avrebbero dovuto paventare assai più Federico I, e l'esperienza che
sotto il suo zio Corrado questo principe aveva acquistata nell'Asia.
Oltrechè, quaranta stagioni campali nell'Alemagna e nell'Italia, lo
aveano istruito nell'arte di comandare; e veramente sotto il regno di
lui, i suoi sudditi, e persino i principi dell'Impero, avvezzati eransi
ad obbedire. Perdute di vista Filadelfia e Laodicea, ultime città
dell'Impero greco, Federico Barbarossa s'innoltrò per mezzo ad un paese
deserto, sterile, impregnato di sali, terra dice lo Storico[556] di
tribolazione e d'orrore. Per venti giorni di penoso e sconfortante
cammino, dovette ad ogni istante difendersi dagli assalti d'innumerabili
bande di Turcomanni[557] che parea continuamente risorgessero, e più
furibondi, dalle sofferte sconfitte. Ma non si stancò di combattere e di
sofferir l'Alemanno; e tanto era ridotto, quando pervenne sotto le mura
d'Iconium, che appena mille de' suoi cavalieri aveano quanta forza
bastasse loro a tenersi in arcione. Pure, mercè un impeto violento, e al
quale i Musulmani mai non aspettavansi, li sconfisse, prese la città
d'assalto, costrinse il Sultano ad implorare pace e clemenza dal
vincitore[558], e fatto per tal guisa libero il cammino, Federico portò
l'armi sue trionfanti nella Cilicia, fatal limite delle sue vittorie,
perchè ivi travolto da un torrente annegò[559]. Le infermità e le
diserzioni, il rimanente degli Alemanni distrussero, o spersero, e lo
stesso figlio dell'Imperatore morì all'assedio di Acri, avendo egual
sorte la maggior parte degli Svevi suoi vassalli che colà il
seguitarono. Fra tutti gli eroi latini, Goffredo di Buglione e Federico
Barbarossa sono i soli che pervennero ad attraversare l'Asia Minore. Ma
il loro ardimento, e per fino i buoni successi ottenuti dai medesimi,
servirono di lezione e cautela, a quelli che vennero dopo; onde ne'
secoli più illuminati dalle successive Crociate, tutte le nazioni alle
molestie e ai pericoli della via di terra quelli del mare
anteposero[560].
L'entusiasmo che animò la prima Crociata, è avvenimento semplice e
naturale. Recentissima la speranza concetta, ignoti i rischi, conformità
dell'impresa col genio dominante del secolo; ma ben sono giusto
argomento di sorpresa e di commiserazione ad un tempo, e la ostinata
perseveranza dell'Europa, a vincere la quale fu senza frutto
l'esperienza delle sciagure de' predecessori; e il reiterarsi di queste
sciagure, fattosi quasi fomite alla fiducia di chi le affrontava di
nuovo; e sei successive generazioni che a capo chino si precipitavano
nell'abisso innanzi ad esse dischiuso; e gli uomini d'ogni stato e
condizione, che rischiavano esistenza e averi, coll'unico fine di
acquistare o conservare un sepolcro di pietra[561], posto duemila miglia
lontano dalla lor patria. Per un volgere di due secoli, dopo il Concilio
di Clermont, ciascuna primavera, ciascuna state partoriva una nuova
migrazione di Pellegrini, armati per la difesa di Terra Santa; ma i
sette grandi armamenti, ossia le sette Crociate, ebbero per motivo o una
recente calamità, o un incalzante pericolo; e a queste spedizioni
trascinati vennero i popoli e dall'autorità de' Pontefici, e
dall'esempio dei Re. Alla voce dei Santi Oratori, il comune zelo
infiammavasi, la nazione ammutiva, e fra questi Oratori la prima sede
vuol essere assegnata al monaco Bernardo (A. D. 1091-1153), collocato
indi fra i Santi della Chiesa romana[562]. Nato di una famiglia nobile
della Borgogna, otto anni all'incirca dopo la prima conquista di
Gerusalemme, avea ventitre anni, quando andò a segregarsi dai profani,
nel monastero di Citaux di recente instituito, e che col vigore delle
nuove fondazioni fioriva. Dopo due anni, come Capo della terza colonia
del ridetto Ordine, si trasferì a Chiaravalle nella Sciampagna[563],
contentatosi poi, finchè visse, dell'umile titolo di Abate di questa
Comunità. I filosofi del nostro secolo; senza curarsi assai di
distinguere, hanno versato su tali eroi spirituali, la derisione e il
disprezzo. Diversi anche de' men rinomati fra essi, per una certa forza
d'animo si segnalarono; e maggiori almeno de' lor seguaci e discepoli,
in quella età di superstizione, ad una meta aggiugneano che molta mano
di emoli lor contendea. La solerzia, l'eloquenza, l'ingegno di scrivere,
grande preminenza sopra i rivali, e sopra i contemporanei, a S. Bernardo
acquistarono; e veramente le Opere di lui nè di arguzia, nè di calore
vanno sfornite; e mostrano aver egli prese a norma la ragione e
l'umanità fin quanto il suo carattere di Santo gliel permetteva[564]. Se
fosse rimasto al secolo, avrebbe posseduta la settima parte di un
mediocre retaggio; coi pronunziati voti di penitenza e di povertà[565],
col rifiuto di ogni dignità ecclesiastica, coll'assoluta non curanza
delle vanità mondane, l'Abate di Chiaravalle divenne l'oracolo
dell'Europa e il fondatore di centosessanta monasterj. La libertà delle
appostoliche censure ch'ei profferiva, facea tremare i Papi e i Sovrani.
In uno scisma della Chiesa, la Francia, l'Inghilterra, Milano lo
consultarono, e stettero al giudizio ch'ei pronunciò, Innocenzo II, non
dimenticò di aver dovuta all'Abate di Chiaravalle la tiara; e di questo
Abate era stato amico e discepolo Eugenio III, successor d'Innocenzo. Ma
la pubblicazione della seconda Crociata, fu per S. Bernardo l'istante di
splendere qual missionario profeta, chiamando le nazioni alla difesa del
Santo Sepolcro[566]. Nel parlamento di Vezelai aringò il Re; e Luigi
VII, e i vassalli di questo Sovrano ricevettero dalle mani di S.
Bernardo la Croce. L'Abate di Chiaravalle si prese indi il meno facile
assunto di trarre al proprio partito l'Imperatore Corrado, e colla forza
de' gesti, della voce della sua patetica veemenza, giunse ad infiammare
gli animi di un popolo melenso e ignorante, e che inoltre la lingua
dell'Oratore non intendea. Tutta la strada che ei trascorse da Costanza
a Colonia, il trionfo del suo zelo e della sua eloquenza contrassegnò.
S. Bernardo si congratula con sè medesimo di essere pervenuto a
spopolare l'Europa, affermando che le città e le castella, prive
trovavansi d'abitanti, e facendo il conto che vi rimaneva appena un
uomo, per consolar sette vedove[567]. Gli accecati fanatici, vinti dalla
possanza del suo dire voleano sceglierlo per generale; ma S. Bernardo,
che avea dinanzi agli occhi l'esempio di Piero l'Eremita, si contentò di
assicurare il celeste favore ai Crociati, ed ebbe l'accorgimento di
ricusare il comando di una militare impresa, della quale e i disastri, e
i buoni successi del pari la rinomanza delle virtù evangeliche del Santo
poteano offuscare[568]. Non quindi evitò dopo il cattivo esito della
Crociata le imputazioni di falso Profeta e di autore delle pubbliche
calamità. I nemici di lui trionfarono, confusi rimasero i suoi
partigiani, e tardi solamente, offerse al Pubblico una apologia della
propria condotta, apologia a dir vero, poco soddisfacente. Cita in essa
l'obbedienza che ai comandi del Papa ei doveva, si diffonde sulle vie
misteriose della Providenza accagiona de' mali dei Cristiani le colpe
degli stessi Cristiani, e lascia modestamente trapelare che la sua
missione era stata da visioni e miracoli confermata[569]; argomento cui
non v'era replica, se fosse stata certa la cosa. Ma di venti, o trenta
prodigi che i discepoli di S. Bernardo affermano operati da lui, in un
sol giorno, nel mezzo delle pubbliche assemblee della Francia e
dell'Inghilterra, ch'essi chiamano in testimonianza[570], non ve n'è
forse un solo, il quale fuor del ricinto di Chiaravalle, ai nostri dì
sia creduto; oltre di che, in tutto quanto riguarda le guarigioni
soprannaturali di infermi, di storpj, di ciechi che vennero condotti al
cospetto dell'uomo di Dio, non è più possibile in oggi il discernere
qual parte debba attribuirsi al caso, quale alla immaginazione degli
uomini, quale alla impostura e alle finzioni dell'operator del
miracolo[571][572].
La stessa divina onnipotenza diviene scopo alle querele de' mortali, fra
loro opposti ne' desiderj. La liberazione di Gerusalemme, considerata in
Europa come una beneficenza del cielo, fu deplorata, e forse anche, qual
calamità pubblica, riguardata nell'Asia. Dopo la presa di questa città,
i fuggiaschi della Sorìa portarono fino ai remoti paesi la costernazione
che gl'invase. I cittadini di Bagdad piansero prostrati nella polvere;
Zeineddino, cadì di Damasco, si strappò alla presenza del Califfo la
barba; tutto il Divano versò calde lagrime su la dolente avventura[573].
