(Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era
tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon
senso, e in vero sapere.
[329] Abulfaragio, -Dynast.-, p. 114. vers. Pocock. -Audi quid factum
sit et mirare.- Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei
moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo
scetticismo ragionevole di Renaudot (-Hist. Alex. patriar.-, p. 170;
-Historia..... habet aliquid- απιστον -(incredibile) ut Arabibus
familiare est-).
[330] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali
d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio
d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor
effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.
[331] -È vero che- ortodosso-, in sostanza, non vuol dir altro che uomo
di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro
opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro;
ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo- ortodosso -può soltanto
adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai
Maomettani.- (Nota di N. N.)
[332] -V.- Reland, -De Jure militari Mohammedanorum- nel terzo volume
delle -Dissertazioni- p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de'
Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al -nome- di Dio.
[333] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (-Supplément- de
Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (-Annal.- pag. 469). Scrive Tito
Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: -Elegantiae regum
curaeque egregium opus-, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente
criticato dal rigido stoicismo di Seneca (-De tranquillitate Animi-, c.
9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.
[334] -V.- il capitolo XXVIII di quest'opera.
[335] Aulo Gellio (-Nuits attiques- VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII,
16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole
d'Ammiano son da notarsi: -fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et
loquitur monumentorum veterum concinens fides-, etc.
[336] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia,
degli Esapli, delle -Catenae patrum-, de' commentari ec. (p. 170). Il
nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da
Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, -Prolegomen.-, -ad- N. T., p.
8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.
[337] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano
(-Instit. Orat.- X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed
apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.
[338] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton
(-Reflexions on ancient and modern learning-, p. 85-95) oppone su questa
materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di
Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei
Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina
pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione
sia stata una gran perdita per la filosofia.
[339] Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna,
tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità
curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289).
[340] Eutichio, -Annal.- tom. II, p. 320; Elmacin, -Hist. Saracen.-, p.
35.
[341] È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al
lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (-Mém. sur
L'Egypte-, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e
stampata a Strasburgo nel 1770 (-Jungendorum marium fluviorumque
molimina-, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè
negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due
mari (-Mémoires du baron de Tott-, t. IV).
[342] Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto
delle -Meraviglie dell'Egitto- composto nel tredicesimo secolo da
Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che
fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle -Antichità
Egiziane- è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla
conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di
stima (-V.- la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289).
[343] Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille
occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo
(-Lettera- II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo
(-Lettera- IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su
quella contrada un'occhiata più acuta:
«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo
letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre
l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta
allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una
leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o
che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città
ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le
circondano!» (-Works and Memoirs of Gray- edizione di Mason p. 199,
200).
[344] Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai
sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai
successori di Maometto.
[345] Maillet, -Description de l'Egypte-, p. 22. Segna egli questo
numero come opinione -comune-, e soggiunge che generalmente quei
villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più
gente che nelle nostre grandi città.
[346] Eutichio, -Annal.-, t. II, p. 308-311. I venti milioni furono
calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per
l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i
sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici.
(-Recherches sur la population de la France-, pag. 71, 73). Il signor
Goguet (-Orig. des arts-, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico
Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i
millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno.
[347] Elmacin (-Hist. Saracen.- p. 218); d'Herbelot senza scrupolo
ammette questo enorme computo (-Bibl. orient.-, p. 1031); Arbuthnot
(-Tables of ancient coins-, p. 262) e il de Guignes (-Hist. des Huns-,
t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità
d'Appiano, che dona ai Tolomei (-in Praefat.-) un'entrata annua di
settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento
ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il
conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria
(Bernard, -De Ponderibus antiquis-, p. 186).
[348] -V.- i calcoli del d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 23 ec.). Il
signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può
valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (-Recherches
sur les Egyptiens-, t. I, p. 118-121).
[349] Renaudot (-Hist. patriarch. Alexandr.- p. 334) il quale tratta la
lezion comune, o la version d'Elmacin, da' -error librarii-. I 4,300,000
pezze che egli sostituisce pel nono secolo sono un termine medio assai
probabile, oltre i 3,000,000 che acquistarono gli Arabi colla signoria
dell'Egitto (-idem-, p. 168) e i 2,400,000 che il sultano di
Costantinopoli riscosse nell'ultimo secolo (Pietro della Valle, t. I,
pag. 352; Thevenot, part. I, p. 824). Il Paw (-Recherches-, t. II, p.
365-373) cresce a poco a poco la rendita dei Faraoni, dei Tolomei, e dei
Cesari, da sei a quindici milioni di scudi di Germania.
[350] La lista di Schultens (-Index geograph. ad calcem vit. Saladin.-,
p. 5) contiene duemila trecento novantasei città o villaggi: quella del
d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 29), a seconda dei dati fornitigli
dal divano del Cairo, ne numera duemila secento novantasei.
[351] -V.- Maillet (-Description de l'Egypte-, p. 28): i suoi argomenti
sono giudiziosi e sembrano procedenti da un uomo leale. Son più contento
delle osservazioni fatte da questo autore, che della sua erudizione:
egli non conosceva nè le lettere greche, nè le latine, ed è troppo
incantato dalle finzioni degli Arabi. Abulfeda (-Descript, Aegypt. arab.
et latin., Joh. David Michaelis-, Gottingue, -in- 4. 1776) ha raccolto
quanto essi dissero di più ragionevole. Per riguardo ai due viaggiatori
moderni, Savary e Volney, il primo diletta, come già notai; ma il
secondo è tanto istruttivo che io vorrei che potesse girare tutto il
globo.
[352] La mia narrazione della conquista dell'Affrica è cavata da due
Francesi che scrissero sulla letteratura degli Arabi. Cardonne (-Hist.
de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes-, t. I, p.
8-55) e Otter (-Hist. de l'Acad. des inscriptions-, t. XXI, p. 111-125,
136); essi hanno attinto i fatti in gran parte da Novairi, che compose
(A. D. 1331) un'Enciclopedia in più di venti volumi. Questa Enciclopedia
ha cinque parti generali; ella tratta, 1. della medicina, 2. dell'uomo,
3. degli animali, 4. delle piante, e 5. dell'istoria. Gli affari
dell'Affrica sono discussi nel sesto capitolo della quinta sezione di
quest'ultima parte (Reiske, -Prodidogmata ad Hadii chalifae tabulas-, p.
232-234). Fra gli storici antichi citati da Novairi, è da osservarsi la
narrazione originale d'un soldato che conduceva la vanguardia dei
Musulmani.
[353] -V.- l'istoria d'Abdallah in Abulfeda (-vit. Mohammed- p. 109), e
Gagnier (-Vie de Mahomet-, t. III, p. 45-48).
[354] Leone l'Affricano (-in Navigazione e Viaggi di Ramusio-, t. I,
-Venezia-, 1550, fol. 76, -retro-) e Marmol (-Description de l'Afrique-,
t. II, p. 562) hanno descritta la provincia e la città di Tripoli. Era
il primo un Moro erudito che avea viaggiato; compose o tradusse la
geografia dell'Affrica a Roma, dove si trovava prigioniero, e avea preso
il nome e la religione di Papa Leon decimo. Lo spagnuolo Marmol, soldato
di Carlo V, era prigioniero dei Mori quando compilò la sua descrizione
dell'Affrica; tradotta in francese dal d'Ablancourt (Parigi, 1667, 3
vol. in 4). Marmol avea letto ed osservato; ma non ha quell'occhio
curioso e quelle vedute estese che si trovano nello scritto di Leone
l'Affricano.
