incontro venivagli, Roberto raunò un consiglio da' suoi primarj
uffiziali composto. «Voi vedete, lor disse, in qual pericolo vi trovate:
esso è incalzante, inevitabile. Le colline sono coperte di guerrieri e
di stendardi: l'Imperator greco è accostumato alle guerre e ai trionfi.
La disciplina e l'unione solamente ci possono far salvi, e sono pronto a
cedere il comando ad un Generale più abile di me». Le acclamazioni
generali, e persino de' suoi segreti nemici, avendolo in sì periglioso
momento fatto certo della stima e della confidenza d'ognuno; «contiam
dunque, esclamò, sui frutti della vittoria, e se vi è un vile,
impediamogli ogni strada alla fuga, abbruciamo il nostro navilio e le
nostre bagaglie, e combattiamo su questo suolo, come se fosse il luogo
della nostra nascita, e del nostro sepolcro.» Approvata unanimamente
siffatta risoluzione, Guiscardo che disdegnò cautelarsi fra mezzo alle
file de' suoi soldati, si pose a capo dell'esercito ordinato in
battaglia aspettando ivi di piè fermo il nemico. Un fiume poco largo gli
guardava le spalle, l'ala destra prolungandosi sino al mare; la sinistra
terminava alle falde delle colline: e Guiscardo forse ignorava che in
questo campo medesimo Cesare e Pompeo disputati eransi l'Impero del
Mondo[233].
[A. D. 1081]
Alessio avendo risoluto, contro il parere de' più saggi suoi capitani,
di commettersi all'evento di una battaglia, insinuò alla guernigione di
Durazzo il contribuire con una sortita a tempo operata alla liberazione
della città. Con due divisioni egli marciò per sorprendere i Normanni
innanzi lo schiarire del giorno, onde da due lati vedeasi la cavalleria
leggiera dei Greci tener la pianura; la seconda linea era composta di
arcieri, i Varangi serbarono a sè medesimi l'onore di combattere
all'antiguardo. Al primo scontro, le azze da guerra degli stranieri
portarono terribili botte all'esercito di Guiscardo, a soli quindicimila
uomini allora ridotto. I Lombardi e i Calabresi, dandosi a vergognosa
fuga, corsero, chi alle rive del fiume, chi a quelle del mare; ma il
ponte era stato distrutto, per togliere un varco ai soldati della
piazza, se tentavano una sortita; la costa vedeasi cinta di galee
veneziane che fecero prova delle lor macchine da guerra in mezzo a
questa disordinata moltitudine; la quale sarebbe inevitabilmente perita
senza il valore e la condotta ammirabile de' suoi Capi. I Greci ne
descrivono Gaita, moglie di Roberto, come una amazzone e una seconda
Pallade, men abile nelle arti, ma non men della dea degli Ateniesi
terribile nella guerra[234]. Benchè ferita da una freccia, rimase sul
campo di battaglia, e colle esortazioni e coll'esempio le soldatesche
disperse riordinò[235]; la sua femminile voce venia secondata dalla voce
più forte e dal braccio più vigoroso di Guiscardo. Intrepido in mezzo
all'azione, quanto magnanimo ne' consigli: «Dove fuggite voi, esclamò?
avete che fare con un nemico implacabile, e la morte è meno crudele
della servitù». Il momento era decisivo; i Varangi, nell'avanzarsi
troppo, lasciarono scoperti i lor fianchi; gli ottocento cavalieri del
corpo di battaglia del Duca, che non erano stati intrapresi, colla
lancia in resta si precipitarono sul nemico, e gli Storici greci non
rimembrano senza dolore l'impeto della cavalleria franca, cui non val
resistenza[236]. Alessio non trascurò alcun dovere di generale e
soldato; ma allorchè vide la strage de' Varangi e la fuga de' Turchi, e
in niun conto avendo i proprj sudditi, della fortuna sua disperò. La
principessa Anna, che versa una lagrima su questo infausto avvenimento,
è ridotta a vantare la forza e l'agilità del cavallo di suo padre, e il
vigore onde questi si difese contra un cavaliere che con una percossa di
lancia aveagli fatto in pezzi il cimiero. Con disperato valore, si
aperse varco per mezzo a uno squadrone di Normanni che la fuga
impedivagli, e dopo avere errato due giorni e due notti in mezzo alle
montagne, potè godere di qualche riposo, non d'animo, ma di corpo, entro
le mura di Licnido. Si dolse Roberto delle sue truppe che, troppo
mollemente e lentamente inseguendo Alessio, una tanto luminosa preda
sfuggirsi lasciassero: ma nel confortarono i trofei e gli stendardi
tolti al nemico, la ricchezza e il lusso del campo greco, e la gloria di
aver distrutto un esercito cinque volte più numeroso del suo. Molti
Italiani rimasero vittima del proprio spavento; pur questa memoranda
giornata non costò a Guiscardo più di trenta de' suoi cavalieri.
L'esercito imperiale perdè, fra Greci, Turchi ed Inglesi, cinque o
seimila uomini all'incirca[237], fra i quali si noverano molti nobili e
guerrieri di sangue reale; l'impostore Michele trovò nello spianato di
Durazzo una morte più onorevole che nol fu la sua vita.
[A. D. 1082]
Ella è cosa molto probabile che Guiscardo non si affliggesse gran fatto
della perdita di questo fantasma d'Imperatore, costatogli molto caro, nè
con altro pro che di avventurarlo alla derisione de' Greci. Disfatti
questi, la guernigione continuò nel difendersi: l'Imperatore aveva avuta
l'imprudenza di richiamare Giorgio Paleologo, intanto che un Veneziano
comandava nella città: le tende degli assedianti vennero cambiate in
baracche, atte ad offerire riparo contra il rigore del verno; e ad una
disfida fattagli dalla Fortezza, Roberto rispose che la sua
perseveranza, l'ostinazione degli assediati almen pareggiava[238]. Già
forse ei fondavasi sopra una lega segreta da lui stretta con un nobile
Veneziano, che sedotto dalla speranza di un luminoso e ricco maritaggio,
ebbe la viltà di tradire i confederati della sua patria. Nel più cupo
della notte, furono gettate dall'alto delle muraglie le scale di corda,
per le quali saliti tacitamente gli snelli Calabresi, sol dal nome, e
dalle trombe del vincitore, i Greci furono desti. Ciò nullameno per tre
giorni difesero le strade contra un nemico già padrone de' baluardi; si
rendettero finalmente dopo un assedio di sette mesi, calcolati dal
momento che la piazza fu circondata. Penetrò indi Roberto nelle parti
interne dell'Epiro, o dell'Albania, e attraversate le prime montagne
della Tessaglia, trecento Inglesi nella città di Castoria sorprese, a
Tessalonica si avvicinò, fece tremare Costantinopoli. Ma un più
incalzante dovere, il corso dei suoi ambiziosi disegni interruppegli.