Ma non altro che lagrime potevano offerire i Comandanti de' Credenti,
schiavi eglino stessi fra le mani de' Turchi; e benchè, nell'ultimo
secolo degli Abbassidi, la possanza temporale de' Califfi si fosse alcun
poco rimessa, questa però alla città di Bagdad e alle province de'
dintorni si limitava. I tiranni de' Califfi, i discendenti di Selgiuk,
al pari dell'altre asiatiche dinastie, le vicissitudini del valore,
della possanza, della discordia, dell'invilimento, della caduta aveano
sopportate; nè le forze loro, o il loro coraggio bastavano alla difesa
della religione. Sangiar, ultimo eroe di loro stirpe, ritirato agli
estremi confini della Persia non era conosciuto, nemmen di nome, ai
Cristiani dell'Oriente[574]. Intanto che i deboli Sultani languivano nei
lor serragli, da catene seriche avvinti[575] il pio assunto di salvare
l'Islamismo si presero i loro schiavi, gli Atabek[576], il nome turco
de' quali come quello dei patrizj di Bisanzo ammette essere tradotto
colla espressione -padri del principe.- Il valoroso Turco, Ascanzar, già
favorito di Malek-Sà, dal quale aveva ottenuto il privilegio di starsi
alla destra del trono, nelle guerre civili che alla morte dello stesso
principe succedettero, perdè il suo governo di Aleppo e la vita. I
fedeli Emiri che gli erano stati soggetti, persistettero nel portare
amore al figlio di Ascanzar, Zenghi, segnalatosi guerreggiando i
Franchi, nella giornata di Antiochia funesta ai Musulmani. Trenta
stagioni campali che, servendo il Califfo e i Sultani, contava Zenghi,
la fama militare di cui godeva, gli assicuravano, e ottenne il comando
di Mosul, siccome il solo campione che potesse vendicare e difendere la
causa del Profeta. Nè Zenghi la speranza di sua nazione deluse; perchè,
dopo un assedio di venticinque giorni, e prese Edessa d'assalto, e i
Franchi da tutte le terre vinte oltre l'Eufrate scacciò[577]. Questo
independente sovrano di Mosul e di Aleppo, le guerriere tribù del
Curdistan sottomise, e i soldati di lui s'avvezzarono a riguardare il
campo come lor patria, lasciando alla liberalità del principe il
pensiere di compensare le fatiche de' suoi difensori, e di proteggerne
le famiglie ch'eglino abbandonavan per lui. Condottiero di tai veterani,
Noraddino, figliuolo di Zenghi, riunì a poco a poco sotto di sè i
possedimenti maomettani (A. D. 1145-1174); il regno di Damasco a quel di
Aleppo congiunse; e fece con buon successo una lunga guerra ai Cristiani
della Sorìa. Dilatato il suo vasto Impero dalle sponde del Tigri a
quelle del Nilo, gli Abbassidi ogni titolo e prerogativa regale al loro
servo fedel concedettero. I Latini medesimi si videro costretti ad
ammirare la saggezza, il valore, e persino la giustizia e la pietà di
questo implacabile loro nemico[578]. Negli atti e della vita privata, e
del suo governo, il pio guerriero rianimò lo zelo, e ricondusse la
semplicità de' primi Califfi; sbanditi l'oro e la seta dal suo palagio,
proibito negli Stati di lui l'uso del vino, scrupolosamente le rendite
pubbliche al servigio dei popoli adoperò, nè mai alle frugali spese
della sua casa si prevalse d'altre ricchezze fuor delle rendite de'
fondi da lui comprati, colla parte legittima che gli spettava sulle
prede fatte ai nemici (A. D. 1163-1169). La sultana favorita avendogli
mostrato ardente desiderio di possedere certa ricca suppellettile di
femminile lusso, ei le rispose. «Come volete ch'io faccia! Temo Dio, e
non sono che il cassiere de' Musulmani: le loro ricchezze non mi
appartengono. Però possedo tuttavia tre botteghe nella città di Hems,
servitevene, ma non ho altra cosa da poter dare». La Corte di giustizia
di Noraddino era il terror de' Grandi, l'asilo de' poveri. Alcuni anni
dopo la morte di questo sultano un cittadino che lagnavasi di
oppressione per parte del successore corse per la strada esclamando, «o
Noraddino! Noraddino! che cosa sei tu divenuto? abbi pietà del tuo
popolo e vieni a soccorrerlo.» Si paventò di un tumulto, e il tiranno
seduto sul proprio trono, arrossì e tremò, al nome di un monarca che più
non era.
Per l'armi de' Franchi e de' Turchi, i Fatimiti aveano perduto l'intera
Sorìa, e benchè si mantenessero nell'Egitto, l'invilimento cui declinò
la loro possanza, portò conseguenze ancor più disastrose a questi
discendenti o successori di Maometto. Nondimeno, rispettati fino allora,
siccome tali, viveano rinchiusi nel proprio palagio del Cairo, e sacre
le lor persone, di rado al profano sguardo o de' sudditi, o degli
stranieri si offersero. Gli ambasciatori latini[579] hanno descritto il
cerimoniale della loro ammissione dinanzi al Califfo, e come introdotti
venissero attraversando una sequela di anditi oscuri e di portici
illuminati. Ravvivavano una tale scena il mormorare degli augelli e il
susurrare delle fontane: non vedeano d'ogni banda che animali di specie
rara, e preziose suppellettili. Fu anche mostrata ad essi una porzione
del tesoro: la rimanente parte supposero. Dopo avere oltrepassato un
gran numero di porte custodite da Negri e da eunuchi, pervennero al
Santuario, ossia alla stanza entro cui stavasi il Sovrano dietro una
cortina velato. Il Visir che conduceva gli ambasciatori, deposta la
scimitarra, per tre volte sul pavimento prostrossi. Sollevata venne
alfin la cortina, e poterono contemplare il Comandante de' credenti, che
dava ordini al suo primo schiavo, in sostanza padrone: i Visir, o i
Sultani usurpata aveano la suprema amministrazion dell'Egitto; e
decidendosi coll'armi le gare degli aspiranti a tal carica, il nome del
più meritevole, ossia del più forte nella patente reale del comando
veniva registrato. Le fazioni di Dargam e di Saver si scacciavano a
vicenda dalla capitale e dal regno, e quella di esse che soggiaceva,
implorava la pericolosa protezione del Sultano di Damasco, o del re di
Gerusalemme, mortali nemici della setta, e della Monarchia de' Fatimiti.
Più formidabili, per potere e professata religione, erano i Turchi: ma i
Franchi aveano sopra Noraddino il vantaggio di non trovare ostacoli nel
trasferirsi per linea retta da Gaza al fiume Nilo. Per la situazione
degli Stati di Noraddino, le truppe di lui vedeansi costrette ad un giro
molesto e pien di pericoli intorno all'Arabia, onde si trovavano esposte
alla sete, ai disagi e al malefico influsso de' venti infocati del
Deserto. Zelo unito ad ambizione, facea bramoso il Principe turco di
regnare sotto il nome degli Abbassidi in Egitto: l'impresa di restituire
la perduta dignità a Saver che aveva implorata la protezione di
Noraddino, gli offerse un motivo specioso alla prima spedizione, che
egli confidò all'Emiro Siracù, generale rinomato per sua esperienza e
valore. Dargam perdè la battaglia e la vita; ma il felice rivale di
questo Visir, parte per ingratitudine, parte per timori e sospetti non
privi di fondamento, sollecitò i soccorsi di Gerusalemme onde liberare
l'Egitto dalla prevalenza de' suoi superbi benefattori. Trovatosi il
generale di Noraddino nell'impossibilità di resistere alle forze
congiunte de' due nemici, abbandonò le recenti conquiste, e fe' sgombra
Belbeis, o Peluso, a patto di ottenere una libera ritirata; nel tempo
della quale, mentre i Turchi marciavano alla sfilata dinanzi al nemico,
e chiudea l'ordine della battaglia il lor generale armato della sua azza
da guerra, attento a tutto ciò che accadea, un Franco osò domandargli,
se non temeva di essere assalito. «Certamente non appartiene che a voi,
rispose l'intrepido Emiro, il cominciare l'assalto, ma abbiatevi per
sicurissima cosa, che un solo de' miei soldati non andrà in paradiso,
senza avere mandato prima un infedele all'inferno.» Ricomparso il
generale alla presenza del suo Sovrano, le ricchezze del paese, la
mollezza degli abitanti, le discordie lor gli narrò, le quali cose la
speranza riaccesero in Noraddino. Ai pietosi divisamenti di questo, il
Califfo di Bagdad fece plauso, e Siracù condottiero di dodicimila Turchi
e di undicimila Arabi, si mostrò per la seconda volta in Egitto.
Nondimeno, queste forze erano ben inferiori alle forze degli eserciti
confederati de' Franchi e de' Saracini; onde a me sembra che il
passaggio del Nilo operato dal generale di Noraddino, la ritirata nella
Tebaide, le fazioni della giornata di Babain, la sorpresa di
Alessandria, le spedizioni e le controspedizioni, nelle pianure e nelle
valli di Egitto, dal Tropico al mare, palesino, nell'uomo che divisò
tali imprese, un nuovo e straordinario grado d'intelligenza militare.
