Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME UNDECIMO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXIII
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO LIV.
-Origine, e dottrina dei Paoliziani. Persecuzioni che soffersero
dagli imperatori greci. Loro ribellione in Armenia ec.
Migrazione nella Tracia. Dottrina de' medesimi propagata in
Occidente. Germi, caratteri e conseguenza della Riforma.-
Il Cristianesimo avea presa l'indole delle nazioni presso le quali a
mano a mano allignò. I nativi della Sorìa e dell'Egitto all'indolenza di
una divozione contemplativa si abbandonavano: Roma cristiana volea
tuttavia governar l'Universo; mentre, discussioni di teologia
metafisica, occupavano lo spirito e la loquacità de' popoli della
Grecia. In vece di adorar silenziosi gl'incomprensibili misteri della
Trinità, o della Incarnazione, si diedero ad agitare con calore sottili
controversie che dilatarono la loro Fede, a scapito forse della carità,
e della ragione[1]. Incominciando dai giorni del Concilio di Nicea, e
venendo sino alla fine del settimo secolo, le guerre spirituali
turbarono la pace e l'unità della Chiesa; e tanto operarono sulla
decadenza, e la rovina dell'Impero che tale circostanza mi ha anche
troppo spesso costretto a tener dietro ai Concilj, ad esaminare i
simboli, ad enumerare le Sette di questo burrascoso periodo degli
ecclesiastici Annali. Dopo lo incominciamento dell'ottavo secolo, e fino
agli ultimi giorni dell'Impero di Costantinopoli, il rumore delle
controversie si fece udir più di rado. Sazia era la curiosità, stanco lo
zelo, e i decreti di sei Concilj aveano immutabilmente determinati gli
articoli del Simbolo cattolico. Lo spirito della disputa, comunque
frivolo e pernicioso esser si possa, abbisogna almeno di una certa
energia, e tiene operose alcune facoltà intellettuali; ma i Greci
avviliti si contentavano, in que' giorni, di digiunare, di orare, e di
obbedir ciecamente al loro Patriarca, e al loro clero. La Vergine, e i
Santi, le reliquie e le immagini, i miracoli e le visioni, divennero il
solo argomento delle prediche de' frati e della divozione del popolo; e
sotto nome di popolo possiamo qui senza ingiustizia comprendere le
classi primarie della società. Gl'Imperatori della Isaurica dinastia che
si accinsero a scotere da questo letargo i loro sudditi, scelsero
cattivo istante, e temperamenti aspri anzi che no; e se anche la ragione
fece in quel tempo alcuni proseliti[2], molto maggior numero
l'interesse, o il timore ne soggiogò: ma l'Oriente difese, o sospirò le
sue Immagini un'altra volta, e la loro restaurazione, qual festa
trionfale, dell'Ortodossia fu celebrata: in tai giorni di sommessione
passiva e uniforme, i Capi della Chiesa si trovarono sciolti dalle
molestie, o vogliam dire, privi dei diletti della superstizione. Spariti
erano i Pagani; nel silenzio e nella oscurità giaceansi gli Ebrei: le
dispute coi Latini, divenute meno frequenti, si riduceano a lontane
ostilità contra un nazionale nemico, intanto che le Sette dell'Egitto, e
della Sorìa godevano i vantaggi della tolleranza all'ombra dell'arabo
califfato[3]. Verso la metà del settimo secolo, la tirannide spirituale
elesse a vittime i Paoliziani[4], la dottrina de' quali è un ramo di
Manicheismo; e ridotta a stremo la loro pazienza, e spinti alla
disperazione che li fece ribelli, si sparsero nell'Occidente, ove per
ogni banda i germi della Riforma diffusero. Siami permesso, attesa
l'importanza di tali avvenimenti, l'entrare in alcune particolarità
sulle dottrine e la storia de' Paoliziani[5]; e poichè questi non sono
in istato più di difendersi, mi sia parimente lecito, per servire alla
imparzialità, e alla buona fede, il mettere in aperto tutto il bene,
l'attenuare il male che gli avversarj loro ne dissero.
I Gnostici che turbata aveano l'infanzia del Cristianesimo, soggiacquero
finalmente al peso della potenza e della autorità della Chiesa. Lungi
dal pareggiare, o superare i cattolici in ricchezze, sapere, e numero, i
deboli partigiani che conservava ancor questa Setta, scacciati dalle
Capitali dell'Oriente, e dell'Occidente, confinati vennero ne' villaggi
e per mezzo ai monti situati presso l'Eufrate. Il quinto secolo ne offre
alcune vestigia di Marcioniti[6], ma tutti i settarj furono compresi per
ultimo sotto la sola denominazione di Manichei; eretici che essendosi
attentati a voler conciliare le dottrine di Zoroastro, e di Cristo, da
entrambe le Religioni una persecuzione del pari accanita patirono.
Durante il regno del pronipote di Eraclio, ne' dintorni di Samosato, più
celebre per essere stata patria di Luciano, che per l'onore di aver dato
il suo nome ad un regno della Sorìa, apparve un riformatore, che i suoi
discepoli, i Paoliziani, considerarono bentosto qual missionario eletto
dal cielo per annunziare la verità, e degno della confidenza degli
uomini. Cotesto riformatore, di nome Costantino, avea ricettato nella
sua modesta abitazione di Mananali un diacono che ritornava dalla Sorìa,
ov'era stato prigioniero; e ne ebbe in dono il Nuovo Testamento, dono
tanto più da apprezzarsi che riguardi prudenziali del clero greco, e
forse anche de' gnostici Sacerdoti, già nascondeano con grande cura agli
occhi de' volgari questi volumi[7]. A tale lettura si limitarono gli
studj di Costantino che ne fece regola di sua credenza; e gli stessi
Cattolici, comunque impugnino le interpretazioni da esso date alle sacre
carte, non gli negano di avere citati i testi nella loro purezza ed
autenticità. Ma le cose, alle quali in siffatto studio volse l'animo più
intensamente, furono gli scritti, e gli atti della vita di S. Paolo. I
nemici della setta de' Paoliziani fondata dal ridetto Costantino, fanno
derivare il nome della medesima, da qualcuno degli oscuri uomini che la
predicarono; ma ho per fermo che tal nome i Paoliziani assumessero, come
gloriosa testimonianza della loro divozione all'Appostolo dei Gentili.
Costantino e i suoi alunni rappresentavano, diceano essi, Tito, Timoteo,
Silvano, Tichico, primi discepoli di S. Paolo, e imposero alle
Congregazioni che nell'Armenia, e nella Cappadocia instituirono, i nomi
delle chiese edificate dagli Appostoli; innocente allusione che riaccese
la ricordanza e l'esempio delle prime età della Chiesa. Questo fedele
discepolo di S. Paolo, così nelle Epistole di esso come nell'Evangelio,
si fe' a rintracciare il Simbolo de' primi cristiani; e qualunque sia
stato il frutto di tali indagini, ogni protestante applaudirà, se non
altro, alla intenzione che le suggerì. Ma se il testo delle Scritture
seguìto dai Paoliziani avea il pregio di essere puro, altrettanto intero
non potea dirsi. I lor primi dottori non ammettevano le due Epistole di
S. Pietro, riguardandolo come l'appostolo della Circoncisione[8], e
accusandolo di avere difesa contra il loro appostolo favorito
l'osservanza della legge mosaica.[9] Pari ai Gnostici disprezzavano
tutti i libri dell'Antico Testamento, senza por mente che quelli di Mosè
e de' Profeti erano stati consacrati dai decreti della Chiesa cattolica.
Con non minore ardimento, e senza dubbio, con maggior ragione,
Costantino, il nuovo Silvano, rigettava quelle visioni cui pubblicarono
in sì pomposi, ed enormi volumi le Sette orientali; que' favolosi
componimenti[10] de' Patriarchi ebrei, e de' saggi dell'oriente, quegli
Evangelj, quelle epistole, e quegli atti supposti, sotto de' quali nel
primo secolo della chiesa, il codice ortodosso andava sepolto; nè facea
grazia alla teologia di Manete, nè alle eresie che a questa si
riferivano, nè alle trenta classi di Eoni, dalla fertile immaginazione
di Valentino creati. I Paoliziani riprovavano con tutta sincerità la
memoria, e le opinioni de' Manichei: onde doleansi della ingiustizia de'
loro avversarj, nell'attribuire una sì lodevole denominazione ai
discepoli di S. Paolo, e di Gesù Cristo.