Già distrutti due terzi del suo esercito dal naufragio, dai morbi
contagiosi e dal ferro nemico, e allorchè aspettavasi dall'Italia nuove
reclute, dolorosi messaggi lo ragguagliarono delle sciagure, e de'
pericoli ai quali, per la lontananza di lui, la stessa Italia era in
preda, della ribellione delle città e de' Baroni della Puglia, dello
stremo a cui trovavasi il Papa, dell'avvicinamento, o piuttosto
dell'invasione di Enrico Re di Alemagna. Egli osò immaginarsi che la
presenza sua basterebbe a rendergli sicuri gli Stati, e sopra un sol
brigantino, rivalicò il mare, lasciando l'esercito sotto il comando di
suo figlio e dei Conti normanni; e con esortazioni a Boemondo, di
rispettare la libertà de' suoi eguali, ai Conti di obbedire l'autorità
del lor Generale. Il figlio di Guiscardo sull'orme del padre suo
camminò. I Greci paragonano questi due guerrieri al bruco e alla
locusta, l'uno de' quali divora tutto quanto non fu sterminato
dall'altro[239]. Dopo avere vinte due battaglie contra l'Imperatore,
scese nella pianura della Tessaglia e assediò Larissa, capitale del
favoloso regno di Achille[240], ove l'erario e i magazzini del greco
esercito si racchiudevano. Del rimanente debbonsi encomj alla prudenza e
alla fermezza di Alessio, che contro la infelicità de' tempi
coraggiosamente lottò. In mezzo alla penuria che disastrava lo Stato,
ardì valersi degli arredi superflui delle chiese, provvide alla diffalta
dei Manichei, col sostituir loro alcune tribù della Moldavia; settemila
Turchi assunsero il luogo degli estinti fratelli e l'incarico di
vendicarli; intanto i soldati greci, addestratisi nel cavalcare e nel
lanciar frecce, si fecero abili al giornaliero esercizio delle fazioni
militari e delle imboscate. Sapendo Alessio per esperienza che i
cavalieri franchi, tanto formidabili sui lor corridori, non poteano nè
combattere, nè quasi moversi a piedi[241], ordinò ai suoi arcieri di far
bersaglio de' loro dardi il cavallo anzichè il cavaliere, e seminava di
punte di ferro ed altri impacci il terreno d'onde potea paventare un
assalto. La guerra venne protratta ne' dintorni di Larissa ove i
successi de' due eserciti, dubbiosi rimasero. In tutte le occasioni il
coraggio di Boemondo in guisa luminosa, e sovente con fortuna, si
dimostrò; ma i Greci immaginarono uno stratagemma per cui il normanno
campo fu saccheggiato. Inespugnabile essendo la città, i Conti o
disgustati, o corrotti dall'inimico, le bandiere del loro duce
abbandonarono, e consegnati ai Greci i lor posti, le parti
dell'Imperatore seguirono. Alessio riportò a Costantinopoli il
vantaggio, anzichè l'onore della vittoria. Quanto al figlio di
Guiscardo, rinunziando ad un territorio che non potea più difendere,
veleggiò verso l'Italia ove ben accolselo il padre, che ne conoscea il
merito, e ne compiagnea l'infortunio.
[A. D. 1081]
Di tutti i principi latini confederati di Alessio, e nemici di Roberto,
il più poderoso e zelante era Enrico III, o IV Re d'Alemagna, e
d'Italia, che divenne in appresso Imperator d'Occidente. La lettera che
il Principe greco indirissegli[242], abbonda di sentimenti di verace
amicizia e del desiderio onde ardea di consolidare la scambievole lega
con vincoli di famiglia, e politici. Congratulatosi con Enrico pei buoni
successi da esso ottenuti in una giusta e santa guerra, querelasi perchè
le audaci imprese de' Normanni, la prosperità del suo impero hanno
turbata. La nota de' donativi inviatigli dalla Grecia ai costumi del
secolo corrisponde: una corona d'oro guarnita di raggi, una croce da
petto adorna di perle, una scatola di reliquie coi nomi e titoli de'
Santi cui perteneano, un vaso di cristallo, un vaso di Sardonica,
balsamo, probabilmente della Mecca, e cento pezze di porpora; inoltre
cenquarantaquattromila bisantini d'oro, con promessa di aggiugnerne
altri dugento sedicimila, allorchè Enrico fosse venuto in armi sul
territorio pugliese, e confermata, con giuramento, la loro
confederazione contro il comune inimico. Il Principe alemanno[243] che
già trovavasi in Lombardia, Capo di un esercito e di una fazione,
accettando tosto queste magnifiche offerte, al mezzogiorno immantinente
si volse; e benchè il fermasse in cammino la notizia della giornata di
Durazzo, ricompensò abbondantemente il dono avuto dall'Imperatore,
poichè lo spavento che coll'armi sue e col suo nome inspirò, costrinse
Roberto a ricercar precipitosamente la Puglia. Enrico detestava i
Normanni, come confederati e vassalli di Gregorio VII, implacabile suo
nemico, orgoglioso sacerdote, che col suo zelo ambizioso riaccese la
lunga querela tra il Sacerdozio e l'Impero[244]: il Re, il Papa, si
mandavano anatemi a vicenda, e ognun d'essi avea posto un rivale sul
trono del suo antagonista. Dopo la sconfitta e la morte del ribelle
della Svevia, Enrico si condusse in Italia per assumervi l'imperiale
corona, e scacciare il tiranno della Chiesa dal Vaticano[245][246]: ma
la causa di Gregorio i Romani sostennero, e fermi in lor coraggio
rendevangli i soccorsi d'uomini e di danaro che ad essi venian dalla
Puglia, onde per tre volte l'Imperatore alemanno tentò indarno l'assedio
di Roma. Nel quarto anno, Enrico si guadagnò, coll'oro dicesi di
Bisanzo, i Nobili romani che i lor dominj e le lor castella a tutti gli
orrori della guerra videro in preda. Gli vennero consegnate le porte, i
ponti e cinquanta ostaggi: l'antipapa Clemente fu consacrato nel palagio
di Laterano, e pieno di gratitudine incoronò in Vaticano il suo
protettore. L'Imperatore Enrico, intitolatosi successore d'Augusto e di
Carlomagno, chiarì il Campidoglio sua stabile residenza. Il nipote di
Gregorio le rovine del Septizonio tuttavia difendea: assediato entro
castel S. Angelo il Papa nel solo coraggio e nella fedeltà del suo
vassallo normanno ponea la speranza. Ben vero è che ingiurie e
reciproche lamentanze aveano interrotto il buon accordo fra questi due
personaggi; ma in sì imminente pericolo Guiscardo i suoi giuramenti, il
suo interesse più forte ancora dei giuramenti, l'amor della gloria, e
l'odio che portava ai due Imperatori, sol calcolò. Dispiegata la santa
bandiera, coll'animo deliberato di accorrere in soccorso al principe
degli Appostoli, e dopo avere raunati seimila uomini a cavallo, e
trentamila fantaccini, il più numeroso di quanti eserciti ebbe giammai,
mosse da Salerno a Roma, e durante quel cammino i pubblici applausi, e
le promesse di celeste soccorso, lui e le sue soldatesche
accompagnarono. Vincitore in sessantasei battaglie, all'avvicinar di
Guiscardo, Enrico tremò: mostrando ricordarsi d'alcuni indispensabili
affari che la sua presenza volevano in Lombardia, esortò i Romani a
conservarsi fedeli, e tre giorni prima che i Normanni giugnessero,
affrettatamente partì. In men di tre anni, il figlio di Tancredi di
Altavilla ebbe la gloria di liberare il Pontefice, e di vedere sparire
dinanzi a sè le armi vincitrici degli Imperatori d'Oriente[247], e
d'Occidente. Ma lo splendore del trionfo di Roberto le sciagure di Roma
oscurarono. Già i partigiani di Gregorio toccata aveano la meta di
rompere, di scalare le mura, già si trovavano in Roma; non quindi
inoperosa, o priva di forze era la fazione degli Imperiali: laonde il
terzo giorno si accese una terribile sedizione, e un accento
inconsiderato sfuggito al vincitore, per cui parea la difesa, o la
vendetta essere comandate, divenne segnale d'incendio e di
devastazione[248]. I Saracini della Sicilia, i sudditi di Ruggero, gli
ausiliari di Guiscardo, colsero il destro per ispogliare e profanare la
santa città de' Cristiani: migliaia di cittadini vennero oltraggiati,
trucidati o ridotti in servitù, innanzi agli occhi e per opera de'
confederati del loro padre spirituale. Un vasto rione che dal palagio di
Laterano al Colosseo si estendea, le fiamme consunsero, sicchè anche ai
dì nostri non offre più che un deserto[249]. Gregorio, abbandonata una
città, che lo detestava e più nol temea, andò a terminare nel palagio di
Salerno i suoi giorni. Senza dubbio, questo scaltro pontefice, colla
lusinga della sovranità di Roma, o della Corona imperiale, Guiscardo
adescò; ma un sì periglioso espediente, al certo, giusta ogni apparenza,
opportunissimo ad infondere nuovo ardore nell'animo ambizioso del Duca
normanno, coll'effettuarsi, avrebbe per sempre alienati dal Pontefice
gli animi de' fedeli principi dell'Alemagna.