[355] -V.- Teofane, che fa menzione della sconfitta piuttosto che della
morte di Gregorio. Egli dà al Prefetto il nome ingiurioso di Τυραννος
-Tiranno-; è verosimile che Gregorio avesse presa la porpora
(-Chronograph.-, p. 285).
[356] -V.- in Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p. 45) la morte
di Zobeir, che fu onorato dalle lagrime di Alì contro cui si era egli
ribellato. Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 308) parla del suo valore
all'assedio di Babilonia, se pure non si tratta d'altra persona collo
stesso nome.
[357] Shaw's -Travels-, p. 118, 119.
[358] -Mimica empito-, dice Abulfeda, -erat haec, et mira donatio;
quandoquidem Othman, ejus nomine nummos ex aerario prius ablatos aerario
praestabat- (-Ann. mosl.- p. 78). Elmacino (nella sua oscura versione
pag. 39) riporta, per quel che pare, questo medesimo raggiro. Quando gli
Arabi assediarono il palazzo di Othmano, fu questa una delle principali
incolpazioni allegate.
[359] Επεστρατευσαν Σαρακηνοι την Αφρικην, και συμβαλοντες τω τυραννω
Γρηγοριω τουτον τρεπουσι και τους συν αυτω κτεινουσι και στοικησαντες
φορους μετα των Αφρων υπεστρεφαν. -Guerreggiarono i Saraceni in Affrica,
e venuti a conflitto col tiranno Gregorio lo batterono, e con lui
uccisero i suoi compagni, e dopo avere segnato il tributo sugli
Affricani si ritirarono.- (Teofane, -Chronograph.-, p. 285, ediz. di
Parigi). La sua cronologia è incerta ed inesatta.
[360] Teofane (in -Chronogr.-, p. 293) riferisce le voci vaghe che
andavano arrivando a Costantinopoli sulle conquiste degli Arabi
all'occidente; e Paolo Warnefrido, diacono d'Aquileia (-De gest.
Langobard.-, l. V, c. 13), ci avvisa che a quei giorni mandarono
un'armata navale da Alessandria nei mari di Sicilia e dell'Affrica.
[361] -V.- Novairi (-apud- Otter, p. 118), Leone l'Affricano (-fol.- 81
-retro-), che conta solo -cinque città ed infiniti casali-; Marmol
(-Descript. de l'Afrique-, t. III, pag. 33) e Shaw (-Voyages-, p.
57-65-68).
[362] Leone l'Affricano, -fol.- 58; Marmol t. II, p. 415; Shaw pag. 43.
[363] Leone l'Affricano, -fol.- 52; Marmol t. II, p. 228.
[364] -Regio ignobilis, et vix quicquam illustre sortita, parvis oppidis
habitatur, parva flumina emittit, solo quam viris melior et segnitie
gentis obscura.- (Pomponio Mela, I, 5, III, 10.). Mela è tanto più degno
di credenza in quanto che i suoi Maggiori, oriundi della Fenicia, aveano
lasciata la Tingitania per traslocarsi in Ispagna. (-V. in- II, 6, un
passo di questo geografo, messo a crudel tortura dal Salmasio, da Isacco
Vossio, e da Giacomo Gronovio, il più violento dei critici). Viveva egli
nel tempo che questo paese fu interamente soggiogato dall'imperatore
Claudio; eppure, trent'anni dopo, Plinio (-Hist. nat.-, V, 1) si lagna
di quegli autori troppo indolenti per indagare quella provincia
selvaggia e rimota, e troppo orgogliosi nel confessare la loro
ignoranza.
[365] Aveano gli uomini a Roma la smania del legname di cederno, come le
donne quella delle perle. Una tavola rotonda di quattro o cinque piedi
di diametro, si vendeva al prezzo d'un ricco podere (-Latefundii
taxatione-), cioè per otto, dieci o dodicimila lire sterline. (Plinio
-Hist. nat.-, XIII, 29). So bene che non va confuso il -citrus-
coll'albero che dà il frutto dagli antichi appellato -citrum-; ma non
sono abbastanza dotto in botanica per caratterizzare il primo, che
somiglia al cipresso dei boschi, col nome volgare o con quello che gli
assegna Linneo, e non deciderò nemmeno se il -citrum- sia l'arancio o il
limone. Pare che il Salmasio abbia esausta questa materia; ma troppo
spesso si intrica nelle file confuse d'una mal ordinata erudizione
(-Plinian. Exercit.-, t. II, p. 666 ec.).
[366] Leone l'Affricano -fol.- 16 -retro-; Marmol, (t. II, p. 28).
Trattasi spesso di questa provincia, che fu il primo teatro delle glorie
e della grandezza dei Sceriffi, nella curiosa storia di questa dinastia
registrata in fine del terzo volume della descrizione dell'Affrica del
Marmol. Il terzo volume delle Ricerche storiche sui Mori, pubblicata
recentemente a Parigi, spande molta luce sulla storia e la geografia dei
regni di Fez, e di Marocco.
[367] Otter (pag. 119) ha messa tutta l'enfasi del fanatismo a questa
esclamazione che il Cardonne (p. 37) ha mitigata, e che sotto la sua
penna non indica il pio pensiero di -predicare- il Corano. Eppure aveano
l'uno e l'altro davanti il testo di Novairi.
[368] Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p. 129, 130) parla della
fondazione di Cairoan, e Leone l'Affricano (-fol.- 75), Marmol (t. II,
p. 532) e Shaw (p. 115) parlano della situazione della moschea ec.
[369] Bene spesso gli autori han commesso un enorme sbaglio per una
piccola somiglianza di nome, confondendo la -Cirene- dei Greci col
-Cairoan- degli Arabi, due città lontane mille miglia l'una dell'altra.
Non evitò quest'errore il grande de Thou, errore tanto meno scusabile in
quanto si trova in una descrizion dell'Affrica accuratamente da lui
elaborata (-Hist.- l. VII, c. 2, in t. I, p. 240 ediz. di Buckley).
[370] Oltre le cronache arabe d'Abulfeda, d'Elmacin, e d'Abulfaragio pel
settantesimoterzo anno dell'Egira, si possono consultare d'Herbelot
(-Bibl. orient.- p. 7) ed Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p.
339-349). Ockley riferisce in modo patetico l'ultimo colloquio
d'Abdallah e di sua madre, ma dimenticò un effetto fisico del dolore da
lei provato alla morte del figlio: il ritorno cioè, e le funeste
conseguenze dei suoi -mestrui- in età di novant'anni.
[371] Λεοντιος.... απαντα τα Ρωμαικα εξωπλισς πλοιμα ςτρατηγον τε
επ’αυτοις Ιωαννην τον Πατρικιον εμπειρον των πολεμιων προχετρισαμενος
προς Καρχηδονα κατα των Σαρακηνων εξεπεμψεν -Leonzio.... imbarcò tutte
le forze romane, ed eletto per capitano di quelle il patrizio Giovanni
pratico di guerra lo spedì a Cartagine contro de' Saraceni- (Niceforo,
-Constantinop. Breviar.- p. 28). Il patriarca di Costantinopoli e
Teofane (-Chronogr.- p. 309) hanno in poche parole rammentato
quest'ultimo tentativo per soccorrer l'Affrica. Il Pagi (-Critica- t.
III, p. 129-141) ha stabilita la Cronologia, confrontando esattamente
gli storici Arabi e Bizantini che sovente si contraddicono per le
epoche e pei fatti. -V.- pure una nota d'Ockley (p. 121).
[372] -Dove s'erano ridotti i nobili Romani e i Goti: e di poi, i Romani
fuggirono e i Goti lasciarono Cartagine- (Leone l'Affricano, fol. 72).