I Capi de' Paoliziani rompendo molte anella della catena ecclesiastica,
si erano fatti più liberi col ridurre a meno il numero de' padroni che
la profana ragione alla voce de' misteri e de' miracoli sottomettevano.
La setta de' Gnostici era nata prima che si professasse pubblicamente il
culto cattolico, e, oltre al silenzio di S. Paolo, e degli Evangelisti,
la consuetudine e l'odio preservarono i Paoliziani dalle innovazioni,
che, a poco a poco, nella disciplina, e nella dottrina della Chiesa
allignarono[11]. Essi pensavano veder sotto forma verace quegli oggetti,
che, in lor sentenza, la sola superstizione aveva disfigurati. In una
immagine che diceasi scesa dal cielo, essi non iscorgeano se non se il
lavoro di un uomo, il cui solo ingegno potea dar valore al legno, o alla
tela che egli avea posta in opera; nelle reliquie miracolose, ossa e
ceneri inanimate, prive di virtù, e forse non mai appartenute alla
persona cui venivano attribuite; la vera croce, l'albero della vita, non
era, ad avviso loro, che un pezzo, o sano, o guasto, di legno; il corpo,
e il sangue di Gesù Cristo, un minuzzolo di pane, e una tazza di
vino[12], dono della natura, e simbolo della Grazia. Essi toglievano
alla madre di Dio i suoi celesti onori, la sua immacolata verginità[13],
nè davano ai Santi, o agli angeli l'incarico di farsi mediatori per essi
nel cielo, o di soccorrerli sulla Terra. Nella amministrazione de'
Sacramenti voleano aboliti gli oggetti visibili di culto, e le parole
del Vangelo, secondo essi, non additavano che il battesimo e la
comunione de' fedeli. Liberissimi nell'interpretare le scritture, ogni
qualvolta il significato letterale impacciavali, si rifuggivano ne'
labirinti delle figure e dell'allegoria. Molta cura dimostrarono di
infrangere i vincoli posti fra l'Antico, e il Nuovo Testamento[14], e
riguardando il secondo come la raccolta degli oracoli di Dio,
abborrivano il primo, divulgandolo invenzion favolosa ed assurda degli
uomini, o dei demonj. Non può recarne maraviglia che essi scorgessero
nel Vangelo, il mistero ortodosso della Trinità; ma invece di confessare
la natura umana, e i patimenti reali di Gesù Cristo, la costoro
immaginazione si dilettava creargli un corpo celeste che si fosse fatto
strada per quel della Vergine, siccome l'acqua attraversa un condotto.
Un fantoccio sostituito al Redentore sopra una croce, giusta l'opinione
di questi settarj, mandò a vuoto il furor degli Ebrei. Un simbolo di tal
natura non conveniva nè meno allo spirito ne' tempi d'allora[15], e que'
medesimi fra i Cristiani che lamentavano non essere le dottrine
religiose ristrette al mite giogo imposto da Gesù Cristo e da' suoi
Appostoli, giustamente si offesero che i Paoliziani osassero violare
l'unità di Dio, primo articolo della Religion naturale e della Religion
rivelata. Perchè comunque i Paoliziani credessero con fiducia e speranza
il Padre, il Cristo, l'anima umana e il mondo invisibile, supponeano ad
un tempo l'eternità della materia, sostanza ostinata e ribelle, origine
di un secondo Principio, di un ente operante, creatore del mondo
visibile, e che userà della sua possanza temporale, fino alla
consumazione definitiva della morte e del peccato[16]. L'esistenza del
mal morale, e del male fisico, avea introdotti questi due principj nella
filosofia, e nelle religioni antiche dell'Oriente, d'onde una tale
dottrina fra le varie Sette de' Gnostici s'era diffusa. Vennero intorno
ad Arimane ideate tante opinioni diverse, quante gradazioni è lecito il
fantasticare, fra la natura di un dio rivale dell'altro, e quella di un
demonio subordinato; fra l'indole di un ente vinto dalla passione, o
dalla fragilità, e quella di un ente per propria essenza malvagio; ma a
malgrado d'ogni umano sforzo, la bontà e la potenza di Ormuzd,
trovavansi alla contraria estremità della linea, e quanto avvicinavasi
all'uno de' due enti, dovea scostarsi dall'altro nelle proporzioni
medesime[17].
Le fatiche appostoliche[18] di Costantino Silvano gli moltiplicarono ben
tosto i discepoli, segreto compenso alla sua spirituale ambizione. Sotto
lo stendardo di lui si raccolsero gli avanzi delle Sette gnostiche, e
principalmente i Manichei dell'Armenia. Convertì, o sedusse co' suoi
argomenti molti Cattolici, e predicò con buon successo nelle contrade
del Ponto[19] e della Cappadocia, da lungo tempo imbevutesi della
religione di Zoroastro. I dottori Paoliziani, paghi di un soprannome
tratto dalle Scritture, e del titolo modesto di compagni di
pellegrinaggio, distinti per austerità di costumi, per zelo o sapere, ed
anche per la fama che godevano di avere ricevuti i doni dello Spirito
Santo, ma incapaci di desiderare e di ottenere le ricchezze e gli onori
dei prelati ortodossi, ne censuravano amaramente le anticristiane
vanità, riprovando persino la denominazione di anziani, o di sacerdoti,
come istituzione della Sinagoga. La nuova Setta si dilatò grandemente
nelle province dell'Asia Minore, situate al levante dell'Eufrate. Sei
principali Congregazioni della medesima rappresentavano le chiese alle
quali S. Paolo indiritte avea le sue epistole. Silvano pose la sua
dimora nei dintorni di Colonia[20], in quella parte del Ponto che
rendettero parimente famosa gli altari di Bellona[21] e i miracoli di S.
Gregorio[22][23]. Qui venne fuggendo il governo tollerante degli Arabi e
qui, dopo ventisette anni di predicazione, perì vittima della
persecuzione de' Romani. Que' devoti imperatori, che di rado aveano
proscritte le vite d'altri eretici meno odiosi di questi, condannarono
senza misericordia la dottrina, gli scritti e le persone dei Montanisti
e de' Manichei. Consegnati alle fiamme i lor libri, chiunque osò
conservarne o professare le opinioni che vi si racchiudevano, a
ignominiosa morte fu condannato[24]. Simeone, inviato dall'Imperator
greco a Colonia, vi si mostrò armato del poter delle leggi e della forza
militare, per atterrare il Pastore, e ricondurre, se possibile era, lo
smarrito gregge in seno della Chiesa. Con atto di raffinata crudeltà,
dopo aver fatto collocare l'infelice Silvano a capo de' suoi schierati
discepoli, comandò a questi di meritarsi il perdono, e di dar prove di
pentimento, col trucidare il loro padre spirituale. Non sapendo eglino
risolversi a tanta empietà cadeano i sassi dalle lor mani, nè in tutta
quella banda vi fu che un solo carnefice, o secondo il dire de'
fanatici, un nuovo David che rovesciò il gigante dell'eresia. Questo
apostata nomavasi Giusto, il quale ingannò una seconda volta, e tradì i
suoi malaccorti fratelli. L'inviato dell'Imperatore diè a divedere nella
propria persona una nuova conformità cogli atti di S. Paolo: simile
all'Appostolo abbracciò la dottrina della quale chiarito erasi
persecutore, e, rassegnate dignità e ricchezze, acquistò nella setta de'
Paoliziani la gloria di un missionario e di un martire. Generalmente
però, i ridetti Settarj non correvano in traccia della corona del
martirio[25]: ma durante un secolo e mezzo di patimenti, soffersero con
rassegnazione tutto quanto lo zelo de' lor persecutori seppe immaginare
contr'essi; nè gli sforzi della costanza pervennero ad estirpare i
germi, difficilissimi entrambi ad essere spenti, i germi del fanatismo,
e quelli della ragione. E predicanti, e congregazioni, uscirono per più
riprese dal sangue, e dalle ceneri delle prime vittime. Pure in mezzo
alle ostilità esterne cui soggiacevano i Paoliziani, trovarono il tempo
per abbandonarsi a querele domestiche. Predicarono, disputarono,
soffersero; e sin gli storici del Cattolicismo son costretti a far
testimonianza sulle virtù, certamente apparenti, che in un intervallo di
trentatre anni Sergio diè a divedere[26]. Un pretesto di religione
spronò la crudeltà ingenita di Giustiniano, trattosi nella vana speranza
di estinguere con una sola persecuzione il nome e la memoria dei
Paoliziani. La semplicità della Fede che professavano i principi
Iconoclasti, e la loro avversione alle superstizioni popolari, avrebbero
potuto per vero dire renderli più indulgenti sugli errori di alcune
dottrine: ma divenuti più indulgenti alle calunnie de' Monaci[27] si
fecero i tiranni de' Manichei, per tema di venire accusati lor complici.