L'abilità di lui secondarono le valorose sue soldatesche, e un
Mammalucco, il giorno prima di un'azione campale esclamava:[580] «Se non
possiamo liberare l'Egitto da questi cani di Cristiani, perchè non
rinunciamo agli onori e ai premj che ne ha promessi il Sultano? Perchè
non andiamo coi villani a coltivare la terra? o colle donne a filare
entro un -harem-? Cionnullameno, a malgrado di tanti sforzi[581], e
comunque l'eloquenza di Saladino sì nobilmente si adoperasse in
Alessandria[582] per difendere la condotta militare tenuta dal suo zio
Siracù, questi terminò la seconda sua spedizione con una ritirata
preceduta da un'onorevole capitolazione; e Noraddino aspettò con
impazienza l'occasione di tentare con miglior successo una terza
impresa; occasione ben tosto offertagli da Amalrico, o Amauri, Re di
Gerusalemme, imbevutosi della perniciosa massima, che non dee serbarsi
fede agl'inimici di Dio. Un guerriero religioso, il gran Mastro
dell'Ordine degli Ospitalieri, lo incoraggiò ne' disegni concetti;
l'Imperatore di Costantinopoli diede, o promise una flotta per secondare
gli eserciti della Sorìa; e il perfido Cristiano, non sazio del fatto
bottino, e de' sussidj che gli venivano dall'Egitto, a conquistare
questo paese si accinse. In tale estremità, i Musulmani al Sultano di
Damasco volser gli sguardi; e il Visir Saver, che d'ogni banda
attorniavan pericoli, cedè ai desiderj unanimi della nazione. Noraddino
parve contento di un'offertagli terza parte sulle rendite dell'Egitto.
Già i Franchi erano alle porte del Cairo; ma al loro avvicinarsi, fu
appiccato il fuoco ai sobborghi della vecchia città; un negoziato
insidioso li trasse in inganno; i lor vascelli non poterono entrare nel
Nilo. Schivata prudentemente una battaglia co' Turchi, in mezzo ad un
paese nemico, Amauri tornò nella Palestina, carico della vergogna e del
rimprovero, compagni sempre dell'ingiustizia dal buon successo non
coronata. Partiti i Franchi, Siracù, qual liberatore dell'Egitto, di una
veste d'onore fu ornato; ma la contaminò ben tosto coll'ordinare la
morte dell'infelice Saver. La carica di Visir per qualche tempo gli
Emiri turchi si degnarono assumere: ma la conquista degli stranieri,
affrettò la caduta de' Fatimiti; grande cambiamento politico, eseguitosi
tranquillamente e per l'effetto d'un ordine e d'una parola. Già i
Califfi, e per la propria debolezza, e per la tirannide de' Visiri, si
erano nell'opinione pubblica disonorati. Fremuto aveano i loro sudditi
in veggendo il discendente e il successore del Profeta, porgere la sua
mano ignuda ad essere toccata dalla callosa mano di un ambasciatore
latino; e piansero allora quando il Califfo d'Egitto, i capelli delle
proprie donne, come segnale di ultimo stremo e cordoglio, al Sultano di
Damasco inviò (A. D. 1171). Per ordine di Noraddino, e per sentenza de'
Dottori, vennero solennemente ribenedetti i nomi sacri di Abubeker, di
Omar e di Otmano; Mostadi, Califfo di Bagdad, nelle pubbliche preghiere
venne solennemente riconosciuto siccome il vero Comandante de' Credenti;
alla divisa nera degli Abbassidi fece luogo la verde de' figli di Alì;
l'ultimo di questa schiatta, il Califfo Aded, dieci giorni dopo, morì,
nella felice ignoranza del proprio destino. Le ricchezze di lui
assicurarono l'obbedienza de' soldati, e il tumultuar de' Settarj
sedarono; nè accadde in appresso, per qualsivoglia cambiamento
politico[583], che dalla tradizione ortodossa de' Musulmani i popoli
dell'Egitto si allontanassero.
[A. D. 1171-1195]
Le colline di là dal Tigri abitate sono dai Curdi, tribù di ardimentosi
pastori[584], vigorosi, selvaggi, indocili, dediti al ladroneccio, e
ostinatamente affezionati al governo di Capi che hanno comune con essi
la patria e l'origine. La somiglianza di nome, di situazione e di
costumanze, ne danno fondamenti a crederli i Carduchiani de' Greci[585];
e difendono tuttavia contro i tentativi della Porta ottomana
quell'antica libertà che, a malgrado de' successori di Ciro, mantennero.
L'indigenza e l'ambizione li trassero ad abbracciare il mestiere di
soldati mercenarj. Fecero strada al regno del gran Saladino i servigi
del padre di lui, e dello zio[586]; e il figlio di Giob, o Aìub,
semplice Curdo, era a bastanza grande di per sè stesso per ridersi
dell'adulazione di chi ne volea derivata sin dai Califfi arabi la
genealogia[587]. Noraddino prevedea sì poco la rovina prossima ed
imminente alla propria famiglia, che costrinse Saladino a seguire in
Egitto il suo zio Siracù. Questo giovine assicurò la sua rinomanza
militare nella difesa di Alessandria, e se potessimo prestar fede ai
Latini, sollecitò ed ottenne dal generale cristiano gli onori -profani-
della cavalleria[588]. Morto Siracù, Saladino, il più giovine e il meno
possente fra gli Emiri, per questa considerazione appunto ottenne la
carica, divenuta, come dicemmo, men rilevante di gran Visir; ma
giovatosi de' consigli del padre, la cui venuta al Cairo egli aveva
affrettata, bentosto per suo ingegno acquistò preminenza sopra gli
eguali, e seppe rendere affezionato a sè e ai proprj interessi
l'esercito. Sin tanto che Noraddino visse, questi ambiziosi Curdi, i più
sommessi fra gli schiavi del medesimo si dimostrarono; e il sagace Aiub
impose silenzio alle querele dell'irrequieto Divano, protestando che, se
tal fosse la volontà del padrone, egli medesimo avrebbe condotto a piè
del trono il figlio carico di catene. «Mi è convenuto, ei dicea, in
particolare a Saladino usare siffatto linguaggio in una assemblea
composta di vostri rivali: ma sappiatelo; oggidì ci troviamo in tale
stato da non dovere nè paventare, nè obbedire; e tutte le minacce di
Noraddino non otteranno da noi il tributo di una canna di zucchero». La
morte del Sultano giunse in tempo di salvar padre e figlio dai pericoli,
e dai rimproveri che a tal pensamento andavan congiunti. Il figlio del
morto Sultano d'anni undici, rimase per qualche tempo fra le mani degli
Emiri di Damasco, intanto che il nuovo Signore dell'Egitto veniva
insignito dal Califfo di tutti que' titoli[589], che giustificar ne
poteano agli occhi del popolo la usurpazione; ma non andò guari che
sembrando a Saladino non bastante possedimento l'Egitto, da Gerusalemme
i Cristiani, da Damasco, da Aleppo, dal Diarbekir gli Atahek discacciò.
Avendolo riconosciuto per protettor temporale la Mecca e Medina, il
fratello di lui conquistò l'Yemen ossia l'Arabia Felice; e crebbe tanto
in dominazione che questa, negli ultimi giorni di Saladino, da Tripoli
d'Affrica sino al Tigri, dall'Oceano Indiano fino alle montagne
dell'Armenia estendevasi. Giusta le massime di buon ordine e di fedeltà
di suddito diffuse fra noi, difficilmente può sembrarne immune da
rimprovero di ingratitudine e di perfidia, il contegno tenutosi da
Saladino; ma l'ambizione di lui può trovar qualche scusa nelle
rivoluzioni dell'Asia[590], ove persin l'idea di successione legittima
era perduta, nel recente esempio che gli stessi Atabek aveano dato, ne'
riguardi che Saladino usò mai sempre al figlio del suo benefattore,
nella condotta generosa ed umana che verso i rami collaterali della
caduta dinastia conservò, nel proprio merito e nella loro inettezza,
nell'approvazione del Califfo, fonte unica della legitima autorità, per
ultimo nel voto e negl'interessi de' popoli, alla felicità de' quali
sono per prima cosa instituiti i governi. Fu ammirato in Saladino, come
nel suo predecessore, il felice, quanto raro, accoppiamento delle virtù
di un santo e delle virtù di un eroe; poichè Saladino e Noraddino nel
novero de' Santi Maomettani l'uno e l'altro son collocati. Costantemente
avvezzatisi a meditar guerre sante, parve, che insieme a tal
consuetudine, acquistassero quell'indole prudente e moderata, della
quale in tutti gli atti di loro vita scorgiamo le tracce. Saladino, in
sua gioventù, era stato dedito al vino e alle donne[591]; ma l'ambizione
fece ben presto, che rinunziando ai diletti de' sensi, le più dignitose
follìe del potere, e dell'amore della rinomanza, a questi sostituisse.