[A. D. 1084]
Guiscardo liberatore e in un flagello di Roma, avrebbe potuto finalmente
darsi al riposo: ma nel medesimo anno che egli aveva veduto fuggire
l'Imperator d'Alemagna, il capitano instancabile agli antichi
divisamenti delle orientali conquiste fece ritorno. L'entusiastico zelo,
o la gratitudine di Gregorio, i regni della Grecia e dell'Asia al costui
valore aveva promessi[250]. Le milizie del Normanno stavano in armi,
fatte orgogliose dai buoni successi ottenuti, e preste a cercarne altri
in mezzo alle pugne. La principessa Anna, valendosi delle parole di
Omero paragona questi soldati ad uno sciame di api[251]: ma ho già fatto
conoscere innanzi che maggior numero di forze il figlio di Altavilla non
aveva mai radunate: cento venti navigli vi vollero ad imbarcarle, e
innoltrata essendo di molto la stagione, il porto di Brindisi[252], alla
rada aperta di Otranto ci preferì. Alessio intanto, timoroso di un
secondo assalto, a ristorare la marineria dell'Impero si adoperava,
oltre al considerabile soccorso di trentasei legni da sbarco, di
quattordici galee, e nove galeotte straordinariamente ampie e robuste
che dalla Repubblica veneta aveva ottenuto: soccorso abbondantemente
ricompensato col privilegio parziale di commercio conceduto alla
repubblica, col dono fattole dall'Imperatore di molte botteghe e case
nel porto di Costantinopoli, col pagamento di un tributo, tanto più
gradevole ai Veneziani, che derivava da una tassa imposta ai cittadini
di Amalfi loro rivali. La lega de' Greci coi Veneziani copriva di una
squadra nemica il mare Adriatico. Ma fosse negligenza dei confederati, o
abilità di Roberto, l'incostanza de' venti, o l'oscurità d'un nebbione,
il Duca si aperse un varco, e i Normanni sani e salvi sulla costa
d'Epiro sbarcarono. L'intrepido Capitano, comandando venti buone galee
si pose immantinente in cerca dell'inimico, e benchè più avvezzo a
guerreggiare a cavallo, commise la propria vita, e quella di suo
fratello e de' suoi due figli all'evento di una battaglia navale. In tre
successive pugne datesi a veggente dell'isola di Corfù, l'impero del
mare fu disputato; e l'abilità e il numero de' confederati prevalsero
nelle due prime: ma nella terza i Normanni riportarono una vittoria
decisiva e compiuta[253]. Con ignominiosa fuga i brigantini leggieri de'
Greci si spersero: più ostinata lotta sostennero le nove Fortezze mobili
de' Veneziani; sette mandate a fondo, e due cadute finalmente in potere
dell'inimico; duemila cinquecento prigionieri la pietà del vincitore
indarno implorarono, e la figlia di Alessio fa ascendere a tredicimila
uomini il numero de' Greci, o confederati, che in tale occasione morti
rimasero. L'altezza d'ingegno avea tenuto luogo di esperienza a
Guiscardo. In ognuna delle sere successive alle azioni, dopo avere
sonato a ritratta, esaminava tranquillamente le cagioni della sconfitta,
e immaginava nuovi stratagemmi che alla sua debolezza supplissero, e i
vantaggi del Greco rendessero vani. Le fazioni marittime il verno
sospese: col ritorno di primavera pensò nuovamente ad impadronirsi di
Costantinopoli; ma in vece di attraversare i colli dell'Epiro, si
trasferì nella Grecia, e nelle città dell'Arcipelago, le cui spoglie un
maggior premio alle sue fatiche offerivano; oltrechè, in un tal campo i
suoi eserciti di terra e di mare poterono più vigorosamente, e con
migliore speranza di buon successo, accordarsi; ma tai disegni turbò un
morbo contagioso che si diffuse per tutto il campo normanno nell'isola
di Cefalonia, e del quale lo stesso Roberto fu vittima. Egli spirò entro
la sua tenda in età di settant'anni: si sparse generalmente la voce che
ei morisse avvelenato per opera o della moglie, o del greco
Imperatore[254]. Questa inaspettata morte dà luogo alla immaginazione di
spaziare per tutto il corso d'imprese che potevano ancora essere
riserbate a Roberto, dall'esistenza del quale, ed è provato abbastanza,
la grandezza dei Normanni pendea[255]. Un esercito vittorioso che non
vedea più nemici attorno di sè, si sbandò e si ritrasse in preda al
disordine della costernazione, ed Alessio, che palpitava pel proprio
Impero credè appena a sè stesso di essere libero dal pericolo. La galea
che portava i mortali avanzi di Guiscardo, naufragò alla costa d'Italia:
pur questi, avendosi potuto ritirarli, deposti vennero nella tomba di
Venosa[256], luogo più celebre per essere stata culla di Orazio[257],
che come sepolcro del guerriero di Normandia. Ruggero, secondogenito e
successore di lui, ridotto videsi alla modesta condizione di Duca della
Puglia. Fosse stima, o spirito di parzialità, Guiscardo non avea
lasciato al prode Boemondo altro retaggio che la sua spada. Le
pretensioni di questo turbarono la pubblica tranquillità sino
all'istante che la prima Crociata contro i Saracini d'Oriente, un campo
più luminoso di gloria e di conquiste gli aperse[258].
[A. D. 1101-1154]
E le più splendide, e le più modeste speranze della vita, vanno tutte, e
prestamente, a perdersi nella tomba. La discendenza maschile di Roberto
Guiscardo, così nella Puglia, come in Antiochia, alla seconda
generazione si estinse: ma l'ultimo tra' fratelli di lui, fu il ceppo
d'una dinastia di Re, e il figlio del Gran Conte il nome, le conquiste,
e il coraggio di Ruggero I eredò[259]. Nato egli in Sicilia, avea soli
quattro anni, allor quando succedè al padre nella sovranità di questa
contrada, retaggio che la ragione potrebbe invidiargli, se le fosse
permesso un istante il desiderare i fastosi, e spesso chimerici diletti,
che dal potere derivano. Se Ruggero si fosse contentato del fertile suo
patrimonio, la gratitudine dei popoli avrebbe in lui ravvisato un
benefattore, e mercè una saggia amministrazione, riconducendo i bei
giorni delle Colonie greche[260], potea la Sicilia venire in tanta
ricchezza e possanza, quanta è lecito aspettarne dalle più vaste
conquiste; ma l'ambizione del Gran Conte così nobili disegni non
conoscea, e colle volgari vie della violenza e dell'artifizio pensò a
disbramarla. Ansioso di regnar solo in Palermo, di cui la metà al ramo
primogenito di sua famiglia aspettavasi, si sforzò di dilatare lo Stato
della Calabria oltre i confini stipulati co' primi patti, e spiò con
impazienza l'istante che declinasse la salute già debole del suo cugino
Guglielmo della Puglia, pronipote di Roberto. Alla prima notizia della
morte di esso partitosi Roberto con sette galee da Palermo, e nella baia
di Salerno ancoratosi, ricevette, dopo dieci giorni di negoziazione, il
giuramento di fedeltà della Capital de' Normanni, costrinse i Baroni a
rendergli omaggio, e a concedergli investitura, i Pontefici, male atti a
soffrire, così l'amicizia, come la nimistà di un sì poderoso vassallo.