È questa la taccia da cui fu invilita la clemenza di Niceforo nel
mitigare a favor de' suddetti eretici il rigore delle leggi penali; nè
l'indole conosciuta di questo principe, permette attribuirgli un motivo
più generoso. Ardentissimi nel perseguire i Paoliziani mostraronsi e il
debole Michele I, e il severo Leone l'Armeno; ma si meritò palma di
divozion sanguinaria l'imperatrice Teodora, quella medesima che restituì
alle Chiese d'Oriente le Immagini. I suoi messi trascorreano furibondi
le città e le montagne dell'Asia Minore, e al dir persin di coloro che
adularono questa femmina, durante un brevissimo regno, centomila
Paoliziani perirono, quali sotto la mannaia del carnefice, quali
strozzati, quali arsi vivi. Forse i delitti e i pregi di questa Sovrana,
vennero esagerati del pari; e se il calcolo fosse esatto, vi sarebbe
luogo a presumere che molti, unicamente Iconoclasti, segnalati con più
odioso nome, fossero stati avvolti nel crudele bando, o che altri de'
medesimi, scacciati dalla Chiesa, avessero contro lor voglia cercato un
asilo nel seno dell'eresia.
[A. D. 845-880]
I Settarj di una Religione perseguitata da lungo tempo, se giungono a
ribellarsi, sono i più tremendi, e i più pericolosi di tutti i ribelli.
Animati da una causa che riguardano come sacra, non danno luogo nè a
timor nè a rimorso; il sentimento di una creduta giustizia, indurisce i
lor cuori sin contro i moti dell'umanità; pronti a vendicare sui figli
de' loro tiranni le ingiurie che i loro padri soffersero. Tali abbiam
veduti gli Hussiti della Boemia, e i Calvinisti della Francia, e tali
furono nel nono secolo i Paoliziani dell'Armenia, e delle vicine
province[28]. L'uccisione di un Governatore e d'un vescovo, iti fra
quelle genti con ordine di convertire o sterminare i ribelli, fu il
primo segno della sommossa, e i più interni gioghi del monte Argeo alla
libertà e all'odio de' ribellanti offersero asilo. Incendio più vasto e
fatale accesero la persecuzione di Teodora, e la diffalta di Carbeas,
valoroso Paoliziano che comandava le guardie del general d'Oriente. Il
padre di questo Carbeas era stato impalato per ordine degl'inquisitori
cattolici: onde la religione, o almen la natura, sembravano autorizzarlo
a fuggir lunge da' suoi persecutori, e a voler farne vendetta. Per non
dissimili motivi, cinquemila confratelli di Carbeas brandirono l'armi
abbiurando ogni spezie di sommissione verso Roma, che chiamavano
l'anticristiana; un emiro saracino condusse lo stesso Carbeas dinanzi al
Califfo, e il Commendator de' credenti stese lo scettro proteggitore
all'implacabile nemico de' Greci; il quale o costrusse, o affortificò
nelle montagne situate fra Sivas e Trebisonda, la città di Tefrica[29],
abitata anche oggi giorno da un popolo feroce e sfrenato; e le colline
di que' dintorni, coperte vidersi di fuggiaschi Paoliziani, che in
allora si credettero lecito il conciliare l'uso delle armi coi precetti
dell'Evangelo. Disastrata l'Asia per ben trent'anni dai flagelli delle
guerre esterna ed interna, i discepoli di S. Paolo, si unirono nelle
loro correrie a quelli di Maometto; onde tanti pacifici Cristiani, tanti
vecchi padri che insieme alle giovinette loro figlie a crudele cattività
tratti si videro, dovettero darne fatale merito alla intolleranza de'
lor sovrani. Cresciuti a dismisura e i mali, e la vergogna de' Cristiani
greci, il figlio di Teodora, il dissoluto Michele si trovò alla
necessità di marciare in persona contra i Paoliziani, e sconfitto sotto
le mura di Samosato, accadde il vedere l'Imperator de' Romani fuggitivo
dinanzi a quegli eretici che la madre di esso al fuoco avea condannati.
Comunque i Saracini combattessero coi Paoliziani, l'onore della vittoria
fu aggiudicato a Carbeas, nelle cui mani caddero parecchi generali
nemici, e più di cento tribuni; parte de' quali fece liberi per
avarizia, e un'altra parte, secondando il suo fanatismo, a crudeli
tormenti dannò. A Crisocario, successore di Carbeas, il valore e
l'ambizione un più vasto campo di rapine e di vendette dischiusero[30].
Non mai disgiunto dai suoi fedeli confederati i Musulmani, penetrò nel
centro dell'Asia, e rotte in più occasioni le truppe poste alle
frontiere, e le guardie di palagio, rispose ai bandi di persecuzione
promulgati contro di lui, saccheggiando Nicea e Nicomedia, Ancira ed
Efeso; nè l'invocato Appostolo S. Giovanni impedì che la città e il
sepolcro del Signore[31] non fossero profanati. Convertita ad uso di
scuderia la Cattedrale di Efeso, i Paoliziani fecero a prova coi
Saracini nel mostrare avversione e dileggio alle Immagini, e alle
reliquie. Non duole il vedere la ribellione trionfante sul
dispotismo[32] che disdegnò le querele di un popolo oppresso. Basilio il
Macedone fu costretto ad implorare la pace, ad offrire riscatto pei
prigionieri, ad usare i termini della moderazione, e della carità, nel
pregar Crisocario a risparmiare i Cristiani suoi confratelli, e
contentarsi di un sontuoso donativo in oro, argento, e drappi di seta.
«Se l'Imperatore brama la pace, rispose questo audace fanatico, rinunzii
all'Oriente, e sia pago di regnare in pace sull'Occidente: se a ciò non
si presta, verrà balzato dal trono per la mano de' servi di Dio». Contro
sua voglia, Basilio sospese ogni negoziazione, e accettata la disfida,
condusse l'esercito nelle terre de' Paoliziani mettendole a fuoco e
sangue. E per vero dire, finchè si stette nelle pianure, questi eretici
soggiacquero ai medesimi mali che aveano fatto soffrire ai sudditi
dell'Impero; ma quando l'Imperatore non potè più dubitare della forza di
Tefrica, della moltitudine di que' Barbari, d'armi e d'ogni genere di
munizioni fornitissimi, rinunziò con dolore ad una parte d'Impero, che
non poteva più sostenere. Di ritorno a Costantinopoli, col fondar chiese
e conventi, cercò assicurarsi la protezione di S. Michele arcangelo, e
del Profeta Elia; nè passava giorno che ei non pregasse il cielo di
vivere assai lungamente per -trafiggere con tre freccie- il capo d'un
empio nemico. Fu esaudito anche al di là della espettazione: perchè dopo
una correria, incominciata per vero con felici auspizj, Crisocario venne
sorpreso ed ucciso nella sua tenda, e il capo di lui fu portato in
trionfo a' piedi del trono. Ricevuto appena un sì gradito donativo,
Basilio chiese il suo arco, e contro quella testa vibrò tre frecce, in
mezzo agli applausi de' cortigiani, che la costui vittoria esaltavano.
Con Crisocario si dileguò e perì la gloria dei Paoliziani. Onde nella
seconda spedizione che Basilio mosse contra cotesti eretici,
abbandonarono l'insuperabile loro Fortezza di Tefrica[33]; alcuni di
essi implorando il perdono del vincitore, altri rifuggendosi agli
estremi confini dell'Oriente. La ridetta città non fu d'allora in poi
che un mucchio di rovine; ma lo spirito d'independenza si resse per più
d'un secolo fra quelle montagne. I Settarj difesero la loro religione e
la lor libertà, spesse volte invasero le romane frontiere, e si
mantennero in lega co' nemici dell'Impero, e dell'Evangelo.