Vestiva un rozzo abito di lana; bevea solamente acqua; mostratosi non
men sobrio, e di gran lunga più casto del Profeta degli Arabi, e nella
sua fede e in tutte le sue azioni diede continuamente a divedere il
rigido Musulmano. Finchè visse, manifestò il suo rincrescimento che le
cure necessarie alla difesa della religione, non gli permettessero
adempire il dovere del pellegrinaggio alla Mecca; ma alle ore prefisse,
e cinque volte al giorno, orava in compagnia de' fratelli; e
accadendogli di avere involontariamente tralasciato alcuno de' digiuni
dal Profeta prescritti, col massimo scrupolo l'omissione sua riparava.
Può essere citata siccome prova (che per vero dire di ostentazione
sentiva) del coraggio e della divozione di Saladino, il costume che egli
avea, di leggere prima di dar battaglia il Corano standosi a cavallo,
camminando a capo delle sue soldatesche, e posto in mezzo ai due
eserciti che in procinto erano di assalirsi[592]. Schifo d'ogni studio
che alla dottrina superstiziosa della Setta di Safei non si riferisse,
tutti gli altri depresse: ebbe a vile i poeti, e questa circostanza fece
la lor sicurezza; perchè tanto abborriva tutte le scienze profane, che
un filosofo, il quale avea diffuse alcune sue scoperte speculative,
venne preso, e, per ordine del pietoso Sultano, strozzato. Il più oscuro
fra' sudditi poteva implorare la giustizia del Divano contra il
Principe, o contra il ministro del Principe; e solamente, allor che un
regno era prezzo dell'ingiustizia, Saladino non sentiva ritrosìa nel
commetterla. Mentre i discendenti di Selgiuk e di Zenghi gli teneano la
staffa, e davano ordine ai suoi vestimenti, gl'infimi servi della sua
casa riceveano prove della dolcezza e dell'affabilità del loro Signore;
si contraddistinse per eccesso di liberalità all'assedio di Acri colla
distribuzione gratuita di dodicimila cavalli, e quando morì non furono
trovate nel suo erario che quarantasette dramme d'argento, e una sola
piastra d'oro. Durante un regno, quasi tutto speso nelle guerre, i
tributi diminuì, e i cittadini godettero pacificamente de' frutti di
loro industria. Nell'Egitto, nella Sorìa e nell'Arabia, moschee,
collegi, ospitali e una ben munita Fortezza nel Cairo edificò: ma tutte
le fondazioni di Saladino avendo per mira il ben pubblico[593], fra
queste non ebbevi un palagio, un giardino al lusso personale del Sultano
serbati. In un secolo di fanatismo le naturali virtù di un fanatico eroe
gli stessi Cristiani a stima e ad ammirazione costrinsero: dell'amicizia
di Saladino l'Imperatore di Alemagna gloriavasi[594]; quel di Bisanzo,
suo confederato, il chiedeva[595]. La conquista di Gerusalemme per tutto
Oriente ed Occidente diffuse, e, fors'anche oltre al vero, ampliò la
rinomanza di questo Sultano.
Il regno di Gerusalemme fu di breve durata, e se più presto anche non
cadde[596], alle discordie de' Turchi e de' Saracini il dovette. I
Califfi Fatimiti, e i Sultani di Damasco, abbagliati da alcuni vantaggi
presenti e personali, sagrificarono la causa generale della loro
religione. Ma poichè le forze dell'Egitto, della Sorìa, e dell'Arabia,
riunite furono sotto l'Impero di un eroe, che natura e fortuna
sembravano avere armato contra i Cristiani, tutte le cose all'interno di
Gerusalemme presero minaccevole aspetto, e tutt'altro che apparenze
lusinghiere, lo stato interno di esse offeriva. Dopo la morte de' due
Baldovini, uno fratello, l'altro cugino di Goffredo di Buglione, lo
scettro passò nelle mani di Melisinda, figlia del secondo Baldovino, e
nel marito della medesima, Folco, Conte di Angiò, stato per un
precedente maritaggio il ceppo de' nostri Plantageneti dell'Inghilterra.
I due figli di Melisinda e di Folco, Baldovino III ed Amauri sostennero
con qualche buon successo una guerra vivissima contro gl'Infedeli. Ma la
lebbra, frutto delle Crociate, privò Baldovino IV, figlio di Amauri,
delle facoltà del corpo e della mente. E ne era la naturale erede
Sibilla sorella del defunto e madre di Baldovino V, la quale, dopo la
morte, non assai provata naturale, del proprio figlio, coronò un secondo
marito, Guido di Lusignano, principe di bell'aspetto, ma sì poco
meritevole di rinomanza che lo stesso Goffredo, fratello del medesimo,
fu udito esclamare: «Se hanno fatto di lui un Re perchè non far di me un
Dio?» in somma una tale scelta il biasimo generale incontrò. Raimondo,
Conte di Tripoli, il più potente fra i vassalli che dalla successione e
dalla reggenza trovavansi esclusi, concepì odio sì invelenito contra il
nuovo Sovrano, che per disbramarlo vendè il proprio onore e la propria
coscienza al Sultano. Tali furono, a mano, a mano, i guardiani della
Santa Città, un lebbroso, un fanciullo, una donna, un codardo e un
traditore. Pur ne fu tardata, per altri dodici anni, la caduta mercè
alcuni soccorsi giunti d'Europa, e pel valore de' monaci guerrieri, e
per le brighe che al potentissimo avversario de' Cristiani occorsero, or
nelle parti interne del suo vasto impero, or a' confini remotissimi da
Gerusalemme. Finalmente, questo Stato, giunto al pendìo di sua rovina,
vedeasi circondato e stretto da nemici per ogni banda, allorchè i
Franchi sconsigliatamente violarono la tregua che la precaria esistenza
loro protraeva. Rinaldo di Castiglione, soldato di ventura, avendo
sorpreso una Fortezza in vicinanza del Deserto, da questo campo
spogliava le carovane, insultava la religion del Profeta, alle città di
Medina e della Mecca le sue minacce estendea. Saladino si degnò
querelarsene, e chiedere una soddisfazione cui desiderava di non
ottenere; negatagli questa, immediatamente, condottiero di un esercito
di ottantamila uomini, la Terra Santa assalì: e fu prima impresa di lui
l'assedio di Tiberiade, suggeritogli dal Conte di Tripoli al quale la
stessa città appartenea. Il Re di Gerusalemme cadde nella rete di
estenuare le guernigioni delle proprie Fortezze, e di mettere in armi il
suo popolo per munire di soccorsi un Forte rilevante qual Tiberiade si
era[597]. Il traditor Raimondo, dopo avere additato ai nemici il modo di
sorprendere i Cristiani in un campo mancante d'acqua, all'istante della
battaglia, si diede alla fuga, da suoi e dai nemici egualmente
esecrato[598]. Sconfitto e preso Lusignano in un combattimento, che gli
costò la perdita di trentamila uomini, la vera Croce, il che fu massimo
avvilimento per li Cristiani, cadde nelle mani degl'Infedeli. Venne
condotto nella tenda di Saladino il Re prigioniero, quasi moriente di
sete e paura. Il vincitor generoso lo presentò di una tazza di sorbetto;
ma non permise a Rinaldo di Castiglione il partecipare di tale atto di
clemenza e di ospitalità. «La persona e la dignità di un Re, dicea
Saladino a Lusignano, son sacre; ma quest'empio masnadiero renderà tosto
omaggio al Profeta ch'egli ha bestemmiato, o perirà della morte che per
tante riprese ha meritata». Fosse orgoglio, o comando della sua
coscienza, il guerriero cristiano ricusò il primo patto, e, percosso sul
capo dalla scimitarra del Sultano, le guardie del medesimo terminarono
di dargli morte[599]. Venne condotto a Damasco, e rinchiuso entro
onorevole prigione il tremante Sultano di Gerusalemme, al quale un
pronto riscatto dovea fra breve restituire la libertà. Ma la vittoria di
Saladino fu macchiata dalla sentenza di morte eseguita sopra
dugentotrenta Ospitalieri, intrepidi campioni e martiri della lor fede.
Il Regno rimase privo di Capo, e de' gran mastri de' due Ordini
militari, un di loro ucciso, l'altro condotto prigioniere. Convenute
erano a questa fatale battaglia le guernigioni della capitale e di tutte
le città della costa marittima, e dell'interno del paese. Tiro e Tripoli
le sole furono che alla rapida invasione di Saladino resistessero, onde,
tre mesi dopo la giornata di Tiberiade, il Sultano con numerosa oste si
mostrò alle porte di Gerusalemme[600].