Rispettò nondimeno, qual patrimonio di S. Pietro, il territorio di
Benevento; ma col ridursi a soggezione Napoli e Capua, mandò a termine i
disegni concetti da Guiscardo suo zio, e tutte le conquiste de' Normanni
si appropriò. Altero del sentimento della sua possanza e del suo merito,
i titoli di Duca e Conte sdegnò, perchè pareagli che la Sicilia
congiunta ad un terzo forse del continente d'Italia, potesse formar la
base d'un reame[261], alle monarchie di Francia e d'Inghilterra
solamente inferiore. Ei venne coronato a Palermo, e i Capi della nazione
che alla cerimonia assistettero, aveano senza dubbio il diritto di
decidere sotto qual nome ei regnerebbe sovr'essi; ma l'esempio d'un
tiranno greco, e d'un emiro de' Saracini non bastava a giustificare il
suo titolo di monarca al cospetto di nove Re del Mondo latino[262], che
poteano ricusare di riconoscerlo, finchè la sanzione del Pontefice
avesse ottenuta. L'orgoglio di Anacleto concedè di buon grado un titolo
che l'orgoglio di Ruggero sottomesso erasi a chiedere[263]. Ma Anacleto
medesimo trovavasi nella circostanza di veder contrastata la propria
elezione, perchè nominato erasi un altro Papa sotto nome di Innocenzo
II; e intanto che Anacleto stavasi sul Vaticano, il suo fuggitivo, ma
più felice, emulo, dalle nazioni europee veniva riconosciuto. La
monarchia di Ruggero fu crollata e quasi distratta per l'abbaglio che
egli commise nell'eleggersi il protettore ecclesiastico; la spada
dell'imperatore Lottario II, le scomuniche d'Innocenzo, le squadre di
Pisa, lo zelo di S. Bernardo, alla perdizione del -masnadiero- della
Sicilia si collegarono; onde Ruggero, dopo vigorosa resistenza,
scacciato videsi dal continente dell'Italia; e alla cerimonia
dell'investitura d'un nuovo Duca della Puglia, il Papa e l'Imperatore,
tennero, ciascuno, una falda del gonfalone, per dare a divedere che
sosteneano i loro diritti, e i litigi lor sospendeano. Ma durò per poco
questa irrequieta amicizia, e le malattie e le diffalte non tardarono a
distruggere gli eserciti dell'Alemagna[264]. Ruggero che di rado
perdonava ai nemici, o morti, o vivi che fossero, il Duca della Puglia e
tutti i partigiani del medesimo sterminò. Innocenzo, debole quanto
vanaglorioso, divenne, al pari di Leone IX, suo predecessore, il
prigioniero e l'amico de' Normanni; e la loro riconciliazione trovò per
celebrarla l'eloquenza di S. Bernardo, fattosi allora pien di rispetto
verso il titolo e le virtù del Re siciliano.
Ad espiare la sacrilega guerra contra il successor di S. Pietro
intrapresa, Ruggero avea promesso di inalberare lo stendardo della
Croce; nè fu lento nel compiere un voto che ai suoi interessi, e alle
mire di sua vendetta si conformava. I recenti oltraggi che sofferti avea
la Sicilia, lo sollecitavano a giuste rappresaglie sui Saracini; e i
Normanni già unitisi di sangue con tante famiglie di quella antica parte
di Grecia rimembrarono, e vogliosi si fecero d'imitare, le imprese
marittime di quelli che erano divenuti i loro antenati; laonde nella
maturità di lor forze lottarono contro la potenza affricana che allor
declinava. Allorchè il Califfo Fatimita si partì per la conquista
dell'Affrica, volle ricompensare il merito reale, e la fedeltà apparente
di Giuseppe, uno de' suoi ufiziali presentandolo del proprio regio
manto, di quaranta cavalli arabi, del suo palagio colle pregiose
suppellettili che vi si trovavano, e per ultimo del governo de' regni di
Tunisi e di Algeri. I Zeiridi[265], discendenti di Giuseppe,
dimenticando la sommessione e la gratitudine che a questo lontano
benefattore dovevano, si erano impadroniti della suprema possanza, ed
abusati del frutto di loro prosperità; già volgeano allo scadimento,
dopo essersi mostrati, nè con abbagliante splendore, fra le dinastie
d'Oriente. Oppressi per terra dagli Almoadi, principi fanatici di
Marocco, vedeano le loro rive esposte alle correrie de' Greci e de'
Franchi, che prima del finire dell'undicesimo secolo li sottoposero ad
un tributo di dugentomila piastre d'oro. Le prime geste di Ruggero
unirono alla Corona di Sicilia lo scoglio di Malta, che una colonia
religiosa e militare in appresso illustrò; assalì indi Tripoli[266],
piazza forte situata sulla costa, ove trucidati i maschi, ridusse le
donne a schiavitù: ma fa d'uopo ricordarsi che spesse volte i Musulmani
egualmente della vittoria abusarono. La capitale de' Zeiridi nomavasi
Affrica, come il paese, detta però talvolta Mahadia[267], dal nome
dell'Arabo che gettate ne aveva le fondamenta: città forte e fabbricata
sull'Istmo; ma la fertilità della circostante pianura all'imperfezione
del porto è lieve compenso. Giorgio, ammiraglio di Sicilia assediò
Mahadia con una squadra di cencinquanta galee, di soldati e di strumenti
da guerra ben provvedute. Già il sovrano avea presa la fuga, e ricusato
il Governatore moro di capitolare; ma temendo avventurarsi all'ultimo
assalto, fuggì secretamente coi Musulmani abbandonando ai Franchi i
tesori e la città. Il Re di Sicilia e i suoi luogotenenti soggiogarono
in diverse spedizioni Tunisi, Saface, Capsia, Bona, e una lunga
estensione di littorale[268]; vennero posti presidj nelle Fortezze,
assoggettata a tributo la contrada, onde non mancò apparenza di verità
all'adulazione, allor quando asserì che la spada di Ruggero teneva
-Affrica- sotto il giogo[269]. Ma lui morto, questa spada si ruppe e
sotto il tempestoso regno del suo successore, i possedimenti oltramarini
della Sicilia[270], vennero trascurati, o abbandonati, o perduti. I
trionfi di Scipione e di Belisario, hanno dimostrato non essere nè
inaccessibile nè invincibile l'Affrica; pur grandi principi della
Cristianità che possono gloriarsi della rapidità di loro conquiste, e
della loro dominazione sulla Spagna, nel volersi armar contra i Mori
incagliarono.