Costantino, che i partigiani delle Immagini soprannomarono Copronimo,
condusse, verso la metà dell'ottavo secolo, le sue soldatesche in
Armenia; e nella città di Melitene e di Teodosiopoli trovò molta mano di
Paoliziani, seguaci di una dottrina poco diversa da quella ch'ei
professava. Laonde rimane indeciso, se per punirli, o per conceder loro
un distintivo d'imperiale favore, li trasportasse dalle rive
dell'Eufrate a Costantinopoli e nella Tracia, migrazione che introdusse
e diffuse la dottrina de' Paoliziani in Europa[34]. Se quelli fra essi
che si stanziarono nella Metropoli non tardarono a confondersi e
mansuefarsi col rimanente degli abitanti, gli altri si radicarono co'
loro dogmi sui territorj della nuova lor migrazione. I Paoliziani della
Tracia, fattisi forti contra le tempeste della persecuzione, apersero
segreta corrispondenza coi lor fratelli di Armenia, e largheggiarono di
soccorsi agli appostoli della Setta, i quali si condussero, e non
indarno, a tentar la fede de' Bulgari, ancora mal salda[35]. Li crebbe
di forza e di numero una poderosa colonia che Giovanni Zimiscè[36], nel
decimo secolo, dai colli Calibj alle valli del monte Emo fe'
trasmigrare; poichè il clero d'Oriente che vedeva vani i suoi voti per
una compiuta distruzione de' Manichei, supplicava almeno che costoro
venissero allontanati. Il valoroso Zimiscè tenendo in pregio questa
popolazione, le cui armi avea già sperimentate, comprese che non potea,
senza proprio danno, lasciarla confinante coi Saracini alla medesima
collegati, la che col farla cambiare in tale guisa di patria, o gli
sarebbe stata utile contro i Barbari della Scizia, o questi Barbari
finalmente l'avrebbero annichilata. Ei procurò nullameno di temperare
l'asprezza d'un esiglio in terra lontana, concedendole tolleranza di
religiose opinioni. Le ridette genti tenendo Filippopoli, la chiave
della Tracia, ridussero in lor soggezione i Cattolici di quel paese, e
coi migrati Giacobiti serbaronsi in lega. Occupata inoltre una linea di
villaggi e castella nella Macedonia e nell'Epiro, trassero nella lor
comunione, e sotto le lor bandiere arrolarono una mano di Bulgari
ragguardevole. Fin tanto che le tenne in dovere la forza, e vennero non
pertanto trattate con moderazione, le loro soldatesche negli eserciti
dell'Impero si segnalarono: onde i pussillanimi Greci parlarono con
maraviglia, e quasi in tuon di rimprovero del coraggio di questi -cani-,
sempre ardentissimi per la guerra, e avidi d'umano sangue. Tal coraggio
medesimo li rendea talvolta ostinati e arroganti, facili a lasciarsi
condurre dal capriccio, o dal risentimento, intanto che i loro privilegi
venivano di frequente infranti dalle pietose slealtà del clero e
dell'imperiale Governo. Fervendo la guerra coi Normanni, duemila e
cinquecento di questi Manichei, abbandonate le bandiere di Alessio
Comneno[37], cercarono di bel nuovo l'antica patria. Altamente
sdegnatone l'Imperatore, dissimulò finchè gli venisse il destro della
vendetta, poi chiamati ad amichevole parlamento i Capi di questa
popolazione, nè sceverando i colpevoli dagli innocenti, la punì tutta
quanta con prigionie, confiscazione di beni e battesimo. Questo
principe, chiamato dalla devota sua figlia il tredicesimo Appostolo,
concepì durante un intervallo di pace il pio divisamento di riconciliare
i Manichei colla Chiesa e collo Stato, e posti i campi del verno a
Filippopoli, trascorse giornate, e notti intere in teologiche
controversie. Per dar forza alle sue ragioni, e vincere l'ostinatezza
de' Settarj, compartì onori e ricompense ai più chiari fra suoi
proseliti, e quanto ai convertiti di minore importanza assegnò ad essi
una nuova città che circondò di giardini, e alla quale impose il proprio
nome ornandola di privilegi; e con questa leggiadria li privò della
rilevante Fortezza di Filippopoli. I recalcitranti poi vennero confinati
nelle carceri, o banditi, e se non perderono la vita, il dovettero alla
scaltrezza anzichè alla clemenza d'un Imperatore che avea fatto arder
vivo, rimpetto al tempio di S. Sofia, un misero eretico, le cui parti
nessuno assumeva[38]. Ma non andò guari che l'orgogliosa speranza di
sradicare le opinioni pregiudicate di un popolo, fu mandata a vuoto
dall'invincibile fanatismo de' Paoliziani, stanchi ben presto di
fingere, e all'obbedire restii. Poco dopo la partenza e la morte di
Alessio, abbracciarono nuovamente le antiche leggi civili, e religiose.
Nell'incominciare del secolo decimoterzo, il loro papa e primate
occupava le frontiere della Bulgaria, della Croazia e della Dalmazia,
governando per via di vicarj le Congregazioni che la Setta avea
istituite nella Francia, e nella Italia[39]. D'indi in poi non sarebbe
difficile, a chi vi ponesse attento studio, il seguire fino ai dì nostri
la catena non interrotta delle loro tradizioni. Verso il finire
dell'ultimo secolo, questa Setta o Colonia abitava tuttavia le valli
dell'Emo, vivendo quivi nella ignoranza e nella povertà, e più spesso
per parte del Clero greco che dal governo turco soffrendo tribolazioni.
I Paoliziani de' giorni nostri hanno perduta ogni ricordanza dell'antica
origine e mentre hanno introdotta nel loro culto l'adorazione della
Croce, trovasi questo contaminato da diversi sagrifizj di sangue, l'uso
de' quali fu portato ai medesimi da alcuni prigionieri venuti dai
deserti della Tartaria[40].
In Occidente le voci de' primi predicatori manichei, oltre all'essere
mal ascoltate dai popoli, vennero soffocate dai principi. Il favore e i
buoni successi che i Paoliziani ottennero nell'undicesimo, e nel
duodicesimo secolo, vogliono soltanto essere attribuiti ai motivi di
scontento segreto, ma non men vigoroso, onde anche diversi fra i
migliori Cristiani sentironsi accesi contro la Chiesa di Roma. Tirannica
erane[41] l'avarizia, odioso il dispotismo; men forse invilita dei Greci
da un superstizioso culto attribuito ai Santi e alle Immagini, più
rapide e scandalose che non fra questi scorgeansi le innovazioni da essa
introdotte. Posta in dogma la transustanziazione[42], la credenza ne
divenne una rigorosissima legge; più corrotti essendo i costumi de'
Preti latini, avrebbe potuto dirsi che i Vescovi dell'Oriente erano i
primi successori degli Appostoli a petto di questi poderosi prelati, usi
a maneggiare e pastorale e scettro e spada ad un tempo. Tre diverse vie
possono avere introdotti i Paoliziani in Europa. Avvi motivo di credere
che dopo la conversione dell'Ungheria, que' pellegrini i quali da questo
paese a Gerusalemme si conducevano, potessero seguire senza rischio il
corso del Danubio: il che essendo, e nella andata, e nel ritorno,
toccata avrebbero Filippopoli; e diveniva facile a molti Settarj,
ascondendo nome e credenza, il mescolarsi alle carovane francesi e
alemanne, e ne' paesi di questo seco loro introdursi. -- Venezia
estendeva il commercio e la sua dominazione su tutta la costa
dell'Adriatico, ed è noto come questa Repubblica ospitaliera ricettasse
gli stranieri di qualsisia clima, di qualsisia religione. -- I Paoliziani
che militavano sotto le bandiere di Bisanzio, ebbero sovente occasione
di accampare nelle Province che i Greci Imperatori possedevano nella
Sicilia, e poichè, così in tempo di pace come di guerra, conversavano
liberamente cogli estranei, e coi nativi del paese, le loro opinioni
ebbero campo di tacitamente diffondersi e a mano a mano di pervenire
sino a Roma, e a Milano e ne' regni posti di là dall'Alpi[43]. -- Non si
tardò molto a scoprire che migliaia di Cattolici d'entrambi i sessi, e
di ogni ordine, il Manicheismo aveano abbracciato, e dodici canonici di
Orleans condannati alle fiamme, contrassegnarono il primo atto di
persecuzione. I Bulgari[44] il cui nome, così innocente in origine, è
divenuto tanto odioso nelle applicazioni che se ne sono fatte, si
dilatarono per tutta l'Europa. Congiunti per comune odio contro
l'idolatria e la Corte di Roma, obbedivano ad una specie di Governo
episcopale, o presbiteriano; la diversità delle varie Sette consisteva
in alcuni punti, più o meno discordanti, della loro scolastica Teologia;
ma tutte generalmente convenivano nello ammettere i due Principj, nel
disprezzare l'Antico Testamento, nel negare la presenza reale del corpo
di Gesù Cristo, sia sulla Croce, sia nel mistero Eucaristico. Gli stessi
nemici de' Bulgari confessavano semplice il costoro culto, nè potersi
rimproverare ad essi alcuna cosa quanto a purezza di costumi: si
proponeano un modello di perfezione tanto sublime, che le loro
Congregazioni, il cui numero aumentava ogni giorno, in due classi si
dividevano, in quelle che a tal perfezione si conformavano, e in quelle
che solamente aspiravano alla medesima. Il Paolizianismo avea poste
principalmente profonde radici nel territorio degli Albigesi[45],
situato nelle province meridionali della Francia; laonde nel secolo
XIII, si rinovarono sulle rive del Rodano quelle vicende di
persecuzioni, e vendette che dianzi le terre dell'Eufrate avevano
offerte. Fattesi rivivere da Federico II le leggi degl'Imperatori di
Oriente, i Baroni, e le città della Linguadoca raffigurarono i ribelli
di Tefrica; ma la gloria sanguinolenta di Papa Innocenzo III, superò
quella della medesima Teodora; e se vi fu perfetta eguaglianza di
crudeltà fra i soldati di questa Imperatrice, e gli eroi delle Crociate,
la barbarie de' sacerdoti greci venne superata di gran lunga dai
fondatori della Inquisizione[46], Ordine ben più atto a confermare che a
confutar la opinione dell'esistenza di un cattivo Principio.