[A. D. 1187]
Potea Saladino temere che l'assedio di una città, il cui destino tenea
l'Europa e l'Asia perplesse, ridestasse le ultime scintille
dell'entusiasmo ne' Cristiani, e che fra i sessantamila di essi, i quali
tuttavia rimanevano in Gerusalemme, ciascuno sarebbe stato soldato, e
ciascun soldato un eroe avido del martirio. Ma la regina Sibilla per sè
medesima e pel marito prigioniero tremava; quelli fra i baroni e
cavalieri che aveano potuto sottrarsi alla morte e alle catene,
conservavano, in quegli estremi, lo stesso spirito di fazione, le
medesime passioni di personale interesse. Composta di Cristiani
orientali la massima parte degli abitanti di Gerusalemme, gli avea
l'esperienza ammaestrati a preferire al governo de' Latini il giogo
maomettano[601]; nè il Santo Sepolcro conducea a quelle regioni se non
se ciurme di miserabili prive d'armi, come di valore, che colle carità
de' pellegrini guerrieri vivevano. Ciò nullameno vennero affrettatamente
fatti alcuni apparecchi di difesa; ma l'esercito vittorioso rispinse le
sortite degli assediati, e collocate le sue macchine con buon successo,
e aperta una larga breccia, nel giorno decimoquarto, dodici stendardi di
Maometto e del Sultano sulle mura di Gerusalemme fè sventolare. Invano
la Regina, le donne[602] e i frati co' piè scalzi e processionalmente,
si portarono a supplicare il figliuol di Dio, perchè volesse salvar la
sua tomba dalle mani sacrileghe degl'Infedeli. Fece mestieri il
ricorrere alla clemenza del vincitore, che la prima deputazione
severamente ricusò, facendo noto il suo giuramento di vendicare le
lunghe angosce con tanta pazienza sofferte dai Musulmani; essere
trascorsa l'ora del perdono, giunto il momento di espiare il sangue
innocente versato per opera di Goffredo e de' Crociati. Ma spinti a tal
disperazione i Cristiani, con un coraggioso sforzo fecero comprendere al
Sultano, ch'ei non era per anche sicuro affatto della vittoria, e la
loro appellazione al padrone comune di tutti gli uomini, fu ascoltata
con rispetto dall'Aiubita. Un sentimento di umanità ammollì il rigore
del fanatismo e della conquista; accettata la sommessione della città,
condiscese Saladino a risparmiare il sangue degli abitanti; i Cristiani
greci e orientali ottennero permissione di vivere sotto il governo del
vincitore; non così i Franchi e Latini, pei quali fu decretato, che
entro quaranta giorni sgombrassero Gerusalemme, con promessa di essere
condotti sani e salvi ne' porti dell'Egitto e della Sorìa. I riscatti
vennero poi così regolati; dieci piastre d'oro per ogni uomo, cinque per
ogni donna, una per ciascun fanciullo; chi non aveva modo di pagare un
tale riscatto in perpetua cattività rimanea. Alcuni Storici, con
malignità, anzichè no, sonosi compiaciuti nel raffrontare la clemenza di
Saladino e la strage della prima Crociata: differenza che sarebbe da
attribuirsi unicamente al carattere personale del conquistatore: nè per
altra parte dobbiamo dimenticarci l'offerta di capitolare fatta dai
Cristiani, l'ostinatezza de' Maomettani nel sostenere l'assedio insino
all'ultimo, la presa della città seguìta per assalto. Fa d'uopo, per
vero dire, dar merito all'esattezza onde il Sultano le condizioni del
Trattato adempì, e al guardo di compassione ch'ei volse sulla sventura
de' vinti. In vece di pretendere a tutto rigore il pagamento del
riscatto, liberò settemila indigenti, contentandosi della somma di
trentamila bisantini, e altri due o tremila, immuni da qualunque sborso.
Il numero degli schiavi rimasti, si ridusse ad undici o al più
quattordicimila persone. Nell'abboccamento che ebbe colla Regina,
Saladino cercò raddolcirne l'afflizione co' discorsi e persin colle
lagrime. Distribuì con larga mano elemosine alle vedove e agli orfani
che a tale stato avea ridotti la guerra, e mentre gli Ospitalieri
combatteano tuttavia contro di lui, l'umano vincitore permetteva ad
alcuni loro fratelli, che mossi da più vorace pietà al servigio
degl'infermi adoperavano le proprie cure, il continuare un intero anno
in sì caritatevole ufizio. Cotali atti di clemenza e di virtù, l'amore e
l'ammirazione degli uomini gli han meritati. Nè vi era cosa che
costringesse a fingere Saladino; poichè anzi, il fanatismo in lui
eccessivo, dovea indurlo piuttosto a dissimulare che ostentare verso i
nemici del Corano una colpevole compassione. Quando Gerusalemme fu
libera dalla presenza degli stranieri, il Sultano al suono di una musica
guerriera, e cogli stendardi spiegati dinanzi a sè, vi fece il suo
ingresso trionfale. La grande moschea di Omar, che in una chiesa aveano
convertita i Cristiani, fu di nuovo consacrata a un solo Dio, e al
Profeta di lui Maometto. Con acqua di rosa ne vennero purificati i
pavimenti e le mura, e collocata nel Santuario una cattedra fatta dalle
stesse mani di Noraddino. Ma allorchè fu veduta atterrata e trascinata
per le strade la Croce d'oro che splendea sulla cupola, i Cristiani di
tutte Sette misero un lamentevole gemito, cui risposero le acclamazioni
di giubilo de' Musulmani. Il Patriarca aveva in quattro cofani d'avorio
raccolto le Croci; le immagini, i vasellami, e le reliquie della Santa
Città. Di questi s'impadronì il Sultano che avea divisato, siccome
trofei della cristiana idolatria[603], portarli in dono al Califfo. Ma
poi si piegò a confidarli nelle mani del Patriarca e del Principe
d'Antiochia, sacrati pegni, che di poi a prezzo di cinquantaduemila
bisantini d'oro Riccardo d'Inghilterra ricuperò[604].
[A. D. 1188]
Eravi luogo a temere, o sperare, giusta gl'interessi diversi delle
nazioni che, fra brevissimo tempo, i Cristiani da tutta quanta la Sorìa
verrebber cacciati. La cosa nondimeno non si avverò, che un secolo dopo
la morte di Saladino[605]; la resistenza opposta dalla città di Tiro, in
mezzo al corso delle vittorie, il fermò. Erano state imprudentemente
condotte in questo porto tutte le truppe delle guernigioni che aveano
capitolato, le quali trovandosi in numero forte a bastanza per difendere
quella piazza, riacquistarono fiducia e coraggio per l'arrivo di Corrado
di Monferrato, che fra quelle mal disciplinate torme l'ordine restituì.
Il padre del ridetto Corrado, venerabile pellegrino, era caduto, nella
battaglia di Tiberiade, prigioniero: ma il disastro di tale giornata
tuttavia in Grecia e in Italia ignoravasi, allorchè l'ambizione e la
pietà condussero questo nuovo Crociato a visitare gli Stati del proprio
nipote, il giovine Baldovino. La vista degli stendardi di Maometto
avendolo avvertito di evitare le coste di Giaffa, venne unanimamente
accolto, qual Principe e difensore di Tiro che già Saladino assediava.
Fermezza di zelo, e forse fiducia nella generosità del nemico,
gl'inspiravano l'ardimento di affrontarne le minacce, e di protestare
che, quand'anche avesse veduto il vecchio padre suo in pericolo sulla
breccia, avrebbe egli lanciato il primo dardo, e procacciata a sè
medesimo la gloria d'essere figlio di un martire[606]. Apertosi il porto
di Tiro alla flotta degli Egiziani, fu d'improvviso tesa di nuovo la
catena che lo chiudeva, onde cinque galee maomettane rimasero prese, o
mandate a fondo; in una sortita di Cristiani perirono mille Turchi; e
tal si fu la difesa, che Saladino, dopo avere arse le sue macchine,
tornò a Damasco, compiendo con una vergognosa ritirata una serie di
azioni campali che gli partorirono tanta gloria. Nè andò guari ch'ei
dovette sostenere una più formidabil procella. Narrazioni patetiche, ed
anche tele effigiate, che in commovente modo offrivano allo sguardo la
schiavitù di Gerusalemme e la profanazione del tempio, ridestarono lo
assopito zelo dell'Europa; l'Imperatore Federico Barbarossa e i Re di
Francia e d'Inghilterra preser la Croce; ma la lentezza degl'immensi
apparecchi di queste grandi Potenze i deboli Stati marittimi e
dell'Oceano e del Mediterraneo provennero. Gl'Italiani più abili ed
antiveggenti, sopra legni pisani, genovesi, veneti, primi di tutti
veleggiarono a Tiro: li seguirono indi i pellegrini più zelanti della
Francia, della Normandia e delle isole dell'Occidente. Un navilio circa
di cento legni portò a quelle spiagge i poderosi soccorsi mandati dalla
Fiandra, dalla Frisia e dalla Danimarca; e i nortici guerrieri si
faceano in mezzo agli spianati discernere, per l'alta statura, e per le
pesanti loro azze da guerra[607]; nè la voce stessa di Corrado tener
lontana, nè poterono le mura di Tiro capire più a lungo tanta
moltitudine di guerrieri ogni giorno crescente. Deploravano la sventura,
e riverivano le dignità di Lusignano che i Turchi aveano lasciato in
libertà, forse mossi dalla speranza di mettere fra gli eserciti latini
discordia. Avendo questi proposto l'assedio di Tolomaide, ossia Acri,
che situata ad ostro di Tiro, trenta miglia ne era distante, videsi
immantinente circondata la piazza da trentamila fanti, e da duemila
uomini a cavallo, de' quali venne a quanto sembra, affidato allo stesso
Lusignano il comando. Non mi diffonderò intorno alla storia di questo
memorabile assedio (A. D. 1189-1191) che, durato circa due anni, entro
angusto spazio di terreno, tante forze di Europa e di Asia stremò. Non