Non so da quale scrittore Arabo abbia tolto questo fatto relativo ai
Goti: ma questo nuovo ragguaglio è tanto importante e verosimile che mi
basta la più piccola autorità per ammetterlo.
[373] Questo Commendatore è chiamato da Niceforo βασιλεως Σαρακηνων -re
dei Saraceni- definizione un po' vaga, ma esatta abbastanza, delle
incombenze del Califfo. Teofane usa la strana denominazione di
Προτοσυμβολος -Protosimbolo-, che Goar, suo interprete, applica al
-Vizir Azem-. Forse attribuivano giustamente al ministro piuttosto che
al principe l'uficio attivo; ma dimenticarono che i califfi Ommiadi
non aveano che un -Cateb-, o segretario; e che non fu rimessa o
istituita la dignità di Visir, se non che l'anno 132 dell'Egira
(d'Herbelot p. 912).
[374] Solino (l. XXVII, p. 36 ediz. Salmasio) dice che la Cartagine di
Didone ha sussistito seicento settantasette, o settecento trentasette
anni. Queste due versioni dipendono dalla differenza dei manoscritti e
delle edizioni (Salmas. -Plinian.-, -exercit.-, t. I, pag. 228). Il
primo di questi computi, che ne porta la fondazione a ottocentoventitre
anni avanti Gesù Cristo, s'accorda meglio colla testimonianza ben pesata
di Velleio Patercolo; ma i nostri cronologisti (Marsham, -Canon.
chron.-, p. 398) preferiscono l'ultimo conto, che par loro più conforme
agli annali degli Ebrei e de' Tiri.
[375] Leone l'Affricano, fol. 71; Marmol. t. II, p. 415-447: Shaw, p.
80.
[376] Si ponno distinguere quattro epoche nella Storia del nome di
-Barbaro-: 1. al tempo di Omero, quando i Greci o gli abitanti della
costa asiatica usavano forse un idioma comune, il suono imitativo di
-barbar- divenne un nome che si dava alle tribù più rozze, che aveano
più ingrata pronunzia e più difettosa grammatica. Καρες βαρβαροφωνοι
-I Carii di barbaro accento- (Iliade 2, 567, con lo Scoliaste d'Oxford,
con le note di Clarke e col Tesoro greco di Enrico Stefano t. I,
pag. 720). 2. Sin dai tempi d'Erodoto almeno, fu applicato
a tutte le nazioni straniere alla lingua e al nome dei Greci. 3. Nel
secolo di Plauto i Romani si sottomisero a questo insulto (Pompeo Festo
l. II, pag. 48 ediz. del Dacier), e si davano da sè il nome di Barbari.
Vennero a poco a poco nella pretensione che non convenisse questo titolo
all'Italia, e alle province che aveano assoggettate; e infine non lo
diedero che ai popoli selvaggi, od ai nemici che stavano fuori del
precinto dell'impero. 4. Conveniva ai Mori in tutti i sensi. I
conquistatori Arabi presero questa parola dalla lingua dei Romani
stanziati nelle province, ed è poi divenuto un nome locale pei popoli
che vivono lungo la costa settentrionale dell'Affrica nomata -Barbaria-.
[377] Il primo libro di Leone Affricano, e le -Osservazioni- del dottor
Shaw (p. 220, 223, 227, 247 ec.) schiarirono assai le tribù erranti
della Barbaria che dagli Arabi o dai Mori discendono. Ma lo Shaw s'era
tenuto a una rispettosa distanza da quei Selvaggi, e pare che Leone,
prigioniero a Roma, dimenticasse in Italia quel che sapeva della
letteratura Araba, mentre acquistava qualche cognizione di quella dei
Greci e dei Romani. Ha commesso gran numero d'errori grossolani nella
prima parte dell'istoria Maomettana.
[378] In una conferenza disse Amrou, ad un principe Greco, che la lor
religione era differente, e che questo dava giusto motivo alle liti tra
fratelli (Ockley, -Hist. of the Saracens-, vol. I, p. 328).
[379] Abulfeda, -Annal. moslem.-, p. 78, -vers.- Reiske.
[380] Il nome d'Andalusia vien dato dagli Arabi non solo alla provincia
che ha questo nome al presente, ma a tutta la penisola di Spagna.
(-Geograph. nub.-, pag. 151; d'Herbelot, -Bibl. orient.-, pag. 114,
115). Sembra che questo nome non derivi da -Vandalusia-, paese dei
Vandali, come han detto alcuni autori (d'Anville, -Etats de l'Europe-,
p. 146, 147 ec.). La vera etimologia par quella di Casiri che osserva
che -Handalusia- significa in arabo la region dell'occidente, e così
equivale all'Hesperia dei Greci (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 327,
ec.).
[381] Descrive il Mariana la caduta e il risorgimento della monarchia
dei Goti (t. I, p. 238-260, l. VI, c. 19-26, l. VII, c. 1, 2). Lo stile
di questo storico nella suo nobile opera (-Historia de rebus Hispani-,
-libri- XXX, Aia 1733, 4 volumi -in folio- colla continuazione del
Miniana) ha quasi il pregio e l'energia degli autori Romani classici, e
dal duodecimo secolo in poi si può riposare sulle dottrine e sul
giudizio che egli palesa. Ma questo Gesuita non era scevro dai
pregiudizi del suo Ordine; come il suo rivale Buchanan, egli ammette e
abbellisce le leggende nazionali più assurde. Trascura troppo la critica
e la cronologia, e colla sua vivace immaginazione supplisce alle lacune
dei monumenti storici. Queste lacune sono considerabili e
frequentissime. Rodrigo di Toledo, primo storico Spagnuolo, viveva
cinque secoli dopo la conquista degli Arabi: e quanto si sa dei tempi
anteriori è ristretto in poche linee aridissime degli oscuri annali, o
cronache, d'Isidoro di Badajoz e di Alfonso III re di Leone, da me
trovati solamente negli annali del Pagi.
[382] Lo stupro, dice Voltaire, è difficile a fare, come a provare. Si
sarebbero mai collegati i vescovi per una fanciulla? (-Hist. gener.-, c.
26). Questo argomento non è concludente in buona logica.
[383] Sembra che nella storia di Cava, il Mariana (l. VI, c. 21, pag.
241, 242) voglia gareggiare col racconto che fa T. Livio nella storia di
Lucrezia. Ad esempio degli antichi, cita rare volte gli autori, e la
testimonianza più antica indicata dal Baronio (-Annal. eccles.-, A. D.
715, n. 19) quella è di Luca Tudense, diacono di Galizia, del secolo
tredicesimo il quale dice solamente -Cava quam pro concubina utebatur-.
[384] Gli orientali Elmacin, Abulfaragio ed Abulfeda trapassano in
silenzio la conquista della Spagna, o appena appena ne fan motto. Il
testo di Novairi e degli altri scrittori Arabi si trova, con qualche
mistura, nella storia dell'Affrica e della Spagna sotto la dominazion
degli Arabi (Parigi 1765, 3 vol. in 12, t. I, p. 55-114), scritta dal
signor de Cardonne, e in modo più conciso nella storia degli Unni (t. I,
p. 347-350) del signor de Guignes. Il bibliotecario dell'Escurial non ha
risposto alla mia aspettazione, eppure sembra che abbia attentamente
rifrustati i materiali confusi che sono sotto la sua custodia. Alcuni
frammenti preziosi del -genuino- Razis (che scrisse in Cordova l'anno
dell'Egira 300), di Ben-Hazil, etc. dan lume alla storia della conquista
di Spagna (-V.- -Bibl. Arabico-Hispana-, t. II, p. 32-105, 106-182,
252-319, 332). Il dotto Pagi ha fatto suo pro delle cognizioni che aveva
il suo amico abate di Longuerne sulla letteratura degli Arabi, e molto
mi giovarono le lor fatiche.