Perseguitate dal ferro e dal fuoco le assemblee pubbliche de'
Paoliziani, e degli Albigesi, cessarono affatto, e i miseri resti di
queste fazioni si videro costretti a fuggire, a nascondersi, o a
procacciarsi una sicurezza col fingere di abbracciare la Fede cattolica.
Ma l'invincibile spirito di setta non quindi sparve dall'Occidente: ed
una segreta lega di discepoli di S. Paolo, che, protestando contro la
tirannide di Roma, prendeano la Bibbia per regola di loro credenza, e
dalle visioni della gnostica Teologia aveano liberato il loro simbolo,
si perpetuò nello Stato, nella Chiesa, e persino ne' chiostri. Gli
sforzi di Wiclef nell'Inghilterra, e di Hus nella Boemia, immaturi
furono e scevri di frutto; ma i nomi di Zuinglio, di Lutero e di Calvino
vengono pronunziati colla gratitudine dovuta ai liberatori delle
nazioni[47].
Il filosofo che ha dovere di calcolare il grado di merito di cotesti
uomini, e della riforma che le lor fatiche operarono, chiederà
saggiamente quai sieno gli articoli di Fede[48] superiori o contrarj
alla ragione dal cui giogo sciolsero i Cristiani, perchè una tale
libertà è senza dubbio un inestimabile vantaggio, ogni qualvolta colla
pietà e colla verità sia conciliabile. Chi si accinge a ventilare,
scevro d'imparzialità, un tale soggetto, dee piuttosto sorprendersi
della timidezza dei riformatori, che scandalezzarsi del lor
ardimento[49]. Non men degli Ebrei ammettevano tutti i lor libri, e
tutte le lor maraviglie, incominciando dal giardino di Eden, fino alle
visioni del profeta Daniele; si credettero obbligati insieme a'
Cattolici, a giustificare contro gli Ebrei l'abolizione d'una legge
emanata da Dio[50]. Era, oltre ogni dire, rigorosa l'ortodossia dei
riformatori, sui grandi misteri della Trinità, e della Incarnazione;
niun dubbio metteano sulla dottrina de' quattro o sei primi Concilj, e
fedeli al simbolo di S. Atanasio, bandivano dannazione eterna a tutti
coloro che al simbolo della Chiesa cattolica non si uniformavano. Il
dogma della transustanziazione, o trasformazione invisibile del pane e
del vino, in corpo e sangue di Gesù Cristo[51], mal può sostenersi
contro l'armi e dello scherzo e del raziocinio. Ma in vece di consultare
la semplice testimonianza de' loro sensi, della vista, del tatto e del
palato, i primi protestanti si avvolsero ne' proprj loro scrupoli, e
abbagliò le loro menti il prestigio delle parole che profferì Gesù
Cristo nell'atto di istituire il Sacramento Eucaristico. Lutero sostenea
la presenza corporale di Gesù Cristo nel pane consacrato; Calvino la
reale, e solo lentamente prese radice nelle Chiese riformate l'opinione
di Zuinglio, che null'altro vide nella Eucaristia, fuor d'una comunione
spirituale, d'una semplice ricordanza[52]. Ma la perdita di un mistero
fu largamente compensata da sorprendenti dottrine[53] sul Peccato
Originale, sulla Redenzione, sulla Fede, sulla Grazia, e sulla
Predestinazione che tolte vennero dalle Epistole di S. Paolo. Certamente
i Padri e gli scolastici, aveano preparate queste sottili quistioni[54];
ma il merito di averle condotte a definitiva perfezione e ad uso del
popolo, è tutto de' Capi della Riforma, che inoltre le divulgarono come
articoli di Fede indispensabile alla umana salvezza. E fin qui
veramente, e sotto l'aspetto di asserir cose difficili a credersi, lo
svantaggio rimane affatto dal lato de' Protestanti, perchè molti
Cristiani meglio si adatterebbero a sottomettere la loro ragione
all'idea d'un'ostia trasformata in Dio, che a conoscere per loro Dio un
tiranno capriccioso e crudele.
Ciò nullameno e Lutero, e i suoi rivali rendettero servigi durevoli e
rilevanti alla umanità, e la Filosofia non può negare a questi intrepidi
entusiasti,[55][56] un tributo di gratitudine.
I. Eglino tolsero al gigantesco edifizio della superstizione[57] molta
parte di assurdità, incominciando dall'abuso delle Indulgenze, e venendo
sino alla intercessione di Maria Vergine. Tante miriadi di frati e di
monaci, alla libertà ed ai lavori della vita sociale restituirono; per
opera dei riformatori, una immensa schiera di Santi, e d'Angeli, spezie
di Divinità imperfette, e subalterne, spogliate vennero del lor potere
temporale e ridotte a contentarsi dalla sola celeste beatitudine;
sbandite le immagini e le reliquie di questi dai tempj, la credulità del
popolo, più non si vide di miracoli e giornaliere apparizioni nudrita.
Ad un culto che a quello dei Pagani si avvicinava[58], sostituirono un
culto spirituale di preghiere, e rendimenti di grazie, più degno
dell'uomo, e meno sproporzionato alla Divinità. Rimane però sempre a
sapersi, se questa sublime semplicità alla popolare divozione si adatti;
e se l'uom del volgo, al quale ogni oggetto visibile di venerazione sia
tolto, sentirà più il religioso entusiasmo, o anzi non cadrà a poco a
poco nel languore, e nella indifferenza.
II. La Riforma ha rotta quella catena di autorità[59], che impediscono
al timorato divoto il pensare da sè medesimo, e allo schiavo il dir quel
che pensa: all'atto della Riforma, i Papi, i Padri della Chiesa, e i
Concilj non vennero più riguardati come giudici supremi e infallibili
della Terra; ed imparò ogni Cristiano a non avere altra legge che la
Scrittura, altro interprete che la propria coscienza[60]. Non dee
nondimeno tacersi, essere stata questa libertà piuttosto conseguenza che
scopo della Riforma. I nostri patriottici riformatori, intendevano a
succedere ai tiranni che aveano atterrati, e, non meno imperiosamente di
essi, pretendendo che ciascuno al lor Simbolo si sommettesse, sosteneano
nei Magistrati il diritto di punir di morte gli eretici. Calvino
trascinato da fanatismo, o da astio, punì in Servet[61] una ribellione
della quale era egli stesso colpevole[62]. E Cranmer aveva accese per
gli Anabattisti, in Smithfield, quelle fiamme che poscia lui medesimo
consumarono[63]. Le tigri non avean dunque cambiata natura; ma i
principj della Riforma lor limarono gradatamente le unghie e le zanne.