mai il fuoco dell'entusiasmo erasi manifestato con impeto più violento e
struggitore; e i Fedeli (entrambe le parti di questo nome gloriavansi)
nell'onorare i lor martiri, non poteano negare un tributo di lodi allo
sfrenato zelo e al valore de' loro avversarj. Al primo squillare della
sacra tromba, i Musulmani dell'Egitto, dell'Arabia, della Sorìa, e di
tutte le province dell'Oriente sotto le bandiere del servo di Maometto
si raunarono[608]. Il campo di lui, o avanzasse, o indietreggiasse,
poche miglia sempre si discostava da Acri, tanto il pungea notte e
giorno la brama di liberare i proprj fratelli, e di portare ultimo
sterminio ai Cristiani. Nove battaglie, che ben tutte di battaglie
meritavano il nome, si diedero nelle vicinanze del monte Carmelo; e tai
furono le vicissitudini della fortuna, che il Sultano si aperse una
volta la via persino alla città; altra volta i Cristiani si spinsero
entro la tenda di Saladino. Col ministero di palombai e di colombi, il
Sultano teneasi in continua corrispondenza cogli assediati, e profittava
d'ogni istante in cui fosse libero il mare, per dar rinforzo di nuovi
soldati a quell'estenuato presidio. Intanto la fame, le pugne, i mali
influssi di un clima straniero, ogni dì il latino esercito diminuivano;
ma ogni dì le tende de' morti bastavano appena agli uomini sopraggiunti,
che esageravano il numero e la sollecitudine degli ausiliari postisi
sulle lor tracce. Il volgo stupefatto giunse perfino a credere che il
Pontefice, Capo di un esercito numeroso, fosse nelle vicinanze di
Costantinopoli pervenuto. Più giusti soggetti di ansietà all'Oriente la
venuta dell'alemanno Imperatore somministrava; e la politica di Saladino
nel moltiplicargli ostacoli nell'Asia, e probabilmente ancor nella
Grecia, soprattutto si contraddistinguea; laonde la gioia inspiratagli
dalla notizia della morte di Barbarossa, pareggiò la stima che il
Musulmano avea concepita di un tanto guerriero. Più sconforto che
fiducia trassero i Cristiani dall'arrivo del Duca di Svevia, e di
cinquemila Alemanni, avanzo dell'esercito imperiale, ridotto a stremo
dal lungo cammino. Finalmente nella primavera del successivo anno, le
flotte di Francia e d'Inghilterra gettarono l'ancora nella baia di
Tolomaide; e l'emulazione de' due giovani re Filippo Augusto e Riccardo
Plantageneto, le fazioni dell'assedio rinvigorì. Dopo avere tentata
indarno ogni via di salvezza, e privi già d'ogni speranza, i difensori
di Acri, sottomettendosi per ultimo al proprio destino, una
capitolazione, ma a patti durissimi, ottennero[609]. Dugentomila piastre
d'oro furono il prezzo posto alla loro vita e alla lor libertà; e
dovettero promettere di far liberi cento prigionieri della classe nobile
e millecinquecento d'ordine inferiore, e di restituire il legno della
vera Croce. Alcuni dubbj in ordine alla convenzione, alcuni indugi
nell'adempirla, avendo ridestata la furibonda rabbia de' Franchi, il
truce Riccardo fe' decollare quasi a veggente del Sultano tremila
Musulmani. Certamente la conquista di Acri mise in poter de' Latini una
ragguardevole Fortezza e un ottimo porto; ma a caro prezzo un tal
vantaggio scontarono. Lo Storico, ministro di Saladino, fondandosi sulle
asserzioni stesse degli avversarj, calcola a cinque, o seicentomila
uomini il numero de' Cristiani successivamente approdati, e a centomila
quello de' morti coll'armi alla mano. Molto maggior numero ne tolser di
vita i naufragi e le infermità; e d'un esercito sì sterminato, una
piccolissima parte potè, immune da disastri, rivedere la patria[610].
[A. D. 1191-1192]
Filippo Augusto e Riccardo I, sono i due soli Re di Francia e
d'Inghilterra, che abbiano sotto le stesse bandiere militato; ma
scambievole gelosia di nazione pregiudicava alla santa guerra che
avevano intrapresa; e le due fazioni, ciascuna delle quali riconosceva
per suo proteggitore nella Palestina uno di questi Principi, più
accanite al reciproco danno, che a quello del comune inimico,
mostravansi. Gli Orientali riguardavano il Re di Francia come superiore
in dignità e possanza all'Inglese, e in mancanza dell'Imperatore, i
Latini, siccome lor Capo lo riverivano[611]. Molto minori della sua fama
le imprese ne furono; perchè comunque di valor non mancasse, le qualità
d'uom di Stato nell'indole del medesimo prevalevano. Stancatosi
tostamente di sagrificare la salute e i proprj interessi sopra una
sterile spiaggia, la presa d'Acri fu per lui segnale di ritirata. Ben
lasciò per la difesa di Terra Santa, diecimila fanti e cinquecento
uomini a cavallo, sotto il comando del Duca di Borgogna: ma non quindi
il disonore di tal partenza perdonato gli venne. Il Re d'Inghilterra,
benchè inferiore per dignità, superava in ricchezze e militar rinomanza
il rivale[612]; e se un brutale e feroce valore bastasse all'essenza
dell'eroismo, Riccardo Plantageneto avrebbe diritto a comparire fra i
primarj eroi del suo secolo. Per lungo tempo, cara e gloriosa
agl'Inglesi fu la ricordanza di Cuor-di-Leone; e sessant'anni dopo la
sua morte, i pronipoti de' Turchi e de' Saracini da lui soggiogati, fin
ne' proverbj loro lo rammentarono con onore. Le madri della Sorìa si
giovavano di un tal nome per fare star zitti i loro fanciulli; se un
cavallo aombravasi, il cavaliere soleva, rampognando l'animale
esclamare: «Credi forse che il re Riccardo[613] si aggiri per queste
boscaglie?» La crudeltà ch'ei verso i Musulmani adoprò, era effetto di
zelo e di violenza della sua indole; ma penoso mi è il persuadermi che
un guerriero sì abile e prode nel giovarsi della sua lancia, siasi
avvilito a ricorrere al ministero del pugnale contra il proprio collega,
il valoroso Corrado di Monferrato, morto ad Acri per tradimento d'ignota
mano[614]. Dopo la presa d'Acri e la partenza di Filippo, Riccardo,
fattosi condottiero de' Crociati alla conquista della costa marittima,
le città di Giaffa e di Cesarea aggiunse agli avanzi del regno di
Lusignano; e un cammino di cento miglia che Ascalon da Acri divide, fu
per undici giorni l'aringo di un grande e continuo combattimento; e
fuvvi un punto che scoraggiate le truppe turche, Saladino si trovò sul
campo di battaglia da sole diciassette delle sue guardie accompagnato;
pur vi rimase senza calar le bandiere, nè permettere che sol per poco
cessasse lo squillo delle sue trombe. Ben pervenne a riordinare i
soldati, e a ricondurli contro il nemico: ben i suoi predicanti e i suoi
araldi esortarono con incalzante tuono gli unitarj a oppor fermo petto
agl'idolatri cristiani; ma all'impeto di questi -idolatri- non poteva
allora resistere, e sol collo spianare le mura e le fortificazioni di
Ascalon, giunse ad impedire ai Cristiani l'occupazione di così munita
Fortezza, situata ai confini dell'Egitto. Durante un rigido verno,
inoperose stettero l'armi; ma al ricomparire della primavera, i Franchi,
sempre guidati dal medesimo condottiero, s'innoltrarono tanto che d'una
sola giornata da Gerusalemme distavano. Ivi il solerte re Riccardo
impadronitosi d'una carovana di settemila cammelli, costrinse
Saladino[615] a rinchiudersi nella Città Santa, divenuta per maggior
disastro del Principe musulmano, soggiorno di costernazione e discordie.
Questi orò, fece digiuni e prediche, offerse di partecipare egli
medesimo ai pericoli dell'assedio; ma fosse principio d'affetto, e di
animo alle sedizioni propenso, i suoi Mammalucchi, ingombra ancora la
fantasia del disastro sofferto in Acri dai lor compagni, con preghiere
che di clamori sentivano, supplicarono il Sultano volesse conservare la
propria persona e il valore de' suoi soldati a miglior uopo, per la
difesa del culto del Profeta e dell'Impero[616]. La ritirata de'
Cristiani tanto improvvisa, che miracolo la credettero gli assediati, a
tali angustie sottrasseli[617]. Riccardo vide i proprj allori appassire
o per la prudenza, o per l'invidia de' suoi compagni. Sopra un monte,
d'onde Gerusalemme scoprivasi, l'eroe il volto velossi con voce
d'indignazione esclamando. «Coloro che rifiutano liberare il Santo
Sepolcro di Gesù Cristo, sono immeritevoli di contemplarlo». Appena
giunto ad Acri gli fu nunziato che il Sultano avea stretta d'assedio la
città di Giaffa. Pronto Riccardo nell'imbarcare sè e le sue truppe sopra
alcuni legni mercantili in quel porto ancorati, e primo a lanciarsi
sulla riva, rianimò lo spento coraggio de' difensori della rocca; onde
sessantamila Turchi, o Saracini, al solo avviso dell'arrivo di
Cuor-di-Leone si diedero a fuga. Saputa indi la debolezza del drappello
che l'Inglese avea guidato con sè, ricomparvero alla domane, e il
trovarono, come se non vi fosse stato alcun pericolo da temere,
accampato dinanzi alla porta di Giaffa colla sola scorta di diciassette
uomini a cavallo e di trecento arcieri. Non prendendosi pensiero del
numero degli assalitori, la presenza loro sostenne con tanta
intrepidezza, che, a confessione degli stessi nemici, colla lancia in
resta trascorse galoppando da destra a sinistra, dinanzi a tutto il
fronte de' Saracini, nè vi fu fra questi un solo che ardisse
fermarlo[618]. Si narrano forse in questo luogo le storie di Amadigi o
di Orlando?