[385] Uno sbaglio di Rodrigo di Toledo, nel paragone che ha fatto degli
anni lunari dell'Egira cogli anni giuliani dell'Era di Cesare, condusse
il Baronio, il Mariana e la turba degli storici Spagnuoli a porre la
prima invasion degli Arabi nell'anno 713, e la battaglia di Cheres nel
novembre 714. Questo anacronismo di tre anni fu scoperto dai cronologi
moderni, e soprattutto dal Pagi (-Critica-, t. III, p. 169-171, 174),
che hanno indicato la vera data della rivoluzione. Il sig. Cardonne,
versato nella letteratura degli Arabi e che per altro ammise l'antico
errore, ha palesato in questo proposito una ignoranza o una negligenza
inescusabile.
[386] Il primo anno dell'Era di Cesare, seguìta dalla legge e dal popolo
di Spagna sino al secolo decimoquarto, è di trent'otto anni anteriore
alla nascita di Gesù Cristo. Parmi che si riporti alla pace generale per
mare e per terra che rassodò il potere e la -divisione- dei Triumviri
(Dione-Cassio, l. XLVIII, p. 547, 553; Appiano -De bell. civ.-, l. I, p.
1054 ediz. -in folio-). La Spagna era una delle province sottomesse a
Cesare Ottaviano, e Tarragona, che innalzò il primo tempio in onore
d'Augusto (Tacito, -Annal.-, 1, 78), potè apprendere dagli orientali
questa specie d'adulazione.
[387] Il padre Labat (-Voyages en Espagne et en Italie-, t. I, pag.
207-217) parla col suo brio ordinario della strada del Cantone e del
vecchio castello del conte Giuliano, come pure dei tesori nascosti ec.,
a cui prestan fede i superstiziosi Spagnuoli.
[388] Il geografo di Nubia (p. 154) descrive i siti che furono il teatro
della guerra; ma difficilmente si crede che il Luogo-tenente di Musa
siasi appigliato ad un espediente tanto disperato ed inutile quanto
quello d'incendiare i propri vascelli.
[389] Xeres (la colonia romana d'Asta Regia) non è lontana da Cadice che
due leghe; nel sedicesimo secolo era un granaio del paese, ed oggi è
noto il vino Xeres a tutte le nazioni Europee (-Lud. Nonii Hispania-: c.
13, p. 54-56, opera esattissima e concisa). D'Anville (-Etats de
l'Europe-, etc. p. 154).
[390] -Id sane infortunii regibus pedem ex acie referentibus saepe
contingit.- (Ben-Hazil di Granata, -in Bibl. arabico-hispana-, t. II, p.
323). Alcuni Spagnuoli creduli pensano che Rodrigo riposasse in una
cella d'un Eremita; altri dicono che fu chiuso vivo in una botte piena
di serpenti, e che esclamò con grido lamentevole: «Sono straziato nella
parte ove tanto peccai!» (Don Chisciotte, part. II, l. III, c. I).
[391] Il sig. Swinburne ha speso settantadue ore e mezzo per andare
sopra le mule da Cordova a Toledo per la via più breve. Debbe
abbisognare più tempo alle mosse lente e deviate d'un esercito.
Attraversarono gli Arabi la provincia della Mancia, divenuta pei lettori
di tutte le nazioni una terra classica sotto la penna di Cervantes.
[392] Nonio (-Hispania-, c. 59, p. 181-186) descrive in pochi tratti le
antichità di Toledo, la quale nel tempo delle guerre puniche era -urbs
parva-, ed -urbs regia- nel sedicesimo secolo. Egli prende in prestito
da Rodrigo il -fatale palatium- dei ritratti moreschi; ma modestamente
accenna che altro non era che un Anfiteatro romano.
[393] Rodrigo di Toledo (-Hist. Arab.-, c. 9, p. 17, -ad calcem-
Elmacin) descrive questa tavola di smeraldo, e si fonda sull'autorità di
Medinat-Almeyda, del quale ci dà il nome in lettere arabiche. Par che
conosca gli autori Musulmani; ma non posso convenire col sig. di Guignes
(-Hist. des Huns-, t. I, p. 350) che abbia letto e copiato Novairi,
perchè morì un secolo prima che Novairi componesse la sua storia. Questo
sbaglio nasce da un errore anche più goffo: il sig. di Guignes confonde
lo storico Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo nel secolo
tredicesimo, col cardinale Ximenes che governò la Spagna nel principio
del secolo sedicesimo, e che ha esercitato i pennelli della storia, ma
non li ha maneggiati giammai.
[394] Avrebbe potuto Tarik incidere su l'ultima rocca quel verso
vanaglorioso di Regnard e dei suoi compagni nell'estremità della
Lapponia: -Hic tandem stetimus, nobis ubi defuit orbis.-
[395] Questo fu l'argomento del traditore Oppas; e i Capi a cui si
diresse non risposero già collo spirito di Pelagio: -Omnis Hispania
dudum sub uno regimine Gothorum, omnis exercitus Hispaniae in uno
congregatus Ismaelitarum non valuit sustinere impetum.- (-Chron.
Alphonsi regis, apud Pagi-, t. III, p. 177).
[396] D'Anville (-Etats de l'Europe-, p. 159) in poche parole, ma
chiare, riferisce il risorgimento dei Goti nelle Asturie.
[397] I legionari superstiti dopo la guerra de' Cantabri (Dione-Cassio,
t. LIII, p. 720) furono collocati in questa metropoli della Lusitania, e
forse della Spagna (-submittit cui tota suos Hispania fasces-). Nonio
(-Hispania-, c. 31, p. 106-110) fa l'enumerazione degli antichi
edifizii, ma la termina con queste parole: -Urbs haec olim nobilissima
ad magnam incolarum infrequentiam delapsa est et praeter priscae
claritatis ruinas nihil ostendit.-
[398] I due interpreti di Novairi, il de Guignes (-Hist. des Huns-, t.
I, p. 349) ed il Cardonne (-Hist. de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I,
pag. 93, 94, 104, 105) fanno entrare Musa nella Gallia narbonese; ma io
non trovo che Rodrigo di Toledo, od i manoscritti dell'Escuriale faccian
menzione di questa impresa; ed una Cronaca francese rimanda l'invasione
dei Saraceni al nono anno dopo la conquista della Spagna, A. D. 721
(Pagi, -Critica-, t. III, pag. 177, 195: -Historiens de France-, t.
III). Ho gran dubbio che Musa non abbia passato i Pirenei.
[399] Quattro secoli dopo Teodemiro, i suoi demanii di Murcia e di
Cartagena ritengono il nome di Tadmir nel geografo di Nubia (Edrisi, p.
154-161); -V.- pure il d'Anville (-Etats de l'Europe-, p. 156; Pagi, t.
III, p. 164). Nonostante la miseria in cui vedesi oggi l'agricoltura
della Spagna, il sig. Swinburne (-Travels in Spain-, p. 119) vide con
piacere la deliziosa vallata che da Murcia si stende ad Orihuela, e che,
in uno spazio di quattro leghe e mezzo, presenta una quantità
considerabile di belle biade, di legumi, di trifoglio, di Aranci, ec.
[400] -V.- questo trattato, in arabo e in latino, nella -Bibliotheca
arabico-hispana-, tom. II, pag. 105, 106. Ha la data del 4 del mese
Regeb, A. II. 94, cioè 5 aprile A. D. 713, il che sembra che prolunghi
la resistenza di Teodemiro e il governo di Musa.
