida disciplina del suo convento; il debitore di sospendere gl'interessi dell'usura e le persecuzioni de' creditori; gli assassini, e i malfattori d'ogni genere, di sfuggire la punizione de' loro delitti, e di disfidare impunemente le leggi[418]. Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente, dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione. Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de' Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000