Nel durare delle ostilità i Franchi e i Musulmani incominciarono,
interruppero, riassunsero per più riprese, lente e languide
negoziazioni[619]. Alcuni atti di scambievole cortesia fra i due Re,
qualche donativo di frutta e di neve, diversi cambj di falchi di
Norvegia con cavalli arabi, l'acerbità di una guerra di religione
addolcirono. Forse le alternative de' successi indussero i due monarchi
a sospettare che il cielo non si prendesse poi tanto pensiero dei loro
litigi, e troppo ben si conosceano l'un l'altro gagliardi, perchè niun
d'essi una concludente vittoria sperasse[620]. Intanto declinavano la
salute di Riccardo e di Saladino: pativano entrambi tutti i mali alle
discordie civili e alle lontane guerre congiunti. Plantageneto ardea
della brama di punire un perfido rivale che profittando della lontananza
di lui aveva invasa la Normandia, intanto che l'instancabile Sultano
resisteva a fatica ai clamori de' soldati, strumenti del suo zelo
guerriero, e a quelli del popolo che ne era la vittima. Il Re
d'Inghilterra chiese primieramente la restituzione di Gerusalemme, della
Palestina, e della vera Croce, protestando con fermezza che egli e i
pellegrini tutta la loro vita alla santa impresa sagrificherebbero,
anzichè rivedere, carichi di rimorsi e di ignominia, l'Europa; ma
rifuggiva la coscienza di Saladino ad acconsentire, senza un condegno
compenso, che i Cristiani riavessero i loro idoli, o a favoreggiare in
alcun modo la loro idolatria[621]. Con uguale fermezza i suoi diritti
temporali e religiosi sulle sovranità della Palestina difese, e
riguardando egli pure, siccome santa, Gerusalemme, e il possedimento di
essa rilevante cosa pei Maomettani, ricusò calare ad alcun patto di
parteggiamento colle nazioni latine. Fra i patti proposti da Riccardo
fuvvi pur quello di concedere la propria sorella in moglie al fratello
di Saladino; ma la disparità di religione non permise che un tal
parentado si conchiudesse: nè l'inglese Principessa potea concepir senza
orrore la sola idea di vedersi fra le braccia di un Turco, nè sì di
leggeri Adel, o Safadino (nomi di questo fratello) avrebbe rinunziato
alla pluralità delle mogli. Negò il Sultano di venire a parlamento con
Riccardo, adducendone a motivo la disparità del linguaggio che avrebbe
loro impedito a vicenda l'intendersi. Artifiziosamente tirata in lungo
per via di messi e d'interpreti una tale negoziazione, il Trattato
definitivo offese lo zelo di entrambe le parti, e il Pontefice di Roma e
il Califfo di Bagdad parimente sen dolsero. Venne stipulato col medesimo
che Gerusalemme e il Santo Sepolcro rimarrebbero aperti alla divozione
de' Cristiani e de' pellegrini d'Europa, senza che questi fossero
costretti a tributo, o soffrissero vessazioni; che rimanendo nello stato
suo di assoluta rovina Ascalon, i Cristiani conserverebbero tutta la
costa marittima da Giaffa a Tiro, comprendendo queste due città ne' loro
possedimenti; che al Conte di Tripoli e al Principe di Antiochia si
estenderebbe la tregua; che per tre anni e tre mesi, niuna ostilità, nè
da una parte, nè dall'altra, sarebbe lecita. I principali Capi de' due
eserciti giurarono di mantenere la convenzione; ma i due Monarchi ebbero
per bastanti mallevadori la propria parola e l'atto di porgersi la
destra; e la regal maestà venne dispensata dal giuramento, come se
questo includesse implicitamente il sospetto della perfidia. Riccardo
corse a cercare in Europa lunga cattività, e morte immatura; trascorsi
pochi mesi la gloria e la vita di Saladino videro il termine (A. D.
1193). Vien celebrato dagli Orientali il modo edificante cui questo
guerriero finì i suoi giorni in Damasco; nè a quanto sembra pervennero
ad essi le bizzarre notizie delle elemosine egualmente distribuite ai
settarj di tre religioni diverse, nè del panno funebre sostituito allo
stendardo di Maometto, per avvertire l'Oriente della instabilità delle
umane grandezze[622]. Colla morte di Saladino l'unità dell'Impero fu
sciolta; oppressi i figli di lui dal poderoso braccio del loro zio
Safadino, le dissensioni fra i Sultani d'Egitto, di Damasco e di Aleppo
si rinovarono[623]; circostanze tutte per le quali i Franchi poterono
respirare in pace nelle Fortezze lor rimaste sulle coste della Sorìa, e
alle speranze tuttavia abbandonarsi.
[A. D. 1198-1216]
La decima, conosciuta sotto il nome di -decima di Saladino-, tributo a
cui il popolo e il Clero della Chiesa latina si erano assoggettati per
le spese necessarie a guerreggiar Saladino, è il più splendido monumento
della rinomanza di questo guerriero, e del terrore che aveva inspirato.
Una tal costumanza portava troppo vantaggio ad alcune persone, perchè
cessar dovesse col cessar de' motivi dai quali ebbe origine. Da questo
tributo derivano le ricognizioni e le decime su i beni della Chiesa,
ricognizioni e decime che il Pontefice talora concedeva ai Sovrani,
talora per gli usi particolari della Santa Sede si riserbava[624]; e
certamente questo tributo pecuniario[625] dovette aumentare il fervore
che per la liberazione di Terra Santa dimostravano i Papi. Dopo la morte
di Saladino, continuarono essi, e per lettere, e col ministerio di
missionari e Legati a predicar le Crociate; e lo zelo e l'ingegno
d'Innocenzo III al buon esito della pietosa impresa erano favorevoli
augurj[626]. Per opera di questo giovine ed ambizioso Pontefice, i
successori di S. Pietro al massimo grado di lor grandezza pervennero; e
durante il suo regno di diciotto anni, dominò con dispotica autorità
sugli Imperatori e sui Re, che egli creava, a talento suo rimovea, e
sulle nazioni che per le colpe dei loro governanti puniva, privandole,
interi mesi ed anni, d'ogni esercizio del religioso lor culto. Fu
soprattutto nel Concilio di Laterano che Innocenzo si comportò qual
sovrano spirituale, e quasi padrone temporale dell'Oriente e
dell'Occidente. Ai piedi del Legato d'Innocenzo, Giovanni d'Inghilterra
rassegnò la propria corona; e questo Pontefice potè vantarsi de' due più
segnalati trionfi che sul buon senso e sull'umanità sieno stati
riportati giammai, la Transustanziazione posta in dogma[627], e le prime
fondamenta della Inquisizione da esso gettate. Alla voce di lui (A. D.
1203), due Crociate vennero intraprese, la quarta e la quinta; ma
eccetto il re d'Ungheria, queste non ebbero che Principi di secondo
ordine per comandanti, e trovatesi le forze inferiori all'ampiezza della
impresa, i successi alle speranze del Papa e de' popoli non
corrisposero. I pellegrini della quarta Crociata (A. D. 1218)
dimenticarono la Sorìa per Costantinopoli, la conquista della qual
capitale operata per l'armi Latine, ne somministrerà l'argomento del
seguente Capitolo. Nella quinta Crociata[628], dugentomila Franchi
sbarcarono alla foce orientale del Nilo: persuasi con assai di ragione
che il miglior modo per liberare la Palestina, fosse vincere il Sultano
in Egitto, luogo di sua residenza ed emporio di quella dominazione. E
veramente, dopo un assedio di sedici mesi, i Musulmani dovettero
deplorare la perdita di Damieta. Ma l'esercito cristiano andò perduto
per l'orgoglio e la tracotanza del Legato Pelagio, che a nome del
Pontefice, impadronito erasi del comando. I Franchi, estenuati dai morbi
epidemici, rinserrati fra l'acque del Nilo e tutte le forze d'Oriente
armatesi contro di loro, abbandonarono Damieta, per ottenere la
franchigia della ritirata, alcuni concedimenti a favore de' pellegrini,
e la tarda restituzione del legno della vera Croce, monumento, che molta
parte di sua autenticità avea perduta. L'infausto esito delle Crociate
vuole in parte essere attribuito alla moltiplicità e all'abuso di queste
pie spedizioni, che nel tempo medesimo e contra i Pagani della Livonia,
e contra i Mori di Spagna e gli Albigesi di Francia, e contra i Re
siciliani della famiglia imperiale venivan bandite[629]. Nelle imprese
meritorie del secondo genere poteano gli avventurieri senza uscir
dell'Europa ottenere le stesse indulgenze, oltre a ricompense temporali
più certe e più ragguardevoli. Laonde i Papi, dal santo loro zelo contro
i nemici domestici si lasciarono trasportar sì, che le sciagure de'
Cristiani della Sorìa ponevano in dimenticanza. L'ultimo secolo delle
Crociate, mise per un certo tempo all'arbitrio de' Papi un esercito e
una rendita considerabile, onde diversi profondi ragionatori si
portarono a sospettare che sin dal tempo del primo Sinodo di Piacenza,
tutte le ridette spedizioni la politica di Roma avesse condotte. Ma nè
sulla realtà, nè sulla verisimiglianza, un tal sospetto è fondato. Le
apparenze dimostrarono che i successori di S. Pietro secondarono,
anzichè regolare l'impulso de' costumi e delle pregiudicate opinioni di
quelle età. Senza aver preveduta la stagione delle messi, senza essersi
prese le cure del coltivare, colsero a lor tempo i frutti naturali della
superstizione, ricolta che di pericoli e di fatiche per loro fu scevra.