[A. D. 1146]
Dopo la morte di Roberto Guiscardo, i Normanni dimenticarono per
sessanta anni i lor divisamenti sull'Impero di Costantinopoli. L'accorto
Ruggero sollecitò, appo i greci principi, alleanze politiche e
domestiche, che meglio il suo titolo di Re rialzassero; e chiesta in
nozze una donzella della famiglia Comnena, le prime negoziazioni un
esito favorevole prometteano. Ma il disprezzo con cui vennero accolti
gli ambasciatori di Sicilia in Costantinopoli, irritò la vanità di
Ruggero, e, giusta le leggi delle nazioni, un popolo innocente portò la
pena dell'alterigia della Corte di Bisanzo[271]. L'ammiraglio siciliano,
Giorgio, passò dinanzi a Corfù con una squadra di settanta galere. Poco
affezionati alla Corte che governavali, e istrutti dall'esperienza che
un tributo è meno disastroso ancor d'un assedio, quegli abitanti, posero
la capitale e l'isola intera nelle mani de' conquistatori. Durante
siffatta invasione, non indifferente negli annali del commercio, i
Normanni si diffusero sul Mediterraneo e sulle province della Grecia; nè
la rispettabile vetustà di Atene, di Tebe e di Corinto, oppose argine
alla rapina, e alla crudeltà de' vincitori. Niun monumento della
devastazione che Atene sofferse, è pervenuto insino a noi. I Latini
scalarono le antiche mura, che ricigneano, senza difenderle, le
ricchezze di Tebe, e i vincitori si ricordarono sol del Vangelo, per
farlo mallevadore del giuramento a cui costrinsero i legittimi
proprietarj di non avere sottratto alcun tesoro alla rapacità
degl'invasori. All'avvicinar de' Normanni, la città bassa di Corinto
rimase vota d'abitatori; i Greci si ripararono alla rocca, situata sopra
un'eminenza, d'onde versava copiose le sue acque la fonte di Pirene,
cotanto nota agli amatori dell'antica Letteratura; rocca invincibile, se
i vantaggi dell'arte e della natura, la mancanza di valore potessero
compensare. Gli assedianti non durarono altra fatica che inerpicarsi
sulla collina: il loro generale, maravigliato egli medesimo della sua
vittoria, ne manifestò al Cielo la propria gratitudine collo strappar
dall'altare una immagine preziosa di S. Teodora, avvocata della
Fortezza. La parte più preziosa del bottino si stette in fabbricatori di
seta d'entrambi i sessi, che Ruggero nella Sicilia inviò; nella qual
circostanza, instituendo confronto tra l'abile industria di quegli
artigiani, e la dappocaggine de' suoi soldati, esclamò essere la rocca e
il telaio le sole armi cui trattar sapessero i Greci. Due segnalati
avvenimenti questa spedizione marittima contraddistinsero; la
liberazione d'un Re di Francia, e l'insulto che a Costantinopoli i
navigli Siciliani inferirono. I Greci avendo, contra tutte leggi di
religione e d'onore, ritenuto prigioniero Luigi VII di ritorno dalla sua
mal augurosa crociata, la flotta normanna lo incontrò, e toltolo di mano
a costoro, alla Corte di Sicilia onorevolmente il condusse, d'onde poi,
passando per Roma, a Parigi si trasferì[272]. Essendo altrove
l'Imperator greco, indifesi trovavansi nè si credeano in sicurezza
Costantinopoli e l'Ellesponto. Le galee siciliane venute a gittar
l'áncora dinanzi all'imperiale città, il clero e il popolo empierono di
spavento: soldati non eranvi, per aver questi seguite le bandiere di
Manuele. Certamente l'ammiraglio Siciliano non trovavasi in forze
bastanti per assediare o prender d'assalto una sì grande metropoli: ebbe
nulla meno la soddisfazione di umiliare la greca arroganza, e di
additare ai navigli di occidente il cammino della vittoria. Sbarcata una
parte di truppe che devastarono i giardini imperiali, armò di punte
d'argento, o cosa più verisimile, di sostanze ardenti le frecce che
contro il palagio de' Cesari vennero lanciate[273]. Manuele finse non
curare questo disadatto scherzo de' corsari della Sicilia, che un
istante di sorpresa e di negligenza avea favorito; ma il suo coraggio e
le sue forze, preste erano alla vendetta. Dalle squadre greche e
veneziane coperti vidersi l'Arcipelago e il mar Ionio; nondimeno non so
quanti legni da sbarco, quanti carichi di munizioni, quante lancio fosse
d'uopo supporre, per adattare la ragion nostra, o anche i calcoli della
nostra immaginazione, a quelli dello Storico di Bisanzo, che fa
ascendere a mille e cinquecento il numero de' navigli messi in mare in
tal circostanza. L'Imperatore, con molta saggezza e vigorìa, regolò
questa impressa; onde l'ammiraglio Giorgio, costretto a ritirarsi, perdè
diciannove galee, molte delle quali caddero in potere dell'inimico.
Corfù, dopo essersi ostinatamente difesa, la clemenza del suo legittimo
sovrano implorò, e d'allora in poi non vi fu tra i limiti del greco
impero un naviglio, o un soldato del Principe siciliano, che prigioniero
non divenisse. Declinavano del pari la fortuna e la salute di Ruggero,
cui pervenivano, in fondo del suo palagio, alternativi messaggi di
vittorie e sconfitte, intanto che l'invincibile Manuele, primo sempre
alla pugna, venia riguardato dai Greci e dai Latini, come l'Alessandro,
o l'Ercole del suo secolo.
[A. D. 1155]
Ad un principe di siffatta indole non potea bastare l'aver rispinto un
barbaro ardimentoso. Il suo dovere e la cura di mantenere i proprj
diritti, forse anche il suo interesse e la sua gloria, gli prescrivevano
tornar in onore l'antica maestà dell'Impero; e ricuperando le province
dell'Italia e della Sicilia, punire questo preteso Re, pronipote d'un
vassallo normanno[274]. I nativi della Calabria sempre affezionati
mostravansi alla lingua e alla religione de' Greci, che il clero latino
avea severamente abolite. Estinta la prima linea dei duchi della Puglia,
il Re di Sicilia pretendea che, qual pertenenza di sua Corona, questa
provincia si riguardasse; il fondatore della monarchia siciliana aveala
retta coll'armi, e col morire di lui sminuì la tema de' suoi sudditi; i
loro mali umori non si dileguarono. Il Governo feudale racchiudeva non
pochi germi di ribellione, e un nipote di Ruggero chiamò, egli stesso,
in Italia i nemici della sua famiglia e della sua patria. La dignità
della porpora, e una sequela di guerre contra gli Ungaresi ed i Turchi
avendo impedito a Manuele di condurre in persona la spedizione italiana,
affidò al valoroso e nobile Paleologo la flotta e l'esercito
dell'Impero. Questi fece sua prima impresa l'assedio di Bari, in ogni
occasione giovatosi, e con buon sucesso così del ferro, come dell'oro.
Salerno, e alcune città della costa occidentale, serbaronsi fedeli al Re
normanno, che nondimeno, in due azioni campali, perdè la maggior parte
delle terre possedute sul Continente; e il modesto imperatore de' Greci,
disdegnando l'adulazione e la menzogna, si appagò di udir celebrata la
riduzione di trecento città, o villaggi della Puglia o della Calabria, i
cui nomi e titoli sovra ogni parete del palazzo vennero impressi. Per
servire alle pregiudicate opinioni dei Latini, venne ad essi mostrata
una donazione, o vera, o falsa de' Cesari dell'Alemagna[275]; ma il
successore di Costantino vergognando subitamente di un tale pretesto,
fece valere i suoi diritti inalienabili sull'Italia, protestando voler
confinati i Barbari di là dall'Alpi. Le città libere, incoraggiate dai
seducenti discorsi, dalle liberalità, e dalle illimitate promesse di
Manuele loro confederato, perseverarono in un generoso resistere contra
il dispotismo di Federico Barbarossa: l'Imperatore di Bisanzo pagò le
spese delle rifabbricate mura di Milano, e versò, dice uno Storico,
fiumi d'oro nella città di Ancona confermata nel suo affetto ai Greci
dal geloso odio che i Veneziani portavanle[276]. Il commercio di Ancona,
e la giacitura posta nel cuor dell'Italia, la rendeano importante
piazza, che le truppe di Federico assediarono per due volte, sempre
respinte dal coraggio che dall'amor di libertà viene inspirato.