[401] Il Fleury (-Hist. eccles.-, t. IX, p. 261) ha dato, seguendo
l'istoria di Sandoval (p. 87), l'estratto d'altra convenzione segnata
-A. AE. c. 115 A. D. 734-, tra un Capo Arabo ed i Goti e Romani del
territorio di Coimbra nel Portogallo. Quivi si fissa la contribuzione
delle chiese a venticinque libbre d'oro, quella dei monasteri a
cinquanta, delle cattedrali a cento; si dichiara che i cristiani saran
giudicati dal loro conte, ma che, negli affari capitali, questi dovrà
consultare l'Alcade; che le porte della chiesa saranno chiuse, e i
cristiani rispetteranno il nome di Maometto. Non ho sott'occhio
l'originale per decidere se sia fondato o no il sospetto che questo
scritto sia stato inventato per introdurre le immunità d'un convento del
paese.
[402] Può paragonarsi questo gran disegno, attestato da vari scrittori
Arabi (Cardonne, t. I, p. 95, 96), a quello di Mitridate, di marciare
dalla Crimea a Roma, o all'altro di Cesare di conquistare l'oriente, e
di tornare dal settentrione in Italia; ma l'impresa eseguita da Annibale
supera per avventura quei tre vasti divisamenti.
[403] Mi duole assai che siano smarrite due Opere arabe dell'ottavo
secolo, una vita di Musa e una poesia sulle vittorie di Tarik, delle
quali, se non son perdute, non ho avuto almeno alcuna notizia. La prima
di queste, autentiche amendue, era stata composta da un nipote di Musa,
sfuggito alla strage della famiglia; e la seconda dal Visir del primo
Abdalrahman, Califfo di Spagna, che aveva potuto conversare con qualche
veterano di quel conquistatore (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p.
36-139).
[404] -Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 32-252. La prima di queste
citazioni è tratta da una -Biographia hispanica-, scritta da un Arabo di
Valenza (-V.- i lunghi estratti che ne dà Casiri, t. II, p. 30-121); e
l'ultima da una cronologia generale dei Califfi e delle dinastie
Affricane e Spagnuole, con una storia particolare di Granata, tradotta
quasi tutta da Casiri (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 177-319).
L'autore Ebn-Khateb, nativo di Granata, e contemporaneo di Novairi e di
Abulfeda (nacque A. D. 1313, e morì A. D. 1374) era storico, geografo,
medico e poeta (t. II, p. 71, 72).
[405] Cardonne, -Histoire de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I, p. 116,
119.
[406] Si vede nella biblioteca dell'Escuriale un lungo trattato
d'agricoltura composto da un Arabo di Siviglia nel dodicesimo secolo, e
Casiri aveva l'intenzione di tradurlo. Reca una lista degli autori
Arabi, Greci, Latini, ec. che vi sono citati; ma è molto senz'altro se
lo scrittore di Andalusia abbia conosciuto gli ultimi per l'opera del
suo concittadino Columella (Casiri, -Bibl. arabico-hispana-, t. I, p.
323-338).
[407] -Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 104. Casiri traduce la
testimonianza originale dello storico Rasis, tal quale si trova nella
-Biographia hispanica- araba, part. 9; ma stupisco altamente vedendola
diretta -Principibus coeterisque christianis Hispanis suis- CASTELLAE.
Questo nome -Castellae- era ignoto all'ottavo secolo, non avendo
cominciato il regno di Castiglia che nel 1022, un secolo dopo Rasis
(-Bibl.- t. II, p. 530); e quel nome indicava non una provincia
tributaria, ma una serie di castella non soggette a' Mori (d'Anville,
-Etats de l'Europe-, pag. 166-170). Se Casiri fosse stato buon critico,
avrebbe forse schiarito una difficoltà a cui ha dato egli per avventura
occasione.
[408] Cardonne, t. I, p. 337, 338. Egli valuta questa entrata a
centotrenta milioni di franchi. Da questa pittura della pace e
prosperità dell'impero de' Mori resta amenizzato il sanguinoso ed
uniforme quadro della loro storia.
[409] Posseggo per avventura una magnifica ed interessantissima opera
non mai posta in vendita, ma dispensata in dono dalla Corte di Madrid,
la -Bibliotheca arabico-hispana escurialensis, opera ed studio Michaelis
Casiri, Syro Maronitae. Matriti, in folio, tomus prior, 1760, tomus
posterior, 1770-. Questa edizione onora veramente i torchi di Spagna:
l'editore indica mille ottocento cinquant'un manoscritto giudiziosamente
classificati; e co' suoi lunghi estratti illustra la letteratura
musulmana e la storia di Spagna. Non rimane più timore di perdere que'
monumenti; ma fu veramente imperdonabile la negligenza di chi non fece
questo lavoro avanti l'anno 1671, tempo funesto per l'incendio che
divorò la maggior parte della Biblioteca dell'Escuriale, allora
doviziosa delle spoglie di Granata e di Marocco.
[410] Gli -Harbii-, che così son detti, -qui tolerari nequeunt-, furono,
1. quelli che non solo adorano Dio, ma ben anche il sole, la luna, o
gl'idoli; 2. gli atei -utrique, quamdiu princeps aliquis inter
Mohammedanos superest, oppugnari debent donec religionem amplectantur,
nec requies iis concedenda est, nec pretium acceptandum pro obtinenda
conscientiae libertate- (Reland, -Dissert. 10, De jure militari
Mahommedan., t. III, p. 14-). Che teorica austera!
[411] -Si suppone che l'Autore ciò dica siccome asserito dai seguaci
della religion Maomettana, che avevano ed hanno una prevenzione in
favore di lei; poichè ogni buon credente sa che le rivelazioni di Mosè,
e gli Evangelj hanno i caratteri, ed i segni che mostrano la loro
origine divina; nè questi segni e questi caratteri si osservano nella
pretesa rivelazione di Maometto.- (Nota di N. N.).
[412] In una conversazione del Califfo Al-Mamoun cogl'idolatri, o Sabei
di Charra, sta chiaramente indicata la distinzione che facevasi tra una
Setta proscritta e una tollerata, tra gli -Harbii-, e il popolo del
libro, ossia i credenti d'una rivelazione divina (Hottinger, -Hist.
orient-., p. 107, 108).
[413] -Vorrà dire l'Autore, che la legge di Maometto fu più generale di
quella di Mosè, alludendo alla permessa poligamia: ma risguardando la
legge di Mosè, anche come quella soltanto d'un legislatore civile, è
certamente più saggia, e più conforme al buon ordine sociale di quella
di Maometto; nè vale il porre in campo il clima caldo degli Arabi,
perchè anche gli Ebrei abitavano i paesi ad essi vicini. La pretesa
folla de' misterj de' Cristiani, erano stati determinati dai Concilj
generali, secondo rettissime spiegazioni dell'Evangelio, al sorger che
facevano le erronee opinioni particolari, ossia eresie, perciò quei
misterj erano già negli evangelj.- (Nota di N. N.)
[414] Il Zend o Pazend, che è la Bibbia de' Guebri, è da questi, o
almeno da' Musulmani annoverata fra' dieci libri che Abramo ricevette
dal cielo[*], e la loro religione ha il nome onorevole di religione
d'Abramo (d'Herbelot -Bibl. orient.,- p. 701; Hyde, -De religione
veterum Persarum-, c. 13, p. 27, 28, ec.). Temo assai che ci manchi una
esposizione pura e libera del sistema di Zoroastro. Il dottore Prideaux
(-Connection-, vol. I, p. 300, in 8) aderisce all'opinione che crede che
Zoroastro, durante la cattività di Babilonia, fosse schiavo e discepolo
d'un profeta Giudeo. I Persiani che furono i padroni de' Giudei
rivendicheranno forse l'onore, miserabile onore, d'essere pure stati
loro precettori per le opinioni religiose.