Il Pontefice romano possedea un regno spirituale, e temporale ad un
tempo; i dottori protestanti non erano che umili sudditi privi di
giurisdizione, e di rendite. L'antichità della Chiesa cattolica facea
sacri i decreti del Papa; i Riformatori sottomettevano al popolo le
proprie ragioni e dispute, appellazione al giudizio di ognuno, che la
curiosità e l'entusiasmo ricevettero con più ardore di quanto gli stessi
riformatori desiderassero. Dopo i giorni di Lutero, e di Calvino,
un'altra riforma si è andata operando tacitamente in seno delle Chiese
protestanti, ed ha distrutto immenso numero di errori; sicchè i
discepoli di Erasmo[64] diffusero estesamente lo spirito di independenza
e di moderazione. La libertà di coscienza[65] venne invocata siccome
patrimonio che a tutti gli uomini pertenea, siccome inalienabile
diritto[66]. I Governi liberi dell'Olanda[67] e della Inghilterra[68]
introdussero in pratica la tolleranza; e la prudenza, e l'umanità del
secolo ampliarono i troppo limitati concedimenti della legge. Lo spirito
dell'uomo ha ricuperata coll'uso la naturale estensione delle sue
facoltà, nè la sua ragione continua ad appagarsi di parole, e di chimere
fatte soltanto per intertenere i fanciulli. La polve copre le opere di
controversia, e v'è gran distanza fra la dottrina della Chiesa
riformata, e la credenza di coloro che ne son membri; sol quindi, o
sorridendo, o sospirando, il moderno clero alle forme dell'Ortodossia, e
ai simboli già abbracciati si adatta. Ciò nullameno gli amici del
Cristianesimo si spaventano[69] di tali illimitati progressi dello
spirito di ricerca e dello scetticismo, e avverate veggonsi le
predizioni de' Cattolici. Gli Arminiani, gli Ariani, i Sociniani, de'
quali non dobbiam calcolare il numero su quello delle loro
Congregazioni, hanno abbiurati apertamente tutti i misteri; e vediamo i
fondamenti della rivelazione smossi da uomini, che usano il linguaggio
della religione senza averne i sentimenti[70], e si fanno lecita una
libertà di idee filosofiche, senza avere quella moderazione che alla
filosofia va congiunta.
NOTE:
[1] -Abbiamo già detto altrove, e lo ripetiamo, che la Teologia ci dice
non essere i misterj del Cristianesimo contrarj alla ragione, ma
soltanto superiori alla ragione. Bisogna poi convenire, che la carità,
fondamento della parte morale del Cristianesimo, è stata dalle
fierissime controversie teologiche non solo violata, ma mutata in odj,
in persecuzioni crudeli, in orribili stragi che si rinovarono fra'
cristiani per una successione di secoli.- (Nota di N. N.)
[2] -La Casa imperiale d'Isauria proscrisse il culto delle Immagini; noi
abbiamo già scritto, spiegandolo, una lunga nota al T. IX.- (Nota di N.
N.)
[3] -Un teologo troverebbe più conveniente il dire, che il Cristianesimo
aveva prevalso al Politeismo, ed al Giudaismo, e che le decisioni de'
sei primi Concilj generali, sostenute dalla forza dei cattolici
imperatori greci, avevano punito severamente, e condannate al silenzio
le opinioni erronee, che, nate fra' cristiani stessi, avevano formato
moltissime Sette cristiane, e ne vennero reciproche, e crudeli
persecuzioni.- (Nota di N. N.)
[4] -Potevasi moderare questa forte espressione, e sebbene le
persecuzioni che si fecero fra loro i Cristiani ortodossi, ed
eterodossi, per le loro contrarie opinioni in Teologia dogmatica sieno
state lunghe, feroci, e sanguinose, posto che oggidì i saggi, illuminati
Governi, provvidamente più non permettono, per le passate terribili
esperienze, che avvengano simili pubblici disastri, potevansi coprire
d'un velo i moltissimi fatti storici, che provano a che grado di furiosa
crudeltà possa giungere l'entusiasmo, ed il fanatismo de' popoli rozzi,
nelle controversie di religione.- (Nota di N. N.)
[5] Il dotto Mosheim coll'imparzialità e buona fede, solite in lui,
esamina gli errori e le virtù de' Paoliziani (-Hist. eccles. seculum-
IX, p. 311, ec.) desumendo i fatti da Fozio (-contra Manichaeos-, l. I),
e da Pietro il Siciliano (-Hist. Manichaeorum-). La prima delle ridette
opere non mi è venuta fra le mani: ho letta la seconda, che d'ordinario
il Mosheim ha preferita, valendomi di una versione latina inserita nella
-Maxima Bibliotheca Patrum- (t. XVI, p. 754-764), Edizione del Gesuita
Radero (-Ingolstadt-, 1064, in 4).
[6] Nei giorni di Teodoreto, la diocesi di Cirro nella Sorìa contenea
ottocento villaggi; due de' quali abitati dagli Ariani, e dagli Eunomj,
otto dai Marcioniti, che quell'operoso vescovo unì alla Chiesa cattolica
(Dupin, -Biblioth. eccles.- t. IV, p. 81, 82).
[7] -Nobis profanis ista (sacra Evangelia) legere non licet, sed
sacerdotibus duntaxat-; fu questo il primo scrupolo di un cattolico cui
veniva consigliato legger la Bibbia (Pietro il Siciliano, p. 761).
[8] L'opinione de' Paoliziani che ricusavano di ammettere la seconda
Epistola di S. Pietro, trova appoggio nell'autorità di alcuni
rispettabilissimi scrittori tanto antichi quanto moderni (-V.- Wetstein,
-ad loc.- Simon, -Hist. crit. du Nouveau Testament,- c. 17). I
Paoliziani ricusavano ancora l'Apocalisse; (Pietro il Sic., p. 736). Dal
vedere che i contemporanei non ne apposero ad essi un delitto, potrebbe
quasi dedursi che i Greci del nono secolo non facessero gran caso delle
rivelazioni.
[9] Una tale contesa, che alla malignità di Porfirio non isfuggì,
suppone errore o passione nell'uno e nell'altro de' due appostoli, o
forse anche in entrambi. S. Grisostomo, S. Gerolamo ed Erasmo, la
suppongono una lite finta, un pietoso artifizio ideato per istruire i
Gentili, e per correggere gli Ebrei (-Middleton's Works-, vol. II, p.
1-20).
[10] Chiunque bramasse tutte le particolarità che riguardano i libri
eterodossi può consultare le ricerche del Beausobre (-Hist. critique du
Manichéisme-, t. I, p. 305-437). S. Agostino parlando de' libri
manichei, che si trovano nell'Affrica dice: -Tam multi, tam grandes, tam
pretiosi codices- (contra Faust., XIII, 14); ma aggiunge poi senza
misericordia: -incendite omnes illas membranas-, e tal consiglio fu
rigorosamente seguito.
[11] -La religion cristiana è composta di tre parti: la morale, la
dogmatica, la disciplinare: la parte morale è contenuta intera
chiaramente, senza bisogno di spiegazioni, e di interpretazioni, in
queste parole, scritte nell'Evangelo, nelle quali disse Gesù Cristo
consistere tutta la legge-, Ama il signore Dio tuo sopra tutte le cose,
ed il Prossimo tuo come te stesso; in questi due precetti tutta la legge
ed i Profeti stanno. -Queste poche parole sono da annoverarsi fra quelle
delle quali scrisse, con buon senso, Agostino:- Vi sono alcune cose
nelle Scritture, le quali richiedono più il semplice uditore che il
comentatore. -La parte morale intrinsecamente non ha cangiato mai.-
-La parte dogmatica è pure negli Evangelj, ma pel modo ond'è esposta, ha
avuto bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, ed in conseguenza di
queste (le quali furono fatte da scrittori ecclesiastici, ed anche da
Concilj generali, cominciando quanto a questi ultimi dall'anno 325, in
cui si adunò quello generale di Nicea, e venendo all'anno 381 in cui fu
convocato l'altro generale di Costantinopoli, e indi all'anno 400 in cui
si convocò quello primo di Toledo soltanto nazionale, o provinciale, e
poscia all'anno 1274 in cui si tenne quello generale di Lione) fu
scritto, e compiuto il- Credo in unum Deum ec., -che dicesi nella Messa,
e ch'è la formula della credenza de' cattolici. Non si può sostenere,
che sieno state fatte veramente innovazioni nella parte dogmatica; era
questa già contenuta negli Evangelj, non vi fu bisogno, che
d'interpretarla, dilucidarla, e scriverla in una formula da presentarsi
a' Cristiani, perchè da essi dovesse esser creduta. Ecco ciò che fecero
molti Concilj in differenti secoli, secondo, che porgevasi l'occasione
di decidere controversie, che spesso sorgevano, e che le une dalle altre
nascevano intorno ai dogmi. Per esempio (pigliando la prima, e principal
controversia) sta scritto nell'Evangelo che Gesù Cristo disse:- mio
Padre è in me, ed io sono in lui: -ed in un altro luogo pure
dell'Evangelo è scritto, che Gesù Cristo disse:- il Padre, che mi mandò
è maggiore di me; -ed altrove pure nell'Evangelo;- siccome il Padre
mandò me, così io mando voi; -disse Cristo agli Appostoli. Da questi due
ultimi passi dell'Evangelo giudicavano i Cristiani, detti Ariani dal
loro Capo il prete Ario, che Gesù Cristo non fosse della stessa sostanza
del Padre, ossia dell'esser supremo, e perciò non fosse Dio; ed il
Concilio di Nicea di 318 vescovi, l'anno 325, condannandoli giudicò, che
per il primo passo, Gesù Cristo era, per le parole di lui medesimo,
della stessa sostanza del Padre, vale a dire, ch'era Dio, e perciò si
scrisse nel Concilio il- Credo in unum Deum ec., -in cui i Vescovi,
contro il minor numero de' Vescovi Ariani, decretarono, che si
scrivesse, come fu scritto, che Gesù Cristo era- consustanziale -del
Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, cioè ch'era Dio, siccome
leggesi nel- Credo -di Nicea. Tuttavia la guerra per la parola-
consustanziale, -e per l'idea che racchiude, durò moltissimi anni nelle
province cristiane d'Asia, e d'Europa; l'-Arianismo -mutò d'aspetto
colla denominazione- Nestorianismo -da Nestorio Patriarca di
Costantinopoli; vi venne dopo l'-Eutichianismo, -poi seguitò il-
Monotelismo, -e questa Storia empiè alcuni volumi.-
-La parte disciplinare poi ha avuto tali, e tante variazioni sì
inferiormente che esteriormente, che sarebbe troppo lungo il riferirle;
converrebbe scrivere un grosso volume in-folio.- (Nota di N. N.)