Oltrechè, questo amore mantengano e gli ufizj dell'ambasciatore di
Costantinopoli, e gli onori e le ricchezze di cui, come a fedelissimi
amici, largiva la Corte di Bisanzo agli Anconitani più intrepidi e più
zelanti per la lor patria[277]. Manuele nell'orgoglio suo disdegnava un
Barbaro per collega, e la sua ambizione era invigorita dalla speranza di
togliere la porpora agli usurpatori dell'Alemagna, e di assodare in
Occidente come in Oriente il suo legittimo titolo di solo imperator de'
Romani. Fermo in tale divisamento, chiamò seco in lega il popolo e il
vescovo di Roma. Molti Nobili le parti di lui abbracciarono. Le nozze di
una sua nipote con Odono Frangipani, lo fecero sicuro dei soccorsi di
questa potente famiglia[278]: l'antica metropoli dell'Impero accolse con
rispetto gli stendardi e le immagini di Manuele[279]. Durante la querela
tra Federico e Alessandro III, il Papa ricevè due volte in Vaticano gli
ambasciatori di Costantinopoli: ed or venia lusingata la pietà del
Pontefice col dimostrargli possibile l'unione delle due Chiese da così
lungo tempo promessa, or eccitata la cupidigia della venale sua Corte;
or esortavasi Alessandro III a vendicare le proprie ingiurie, e a
profittare del favorevol momento per deprimere la feroce tracotanza
degli Alemanni, e riconoscere il vero successore di Costantino e di
Augusto[280].
Ma queste conquiste in Italia, questo regno universale erano chimere che
ben tosto svanirono. Le prime inchieste di Manuele fece vane la prudenza
di Alessandro III, che calcolò le conseguenze d'un cambiamento così
importante[281]; nè una disputa, sol personale, valse per indurre il
Papa a spogliarsi del retaggio perpetuo del nome latino. Riconciliatosi
una volta con Federico, più chiaramente si espresse; confermò gli atti
de' suoi predecessori; scomunicò i partigiani dell'Imperator greco; la
separazione definitiva delle due Chiese, o almeno degli Imperatori di
Roma e di Costantinopoli, pronunziò[282]. Le città libere della
Lombardia avendo prestamente dimenticato lo straniero loro benefattore,
il monarca di Bisanzo si vide esposto all'odio de' Veneziani, nè
l'amicizia di Ancona si conservò[283]. Fosse per principio di avarizia,
o così mosso dalle rimostranze de' sudditi, fece imprigionare i
trafficanti veneziani e le cose lor confiscare; la qual violazione della
fede pubblica, un popolo libero e dedito al commercio irritò. Cento
galee allestite ed armate in tre mesi, tribolarono le coste della
Dalmazia e della Grecia: ma dopo scambievoli perdite, la guerra fu
terminata con un aggiustamento poco glorioso all'Impero, alla repubblica
di Venezia poco piacevole: ai Veneziani della successiva generazione era
serbato il vendicare compiutamente le antiche ingiurie che nuove
ingiurie ancora aggravarono. Il luogotenente di Manuele avea fatto
giungere alla sua Corte queste notizie, essere egli in forza
bastantemente per estinguere le ribellioni della Puglia e della
Calabria, ma non per resistere al Re di Sicilia, in procinto già
d'assalirlo: predizione che non tardò a verificarsi. La morte di
Paleologo fu cagione che si ripartisse il comando fra diversi Capi
eguali tutti di grado, e tutti egualmente di militar sapere sforniti;
vinti per terra e per mare i Greci, que' prigionieri che all'acciaro de'
Normanni e de' Saracini poterono sottrarsi, abbiurarono ogni specie di
ostilità contro la persona e gli Stati del lor vincitore[284]. Ciò
nullameno il Re di Sicilia apprezzava la perseveranza e il coraggio di
Manuele, giunto a sbarcare un secondo esercito ai lidi d'Italia: onde
indirigendo rispettose proposte al novello Giustiniano, sollecitò una
pace, o una tregua di trent'anni, accettando, come favore, il titolo di
Re, e vassallo militare dell'Impero Romano riconoscendosi[285]. I Cesari
di Bisanzo a questo fantasma di dominazione si accomodarono, senza
bramar forse mai l'opera de' Normanni, onde la tregua di trent'anni da
alcun atto ostile fra la Sicilia e Costantinopoli non fu turbata. E
stava per terminare la tregua, allorchè usurpò il trono di Manuele un
barbaro tiranno, orrore del suo paese e del Mondo: un principe fuggitivo
della famiglia Comnena armò in suo favore Guglielmo II, pronipote di
Ruggero; e i sudditi di Andronico non vedendo nel lor padrone che un
nemico pericolosissimo, accolsero, come amici, i Normanni. Gli Storici
latini si diffondono raccontando[286] il rapido progresso de' quattro
Conti che invasero la Romania, e molte castella e città al Re di Sicilia
sommisero; i Greci[287] narrano esagerando le crudeltà licenziose e
sacrileghe commesse nel saccheggio di Tessalonica, seconda città
dell'Impero. I primi deplorano la morte di que' guerrieri invincibili, e
pieni di buona fede che per gli artifizj di un vinto nemico perderon la
vita: celebrano con canto di trionfo i secondi le moltiplici vittorie
de' lor concittadini e sul mar di Marmora o Propontide, e sulle rive
dello Strimone, e sotto le mura di Durazzo. Un cambiamento politico che
punì le colpe d'Andronico, unì contra i Franchi lo zelo e il coraggio
dei Greci: e diecimila Normanni rimasero morti sul campo della
battaglia, e di quattromila d'essi prigionieri potè valersi a grado
della sua vanità, o della sua vendetta, Isacco l'Angelo, il nuovo
imperatore. Tal fu l'esito dell'ultima guerra fra i Greci e i Normanni:
venti anni dopo, le nazioni rivali erano sparite, o sotto straniero
giogo gemeano, e i successori di Costantino non durarono assai lungo
tempo per allegrarsi sulla caduta della monarchia siciliana.
[A. D. 1054]
Lo scettro di Ruggero passò successivamente nelle mani del figlio e del
pronipote di lui, conosciuti entrambi col nome di Guglielmo, ma
contraddistinti dai soprannomi opposti di Cattivo e di Buono; nondimeno
questi due predicati che indicar sembrano i due estremi del vizio e
della virtù, nè all'uno, nè all'altro de' due principi convenevolmente
si adattano. Allorchè il pericolo e la vergogna costrinsero il primo a
ricorrere all'armi, non tralignò dal valore de' suoi maggiori: ma debole
ne era l'indole, dissoluti i costumi, ostinate e funeste le passioni, ed
ha avuto taccia presso la posterità, non solamente delle colpe sue
personali, ma di quelle di Maio, suo Grande Ammiraglio, che abusò, prima
della confidenza del suo benefattore, poi contra i giorni del medesimo
cospirò. La Sicilia, dopo la conquista degli Arabi, molte tracce delle
costumanze orientali offeriva; vi si trovava il dispotismo, la pompa e
fino gli -harem- convenienti ad un Sultano; onde una nazion di Cristiani
vedeasi oppressa e oltraggiata da eunuchi, che apertamente, o in
segreto, professavano la religione di Maometto. Un eloquente storico di
Sicilia[288] ha dipinti i costumi del suo paese[289], la caduta
dell'ingrato Maio, la ribellione e il gastigo de' suoi assassini, la
prigionia e la liberazione del medesimo Re, le guerre particolari che
partorirono i disordinamenti dello Stato, e le scene di calamità e di
discordie che afflissero la Capitale, sotto il regno di Guglielmo I e la
minorità di suo figlio. La giovinezza, l'innocenza e la beltà di
Guglielmo II[290] amar lo fecero dalla nazione; le fazioni si
riconciliarono, ripresero vigore le leggi, e dal punto in cui questo
soave principe pervenne a virile età sino a quello della immatura sua
morte, la Sicilia godè un breve intervallo di pace, di giustizia e di
felicità, cose che ella apprezzò tanto più per la ricordanza delle
passate calamità, e per tema delle future. Colla morte di Guglielmo II,
si spense la posterità maschile legittima di Tancredi di Altavilla; ma
la zia di Guglielmo, figlia di Ruggero, avea sposato il più possente
principe del suo secolo; onde Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa,
scese le Alpi, pretendendo la Corona imperiale e il retaggio della
moglie sua. Respinto dal voto unanime di un popolo libero, sol colla
forza potè ottenere l'intento. Mi è aggradevole il trascrivere i
pensieri e le parole dello Storico Falcando, che sul luogo, e
nell'istante degli avvenimenti, scrivea coll'anima di un vero amico
della sua patria, e colla sagacità profetica d'un uomo di Stato.