* -Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea,
della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo
avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche
scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse
libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico
commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei
se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver
noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un
grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o
religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese
altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle
cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana
de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto
la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I
Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano
anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile
distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno
Stato: è questa l'opera del tempo-. (Nota di N. N.).
[415] Le mille ed una Notte Araba, dipintura fedele de' costumi
orientali, rappresentano sotto i più odiosi colori i Magi, o adoratori
del fuoco a cui rinfacciano il sagrifizio annuo di un Musulmano. Non
sussiste la menoma affinità tra le religioni di Zoroastro e quella degli
Indi; ma non di rado i Musulmani le confondono, e questo sbaglio è stato
una delle cagioni della crudeltà di Timur (-Hist. de Timur-Bec-, di
Cerefedin-Alì-Yezdi, l. V).
[416] -Vie de Mahomet- di Gagnier, t. III, p. 114, 115.
[417] -Hae tres sectae, judaei, christiani, et qui inter Persas magorum
institutis addicti sunt κατ’ εξοχην (per eccellenza) POPULI
LIBERI dicuntur- (Reland, -Dissert-., t. III, p. 15). Il Califfo Mamoun
confermò questa onorevole distinzione che separava le tre Sette dalla
religione indeterminata ed equivoca de' Sabei, sotto lo scudo della
quale permettevasi agli amichi politeisti di Charrae il loro culto
idolatra (Hottinger -Hist. orient-., p. 167, 168).
[418] Questa curiosa storia è narrata dal d'Herbelot (-Bibl. orient-.,
p. 440, 449) su la testimonianza di Condemiro, ed anche dello stesso
Mirchond (-Hist. priorum regum persarum-, etc. p. 9-18, not. p. 88, 89).
[419] Mirchond (-Mohammed emir Khoondah Shah-), nativo di Herat, compose
in lingua persiana una storia generale dell'oriente, dalla creazione del
Mondo sino all'anno ottocento settantacinque dell'Egira (A. D. 1471).
Nell'anno 904 (A. D. 1498), fu fatto bibliotecario del principe, e con
questo soccorso pubblicò in sette o dodici parti un'opera che fu
commentata, e poi fu ridotta in tre volumi dal suo figlio Condemiro (A.
E. 927, A. D. 1520). Petit de la Croix (-Hist. de Gengis-Khan-, pag.
537, 538, 544, 545) accuratamente ha distinto questi due scrittori
confusi dal d'Herbelot (pag. 358, 410, 994, 995). I molti estratti da
quest'ultimo pubblicati sotto il nome di Condemiro appartengono al padre
piuttosto che al figlio. Lo storico di Gengis-Khan rimanda il lettore ad
un manoscritto di Mirchond datogli dal suo amico d'Herbelot. Ultimamente
fu stampato in Vienna, 1782, in quarto, -cum notis- di Bernardo di
Jenisch, un curioso frammento in persiano ed in latino (le dinastie
Taheriana e Soffariana), e l'editore dà speranza di continuare l'opera
di Mirchond.
[420] -Quo testimonio boni se quidpiam praestitisse opinabantur.-
Mirchond per altro avrà condannato questo zelo, giacchè approvava la
tolleranza legale dei Magi, -cui- (il tempio del Fuoco) -peracto
singulis annis censu, uti sacra Mohammedis lege cautum, ab omnibus
molestiis ac oneribus libero esse licuit-.
[421] L'ultimo Mago, che abbia avuto un nome e qualche autorità, sembra
essere Mardavige-il-Dilemita, che nel decimo secolo regnava nelle
province settentrionali della Persia situate presso il mar Caspio
(d'Herbelot, -Biblioth. orient.-, p. 355); ma i -Bovidi-, suoi soldati e
successori, professarono l'Islamismo, oppure l'abbracciarono, ed io
porrei la caduta della religione di Zoroastro al tempo della loro
dinastia (A. D. 933-1020).
[422] Quanto ho esposto dello stato presente de' Guebri nella Persia è
tratto dal Chardin, il quale, benchè non sia nè il più dotto, nè il più
giudizioso de' viaggiatori moderni, è però quegli che ha posto maggior
diligenza nelle ricerche (-Voyages en Perse-, t. II, p. 109, 179, 187,
in 4). Pietro della Valle, Oleario, Thevenot, Tavernier, ec., che
indarno ho consultati, non aveano occhi abbastanza esercitati con
acutezza sufficiente d'ingegno per ben esaminare questo popolo sì
osservabile.
[423] La lettera d'Abdoulrahman, governatore o tiranno dell'Affrica, al
Califfo Aboul-Abbas, primo degli Abbassidi, ha la data dell'A. E. 132
(Cardonne, -Hist. de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I, p. 168).
[424] -Bibl. orient.-, p. 66; Renaudot, -Hist. patriar. Alex.-, p. 287,
288.
[425] -V.- le lettere de' papi Leone IX (-epist.- 3), Gregorio VII (l.
I, -epist.- 22, 23; l. III, -epist.- 19, 20, 21), e le annotazioni del
Pagi (t. IV, A. D. 1053, n. 14; A. D. 1073, n. 13), il quale ha cercato
il nome e il casato del principe Moro, con cui carteggiava sì
urbanamente il più superbo de' Papi.
[426] Mozarabes o Mostarabes, -adscititii-, secondo la traduzione di
quella parola in latino (Pocock, -Specim. Hist. Arabum-, p. 39, 40;
-Bibl. arabico-hispana-, t. II, pag. 18). La liturgia mosarabica, tenuta
un tempo dalla chiesa di Toledo, è stata dai Papi disapprovata ed
esposta alle incerte prove del ferro e del fuoco (Marian., -Hist.
Hispan-., t. I, l. IX, c. 18, p. 378): è scritta in lingua latina, ma
nell'undecimo secolo si credè necessario (A. D. 1039) fare una versione
in arabo dei canoni dei Concilii di Spagna (-Bibl. arabico-hispana-, t.
I, pag. 547), ad uso dei vescovi e del clero de' paesi soggetti ai Mori.
[427] Circa la metà del decimo secolo l'intrepido inviato
dell'imperadore Ottone primo rinfacciò al clero di Cordova questa
colpevole condiscendenza (-Vit. Johann. Gorz, in sec. Benedict. V-, n.
115, -apud- Fleury, -Hist. eccles-., t. XII, pag. 91).
[428] Pagi, -Critica-, t. IV, A. D. 1149 n. 8, 9. Egli osserva
giustamente che quando Siviglia fu ripresa da Ferdinando di Castiglia
non vi si trovarono altri cristiani fuorchè i prigionieri, e che la
descrizione delle chiese mozarabiche dell'Affrica e della Spagna, datane
da Giacomo di Vitry, A. D. 1218 (-Hist. Hieros.-, c. 80, pag. 1095, -in
gestis Dei per Francos-) fu tolta da un libro più antico, e soggiugne
che la data dell'Egira 677 (A. D. 1278) debbe applicarsi alla copia, e
non all'originale d'un Trattato di giurisprudenza in cui si espongono i
dritti civili de' cristiani di Cordova (-Bibl. arab.-hisp.-, t. I, pag.
47), e che i Giudei erano i soli dissidenti che da Abul-Waled, re di
Granata (A. D. 1313), potessero essere perseguitati o tollerati (t. II,
p. 288).