[12] -Bisogna osservare, che qui l'autore, riferisce le cose dette dai
Paoliziani, che erano nell'errore, ed il Cattolico non dee punto
turbarsi nella sua credenza.- (Nota di N. N.)
[13] -Si faccia qui la medesima riflessione, da ripetersi ogni volta,
che l'autore riferisce gli errori de' Paoliziani.- (Nota di N. N.).
[14] -Il legame fra l'Antico, ed il Nuovo Testamento fu stabilito dai
Concilj, dai Padri, e dai Teologi. Agostino ci dice;- novum in vetere
est figuratum, et vetus in novo est revelatum, -nel Testamento Nuovo
spesso si cita l'Antico: la Teologia è tutta fondata sull'autorità dei
libri del Testamento Vecchio e Nuovo, dei decreti dei Concilj, dei Papi,
e delle spiegazioni dei Padri, e dei Teologi che ottennero credito.-
(Nota di N. N.)
[15] Pietro il Siciliano (p. 756) ha additati, ma con molta parzialità e
passione i sei errori capitali dei Paoliziani.
[16] -Primum illorum axioma est, duo rerum esse principia; Deum malum et
Deum bonum, aliumque hujus mundi conditorem et principem, et alium
futuri aevi.- (Pietro il Siciliano, p. 756.)
[17] Due dotti critici il Beausobre (-Hist. critique du Manichéisme-, l.
I, IV, V, VI), e il Mosheim (-Institut. histor. eccles.- et -De rebus
christianis ante Constantinum-, sec. I, II, III), sonosi studiati di
riconoscere e distinguere gli uni dagli altri i diversi sistemi de'
Gnostici intorno ai due Principj.
[18] -Appostolo vuol dire inviato in generale; ciò è vero; ma questo
vocabolo, per quanto sembra, è da usarsi soltanto parlando di quelli,
che furono inviati da Gesù Cristo a spargere la sua religione: euntes,
docete etc., e non di Silvano che andava diffondendo le sue opinioni
contrarie a quelle determinate dai Concilj generali.- (Nota di N. N.)
[19] I Medi e i Persiani possedettero più di tre secoli e mezzo le
province poste fra l'Eufrate a l'Halis (Erodoto l. I, c. 103), e i Re di
Ponto perteneano alla reale casa degli Achemenidi (Sallustio,
-Frammento- l. III, con supplimento e note dal presidente di Brosse).
[20] Gli è verisimile che Pompeo fondasse questa città dopo la conquista
del Ponto. Trovasi la medesima in riva al Lico, al di sopra di
Neo-Cesarea: i Turchi la chiamano Culei-Hisar, ovvero Scionac; assai
popolata, e posta in un paese ben difeso dalla natura (D'Anville,
-Géographie ancienne-, t. II, p. 34; Tournefort, -Voyage du Levant-, t.
III, lettera 21, p. 293).
[21] Il tempio di Bellona a Comana, nel Ponto, ricca e possente
fondazione, ove il gran Sacerdote veniva onorato, come seconda persona
del regno. Di tale carica erano stati insigniti diversi proavi materni
di Strabone, che con particolare compiacenza si arresta a descrivere (l.
XII, p. 809-835, 836, 837) il tempio, il culto della Dea, e la festa che
ad onore di essa ogni anno si celebrava; ma la Bellona del Ponto più
alla Dea dell'amore che a quella della guerra si assomigliava.
[22] Gregorio, vescovo di Neo-Cesarea (A. D. 240-265), soprannomato
Taumaturgo, ossia facitore di maraviglie. Un secolo dopo, Gregorio di
Nissa, fratello del gran S. Basilio, pubblicò la storia o veramente il
romanzo della vita di Gregorio il Taumaturgo[*].
* -Non è da dirsi che la vita di S. Gregorio Taumaturgo sia un romanzo,
perchè fu scritta, e pubblicata un secolo dopo da un altro Santo,
Gregorio di Nissa.- (Nota di N. N.)
[23] -Non bisognava unire insieme il tempio di Bellona, ed i miracoli di
Gregorio.- (Nota di N. N.)
[24] -Hoc caeterum ad sua egregia facinora, divini atque orthodoxi
imperatores addiderunt, ut Manichaeos Montanosque capitali puniri
sententia juberent, eorumque libros quocumque in loco inventi essent
flammis tradi; quod si quis uspiam eosdem occultasse deprehenderetur,
hunc eundem mortis paenae addici, ejusque bona in fiscum inferri.-
(Pietro il Siciliano p. 759). Che di più poteano augurarsi il bigottismo
e lo spirito di persecuzione?
[25] Sembrerebbe che i Paoliziani si fossero fatti leciti alcuni
equivoci o alcune restrizioni mentali, sintanto che i Cattolici
trovassero finalmente con quali interrogazioni poteano ridurli
all'alternativa della apostasia, o del martirio (Pietro il Sicil. p.
760).
[26] Pietro il Siciliano (p. 579-767) racconta questa persecuzione con
gioia e in tuono di scherzo. -Justus- justa -persolvit.- -- Simeone non
era τιτος, -Tito-, ma κητος, -Ceto-, (convien dire che la pronunzia di
questi due vocaboli fosse all'in circa la stessa), una grande balena che
sommergeva i marinai caduti nell'errore di crederla un'isola (-V.-
Cedreno p. 434-435).
[27] -Se gl'Imperatori Greci iconoclasti fossero stati indulgenti verso
i Paoliziani, siccome questi avevano alcuni errori comuni co' Manichei,
i Monaci già padroni degli animi de' sudditi, gli avrebbero al solito
accusati di manicheismo; cotale accusa avrebbe prodotto il tristo
effetto di sollevazioni, e di nuovi mali, che i saggi e forti governi
d'oggidì sanno allontanare da' loro Stati contenendo il Clero nei doveri
di sudditanza.- (Nota di N. N.)
[28] Pietro il Siciliano (p. 763-764), il Continuatore di Teofane (l.
IV, c. 4, p. 103, 104), Cedreno (p. 541, 542, 545) e Zonara (t. II, l.
XVI; p. 156) narrano la ribellione e le imprese di Carbeas e de' suoi
Paoliziani.
[29] Otter (-Voyages en Turquie et en Perse- t. II) giusta ogni
apparenza fu il solo tra i Franchi, innoltratosi fin nel territorio de'
Barbari independenti, e in Tefrica, oggidì Divrigni: ed ebbe la ventura
di fuggire dalle lor mani accompagnandosi ad un ufiziale turco.
[30] Genesio nel tessere la storia di Crisocario (-Chron.- p. 67-70,
ediz. di Venezia), ne ha dato a divedere qual fosse allora la debolezza
dell'Impero. Costantino Porfirogeneta (-in vit. Basil.-, c. 37-43, p.
166-171) parla pomposamente della gloria dell'avo suo. Cedreno (p.