«Costanza, sin dalle fasce, educata nella copia delle tue delizie, o
Sicilia, cresciuta colle tue istituzioni, colle tue dottrine, co' tuoi
costumi, ti abbandonò per portare fra i Barbari i tuoi tesori: ed or fa
ritorno con uno sciame di costoro per contaminare di barbarica laidezza
i fregi della sua patria nutrice. Già mi sembra vedere le turbolente
falangi de' nostri tiranni, empir di terrore, devastar colla strage,
stremar colle rapine, deturpare colle dissolutezze queste doviziose
città e questi paesi per lunga pace fiorenti. Vedo l'eccidio, o la
cattività de' nostri cittadini, le nostre vergini e le nostre matrone in
preda ai soldati[291]. In tale estremità (si fa quindi ad interrogare un
amico) che operar debbono i Siciliani? l'elezione unanime di un re
valoroso ed esperto può salvare ancora la Calabria e la Sicilia[292],
perchè la leggierezza de' Pugliesi, sempre avidi di politici
cambiamenti, nè confidenza, nè speranza m'inspira[293]. Se noi perdiamo
la Calabria, le alte torri, la numerosa gioventù e i navigli di
Messina[294] basteranno per arrestare i masnadieri: ma se i Selvaggi
della Germania si collegano coi messinesi pirati, se portano la fiamma
in questa fertile regione, già spesso assai travagliata dalle lave
dell'Etna[295], qual difesa rimane alle parti interne dell'Isola, a
quelle belle città, che il piè nemico di un Barbaro non dovrebbe mai
profanare[296]? Un tremuoto ha di bel nuovo rovesciata Catania, le
antiche virtù di Siracusa languiscono nella solitudine e nella
povertà[297]; ma Palermo ha conservato il suo ricco diadema, e le sue
triplici mura racchiudono una moltitudine, di Cristiani e di Saracini,
ardenti in difenderla. Se le due nazioni, sollecite della comune lor
sicurezza, si uniscono sotto un medesimo re, potranno far impeto sui
Barbari con forze invincibili: ma se i Musulmani, stanchi di una lunga
serie d'ingiustizie si ritirassero, e facessero sventolare lo stendardo
della ribellione, se s'impadronissero de' castelli, delle montagne e
della costa marittima, gli sciagurati Cristiani, esposti a doppio
assalto, e quasi posti fra l'incude e il martello, costretti sarebbero a
rassegnarsi ad inevitabile servitù[298].» A tale proposito non debbe
omettersi di osservare essere un prete che antepone il suo paese alla
sua religione, e che i Musulmani, co' quali cotest'uomo voleva una lega,
erano ancora numerosi e potenti nella Sicilia.
Il Falcando vide compiersi la prima parte delle sue speranze, o almen
de' suoi voti. I Siciliani con voce unanime, conferirono lo scettro a
Tancredi, pronipote del primo Re, illegittimo di nascita, ma dotato di
virtù civili e militari, che senza alcuna macchia splendeano. Egli
trascorse i quattro anni del suo regno sul confin della Puglia, ove
l'esercito de' nemici fermò; e restituì agli Alemanni una prigioniera di
sangue reale, la stessa Costanza, senza farle soffrire alcun cattivo
trattamento, e senza pretendere riscatto; generosità che oltrepassava
forse i limiti permessi dalla politica e dalla prudenza. Dopo la morte
di Tancredi, la moglie e il figlio di lui, in tenera età, senza
resistenza perdettero il trono. Enrico marciò vincitore da Capua a
Palermo, e le vittorie di lui, l'equilibrio dell'Italia annientarono;
laonde i Papi e le città libere, se avessero conosciuti i loro veri
interessi, si sarebbero adoperati con tutti i modi spirituali e
temporali, ad impedire la pericolosa unione del regno di Sicilia
all'Impero d'Alemagna; ma quella accortezza del Vaticano, sì di
frequente lodata, o accusata, in tal momento fu cieca o inoperosa; e se
fosse vero che Celestino III, con un calcio buttò via dal capo di Enrico
III, prostratosi dinanzi a lui, la Corona imperiale[299], un tale atto
di impotente orgoglio, non avrebbe avuta altra conseguenza, che
sciogliere lo stesso Imperatore da ogni riguardo di gratitudine, e farlo
nemico alla Chiesa. I Genovesi che aveano in Sicilia una fattoria, al
lor commercio vantaggiosissima, porsero orecchio alle proposte di
Enrico, convalidate dalla promessa di un limitato guiderdone, e di una
pronta partenza[300]. I vascelli genovesi che comandavano lo stretto di
Messina, apersero il porto di Palermo all'Imperatore; della cui
amministrazione fu primo atto l'abolire i privilegi, e impadronirsi
delle proprietà di questi imprudenti confederati. La discordia de'
Cristiani e de' Musulmani, deluse l'ultimo voto che il Falcando avea
concepito: perchè questi si battettero in seno della Capitale, nel qual
fatto più migliaia di Maomettani perirono; quelli che si sottrassero
alla morte, riparatisi nelle montagne, per trenta e più anni, turbarono
la pace dell'Isola. Federico II trapiantò sessantamila Saracini a
Nocera, Cantone della Puglia; e così egli, come Manfredo figlio di lui,
nelle loro guerre contra la Chiesa Romana, adoperarono il vergognoso
soccorso de' nemici di Cristo; per lo che questa colonia di Musulmani,
conservò in mezzo all'Italia, la sua religione e i suoi costumi, sino al
terminarsi del decimoterzo secolo, allorchè la vendetta e l'entusiasmo
della casa di Angiò la distrusse[301]. La crudeltà e l'avarizia
dell'Imperatore, oltrepassarono tutti i flagelli che avea predetti il
Falcando. L'avidità di questo Principe il trasse a violare le tombe dei
Re, e a cercare per ogni banda i nascosti tesori del palagio e del
regno. Oltre alle perle e ai diamanti, facili ad essere trasportati,
sopra censessanta cavalli si caricarono l'oro e l'argento della
Sicilia[302]. Il giovine Re, la madre di lui, le sorelle, i Nobili
d'entrambi i sessi vennero separatamente imprigionati nelle Fortezze
dell'Alpi, e al menomo sentore di ribellione, i prigionieri perdeano o
la vita, o gli occhi, o gli organi della virilità. A tante sventure
della sua patria fu commossa anche Costanza; e questa erede della
schiatta de' Normanni, molti sforzi operò per frenare il dispotismo del
marito, e per salvare il patrimonio del figlio suo, nato allor di
recente di quell'Imperatore, e che fu nella successiva età sì famoso,
sotto nome di Federico II. Dieci anni dopo questa politica
vicissitudine, i Re di Francia, il ducato di Normandia alla lor Corona
congiunsero; lo scettro degli antichi Duchi, per via di una pronipote di
Guglielmo il Conquistatore, alla Casa dei Plantageneti pervenne; onde
questi prodi Normanni, che tanto numerosi trofei nella Francia,
nell'Inghilterra, nella Irlanda, nella Puglia e nella Sicilia
innalzarono, per le conseguenze della vittoria, o della servitù, si
trovarono colle nazioni vinte confusi.