[429] Renaudot, -Hist. patriar. Alex.-, p. 288. Se avesse potuto Leone
Affricano, prigioniero in Roma, scoprire il menomo avanzo di
cristianesimo nell'Affrica, non avrebbe lasciato di dirlo per far la
corte al Papa.
[430] -Absit- (diceano i cattolici al Visir di Bagdad) -ut pari loco
habeas Nestorianos, quorum praeter Arabas nullus alius rex est, et
Graecos quorum reges amovendo Arabibus bello non desistunt-, etc. V.
nelle Raccolte d'Assemani (-Bibl. orient-., t. IV, p. 94-101) lo stato
dei Nestoriani sotto i Califfi. Nella dissertazione preliminare del
secondo volume d'Assemani viene esposto più concisamente quello dei
Giacobiti.
[431] Eutych., -Annal-., t. II, pag. 384, 387, 388; Renaudot -Hist.
patr. Alex-., p. 205, 206, 257, 332. Il primo di quei patriarchi Greci
poteva essere men fedele agli imperatori e men sospetto agli Arabi,
professando in qualche punto l'eresia dei Monoteliti.
[432] Motadhed, che regnò dall'A. D. 892 sino al 902. Conservavano
tuttavia i Magi il lor nome e il grado fra le religioni dell'impero
(Assem., -Bibl. orient-. t. IV, p. 97).
[433] Narra Reland le angarie messe dalla legge e dalla giurisprudenza
musulmana sopra i cristiani (-Dissert.-, tom. III, p. 16-29). Eutichio
(-Annal.-, t. II, p. 448) e il d'Herbelot (-Bibl. orient.-, pag. 640)
accennano gli ordini tirannici del Califfo Motawakkel (A. D. 847-861), i
quali sono ancora in vigore. Il greco Teofane racconta, e probabilmente
esagera, una persecuzione del Califfo Omar II (-Chron.-, p. 334).
[434] S. Eulogio, che fu pure una delle vittime, celebra e giustifica i
martiri di Cordova (A. D. 850 ec.). Un sinodo convocato dal Califfo
censurò in modo equivoco la lor temerità. Il saggio Fleury, usando la
solita moderazione, non può accordare la lor condotta colla disciplina
dell'antichità: -«Pure l'autorità della chiesa ec.».- (Fleury, -Hist.
eccles.-, t. X, p. 415-522, e particolarmente p. 451-508, 509). Gli atti
autentici di questo sinodo spandono una viva luce, benchè passeggera,
sullo stato della chiesa di Spagna nel nono secolo.
[435] -V.- l'articolo -Eslamiah- (noi diciamo -cristianità-) nella
-Bibliothèque orientale- (p. 325). Questa carta dei paesi soggetti alla
religion musulmana è attribuita all'anno dell'Egira 885 (A. D. 995), ed
è di Ebn-Alwardi. Le perdite sofferte dal Maomettismo in Ispagna da quel
tempo in poi, si sono bilanciate coi conquisti nell'Indie, nella
Tartaria e nella Turchia europea.
[436] Nel collegio della Mecca s'insegna come lingua morta l'arabo del
Corano. Il viaggiator Danese paragona questo antico idioma al latino; la
lingua volgare dell'Hejaz e dell'Yemen all'italiano, e i dialetti arabi
della Sorìa e dell'Egitto e dell'Affrica ec. al provenzale, allo
spagnuolo, e al portoghese (Niebuhr, -Descript. de l'Arabie-, p. 74
ec.).
CAPITOLO LII.
-I due assedii di Costantinopoli fatti dagli Arabi. Loro
invasione in Francia, e loro sconfitta per opera di Carlo
Martello. Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi.
Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi. Imprese navali
contro l'isola di Creta, contro la Sicilia e Roma. Decadimento e
divisione dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi degli
imperatori Greci.-
Quando per la prima volta uscirono del lor deserto, avranno sicuramente
gli Arabi maravigliato di vedere così facili e rapidi i loro trionfi. Ma
quando nella lor corsa vittoriosa, pervennero alle rive dell'Indo e alla
vetta dei Pirenei; quando dopo infinite prove ebbero conosciuto la forza
delle lor scimitarre, e l'energia della lor fede, si saranno egualmente
stupiti di incontrare qualche nazione che potesse resistere alle lor
armi invincibili, e qualche limite che oppor si potesse alla dilatazione
dell'impero de' successori del Profeta. Temerità è questa che pure è
perdonabile in fanatici e in soldati, se si pensa alla fatica che dee
durare uno storico, che a mente fredda tien dietro presentemente ai
trionfi dei Saracini, quando vuole rendere a sè stesso ragione del come
abbiano potuto la religione e i popoli dell'Europa, eccetto la Spagna,
salvarsi da quel rischio imminente e quasi inevitabile in apparenza. I
deserti degli Sciti e dei Sarmati eran difesi dalla ampiezza loro, dalla
miseria e dal coraggio de' pastori del settentrione; remotissima ed
inaccessibile era la Cina: ma i Musulmani s'erano insignoriti della
maggior parte della Zona temperata; i Greci erano indeboliti dalle
calamità della guerra, dalla perdita delle più belle province, e la
precipitosa caduta della monarchia de' Goti potea sbigottire i Barbari
dell'Europa. Ora io m'accingo a svolgere le cagioni che preservarono la
Brettagna e la Gallia dal giogo civile e religioso del Corano, che
protessero la maestà di Roma, e ritardarono la servitù di
Costantinopoli; che rinvigorirono la resistenza dei cristiani, e fra i
Maomettani disseminarono germi di discordia e di debolezza.
[A. D. 668-675]
Quarantasei anni dopo la fuga di Maometto, comparvero armati i suoi
discepoli davanti alle mura di Costantinopoli[437]; essi erano animati
dalle promesse, o vere o supposte, del Profeta che la prima armata che
assediasse la città dei Cesari avrebbe il perdono dei peccati: vedeano
inoltre gli Arabi la gloria di quella lunga serie di trionfi che
ottennero i primi Romani, trasfusa giustamente nei vincitori della nuova
Roma, e la ricchezza delle nazioni versata in quella metropoli, che per
la sua bella situazione era fatta veramente per essere a un tempo il
centro del commercio e la sede del governo. Il Califfo Moawiyah, dopo
avere strozzati i suoi rivali e assodato il trono, volle colle vittorie,
e il vanto di questa santa impresa, espiare il sangue de' cittadini
versato nelle guerre intestine[438]. Gli apparecchi che fece in mare e
in terra furono adeguati alla grandezza della spedizione; ne fu affidato
il comando a Sophian, vecchio guerriero; ma furono rincorate le
soldatesche dalla presenza e dall'esempio d'Yezid, figlio del comandante
de' fedeli. Poco aveano i Greci a sperare, poco i lor nemici a temere
dal coraggio e dalla vigilanza dell'Imperatore che deturpava il nome di
Costantino, e non imitava del suo avo Eraclio se non se gli anni che
aveano ottenebrata la sua gloria. Senza essere arrestate, e senza
incontrare ostacolo, le forze navali de' Saracini passarono il canale
dell'Ellesponto, che pur oggi dai Turchi è considerato come il baloardo
posto dalla natura a difesa della capitale[439]. L'armata araba gittò
l'ancora, e sbarcarono le milizie presso il palazzo di Hebdomon,
distante sette miglia della Piazza. Dall'alba sino a notte fecero esse
per molti giorni parecchi assalti lungo le mura dalla porta dorata al
promontorio orientale, e l'urto delle colonne, poste di dietro,
spingevano avanti i guerrieri della prima linea. Ma gli assedianti
aveano calcolato male la forza e le difese di Costantinopoli. Da
numerosa e ben disciplinata guarnigione erano protette le sue mura
solide ed alte, e il valore Romano si riscosse in faccia al pericolo,
onde era minacciata la religione e l'impero: gli abitanti fuggiaschi
dalle province già conquistate, ricoverati colà, rinnovarono con miglior
successo i modi difensivi usati in Damasco e in Alessandria, e
sbalordirono i Saracini mirando i prodigiosi e strani effetti del fuoco
greco. Una resistenza tanto ostinata gli determinò a volgersi ad imprese
più facili; corsero quindi a mettere a sacco le coste d'Europa e d'Asia,
che cingono la Propontide, e dopo aver tenuto il mare, dal mese d'aprile
fino a settembre, si ritirarono per ottanta miglia dalla capitale
nell'isola di Cisico, ove formato aveano i magazzini, e depositata la
preda. Furon sì pazienti nella perseveranza, o sì deboli nelle
operazioni, che per sei estati successive eseguirono l'istesso disegno
d'assalto che terminò con ugual ritirata. Quindi ogni impresa,
manchevole di effetto, scemava in essi il vigore non che le speranze di
vincere, sino a tanto che i naufragi e le malattie, il ferro e il fuoco
del nemico gli astrinsero ad abbandonare quell'inutile tentativo. Ebbero
essi a piangere la perdita o a celebrare il martirio di trentamila
Musulmani, che lasciarono la vita all'assedio di Costantinopoli, e i
pomposi funerali di Abù-Ayub, o Giob, solleticarono la curiosità de'
cristiani medesimi. Questo Arabo venerando, uno degli ultimi compagni di
Maometto, era nel numero degli -Ansar-, o ausiliarii di Medina, che
accolsero il Profeta quando fuggì dalla Mecca. Da giovanetto erasi
trovato alle battaglie di Beder e di Ohud; giunto all'età matura era
stato l'amico e il collega d'Alì, e aveva logorato il resto delle sue
forze lungi dalla patria in una guerra contra i nemici del Corano.