570-573) mostra come fosse privo delle passioni, ma anche delle
cognizioni dei precedenti.
[31] -L'Autore mostra qui la sua non curanza delle risposte che sanno
dare i teologi alle proposizioni simili a questa- non ha potuto impedire
ec.; -le ricorderemo noi al lettore. I Santi hanno fatto, e possono fare
meravigliose cose, e miracoli; ma siccome essi gli intercedono da Dio, e
siccome vengono fatti, o non fatti, secondo che li meritiamo, o no, così
può avvenire, siccome moltissime volte avvenne, che non sieno fatti
miracoli anche allor quando sembra ragionevole, ed opportuno di vederne
operati: dei nostri meriti poi, o delle nostre colpe, noi non possiamo
esser giudici, e ne viene che quantunque si abbia una buona causa,
siccome era quella contro i Paoliziani, non si ottengano miracoli a
punizione delle colpe nostre, o degli atti nostri.- (Nota di N. N.)
[32] -Ricordiamo al lettore che la ribellione è sempre un atto che
merita punizione, e non trionfo.- (Nota di N. N.)
[33] Συναπεμαθανθη πασα η’ ανθουσα της Τεφθιπης ευανδρια, -venne meno
insieme la florida Fortezza di Tefrica.- Come è elegante la lingua greca
fra le labbra ancor di un Cedreno!
[34] Copronimo trapiantò i suoi συγγενεις, -concittadini- eretici; e
parimente επλατυνθη η’ αιθεσις Παυλικιανων, -si dilatò l'eresia dei
Paoliziani-, dice Cedreno (p. 465), che ha copiati gli Annali di
Teofane.
[35] Pietro il Siciliano, dimorato nove mesi a Tefrica (A. D. 870) per
negoziare il riscatto de' prigionieri (p. 764), fu istrutto di questa
divisata missione; e ad impedire il trionfo dell'eresia, inviò la sua
-Historia manichaeorum- al nuovo arcivescovo dei Bulgari (p. 754).
[36] Zonara (t. II, l. XVII, pag. 209) e Anna Comnena (-Alexiad.-, l.
XIV, p. 450, ec.) parlano della colonia di Paoliziani e Giacobiti, che
Zimiscè, nell'anno 970, dall'Armenia trapiantò nella Tracia.
[37] Anna Comnena racconta nell'Alessiade (l. V, p. 31; l. VI, p.
154-155; l. XIV, p. 450-457, colle osservaz. del Ducange) la condotta
appostolica tenutasi dal padre suo rispetto ai Manichei, da essa
chiamati abbominevoli eretici, che ella aveva in animo di confutare.
[38] Fra Basilio, capo de' Bogomili, Setta di gnostici che ben tosto
disparve (Anna Comnena, -Alessiade-, l. XV, p. 486-494; Mosheim, -Hist.
eccles.-, p. 420).
[39] Matt. Paris, -Hist. major.-, p. 267. Il Ducange riporta questo
passo dello Storico inglese in una eccellente nota ad una pagina del
Villehardouin (n. 208), che trovò a Filippopoli i Paoliziani strettisi
in lega coi Bulgari.
[40] -V.- Marsigli, -Stato militare dell'impero Ottomano-, p. 24.
[41] -Bisogna convenire che la Corte di Roma ne' tempi andati si mostrò
avara; ma l'aggettivo tirannica, è eccessivo; quanto poi al dispotismo,
i Papi usavano dell'autorità del loro primato e per determinarlo molto
si questionò; e se alcuni ne abusarono, o ne oltrepassarono i limiti, fu
cosa cattiva. Del resto, noi ora non vogliamo entrare, perchè ne
verrebbe una lunga dissertazione, nelle controversie mosse, e sostenute
ne' famosi Concilj generali di Costanza e di Basilea, intorno l'autorità
del Papa, e dai Concilj, nell'occasione del processo, e della
deposizione del famoso Papa Giovanni XXIII, che fece la guerra non meno
al Concilio di Costanza, che ai due Papi contemporanei Gregorio XII, e
Benedetto XIII. V. Fleury, e Lenfant.- (Nota di N. N.)
[42] -Gesù Cristo, siccome è scritto nell'Evangelo, disse nella Cena,
tenendo del pane in mano, questo è il mio corpo; ma non disse: questo
pane è la figura del mio corpo, perciò il senso figurato, ossia
metaforico delle parole questo è il mio corpo ec., è da rigettarsi, e
devesi ritenere il loro senso naturale, e letterale. Il Testamento
Nuovo, in tutti i luoghi ne' quali fa menzione di questo atto di Cristo
nella Cena, parla con termini, che presi in senso naturale e letterale,
esprimono, coerentemente alle parole di Cristo, la presenza reale del
corpo, e del sangue di lui, e perciò la mutazione del pane nel corpo, e
del vino nel sangue di Cristo; non ci parla mai in modo, che il pane, ed
il vino sieno figure, o segni soltanto del corpo, e del sangue di lui,
siccome sostennero indi nell'undecimo secolo, e dopo, i moltissimi
seguaci di Berengario Arcidiacono d'Angers, e maestro di Teologia in
Tours sua patria, e poscia gli Albigesi, e finalmente i dottori
protestanti Lutero, Calvino, Zuinglio ec., in un con tutti i popoli, che
indussero co' loro ragionamenti a cotale errore. Dunque la credenza del
cangiamento, ossia della transustanziazione ebbe origine dalle parole di
Cristo, e non fu una innovazione della Chiesa romana, ossia d'Innocenzo
III nel Concilio generale di Roma l'anno 1215, cui vuol alludere
l'Autore: riferiremo poi le nuove espressioni definitive d'Innocenzo, e
del Concilio intorno l'Eucaristia.-
-Per poter pigliare le parole riferite nell'Evangelo questo è il mio
corpo ec. in senso figurato, e sostenere, che il pane eucaristico (ossia
pane di rendimento di grazie pel mistero della Redenzione) sia soltanto
la figura del corpo, e del sangue di Cristo, sarebbe necessario, o che
Cristo ci avesse fatti avvertiti che prendeva in senso figurato, e
metaforico le espressioni usate (senso di cui spesso si serviva per far
intendere più facilmente dagli ascoltanti le sue lezioni di morale), e
non nel naturale, e letterale, o che queste espressioni, prese in questo
senso, avessero significato un'assurdità sì palpabile, e sì grossolana,
che l'uomo il più ignorante, avesse dovuto accorgersi, che Gesù Cristo
non potea giammai prenderle nel senso naturale, e letterale.-
I. -Gesù Cristo ben lungi dal darci questo avvertimento, dispose anzi i
suoi seguaci a prendere le dette parole in senso naturale e letterale,
dicendo loro, prima d'istituire l'Eucaristia colle parole stesse-, che
la sua carne era cibo, che il suo sangue era bevanda; -aveva di più
promesso loro di dare ad essi questo pane, e gli Ebrei udendolo dir ciò,
si chiedevano l'un l'altro, come potrebbe dare a mangiar loro la sua
carne; e Gesù Cristo, avendoli uditi, non rispondendo a questa
interrogazione, ripetè, che la sua carne era cibo veramente, ed il suo
sangue bevanda veramente, e che se non mangiassero la carne del figlio
dell'uomo, e non bevessero il suo sangue, non avrebbero la Vita Eterna.-
II. -Non si può dire, che il senso naturale, e letterale delle parole
questo è il mio corpo ec., onde fu istituita l'Eucaristia, contenga
un'assurdità palpabile, o una contraddizione aperta, di modo, che udendo
le parole stesse, la mente lasci il senso letterale, e s'appigli al
figurato, perchè in tal caso i Cristiani non avrebbero mai creduto alla
presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane Eucaristico;
inoltre sembra che non si avrebbe potuto stabilire giammai questa
credenza, questo dogma, o almeno si avrebbe udito fra Cristiani, ne'
primi secoli, dei reclami contro di esso, ed i più si sarebbero
appigliati al senso figurato. Al contrario, quando Berengario combattè
questa credenza, questo dogma della presenza reale, i Cristiani vi
credevano, nè pensavano, che l'Eucaristia fosse la figura, il segno
soltanto del corpo di Cristo. Non si trova che alcun scrittore
ecclesiastico, che alcun vescovo si sia giammai lamentato, che
s'introducesse al suo tempo un'idolatria condannabile, perchè si
adorasse Gesù Cristo, come realmente presente, sotto le apparenze del
pane e del vino. (Perpetuité de la foi, vol. in 12, pag. 23).-
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