NOTE:
[157] In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo,
posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, -De regno
Italiae- (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli
-Annales- del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro
della -Istoria civile del regno di Napoli-, del Giannone: il settimo e
ottavo volume degli -Annali d'Italia- del Muratori (ediz. in 8), e il
secondo volume dell'-Abrégé chronologique- del signor di Saint-Marc,
opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte
racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio
metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin
dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le
mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente
consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta
intitolata -Scriptores rerum ital.- del Muratori.
[158] Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII,
ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua -Historia
principum longobardorum. V. i Scriptores- el Muratori (t. II, part. I,
p. 221-345; e t. V, p. 159-245).
[159] V. Costantino Porfirogeneta, -De thematibus-, lib. II, c. 11, -in
vit. Basil.- c. 55, p. 181.
[160] La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore
Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta
pubblicata dal Baronio (-Annal. eccles.-, A. D. 871 n. 51-71), che ha
seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo
di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.
[161] -V.- l'eccellente dissertazione -De republica Amalphitana, nella
Appendix- (p. 1-42) della -Historia Pandectarum-(-Trajecti ad Rhenum-,
1722 in 4) di Enrico Brencmann.
[162] Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione,
-principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare
dispono.... Nova- (piuttosto Nota) -res est od eorum patres et avi,
nostro imperio tributa dederunt- (Luitprando, -in Legat.-, p. 484). Non
si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che
questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (-Script. rer.
ital.-, t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo
cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda
su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla
Puglia e sulla Calabria.
[163] -V.- I -Glossarj- greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο
-Catapana-) e le sue note sull'-Alexiade- (pag. 275). Egli non ammette
l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα
παν, -juxta omne-; e trova soltanto che essa è una corruzione del
vocabolo latino -capitaneus.- Il signor di Saint-Marc osserva però
giustamente (-Abrégé chronolog.-, t. II, pag. 924) che in quel secolo i
-Capitanei- non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i
grandi sottovassalli dell'Italia.
[164] Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το
εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και
χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την
ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων
χαριξομενος, -non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò
la nazione- (i Lombardi); -ma usando d'ingegno, e colla giustizia e
l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor
grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi
usitati- (Leone, -Tattica-, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento
(t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que'
cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.
[165] -Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus
depopulati sunt- (o -depopularunt-) -ita ut deserta sit velut in
diluvio.- Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due
Edizioni del Caraccioli (-Rerum ital. script.- t. V, p. 23) e di Camillo
Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il
Muratori le ha pubblicate di nuovo.
[166] Il Baronio (-Annal. eccles.- A. D. 874 n. 2) ha tratta questa
storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni
dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo
Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno
(-Paralipomena-, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e
pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. -V.- le
Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).
[167] Costantino Porfirogeneta (-in vit. Basil.- c. 58, p. 183) è il
primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i
regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento
operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di
questi due principi.
[168] Paolo Diacono (-De gest. Longob.-, l. V, c. 7, 8, p. 870, 871,
ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura
della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di
cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra
del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si
consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo,
perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che
il silenzio. (Voltaire, -siècle de Louis XV-, c. 33, t. IX, p. 172).
[169] Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente
parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935.
Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della
Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (-V.
Abrégé chronologique-, t. II, p. 645-732, ec.).
[170] Luitprando, -Hist.-, l. IV, c. 4, -Rerum italic. scriptores-, t.
I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal
descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di
non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo
un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla
lettera -ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri
corporis refocillatio-, etc.».
[171] I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia,
sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali
monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p.
245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607).
Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla
robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori
(prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de'
compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi,
Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non
copiati giammai.
[172] Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici
volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era
d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte
largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati
cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il
cambiamento fu compiuto e generale.
[173] I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima,
parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte
e la Capitale l'avevano dimenticata. -Quem- (Riccardo I) -confestim
pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit,
ut ibi- LINGUA -eruditus- DANICA -suis exterisque hominibus sciret
aperte dare responsa- (Wilhelm Gemeticensis, -De ducibus Normannis-, l.
III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (-Opera-, t. II,
pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita
di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed
oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.
[174] -V.- Leandro Alberti (-Descrizione d'Italia-, p. 250) e Baronio
(A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio
dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo
degli antichi (Strabone, -Geogr.- l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in
questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i
Greci.
[175] I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni
prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che
un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e
cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si
aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li
sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè.
Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con
altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (-Hist. des
republ. ital.-, t. I, p. 263.) (-Nota dell'Editore-).
[176] L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267,
racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore
Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero
Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano
padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì
di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della
repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non
potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò
in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti
fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la
cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad
assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse
tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai
Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una
contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (-Hist. des republ.
ital.-, t. I, p. 267). (-Nota dell'Editore-).
[177] -V.- il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di
questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari
e di Filibustieri.
-Si vicinorum quis- PERNITIOSUS -ad illos-
-Confugiebat, eum gratanter suscipiebant,-
-Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,-
-Informant propria; gens efficiatur ut una.-
e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si
esprime.
-Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;-
-Pars quia de magnis majora subire volebant.-
[178] Luitprand., -in Legatione-, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo
avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A.
D. 965, n. 17-19).
[179] -V.- la -Cronaca araba- della Sicilia, nel Muratori (-Script.
rerum italic.-, t. I, p. 253).
[180] -V.- Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la
conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p.
741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli
avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle
umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.
[181] Cedreno specifica il ταλμα -ordinanza militare- dell'-Obsequium-
(-Phrygia-) e il μεθος -parte-, de' Tracesii (-Lydia-), -v.- Costantino
(-De Thematibus-, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi
i Pisidii, e i Licaonii col predicato -foederati.-
[182]
-Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,-
-Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,-
-Elegere duces. Provactis ad comitatum-
-His alii parent. Comitatus nomen honoris,-
-Quo donantur erat. Hi totas undique terras-
-Divisere sibi, ni sors inimica repugnet,-
-Singula proponunt loca quae contingere sorte-
-Cuique ducis debent, et quaeque tributa locorum.-
E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:
-Pro numero comitum bis sex statuere plateas,-
-Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe.-
Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero
distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal
descrizione.
[183] Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione
del Giannone (-Ist. civ. di Napoli- t. II, p. 31), citazione che
nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le -validas vires,
probitas animi et vivida virtus- di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che,
se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto
pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259).
-Braccio di ferro- fu pianto dai Normanni, -quippe qui tanti consilii
virum- dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) -tam armis strenuum, tam
sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant.-
[184] Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): -Gens astutissima, injuriarum
ultrix..... adulari sciens..... eloquentiis inserviens;- espressioni che
dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.
[185] Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi,
apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del
rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e
dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.
[186] Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa
popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (-De gest. Anglorum-, l.
III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni
colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente
l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.
[187] Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che
fa dei Normanni; -Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum,
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