Nel Concilio di Laterano, Innocenzo annunziò in termini ambigui il
disegno di animare col proprio esempio i Crociati; ma il nocchiero della
Santa nave non potea abbandonarne il governale, nè alcun Pontefice
romano consacrò colla sua santa presenza le spedizioni della
Palestina[630].
[A. D. 1228]
Assuntisi i Papi la protezione immediata delle persone, delle famiglie,
delle sostanze de' pellegrini, quegli spirituali tutori si arrogarono
ben tosto il diritto di regolarne le azioni, e di costringerli a
mantenere i carichi che si erano addossati. Federico II[631], pronipote
di Barbarossa, fu successivamente il pupillo[632], il nemico e la
vittima della Chiesa. In età di ventun anni, prese la Croce per non
contravvenire ai voleri del suo tutore, Innocenzo III, che alle singole
coronazioni, come Re e come Imperatore, lo costrinse a rinovare questa
obbligazione; oltrechè il maritaggio da lui contratto colla erede del Re
di Gerusalemme, gli imponea per sempre il dovere di assicurar questo
regno al proprio figlio Corrado; ma avanzando Federico negli anni, e più
ferma vedendo la sua autorità, degli obblighi contratti imprudentemente
in giovinezza gli increbbe; e le acquistate cognizioni e l'esperienza
instruito aveanlo a disprezzare le illusioni del fanatismo, e le corone
dell'Asia. Fattosi minore il rispetto di lui verso i successori
d'Innocenzo, il solo disegno di restaurare la Monarchia italiana, dalla
Sicilia all'Alpi, l'animo suo ambizioso occupava. Ma il buon successo di
tale impresa, ricondotti avrebbe alla semplicità primitiva i Pontefici;
i quali tenuti a bada con indugi e scuse per dodici anni, non
risparmiarono sollecitazioni e minacce; tanto che indussero il Monarca
dell'Alemagna a prefiggere il giorno della sua partenza ai lidi della
Palestina. Egli fece allestire ne' porti della Sicilia e della Puglia
una flotta di cento galee e di cento vascelli, costrutti in modo che
potessero trasportare e sbarcare facilmente duemila cinquecento
cavalieri coi loro cavalli e il loro seguito. Dai vassalli imperiali di
Napoli e di Alemagna, levò un poderoso esercito, e la fama portò sino a
sessantamila il numero de' pellegrini dell'Inghilterra: ma gl'indugi
volontarj, o inevitabilmente congiunti a sì immensi apparecchi,
estenuarono le vettovaglie e le forze dei più poveri fra i pellegrini;
le infermità e le diserzioni l'esercito diradarono, e la state ardente
della Calabria anticipò i disastri che a quelle truppe si preparavano
nei campi della Sorìa. Finalmente l'Imperatore salpò da Brindisi con una
flotta e un esercito di quarantamila uomini. Ma non tenne il mare più di
tre giorni, e una precipitosa ritirata, che gli amici di lui a grave
infermità attribuirono, venne dai suoi avversarj riguardata, come una
volontaria e ostinata inobbedienza ai voleri del Sommo Pontefice. Per
avere infranto il suo voto, Federico videsi scomunicato da Gregorio IX,
che lo scomunicò una seconda volta nel successivo anno per avere ardito
adempire lo stesso voto[633]; e intanto ch'egli conduceva la Crociata in
Palestina, una Crociata bandivasi in Italia contro di lui, e ritornando
venne costretto a chieder perdono di ingiurie che unicamente avea
ricevute. Gli Ordini militari e il Clero di Palestina, erano stati
anticipatamente avvertiti di disobbedirgli, e non farsi lecito il menomo
consorzio con un uomo scomunicato. Per ultimo aggravio, l'Imperatore si
trovò in mezzo al suo campo, e, ne' proprj Stati di Palestina, costretto
a tollerare che i comandi venissero dati in nome di Dio e della
Repubblica cristiana, che del suo nome non fosse fatta menzione.
Trionfale fu l'ingresso di Federico in Gerusalemme; e colle proprie
mani, perchè niun ecclesiastico a tale ufizio volle prestarsi, prese la
corona posta sull'altare del Santo Sepolcro. Ma il Patriarca lanciò
anatema sulla Chiesa, che la presenza di questo Principe avea profanata;
e i Templarj e gli Ospitalieri, eglino stessi fecero avvertire il
Sultano del momento opportuno a sorprendere ed uccidere Federico in riva
al Giordano, ove questi con debole scorta si trasferiva. Circondato in
tal guisa da fanatici e da faziosi, non che impossibile cosa l'aspirare
a vittorie, gli era persin difficile il provvedere alla propria
sicurezza. Ma le discordie de' Maomettani, e la stima che Federico aveva
a questi inspirata, gli fruttarono un Trattato vantaggioso di pace con
essi. L'uom percosso dagli anatemi della Chiesa, venne tosto accusato di
avere mantenuto coi miscredenti pratiche disdicevoli ad un Cristiano,
sprezzata la sterilità del suolo di Palestina, d'essersi lasciati
sfuggir dal labbro questi empj detti: «che se Jeova avesse conosciuto il
regno di Napoli, non avrebbe scelta la Palestina a retaggio del suo
popolo eletto». Pur questo Federico aveva ottenuta dal Sultano la
restituzione di Gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret, di Tiro e di
Sidone; per esso i Latini divenuti liberi di abitare e fortificare la
Città Santa. Fra gli accordi patuiti dal Principe alemanno, eravi una
mutua libertà civile e religiosa così pei discepoli di Gesù, come per
quelli di Maometto, in conseguenza di che i primi avrebbero ufiziato
nella chiesa del Santo Sepolcro; poteano i secondi orare e predicare
nella moschea del tempio[634], d'onde credevano che il loro Profeta
fosse partito di notte tempo pel viaggio suo verso il Cielo. Contro
d'una sì scandalosa tolleranza il Clero si scatenò; i Musulmani,
trovandosi ivi i più deboli, vennero in modo quasi insensibile
discacciati; e quanto uom ragionevole potea prefiggersi a scopo nelle
spedizioni delle Crociate, tutto erasi, senza l'uopo di sparger sangue,
ottenuto. Le chiese restaurate, riempiuti di Monaci i conventi; in meno
di quindici anni Gerusalemme noverava seimila Latini fra i suoi
abitanti. L'invasione de' selvaggi Carizmj pose fine a questo pacifico e
prospero stato[635], di cui i Latini non avean saputo nè grado, nè
grazia a chi lo avea lor procurato. Abbandonate le rive del mar Caspio,
d'onde i Mongui li scacciarono, i pastori Carizmj innondarono la Sorìa,
nè la lega de' Franchi coi Sultani di Aleppo, di Hems e Damasco a
rintuzzare l'impeto di costoro bastò. Divenne inutile ogni resistenza, e
la morte, o la cattività unicamente ne erano prezzo. Una sola battaglia,
pressochè affatto, i militari ordini esterminò. Saccheggiata la città,
profanato il Santo Sepolcro, i Franchi dovettero, e confessarlo di
propria bocca, augurarsi la disciplina e l'umanità de' Turchi e dei
Saracini.
La sesta o settima Crociata imprese vennero da Luigi IX, Re di Francia,
che la libertà in Egitto, in Affrica perdè la vita. Ventott'anni dopo la
sua morte, Roma lo collocò fra i proprj Santi, e nel medesimo tempo
comparvero sessantacinque miracoli, che solennemente attestati,
sembrarono valevole giustificazione agli onori tributati alla memoria di
questo Monarca[636]. Più onorevole testimonianza alle virtù di lui rende
lo Storico, presentandoci, in Luigi IX, congiunti i pregi dell'uomo, del
Re e dell'eroe; amor di giustizia in esso l'impeto del valor
temperò, e mostrossi padre de' sudditi, amico de' vicini, terrore
degl'Infedeli[637]. Solo il funesto influsso della superstizione[638],
talvolta le belle prerogative del suo ingegno e del suo cuore oscurò.
Divoto ammiratore de' frati mendicanti di S. Francesco e di S. Domenico,
imitarli non disdegnava; e fattosi con cieco zelo e crudele, persecutore
de' nemici della Fede, il migliore fra i Re, per sostenere la parte di
Cavaliere errante, due volte dal proprio trono discese. Se un frate ne
avesse scritta la storia, certamente gli avrebbe largheggiato d'encomj
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