Sempre fu rispettata la sua memoria: ma fu negletto, ed anzi ignorato,
il luogo della sua sepoltura per otto secoli sino a tanto che Maometto
II prese Costantinopoli. Una di quelle visioni che sono le arti consuete
in tutte le religioni del Mondo rivelò ai Musulmani, che Ayub era
sepolto al piè delle mura in fondo al porto, e quindi fu eretta colà una
Moschea che poi fu con ragione prescelta per luogo della inaugurazione
semplice e marziale dei soldani Turchi[440].
[A. D. 677]
L'esito di quell'assedio risuscitò nell'oriente e nell'occidente la
gloria dell'armi romane, ed oscurò per un poco quella de' Saracini. A
Damasco, in un consiglio generale degli Emiri o Coreishiti, fu accolto
onestamente l'inviato dell'imperatore; e allora i due imperi segnarono
una pace o tregua di trent'anni, nella qual occasione il comandante de'
credenti umiliò la sua dignità sino a promettere un annuo tributo di
cinquanta cavalli di buona razza, di cinquanta schiavi e di tremila
pezze d'oro[441]. Era già molto vecchio il Califfo, e volea godere della
sua autorità, e terminare i giorni nella quiete e tranquillità; ma
mentre al solo suo nome tremavano i Mori e gli Indiani, era poi la sua
reggia e la città di Damasco insultata dai Mardaiti o Maroniti del monte
Libano, i quali furono il miglior propugnacolo dell'impero sino al tempo
che la sospettosa politica dei Greci, dopo averli disarmati, li confinò
in un'altra contrada[442]. Dopo la sommossa dell'Arabia e della Persia,
non rimaneva più alla casa d'Ommiyah[443] altro dominio fuorchè i reami
della Sorìa e dell'Egitto. Nel suo imbarazzo e nello spavento che provò,
s'indusse a cedere sempre più alle premurose domande dei cristiani, e fu
statuito il tributo d'uno schiavo, d'un cavallo e di mille pezze d'oro
al giorno per tutti i 365 giorni dell'anno solare. Ma non così tosto
l'armi e la politica di Abdalmalek ebbero rintegrato l'impero, ricusò un
segno di servitù che feriva non men la sua coscienza che l'orgoglio:
cessò dunque di pagare il tributo, e i Greci avviliti dalla stravagante
tirannia di Giustiniano II, dalla legittima ribellion del popolo e dal
frequente ricomparire d'altri avversari non poterono pretenderlo a mano
armata. Sino al regno d'Abdalmalek, teneansi contenti i Saracini a
godere i tesori della Persia e di Roma col conio di Cosroe o
dell'imperator di Costantinopoli; il Califfo fece battere monete d'oro e
d'argento, nominate dinari, con una iscrizione la quale, benchè potesse
essere censurata da qualche severo casista, annunciava l'unità del Dio
di Maometto[444]. Sotto il regno del Califfo Walid, si cessò d'usare la
lingua e i caratteri greci nei conti della rendita pubblica[445]. Se
questo cangiamento originò l'invenzione o stabilì l'usanza delle cifre,
appellate comunemente arabiche o indiane, avvenne che poi con un
regolamento di computisteria, immaginato dai Musulmani, si aprisse il
campo alle più rilevanti scoperte dell'aritmetica, dell'algebra e delle
matematiche[446].
[A. D. 716-718]
Mentre che il Califfo Walid sonnecchiava sul trono di Damasco, e dai
suoi Luogo-tenenti si compiea la conquista della Transoxiana e della
Spagna, un terzo esercito di Saracini inondava le province dell'Asia
Minore e s'accostava a Bisanzio. Ma il tentativo ed il cattivo esito
d'un secondo assedio era riserbato al suo fratello Solimano, sospinto,
per quanto pare, da più operosa ambizione e da un ardir più marziale.
Negli sconvolgimenti dell'impero Greco, dopo che fu punito e vendicato
il tiranno Giustiniano, un basso segretario, cioè Anastasio o Artemio,
fu dall'accidente o dal suo merito vestito della porpora. Sorvennero
presto a spaventarlo le nuove di guerra, avendogli l'ambasciatore, da
lui spedito a Damasco, riferito il terribile annunzio degli apparecchi
che si faceano dai Saracini in mare e in terra, per un armamento ben
superiore di quanti si fossero veduti, o di tutto ciò che si poteva
immaginare. Le precauzioni d'Anastasio non furono indegne nè del suo
grado, nè del pericolo che lo minacciava. Ordinò che sgombrasse dalla
città qualunque persona che non avesse viveri bastanti per un assedio di
tre anni; empiè i magazzini e gli arsenali; restaurò e munì fortemente
le mura, e su quelle e su brigantini, di cui crebbe frettolosamente il
numero, collocò macchine da lanciar pietre, dardi e fuoco. Havvi
certamente maggiore sicurezza e più gloria a prevenire che a respingere
un assalto: immaginarono i Greci un divisamento che vinceva il lor
coraggio consueto, d'ardere cioè le munizioni navali del nemico, i
legnami di cipresso tratti dal Libano e condotti sulle coste della
Fenicia pel servigio dei navili egiziani. Grazie alla viltà o alla
perfidia delle squadre, che con una nuova denominazione appellavansi le
soldatesche del -Tehme Obsequien-[447], andò fallita la magnanima
impresa. Trucidarono esse il lor capitano, abbandonarono la bandiera
propria nell'isola di Rodi, si sperperarono pel continente vicino, e
poscia ottennero il perdono, o forse un premio, eleggendo ad imperatore
un semplice ufficiale dell'erario. Il quale nomavasi Teodosio, e poteva
pel suo nome piacere al senato ed al popolo; ma dopo un regno di alcuni
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